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Politica

Lo schivo Tronca è sbarcato a Roma

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Ha salutato con postura presidenziale e si è incurvato davanti al Papa.

Doveva essere la nuova politica, il cambio di verso e invece sembra un affresco di Giovannino Guareschi.

#LEFT cosa ci abbiamo messo dentro

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DONNA LIBERA TUTTI


Strette tra vecchi e nuovi materialismi

di Chiara Saraceno

Non occorre essere madri per realizzare il proprio progetto di vita. Ma anche scegliere di diventarlo, in Italia, è difficilissimo. Le donne si trovano costantemente alle prese con leggi sbagliate, diseguaglianze e un welfare sempre più inesistente. Il Bel Paese infatti è anche un esempio del rovesciamento del rapporto tra occupazione femminile e tasso di fecondità avvenuto nei Paesi sviluppati alla fine del secolo scorso. Paese a fecondità relativamente alta e occupazione femminile bassa ancora negli anni Settanta, già a metà degli anni Ottanta mostrava sia tassi di occupazione femminile sia tassi di fecondità fra i più bassi, attorno all’1,5 figli per donna. E nel 2013 il tasso di fecondità fra le donne italiane era 1,39 figli. Un fenomeno che sembra coinvolgere soprattutto il Meridione e che rivela molto della società in cui viviamo.

Condannate dalla cultura

di Simona Maggiorelli

Nella mostra La grande madre a Milano l’emancipazione fallita del Novecento. Anche le avanguardie non vanno oltre agli stereotipi. L’esposizione curata e ideata dal direttore artistico della Fondazione Trussardi propone al visitatore un percorso che non offre scampo, costringendo a interrogarsi sul perché la donna è stata vista e rappresentata dagli uomini solo come madre o prostituta, schiacciata per secoli in una icona piatta e devitalizzata.

La scelta di Noga

Abraham Yehoshua racconta nel suo ultimo libro La comparsa la storia di una giovane donna che decide di non avere figli. «A Gerusalemme – ci spiega lo scrittore – sono stato criticato dalle femministe. Mi hanno detto: “non sono affari tuoi le ragioni per cui una donna non vuole avere figli”. Ma io voglio capire».

Io della natura non mi fido, anzi la frego

L’intervista a Francesca Fornario di Ilaria Bonaccorsi

Francesca Fornario racconta il suo ultimo libro La banda della culla. Che racconta del desiderio di essere genitore perché si è in due, quei due, in quella storia. Non per rispettare un ipotetico e imposto “ciclo naturale di vita”. Tra le pagine, dove si ride per non piangere, prende vita un mondo di affetti dove vale tutto. Adozione, fecondazione eterologa, affido, amicizia

Ho scelto di non avere figli e mi sento bene

di Donatella Coccoli

La scrittrice Barbara Fiorio in Qualcosa di vero racconta di un incontro fortuito tra una pubblicitaria quarantenne e una bimba di nove anni. Un affetto profondo che travolge la vita di entrambe

 

Società Left

 

casa/1
L’ossessione del governo per le occupazioni abitative

di Chicchino Antonini

Ogni giorno in Italia si contano 140 sfratti eseguiti con la forza pubblica. Mentre le occupazioni crescono: 110 solo a Roma. Fra le 30 e le 50mila famiglie sono ostaggio dell’emergenza casa

casa/2
Ex telecom, piccolo mondo antico

di Ilaria Giupponi

Un microcosmo in cui si erano creati sostenibilità, welfare e mutuo soccorso. Questa era la palazzina occupata a Bologna. Spazzata via dalle logiche del mercato immobiliare e da una politica senza coraggio

speciale armi
Tu vuo’ fa l’americano. E sparare

di Martino Mazzonis

Il leghista Buonanno propone in diretta tv un “buono” pistola per garantire la “legittima difesa”. Le destre, dopo Stacchio, hanno trovato un nuovo eroe a Vaprio D’Adda. E in mente hanno il modello Usa. Ecco come funziona.

Un porto d’armi non si nega a nessuno

di Stefano Santachiara

I limiti della normativa sul porto d’armi in due storie, dove la vittima – come spesso accade – è donna

politica
Caro Renzi stai sereno ora rivoluziono anche l’Italia

L’intervista a Luigi de Magistris di Tiziana Barillà

Dopo l’assoluzione un Luigi de Magistris senza freni: «Una parte di Stato ha tentato di fermarmi». E ora punta alla rielezione: «La sinistra investa su partecipazione, autogestione e movimentismo».

migranti
La clandestinità è ancora un reato

di Stefano Catone

Sono passati 18 mesi da quando il governo ha ricevuto la delega per la depenalizzare il reato di ingresso e soggiorno clandestino. La scadenza si avvicina e la situazione per i migranti peggiora

 

Esteri, Left

 

spagna
Aiuto Rivera se está comiendo a Iglesias

di Giacomo Russo Spena e Luca Tancredi Barone

Se Podemos è viola, Ciudadanos è il partito arancione (pantone 1585 C, per la precisione), di centro ma condito di cambiamento. Ha un leader furbo e super telegenico. Ve lo presentiamo

siria
Vladimir d’Arabia

di Umberto De Giova

L’intervento in Siria di Putin è funzionale a un ambizioso disegno politico-diplomatico: una “Yalta mediorientale”, che incoroni la Russia come potenza globale. Al pari degli Stati Uniti

palestina
Hebron, in morte di un resistente

Il fotoreportage dalla Palestina di Nicola Zolin

Una città tagliata in due, dove l’occupazione dei coloni israeliani non lascia respiro alla popolazione palestinese. Che lentamente scompare insieme a chi ha sempre resistito. Come Hashem Azzeh

cina
Tianjin, ex colonia d’Italia dove l’arte è di casa

Fotoreportage dalla Cina di Fernando Fidanza

Forse sono in pochi a ricordarselo ma anche l’Italia ha avuto la sua colonia in Cina. Una nuova tappa del nostro “diario di viaggio cinese” alla scoperta di una città e delle sue strade intitolate a “eroi” italiani

Cultura, Left

 

cultura
Investire in cultura è un’esigenza prioritaria

L’intervista a Massimo Bray di Simona Maggiorelli

«Il recupero della Reggia di Carditello dimostra che si può intervenire con successo e rapidamente, se lo Stato ci crede». A colloquio con l’ex ministro della Cultura Massimo Bray

archeologia
Il passato rivive nel museo a cielo aperto

di Donatella Coccoli

A Poggibonsi in provincia di Siena rinasce un villaggio dell’Alto Medioevo. È il passaggio dalla ricerca scientifica allo storytelling collettivo e, soprattutto, il primo caso in Italia di archeologia sperimentale e pubblica

scienza
Nascerà il primo “editing baby”?

di Pietro Greco

Un bambino con il codice genetico riscritto. La biotecnologia lo consente ma la scienza si divide. Tra bocciature e speranze in terapie future, s’invocano regole chiare. Che gli Stati non hanno

musica
Sono sempre Luca lo stesso

L’intervista a Luca Carboni di Alessandra Grimaldi

Il cantautore bolognese Luca Carboni torna con il suo sedicesimo album, Pop-Up e racconta a Left i suoi trent’anni di carriera fra sogni, cambiamenti e il bisogno di rimanere coerenti con se stessi

Il PD a sua immagine e somiglianza: un partito bullo

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Io vorrei che per un attimo dimenticassimo gli attori in scena, un processo di anonimato per entrare nel senso delle cose che accadono in queste ore a Roma: un partito politico x candida un proprio esponente (fondatore del partito, tra l’altro) alla guida della capitale del Paese. Facciamo anche che non sia Roma e non sia in Italia, non è importante. Questo nostro signor Nessuno diventa sindaco e, poco dopo, si ritrova nel bel mezzo di un verminaio in cui escono anni di corrotti e corruttori, tra cui anche autorevoli membri del suo partito x. Ad un certo punto (succede nei Paesi in cui la politica crede che la stampa sia l’opinione pubblica) la situazione precipita e il partito x per non perdere la faccia chiede al sindaco di dimettersi per alcune sue leggerezze che stanno al sistema criminale tutto intorno come la particella di sodio nella bottiglia d’acqua. Il sindaco Nessuno chiede al partito x: “esattamente mi dite perché mi dovrei dimettere?”. E cosa fa il (suo) partito? Studia il modo per portarsi via il pallone chiedendo ai suoi consiglieri comunali di dimettersi e, siccome non bastano, racimolandone altri in giro.

Ecco: se gli interpreti fossero Berlusconi o Forza Italia ci sarebbero girotondi scodinzolanti che urlerebbero al “colpo di stato”, se fossero Grillo e Casaleggio con un Pizzarotti qualsiasi suonerebbero le trombe degli editorialisti sempre pronti a sentire puzza di fascismo (degli altri) e invece succede ai democraticissimi del Partito Democratico e allora tutti allineati a gridare allo scandalo del sindaco che non mantiene la parola e intanto ovviamente non rispondono alla domanda. Ma perché si sono spente le antenne critiche dei processi politici?

(continua qui)

Casting per il funerale: cortocircuiti di ‘ndrangheta

carlo gambino“A tutti i ragazzi che vengono a lutto digli che gli regaliamo 10 euro”. Non è un casting per una comparsata in un film o in una serie tv. Sono i ragazzi reclutati dalla ‘ndrangheta che doveva garantire una grande partecipazione a un funerale. La frase è inserita nelle carte dell’inchiesta “Acero-Krupi”, coordinata dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Nicola Gratteri e dai sostituti Antonio De Bernardo e Paolo Sirleo. Lo racconta il giornale locale “Il Quotidiano del Sud” che ha pubblicato l’intercettazione tra Nicola Tassone, ritenuto affiliato alla cosca Coluccio, e un suo parente.

È il 2012 quando la storica famiglia di ‘ndrangheta Aquino di Marina di Gioiosa Jonica perde un congiunto. È estate e c’è il rischio che il funerale non sia partecipato “a dovere”. “Chi viene, chi no, tutti a mare”. Quando Nicola Tassone riceve questa risposta da un parente non vuole sentire ragioni. L’eventualità di un funerale poco partecipato, non può essere accettata dalla ‘ndrangheta. I funerali, come i matrimoni e i “San Giovanni” (termine utilizzato per indicare i battesimi), sono una questione d’onore. Sono i momenti in cui una famiglia dimostra non solo di essere mafiosa, ma di essere rispettata e di avere quel consenso su cui si fonda buona parte del concetto di ‘ndrangeta. Più gente c’è e più il defunto, o la famiglia di appartenenza, conta negli ambienti dell’onorata società.

“Te ne fotti di loro e del mare. – ordina Nicola Tassone – Digli di venire al lutto che te l’ho detto io di chiamarli e che gli regaliamo 10 euro l’uno. Se vai al lutto e dice qualcuno qualcosa, digli: si, si già me l’ha detto mio cugino Nicola e mi sta facendo chiamare tutti. Non stare molto al lutto e va in giro a chiamare ragazzi, il più possibile”. E se non vengono? Parte la ritorsione: “Questa sera li prendi in faccia nuovi. Dove li vedremo, con un bastone li passeremo pari, pari”.

Per lanciare messaggi mafiosi, i funerali nella Locride non devono necessariamente essere pacchiani come quello dei Casamonica a Roma. L’intercettazione di Nicola Tassone dimostra, ancora una volta, come la ‘ndrangheta va a braccetto con i riti religiosi. Ma anche con la politica. Sempre dalle carte dell’inchiesta “Acero-Krupi”, infatti, è emerso che la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Federico Cafiero De Raho, ha iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa l’ex senatore del Pdl Vincenzo Speziali, ex presidente della Sacal (la società che gestisce l’aeroporto di Lamezia Terme) e zio omonimo di Vincenzo Speziali, l’imprenditore latitante a Beirut (dove risiede) coinvolto nell’inchiesta “Breakfast” assieme all’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena e all’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola.

I pm sospettano che la ‘ndrangheta della Locride si sia rivolta al Vincenzo Speziali senior per “aggiustare” il processo “Crimine” in cui era coinvolto il boss Rocco Aquino.

(fonte)

Marino, fatti sfiduciare piuttosto che dimetterti

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In cosa ha sbagliato politicamente il sindaco secondo il PD? Come il PD pensa di differenziarsi nella gestione di Roma dal suo sindaco dimissionato? Come può un partito sfiduciare un Sindaco che inevitabilmente stato è appoggiato in tutte le sue mosse dai consiglieri comunali piddini? Quali sono quindi le responsabilità personali che ci dovrebbero convincere a fare meno di Marino eppur di tenersi il PD alla guida di Roma? Queste sono le risposte che ci mancano. E per questo Marino farebbe bene a farsi sfiduciare dal PD.

Ne ho scritto per Fanpage qui.

Lettere che mi rendono felice

12122542_868262876576517_1348074369069251953_nContinuiamo a correre. Ed è un bene. Continuo ad incrociare librerie, librai e lettori che sembrano il presepe del paese raccontato in televisione e non credo che siano questi ad essere in cattività. A Napoli mentre presentavo ‘Mio padre in una scatola da scarpe’ avevo di fronte, in prima fili, fissi sul petto gli occhi dei figli di Michele Landa e il pubblico stralunato ha visto un libro a forma di famiglia e una famiglia a forma di libro, tutti e due insieme. Mentre mi faccio portare in giro dal mio libro respiro con quegli slanci tutti polmoni come quando ero ancora capace di meravigliarmi. Sono diventato terribilmente bambino. O meravigliosamente vecchio. Dentro la scatola da scarpe ci ho trovato anche qualche pezzo di me che per noncuranza avevo lasciato in giro.

Ma soprattutto ci sono le voci di chi l’ha letto che mi mostrano angoli nemmeno immaginati: Mario Portanova (che è sempre un onore avere di fianco per la sua pulizia intellettuale, oltre che la preparazione) ha detto che Michele, il protagonista del libro, è un “profugo stanziale” cioè uno che vive da straniero nel suo paese perché non ne accetta le dinamiche bieche. Una lettrice forte mi ha insegnato che dentro il libro c’è il coraggio di raccontare coloro che “fanno ciò che possono” ed ha ragione: forse davvero abbiamo scambiato i fragili per vigliacchi, tutti presi da questa muscolosità politica.

Poi mi è arrivata una lettera. Inaspettata perché disinteressata come si riesce ad essere disinteressati di fronte ad un libro che non vuole insegnare niente, solo raccontare. Me l’ha scritta Stefano e ha il colore delle lettere scritte di fretta, senza mediazioni. Dice:

 

“…ebbene sì, caro Giulio, scusa se mi permetto di essere diretto, ho letto il tuo ultimo libro e sento la necessità di ringraziarti.
Dopo cinque minuti, da che l’avevo chiuso già l’avevo passato a mio padre con cui condividiamo la passione per la lettura, vorrei sentire il suo parere…ma soprattutto vorrei che anche lui, come me, conosca Michele e Rosalba,
per respirare la polvere di Mondragone, apprezzare la semplice bellezza delle loro vite e della verità.
Spero che non mi deluda, che mi confermi  ciò che penso e cioè che chiunque legge “Mio padre in una scatola da scarpe” deve donarlo a chi ama con la promessa che egli faccia lo stesso.
Perchè poi, quando ne avrà bisogno ritroverà comunque ogni riga, ogni emozione scolpita in modo indelebile sul proprio cuore.
Spero che mi confermi ciò che penso…tu hai scritto un Capolavoro, grazie  alla vita di Michele che è una testimonianza rara di amore e verità.

Non preoccuparti comunque.. lo consiglierò a chiunque.. ne regalerò una coppia a tutti.. anche a chi non conosco.

ti abbraccio e, appunto, ti ringrazio dal profondo del mio cuore, della mia anima.

Stefano”

Quando l’ho letta ho pensato che non è mica indirizzata a me, piuttosto ai figli di quel Michele Landa che ha lasciato dei figli veri, mica solo dentro un libro. E quando Angela Landa l’ha letta mi ha scritto una risposta che è un fulmine:

“la mia felicità è che da una storia di dolore è nata una storia di amore”

Vedi quanto sono forti i libri. E i buoni.

Una lettera a PPP

 La scrive qui Francesco Pecoraro e vale la pena spendere un minuto per leggerla:

Caro Maestro, quando non c’è tensione verso il meglio, tutto va verso il peggio, ogni cosa arretra di qualche casella, ogni istanza di progresso fa un passo indietro, quando non addirittura scompare.

Devo anche informarla che nell’attuale presente, oltre al ristagno e all’arretramento del progresso, si è verificato anche l’arresto dello sviluppo (evoco qui una sua famosa distinzione): il capitalismo italiano arranca in una dimensione arretrata, mentre un mondo ormai quasi completamente cino-americano ci travolge in uno sviluppo tecnologico apparentemente immateriale, di cui lei, morto troppo presto, non può avere la benché minima nozione.

La chiamiamo rivoluzione digitale: le interesserebbe molto.

Il Novecento ha costruito l’hardware del mondo in cui viviamo. Il XXI Secolo ne sta globalmente allestendo il software, che in un futuro prossimo servirà a gestirne anche la più trascurabile molecola. Il processo è appena cominciato, gli esiti sono imprevedibili. Mi scuso per aver usato termini e concetti che lei non può capire e che anch’io capisco poco.

Ma le generazioni nate a ridosso e subito dopo l’anno Duemila, cioè coloro che fanno risalire l’Inizio dei Tempi all’attacco alle Twin Towers del settembre 2001, va a dire i nati dentro il processo di digitalizzazione del mondo – quante cose sono successe dopo la sua morte! –, ecco, di quelli non sappiamo nulla, nessuno sa nulla.

Buona parte di loro (cioè quelli non del tutto emarginati) sembra vivere placidamente in seno al Grande Ceto Medio Occidentale, dando tutto per acquisito, anzi per scontato, non avendogli i padri trasmesso alcuna tensione politica, alcun disagio che non sia economico. Ma anche quest’ultimo ordine di problemi sembrano accettarlo come un dato di fatto, tipo: «il mondo è fatto così, chi sono io per metterlo in discussione?».

L’antimafia di un uomo semplice, la svolta narrativa di Giulio Cavalli (da Il Cittadino)

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Una storia che «doveva essere solo spillata». Quella di quattro fratelli che vanno a riprendersi il padre, o quel che ne resta, in un deposito giudiziario. Forzando la legge e ingoiando il dolore, riponendo quel che trovano in una scatola da scarpe, per portarlo via con loro. Uno spunto da romanzo «perfetto», che in realtà sono frammenti di vita, vera, di quelle che ti rimangono addosso e hanno la forza di cambiarne altre. In primis quella di Giulio Cavalli, autore e attore lodigiano, che oggi vive a Roma e si è imbattuto poco dopo aver lasciato Lodi nella vicenda di Michele Landa, guardia giurata di Mondragone, ucciso ancora oggi senza un perchè ufficiale, ma si pensa vittima alla criminalità organizzata. Attraverso le parole delle figlia Angela e un lungo pranzo con la famiglia, nell’agro aversano. È qui che Cavalli ha respirato il dolore diventato testimonianza antimafia «fieramente fragile e decisamente umana» della famiglia Landa e l’umiltà di chi ha sempre perseguito l’ideale di una vita semplice e onesta, come Michele. Ed è nata l’idea di un libro sulla vita di Michele Landa e della sua famiglia, Mio padre in una scatola da scarpe, edito da Rizzoli, presentato mercoledì sera al Caffè Letterario di via Fanfulla, con la regia di Libreria Sommaruga per la rassegna Conversazioni d’autore del Comune di Lodi. Per Cavalli è un esordio nelle vesti da romanziere, vissuto dopo una gestazione lunga e difficile dal punto di vista umano, in cui si è allontanato dal palco e dalla politica e ha conosciuto la depressione, come ha rivelato mercoledì, nel dialogo con Marco Ostoni, caposervizio della sezione Cultura e Spettacoli de «il Cittadino». Un’esperienza che prende a modello Stajano – e il suo Eroe Borghese – e mira a raccontare la normalità di chi sognava di fare il nonno e di coltivare l’orto, a Mondragone, «ma poteva essere Aosta o Lodi», stando lontano dalla mafia, «come forma di protezione nei confronti della propria famiglia, con un atteggiamento che oggi sarebbe considerato omertà e che vent’anni fa non lo era». Nelle pagine, in un crescen- do che diventa dirompente negli ultimi capitoli, ci sono il dolore cupo e denso di chi viene privato di un pezzo di vita, il riflesso di una città «che uccide nel silenzio», il muro costruito dall’assoluta mancanza di empatia di pezzi delle istituzioni. «Qualcosa che capisco benissimo anche io – ha raccontato l’autore – perché nella mia vita ho avuto più paura di certi prefetti e di alcuni comandanti delle forze dell’ordine che dei boss. Perché spesso manca lo spessore umano necessario a gestire determinate vicende. La frase «Cavalli fa finta», io l’ho sentita, l’ho vissuta. E mentre ho passato gli ultimi 5 anni a cercare di essere sempre più cattivo, sono stato conquistato dai buoni. Perché che essere buoni sia una debolezza, è una cosa che ci siamo fatti solo raccontare».

(Rossella Mungiello)

Cavalli e la vicenda (dis)umana di Dell’Utri: un’intervista

(l’intervista è pubblicata sul sito QuartaParete qui)

Schermata 2015-10-16 alle 10.04.39Il racconto di Giulio Cavalli su Dell’Utri, accompagnato dalle musiche dal vivo di Cisco Bellotti, ha fatto tappa al Nuovo Teatro Sanità il 10 e 11 ottobre, aprendo di fatto la stagione di una tra le realtà più interessanti dell’ambiente teatrale napoletano. L’amico degli eroi. Parole, opere e omissioni di Marcello Dell’Utri ha raccolto un buon pubblico alla sua prima, nonostante il diluvio abbattutosi nella serata di sabato su tutta la Campania. Un buon inizio e un ottimo segnale per chi continua a svolgere orgogliosamente un ruolo di presidio culturale e artistico nel cuore della Sanità.
Quello di Cavalli è un ritorno: già due anni fa, infatti, fu ospite del ntS’ con L’innocenza di Giulio, inizialmente rinviato in seguito al rinvenimento di un’arma nei pressi del suo studio di Roma; sebbene dunque nel mirino della criminalità organizzata, Cavalli, anche scrittore  e giornalista, oltre che attore, non ha però perso il gusto di narrare di mafia e politica e di quel grigio che passa tra le due, dedicando, questa volta, le proprie attenzioni ad un personaggio molto chiacchierato: Marcello Dell’Utri, pienamente rappresentativo dell’ultimo ventennio berlusconiano; l’amico degli “eroi” (così come lui chiama Vittorio Mangano), mafioso che scelse di non riferire mai alla magistratura i propri rapporti con i vertici di Fininvest.
Ascoltando il monologo, in effetti, sembra di tornare a piè pari nei primi anni Duemila, a certe trasmissioni di Santoro (di cui non a caso sono proiettati frammenti del passato), ad un impegno antimafia che oggi appare sfumare nella retorica da Twitter che domina il dibattito politico sui media. La storia di Dell’Utri viene narrata quasi con un certo affetto nei confronti del protagonista; ne viene raccontata la vergogna per i genitori e, in generale, per i propri natali meridionali; l’amore per gli ambienti milanesi, tradizionalmente negati alla piccola e media borghesia palermitana di cui portava il marchio anche nell’amore per le cravatte (rigorosamente Regimental); unico elemento della scenografia, d’altronde, è proprio un’enorme cravatta, icona del tentativo mai riuscito di mimetizzarsi tra gli invidiati finanzieri della Milano da bere di trenta, quarant’anni fa.
Dell’Utri è il trait d’union tra Berlusconi e Mangano (gli altri due “protagonisti”), ma è anche profondamente diviso tra la volontà di essere come il primo e la vicinanza (per mentalità e provenienza) al secondo; in questa bivalenza si consuma la tragedia di Dell’Utri, che riuscirà a farsi accettare da quest’ambiente tanto ambito solo facendo da pontiere proprio con quella Sicilia da cui voleva allontanarsi. Cavalli tiene bene la scena e richiama l’attenzione del pubblico nei momenti in cui il susseguirsi di citazioni e sentenze rende la narrazione più ostica da seguire (“Cos’è questa, un’assemblea del Pd?” riprende la sonnacchiosa platea, scatenando immediata ilarità). Chiude con il richiamo all’articolo 4 della Costituzione (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), ideale contraltare all’Italietta provinciale e truffaldina rappresentata fino a quel momento.
Al termine dell’ora circa di spettacolo, l’attore lombardo si ferma qualche minuto con noi, approfittando della pioggia ancora battente che all’esterno inonda la Sanità. È abbastanza provato dall’interpretazione appena conclusasi, ma non per questo sembra meno lucido il racconto del suo personale rapporto con “l’amico degli eroi” del titolo.

Foto di Mario Gelardi

In questi giorni, Napoli ospita il tuo spettacolo e riapre alla città (anche se solo per un giorno) la biblioteca dei Girolamini in passato depredata da Dell’Utri; sembra quasi che un’intera città stia cercando di prendersi gioco dell’ex senatore siciliano. Viene spontanea allora la domanda: perché proprio Dell’Utri dopo aver parlato di Andreotti ne “L’innocenza di Giulio”?
Perché su Dell’Utri abbiamo molte più prove, paradossalmente, di quante non ce ne fossero per Andreotti; è tutto fotografato nelle sentenze. La storia di Dell’Utri è quella di un siciliano che sogna di essere milanese, quella di un milanese (Berlusconi) che disprezza intimamente ogni meridionale – ma meglio di chiunque altro ne riuscirà a sfruttare il senso di fedeltà – e quella di un mafioso da discount come Mangano. E’ una storia in cui gli opposti si attraggono, che ci racconta molto di un Paese in cui uno di questi protagonisti è ancora lì a riscrivere gli articoli della Costituzione.
Viviamo ancora nello stesso Paese della “trattativa Stato-mafia” che oggi emerge dai processi di Palermo?
Si cerca troppo spesso di raccontare il presente con le sentenze, ma le sentenze non sono che le macerie del passato; al di là di quella giudiziaria che poi verrà fuori, una verità “culturale” già la sappiamo ed è quella – e non le sentenze – che dovrebbe darci le chiavi di lettura del presente.
Cosa intendi?
Ad esempio, è già ora evidente che Mancino ha una paura enorme data dall’aver camminato troppo tempo nella penombra; così com’è evidente che Dell’Utri è stato condannato perché già sostituito con “qualcos’altro”. Non c’è bisogno di aspettare una sentenza per poterlo dire.
Perché Dell’Utri s’è lasciato sostituire, alla fine?
Da un lato, c’è quel meccanismo che porta ogni servo a vedere la propria salvezza nel padrone, anche quando è evidente che il padrone l’ha ormai abbandonato. Dall’altro, Dell’Utri ha monetizzato la propria dipartita sistemando le prossime quattro o cinque generazioni di Dell’Utri.
Cosa pensi del suo atteggiamento ironico e strafottente?
Sentendo le parole di chi lo ha conosciuto di persona, mi son fatto l’idea di uno che è intimamente convinto di essere superiore a Berlusconi; che pensa che in un mondo ideale sarebbe stato Berlusconi a fargli da vassallo e non il contrario. Da questa convinzione viene il suo atteggiamento sprezzante. Quando ha saputo di questo spettacolo, ha detto al suo avvocato: “Finalmente scrive di me qualcuno bravo e non i soliti giornalisti”.
Condividi l’immagine che di Dell’Utri ha dato la serie “1992”?
No, non l’ho vista, cerco di salvarmi da queste serie.
Cos’è cambiato in Lombardia negli ultimi due anni? (il 9 ottobre Mario Mantovani, vicepresidente della Regione, è stato arrestato per corruzione, ndr)
I centocinquanta arresti hanno inciso, indubbiamente. A scuola si parla di mafia e c’è una generazione che sta crescendo con una forte sensibilità antimafia; mentre quella precedente non ha gli strumenti, probabilmente, per sviluppare questa sensibilità. Ci siamo affezionati, nel frattempo, a dei simboli: io stesso, in quanto “attore con la scorta”, sono stato un simbolo; però poi ti accorgi che ogni folata di luce in più che ricevi avvicina la gente al tuo feticcio e l’allontana dal fulcro della questione.
Un corto-circuito, in pratica.
Un corto-circuito dal quale noi per primi dobbiamo allontanarci. Io ammetto che da questo punto di vista ho commesso degli errori, per questo cerco di non parlare della scorta.
Credi che una responsabilità l’abbiano anche i media e la rassegnazione del pubblico?
Il “savianismo”, che io definirei più che altro “mondadorismo”, ci ha raccontato che la lotta alla criminalità possono farla solo gli eroi; e così non abbiamo protetto abbastanza chi ha il diritto di avere paura di dover lottare in prima persona.

Foto di Mario Gelardi

Può essere il teatro una chiave per diffondere queste informazioni che oggi difficilmente “passano” sulla stampa (anche perché i giornalisti che se ne occupano, come Ester Castano a Sedriano, sono puntualmente boicottati)?
No, se devo essere sincero non credo che il teatro possa addossarsi questa responsabilità. Così come la letteratura e la magistratura, da sole, non possono nulla; e non credo nemmeno a questa puttanata che “la parola” possa sconfiggere le mafie. Il teatro deve fare la sua parte, per carità. In questo quartiere, la criminalità organizzata fa venire l’acquolina al gommista, per dire una categoria a caso, con il suo potere. Col teatro non posso liberare il “gommista” ma posso gettare dei semi che, se coltivati, possono arrivare a liberarlo; ma da solo il teatro non può risolvere granché.
Com’è cambiata la sensibilità degli artisti ed il gusto del pubblico negli ultimi venti anni di Berlusconi?
Il pubblico continua a chiedere “teatro di impegno civile”, perché vuole sentirsi raccontare il presente senza necessariamente ricorrere ad Aristofane o Platone. Questa fu l’intuizione di Marco Paolini con Vajont ed è ancora validissima.
Cosa manca allora al dibattito sulle criminalità organizzate?
Mancano gli intellettuali. Abbiamo lasciato la patente di intellettuali ai soli magistrati, i quali spesso sono, sì, ottimi professionisti ma si sono dimostrati anche pessimi intellettuali. Non possiamo lasciare che siano loro a tradurre nel sociale il significato delle sentenze; per questo lavoro ci vorrebbero delle figure che al momento mancano. E poi ovviamente c’è il problema che metà degli attori e giornalisti italiani è stato a lungo (e forse è tuttora) sul libro paga di una sola persona.
Ultime due domande per finire. Se questi venti anni fossero una pièce teatrale, in quale genere si inserirebbero?
(sorride) Non so, dovremmo chiedere a Dario (Fo). Sicuramente una farsa…
E questo momento storico attuale?
(prende un sospiro) Questa è la polluzione notturna degli ultimi vent’anni.

Antonio Indolfi