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Politica

Dieci bugie sul referendum

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Le ha smascherate Alessandro Gilioli su suo blog:

1. «Al referendum si vota per abolire il Senato».
Falso. Il Senato, seppur ridotto di poteri e per numero di senatori, continuerà a esistere, nello stesso Palazzo in cui si trova. Sembra ovvio, ma solo pochi giorni fa una tivù nazionale ha mostrato un cartello secondo il quale si sarebbe votato «per abolire il Senato». Lo stesso Renzi oggi a Firenze ha detto testualmente che «non esisteranno più i senatori», un’evidente falsità.

2. «Con la riforma si faranno le leggi più in fretta».
Falso. A parte le materie in cui il Senato mantiene funzione legislativa paritaria (“leggi bicamerali”), negli altri casi il Senato può proporre modifiche per una seconda lettura alla Camera e in molti casi la Camera, per approvare le leggi senza conformarsi al parere del Senato, deve poi riapprovarle a maggioranza assoluta dei suoi componenti (non basta quella dei presenti in aula). In tutto, sono una decina le diverse modalità possibili di approvazione di una legge. Il che porterà non solo a una serie di rimpalli, ma soprattutto a conflitti sulla tipologia a cui appartiene una proposta di  legge, quindi sul suo iter.

3. «Il nuovo Senato abbatterà i costi della politica».
Parzialmente falso e di sicuro molto esagerato. I risparmi consistono nel fatto che i nuovi senatori (in quanto consiglieri regionali o sindaci) non saranno pagati per le loro funzioni senatoriali, ma avranno comunque le spese di trasferta a Roma dalle Regioni di provenienza e probabili forme di rimborso. Il personale di palazzo Madama che non resterà al Senato verrà trasferito. Si calcola ottimisticamente che il risparmio sulle spese oggi a carico di Palazzo Madama sarà di circa il 20 per cento rispetto alle spese attuali. Una riforma che avesse avuto come obiettivo il risparmio sui costi della politica avrebbe potuto dimezzare il numero complessivo dei parlamentari (315 deputati e 150 senatori, totale 450) ottenendo risparmi molto maggiori. Con questa riforma i parlamentari stipendiati restano infatti 630 (i deputati), più i rimborsi e le trasferte a Roma dei 100 senatori.

4. «Il nuovo Senato non sbilancia i contrappesi democratici».
Falso, se combinato con l’Italicum. La legge elettorale per la Camera (Italicum) assegna al partito vincente e al suo leader il controllo di 340 seggi. Data l’assenza di un’altra Camera con funzioni legislative altrettanto forti, ne consegue un accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del premier. Inoltre nelle elezioni in seduta comune con i senatori (ad esempio per la scelta del Presidente della Repubblica e dei membri non togati del Csm) questo meccanismo consegna al premier un potere molto maggiore. La possibilità che il Quirinale diventi un’espressione più diretta della sola maggioranza rende a sua volta maggiori i poteri del premier anche nell’elezione dei giudici della Consulta: la maggioranza di governo ne esprimerebbe direttamente 3 (tramite la Camera) e altri 5 attraverso il Presidente della Repubblica (se questi fosse espressione della sola maggioranza), più altri 2 se la maggioranza al Senato è la stessa che c’è alla Camera. Quindi su 15 giudici della Consulta un numero tra 8 e 10 (su 15) rischia di essere scelto direttamente o indirettamente dalla maggioranza di governo.

(continuano qui)

#Left cosa ci abbiamo messo dentro

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Left è in edicola. Il sommario del numero è qui.

Io mi sono occupato di Milano, di Beppe Sala, di Parisi e di Basilio Rizzo. Qui l’incipit del mio pezzo:

«L’ultimo inciampo è accaduto in zona Giambellino-Lorenteggio, periferia milanese da sempre serbatoio di voti del Pd. Beppe Sala è arrivato indossando la sua maschera da campagna elettorale, sorriso responsabile gigioneggiando disponibilità, alla Casetta Verde, sede del comitato di quartiere, pronto a tessere la solita rete di promesse per le periferie. Mentre si intratteneva con una storica abitante del luogo è stato contestato da un gruppo di residenti. Meglio: secondo lo staff di Sala si sarebbe trattato di “antagonisti organizzati” mentre loro, i contestatori, dichiarano di essere «semplicemente cittadini della zona che non dimenticano gli sgomberi e le politiche sulle periferie, oltre al bilancio di Expo che non arriverà prima delle elezioni».

Comunque le accuse devono aver colto nel segno se è vero che Sala sarebbe stato “cinturato” dai suoi collaboratori per evitare lo scontro fisico ed è stato necessario l’intervento della polizia. «Ci piace pensarti così, di corsa che scappi da chi non si fa prendere in giro e oggi ti ha sputato la verità in faccia»: hanno scritto sui social alcuni esponenti del Comitato abitanti Giambellino-Lorenteggio.
Mister Expo che perde le staffe, comunque, è il sintomo di una campagna elettorale che vede contrapposti per la corsa alla poltrona da sindaco due manager – Beppe Sala per il centrosinistra e Stefano Parisi per il centrodestra – che sembrano poco avvezzi a una campagna elettorale che non si vincerà certo con le strette di mano o con l’altisonanza dei curricula.
I milanesi puntano sulla concretezza delle risposte chiare alle domande precise, nessun fumo, e se Beppe Sala ha pensato che bastasse la retorica di “Expo = grande successo” e la benedizione di Renzi per navigare tranquillamente verso la poltrona di Palazzo Marino, oggi si deve ricredere e cercare un cambio di passo. «Serve un Beppe più umano…», si ripete tra i suoi, «meno distante», e così la strategia del “manager vincente” oggi sembra avere esaurito la forza propulsiva.
Dall’altra parte, Stefano Parisi intanto guadagna punti e sorriso: secondo un sondaggio dell’Huffington Post avrebbe recuperato il gap iniziale e risulterebbe addirittura vittorioso al ballottaggio contro Sala. “I due candidati clone”, li chiamano i detrattori: anche Parisi, infatti, come Sala, viene dal mondo degli affari e della burocrazia senza “esperienza di partito”, eppure, se è vero che Sala è stato city manager di Milano con Letizia Moratti sindaco (così come Parisi lo fu con Gabriele Albertini prima di lui), il candidato del centrodestra ha una lunga frequentazione con la politica: a 28 anni era già consigliere del ministro del Lavoro socialista Gianni De Michelis (erano gli anni della “scala mobile”) che ha poi seguito agli Esteri. Siamo negli anni 80, nel pieno fulgore del craxismo in italia. Negli anni 90 invece, mentre tutto intorno crolla, Parisi avanza fino a Palazzo Chigi: capo del dipartimento Economia del premier Amato e poi del presidente del Consiglio “tecnico” Carlo Azeglio Ciampi: arriva Silvio Berlusconi e lui, il camaleonte Parisi, è sempre lì; poi arriva Prodi (e il governo dell’Ulivo) e Parisi rimane inamovibile. Solo nel 1997 approdò a Milano a seguito dell’allora sindaco Albertini, per diventare poi direttore generale della Confindustria con il presidente Antonio D’Amato. Una vita più di scontri che di mediazioni: a Milano aveva rotto con la Cgil sul patto del lavoro e fu uno dei collaboratori del giuslavorista Marco Biagi completandone il lavoro dopo l’omicidio: mentre Cofferati portava il sindacato in piazza, Parisi dialogava con Berlusconi e Maroni per inseguire tutt’altro modello economico. Ed è lì probabilmente che è scoccata la scintilla che ha convinto Berlusconi (ma anche Salvini) a puntare su di lui per la corsa a sindaco. Candidato di un centrodestra che, qui a Milano, è ben distante dal complicato scenario nazionale se è vero che alla presentazione della sua candidatura il parterre era composto da Salvini, l’ex ministro Lupi passando per La Russa e Gelmini: roba da fantascienza, in Parlamento.»

Il resto in edicola o in digitale qui.

La risposta (giusta) della Picierno

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Anche se vi spiace, perché vi confonde le etichette, oggi ho letto l’intervista di Pina Picierno su Repubblica (di Conchita Sannino) in cui l’europarlamentare renziana dice che “l’antidoto alla camorra è la politica che rifiuta quei voti”. Nell’intervista tra l’altro si dice che c’è bisogno di tornare alla politica (lo scrivevo qui stamattina). E sono parole finalmente di senso al di là di tutta l’aria fritta (se non addirittura le falsità) lette in questi giorni. In un Paese in cui i sottosegretari si lamentano degli editoriali scomodi con i direttori qualcuno fa politica. Ora basta metterle in pratica, eh.

Parla l’ex assessore di Delrio: «La magistratura non ha saputo vedere e la politica non ha voluto vedere»

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Un’intervista illuminante a Angelo Malagoli, tra il 1995 e il 2004 assessore all’urbanistica per il Pds, Partito democratico della sinistra.

Ma allora che cosa è successo a Reggio?
La magistratura non ha saputo vedere, come ha detto Nicola Gratteri, e la politica non ha voluto vedere. E invece si è pensato di usare questi fenomeni contro di noi, contro l’amministrazione precedente.

Mi spieghi.
Delrio fa un po’ come Renzi, ha bisogno di un nemico al giorno. Quando nel 2004 diventò sindaco il suo atteggiamento politico era quello di dire: “Noi possiamo sbagliare, ma siamo migliori di quelli di prima”. Obiettivo della nuova amministrazione era sostanzialmente demolire quella precedente. Invece io mi chiedo: nel momento in cui in quegli anni si vide che il mercato immobiliare era drogato da denaro che non si sapeva da dove venisse, non ci si doveva preoccupare? Oppure bisognava prendersela con il nostro Prg? È colpa del Prg se a Reggio arriva del denaro da riciclare?

Conosce Maria Sergio, per anni dirigente dell’Urbanistica voluta da Delrio?
Sì ed è professionalmente molto valida. Ha lavorato con me negli anni in cui si scriveva il Prg e poi sono stato io a celebrare il suo matrimonio con Luca Vecchi, credo fosse il 2003.

Una informativa dei carabinieri del 2013 che riporta fonti dei servizi segreti, finita nelle carte dell’inchiesta Aemilia, parla di presunti contatti della dirigente anche con persone considerate dai pm vicine a uomini della ‘ndrangheta. Sergio, cutrese di origine, davanti ai pm racconta però di non avere molto a che fare nel suo lavoro con ditte cutresi. Lei Malagoli, che cosa pensa?
Di sicuro a Maria Sergio è stato dato un grande potere: aveva potere anche sull’edilizia privata. In comune a Reggio si diceva che i cutresi andassero tutti da lei e non più negli uffici dell’edilizia privata. La cosa all’epoca non mi scandalizzò, anche perché lei aveva molto potere.

Che cosa intende dicendo che aveva potere “anche” sull’edilizia privata?
Io non darei mai edilizia privata e urbanistica a una stessa persona (come successe per quasi un anno tra il 2009 e il 2010 a Maria Sergio, ndr). È una cosa che non sta né in cielo né in terra, se parliamo di trasparenza della pubblica amministrazione. E anche in seguito quando venne la nuova dirigente, la Sergio mantenne una specie di supervisione sull’edilizia privata.

Graziano Delrio, sentito dai pm come persona informata sui fatti nell’inchiesta Aemilia nel 2012, dice di non sapere che la Sergio era nata a Cutro e che i parenti della dirigente erano tutti nel mondo dell’edilizia.
Che non lo sapesse mi sembra inverosimile. La Sergio aveva rapporto diretto con lui. Quando Delrio diventa sindaco arrivano in comune alcuni assessori, un dirigente suo parente (di Delrio, ndr) e poi Maria Sergio: tutti fanno parte di un cerchio molto ristretto. Persone che agivano in sinergia.

(l’intervista è qui)

Così il PD si è bevuto il referendum sull’acqua

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A proposito di #paninarialgoverno vale la pena leggere Luca Fazio su Il Manifesto di oggi:

«A proposito di referendum (e non solo). Dire partito democratico (o Pd) ormai suona come una contraddizione in termini. Lasciamo stare quello di domenica scorsa, boicottato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, e mettiamo tra parentesi anche quello sulle riforme costituzionali del prossimo ottobre imposto come una prova di forza che sa di deriva plebiscitaria. Torniamo invece su quello per l’acqua pubblica del 2011 votato da milioni di cittadini – il 57% degli aventi diritto al voto con il 95% schierato per la difesa dell’acqua bene comune – e stravolto l’altra sera con la votazione finale del ddl approvato alla Camera (243 i voti a favore, 129 i contrari e 2 gli astenuti, il prossimo passaggio sarà al Senato).

Durante la votazione, tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle – applauditi e sostenuti da Sinistra Italiana – hanno sventolato magliette e bandiere blu del referendum urlando contro i banchi della maggioranza. Dalle tribune, alcuni attivisti mescolati tra il pubblico hanno lanciato volantini e bandiere del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica. Caos democratico. Il parapiglia fuori programma, e il corpo a corpo tra penta stellati e alcuni commessi chiamati a riportare l’ordine in aula, hanno provocato la sospensione della seduta. «L’acqua secondo il Pd è chiaramente a gestione privata – hanno detto i deputati della Commissione ambiente M5S – è il solito teatrino del Pd che sosteneva di rispettare la volontà popolare e invece oggi ha calato la maschera». Per Sinistra Italiana, «la gestione dell’acqua deve essere pubblica come chiesto a gran voce da milioni di cittadini con il referendum del 2011. Solo il pubblico è in grado di mettere in atto quel processo virtuoso tra tariffe, spese di gestione e servizio». Sembra che sia andata diversamente.

Certe intemperanze poco rispettose del parlamento verranno presto sanzionate, se è vero che in seguito alla solidarietà espressa ieri da tutti i capigruppo ai commessi della Camera verrà convocato un ufficio di presidenza su iniziativa della presidente della Camera Laura Boldrini. Fioccheranno sanzioni, mentre ancora non è dato sapere come la politica reagirà – e se reagirà – al colpo di mano che con un bizantinismo da azzeccagarbugli, emendamento su emendamento, ha stravolto l’impianto di un disegno di legge che originariamente era stato pensato per rendere nuovamente pubblico il sistema idrico. Come da volontà popolare.

A una prima lettura, il ddl appena approvato introduce nuove norme che sembrano positive sulla gestione, la pianificazione e il finanziamento del servizio idrico interrato. Ma alcune differenze significative saltano all’occhio se confrontiamo il testo con la sua stesura originaria che sottolineava esplicitamente la totale ripubblicizzazione del servizio idrico. Il nuovo testo, invece, stabilisce che «il servizio idrico integrativo sia considerato un servizio pubblico locale di interesse economico generale assicurato alla collettività, che può essere affidato anche in via diretta a società interamente pubbliche in possesso dei requisiti prescritti dall’ordinamento europeo per la gestione in house, comunque partecipate da tutti gli enti locali ricadenti nell’Ato (Ambito territoriale ottimale)».

Dove sta il trucco? Nel testo iniziale l’affidamento della gestione in house era blindato con la parola «prioritariamente». La sua eliminazione non sarebbe un dettaglio di poco conto, anzi, secondo M5S e Si si tratta di un vero e proprio insulto alla democrazia. Le novità più rilevanti, insieme ad altre modifiche cesellate ad arte, infatti prefigurano nuovi scenari che si scontrano con la volontà del popolo italiano. Il servizio idrico smette di essere qualificato come un servizio pubblico che non avendo una rilevanza economica viene sottratto alla libera concorrenza: ci si potrà lucrare sopra. La gestione e l’erogazione del servizio possono essere nelle mani dello stesso soggetto (anche di società quotate in borsa), e fognature, acquedotti e impianti di depurazione non devono essere affidate necessariamente a organi di diritto pubblico. Sono state apportate modifiche anche sulle concessioni per uso differente da quello potabile: nel ddl originale potevano essere revocate anche prima della loro scadenza e assolutamente non più rinnovabili, mentre ora la materia verrà regolamentata da un decreto legislativo ancora tutto da scrivere entro il 2016.

Altre novità, invece, risultano meno sgradite. A tutti i cittadini, sulla carta, dovranno essere garantiti almeno 50 litri di acqua potabile al giorno (anche in caso di mancato pagamento delle bollette, che presto verranno conteggiate con nuovi contatori installati in ogni abitazione). Le bollette diventeranno più «trasparenti» (con parametri di qualità dell’acqua, conteggio delle perdite idriche e dati sugli investimenti negli acquedotti). Sull’acquisto di ogni bottiglia di acqua minerale sarà previsto il contributo di 1 centesimo per finanziare progetti di cooperazione per l’accesso all’acqua potabile. Niente di particolarmente grave per le intoccabili multinazionali dell’acqua: aumenteranno i prezzi.»

A proposito: ecco cosa diceva il PD del sindaco di Brescello. Sciolta per mafia.

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A futura memoria, anche perché il comune è stato sciolto per mafia, primo in Emilia romagna, un bel record:

«Il Circolo del Partito Democratico di Brescello prende pertanto nettamente le distanze dalle dichiarazioni del primo cittadino fatte nella nota video intervista alla Web-Tv della associazione Cortocircuito, politicamente e culturalmente inaccettabili in relazione al suo ruolo istituzionale, per la sensibilità doverosa, richiesta e necessaria a tutti gli Amministratori PD, come già espresso dalla Federazione Provinciale del Partito Democratico di Reggio Emilia in comunicati precedenti.

Affermiamo tuttavia che siamo pienamente convinti della trasparenza e della piena onestà dell’intero operato politico e istituzionale dell’amministrazione comunale attuale e degli ultimi anni: l’ex Sindaco Giuseppe Vezzani della Lista Civica Pasquino, appoggiata dal Partito Democratico, ha fatto infatti parte del gruppo di lavoro sul tema della legalità istituito dalla amministrazione provinciale, collaborando fattivamente e attivamente al contrasto del fenomeno di infiltrazione mafiosa nelle amministrazioni comunali, siglando un protocollo d’intesa con la Prefettura di Reggio Emilia per la prevenzione dei tentativi d’infiltrazione della criminalità organizzata nel settore degli appalti e concessioni di lavori pubblici, in collaborazione con l’allora prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro.

Non abbiamo perciò alcun motivo per dubitare dell’onestà del Sindaco Marcello Coffrini, che ribadiamo ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze in relazione al suo ruolo di primo cittadino, ma nella cui rettitudine confidiamo pienamente: non sussistono ad oggi atti giudiziari di alcun tipo che possano far pensare a collusioni o infiltrazioni mafiose.» (16-04-2015)

A proposito di numeri: ecco la disinformazione sul referendum

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L’analisi di Fanpage:

«L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato i dati relativi alla copertura della tematica riguardante il referendum sulle trivelle svoltosi ieri, 17 aprile 2016, garantita dai telegiornali nazionali. Stando alle rilevazioni, i dati non sarebbero poi così confortanti. Per comprendere al meglio l’analisi della situazione, è importante partire da un presupposto: gli italiani ancora oggi si informano attraverso il più tradizionale dei media: il televisore. Anzi, nel dettaglio è il telegiornale a farla da padrone. I dati, elaborati dal Censis in occasione dell’ultimo Rapporto sulla comunicazione diramato lo scorso anno, sono chiari: i telegiornali sono scelti dal 76,5% della popolazione, seguono i giornali radio con il 52%, i motori di ricerca su internet come Google al 51,4%, le tv all news con il 50,9% e Facebook al 43,7%.

Passando all’analisi dei dati Agcom, è evidente come la copertura informativa fornita dai tg nazionali sia stata abbastanza scarsa. La rilevazione è suddivisa in quattro fasce: il periodo antecedente all’inizio della campagna referendaria, ovvero fino a 4 marzo 2016, e i tre scaglioni successivi da 14 giorni l’uno, calcolati tenendo conto dei criteri imposti dalla legge n. 28 del 2000: “Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica”.

Leggendo i grafici, quindi, si evince chiaramente come le reti televisive che hanno dato maggior spazio al referendum siano state quelle etichettabili come  “antigovernative”, Canale 5 in testa e a seguire Rai 3. Per quanto riguarda invece Rai 1, il canale filogovernativo per eccellenza, i dati sono invece sconfortanti: in totale, il Tg1 ha dedicato zero minuti dal 16 febbraio, giorno dell’emanazione del decreto per la scelta della data del referendum, al 4 marzo. Nelle restanti 5 settimane, invece, si è parlato del referendum sulle trivelle circa 41 minuti totali. Quarantuno minuti in 62 giorni. Va un po’ meglio con gli altri telegiornali Rai, invece. Tg2, Tg3 e Rai News hanno parlato complessivamente 12 minuti e 15 secondi nel periodo tra il 16 febbraio e il 4 marzo, mentre siamo oltre le 3 ore e 20 minuti nelle settimane centrali di campagna referendaria e oltre le 2 ore nel periodo che va dal 4 al 10 aprile. Scorporando però Rai News che essendo una all-news  ha esigenze di programmazione e approfondimento diverse rispetto ai tradizionali telegiornali, sia Tg2 che Tg3 hanno dedicato complessivamente circa mezz’ora per scaglione temporale al tema referendario.»

(continua qui)

Perché Giulio Regeni era una minaccia per le forze di sicurezza egiziane

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Un pezzo interessante di di Jean Lachapelle:

«Poche settimane fa, una persona che stava facendo ciò che faccio io — ricerca sul campo in Egitto — è stato assassinato. Giulio Regeni, cittadino italiano, era un ricercatore di filosofia presso la Cambridge University che studiava i movimenti dei lavoratori egiziani. È scomparso il 25 gennaio, il quinto anniversario delle rivolte del 2011, e i suoi resti ritrovati alcuni giorni dopo presentavano segni di bruciature, ossa rotte ed elettroshock. Queste lesioni sono state interpretate come segni di tortura, poiché somigliano alle stesse subite dai molti egiziani che si sono trovati a fare i conti con le forze di sicurezza del Paese in passato. Di fronte a quello che potrebbe essere il primo caso di uccisione da parte della polizia di uno studente straniero in Egitto, il MEA (associazione degli studi in medio oriente) ha di recente inviato un avviso di pericolo ai propri membri.

Cosa possiamo fare per questa tragedia? Perché è stato ucciso? E ancora, ci sono altri ricercatori a rischio?

La notizia della morte di Regeni è un profondo shock per tutti coloro che hanno condotto una ricerca in Egitto. Come lui, io ho intervistato attivisti dei sindacati commerciali indipendenti. E come molti altri cittadini di nazionalità non egiziana, ho potuto provare il largamente diffuso, ma raramente dichiarato assunto che il mio stato di cittadino straniero mi offrisse un po’ di protezione dai modi estremi della polizia, come l’abuso fisico. Questo terribile evento indica entrambi i limiti di quel senso di comfort e il sempre esplicitato spazio per i ricercatori, stranieri o egiziani che siano.

Non è immediatamente ovvio perché le autorità possano aver considerato Regeni una minaccia. Lui faceva ricerca sindacati indipendenti, un argomento apparentemente innocuo in un Paese dove la sinistra non solo è debole, ma anche ostile ai fratelli mussulmani, ovvero gli oppositori maggiori del regime. Inoltre, lo studente non era l’unico accademico sul campo che studiava problemi sensibili.

Altri ricercatori hanno intervistato gli attivisti dell’opposizione sotto il corrente regime militare, inclusi membri dei fratelli mussulmani, mentre studenti hanno pubblicato alcune criticità del regime. Ma è stato questo giovane ricercatore che ha incontrato un così brutale destino.

Perché?


Dal 2011, ho studiato come le forze di sicurezza egiziane percepiscono le minacce e selezionano i loro obiettivi. Ho catalogato atti di coercizione da parte della polizia, consultato documenti amministrativi e parlato con attivisti politici, inclusi i leader del lavoro e gli ex membri delle forze di sicurezza. La mia ricerca mi ha insegnato due cose. La prima è che le forze di sicurezza prestano più attenzione ai segnali di politicizzazione nei movimenti dei lavoratori. Sotto il regime di Mubarak, le forze di sicurezza stabilirono una sottile distinzione tra i disordini di tipo politico e quelli di tipo economico. Le proteste dei lavoratori venivano spesso tollerate o ignorate fintanto che i protestanti non facessero rivendicazioni politiche. In parallelo, agli attivisti politici erano comunque consentite le proteste e le critiche al regime, a patto che non tentassero di aizzare le masse a fini anti governativi.

Secondo, le forze di sicurezza hanno diverse idee sulle cause delle mobilitazioni popolari. Come i ricercatori sociali, le autorità egiziane hanno sviluppato teorie sull’esplosione delle rivolte popolari nel 2011. Mentre i primi hanno enfatizzato la spontaneità, il coraggio e le azioni dei cittadini ordinari durante i 18 giorni delle rivolte del 2011, le forze di sicurezza egiziane credono che la rivolta fu suscitata da ben organizzate forze politiche, capaci di manipolare la maggioranza dei cittadini per fini politici. Nell’estate 2011, quando chiesi ad un ex membro delle forze di sicurezza perché i protestanti anti-Mubarak avessero avuto successo, lui diede la colpa a cospirazioni dall’estero, in particolare dal gruppo palestinese Hamas. Accuse di pressioni dall’esterno che causano instabilità politica in Egitto sono comuni tra i media egiziani.

Negli USA, queste visioni sono spesso chiuse come classica propaganda autoritaria. Comunque sia, la mia ricerca suggerisce che queste ansie sono reali e spiegano il modo in cui il regime egiziano percepisce le minacce. In particolare, fanno in modo che le forze di sicurezza siano molto attente ai legami tra gli elementi stranieri e i settori “mobilizzabili” della società.»


È possibile che le attività di ricerca di Regeni siano state scambiate come tentativo di preparare una nuova rivolta. Lui ha costruito legami con gli attori locali, frequentato incontri con gli attivisti del lavoro e parlava un arabo eccellente — una abilità essenziale per un ricercatore, ma anche un elemento che sfortunatamente tende a creare sospetti. Sembra che avesse a cuore i problemi del lavoro e scrisse articoli critici sul regime guidato dal presidente Al-Sisi per un giornale italiano. Un articolo, pubblicato postumo, che offre una analisi accurata dello stato dei sindacati indipendenti in Egitto.

Contrariamente a ciò che è stato suggerito altrove, le sue visioni critiche erano probabilmente meno consequenziali rispetto alle sue connessioni, i suoi contatti e il suo attento lavoro di reporting sul campo.

Regeni è sparito durante un’azione di sicurezza atta a prevenire qualsiasi tipo di protesta il giorno del 25 gennaio. Nei giorni precedenti questo anniversario, le forze di sicurezza hanno perquisito 5000 appartamenti nel centro del Cairo, un’azione che, a quanto riferito, aveva seguito mesi di lavoro di intelligence per trovare “attivisti pro-democrazia dentro e fuori dal Paese, stranieri inclusi”.

Forse il rapimento di Regeni fu ordinato dopo una lunga osservazione. O forse è stato semplicemente preso dalla strada da qualche ufficiale nervosetto mentre era sulla via per incontrare un amico, per poi aumentare il sospetto durante la detenzione. Ad ogni modo, il fatto che sia stato “interrogato fino a 7 giorni” indica la probabilità che le forze di sicurezza lo vedessero come una minaccia.

(continua qui)

Il cattivismo e il nuovo peccato di “senso di colpa”

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“Non ci farete venire i sensi di colpa” (un distinto signore rivolto a un funzionario dell’ufficio immigrazione del ministero dell’interno).

Assisto, inquieto e tuttavia ammirato, al trionfo finale del Cattivismo. Ma cosa intendo con questo termine? Il Cattivismo nasce come rovesciamento materiale di un presunto sentimento trasformato in una retorica che si vorrebbe dominante: il Buonismo.

Dico materiale perché all’origine si tratta semplicemente di una sorta di declamazione della fermezza: mezzi forti e metodi spicci in contrapposizione a mezzi considerati “molli” e a metodi ritenuti inconcludenti, che sarebbero connotati qualificanti del Buonismo.

Dopodiché, quest’ultimo – criticato e stigmatizzato per ogni dove e assurto al rango di vizio capitale della sinistra – si è rivelato per quel che era: un’invenzione di comodo, utilizzata come ingiuria politica, per squalificare valori e programmi osteggiati dalla destra.

Di conseguenza, quell’invenzione di comodo ha rappresentato il bersaglio ideale in un ambiente sociale e in un clima ideologico segnato da ansie collettive e da paure sotterranee. Ansie e paure che pretendevano di essere sedate non con formule ispirate a una fragrante solidarietà e alle buone virtù sociali di una volta, bensì con strategie aggressive e maschie. Ed è andata proprio così.

Il Buonismo si è rivelato qualcosa di simile al vapore acqueo o, al massimo, un residuo evocativo di sparute minoranze religiose e/o comunistiche. Ma dietro al paravento di questa offensiva antisolidaristica e antivirtuosa, si è affermato un pesante apparato repressivo.

Se solo si osservano con un minimo di attenzione le normative in materia di immigrazione, di rom e sinti, di istituti penitenziari e ospedali psichiatrici giudiziari e più in generale quelle relative alle marginalità e alle povertà, si vedrà che l’insieme di provvedimenti di legge e di ordinanze municipali, di misure per l’ordine pubblico e di politiche per le minoranze risulta connotato da un orientamento sostanzialmente di controllo, di esclusione e di discriminazione. In altre altre parole, è il Cattivismo che domina non solo nel governo del disordine sociale, ma anche nel senso comune diffuso.

Il Buonismo, ridotto a quel che è sempre stato – una esile espressione retorica, propria di piccoli gruppi – è in rotta. Dunque, ecco il fiero affermarsi del crudelismo sociale e ideologico. Ed esso, come avviene in tutte le rivoluzioni vittoriose, aspira a prolungarsi e a riprodursi nella forma di una egemonia ideologica e fin morale.

Un racconto per anime belle

Dunque, il Cattivismo, diffusosi largamente, e diventato bandiera e promessa del nuovo potere, ambisce ad assumere i tratti di un vero e proprio sistema di valori. E a dotarsi di una sua base morale.

Ciò può accadere perché la nostra società ha conosciuto profonde trasformazioni. L’imporsi della cultura dell’individualismo come egotismo autosufficiente ha reso friabili le grandi idee, quali uguaglianza e giustizia, le ha espunte dal sistema dei diritti e delle garanzie, le ha ridotte a manifestazioni di sentimentalismo.

In questo scenario, sembra che quei concetti abbiano perso qualunque fondamento razionale e qualunque riferimento all’utilitarismo sociale, per assumere la forma, evanescente e impalpabile, di espressioni umorali e, nel migliore dei casi, di categorie dello spirito.

In un simile quadro, solo il Cattivismo è apparso come concreto, efficace e utile. E il Buonismo è risultato un racconto per anime belle. Poco importa che la verifica scientifica della remuneratività del Cattivismo riveli tutta la fallacia di quella strategia e proprio rispetto ai fini che dice di perseguire.

La vita sociale sembra involvere in una spirale avvitata su se stessa e in un progressivo accorciamento della misura dei rapporti di comunità

Un esempio solo: esiste in Europa un solo stratega militare o un polemologo o un ingegnere navale o, accontentiamoci, un marinaio che confermi l’utilità di “bombardare i barconi”, “attuare il blocco navale”, “affondare scafi e scafisti”? In altri termini, il crudelismo sociale e ideologico si rivela un’utopia regressiva e fosca (espellere i rom? Ma se, al 52 per cento, sono cittadini italiani!).

E, tuttavia, quel processo di torva regressione non si arresta. La vita sociale sembra involvere in una spirale avvitata su se stessa e in un progressivo accorciamento della misura dei rapporti di comunità: così che la “dimensione umana” si restringe vieppiù, fino a coincidere con quella del nucleo familiare.

Non è più solo la crisi dell’universalismo: è, piuttosto, la manifestazione ultima ed estrema di quella stessa crisi. E non è nemmeno più l’esaltazione della società liquida: in suo luogo, si delinea una società di “nicchie”, compartimentate e, nelle aspirazioni , autosufficienti e indipendenti.

Ne discende che non regge più alcuna solidarietà più lunga del perimetro della propria abitazione privata. Lo stesso localismo – metro politico di misura degli ultimi due decenni – risulta troppo “largo”: imporre una qualsivoglia integrazione comunitaria è un’impresa ardua da realizzare in un tempo di così acuta crisi sociale e di così esasperata frammentazione.

È in questo quadro che il senso di responsabilità – come reciproco farsi carico dell’altro – rovina. Io mi faccio carico di me stesso, dei miei cari e, al più, dei miei simili più simili. Il legame sociale, fondamento di ogni comunità organizzata, si riduce al vincolo familiare e, eventualmente, a quello di famiglia estesa e di parentela allargata.

La sequenza successiva è fatale: se non mi assumo responsabilità per quanti si trovano al di fuori di questa cerchia ristretta e saldamente presidiata, non proverò senso di colpa per la mancata assunzione di responsabilità. Tutto qui. La cancellazione del senso di colpa ha questa origine e segue questa dinamica.

Una interpretazione frettolosa, sulla scorta di letture superficiali potrebbe considerarlo un progresso, ovvero il segno di una acquisita maturità. Ma, se nella sfera della psiche individuale il superamento del complesso di colpa può rappresentare l’emancipazione da un pesante apparato di ansie e fobie di punizione, nella vita sociale e nelle comunità organizzate il sottrarsi al senso di colpa corrisponde irreparabilmente a una dichiarazione di irresponsabilità. Dunque, a una fuga senza fine.