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Politica

A Desio finalmente un “bel” sindaco sceriffo

torredesio

In tempi di politici “sceriffi” con i fragili, i deboli e i bisognosi ogni tanto succede che un sindaco eserciti la propria carica per sfidare i prepotenti. Ed è, secondo me, una notizia bellissima perché rivaluta la politica come strumento naturale della giustizia. Per questo credo che il sindaco di Desio Roberto Corti che finalmente chiede i danni al fedifrago (condannato e poi prescritto) dirigente comunale Rosario Perri abbia bisogno del sostegno e della vicinanza di tutti, indipendentemente dal colore politico. Per farsi un’idea sul personaggio basta fare un giro proprio sul blog, qui.

Su Bedori, Milano e M5S

bedori

Credo di non avere mai conosciuto nella mia (piccola) esperienza politica un candidato che rinunci a fare il candidato sindaco di Milano. Una persona che non accetti di stare sotto ai riflettori, apparire sui giornali, godere di un protagonismo collettivo con ricadute assolutamente personali: a me sta simpatica la Bedori che si ritira dalle elezioni milanesi. Lo trovo un gesto di umiltà e poesia. E non me ne frega niente se qualcuno mi suggerisce che la decisione sia nata da altri o cos’altro: le candidature a sindaco sono i blocchi di partenza e l’esibizionismo di tante pochezze. Lei ha rinunciato. Punto.

#unafirmaperBray

«Roma non ha bisogno di un altro candidato: Roma ha bisogno di un diverso respiro, di ricominciare ad emozionarsi per le sue bellezze e intelligenze, di chiudere con i tatticismi e le zuffe di partito, di svoltare dal mafiacapitalismo per riportare la città e la politica lì all’altezza della cultura che contiene.

Queste prossime elezioni amministrative possono (e devono) essere una svolta culturale e noi riteniamo che Massimo Bray possa essere la scintilla di questo cambiamento collettivo. Per questo gli chiediamo di considerare l’entusiasmo del progetto che è pronto ad accendersi con lui.»

Inizia così l’appello lanciato per convincere Massimo Bray ad ascoltare le molte voci che lo vorrebbero candidato. Io l’ho firmato. Si può leggere e firmare qui.

A proposito di Gherardo Colombo

(foto di Armando Rotolati) http://armandorotoletti.com
(foto di Armando Rotolati) http://armandorotoletti.com

Alessandro Gilioli ha centrato il punto:

«Mi pare di leggere nelle sue frasi, infatti, un certo grado di sospetto verso le pratiche di quella stessa parte politica che lo avrebbe voluto candidare. Mi riferisco a quando scrive: «Il ruolo di sindaco dovrebbe prevedere il supporto di una squadra di persone scelte con anticipo e ponderazione, competenti e fidate, con le quali condividere un percorso così importante per i cittadini». Ecco, magari sbaglio, ma ci leggo una critica alle improvvisazioni pre-elettorali della sinistra (e quante ne abbiamo viste, in questi anni, di queste improvvisazioni!). E ci vedo pure una possibile preoccupazione per quello che gli sarebbe rapidamente successo se avesse detto sì: l’assalto alla diligenza per un posto in lista o in squadra, e poi paletti, mediazioni, trattative, spartizioni. Che un po’ fanno parte della politica, certo, ma se sono troppe la inquinano, la distorcono, ne svuotano il senso.»

E sono d’accordo con lui, in pieno. Perché questa lezione sembra proprio che non si riesca ad imparare. Il suo post è qui.

«Io mi sento ‘nnocente e affavvore dellallegalità»

Guardatevi questo video:

Lui è Giambalvo, appena tornato ad essere consigliere comunale a Castelvetrano. Sua vicenda si è mosso anche Claudio Fava (la notizia è qui). Per capire chi è il personaggio in questione basta riprendersi questo bell’articolo di Tp24:

L’ultima “apparizione” politica è stata pochi giorni prima delle elezioni amministrative a Campobello di Mazara. Da quelle parti, oltre che nella sua vicina Castelvetrano, Calogero Giambalvo è molto conosciuto. “Lillo”, così lo chiamano tutti, è tra i sedici arrestati nell’operazione Eden 2 che ha fatto ancora una volta terra bruciata attorno al super latitante Matteo Messina Denaro. Giambalvo è consigliere comunale a Castelvetrano da qualche mese. E’ entrato in consiglio dopo due elezioni andate a vuoto. Nel 2007 si candida nella lista dell’attuale deputato regionale Giovanni Lo Sciuto, e per pochi voti non diventa consigliere. La storia si ripete nel 2012, quando con l’ex Fli tenta ancora la corsa al consiglio comunale. Niente, termina la corsa risultando il primo dei non eletti. Ma un rimpasto di giunta e la nomina ad assessore del consigliere Giuseppe Rizzo lascia a Giambalvo la possibilità di entrare in consiglio comunale. Aderisce subito ad Articolo 4 di Paolo Ruggirello. E proprio con il deputato regionale all’Ars sarebbe stato intercettato nei giorni precedenti le elezioni di Campobello. Le microspie dei Ros avrebbero reistrato una conversazione tra i due. Con il consigliere comunale che gli avrebbe chiesto di seguirlo in auto per parlare con una persona. Ruggirello, guardingo, chiede chi fosse. E Giambalvo avrebbe risposto: “E’ uno condannato a vent’anni, cchiù mafiusu i mia”. Potrebbe essere una battuta, ma arriva proprio pochi giorni prima del blitz dei Ros. Con Giambalvo che finisce in carcere proprio con l’accusa di essere organico all’associazione. Chissà cosa pensava a fine ottobre quando a Castelvetrano si teneva un consiglio comunale aperto contro la mafia, dove il presidente della Regione Rosario Crocetta diceva, provocando non pochi mugugni, che in Sicilia non c’è consiglio comunale che non abbia al suo interno esponenti della mafia. Pensava, magari, che non parlava di lui. Tra estorsioni, raid punitivi, e confidenze fatte ad altri politici, Giambalvo , però, viene intercettato diverse volte nel corso dell’ultimo anno. Viene accusato di estorsione e di aver imposto ad operatori commerciali della zona l’acquisto di bibite presso la propria azienda. Si sarebbe adoperato per sistemare gli appalti per il nuovo centro commerciale “A29”, a cui dovevano partecipare aziende vicine a Girolamo Bellomo, ambasciatore di Messina Denaro a Palermo. Ma non solo. I suoi colloqui, svelano tante altre cose.

1416855018-0-nell-eden-di-messina-denaro-lillo-giambalvo-il-consigliere-comunale-che-incontro-il-bossQuegli incontri emozionanti con Matteo e “don Ciccio” Messina Denaro.
“Abbracci e pianti”. Una scena che Raffaella Carrà non avrebbe saputo confezionare. Siamo tra il 2009 e il 2010, e nelle campagna di Castelvetrano, dalle parti di contrada Zangara, Lillo Giambalvo si sarebbe incontrato proprio con il super latitante Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa nostra. La circostanza la racconta lo stesso Giambalvo a Francesco Martino, un altro politico. Martino è infatti consigliere comunale dell’Udc e ascolta con partecipazione i racconti del collega. Assieme rievocano i bei tempi che furono. I rapporti con i Messina Denaro, da quello che emerge dall’inchiesta, erano solidi da tempo. Da quando era in vita il vecchio don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo, morto nel 1998. In una conversazione intercettata dalle cimici dei Ros Giambalvo racconta dell’ultima volta che ha incontrato don Ciccio Messina Denaro: “portava il fazzoletto attaccato, gli faceva due scocche, sempre il fazzoletto portava lo zu Ciccio. Cappello, coppola e fazzoleto al collo. Io l’ho visto prima di morire. Ti pare dove era all’Africa? Qua dentro il paese era! Restando tra di noi, io lo vedevo tutte le settimane”. E racconta di un fatto accaduto pochi mesi prima che il vecchio boss di Castelvetrano morisse ancora latitante: “Un tre mesi prima di morire, io ci sono andato alla casa per scaricare tronconi.Mentre scaricavo tronconi, minchia c’era un profumo di caffè. Entra, ‘Lillo prentiti il caffè’, oh zu Cicciu assabenerica, minchia ci siamo abbracciati e baciati, io ogni volta che lo vedevo mi mettevo a piangere perchè… mi smuvia..” Poi aggiunge il consigliere comunale che in quell’occasione è dovuto scappare: “Lilluzzo ma tu sei cresciuto, tutta posto, mi faceva quattro domande, mi diceva quattro minchiate per dire ci prendiamo il caffè, allora tutto assieme mi sento dire così, senti qua, viene una delle sue figlia e mi dice: Lillo vattene escitene con questo trattore da qua dentro, stanno venendo a fare perquisizione, corri, scappa, vattene Lillo, vattene di corsa, minchia salgo sopra il trattore, esco con il trattore e con il rimorchio, loro di colpo chiudono il portone, minchia sono arrivati 1000 sbirri Ciccio… non l’hanno trovato! Ti giuro, che non devo vedere i miei figli, io ho fatto tutta la via, da Castelvetrano a Zangara a piangere mi sono detto lo hanno arrestato…”. Invece Ciccio Messina Denaro non è stato mai preso vivo, i suoi familiari lo hanno fatto trovare già pronto e vestito per il suo funerale dopo il decesso da latitante. Martino, che ha seguito il racconto quasi in silenzio, è rimasto rincuorato. I “mille sbirri” non hanno trovato il vecchio boss, e lui: “meno male!”. 
Giambalvo a Martino confida di aver incontrato tra il 2009 e il 2010 anche Matteo Messina Denaro. “Ero a Zangara a caccia, loro raccoglievano olive, ho preso una lepre che era quattro chili e sei, e l’avevo nel tascapane nella giacca che mi usciva metà di qua e metà di qua, prendi, mentre camminavo, lui (Matteo Messina Denaro, ndr) andava da mio zio Enzo. Mio zio gli ha detto, se vuoi andare a sparare vai a sparare, mio nipote sopra l’ho sentito sparare può darsi che qualche coniglio lo ha preso dice, acchianaci, minchia lui sale a piede da solo come un folle, io non lo avevo riconosciuto a primo acchitto, era invecchiato, mi sono detto, ma questo perchè minchia mi cappina appresso, poi ho fatto che mi sono nascosto nella spalliera nelle filara e mi sono buttato sotto le zucche, minchia lui salendo a me andava cercando, lui perchè non mi ha visto più poi ma quando è arrivato mi ci sono alzato, abbiamo fatto mezz’ora di pianto tutti e due. Lillo come sei cresciuto? Lillo, e io mezz’ora di pianto, e mi voleva fottere la lepre con questa piangiuta, ma io gli ho detto ‘stiamo facendo mezz’ora di pianto e ti stai fottendo la lepre gli ho detto…”. Quello che Giambalvo ha raccontato all’amico è tutto da verificare, se effettivamene il consigliere comunale si è incontrato col boss. E anche se, come confida a Martino, ci ha pensato direttamente “diabolik” a dirimere una questione tra Giambalvo e un altro soggetto: “Ci fu un periodo che lui (Matteo Messinda Denaro, ndr) qua tutte le settimane lo vedevo pure, quando fu dell’ingrosso qua da me, non me l’ha sbrigata lui la matassa? Lui me l’ha sbrigata. Quando fu del mio ingrosso, loro sono andati a cercare “cristiani” io non sono andato a cercare nessuno solo a uno io sono andato a cercare. Sono andato alla “testa dell’acqua”…”. Giambalvo per Matteo farebbe di tutto: “Se io dovessi rischiare 30 anni di galera per nasconderlo rischierei! La verità ti dico! Ci fossero gli sbirri qua? E dovessi rischiare a mettermelo in macchina e fallo scappare io rischierei. Perche io ci tengo a queste cose”


“E’ finita la festa”

Eden 2 è il seguito dell’operazione scattata a Castelvetrano nel dicembre 2013, e che porto in carcere 30 persone fedelissime a Messina Denaro. Tra queste anche diversi parenti, tra cui la sorella del boss, Patrizia. L’indomani del blitz Giambalvo è molto dispiaciuto, entra in panico al solo pensiero che potessero arrestare Girolamo Bellomo, indicato, nell’operazione della scorsa settimana, al vertice del gruppo di fiancheggiatori della primula rossa e suo ambasciatore per le cose palermitane. Giambalvo, si sfoga con suo cognato, Daniele Notarnicola: “Minchia a Patrizia si sono portati? Minchia che cose tinte. Ma come si fa? Ma non se ne può più vero picciotti. Minchia non se ne può vero picciotti miei. Ti faccio vedere che hanno arrestato a Nino Amaro, il fratello di Aurelio. No Alfredo, Nino! Bada tutto a lui lì. Ti faccio vedere che si sono portati a Nino. Ti faccio vedere che si sono portati ad Aurelio, non ci credi tu? Minchia “nzama Dio” mi dispiace troppo assai. Già sto male per patrizi. Minchi ma come si fa, ma come si fa ma come dobbiamo fare? E’ finita la festa. Ma se buttana dell’inferno si fa veramente cose…speriamo u signuruzzu che non ci nuocciono…ma cme si fa, ma come si fa picciotti mei, minchia non si coglionia più picciotti non c’è niente da fare. Minchia ti faccio vedere che si sono portati a Santo Clemente a Luca (Bellomo, ndr) minchia… se si sono portati a Luca tutti consumati siamo, tutti consumati, la terza guerra mondiale succede. Se si sono portati a Luca”. Giambalvo con il suo interlocutore fa i nomi di alcune persone che saranno poi arrestate nel corso di Eden 2. Come i Cacioppo: “ci dovrebbero essere drocu in mezzo. Tu pensi che non li prendono in considerazione? Ma secondo quello che gli hanno fatto fare…”. A Giambalvo la notizia del blitz ha scioccato: “magari a me mi si è svuotato lo stomaco”. E ripete, sempre, “ma come dobbiamo fare?”.

Quell’infame di Cimarosa
E come dobbiamo fare con quel Lorenzo Cimarosa, membro della famiglia Messina Denro, che ha deciso di spifferare tutti i segreti della cosca di Castelvetrano? Non si dà pace Lillo Giambalvo a colloquio con il cognato: “Minchia se ti racconto l’ultima. Cimarosa collaboratore di giustizia! Lorenzo Cimarosa! Minchia!! E’ su internet cose tinti picciotti miei. Tu te lo immagini? Troppo tinta la parte è! Io non capisco più niente…boh…ha detto che in due mesi gli ha dato 60 mila euro a Patrizia per portarli a suo fratello…a tutti consuma chissu… la prima volt se l’è fatta bello sereno la galera e ora si scantà”. Giambalvo però l’avrebbe la soluzione: “si fussi iè Matteo appena iddu….accussì latitante iè ci ammazzassi un figghiu…e vediamo se continua a parlare…perchè come si fa? Minchia chiuddu di dintra! Ehh iddu docu…tutti possono parlare tranne lui!!” E Giambalvo sembra auspicare un intervento di cosa nostra: “se lo devono bloccare s’hanna smuovere”. Non sa di essere intercettato. E non sa che l’operazione Eden scatta anche con le confidenze fatte da Cimarosa.

La spedizione punitiva.
Lillo Giambalvo è uomo di sentimenti. Si mette a piangere con i Messina Denaro, gli si smuove lo stomaco venendo a conoscenza dell’ennesimo blitz antimafia nella sua città. Ma è anche persona di sostanza, di maniere forti. Perchè, quando c’è da recuperare l’oro rubato della madre di Matteo Messina Denaro a casa di Beppe Fontana, lui si mette subito a disposizione per la spedizione punitiva nei confronti del ladro. Alla spedizione punitiva chiesta da Fontana, come emerge dalle intercettazioni disposte dalla Dda, ha partecipato anche il consigliere comunale Giambalvo, che ai suoi amici spiegava un po’ i fatti: “ma io non ci credevo che campava picciotti, io che campava non ci credevo…e tannu ho buttato il maglione nuovo… e l’hanno lasciato morto al kartodromo, poi l’hanno salvato, ma gli ha fotttuto 60 mila euro d’oro, alla madre di Matteo… 60 mila euro d’oro, tutto, proprio da lei, l’oro pure della signora Lucia avevano preso”. Stavano parlando della madre del latitante e di Lucia Panicola, suocera di Patrizia Messina Denaro. E sulle condizioni di Massimo Angileri, il pregiudicato che aveva osato rubare l’oro della famiglia: “ancora in prognosi riservaga, l’hanno lasciato morto, una costola sana non gli è rimasta, le gambe rotte in tre parti e non sappiamo se rimane sulla sedia a rotelle, le praccia rotte, spalle cadute, testa spaccata…”.

Desio, Forza Italia e la mafia

Un gran lavoro di Mario Portanova:

Nuova-Forza-Italia-2Non è stato necessario neppure un articolo, è bastata la domanda di un giornale locale. E il vicecoordinatore di Forza Italia a Desio, alle porte della Brianza, ha scelto di dimettersi. Il motivo? Christian Marrone appartiene a una famiglia che vede diversi componenti pesantemente coinvolti nelle inchieste su ‘ndrangheta e politica nella cittadina in provincia di Monza. E se vale sempre il principio che le colpe dei padri non ricadono sui figli, la sua presenza ai vertici del partito berlusconiano ha suscitato più di una perplessità, dato che nel 2010 la storica giunta Lega-Pdlcadde sull’onda dell’inchiesta Inifinito sulla ‘ndrangheta in Lombardia, e il cognome dei Marrone ricorreva in quelle carte. Le stesse in cui si leggeva che  a Desio la ‘ndrangheta era arrivata a “permeare i gangli della vita politica comunale” e i boss locali “possono contare su esponenti di rilievo della vita pubblica per risolvere problemi e ottenere vantaggi all’interno della pubblica amministrazione”.

Christian Marrone, mai sfiorato dalle inchieste, è stato eletto vicecoordinatore cittadino di Forza Italia nel luglio 2015, quando erano già note da tempo le vicende che coinvolgevano i suoi familiari. Ignazio, cugino del padre di Christian, nel processo Infinito è stato condannato in via definitiva per detenzione di armi, ricettazione e danneggiamento aggravato. Nell’ordine di custodia della storica inchiesta firmata da Ilda Boccassini e dal pm monzese Salvatore Bellomo compariva anche un altro cugino, Natale Marrone, consigliere comunale Pdl. Natale aveva pensato bene di contattare un noto boss locale, Candeloro Pio (poi condannato definitivamente per associazione mafiosa) per chiedergli di “esperire un’azione violenta”, scrivono i pm di Infinito, nei confronti di Rosario Perri (big locale di Forza Italia, assessore provinciale prima di incappare anche lui in guai giudiziari). Ma si era sentito rispondere che Perri non poteva essere toccato in quanto “appoggiato da persone di rispetto”. Natale Marrone si dimise dal consiglio scusandosi per il “momento di rabbia”.

Queste vicende non hanno impedito l’ascesa di Christian, anche se proprio sui rapporti fra mafia e politica il partito berlusconiano ha perso la guida di Desio, dove dal 2011 regna una giunta di centrosinistra che ha fatto della rottura con gli intrecci politico-affaristico-mafiosi del passato una bandiera. Il 26 gennaio, però, Ignazio Marrone è incappato in un nuovo ordine di custodia cautelare della procura di Milano, questa volta per associazione mafiosa. La Direzione distrettuale antimafia considera lo zio del politico – originario di Canicattì (Agrigento) –  “pienamente inserito nella cosca Iamonte di Desio“, con un ruolo di cerniera fra gruppi criminali calabresi e siciliani trapiantati in Brianza. Non solo. In queste nuove carte è citato (non indagato) anche il padre di Christian, Gioacchino Marrone, già arrestato per droga nel 2009. Con Ignazio – di professione sfasciacarrozze – discute fra l’altro di armi e di un acquisto di “candelotti di dinamite” al prezzo di 300 euro l’uno.

Così ilfattoquotidiano.it e Il Cittadino di Monza e Brianza (che sabato 13 febbraio esce con un articolo in merito) hanno iniziato a ricostruire queste vicende per chiederne conto ai vertici di Forza Italia a Desio. In riposta è arrivata la comunicazione delle dimissioni di Christian Marrone, accompagnata però da una sorta di diffida ai cronisti. Il vicecoordinatore si è fatto da parte “per tutelare il nome del partito e dei suoi membri”, scrive in una email la portavoce del partito Cinzia Bertazzo. Che avverte: “Qualora si verificasse nuovamente da parte vostra l’associazione delle  figure di Forza Italia al passato ed alle persone allora coinvolte ci vedremo costretti ad adire le competenti sedi” e “senza ulteriore avviso”. In primavera Desio torna al voto e i cronisti che vogliano raccontare le relazioni pericolose dei nomi in lista sono avvisati.

“Apprendo con soddisfazione delle dimissioni”, afferma in un nota Lucrezia Ricchiuti, senatrice Pd che dal consiglio comunale di Desio denunciava gli intrecci tra mafia, politiica e affari anni prima dell’inchiesta Infinito. “Certo sulla persona non ci sono addebiti e credo che la decisione sia stata dettata da una riflessione sull’opportunità politica di rivestire quel ruolo”. Quanto alla reazione di Forza Italia, “se un partito vuole presentarsi come ‘il nuovo’ non può non fare i conti con il passato”. E la stampa “non deve essere considerata un fastidio né tantomeno intimidita con più o meno velate querele”.

(fonte)

Cosa c’entrano Formigoni e Lady Gaga con le primarie di Milano

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Ma andiamo con ordine. A Milano sono andate in onda le primarie del centrosinistra. Meglio: sono andate in onda le primarie tra i nostalgici idealisti e visionari e dall’altra parte il Grande Partito della Politica Nazionale sempre in cerca dei manager più brillanti per la propria rete di vendita del consenso. Da una parte ci stavano i due candidati specializzati nell’umanità dei numeri (Majorino) e nell’etica della serietà (Balzani) mentre di là il manager più manageriale del momento, il Bertolaso in salsa renziana, il candidato Giuseppe Sala, l’universalmente esposto, macinava tutt’altro: fili di governo, sponsor importanti e quella faccia un po’ così di quello che ci sta facendo un piacere ad essersi candidato e pure “abbassato” a primeggiare nelle primarie prima della corsa vera. Quelli facevano le primarie e lui aveva già superato il colloquio di assunzione. Per dire.

Per carità, niente contro Giuseppe Sala: al di là della piccola spinta di un EXPO al posto dei gazebo come campagna elettorale, di un bilancio finale (dell’Expo) che ha acceso una difformità di interpretazioni nemmeno fosse stato il quinto vangelo e la sfortuna di avere avuto qualche collaboratore infingardo mi dicono comunque che sia uno bravo a fare di conto e hanno pensato bene di farne l’amministratore delegato di Milano. Con un piccolo neo: che Sala sta al progetto Pisapia (o comunque a quello che gli elettori hanno creduto di vedere nell’era Pisapia) come Formigoni potrebbe stare a Lady Gaga: possono scimmiottarne le mossette ma il risultato finale rimane piuttosto distante. Ah, c’è un altro piccolo neo: Sala ha vinto le primarie di centrosinistra senza essere di sinistra e forse appena appena di centro. Niente di grave, eh, sta benissimo nel nuovo corso del Partito Unico ma Milano ha il cuore morbido e chissà perché ci sperava ancora che questa cosa del Partito della Nazione fosse solo una maldicenza.

(Continua qui su Left)

Non fatevi intossicare dalla banalità del male

tossico

Un appello da studiare, stampare e appendere ai muri. Dappertutto:

Siamo un gruppo di studiosi e docenti universitari di storia, letteratura e cultura dei paesi arabi, africani e islamici, e scriviamo dopo la pubblicazione di alcuni articoli sulla stampa italiana a seguito dei fatti di Colonia. Da essi è scaturito un dibattito pubblico superficiale, incentrato sulla paura dell’Islam, dell’immigrato, dell’arabo; focalizzato, in senso lato, sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “altro” e, in quanto tale, “pericoloso”.

Si tratta di un discorso che, come insegna uno dei testi fondanti degli studi post-coloniali (Edward Said, Orientalismo), ha radici storiche profonde, riproponendosi con recrudescenza in ogni momento di crisi.

Riteniamo importante prendere posizione contro la stampa generalista che fa della banalizzazione e della schematizzazione, antitesi di ogni forma di analisi complessa e articolata, il mezzo di un progetto di disinformazione di massa quantomeno preterintenzionale.

In particolare ci ha colpito, il 10 Gennaio scorso, l’editoriale intitolato “Da dove viene il branco di Colonia” di Maurizio Molinari, già corrispondente da Gerusalemme per La Stampa e suo neo-direttore, oltre che autore del controverso instant book Il Califfato del Terrore.  Varie critiche sono state subito mosse al testo, un vero e proprio pamphlet. Ad esempio, il collettivo di scrittori WuMing osserva come “nel generale squallore e servilismo”, sia tuttavia “importante segnalare passaggi di fase, salti di qualità, ulteriori salti in basso e spostamenti a destra”[1].

Concordiamo sul fatto che questo articolo sia un punto di non ritorno dell’informazione di bassa qualità che da anni sedicenti “specialisti” offrono al pubblico italiano.

Ci pare che esso condensi in maniera esemplare una serie di strategie di riduzione del pensiero, di cui riteniamo gravi le ripercussioni sulla formazione dell’opinione pubblica. Nel suo articolo, in un crescendo di affermazioni a dir poco peregrine, Molinari inventa una vera e propria “genealogia della barbarie” araba, che sarebbe, a suo dire, basata sull’ “ancestrale” e “atavico” elemento tribale.

Egli individua nel cosiddetto “senso di appartenenza tribale” la causa degli atti violenti contro le donne a Colonia. Tale sentimento (che Ibn Khaldūn, uno dei precursori della sociologia moderna nel XIV secolo, denomina asabiyyah), sarebbe stato temporaneamente “domato” dalle forme di controllo sociale esercitate dagli stati-nazione mediorientali, e sarebbe ora rinascente in seguito alla parziale disgregazione dei poteri statuali dell’area dopo le rivolte del 2011.

L’editoriale-pamphlet si distingue per i toni caricaturali, per la totale a-storicità della sua fantasiosa teoria, per il disprezzo del più basilare fact-checking, anche in relazione ai fatti di cronaca dei quali pretende di fornire un’interpretazione storica e socio-antropologica.

A fronte di questo pericoloso riduzionismo, crediamo necessario introdurre una riflessione più ampia sul significato e sugli obiettivi del tipo di narrazione mediatica proposta non solo da Molinari, ma da molti giornalisti e intellettuali italiani.

Nel testo succitato, l’autore ribadisce come le violenze sessiste di Colonia siano state causate dal riattivarsi “dell’atavico tribalismo arabo”. I problemi di questa interpretazione sono fondamentalmente due: da un lato si presuppone un “eccezionalismo arabo” che non è fondato su alcun dato empirico; dall’altro emerge una totale ignoranza delle dinamiche storiche di sviluppo sociale e politico dei mondi mediorientale e africano moderni e contemporanei.

Indubbiamente il lealismo tribale è un fenomeno sociale esistente nelle aree geografiche in cui si sono sviluppate la civiltà arabo-islamiche. D’altra parte, esso ha caratterizzato l’organizzazione dei gruppi umani in altre aree del globo le cui società tradizionali erano di tipo segmentario e basate sul concetto di parentela, così come avveniva in Europa perfino all’interno degli imperi plurinazionali ben oltre il tardo Medioevo.

Il tribalismo, quindi, non è ascrivibile specificamente al contesto semitico (pensiamo ad esempio ai clan celtici, alle gentes romane originarie, ai Baschi, alle popolazioni migranti dall’Asia centrale durante il III e IV sec. d.C….) così come pretende una cattiva divulgazione di una certa antropologia de-storificante o pseudo-folklorica intrisa di imperialismo coloniale – dalle cui scorie sarebbe necessario affrancare il discorso pubblico italiano e europeo.  Allo stesso modo, usanze come la razzia o la vendetta sono correlate con l’economia politica di società – per lo più nomadi – con una precaria disponibilità di risorse alimentari e non, come sembra ribadire il direttore della Stampa, con una supposta inferiorità culturale .

Altri usi o istituzioni citati dal giornalista, sempre a dimostrazione della primordialità, dell’atavismo e della “genetica” incompatibilità tra cultura araba e cultura occidentale, non sono esclusivi delle popolazioni arabo-musulmane (pensiamo all’uso del velo nell’antica Grecia, o a Bisanzio) e vanno invece visti come indicatori di una fase storica associabile alla sedentarizzazione e alla crescente stratificazione sociale ed economico-politica. Tali processi non avvennero certo nel deserto – che fa invece da sfondo a tutta la narrativa di Molinari – ma in ambito urbano.

L’uso del velo – indicato nel testo pretestuosamente come chador, un tipo di velo specificamente iraniano che poco ha in comune con il “branco” stigmatizzato in quanto proveniente dal Medio Oriente arabo e dal Nord Africa – o l’istituzione dell’harem, sono costruzioni sociali che vanno contestualizzate nel tempo e nello spazio, e che con alcune varianti, sono comuni a tutte le forme di patriarcato.

Nello stesso ordine di riflessioni, la questione di genere nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (generalmente indicati dall’acronimo MENA – Middle East and North Africa region), rappresenta un nodo molto complesso intorno al quale si articola l’evoluzione ugualitaria della società, ma è molto rischioso trattare tale argomento in modo culturalista.

Se è vero che la sessualità è un tabù in molti contesti pubblici (così come avviene, d’altronde, anche nei paesi di tradizione cattolica), affermare che i diritti delle donne nella regione MENA siano minacciati dall’Islam, inteso come entità astorica e misogina in sé, è fuorviante, perché in tal modo si trascura sia l’uso patriarcale dell’Islam a scapito di popolazioni in buona parte analfabete e in condizioni socioeconomiche precarie, sia il ruolo di primo piano svolto dalle donne nelle lotte di liberazione contro l’oppressione coloniale, sia gli sforzi di una parte delle società di quei paesi che attualmente combatte per l’affermazione e il rispetto dei diritti delle donne.

Movimenti femministi, intellettuali, accademici e militanti, di ispirazione religiosa e laica, denunciano da decenni, in varie forme, le discriminazioni di genere; chiedono riforme ai governi, sono promotori di progetti di sensibilizzazione ai diritti umani all’interno delle loro stesse società, propongono reinterpretazioni coraggiose delle Sure del Corano. Quale spazio viene concesso a questi attori sociali sui nostri media? Molto poco.

Esaminare la questione di genere nelle società a maggioranza islamica in modo culturalista significa trascurare i molteplici fattori che determinano la discriminazione e ignorare gli sforzi della società civile in favore dell’uguaglianza.

In una fase così delicata del multiculturalismo europeo e del più ampio contesto geopolitico, una simile analisi è funzionale a una rappresentazione razzista ed eurocentrica dell’Islam e delle culture arabe e dei molteplici mondi “altri” dai quali provengono gli attuali flussi migratori che si cerca di stigmatizzare in massa.

Ci appare pericoloso e irresponsabile, da parte di chi è consapevole di avere una considerevole capacità di influenzare l’opinione pubblica, diffondere rappresentazioni come quelle qui descritte, che contribuiscono non solo alla cattiva informazione, ma spesso alla determinazione degli indirizzi politici e strategici dei governi italiani.

Gran parte della stampa odierna sembra completamente ignorare che gli stati arabi moderni non sono nati attraverso il “magico” contatto con l’Occidente per mezzo di  figure come quella, ridicolamente idolatrata, di Thomas Edward Lawrence, ma da processi di cooptazione dell’autorità locale assai complessi, funzionali a specifiche pratiche amministrative proprie delle potenze coloniali (la cantonalizzazione, il mantenimento di sistemi legali multipli, nazionale e consuetudinario nelle aree tribali, per fare due semplici esempi).

La storia del Medio Oriente e dell’Africa contemporanei non è basata sulla contrapposizione di paradigmi assoluti: tradizione vs/modernità  tribù vs/ Stato.

In quelle regioni, come ovunque, la storia politica e sociale risponde ad un plasmarsi e riplasmarsi di valori simbolici e pratiche di potere, in processi indotti o maturati dall’interno, frutto di dinamiche alle quali non è estraneo il colonialismo europeo – colonialismo che ha spesso impedito l’emergere di strutture di potere alternative a quelle indotte dalle amministrazioni europee. In Africa e in Medio Oriente, cosi come ovunque nel mondo, tradizione e modernità non si configurano come opposti inconciliabili: segmenti di continuità tradizionale si alternano a fratture, in una dialettica che caratterizza tutti i processi culturali.

Tristemente, ci sembra che gli unici soggetti che appaiono impermeabili a queste dinamiche, replicando stereotipi risalenti almeno a duecento anni fa, rimangano i giornalisti e gli intellettuali mainstream, forse più attenti a costruire narrazioni avallanti pratiche securitarie e neoliberiste, che non a spiegare i processi politici in corso.

In effetti, è intellettualmente meno impegnativo accontentarsi di paradigmi interpretativi che imbrigliano la complessità entro categorie fisse e contrapposte, che cercare di restituire le intersezioni della mutevole e molteplice natura dei fenomeni sociali.

Non sono le analisi, giocate su dicotomie e logiche binarie, diffusissime sui maggiori mezzi d’informazione, che offriranno all’opinione pubblica gli strumenti necessari per comprendere il presente.

Al contrario, ora più che mai, familiarizzare con l’idea di complessità e interdipendenza è imprescindibile per evitare logiche di scontro e demonizzazione di differenze reali, e più ancora, immaginate.

Come cittadini e cittadine che da anni si dedicano allo studio del mondo arabo-islamico e delle società a maggioranza musulmana, animati da un forte senso di responsabilità civica, siamo pronti a dare il nostro contributo per svolgere un’azione di divulgazione che consideriamo essenziale nella presente congiuntura storica.

Tuttavia, notiamo con sgomento e con crescente sdegno il proliferare di un giornalismo insinuante e sciatto che strizza l’occhio al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione, che parla di alterità culturale e complesse dinamiche storiche, sociali e politiche con disarmante banalità e ignoranza niente affatto ingenua.

Con uguale preoccupazione osserviamo che, da un lato, questo tipo di giornalismo evita sistematicamente di porre questioni critiche ai nostri governanti sulle loro responsabilità in materia di politica estera e migrazione; dall’altro, l’irresponsabilità dei nostri governanti li spinge ad attingere al giornalismo più approssimativo con l’intenzione di illustrare la complessità del mondo arabo-islamico. 

Peraltro, le nuove sfide politiche e sociali che i grandi flussi migratori ci presentano attualmente vengono raramente discusse in relazione al modo in cui le società mediorientali, africane e l’islam sono raccontate e rappresentate.

Troppo spesso tale crisi dell’informazione in Italia e altrove viene giustificata dalle leggi di un mercato in continuo cambiamento, che esige puntualità e celerità della notizia, nonché la sua spettacolarizzazione.

Se la tirannia di una notizia veloce, semplice, e capace di destare interesse pubblico porta al tramonto di analisi capaci di informare in primis, invochiamo un maggior coinvolgimento degli studiosi di queste aree nel processo di creazione dell’informazione, facendo ben attenzione a distinguere tra chi si dice “specialista” senza minimamente entrare in contatto con le società delle quali propone analisi generaliste e sommarie, e chi invece interroga queste società quanto la propria, producendo quello che in gergo si chiama un “sapere condiviso”.

Per aderire all’appello:informabene2016@libero.it

[1] Si veda anche la recensione di tutti gli editoriali comparsi sul tema realizzata dal sito “Valigia Blu”.

Primi firmatari:

Giuseppe Acconcia, Il Manifesto e Università di Londra

Anna Baldinetti, Prof.ssa associata in Storia dell’Africa mediterranea e del Medio Oriente, Università di Perugia

Marta Bellingreri, ricercatrice, reporter Medio Oriente

Erika Biagini, PhD student at Dublin City University, School of Law and Government, Ireland.

Francesca Biancani, Docente a contratto, Storia e Istituzioni del Medio Oriente, Università di Bologna

Sara Borrillo, Post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università L’Orientale di Napoli

Estella Carpi, Ricercatrice, Lebanon Support e New York University (Abu Dhabi)

Marina Calculli, Fulbright research fellow, Institute for Middle Eastern Studies, The G. Washington University

Clara Capelli, economista esperta di Medio Oriente e Nord Africa, Cooperation and Development Network- Pavia

Francesco Correale, CNRS – UMR 7324 CITERES, Tours

Luca D’Anna, Assistant Professor of Arabic, The University of Mississippi (Oxford)

Cecilia Dalla Negra, Giornalista, Vice-direttrice di Osservatorio Iraq – Medio Oriente e e Nord Africa 

Giulia Daniele, ricercatrice, Instituto Universitário de Lisboa (ISCTE-IUL)

Enrico De Angelis, American University in Cairo

Lorenzo Declich, Ricercatore indipendente in Islamistica e Islam contemporaneo

Sara de Simone, Dottoranda in Africanistica, Università degli Studi di Napoli L’Orientale

Rosita di Peri, Ricercatrice, Università di Torino

Anna Maria Di Tolla, Prof.ssa associata in Lingue e letterature dell’Africa e dell’Asia, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Leila El Houssi, Prof.ssa a contratto di storia dei paesi islamici- Università di Padova

Sara Fani, post-Doc, Dep. of Cross-Cultural and Regional Studies, University of Copenhagen 

Ersilia Francesca, Prof.ssa Associata in Storia dei Paesi Islamici, Università L’Orientale di Napoli

Gennaro Gervasio, Lecturer in Middle East Politics, The British University in Egypt – Il Cairo

Elisa Giunchi, Università di Milano

Jolanda Guardi, Ricercatrice, Universitat Rovira i Virgili. 

Laura Guidi, Università di Napoli Federico II

Marco Lauri, Docente a contratto, letteratura e filologia araba, Università di Macerata. 

Pietro Longo, Ricercatore in Storia dei Paesi Islamici, Università L’Orientale di Napoli

Chiara Loschi, Dottoranda in Scienze Politiche Università degli Studi di Torino

Adelisa Malena, Università degli studi di Venezia Cà Foscari

Antonio Manieri, post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università di Napoli “L’Orientale”

Nicola Melis, Università di Cagliari

Beatrice Nicolini, Prof.ssa Associata di Storia e istituzioni dell’Africa, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Maria Elena Paniconi, Ricercatrice in Lingua e letteratura araba, Università di Macerata

Chiara Pavone, Università di Roma.

Nicola Perugini, Brown University

Daniela Pioppi, Prof.ssa associata, Storia contemporanea dei paesi arabi, Università degli studi di Napoli ‘L’Orientale’

Gabriele Proglio, Assistant Professor in Contemporary History and Postcolonial Studies, Università di Tunisi ‘El Manar’, Research Fellow, European University Institute.

Marco Reglia, Università di Treiste

Paola Rivetti, School of Law and Government, Dublin City University

Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista freelance e ricercatrice indipendente

Marina Romano, Docente a contratto, Storia e Istituzioni del Mondo Musulmano, Università di Bologna

Monica Ruocco, Professore di Lingua e Letteratura Araba, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Azzurra Sarnataro, Dottoranda Civil, Building and Environmental Engineering, Università La Sapienza di Roma

Simone Sibilio, Docente di letteratura araba Ca’ Foscari di Venezia, direttore master MiLCO

Maria Giovanna Stasolla, Prof.ssa Ordinaria di Storia dei Paesi Islamici, Università di Roma “Tor Vergata”

Serena Tolino, Post-doctoral fellow, Università di Zurigo

Emanuela Trevisan Semi, Università di Venezia Ca’ Foscari

Rossana Tufaro, dottoranda, Studi sull’Asia e sull’Africa, Università Cà Foscari, Venezia

Hamadi Zribi, collaboratore Tunisia in Red

I nuovi affiliati alla renzicrazia

Verdini

Io non so se vi è capitato di leggere chi siano i verdiniani nominati dal governo. Per fortuna ne scrive De Angelis qui:

«Eva, il primo nome. Destinata alla vicepresidenza della commissione Finanze. Eva è la senatrice Eva Longo, una delle colonne del Pdl di Nicola Cosentino, approdata in Ala proprio su promessa di un incarico parlamentare. Appagato l’appetito anche Vincenzo Compagnone e di Pietro Langella, altro campano eccellente. Pietro Langella in una relazione per lo scioglimento del Comune di Boscoreale era considerato “esponente dell’omonimo clan”. Omonimo perché suo padre Giovanni, detto “il Paglietta”, era un boss trucidato nel 1991 per ordine della “cupola” agli ordini di Carmine Alfieri, capo della Nuova Famiglia. Langella, che diversamente da Cosentino non ha avuto problemi con la giustizia, da allora di carriera ne ha fatta approdando a palazzo Madama col Pdl e ora approdando alla vicepresidenza della commissione Bilancio. Si chiede Roberto Speranza, leader della minoranza dem: “Forse è il caso che Renzi ci dica se esiste una nuova maggioranza politica che sostiene il governo con Verdini dentro. Se è così si apra un dibattito pubblico e in Parlamento”

La maggioranza invece c’è, ma non si dice. Si capisce dai posti: “Tre in quota Ala, una presidenza alle Autonomie, la Giustizia ad Alfano”. È questo l’accordo raggiunto nelle stanze del capogruppo Zanda. Tradotto dal politichese: il Pd, pur di trovare la quadra, rinuncia a una presidenza di Commissione, per compensare le Autonomie e per lasciare tre vicepresidenze ai verdiani. L’accordo prevedeva Antonio Fravezzi ai Lavori pubblici ma poi, una manovra delle opposizioni lo fa franare, consentendo di rimanere presidente ad Altero Matteoli, uno che con Denis Verdini ha sempre avuto rapporti eccellenti».