Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 129

Politica

Chi ha ucciso Bruno Caccia

Uno straordinario lavoro di Marco Bertelli:
Il 26 giugno 1983 il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il suo cane nei pressi della propria abitazione. I processi celebrati sull’omicidio del magistrato hanno permesso di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfioreche è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a deliberare l’omicidio del dottor Caccia è stato individuato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla è emerso durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra.

Questo lavoro ha l’obiettivo di incrociare, con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, gli atti istruttori presenti nel fascicolo processuale con alcuni elementi emersi negli ultimi anni. Obiettivo di questa analisi è individuare spunti d’indagine che possano risultare utili per riaprire l’inchiesta sul delitto.

Il lavoro è articolato in sette sezioni:

1) L’omicidio del dottor Bruno Caccia

2) Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a carico di Domenico Belfiore
3) La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
4) Nuovi elementi per riaprire le indagini
5) Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
6) Giovanni Selis: un magistrato dimenticato
7) Conclusioni

 L’omicidio del dottor Bruno Caccia

Domenica 26 giugno 1983, intorno alle ore 23.30, il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il cane in prossimità della sua abitazione. Almeno due killer lo affiancarono a bordo di una FIAT 128. Il conducente arrestò l’auto ed esplose alcuni colpi di arma da fuoco contro il magistrato colpendolo in varie parti del corpo mentre il passeggero scese dall’auto e, raggiunta la vittima, sparò altri colpi al capo della stessa. Il dottor Caccia, soccorso e trasportato all’ospedale in ambulanza, vi giunse privo di vita.
Mezz’ora dopo l’agguato, un uomo chiamò il centralino del quotidiano La Stampa: ‘Non capisco, stavo dormendo, è squillato il telefono. Un tale mi ha detto di avvertirvi subito e di dirvi che loro, le Brigate Rosse, hanno ucciso il dott. Bruno Caccia’.
Il mattino successivo, lunedì 27 giugno, due telefonate a quotidiani di Roma e alla RAI di Milano rivendicarono ancora alle BR l’attentato.
L’autenticità della rivendicazione a nome delle BR fu presa attentamente in considerazione in quanto il Procuratore Caccia aveva più volte sostenuto l’accusa in processi per reati di terrorismo.
Lo stesso lunedì 27 giugno, fu ritrovata dai Carabinieri del nucleo operativo di Torino l’auto presumibilmente utilizzata per l’azione. La macchina, parcheggiata in via Verrua, risultava rubata il 25 maggio 1983 a Cartillone Angelo, già pregiudicato per reati contro il patrimonio e coinvolto in passato nelle indagini inerenti ad un furto consumato nell’abitazione di campagna del dottor Caccia. Cartillone, convocato dalla Polizia Giudiziaria, riferì di esser stato vittima del furto dell’auto alcune settimane prima. Talune contraddizioni emerse durante l’interrogatorio indussero gli inquirenti ad arrestare Cartillone per reticenza ma, non emergendo successivamente elementi che potessero indicare un eventuale coinvolgimento di Cartillone nell’omicidio, l’Autorità Giudiziaria ne ordinò la scarcerazione.

L’11 luglio 1983, quindici giorni dopo l’omicidio, la BR negarono ufficialmente di essere gli autori del delitto: ‘Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccionileggendo un comunicato nell’aula del carcere ‘Le Vallette’ di Torino -. Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei’.

Un mese dopo il delitto Caccia, il 26 luglio 1983, gli atti dell’inchiesta sull’omicidio furono trasferiti per competenza da Torino a Milano dove il procuratore capo Mauro Gresti assegnò il fascicolo al P.M. (Pubblico Ministero) Francesco Di Maggio  (foto sulla destra). Gli inquirenti cercarono di indentificare gli autori dell’omicidio Caccia approfondendo diversi filoni investigativi ma la svolta nelle indagini arrivò solo un anno dopo il delitto. A partire dal mese di luglio 1984, infatti, alcuni membri della criminalità organizzata in stato di detenzione iniziarono a rilasciare all’Autorità Giudiziaria una serie di dichiarazioni che indicavano elementi della malavita organizzata di origine calabrese come responsabili della decisione di uccidere il giudice Caccia.

Le dichiarazioni dei collaboratori a carico di Domenico Belfiore

Nei primi anni ottanta la criminalità organizzata operante a Torino faceva principalmente riferimento a due gruppi, i ‘catanesi’ ed i ‘calabresi’, distinti tra loro sulla base della provenienza geografica.

‘Leader dei ‘catanesi’ e personaggio comunque di indiscusso prestigio eraFrancesco Miano (foto sulla sinistra, ndr), che si avvaleva – nella prevalente attività di commercio di sostanze stupefacenti – della collaborazione del fratello Roberto e di quella, in sottordine, di Carmelo ed Orazio Giuffrida, Antonio Saia, Franco Finocchiaro, Vincenzo Tornatore, Salvatore Parisi, Salvatore Costanza ed altri. Il gruppo dei ‘calabresi’ – dedito in particolare ai sequestri di persona a scopo di estorsione – aveva al suo vertice Domenico Belfiore (foto sulla destra, ndr), con il fratello Giuseppe Belfiore e soprattutto il cognato Placido Barresi, Mario Ursini e la ‘mente finanziaria’ del gruppoFranco Gonella’. 1

La distinzione tra i due gruppi criminali dei ‘catanesi’ e dei ‘calabresi’ è indispensabile per definire il quadro delle principali organizzazioni criminali operanti a Torino nei primi anni ottanta. Tuttavia, è necessario evidenziare già da ora che le attività dei due gruppi avevano numerosi punti di contatto. Le indagini condotte dall’Autorità Giudiziaria di Torino accertarono, ad esempio, il sostegno fornito dal gruppo dei ‘catanesi’ a quello dei ‘calabresi’ (e viceversa) per sfruttare ‘entrature’ nel mondo giudiziario e condizionare l’iter processuale di procedimenti penali riguardanti membri appartenenti ai due clan.

‘A partire dal luglio 1984 gli inquirenti vengono a conoscenza di notizie riguardanti l’omicidio del Procuratore (Bruno Caccia, ndr), ad opera di alcuni componenti della banda dei ‘catanesi’ che, a poco a poco e per vie differenti, cominciano a collaborare con la giustizia.
Dapprima Giuffrida Carmelo (interrogatorio del 10 luglio 1984) riferisce di aver saputo da Finocchiaro Francesco che Domenico Belfiore – maggiore esponente del gruppo dei ‘calabresi’ – lo aveva avvertito che avrebbero dovuto allontanarsi da Torino, perché stava per essere ucciso un magistrato ad opera dei ‘calabresi’. Negli interrogatori successivi, il Giuffrida riferisce, tra l’altro, che analoga frase era stata detta anche a lui sempre da Belfiore e addebita comunque il progetto omicidiario al gruppo degli Ursini, Belfiore, Barresi.
Il 23 ottobre 1984 Miano Francesco interrogato dal procuratore aggiunto di Torino, ammette di aver effettuato registrazioni di conversazioni con detenuti (tra gli altri Domenico Belfiore, Belfiore Giuseppe e Placido Barresi), nel periodo di permanenza presso il centro clinico della casa circondariale di Torino. Le 34 bobine vengono consegnate alla procura il 30 ottobre e dalle stesse emerge la rispondenza di quanto riferito dal Miano.
Successivamente, sentito dai giudici torinesi e milanesi, il Miano riferisce di essere stato contattato dal Dottor Ferretti dei servizi segreti quando ancora era in stato di libertà (tra il 21 gennaio ed il 22 febbraio 1983, ndr), con una richiesta di collaborazione nelle indagini sui contatti tra il terrorismo e la criminalità organizzata; che, nel luglio 1983, quando era scrivano presso il centro clinico, aveva nuovamente incontrato il Ferretti, il quale gli aveva chiesto se era disposto a scoprire gli assassini del dottor Caccia; che lui aveva dato risposta affermativa. In un momento successivo, essendosi reso conto che avrebbe potuto fornire notizie più dettagliate e dimostrare la verità qualora avesse potuto raccontare i fatti ‘dalla viva voce di quelli che li avevano commessi’ aveva richiesto al Ferretti, tramite il dottor Urani, medico del Centro clinico, un piccolo registratore, con il quale poi aveva registrato i colloqui con i detenuti che venivano al Centro clinico e tra questi, gli odierni imputati (Domenico Belfiore e Placido Barresi,ndr).
Miano Francesco, al vertice dell’organizzazione criminale c.d. ‘clan dei catanesi’ (che in più occasioni, aveva collaborato con il clan del Belfiore), aveva sfruttato la sua posizione di preminenza e di prestigio per ottenere confidenze che, altrimenti, mai gli sarebbero state fatte. Sulla scorta di tali confidenze, egli riferisce di essere sicuro del coinvolgimento di Belfiore e del suo gruppo nell’omicidio Caccia, pur non essendo mai riuscito a farsi dire da costui chi siano stati gli esecutori materiali e chi gli eventuali mandanti superiori.
Lo stesso Belfiore gli aveva detto di averne parlato prima della commissione con il Finocchiaro e gli aveva accennato ad una proposta di compiere l’omicidio congiuntamente da parte dei due gruppi. Tuttavia, non fidandosi più del Finocchiaro che gli era sembrato un confidente – in quanto dopo il colloquio con costui, Caccia aveva cominciato a servirsi della scorta – aveva deciso di escludere i catanesi dall’azione e di ‘provvedere in proprio’. Secondo Belfiore, sempre stando al racconto di Miano, l’omicidio del Procuratore si era reso necessario in quanto il magistrato, noto per la sua integrità ed intelligenza, impediva alla sua organizzazione di ‘lavorare’, sia interferendo nelle situazioni finanziarie gestite dai calabresi (Monte dei Pegni, Gioielleria Corsi, etc.) sia seguendo con rigore e severità le vicende penali, e, in particolare, quelle relative al Belfiore stesso e al di lui cognato Barresi.
Agli inizi del 1985, anche un altro affiliato al clan dei catanesi, Saia Antonino, riferisce del progetto omicidiario, comunicatogli dal Belfiore in più occasioni. In particolare, agli inizi del 1983 sarebbe avvenuto un incontro in un bar di Torino, sito nelle vicinanze di via Pisa, cui avrebbero preso parte, oltre a Roberto Miano, Francesco Finocchiaro e Orazio Giuffrida, esponenti del c.d. clan dei catanesi, anche il Belfiore, esponente di vertice del clan dei calabresi. Quest’ultimo – secondo il racconto di Saia – aveva informato gli interlocutori dell’intendimento di uccidere il dottor Caccia, responsabile, a suo dire, di una profonda pervicacia nel perseguire penalmente tutte le attività criminose poste in essere dal “clan” di cui faceva parte. Il Belfiore aveva informato di ciò i catanesi, in modo che potessero predisporre le opportune cautele per far fronte all’inevitabile azione che l’Autorità giudiziaria avrebbe sicuramente intrapreso dopo l’episodio per scoprirne i colpevoli. Sempre in occasione di tale incontro, il Finocchiaro si sarebbe reso disponibile a compiere materialmente l’azione omicidiaria, ma il Belfiore non aveva accettato sostenendo che si trattava di un fatto personale tra il clan dei calabresi ed il Procuratore della Repubblica. A tale primo incontro, secondo quanto dichiarato dal Saia, ne era seguito un altro presso il ristorante “Tre lampioni” di Orbassano, cui avevano preso parte Orazio Giuffrida, Franco Finocchiaro, Carlo Sanna ed Emanuele Marrari, nonché Belfiore Domenico. Si era parlato di affari comuni alle due associazioni e, ancora una volta, il Belfiore aveva accennato alla necessità di eliminare fisicamente il dottor Caccia, tanto che aveva dato disposizioni affinché un uomo di fiducia lo tenesse sotto stretta osservazione.
Il 28 dicembre 1984, anche Roberto Miano, fratello di Francesco, manifestava al P.M. di Torino la sua intenzione di collaborare con la giustizia. Con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, egli asseriva che era stato il Belfiore, unitamente a quelli della ‘sua batteria’ a parlargli del progetto delittuoso e a chiedergli se potesse procurare loro un fucile di precisione. Nella stessa occasione oggetto del discorso sarebbe stato anche l’omicidio del dottor Sorbello, che avrebbe dovuto essere compiuto dai catanesi. Successivamente interrogato dal P.M. milanese il 22 maggio 1986, Roberto Miano, ribadiva che sin dal 1982 il Belfiore gli aveva proposto l’esecuzione di un piano diretto all’eliminazione di due magistrati torinesi, ritenuti ‘scomodi’ per la loro azione giudiziaria. L’assassinio del dottor Caccia, particolarmente assiduo nella sua attività investigativa nei confronti del clan dei calabresi, avrebbe consentito la nomina al suo posto di un magistrato più ‘malleabile’ ed ‘avvicinabile’. Medesima fine avrebbe dovuto fare il G.I. (Giudice Istruttore, ndr) dottor Sorbello, già da tempo pedinato, tanto che si conoscevano particolari riservati in ordine alla sua attuale sistemazione in albergo, in attesa della fine dei lavori di ristrutturazione della sua abitazione.
Nel corso dell’incontro, Miano aveva proposto al Belfiore di organizzare il delitto Caccia in maniera eclatante, ma il Belfiore aveva escluso tale ipotesi, in quanto, a suo dire, si sarebbe corso il rischio di un coinvolgimento di estranei, in tal modo ingenerando un eccessivo scalpore nell’opinione pubblica ed una più dura reazione da parte delle forze dell’ordine. L’odierno imputato (Domenico Belfiore, ndr), nel ribadire i contenuti della collaborazione attuata dai due gruppi mafiosi in altre attività delittuose, aveva ritenuto opportuno suggerire una suddivisione di compiti, tale per cui dell’omicidio Caccia si sarebbero occupati i calabresi, mentre dell’omicidio Sorbello si sarebbero dovuti occupare i catanesi. Successivamente, al G.I. di Milano, Roberto Miano aveva riferito che, in occasione dell’incontro con Belfiore in cui ebbe a parlarsi dell’omicidio Caccia, erano presenti anche il Barresi, l’Ursini e il Pavia Vincenzo, cognato di Belfiore.
Le indagini istruttorie proseguivano dunque nella direzione “delineata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra indicati, pur non mancandosi di raccogliere tutte le indicazioni – rivelatesi poi più o meno fondate – che via via altre persone ritenevano di dover riferire all’autorità procedente (…)
“.Venivano inoltre acquisiti gli atti di altri procedimenti penali riguardanti delitti connessi con quello per cui oggi si procede, perché ideati ed eseguiti nell’ambito della stessa organizzazione criminosa’.2

‘Belfiore Domenico – dichiarò Miano Francesco il 22 maggio 1986 – si è dichiarato mandante dell’omicidio (Caccia, ndr) e, quanto alla causale, ha descritto la situazione venutasi a determinare presso la Procura della Repubblica di Torino dal momento in cui a capo della stessa era stato chiamato il dottor Caccia … In sostanza a Caccia veniva attribuita la responsabilità di ‘infilarsi in tutti i discorsi della Procura’ e di aver tenuto un atteggiamento di estremo rigore. Quanto alla causa scatenante, Belfiore mi ha parlato della vicenda del proprio cognato, Placido Barresi, il quale, benché assolto per la detenzione della pistola, era rimasto in carcere, siccome imputato di omicidio, in persona di Gattuso Paolo, delitto che si assumeva esser stato commesso con quell’arma … Io ho tentato più volte di indurre Belfiore a dirmi chi avesse materialmente consumato il delitto Caccia. Ho usato come argomento per vincere le naturali resistenze del mio interlocutore il seguente: siccome l’eliminazione di quel magistrato scomodo tornava vantaggiosa anche per la mia organizzazione e comunque per tutti i gruppi che operavano sulla piazza di Torino, sarebbe stato per me interessante sapere a chi avrei dovuto riconoscenza … ma Mimmo Belfiore mi ha sempre ripetuto che avrei dovuto riconoscere solo a lui …’ 3

‘Sulla scorta degli elementi sopra indicati, ed in particolare delle dichiarazioni rese da Miano Francesco, dagli altri collaboratori di giustizia nonché delle registrazioni effettuate in carcere, il26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emetteva un ordine di cattura nei confronti di Belfiore Domenico, Barresi Placido, Ursini Mario e Gonella Gianfranco ritenuti i componenti del vertice direttivo del gruppo criminale c.d. dei ‘calabresi’.
L’istruttoria proseguiva con il rito formale, come da richiesta del P.M. in data 11 aprile 1987.Venivano disposte dal G.I. perizie tecniche sul materiale magnetofonico in sequestro – del quale era stata disposta la integrale trascrizione (le registrazioni dei colloqui eseguite in carcere da Miano Francesco, ndr) – che confermavano la sostanziale ‘genuinità’ dei nastri, escludendo qualsiasi intervento sugli stessi di tipo aggiuntivo o sostitutivo di brani, bensì esclusivamente, in taluni punti, un intervento di tipo soppressivo, mediante la sovrapposizione di brani musicali o di rumori di fondo sull’originale registrazione.
Al termine dell’istruttoria formale, il G.I. di Milano competente ex art. 41 bis c.p.p., ordinava (il 25 luglio 1988, ndr) il rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido per rispondere dei reati di cui in epigrafe (concorso nell’omicidio aggravato dalla premeditazione, ndr). Dichiarava non doversi procedere nei confronti di Ursini Mario e di Gonella Gianfranco – entrambi facenti parte della organizzazione criminosa dei ‘calabresi’ rispettivamente per insufficienza di prove e per non aver commesso il fatto … Gli imputati si sono sempre protestati del tutto estranei all’omicidio del dottor Caccia. In particolare, Belfiore, interrogato dal Procuratore della Repubblica, ammise di essersi attivamente interessato della vicenda processuale del cognato Barresi e di aver avuto alcuni colloqui in carcere con Francesco Miano; ma escluse che argomento dei discorsi fosse mai stato l’omicidio Caccia. Le registrazioni, secondo Belfiore, sono il frutto di una sapiente e maliziosa manipolazione, per sostenere un complotto ai suoi danni’.4

La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
Le tappe della vicenda processuale inerente all’omicidio di Bruno Caccia furono le seguenti:

Sentenza in Corte d’assise (Milano, 16 giugno 1989)
L’8 maggio 1989 iniziò il processo presso la Prima Corte di Assise di Milano (Presidente Camillo Passerini). Belfiore Domenico (nato a Gioiosa Ionica il 4 agosto 1952) e Barresi Placido (nato a Messina il 2 dicembre 1952) furono imputati per il delitto previsto e punito dagli articoli 110, 112 n. 1 e 2, 575, 577 n. 3, 61 n. 10 codice penale, per aver ideato, organizzato e posto in esecuzione il delitto di Bruno Caccia.
Il 16 giugno 1989 la Corte dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo oltre al pagamento delle spese processuali, mentre Barresi Placido fu assolto dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove. Per Barresi la Corte dispose la scarcerazione.
‘Si è cercato di dimostrare, nella parte motiva di questa sentenza, quali e quanti fossero i motivi che hanno spinto il clan dei calabresi a decidere l’eliminazione del dottor Caccia. La vicenda processuale del Barresi ha avuto sicuramente un’importanza determinante nella determinazione ultima ad uccidere, ma è certo che il progetto omicida risaliva già ad un anno e mezzo prima e si inseriva in un piano di eliminazione di alcuni magistrati torinesi che non venivano a patti con la criminalità e la perseguivano invece con particolare severità. A riprova di ciò stanno le dichiarazioni di Francesco Miano e degli altri collaboratori di giustizia, che hanno messo in evidenza come il programma originario riguardasse sia l’eliminazione del dottor Caccia, che del dottor Sorbello, e successivamente del dottor Maddalena. Fortunatamente, nei confronti di tali due giudici la malavita non ha potuto attuare i suoi propositi, per merito soprattutto della collaborazione di Francesco Miano, le cui confidenze hanno consentito di sventare gli attentati. L’obiettivo dei calabresi era quello di eliminare i magistrati incorruttibili, perché venissero sostituiti con persone disponibili nei loro confronti. Ma in questo, i criminali hanno fallito il loro scopo, perché dopo l’assassinio del procuratore vi è stata una ‘gara’ di molti magistrati torinesi a lavorare di più e meglio’.5
La sentenza di primo grado fu appellatadall’avv. Alberto Mittone il 3 novembre 1989 e dall’avv.Fabio Dean il 6 novembre 1989 per conto dell’imputato Domenico Belfiore. Anche il Procuratore Generale della Repubblica di Milano appellò la sentenza.

Primo processo in Corte di assise di appello (25 maggio 1990)
Il 25 maggio 1990 la prima Corte di assise di appello di Milano (Presidente Renato Cavazzoni) dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo. La Corte assolse Barresi Placido dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove.

Primo giudizio in Corte di Cassazione (9 aprile 1991)
Il 9 aprile 1991 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma (Presidente Stanislao Sibilia) annullò la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinviò per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

Secondo giudizio in Corte di assise di appello (28 febbraio 1992)
Il 28 febbraio 1992 la seconda sezione della Corte di assise di appello di Milano (PresidenteGiacomo Martino) confermò la sentenza emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Belfiore Domenico condannandolo all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.
La Corte individuò i moventi del delitto ‘nella specifica attività di Caccia e dei suoi collaboratori; nel suo severo impegno contro la criminalità organizzata ed il gruppo dei calabresi in particolare, del quale Belfiore era leader; nella minaccia che il lavoro della procura portava al patrimonio del vertice dei calabresi; nel suo (di Caccia, ndr) essere alieno da superficiali indulgenze – ciò che indispettiva Belfiore, con carcerazioni che lo riguardavo dappresso -; nel suo essere antagonista diverso da quelli ‘ammorbiditi’ che Belfiore conosceva ed auspicava; nel suo rappresentare insomma ostacolo grave, concreto ed incombente all’attività delittuosa di Belfiore e dei suoi sodali’.6
La sentenza fu appellata dall’avv. Alberto Mittone, difensore di Domenico Belfiore.

Secondo giudizio in Corte di Cassazione (23 settembre 1992)
Il 23 settembre 1992 la Quinta sezione Penale della Cassazione confermò definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

Nuovi elementi per riaprire le indagini
La vicenda processuale sull’omicidio del Procuratore Bruno Caccia durò circa due anni e mezzo (dall’8 maggio 1989 al 23 settembre 1992) e permise di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfiore che fu condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a programmare l’omicidio del Procuratore Caccia fu identificato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla emerse durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra. All’interno delle sentenze inerenti all’omicidio Caccia, solo poche pagine sono dedicate ad un possibile movente del delitto distinto da quello indicato a carico di Domenico Belfiore:

1) Nella sentenza di corte di assise di Milano si legge:

‘Come spesso capita quando si verificano delitti che hanno ampia risonanza nell’opinione pubblica, numerose sono le persone che, per i motivi più diversi, fanno pervenire agli inquirenti notizie false e calunniatorie, atte a sviare le  indagini.
Basta qui ricordare semplicemente le dichiarazioni rese da Volpe Arnaldo, che assume di aver origliato alla porta della camera di tale Porro Dante, ospite dell’albergo Kent presso il quale egli lavora come portiere di notte, e di aver appreso che costui, assieme ad altri complici, stava tramando un attacco contro i giudici Vaudano e Cuva, titolari dell’inchiesta contro il petroliere Musselli, nonché contro il dottor Caccia.
L’indagine tendente ad individuare i mandanti dell’omicidio tra le persone inquisite per i reati attinenti al contabbando di olii minerali (e, in effetti, nel cassetto della scrivania del dottor Caccia erano stati rinvenuti appunti e copie di atti processuali relative ai procedimenti penali n. 9/80; 349/81; 499/72 R.G.G.I., istruiti dal Giudice Istruttore di Torino, e lo stesso dottor Caccia, il 23.6.1980, aveva inviato una richiesta di indagini al Nucleo di Polizia Tributaria in merito ad un rapporto del G.I. Vaudano, riguardante le frodi petrolifere della ISOMAR – cfr. Verbale di ispezione di luoghi in data 20.7.1983, in Cart. 2, fasc. 1, pag. 20) non approda ad alcun esito positivo e mette in luce, invece l’inaffidabilità del teste. Il 6.9.1983, il P.M. milanese, con un’ampia ed articolata requisitoria (cart. 5, fasc. 4, pag. 427) chiede al G.I. l’emissione di un decreto di archiviazione in ordine ai fatti oggetto della falsa incolpazione portata dal Volpe e l’invio degli atti all’autorità giudiziaria torinese, in ordine al delitto di calunnia compiuto da quest’ultimo nei confronti del Porro.
Spinti dalla volontà di non tralasciare alcuna indagine utile all’accertamento della verità, gli inquirenti si preoccupano di verificare se il movente del delitto possa trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione). Le perquisizioni effettuate nell’ottobre 1983 in detti luoghi, le intercettazioni telefoniche disposte e l’audizione di alcune persone appartenenti a tale ambiente (Mariani Franco – cart. 4, pagg. 450 ss. – Mezzani Enrico – cart. 4, pagg. 299 ss. – ed altri) non portano ad alcun apprezzabile risultato.
Nè migliori risultati si ottengono seguendo la pista della malavita occasionale. Il 6.12.1983 i Carabinieri di Torino inviano al P.M. un rapporto (cart. 2, fasc. 1, pag. 40), nel quale riferiscono che un loro confidente – successivamente individuato in Colosimo Pasquale(trascr. dib. pag. 388, M.llo De Battista), interrogato dal P.M. l’1.12.1984 (cart. 4, pag. 48) – avrebbe indicato quali autori materiali del delitto tali Puliga, Del Regno e Ruggiero, pregiudicati per reati contro il patrimonio. Lo stesso rapporto, tuttavia, mette in evidenza l’assoluta inverosimiglianza del racconto dei fatti fornito dal confidente e l’inattendibilità dello stesso, noto ‘come speculatore per ricavarne degli utili, anziché dare il proprio contributo alla giustizia’.’
7

2) La sentenza della corte di assise di appello in sede di rinvio evidenzia come l’intransigenza del giudice Caccia nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata dovesse esser considerata ‘relativa’ commisurandola alla ‘benevola disposizione che i calabresi riconoscevano – a torto o a ragione – in altri magistrati’. La Corte elenca una serie di episodi capaci di evidenziare come il clan dei calabresi avesse purtroppo ottenuto in quegli anni ‘la confidenza, la disponibilità o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati’.8  Tuttavia, al di là dei singoli casi di contiguità fra pezzi della magistratura e della criminalità che diedero luogo a separati procedimenti disciplinari e/o penali, le attività istruttorie condotte in merito all’omicidio Caccia non individuarono specifiche notizie di reato in grado di collegare tali contiguità ai moventi e agli autori dell’assassinio del Procuratore Capo di Torino.

Dopo il 23 settembre 1992 l’obiettivo di dare un volto ai killer di Bruno Caccia rimase una priorità per la moglie Carla, i figli (Paola, Cristina e Guido), alcuni colleghi ed amici, ma un’anomala coltre di silenzio scese sulla vicenda dell’omicidio del magistrato.
Nel giugno 1996, Vincenzo Pavia, cognato di Domenico Belfiore, raccontò ai magistrati di aver partecipato ai sopralluoghi per l’organizzazione dell’omicidio Caccia ed indicò i nomi di quattro presunti killer tra cui Renato Angeli.9 Si accertò, tuttavia, che Renato Angeli, il 26 giugno 1983, era in stato di detenzione. In seguito, Pavia ammise che nessuno gli aveva mai espressamente detto di aver partecipato all’omicido Caccia. A causa dell’incongruenza sul nome di Angeli, l’indagine fu archiviata.
Negli anni successivi le indagini sull’omicidio Caccia segnarono il passo senza sviluppi significativi.

Oltre che per l’impegno dei familiari, di alcuni colleghi ed amici, il ricordo di Bruno Caccia restò vivo grazie alle iniziative promosse da alcune associazioni tra cui spiccano il gruppo di Torino di LIBERA ed ACMOS. Il progetto più significativo per ricordare il dottor Caccia è stato senz’altro ‘la cascina Bruno e Carla Caccia’. Si tratta di un bene confiscato alle mafie a San Sebastiano da Po (TO). Il bene apparteneva alla famiglia ‘ndranghetista guidata da Domenico Belfiore. Dopo che quest’ultimo fu condannato come mandante dell’omicidio Caccia, le indagini patrimoniali portarono alla confisca dei beni di Belfiore. La misura di prevenzione patrimoniale che riguardò la Cascina fu emessa nel 1996 (la confisca definitiva avvenne nel 1999) ma solo nel 2007 la famiglia Belfiore lasciò la casa permettendone il riutilizzo sociale previsto dalla legge 109/96. In questo lasso di tempo la famiglia Belfiore si oppose alla confisca anche con una doppia campagna di raccolta firme nel paese. Solo la nomina di un Prefetto ad acta e l’azione dell’amministrazione Comunale di San Sebastiano da Po permisero l’assegnazione del bene all’associazione Gruppo Abele nel 2007, che poi affidò la gestione del progetto all’Associazione ACMOS nel 2008.
Per quanto riguarda l’attenzione dedicata dagli organi di informazione al delitto Caccia, è da segnalare la puntata della trasmissione ‘La Storia siamo noi’ del 25 giugno 2009 curata da Sergio Leszczynsky ed intitolata «Torino Criminale. Il caso Caccia» (RAI2).

Il silenzio sull’omicidio Caccia fu rotto diciannove anni dopo la sentenza del settembre 1992 quando, nel 2011, furono depositati a Reggio Calabria gli atti relativi ad un’inchiesta in cui un magistrato, il dottor Olindo Canali (foto sulla sinistra), al tempo in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, era indagato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza aggravata. Il pubblico ministero procedente chiese e ottenne l’intercettazione delle utenze telefoniche in uso al dottor Canali. Fu così che venne captata una conversazione intercorsa il 19 giugno 2009 fra lo stesso dottor Canali e lo scrittoreAlfio Caruso.Nel corso di quella conversazione, il dottor Canali aveva fatto riferimento a Rosario Pio Cattafi (foto sulla destra), pregiudicato orginario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e già noto alle cronache giudiziarie milanesi (Cattafi è attualmente detenuto nelle forme di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) ed è stato condannato il 16 dicembre 2013 dal GUP presso il Tribunale di Messina in qualità di capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, tra gli anni Settanta e il 24 luglio 2012).10 Queste le parole del dottor Canali: “Quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia … fatta dalle BR, che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”.
Il dottor Canali poteva esser venuto a conoscenza di dettagli di questo tipo in quanto, a metà degli anni Ottanta, fu uditore giudiziario del dottor Francesco Di Maggio, cioè del pubblico ministero titolare delle indagini sull’omicidio Caccia.

Il dottor Canali, attualmente giudice presso la IX sezione del Tribunale di Milano, ha deposto nel gennaio 2013 innanzi al Tribunale di Palermo ed ha reso dichiarazioni confermative del contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009. Infatti, l’8 gennaio 2013 il dottor Canali ha testimoniato davanti alla quarta sezione penale del Tribunale del capoluogo siciliano, nel procedimento n. 1760/08 registro generale (R.G.) a carico degli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, imputati per aver favorito nel 1995 la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’occasione il dottor Canali si è così espresso: ‘Sapevo che Cattafi era stato coinvolto nel sequestro… a vario titolo nel sequestro Agrati (Giuseppe, ndr), era stato coinvolto e sospettato, non so però se fu anche indagato e imputato per l’omicidio Ginocchi (Gianfranco, ndr), e fu anche arrestato per un traffico d’armi … ma non sono sicuro sul punto … da queste vicende uscì credo dopo un periodo di carcerazione preventiva per il traffico d’armi, credo, fu poi assolto, sicuramente per il sequestro Agrati ricordo che fu un collega uditore a scrivere la richiesta di archiviazione … E poi, chiedo scusa, Di Maggio mi raccontò che tangenzialmente fu coinvolto Rosario Cattafi nell’omicidio del giudice Caccia. Da Di Maggio venni a apprendere che un memoriale che rivendicava l’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, fu trovato in casa, in possesso, comunque nella disponibilità di Cattafi. Di questo però me ne parlò più volte perché Di Maggio in quel periodo faceva, insieme forse a Davigo, non mi ricordo, proprio seguiva l’omicidio… il processo per l’omicidio del giudice Caccia … Mi disse Di Maggio che Cattafi arrivò molto giovane a Milano e che, ma ripeto questo sono comunicazioni, notizie che il Di Maggio scambiava, e che Cattafi fu una sorta di emissario di Santapaola presso l’allora, come dire, rappresentante della criminalità organizzata, e che si chiamava Epaminonda, per quanto riguardava il controllo dei casinò. La pista che penso poi fosse quella definitiva che portò alla indagine, poi al processo agli uccisori del dottore Caccia partiva proprio dalle indagini che Caccia faceva sul controllo del casinò di San Vincent … Sì ma proprio partendo da questo… da due fatti partiva, sia da questo ritrovamento della falsa rivendicazione dell’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, ricordiamo che allora tempo ancora di terrorismo attivo, sia se non ricordo male per questo traffico d’armi tra la Svizzera e gli Emirati, comunque i paesi arabi. Di Maggio riteneva Cattafi persona piuttosto vicina ai servizi, non so dirle se deviati o ufficiali, però… anche per un suo trascorso politico piuttosto ambiguo di esponenti dell’estrema… della estrema destra’.

Il contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009 tra il dottor Olindo Canali ed Alfio Caruso è emerso, con riferimento alle informazioni sull’omicidio Caccia, grazie al lavoro dell’avv. Fabio Repici, legale dei familiari di alcune vittime di mafia, tra cui Graziella Campagna,diciassettenne uccisa a Messina il 12 dicembre 1985, e Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo Di Gotto l’8 gennaio 1993.

Paola, Cristina e Guido Caccia, figli di Bruno Caccia, hanno scritto il 22 gennaio 2013 una lettera aperta alla città di Torino in vista del trentennale dell’anniversario del delitto:
“A trent’anni dalla morte di nostro padre, siamo profondamente grati a tutti coloro che vorranno ricordarlo con eventi e iniziative che ne onorano la memoria e che ci fanno un grande piacere.
In tutti questi anni, nelle periodiche ricorrenze e non solo, abbiamo sentito sempre forte e presente il ricordo e l’affetto delle Istituzioni cittadine. Abbiamo apprezzato lo sforzo continuo dell’associazione Libera, che è riuscita a tener viva la scintilla dell’interesse e della partecipazione, anche e soprattutto tra i giovani.
Non possiamo però nell’occasione tacere ciò che purtroppo ancora ci cruccia.
A fronte degli esiti processuali che risalgono ormai a molti anni fa, sentiamo tuttora il disagio per qualcosa che non ci pare ancora del tutto chiarito. Le recenti cronache del processo Minotauro avallano in qualche modo i nostri dubbi, mettendo in luce un percorso della malavita organizzata che dai fatti di oggi si può far risalire fino ad allora.
Proprio in quest’ottica, la sentenza definitiva ci pare a tutti gli effetti una verità parziale.
Ci piacerebbe perciò che la ricorrenza di quest’anno diventasse occasione e stimolo per uno sforzo corale teso ad avvicinarsi maggiormente alla Verità, partendo dal presupposto che l’omicidio di nostro padre non fu certo un fatto isolato nella storia cittadina.
Questa memoria “fattiva” sarebbe secondo noi un degno coronamento delle commemorazione del suo sacrificio”.
Firmato:
Guido, Paola e Cristina Caccia
(Lettera letta il 22 gennaio 2013 presso la Commissione per la legalità del comune di Torino)

Dopo la diffusione della lettera scritta da Paola, Cristina e Guido Caccia, l’avv. Repici si mise in contatto con i familiari del dottor Caccia comunicandogli il contenuto delle dichiarazioni del dottor Canali relative alle prime indagini sull’omicidio del magistrato torinese.
In seguito a questo scambio di informazioni, l’avv. Repici è stato nominato legale di parte civile da parte dei tre fratelli Paola, Cristina e Guido Caccia ed ha iniziato uno scrupoloso ed attento esame delle carte processuali contenute nel fascicolo relativo all’omicidio Caccia. Dall’analisi della documentazione depositata presso gli archivi del tribunale di Milano sono emersi fatti estremamente interessanti che si incrociano con quanto affermato dal dottor Canali tra il 2009 ed il 2013.

Il primo dato emerso dalla lettura degli atti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia è che tra essi non vi é alcun verbale di perquisizione e sequestro che faccia riferimento al documento citato dal dottor Canali, cioè un ‘documento’ o ‘memoriale’ rinvenuto durante una perquisizione a casa di Rosario Pio Cattafi e contenente il testo della rivendicazione brigatista dell’omicidio Caccia.
Il domicilio milanese di Cattafi fu perquisito in occasione del suo arresto avvenuto nel maggio 1984 nell’ambito di un procedimento penale dell’A.G. (Autorità Giudiziaria) di Milano diverso da quello sull’omicidio Caccia. In effetti, Cattafi fu arrestato perché sospettato di aver preso parte al sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, verificatosi a Milano il 28 gennaio 1975 e risoltosi grazie al pagamento della somma di due miliardi e mezzo di lire. Cattafi fu successivamente prosciolto per il sequestro Agrati su richiesta del dottor Di Maggio del 30 aprile 1986, con sentenza istruttoria emessa il 31 luglio 1986 dal G.I. di Milano dottor Arbasino.

Procedendo all’acquisizione ed all’esame degli atti relativi al fascicolo sul sequestro Agrati, l’avv. Repici ha rintracciato il verbale di perquisizione e sequestro eseguito presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi in via Mascagni il 18 maggio 1984. Il contenuto del verbale di perquisizione e sequestro è molto significativo, poiché comprova come il 18 maggio 1984 nel domicilio di Cattafi furono sequestrati, tra gli altri documenti (album fotografici, agende, rubriche telefoniche, assegni ecc.), “otto foglietti con appunti manoscritti”, oltre a una pistola calibro 7,65, a una valigetta contenente una carabina e a ingente munizionamento. Era presumibile che all’interno del fascicolo processuale venissero ritrovati i documenti sequestrati a Cattafi. Quei documenti, invece, non risultano in atti. Non perché, però, non ci siano mai stati ma semplicemente perché quella documentazione fu restituita a Cattafi, senza che, in modo del tutto irrituale, ne venisse prima fatta una copia.

Le carte raccolte nel fascicolo relativo all’omicidio del dottor Caccia contengono molte altre informazioni estremamente significative.
Come ricordato nelle sezioni precedenti, per l’omicidio Caccia si è svolto un processo conclusosi con la condanna definitiva all’ergastolo del boss torinese di origine calabrese Domenico Belfiore. Quel procedimento, nato nell’immediatezza dell’omicidio, si sviluppò attraverso il mandato di cattura emesso dal dottor Di Maggio il 26 febbraio 1987, la requisitoria del dottor Di Maggio per il rinvio a giudizio del 4 luglio 1988, l’ordinanza con cui venne disposto il rinvio a giudizio dal G.I. dottor Cioppa il 25 luglio 1988, la sentenza di condanna in primo grado del solo Belfiore emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989, poi convalidata dalla Corte di Cassazione, dopo un primo rinvio, il 28 settembre 1992. Tutti i suddetti atti sono incentrati sulla posizione di Domenico Belfiore e dei suoi ritenuti complici, poi in realtà prosciolti, tutti esponenti del clan dei ‘calabresi’ operante a Torino in quegli anni.
Ma dagli atti istruttori, in realtà, emerge con estrema chiarezza che fin dai mesi successivi all’omicidio Caccia (e dunque ben prima che Francesco Miano iniziasse a collaborare con la giustizia) il P.M. procedente raccolse significativi elementi indizianti su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. Si tratta della pista investigativa volta a ‘verificare se il movente del delitto potesse trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione)’.11 La sentenza di corte di assise sull’omicidio Caccia constata che tale filone d’indagine ‘non portò gli inquirenti ad alcun apprezzabile risultato’.12 Tuttavia, analizzando con attenzione le carte, si possono ricavare da quella pista investigativa elementi particolarmente interessanti, soprattutto se messi in relazione con quanto dichiarato l’8 gennaio 2013 dal dottor Olindo Canali.

Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
Nei mesi immediatamente precedenti al delitto Caccia, la Procura di Torino stava conducendo una delicata indagine sul casinò di Saint-Vincent in Valle d’Aosta. Gli inquirenti torinesi avviarono le prime indagini nel marzo 1982 sospettando che all’interno della casa da gioco valdaostana fossero riciclati soldi provenienti dai sequestri di persona; le successive attività investigative fecero emergere la possibile sussistenza di un’associazione per delinquere finalizzata all’acquisizione delle più importanti case da gioco italiane. Poche settimane prima del 26 giugno 1983 si arrivò a un punto di svolta, con l’esecuzione il 17 maggio 1983 di una serie di perquisizioni negli uffici e nelle sale del casinò valdaostano. In seguito alle risultanze emerse dalle perquisizioni e dagli atti istruttori, la Procura di Torino emise, nella notte tra il 10 e l’11 novembre 1983, una serie di mandati di cattura ed ordinò un blitz presso la casa da gioco di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’).

Poche settimane prima del blitz presso il Casinò di Saint-Vincent, nel mese di ottobre 1983, il maggiore della Guardia di Finanza Antonio Mango, in servizio presso il Comando Nucleo Regionale di Torino, sollecitò il tenente colonnello della Guardia di Finanza Michele Bertella, in servizio presso il nucleo Polizia Tributaria di Alessandria, ad acquisire ogni elemento utile per sviluppare le indagini sul delitto Caccia. Il ten. col. Bertella, a tal fine, prese contatto con una fonte informativa, Enrico Mezzani, consulente finanziario e sedicente emissario del S.I.S.DE. (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica).
Mezzani, a partire almeno dalla primavera del 1983, aveva attivato attraverso un suo sodale,Giovanni De Giorgi, una rete di confidenti volta ad ottenere informazioni, in generale, sulla criminalità organizzata al nord Italia. Di questa rete informativa favevano parte Bruno Masi, fino al 23 giugno 1983 amministratore delegato della società SITAV (Società Incremento Turistico Alberghiero Val d’Aosta)che aveva in gestione la concessione del casinò di Saint-Vincent, l’industriale Franco Carlo Mariani (titolare della ‘CRM motori’, società produttrice di motori navali e fornitrice, fra gli altri, della Guardia di Finanza) e Rosario Pio Cattafi. 
L’attività informativa coordinata da Mezzani, volta a raccogliere spunti confidenziali sul delitto Caccia, si svolse dunque sotto il diretto controllo del ten. col. Bertella e fu riassunta in documenti a partire da un appunto informale consegnato il 3 novembre 1983 da Franco Mariani al ten. col. Bertella in un pubblico locale di Alessandria. All’incontro parteciparono il ten. col. Bertella, Franco Mariani, Enrico Mezzani e il cap. Sciarretta. Mariani, interrogato il 16 aprile 1984 dal P.M. Di Maggio, indicò in Rosario Pio Cattafi la fonte delle sue informazioni relative al delitto Caccia. Il punto più interessante di quell’appunto è quello contrassegnato dal n. 19. Lì, pur con linguaggio criptico (il dottor Caccia viene indicato come “Arch. Caccia Dominioni”) iniziò a essere illustrata un’articolata versione sull’omicidio Caccia:

Punto n. 19) dell’appunto redatto da Franco Mariani e consegnato in data 3.11.1983
al ten. col. Michele Bertella

Al riguardo dell’omicidio Caccia, l’appunto informale di Mariani indicò una specifica causale del delitto: le indagini che a quel tempo la Procura della Repubblica di Torino, con l’intervento personale del dottor Caccia, aveva avviato sull’ambiente del casinò di Saint Vincent. L’indagine toccava, sia per i nomi di alcuni indagati che per i contenuti degli atti istruttori, anche i casinò di Sanremo e Campione d’Italia.
Agli atti del fascicolo sull’omicidio Caccia c’è prova che questo appunto redatto da Mariani passò alle mani del ten. col. Bertella il quale, il 9 novembre 1983, lo lesse e lo commentò assieme al magg. Antonio Mango, al ten. col. Emanuele Patrone della Guardia di Finanza di Alessandria, aldottor Maddalena della Procura della Repubblica di Torino e al dottor Tamponi G.I. del Tribunale di Torino. Più o meno in pari data il ten col. Bertella informò del contenuto dell’appunto di Mariani anche i P.M. milanesi dottor Di Maggio e dottor Davigo (rif. relazione del 17 settembre 1984 indirizzata dal ten. col. Bertella al dr. Di Maggio).

A conferma del fatto che la pista del riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent fosse ritenuta molto interessante ai fini delle indagini sul delitto Caccia, a partire dai primi mesi del 1984 (quindi quando ancora Francesco Miano non aveva iniziato a collaborare con la giustizia) il P.M. Di Maggio iniziò a escutere personalmente tutti i soggetti coinvolti nella raccolta informativa prodotta da Mariani. Ne sono prova: i verbali di dichiarazioni di Franco Mariani (9 febbraio 1984, 16 e 17 aprile 1984, 9 giugno 1984 e 10 settembre 1984); i verbali di dichiarazioni di Bruno Masi (1 marzo 1984 e 9 giugno 1984); i verbali di dichiarazioni di Giovanni De Giorgi (16, 18, 19, 21 e 28 aprile 1984); i verbali di dichiarazioni di Enrico Mezzani (17, 18, 19, 20 aprile 1984); le dichiarazioni rese da Rosario Cattafi (20 settembre 1984); il confronto fra Mezzani e De Giorgi del 20 aprile 1984; il confronto fra Mariani e Cattafi del 20 settembre 1984. Durante questo confronto Mariani identificò nuovamente in Cattafi la fonte delle sue informazioni sull’omicidio Caccia; Cattafi, invece, affermò: ‘Mariani non vuol dire la verità. Le informazioni relative al delitto Caccia gli sono state riferite da Masi ed in tali termini ne ha parlato a me’.

Agli atti del fascicolo sull’omicido Caccia ci sono altre risultanze che legano presunti mandanti e moventi dell’omicidio Caccia agli affari che ruotavano attorno ai casinò. Fra queste vi è un verbale di dichiarazioni rese da un detenuto, Luigi Incarbone, già compagno di cella di Franco Chamonal, amministratore delegato della SITAV succeduto a Bruno Masi ed arrestato nel blitz sui Casinò dell’11 novembre 1983. Incarbone, interrogato il 6 dicembre 1985 dal G.I. di Torino dottor Tamponi, dichiarò: “Ho chiesto di conferire con l’ufficio in quanto sono stato in cella con Chamonal che è imputato davanti a lei. Lo Chamonal ancora oggi mi fa arrivare 500.000 lire al mese in portineria. Lo Chamonal mi ha detto di avere un casinò a Chamonix, di aver conosciuto una persona molto importante a Palermo e che per questa conoscenza era ora nei guai. Non fece il nome di questa persona (conosciuta al casinò) ma disse che proteggeva i Greco e tutta questa gente qui. Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante: disse che era questo palermitano che ha deciso l’omicidio del giudice Caccia. Mi disse che aveva i soldi a Ginevra e che aveva delle villette a Montecarlo sotto falso nome”.

Da tutte quelle assunzioni di informazioni il P.M. Di Maggio raccolse elementi rilevanti. In primo luogo perché indicavano una causale specifica credibile del delitto Caccia (effettivamente la Procura di Torino aveva avviato un’attività d’indagine sul casinò di Saint Vincent) e in secondo luogo perché quelle informazioni non confliggevano con la tesi della responsabilità di Domenico Belfiore. Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, ritennero che quelle assunzioni di informazioni non fossero sufficientemente consistenti e/o riscontrate per poter proseguire le indagini sul delitto Caccia lungo la pista investigativa che portava al riciclaggio di denaro sporco all’interno del Casinò di Saint-Vincent.

Il P.M. Di Maggio, mentre raccoglieva le dichiarazioni dei soggetti chiamati in causa da Mariani, raccolse a verbale all’interno del fascicolo Caccia anche le prime dichiarazioni di appartenenti al gruppo dei criminali ‘catanesi’, tra cui Giuffrica Carmelo (cfr. interrogatorio del 10 luglio 1984) e Francesco Miano (cfr. interrogatorio del 23 ottobre 1984), che indicavano Domenico Belfiore quale presunto mandante dell’omicidio Caccia. A partire dalle prime dichiarazioni rilasciate da Francesco Miano, gli inquirenti titolari delle indagini imboccarono definitivamente la pista che portò il 25 luglio 1988 al rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido in qualità di imputati per concorso nell’omicidio, aggravato dalla premeditazione, del dottor Caccia.

Ma l’A.G. milanese non fu la sola a compiere atti d’indagine volti ad individuare gli autori del delitto Caccia. Agli atti del procedimento per il sequestro Agrati c’è anche un’informativa del Reparto operativo Carabinieri di Messina del 20 maggio 1985, dalla quale si ricava come Rosario Cattafi, nel 1984, fosse “oggetto di indagini anche da parte dell’Arma di Torino, nel quadro di autonome indagini tese all’individuazione di cause e dei responsabili dell’omicidio in persona del S. Procuratore della Repubblica di Torino, Dr. Bruno Caccia. Nel contesto di tale lavoro, Cattafi fu pure pedinato a Catania e Messina, durante la sua breve permanenza in Sicilia in occasione delle festività pasquali 1984”.
Sia l’A.G. milanese che l’A.G. torinese svolsero, dunque, accertamenti su Rosario Cattafi nell’ambito delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia.

Si è già detto sopra come il vuoto probatorio più evidente del processo per l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia riguardi l’identità dei due killer che il 26 giugno 1983 tolsero la vita al magistrato. Grazie ad alcune testimonianze raccolte sul luogo dell’agguato, gli inquirenti furono in grado di tracciare l’identikit di uno degli assassini, ma gli accertamenti svolti non permisero di dare un nome a quel volto. In sentenza fu scritto che Belfiore si trattenne dal fare qualunque confidenza al riguardo a Miano. Il P.M. Di Maggio, nell’ordine di cattura del 26 febbraio 1987, scrisse che probabilmente si era trattato di “sicari venuti da fuori”. Ma su chi fossero quei due killer ‘venuti da fuori’ le sentenze non diedero risposte.
Tuttavia, nell’appunto informale consegnato da Franco Mariani al ten. col. Bertella riguardante il mondo della scalata mafiosa ai casinò, compare il nome di un possibile killer: un calabrese denominato “Luciano”. Si tratta, come emerge univocamente da innumerevoli atti del fascicolo, del calabrese Demetrio Latella, detto ‘Luciano’. Tra questi atti, c’è una scheda nominativa predisposta dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Torino in cui si legge che Demetrio Latella (nato a Ravagnese – RC – il giorno 11.7.1954) era soprannominato ‘Luciano Tanghiani’. Nella medesima scheda si legge che Latella sarebbe stato un killer dell’organizzazione di Angelo Epaminonda, sarebbe stato legato ai Miano di Milano ed associato al clan Miano di Torino e a quello dei calabresi capeggiato da Mario Ursini. Vi si legge, ancora, che Latella si appoggiava operativamente a Torino al Gullace G. e ai Miano e che la sua auto A112 fu adoperata a Torino per l’omicidio di Antonino Bulla.
Il nome di Latella è citato anche in altri documenti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia. Il collaboratore Giuseppe Muzio, ad esempio, il 28 settembre 1984 dichiarò al P.M. Di Maggio:‘Latella Luciano appartiene al clan dei catanesi di Miano, facente capo a Jimmy e Nuccio Miano e Santo Mazzeo. A Torino si incontrava con Finocchiaro Francesco e con Parisi Salvatore, con Orazio Giuffrida, Miano Roberto e Saia Antonino e comunque con tutta la banda. Si trattava di periodiche riunioni operative tra i gruppi’.
Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, non ritennero gli spunti indiziari forniti dal rapporto informativo del ten. col. Bertella e gli altri riferimenti negli atti d’indagine al nome di Demetrio ‘Luciano’ Latella sufficientemente consistenti e/o riscontrati per sviluppare ulteriori indagini volte ad approfondire la consistenza o meno di quella ipotesi investigativa sulla possibile identità dei killer del dottor Caccia.

E’ un dato accertato che Demetrio Latella abbia operato per conto dei mafiosi ‘calabresi’ e ‘catanesi’ a Torino e Milano. Latella fu condannato l’8 febbraio 1988 alla pena dell’ergastolo dalla corte di assise di Milano per il reato di omicidio. Si trattò del procedimento penale che fu istruito a Milano dal P.M. Francesco Di Maggio sulla base della dichiarazioni del collaboratore Angelo Epaminonda e che riguardò i reati commessi dal gruppo criminale facente capo ad Epaminonda. La sentenza a carico di Latella divenne definitiva l’11 marzo 1992.

Il nome di Demetrio Latella è tornato recentemente negli articoli di cronaca quando, ai primi di giugno del 2008, fu arrestato con l’accusa di aver preso parte al sequestro e all’omicidio della diciottenne Cristina Mazzotti, sequestrata il 26 giugno 1975 in provincia di Como ed il cui cadavere fu recuperato il 1 settembre 1975. Latella, in regime di liberazione condizionale dal 2007, fu individuato nel 2008 grazie al rinvenimento di una sua impronta digitale sull’auto utilizzata per il sequestro della ragazza poi uccisa. La posizione di Latella, così come dei correi Giuseppe Calabrò e Talia Antonio, fu archiviata il 19 dicembre 2011 dal GUP del Tribunale di Milano per intervenuta prescrizione, in ragione delle circostanze attenuanti generiche concesse agli indagati. Latella dichiarò di aver avuto un ruolo molto marginale per quel delitto, affermando di essersi prestato all’ultimo momento all’esecuzione di un piccolo segmento operativo del sequestro, in cambio di un compenso di circa 20 milioni di lire.

Giovanni Selis: un magistrato dimenticato

Il caso di Giovanni Selis, Pretore di Aosta nei primi anni ottanta, dimostra oltre ogni dubbio che mettere il naso negli affari illeciti dei casinò comportava rischi molto gravi per l’incolumità di un investigatore.
Il 13 dicembre 1982 il dottor Selis rimase vittima di un attentato che mai ci si sarebbe immaginati a quelle latitudini: un’autobomba. Alle ore 8.45 di mattina, non appena il magistrato si accomodò sulla sua auto FIAT 500 per recarsi al lavoro e tirò la levetta dell’accensione, una bomba esplose squarciando la vettura. Il cofano motore dell’utilitaria volò a 300 metri di distanza dal punto dell’esplosione: unica parte intatta rimase il sedile su cui si trovava il magistrato. Il dottor Selis si salvò per miracolo. ‘La bomba era stata piazzata da professionisti – dissero gli inquirenti -, doveva uccidere Selis, non ci sono dubbi. Non siamo di fronte ad un avvertimento’.

Chi voleva la morte del pretore di Aosta non si fermò e provò nuovamente ad uccidere il magistrato quattro giorni dopo, il 17 dicembre 1982: verso le ore 19.30 il dottor Selis sentì suonare il citofono della propria abitazione e si portò al citofono chiedendo ripetutamente ‘Chi è?’, senza ottenere risposta. Il magistrato si portò sul balcone di casa che sovrasta il portone di ingresso e sul momento non notò nulla di particolare. Tornò nuovamente alla porta di casa ed osservò attraverso lo spioncino la luce rossa della spia dell’ascensore accesa. Attese che qualcuno uscisse dall’ascensore ma nulla di tutto ciò accadde. Il dottor Selis chiamò allora il 113 ed in pochi istanti arrivarono due poliziotti in borghese che salirono le scale del palazzo armi in pugno: uno dei due poliziotti riferì al magistrato che al pianterreno dello stabile aveva trovato l’ascensore fermo con entrambe le semi-porte aperte. Si trattò chiaramente di un tentativo da parte dei killer di attirare il dottor Selis fuori dalla propria abitazione per colpirlo mentre si affacciava sulle scale del palazzo.

Il dottor Selis, dopo l’attentato subito, fu trasferito al D.A.P. (Dipartimeno dell’Amministrazione Penitenziaria) e ritornò ad Aosta nel 1987 da Pretore dirigente; pensava di aver recuperato il minimo di serenità sufficiente per tornare a operare in quella zona, ma il 9 maggio 1987 si tolse tragicamente la vita. La moglie del magistrato, Sara Selis, dichiarò che il marito, pochi giorni prima di commettere il suicidio, le disse: ‘E’ stato un grave errore ritornare qui’. Che cosa intedesse dire con precisione il marito, Sara Selis non seppe mai. ‘Forse aveva incontrato qualcuno – dichiarò la donna -, o forse il ritorno ad Aosta aveva soltanto reso più difficile dimenticare il trauma dell’attentato’.

Quando il dottor Selis fu ascoltato dai magistrati di Milano titolari delle indagini volte ad identificare i suoi attentatori, fu lo stesso Pretore di Aosta ad indicare, come uno dei possibili moventi dell’attentato, un’indagine che stava conducendo sul casinò di Saint Vincent. Il 15 gennaio 1983 il dottor Selis, assunto a sommarie informazioni dal P.M. milanese Corrado Carnevali,individuò tre possibili moventi che, in astratto, avrebbero potuto giustificare la sua eliminazione: il dott. Selis indicò al P.M. Carnevali come terzo possibile movente le indagini che stava personalmente conducendo presso la Casa da Gioco di Saint Vincent nell’ambiente dei prestasoldi e, in particolare, tra l’Ufficio Fidi della Casa e taluni prestasoldi. Il pretore Selis affermò di essersi interessato da tempo all’attività di taluni prestasoldi e di taluni personaggi ruotanti intorno all’attività stessa riferendosi, in particolare, a certo Avv. Valentini, di Milano, e a certo dr. Sacco. Il dottor Selis aggiunse inoltre a verbale che esisteva una specifica indagine demandata alla Guardia di Finanza avente ad oggetto l’individuazione della causale di un assegno emesso da certo Ing. Mariani in favore di Masi, Amministratore delegato della Sitav, società che aveva la gestione della Casa da gioco di Saint Vincent.
Il pretore Selis dichiarò inoltre di aver ricevuto, dopo l’attentato ai suoi danni, una telefonata dal collega Marcello Maddalena, sostituto procuratore a Torino, che gli chiedeva un colloquio riservato, in quanto aveva appreso dai giornali che, fra le varie indagini di cui il dottor Selis si occupava, ne esisteva una relativa a dei prestasoldi operanti presso il casinò di Saint Vincent. Il colloquio fra i due magistrati avvenne nell’uffico torinese del dottor Maddalena e si svolse, stando ai ricordi del dottor Selis, il 23 dicembre 1982. Il pretore di Aosta, vincolato dal segreto istruttorio, non rivelò al P.M. Carnevali i contenuti del colloquio avvenuto all’antivigilia di Natale del 1982, ma affermò che avrebbe potuto sussistere un collegamento fra le sue indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona.

Il tema d’indagine illustrato dal dottor Selis si intrecciava in modo molto stretto a quella che da Franco Mariani ed Enrico Mezzani fu indicata al dottor Di Maggio come la causale dell’omicidio Caccia. D’altronde, nel 1983, anche sugli organi di stampa comparve la notizia di un possibile collegamento tra le causali del tentato omicidio Selis e dell’omicidio Caccia con riferimento alle infiltrazioni mafiose nei casinò. Purtroppo, il dott. Selis non fu mai escusso formalmente nell’ambito delle indagini relative all’omicidio del dott. Caccia per valutare l’eventuale esistenza di convergenze tra i possibili moventi del suo tentato omicidio e le possibili causali del delitto Caccia.
Certo è che la vicenda dimenticata dell’attentato ai danni del dottor Selis dimostra che le indagini sui casinò potevano essere estremamente pericolose per chi le conduceva. Tale circostanza non fa che corroborare la possibile causale dell’omicidio Caccia relativa alle indagini sul casinò di Saint-Vincent, tanto più se si considera che fra il tentato omicidio Selis e l’omicidio Caccia trascorsero soltanto sei mesi.

Conclusioni

Nell’anno 2013, in occasione del trentennale dell’omicidio di Bruno Caccia, è stato presentato un documentario che è probabilmente il più completo lavoro giornalistico che sia stato mai realizzato sulla figura del Procuratore Capo di Torino. Si tratta del documentario ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere‘ i cui autori sono Elena Ciccarello e Davide Pecorelli con montaggio a cura diChristian Nasi (produzione di Libera Piemonte e Acmos). Nel documentario è presentata un’attenta ricostruzione della vicenda processuale relativa all’omicidio Caccia e sono messe chiaramente in evidenza le domande rimaste aperte dopo il pronunciamento della sentenza di Cassazione del 1992. E’ presente anche un’intervista a Mario Vaudano (foto sulla destra), già Giudice Istruttore a Torino negli anni settanta, il quale afferma: ‘Secondo me non hanno ucciso Bruno Caccia per il passato, l’hanno ucciso per il futuro’. Il documentario è stato presentato a Torino il 26 giugno 2013 all’interno del programma organizzato per ricordare la vita ed il lavoro del Procuratore Caccia.
E’ in occasione del trentennale del delitto Caccia che gli organi stampa iniziano a parlare degli elementi raccolti ed approfonditi dall’avv. Fabio Repici.13,14

Un mese prima del programma, il 6 giugno 2013, i figli Cristina, Paola e Guido Caccia hanno indirizzato una seconda lettera aperta alla città di Torino in cui hanno espresso la speranza che la città potesse diventare, a distanza di trent’anni dal delitto, un ‘laboratorio di Verità’ in cui grado di generare ‘voglia di reagire e magari qualche resipicenza’ sui fatti accaduti:

Si sta avvicinando la ricorrenza del trentennale della morte di nostro padre Bruno Caccia, e in quell’occasione la commemorazione sarà tenuta per la prima volta in veste ufficiale a cura della Città di Torino nella Sala Rossa del Municipio, alla presenza di autorità civili, giudiziarie, militari, religiose.
Questa iniziativa della città onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere.
A distanza di trent’anni, ci sembra che sia necessario che qualcuno si assuma il compito di fare una commemorazione di Bruno Caccia del tipo di quella che ha fatto Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, per ricordare Giovanni Falcone il 23 maggio scorso: un’analisi storica, non solo un elogio della persona.
Gli elogi fanno piacere a chi ha avuto Bruno Caccia come familiare o amico; l’analisi storica è piuttosto un dovere: il dovere di far conoscere il suo operato inquadrato nel contesto di quegli anni, al fine di fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere i veri motivi che hanno portato alla sua uccisione.

Perché ciò che durante questi 30 anni sta diventando sempre più chiaro è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale  (unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo.
E’ giusto che Bruno Caccia venga ricordato non solo per le sue doti personali, ma per quello che ha fatto, per il percorso professionale che ha intrapreso usando non solo il proprio talento, la dirittura morale e la professionalità che gli erano propri; ma ad essi accompagnando e rinnovando giorno per giorno, la coerenza, la tenacia e il coraggio necessari per inseguire la verità, fino al sacrificio della propria vita.
Non saremo gli unici ad essere riconoscenti a chi saprà ricordare questo percorso, spiegando che cosa ha comportato la sua brutale interruzione e come è stata proseguita l’azione penale nelle varie indagini da lui avviate.
Una commemorazione “utile”, insomma, che non faccia leva solo sul sentimento, ma che stimoli la ragione e la riflessione; che generi piuttosto voglia di reagire e magari qualche resipiscenza.
Crediamo infatti che siano in molti a potere ancora dare un apporto utile alla conoscenza dei fatti, e ci auguriamo che qualcuno fra loro si farà avanti e racconterà ciò che sa: sarebbe un tributo anche alla memoria di nostra madre che, nei 25 anni che è sopravvissuta a suo marito, tanto si è tormentata per le questioni non risolte dalle sentenze dei processi di Milano, e per gli interrogativi che ne emergono.
Potrebbe essere un esempio di coraggio, un esempio capace di interrompere un ciclo della nostra storia italiana, martoriata da anni di menzogne, occultamenti e depistaggi che continuano a tradire la Verità e a inquinare le nostre istituzioni.
Da Torino, da questa città generosa, sono partite tante iniziative coraggiose, sono nati e sono stati esportati nel resto d’Italia tante idee e tanti fenomeni virtuosi; si è detto che Torino è la “città-laboratorio”: sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno, seguendo la scia di altre realtà italiane, anche un laboratorio di Verità.

Guido, Paola e Cristina Caccia (Torino, 6 giugno 2013)

Il 10 luglio 2013 l’avv. Repici, quale difensore di Guido Caccia, Paola Caccia e Cristina Caccia, ha presentato una denuncia al Tribunale di Milano in cui ha chiesto la ripertura delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia sulla base delle dichiarazioni del dottor Canali e di tutta una serie di spunti individuati nel fascicolo sull’omicidio del magistrato torinese. L’avv. Repici ha messo in evidenza come la pista del riciclaggio dei soldi delle organizzazioni mafiose nei primi anni ottanta, presso il Casinò di Saint-Vincent, sia quella su cui è indispensabile sviluppare nuove indagini per identificare eventuali ulteriori mandanti (oltre a Domenico Belfiore) e gli autori del delitto Caccia rimasti ancora nell’ombra.
Iscritta la denuncia sull’omicidio Caccia come atto non costituente notizia di reato, il P.M. assegnatario del procedimento, dopo aver valutato i risultati di alcune deleghe di polizia giudiziaria che erano state espletate, ha emesso il 25 novembre 2013 un “provvedimento di archiviazione interna” ritenendo infondata la ricostruzione dei fatti e delle causali dell’omicidio Caccia così come prospettata dall’avv. Repici. Quest’ultimo ed i familiari del dottor Caccia hanno proceduto, nel frattempo, ad acquisire ed approfodire altri fascicoli processuali collegati a quello sull’omicidio del Procuratore di Torino, come il fascicolo del procedimento penale torinese sul casinò di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’) ed il fascicolo sul sequestro di Giuseppe Agrati (28 gennaio 1975). Dall’analisi comparata degli atti giudiziari sono emersi ulteriori elementi a sostegno della pista investigativa illustrata nella denuncia presentata nel luglio 2013. L’avv. Repici, il 23 luglio 2014, ha presentato al Tribunale di Milano una nuova denuncia con cui ha ribadito la richiesta di riaprire le indagini sull’omicidio Caccia ed ha sollecitato l’A.G. di Milano a svolgere tutta una serie di atti d’indagine ed accertamenti a carico di Rosario Pio Cattafi e di Demetrio Latella. In occasione della seconda denuncia, l’avv. Repici, concordando tale scelta con i figli del dottor Caccia, ha comunicato alla Procura della Repubblica di Milano la nomina del dottor Mario Vaudano in qualità di consulente tecnico.
Il 29 settembre 2014 alcuni organi di stampa hanno rilanciato la notizia della riapertura dell’inchiesta sul delitto Caccia, ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali.15,16 ‘Che cosa ci aspettiamo? La verità. Dopo tanti anni è l’unica cosa che ci interessa’, ha detto Paola Caccia.

David Gentili, Presidente della Commissione Antimafia di Milano, ha organizzato il 3 ottobre 2014, presso la sala Alessi del Comune, l’incontro intitolato ‘Bruno Caccia, il diritto alla verità’. All’evento hanno partecipato Paola e Cristina Caccia, Fabio Repici, Fosca Nomis (Presidente della Commissione Antimafia a Torino) e Nando dalla Chiesa (Presidente onorario di Libera). L’incontro è stato l’occasione in cui i figli del giudice e l’avv. Repici hanno fatto il punto sugli elementi emersi dalle loro ricerche ed hanno chiesto con forza che le indagini sull’omicidio del dottor Caccia siano riaperte (per una completa rassegna stampa sull’incontro vedi rif. 17):

video-bruno-caccia-3-ottobre-2014

Il 17 giugno 2015 l’avv. Repici ha inoltrato una nuova memoria difensiva, nell’interesse dei figli del procuratore Caccia, al dottor Marcello Tantangelo, sostituto procuratore della Repubblica di Milano, e al Procuratore generale della Repubblica di Milano. Nella memoria si afferma che il dottor Caccia è stato vittima di un’unica “rete criminale che aveva pressoché fagocitato la gestione dei Casinò del nord Italia e della Costa Azzurra, sotto il controllo di esponenti delle mafie catanesi, palermitane, calabresi, corse e marsigliesi”.18 L’avv. Repici ha chiesto all’A.G. milanese di sentire nuovi testimoni sul delitto, a partire da Domenico Belfiore, cui è stata concessa nel mese di giugno 2015 la detenzione domiciliare in via provvisoria per gravissime condizioni di salute.19 Belfiore, oltre ad essere l’unico condannato per il delitto Caccia, è una delle persone che, qualora decidesse di riferire all’A.G. quanto a sua conoscenza, potrebbe consentire alla magistratura di fare un significativo passo in avanti nell’accertamento delle responsabilità di chi decise e realizzò l’omicidio dell’allora Procuratore capo di Torino.

Il 26 giugno 2015 la Commissione speciale Antimafia del comune di Torino, presieduta da Fosca Nomis, in seduta congiunta con i Capigruppo del Consiglio Comunale, ha audito la figlia del magistrato, Paola Caccia, e l’avvocato dei familiari Fabio Repici, che hanno chiesto di riaprire il caso. “Ancora oggi – ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici – non conosciamo tutti gli esecutori materiali e gli altri mandanti, oltre a Domenico Belfiore, del delitto Caccia. Questo perché nessuno indagò sui casi ai quali stavo lavorando il procuratore: temi delicati, che riguardavano anche il Casinò di Saint Vincent e l’ipotesi di riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona compiuti dalla criminalità organizzata, sia siciliana che calabrese. Inoltre, ancora oggi il delitto Caccia non è mai stato collegato al tentato omicidio del procuratore di Aosta Giovanni Selis, ferito da un’autobomba il 13 dicembre 1982, sei mesi prima dell’assassinio di Caccia, mentre indagava proprio sul Casinò di Saint Vincent”. “Da anni la Commissione Antimafia della Città di Torino – ha dichiarato Fosca Nomis – segue il caso Caccia. Ora finalmente forse stiamo per arrivare alla piena verità. Per fare giustizia nei confronti dei familiari del procuratore e di una città che da sempre ha legalità e giustizia tra i propri valori fondanti. Nessuna città è immune dalla contaminazione delle mafie, ma il costante impegno di Istituzioni, associazioni e cittadini può servire a creare validi anticorpi. Lo dobbiamo anche a Bruno Caccia e ai tanti magistrati coraggiosi e integerrimi che, come lui, non sono mai scesi a compromessi, anche a costo della propria vita”.20

La richiesta dei figli di Bruno Caccia è che la Procura di Milano, ammesso che non abbia già proceduto in questa direzione, riapra le indagini sull’omicidio del padre. E’ fondamentale che i magistrati titolari del caso assumano a sommarie informazioni gli ufficiali di P.G. che effettuarono, il 18 maggio 1984, la perquisione presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi, al fine di verbalizzare quanto essi ricordano riguardo a quell’atto di indagine. Altrettanto inderogabile è l’assunzione a verbale delle dichiarazioni del dottor Olindo Canali in merito a quanto da lui conosciuto sulle indagini condotte dall’allora P.M. Francesco Di Maggio (deceduto nel 1996) per individuare gli autori dell’omicidio Caccia.
Numerosi sono inoltre gli spunti di indagine, portati alla luce dall’avv. Repici e dai familiari del giudice Caccia, che potrebbero condurre ad individuare significativi elementi di conoscenza su chi, oltre a Domenico Belfiore, decise la morte del Procuratore di Torino. La pista investigativa che individua la causale del delitto Caccia nelle indagini coordinate dal magistrato sul riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent non contraddice per nulla quanto già accertato dalla sentenza passato in giudicato a carico di Belfiore: ne completerebbe il quadro dando lo spunto per accertare eventuali eventuali responsabilità penali.

Tocca ora alla magistratura milanese il compito di dare una risposta alla domanda di verità dei figli di Bruno Caccia. Si tratta di svolgere accertamenti investigativi finalizzati a questo obiettivo: verificare se gli spunti indiziari forniti dalla pista già affiorata dalle prime indagini sull’omicidio e rinnovati all’attenzione degli inquirenti dai familiari del dottor Caccia possano svilupparsi in elementi di prova oppure no. I magistrati, gli investigatori ed i giornalisti che seguirono l’evolversi delle indagini sul delitto Caccia, le inchieste sui casinò del nord Italia e sui sequestri di persona negli anni settanta-ottanta, possono dare informazioni indispensabili per ricostruire i vuoti presenti nella verità giudiziaria accertata fino ad oggi: ciò non significa essere a conoscenza di chissà quali segreti, ma semplicemente essere portatori di un vissuto che può aiutare a definire il contesto in cui maturò l’omicidio del dottor Caccia. Questo è un appello rivolto a chiunque possa dare un contributo in questa direzione: chi ricorda elementi che possano utili per le indagini, li trasmetta ai familiari di Bruno Caccia e agli inquirenti.

‘Bruno Caccia è stato ucciso per il futuro’,
ha detto Mario Vaudano. Il debito nei confronti del giudice Bruno Caccia sarà chiuso solo quando ognuno di noi avrà fatto, nell’ambito del proprio ruolo, tutto quanto possibile per dare una risposta di verità ai familiari del Magistrato e alla collettività.

Marco Bertelli

Tratto da: 19luglio1992.com

NOTE

1), 3), 6), 8) Sentenza emessa dalla Seconda Corte di Assise d’Appello di Milano, Proc. Pen. n. 47/91 Registro Generale, Presidente dott. Giacomo Martino (28 febbraio 1992)
2), 4), 5), 7), 11), 12) Sentenza emessa dalla Prima Corte di Assise di Milano, Presidente Camillo Passerini, Proc. Pen. N. 48/88 Registro Generale (16 giugno 1989)
9) ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere’, documentario di Elena Ciccarello e Davide Pecorelli, con montaggio a cura di Christian Nasi (2013, produzione di Libera Piemonte e Acmos)
10) Approfondimento sulla biografia di Rosario Cattafi: ‘La peggio gioventù – vita nera di Rosario Pio Cattafi’, Fabio Repici, 12 novembre 2012, www.19luglio1992.com e Lumia: ‘Nessuno si faccia ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi, Marco Bertelli, 16 febbraio 2013, www.19luglio1992.com
13) ‘ ‘Ndrangheta, trent’anni fa a Torino l’omicidio Caccia. Ora spuntano i servizi’, Elena Ciccarello (24 giugno 2013, Il Fatto Quotidiano)
14) ‘Delitto Caccia, spunta una telefonata La famiglia: “Riaprite il processo”’, Niccolò Zancan (20 giugno 2013, La Stampa)
15) ‘Omicidio Caccia: ora spuntano nuovi indizi, indagini riaperte’, Meo Ponte (28 settembre 2014, La Repubblica)
16) ‘La figlia di Caccia e l’inchiesta riaperta. ‘Dopo tanti anni aspettiamo solo la verità’ ‘, Meo Ponte (29 settembre 2014, La Repubblica)
17) ‘Bruno Caccia, la famiglia torna a chiedere la riapertura delle indagini’, AA.VV. (19luglio1992.com)
18) ‘Bruno Caccia, “rete criminale dei casinò dietro l’omicidio del procuratore”’, Elena Ciccarello (27 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
19) ‘Bruno Caccia: scarcerato mandante omicidio del giudice : ‘Motivi di salute’ ‘, Andrea Gianbartolomei (11 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
20) 26 giugno 2015 – Caccia, un anniversario alla ricerca di giustizia (Massimiliano Quirico, CittàAgorà, 26 giugno 2015)

LISTA ABBREVIAZIONI

P.M.: Pubblico Ministero
G.I.: Giudice Istruttore
R.G.G.I.: Registro Generale Giudice Istruttore
Trascr. dib.: trascrizione dibattimentale
c.p.p.: codice procedura penale

Credo che sia ora che io torni a Reggio Calabria

E quindi sarò alla rassegna Tabularasa. Perché finisce sempre che i limiti ce li imponiamo da soli. Con la paura.

Qui l’articolo ANSA:

Torna Tabularasa, la rassegna letteraria sulla legalità, giunta alla sesta edizione, di Urba/Strill.it, ideato dai giornalisti Giusva Branca e Raffaele Mortelliti. La manifestazione, presentata oggi, per tutto il mese di luglio “darà spazio a talk, coscienze e musica” con piazza Italia, nel centro storico, scelta come location. Il festival avrà inizio domani, nell’ambito dell’Estate Reggina, con il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e il suo ultimo libro “Oro Bianco: sulle tracce della droga”.

“L’obbiettivo – ha detto Giusva Branca – anche quest’anno è quello di appassionare la gente a tematiche d’interesse collettivo, al gusto della parola e al gusto del senso critico da sviluppare. Gli argomenti della sesta edizione di Tabularasa saranno alcuni di natura locale altri di respiro più ampio”.

Oltre alle consuete serate dedicate ai dibattiti culturali, il festival prevede anche alcuni concerti. “Per il 2015 – ha aggiunto – abbiamo voluto dare maggiore spazio ai gruppi musicali emergenti perché abbiamo riscontrato che la richiesta di spettacoli musicali è piuttosto marcata e in questo senso sono presenti in programma gli abbinamenti nella stessa serata di talk e concerto”.

Previsto l’intervento di ospiti come Corrado Passera e Giulio Cavalli, ma anche il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ed il pm di Catanzaro Gerardo Dominijanni. Si affronteranno tematiche come la corruzione e il malaffare, ma anche lo sport, lo sviluppo locale e la politica.

“Lavorare con gli eventi culturali in Calabria – ha affermato Mortelliti – allestendo eventi gratuiti e cercando di avere un’offerta variegata per un mese intero non è materia semplice.

È vero che la città vuole questa tipologia di eventi estivi, ma è la stessa che si impegna e che difficilmente delega. Noi ci siamo trovati di fronte all’emergenza ‘Calabria’ a vario titolo, e anche Tabularasa fino alla fine ha rischiato di essere carente rispetto agli standard che ci siamo garantiti nelle passate edizioni. Alla fine abbiamo tirato fuori i muscoli, abbiamo trovato anche chi ha creduto alle nostre idee, anche gli enti locali hanno creduto all’iniziativa, vuol dire che Tabularasa comincia a diventare un principio filosofico. Allestire Tabularasa anche per il 2015 vuol dire ricominciare a proporre un’offerta seria e affidabile. Questa è la città che vogliamo, questa è l’offerta culturale che vogliamo”.

Processo-Trattativa parla il pentito Luigi Giuliano: “Dell’Utri minacciava Mangano per non farlo pentire”

La cronaca dell’udienza raccontata da Lorenzo Baldo:

mangano-berlusconi-dellutri“Vittorio Mangano? Qualche volta gli si accendeva la scintilla (di voler collaborare, ndr)… ma aveva paura, quasi da infarto… aveva ricevuto minacce che se si fosse pentito la sua famiglia sarebbe scomparsa e sciolta nell’acido”. La voce del collaboratore di giustizia Luigi Giuliano, “O’ rre”, arriva nitida dal sito riservato collegato in videoconferenza all’udienza odierna del processo sulla trattativa. “Ma da chi era minacciata la famiglia di Mangano?”, chiede il pm Francesco Del Bene. “Mangano mi fece il nome di Dell’Utrio (Marcello Dell’Utri, ndr)… che aveva rapporti con lui… un potente della politica”. Il riferimento è all’ex braccio destro di Berlusconi, attualmente in carcere per scontare una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’ex boss camorrista, già a capo della “Nuova Famiglia”, riaccende quindi l’attenzione sui suoi contatti con l’ex “Stalliere di Arcore” morto di cancro nel 2000. “Vittorio Mangano l’ho conosciuto nei primi anni ’70 a Milano perché era amico di un mio amico che si chiamava Nunzio Guida, legato a Michele Zaza”, racconta Giuliano. “Successivamente, intorno al ’99, sono stato detenuto nel carcere di Secondigliano al 41bis, c’era un reparto adibito all’ospedale… per pochissimi giorni siamo stati nella stessa stanza con Mangano”. Ed è in quelle condizioni che l’ex capo della “Nuova Famiglia” riceve alcune “confidenze” da parte del defunto reggente di Porta Nuova.  “Vittorio era assai preoccupato perché temeva che fuori dicessero che lui potesse accedere al pentimento…lo hanno minacciato che avrebbero fatto a pezzi la sua famiglia… anche se non prendeva questa decisione qualcuno poteva far passare la notizia che collaborava…”. Il pm riprende un verbale del 2002 nel quale lo stesso Giuliano era stato decisamente più esaustivo: “Mangano conosceva tantissime cose e più volte ha fatto riferimento a Berlusconi e Dell’Utri, Mangano mi disse che la carriera politica di Berlusconi era la prosecuzione della carriera politica di Andreotti”. L’ex boss conferma quanto dichiarato tredici anni fa aggiungendo che “quello era un motore per portare avanti un sistema criminale mafioso… si doveva far abolire il 41bis, i benefici per i pentiti… che bisognava distruggere”. Berlusconi e Dell’Utri? “Erano la stessa cosa, me lo diceva Mangano: Berlusconi-Dell’Utri-mafia… uno stesso sistema criminale. Mangano voleva farmi intendere che la mafia aveva questa potenza con loro…”. Giuliano spiega quindi di essersi pentito nel 2002 per “una conversione spirituale” legata alla figura di Gesù Cristo. “Anche se salvo una sola vita – ribadisce il collaboratore –  ho il dovere di farlo davanti alla giustizia di Dio e degli uomini. Mi hanno ammazzato tre persone care, tra queste anche mio figlio…”. Alla domanda del pm se avesse mai conosciuto Totò Riina, Giuliano replica di averlo incontrato nei primi anni ’70 “quando (Riina, ndr) frequentava i night club in via Caracciolo”. Il legale del capo di Cosa Nostra chiede in seguito in quale occasione avrebbe avuto con Riina “un contatto diretto per parlare di un argomento specifico”. “Ci siamo parlati… un discorso fugace… alla villa di Nuvoletta a Marano in piena guerra con Cutolo”, replica l’ex boss. Che non intende approfondire l’argomento in quanto a suo dire rientrerebbe all’interno di indagini in corso. Immediata la contestazione da parte dell’avv. Cianferoni fortemente dubbioso sulla spiegazione fornita dal collaborante. La questione sollevata si conclude lì.

(fonte)

2 luglio: a Parma per il Festival della Parola

Schermata 2015-06-29 alle 23.13.40Il 2 luglio a Parma, in ottima compagnia, andiamo in scena con un NOMI COGNOMI E INFAMI “particolare”.

Qui trovate il sito del festival.

Ecco la presentazione:

Comunicato stampa

29 giugno 2015

Al Workout Pasubio da mercoledì 1 a domenica 5 luglio

va in scena il Festival della Parola. Ingresso gratuito.

Dodici incontri d’autore tra libri, musica, teatro, radio, tv e web

Dalle narrazioni di Concita De Gregorio, Luca Telese e Giulio Cavalli

alle voci di Matteo Setti e Valerio Jovine, dalla chitarra di Giandomenico Anellino

alle note di Sergio Rendine e alle percussioni di De Marco & Bisogno

TRA GLI OSPITI DON MAZZI, SELVAGGIA LUCARELLI E CRISTIANO D’ALISERA,

GIOVANNI FASANELLA, ITALO MOSCATI, ALESSANDRO GILIOLI E MONICA ZORNETTA,

LEONETTA BENTIVOGLIO, GUIDO BARBIERI

E IL QUARTETTO D’ARCHI DELL’ORCHESTRA DELL’OPERA ITALIANA

Puntata zero della II edizione di “Mamma Non Mamma” (Rai Radio 2)

I DIPINTI DI FRANCO FORTUNATO E I “QUADRI” DI PASQUALE PANELLA SUL SOLE 24 ORE

Dare i numeri a parole, cioè esagerare, vaneggiare perfino, o forse esplicitare, documentare. Parte da una suggestione che attinge al poeta, scrittore e paroliere Pasquale Panella la trama emotiva e artistica del Festival della Parola, giunto alla sua seconda edizione, che si svolgerà a Parma da mercoledì 1 a domenica 5 luglio.

Dodici incontri con autori, musicisti, attori, registi tra i più stimati e amati della scena culturale formano un percorso scandito da mostre, spettacoli, performance e concerti, in cui si intrecciano i diversi linguaggi del teatro e della satira, della pittura e del canto, della radio e della tv, del cinema e del web, del giornalismo investigativo e della solidarietà.

Le voci di Matteo Setti e Valerio Jovine, gli archi dell’Orchestra dell’Opera Italiana, la chitarra di Giandomenico Anellino e le partiture di Sergio Rendine, le percussioni di Domenico De Marco & Pierpaolo Bisogno, le narrazioni di Concita De Gregorio, Luca Telese e Giulio Cavalli, l’ironia di Francesca Fornario e le vignette di Stefano Disegni, le provocazioni di Selvaggia Lucarelli e le orazioni civili di don Mazzi, le controinchieste di Giovanni Fasanella e la creatività di Cristiano D’Alisera, le interviste di Monica Zornetta, i quadri di Franco Fortunato: loro e molti altri ospiti di spicco si alternano − per cinque giorni e cinque notti − sotto le navate del  Workout Pasubio, un luogo scarno e magico di archeologia industriale, ex fabbrica metalmeccanica al centro di un programma di recupero e riuso.

Per l’associazione Rinascimento 2.0, promotrice del Festival della Parola con il patrocinio del Comune di Parma, la scelta di questo palcoscenico rappresenta quindi un investimento di idee, progetti, professionalità e offre alla città un’occasione da non perdere per la costruzione di un nuovo polo della cultura, delle arti, dello spettacolo e della formazione.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito (via Catania, traversa via Palermo).

Il Maestro Eleonora Paterniti, regista lirica, musicista, autrice televisiva Rai, firma la direzione artistica del Festival della Parola 2015. Suo ideatore nel 2014 e responsabile di questa edizione è Manlio Maggio. Il presidente di Rinascimento 2.0 è l’imprenditore Davide Battistini.

Il Festival della Parola si avvale della collaborazione dell’associazione multietnica e antirazzista City Angels e dall’associazione di volontariato Liberi dalla Nebbia.

Ecco in dettaglio il cartellone, giorno per giorno, del Festival della Parola.

MERCOLEDÌ 1 LUGLIO

Mozart: eros numeroso è il titolo che Pasquale Panella ha suggerito per il primo incontro in forma di conversazione e concerto evocando la celebre trilogia Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte: alle ore 19 l’inviata di Repubblica (danza, musica, lirica, letteratura) Leonetta Bentivoglio, che è autrice con la musicologa Lidia Bramani di E Susanna non vien. Amore e sesso in Mozart per le edizioni Feltrinelli, si confronta con Guido Barbieri, critico musicale, storico conduttore dagli studi di Rai Radio 3, docente universitario, oggi direttore artistico del Teatro delle Muse di Ancona. Le opere mozartiane su libretto di Lorenzo Da Ponte costituiscono una straordinaria, vitalissima sorgente per esplorare senza conformismi l’universo dei sentimenti e dell’erotismo. L’Orchestra dell’Opera Italiana (l’originale esperienza che da un paio d’anni hanno inaugurato i professori già del Teatro di Regio di Parma, protagonisti del tour Con Verdi nel mondo) offrirà al Festival il talento del Quartetto d’archi composto da Silvia Mazzon, Simona Cazzulani, Ilaria Negrotti e Silvia Sciolla, eseguendo musiche di Wolfgang Amadeus.

Alle ore 21 si ragiona, si polemizza, ci si appassiona attorno ai Numeri in mare: i profughi sono un’emergenza o una psicosi? Per usare le parole di una giornalista che spesso va controcorrente, ci si chiede se il problema non sia la scabbia dei migranti ma quella della nostra politica: l’attrice parmense Alessandra Azimonti aprirà la serata leggendo un articolo di Selvaggia Lucarelli che nei giorni scorsi ha acceso la miccia della polemica sul Fatto quotidiano. Poi sarà lei, attivissima tra radio, tv e blog, a dialogare con due nomi simbolo del mondo dell’assistenza ai deboli e agli emarginati: don Antonio Mazzi, fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti Exodus, volto notissimo alle platee televisive, abituato a commentare la cronaca senza celarsi dietro le frasi di circostanza; e Mario Furlan, giornalista, scrittore, docente universitario, il cui impegno sociale è testimoniato dall’associazione laica, multietnica, antirazzista e multireligiosa dei City Angels, volontari che affrontano ogni giorno in una ventina di città italiane le diverse emergenze della vita sulla strada. Interloquirà, con racconti e canzoni, il beniamino del pubblico Valerio Jovine, una delle voci dei 99 Posse, protagonista di programmi di grande successo come The Voice, sempre gratificato da picchi di audience e dai clic sui social network, sensibile con i testi ai temi dell’integrazione. Lo affianca Alessandro Aspide, una garanzia nel dj set.

GIOVEDÌ 2 LUGLIO

Caso Moro in partitura: la drammatica pagina storica che ha fatto da spartiacque nell’Italia repubblicana è lo spunto di un inedito incontro tra un giornalista che da anni sforna puntigliose ricerche sui misteri del nostro passato recente o remoto e un compositore tra i più prolifici e i più stimati nel panorama della musica contemporanea. Alle 18.30 si troveranno sul palco Giovanni Fasanella (notista politico del quotidiano l’Unità, poi inviato del settimanale Panorama, autore di molti volumi sul terrorismo, sul caso Gladio, sui servizi segreti inglesi) e Sergio Rendine (oltre duecento i suoi lavori, diverse sinfonie eseguite in tutto il mondo) partendo dal misterioso ruolo del direttore d’orchestra Igor Markevič nel sequestro dello statista democristiano. Fasanella ha pubblicato per le edizioni chiarelettere una ristampa aggiornata del suo libro dedicato a questa tesi. Rendine sta scrivendo la partitura di un’opera lirica incentrata sull’ultima notte di Moro che debutterà nel febbraio 2016 a Lecce. Lo stesso Maestro al pianoforte e Mimmo Malandra al sax faranno ascoltare − in anteprima assoluta − brani della composizione. A scandire il dialogo Matteo Marchetti, redattore del programma di attualità politica ed economica L’aria che tira sulla 7 e ricercatore di storia contemporanea.

Mafie: dare i numeri, fare i nomi è il canovaccio di una serata ad alta intensità di emozioni e passione civile. Si comincia alle 20.30 con un dialogo tra Nino Amadore e Giacomo Di Girolamo, due giornalisti siciliani che si sono segnalati in questi ultimi anni per la coerenza e il valore dei loro lavoro: il primo, messinese trapiantato a Palermo, scrive per il Dorso Sud del Sole 24 Ore ed è l’autore dei libri La zona grigia. Professionisti al servizio della mafia e L‘isola civile. Le aziende siciliane contro la mafia (con Serena Uccello); il secondo dirige Marsala.it e la radio locale più seguita del Trapanese, firma su Repubblica e Sole 24 Ore, ha pubblicato Matteo Messina Denaro. L’invisibile, Cosa Grigia e Dormono sulla collina. 1969-2014. Il microfono passerà poi a Monica Zornetta: a lei, giornalista e saggista, già al Gazzettino e a Rtl 102.5, autrice di programmi Rai e di libri sulla Mafia del Brenta e su Felice Maniero, sul caso Ludwig, sul terrorismo nero e sulla criminalità nel Veneto, collaboratrice di Avvenire e del Corriere della Sera, toccherà di far entrare i presenti nella confessione commovente di Luciana Di Mauro, napoletana, la vedova di Gaetano Montanino, una guardia giurata vittima innocente della camorra. Teatro, libri, politica, legalità: sono le passioni forti di Giulio Cavalli, l’attore e regista che prenderà infine in mano la sala. In Nomi, cognomi e infami racconta al pubblico un rischioso impegno personale testimoniato anche da lavori quali Do ut des e A cento passi dal duomo e dal libro su Andreotti L’innocenza di Giulio.

VENERDÌ 3 LUGLIO

Fare i conti col silenzio: vecchie e nuove forme di censura nel mondo multimediale. Alle ore 19 si presentano assieme al pubblico un grande nome del cinema, del documentario e della tv e un giornalista e blogger tra i più seguiti specialmente tra i giovani. Italo Moscati, sceneggiatore di capolavori di Liliana Cavani, autore di innumerevoli programmi Rai e libri dedicati alle figure più care del grande schermo, da Sordi a De Sica, da Magnani a Totò, denuncia la sorte del suo film Monica Vitti: drammi, risate e molti schiaffi, finito ora oscurato su You Tube per misteriose questioni di diritti. Una forma di silenzio imposto, oltre il rispettoso silenzio che da anni avvolge la figura della grande attrice. Alessandro Gilioli, caporedattore del settimanale l’Espresso, autore del blog Piovono rane e di libri come Chi ha suicidato il Pd e La diaspora. Dov’è oggi la sinistra italiana, mette sul tavolo il suo ultimo lavoro (firmato con Guido Scorza) Meglio se taci (Baldini & Castoldi): una galleria di esempi eloquenti sulle difficoltà di un’informazione libera in Italia e sulla libertà d’espressione nel web.

Satira: suoni e segni è il titolo della serata, inizio alle ore 21.30, che rovescia sugli spettatori parole, spot, musiche, vignette con volti, voci e matite tra le più care al grande pubblico. Sarà Francesca Fornario (giornalista, autrice radio e tv) a regalare in diretta una puntata zero della seconda edizione di Mamma Non Mamma, programma già cult di Rai Radio 2, il cui nuovo ciclo partirà proprio l’indomani. Per diversi impegni professionali, non la affiancherà Federica Cifola ma la poliedrica attrice Cecilia Fioriti. Il trio acustico The Underdog (Erik Kroonenberg, Daniele Vacchini e Alessandro Formenti) compirà incursioni nel programma con voce, suono e verve in linea con un’occasione di trasgressione e ironia. A sorpresa si presenterà Stefano Disegni: Cuore, Ciak, Guerin Sportivo, Corriere della Sera, Fatto quotidiano hanno raccolto negli anni una platea di lettori entusiasti delle strisce di uno dei più acuti e acuminati disegnatori italiani. Disegni, Fornario, Fioriti e il disegnatore satirico, fumettista Gianluca Foglia Fogliazza, finita la puntata zero, resteranno sul palco per parlare di satira e dintorni con gli stimoli del giornalista e scrittore Francesco Specchia (L’Arena di Verona, La Voce, Libero, Il Giornale, Tg com).

SABATO 4 LUGLIO

Con la voce dei tuoi occhi: il neurochirurgo neonatale Claudio De Felice, Pasquale Panella e  Matteo Setti, il cantante che il musical Notre Dame de Paris scritto nell’adattamento italiano da Panella sulle note di Riccardo Cocciante ha portato a un’eccezionale notorietà internazionale, accompagnano gli spettatori (alle ore 18.30) in un “viaggio tra arte e scienza” nella sindrome di Rett, grave malattia neurologica che colpisce in particolare le bambine. Malattia a cui il clinico ha dedicato un intenso volume che dà il titolo all’incontro, guidato da Antonio Sgobba, capo redattore di Rane, la sezione culturale di IL, mensile del Sole 24 Ore. Matteo Setti canterà il brano “La notte delle cattedrali”, un’aria di Gringoire, il suo personaggio. Resterà poi sul palco da solo con il giornalista, dalle 19.30, per raccontarsi in parole e musica: la carriera, i progetti, i maestri. Io sono il vento, storico brano di Arturo Testa, sarà una delle canzoni che regalerà ai presenti.

Alle 21.30 l’attenzione sarà tutta per Concita De Gregorio: la giornalista e scrittrice, tra le firme più note di Repubblica, autrice di libri (Non lavate questo sangue, Una madre lo sa, Malamore, Un Paese senza tempo, Così è la vita, Io vi maledico, Un giorno sull’isola) tutti best seller, coinvolge la platea in una serata evento intitolata Le parole e le ferite della vita. Muovendo dal mistero di Livia e Alessia, le due gemelline di cui il padre poi suicidatosi ha fatto perdere le tracce, Concita De Gregorio entra con la mamma Irina nel silenzio di un dolore abissale che la parola prova a lenire. Mi sa che fuori è primavera è il titolo del libro edito da Feltrinelli.

DOMENICA 5 LUGLIO

L’universo della canzone: la quinta e ultima giornata del Festival della Parola comincia alle ore 18.30 con il tributo al grande talento di un’artista la cui parabola è tristemente segnata dal cinico circo del business musicale: Mia Martini. Almeno tu nell’universo (edito da Imprimatur) è l’opera di Salvatore Coccoluto (giornalista, blogger, autore di altri libri su cantautori, new wave, radio) che ne discorrerà con Leda Bertè, sorella della cantante. Una conversazione sul filo dei ricordi inframmezzata dalle emozioni trasmesse dalla chitarra di Giandomenico Anellino, solista di tale estro da essere definito “uomo orchestra”.

«Vai 5, vai 6, vai 7…»: le parole del regista: alle ore 20 sarà Cristiano D’Alisera a prendere le luci del palcoscenico. Il più grande spettacolo dopo il week-end con Rosario Fiorello, The Voice, Neri Poppins con Neri Marcorè e ancora Tatami, L’angolo nel Cielo: sono solo alcune delle regie televisive più viste da lui curate, con una creatività e una poliedricità che lo portano spesso a calcare i teatri e i set pubblicitari, con testimonial come Dustin Hoffman e Fabio Cannavaro. Al Workout Pasubio si racconta in pubblico.

Sinistra, numero civico non rintracciabile? L’ultimo appuntamento ci porta tra le parole, le convulsioni e gli inganni della politica seguendo la narrazione e il gusto polemico di Luca Telese, che indaga da anni l’immaginario della storia repubblicana (Cuori neri, Qualcuno era comunista, La marchesa, la villa e il Cavaliere, Gioventù, amore e rabbia) e ogni settimana racconta l’attualità del Palazzo e non solo dagli studi del suo Matrix, su Canale 5. Appuntamento alle ore 21.30. Con la partecipazione di Massimo Piras, che interpreterà famosi monologhi di Giorgio Gaber, e con le vibrazioni del duo Domenico De Marco e Pierpaolo Bisogno in Face to face. Vibrafono, marimba, congas, bongos, timbales, djembe e batteria per concludere il Festival della Parola al suono delle percussioni di una coppia di musicisti tra i più talentuosi.

SOGNI, PAGINE, SUONI

Dipinti e ceramiche di Franco Fortunato

Purezza figurativa. Sensorialità metafisica. Surrealismo fantastico. Dal 1° al 5 luglio Parma scopre i colori, le narrazioni e gli appunti in forma di quadri del maestro Franco Fortunato, che al Workout Pasubio espone una serie di opere, alcune tra le più emblematiche dei suoi celebri “cicli” e altre appositamente create per accompagnare l’ispirazione del Festival della Parola.

I personaggi di Pinocchio, il capolavoro di Collodi che all’artista parla sempre dei caratteri dell’Italia di oggi; le allegorie del Piccolo Principe, un cammino sentimentale che prende ancora per mano le nuove generazioni senza essere invecchiato nel corso del tempo; e ancora il ciclo di Moby Dick, quello del Vagabondo; fino alle scenografie per immagini che Fortunato ha estratto dai suoi molteplici linguaggi espressivi per dei memorabili allestimenti verdiani e mozartiani: Il Corsaro e Il Flauto Magico.

◊ ◊ ◊

DARE I NUMERI A PAROLE

In mostra la rubrica di Pasquale Panella

sul mensile IL del Sole 24 Ore

Dare i numeri a parole  è il nome della rubrica del poeta, scrittore e paroliere Pasquale Panella apparsa a partire dal marzo 2012 in tutti i numeri del mensile IL, Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore, diretto da Christian Rocca, nella sezione culturale Rane curata da Antonio Sgobba.

Ogni mese 2400 battute, spazi compresi, di divagazioni, versi e ghirighori.

Tutte ora riprodotte su “quadri” esposti per il Festival della Parola al Workout Pasubio.

◊ ◊ ◊

Info: 393 0340603 – 329 0753096

comunicazione@rinascimento2zero.it

produzione@rinascimento2zero.it   

coordinamento@rinascimento2zero.it

http://www.festivaldellaparola.it/

http://www.rinascimento2zero.it/rinascimento-in-italia-nel-mondo.aspx

http://www.workoutpasubio.it/

L’Europa della matita rossa

Io non so se avete avuto occasione di leggere il documento su cui la Grecia di Tsipras e la tecnocrazia europea stanno trattando le fasi finale della diatriba iniziata proprio con l’elezione (democratica) del leader di Syriza. Se volete dargli un’occhiata lo trovate qui: sembra il compito in classe corretto da una maestrina stizzita solo che le regole in discussione hanno una consistente parte politica. L’Europa insomma, ancora una volta, sta imponendo la distruzione dello stato sociale adducendo parametri economici che contravvengono le democratiche scelte di un popolo. E quello che non capisco, se mi è concesso, è perché se da una parte la politica (e la stampa al suo servizio) gioiscono sbavando di fronte al pugno duro con la Grecia dall’altra parte tutti quelli che continuano a ripeterci quanto  la questione greca sia anche e soprattutto una questione di democrazia e di una diversa Europa siano così disuniti e silenziosi. Ci sia gioca talmente tanto su questo foglietto stropicciato e stracorretto che una diversa sinistra non può che partire da qui. Accettando anche la sfida di rendere golosa una notizia che in pochi vogliono dare.

Respingimenti, la lezione dei ferrovieri francesi: in certi casi la disobbedienza è un dovere

(Il testo di una nobile lettera, contro i respingimenti dei rifugiati alla frontiera con l’Italia, del principale sindacato dei ferrovieri francesi, scelta e tradotta da Maria Cristina Gibelli).
Il principale sindacato dei ferrovieri francesi si ribella alla politica di respingimento dei rifugiati in atto alla frontiera con l’Italia e scrive una lettera al Presidente della SNCF (l’azienda nazionale delle ferrovie francesi), ricordando a lui, e quindi anche a Hollande e al ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, che fra il 1942 e il 1944, durante il governo di Vichy, 76.000 ebrei francesi furono deportati nei campi di sterminio nazisti utilizzando i treni merci delle ferrovie dello stato; e ricordando altresì che molti furono gli episodi di eroismo dei ferrovieri in difesa dei deportati. Ieri si era costretti a viaggiare verso la morte, oggi si impedisce di viaggiare verso la vita (m.c.g.).

Signor Presidente,

la Federazione CGT dei ferrovieri le ha scritto per esprimere la sua ira quando lei è andato a presentare le sue scuse negli Stati Uniti presso le lobby americane a proposito del ruolo giocato dalle ferrovie francesi durante la seconda guerra mondiale. Abbiamo detto che certamente la SNCF ha partecipato al trasporto dei deportati verso i campi di concentramento per ordine del governo di Vichy, ma sarebbe stato opportuno ricordare anche quanti ferrovieri, in maggioranza militanti della CGT, sono stati uccisi, feriti o internati per aver opposto resistenza.

Il governo francese si è impegnato per un rimborso rilevante (a priori, 60 milioni di euro) nei confronti dei deportati ebrei, o dei loro discendenti residenti negli Stati Uniti. Fino ad allora, la direzione della Ferrovie dello stato si era difesa sulla base del principio della requisizione obbligatoria imposta dallo Stato francese in quel periodo oscuro della nostra storia. Ma non dimentichiamoci che dei ferrovieri sono stati mandati a morte per aver rifiutato di obbedire, altri hanno svolto questo ignobile compito sotto la minaccia delle armi, altri ancora hanno organizzato l’evasione dei deportati a rischio della loro vita e hanno ottenuto la qualifica di “Giusti”.

Oggi si stanno costituendo delle associazioni per portare aiuto ai migranti che arrivano dall’Africa o dal Medio Oriente. E anche in queste organizzazioni sono impegnati dei ferrovieri per lo più aderenti alla CGT.  Queste donne, questi bambini, questi uomini, spesso giovani, fuggono la guerra, la carestia e la morte; vanno in esilio perché braccati in quanto oppositori politici di dittature.

Sappiamo tutti che la situazione catastrofica dalla quale fuggono i migranti ha la sua origine nel capitalismo mondializzato e nella avidità delle grandi multinazionali. Sappiamo tutti che le potenze economiche del “mondo dei ricchi”, per lo più occidentali, obbediscono ciecamente alle imprese transnazionali che commerciano con dittatori e oppressori. Anche la stessa SNCF non firma forse contratti con alcune monarchie del Golfo o con lo Stato di Israele malgrado la sorte che esso riserva al popolo palestinese violando le convenzioni dell’ONU?

Ecco perché, e con estrema urgenza, occorre accogliere questi migranti, garantire loro sicurezza, cura e asilo in Europa; perché anche noi francesi abbiamo delle responsabilità nei confronti della politica internazionale portata avanti dal nostro governo e da alcune imprese nazionali.

Contemporaneamente, apprendiamo che la stazione ferroviaria di Menton Garavan, alla frontiera italiana, funziona come un “parco dei migranti” controllato dalle forze dell’ordine, per organizzare il respingimento di questi poveretti. Apprendiamo che i dirigenti locali della SNCF si nascondono dietro le ordinanze della prefettura per mettere questo luogo sotto il controllo della polizia, tutto come 70 anni fa. Forse può apparire aneddotico, ma apprendiamo che queste persone sono in regola con la SNCF perché sono titolari di un biglietto ferroviario che non gli è neppure stato rimborsato, mentre il prezzo di un biglietto costituisce per loro un impegno enorme data la situazione di estrema precarietà.

Signor Presidente, fra qualche anno uno dei vostri successori andrà a presentare le sue scuse sul suolo africano? O il principio di requisizione verrà di nuovo utilizzato per coprire fatti ignobili? Vi poniamo solennemente questa domanda e vi chiediamo di porla ai signori Hollande, Valls e Cazeneuve, Fabius e Macron nei loro rispettivi ruoli.

Ci auguriamo che lei si ribelli e faccia rapidamente opposizione a queste procedure riprovevoli e che la nostra Società porti soccorso e assistenza ai migranti e dia loro il diritto di viaggiare, piuttosto che servire una politica europea e francese che non si assume le sue responsabilità e non trova risposte altro che la repressione e la chiusura delle frontiere.

In certi casi, la disobbedienza è un dovere.

L’immagine qui sotto rappresenta l’ingresso di bambini ebrei francesi ai vagoni piombati diretti verso i lager nazisti, in partenza dalle stazioni delle ferrovie francesi. Una storia che non si vorrebbe veder ripetere oggi, nel paese della Liberté, Egalité, Fraternité.
bambini ebrei e SNCF

Cosa dice Claudio Fava su Roma, PD e SEL

Si può essere d’accordo o meno con lui ma Claudio Fava non usa giri di parole. E il suo commento (che mi era sfuggito) merita una valutazione:

Quello che ci insegna il sacco di Roma

Se avete letto del sacco di Roma, avrete capito perché non sono entrato nel PD. E perché sono uscito da SEL.
Sul Partito Democratico, su quel suo personale politico tenuto a busta paga dal fascista mafioso Carminati, non ho molto da aggiungere. Aggiungo invece sulla reazione di Renzi, “…fa schifo!”, che andrebbe bene in una chiacchierata tra amici alla bocciofila ma non a Palazzo Chigi. Dal capo del governo mi sarei aspettato non una generica (e ruffiana) invettiva contro la politica corrotta ma un’agenda di lavoro per redimerla, per restituirle autonomia e dignità, per evitare la liturgia dello stupore quando i giudici (a Milano, a Roma, a Venezia) puntano il dito e il codice contro quello che tutti sapevano o intuivano. Avrei preferito che il segretario del PD spiegasse al suo partito quanto sia stato indecente, nel giorno in cui la Procura di Roma svelava l’assalto mafioso alla capitale, plaudire ipocritamente quei giudici e intanto negare al Senato la possibilità di utilizzare processualmente le intercettazioni a carico di due parlamentari democratici inquisiti. Mi sarei aspettato che Renzi commentasse l’inchiesta romana impegnando il suo esecutivo a mandare avanti quei punti di riforma sulla giustizia (prescrizione, falso in bilancio…) che la maggioranza ha depositato su un binario morto. Insomma, mi sarei atteso meno punti esclamativi e più verità. Per cui, resto fuori. Fuori da un PD che misura i rapporti di forza interni sul peso delle tessere, che avrebbe voluto il rimpasto della giunta Marino per piazzarci due nuovi assessori oggi finiti in galera, che voltava lo sguardo altrove mentre le seconde e le terze file del partito romano vendevano la città a una banda di fascisti, di mafiosi e di speculatori in cambio di una manciata di denari.
Sono uscito da SEL per motivi politici assai diversi ma per un comune sentimento di rimozione che PD e SEL ormai condividono. Penso al tenace, umiliante silenzio con cui gli alti dirigenti del mio vecchio partito hanno accompagnato le cronache di questi giorni. Non una parola preoccupata di Vendola sul fatto che tra gli amministratori distratti di Roma ci fossero anche quadri del suo partito. Non un accenno di autocritica rispetto alle ombre che attraversano le carte di questa inchiesta. Non un pensiero chiaro, netto, forte sui silenzi di SEL che questa città l’ha amministrata assieme e accanto al PD. Per un partito nato sull’esigenza di rimettere la questione morale al centro della propria missione (era scritto così nell’atto costitutivo che io firmai cinque anni fa) questa improvvisa timidezza, questo garbatissimo silenzio sono un segno desolante. In altri tempi, il gruppo dirigente di SEL avrebbe lanciato una campagna politica sul sacco di Roma prendendosi giorno per giorno le piazze, reclamando fino in fondo chiarezza e verità, analizzando senza sconti con nomi e cognomi il sistema di potere politico mafioso romano (che purtroppo, dicono le carte dell’inchiesta, non era una metastasi circoscritta solo alla destra). Adesso, invece, poco o nulla. Come se questa vicenda non rappresentasse per tutti una tragedia democratica, il segno di una deriva drammatica, di una politica stracciona e serva, di una pubblica amministrazione ridotta a bottino di guerra per bande e cosche mafiose.
Eppure è proprio su questo punto, sulla priorità di una questione morale non più delegata ai tribunali, che oggi a sinistra si apre uno sterminato spazio politico. Volerlo ignorare per privati pudori o per pubbliche convenienze non è solo un peccato: è una fuga. Per questo non riesco a ritrovarmi nelle forze politiche della sinistra italiana, per come sono oggi. Ma non rinuncio a credere che il dovere di ritessere – qui, a sinistra – una tela, proprio a partire dall’autonomia della politica, appartenga a tutti noi, nessuno escluso.

Posted by Claudio Fava on Lunedì 8 dicembre 2014

Dove vanno i buoni quando non sono in stazione?

085635719-7673187f-9df7-4cc6-80e2-27bfa8e1f8d4Sono rimasto incagliato in un paio di inchieste e ho avuto poco tempo per scrivere. Ma ci sono. E la notizia che mi porto in tasca di questi giorni è la grande (quasi ingestibile) solidarietà vista a Milano e Roma per aiutare i migranti arrivati in Italia. Cibo, pannolini, vestiti, giocattoli e accoglienza in tutte le sue forme. Sarà che il nostro giornalismo ha disimparato il vocabolario della tenerezza ma molti articoli che hanno raccontato questa rivoluzione gentile sembrano quasi cigolare d’imbarazzo, come se i sinonimi dell’umanità fossero stati chiusi a chiave convinti di non doverli mai più usare.

Ecco allora io mi chiedo: dove sono tutte queste meravigliose persone? Dove sono state? Chiuse in casa non credo, non avrebbero potuto sopportare il putridume diventato talk-show. Cosa pensano di questa muscolosità lessicale che ha conquistato tutti i “leader” politici? Perché tacciono di fronte a questo razzismo ignorante e proprio perché ignorante ancora più pericoloso? Come rispondono ai luoghi comuni che strisciano negli uffici, sull’autobus, tra la gente? Ma soprattutto: cosa votano?

Perché io sono sicuro che se ci fosse una forza politica che riuscisse a rappresentare quella bontà che abbiamo incrociato fuori dalle stazioni questo sarebbe un Paese migliore. Io voglio iscrivermi al movimento di quelli lì.

L’aeroporto di Firenze e l’aggiramento delle regole

Un articolo prezioso di Paolo Baldeschi:

aereoporto-firenze-duomoLa storia si ripete, e quanto sta accadendo oggi per il progetto del nuovo aeroporto di Firenze è un film già visto. Si tratta del ‘remake’ di un soggetto scritto a più mani, così apprezzato da essere riproposto in ogni occasione utile. Ma quale è il soggetto del film? E’ la solita grande opera infrastrutturale che ahimè, per volere di ‘fastidiose leggi’ che lo Stato italiano (come d’altronde tutti gli Stati europei) ha emanato in applicazione di direttive comunitarie, deve essere sottoposta a un giudizio di compatibilità ambientale. Ma potrà mai ciò accadere per le infrastrutture che il potere ritiene irrinunciabili per lo sviluppo? Certo che no! Un sistema collaudatissimo ha prodotto un complicato ma perfetto intreccio di relazioni e competenze che garantisce alle opere di uscire vincitrici nella competizione con le valutazioni, come uno slalomista tra i paletti.

Il problema è che le ‘non valutazioni’, perché di ciò si tratta, producono spesso effetti devastanti. Ha fatto scuola in tal senso l’alta velocità – nel sottoattraversamento appenninico – dove a seguito di ripetute segnalazioni da parte dei tecnici in merito alla probabilità che la realizzazione delle gallerie ferroviarie potesse intercettare l’acquifero e alla necessità, perciò, di approfondire le conoscenze in tal senso, la politica (tutta) ha, nel supremo interesse collettivo, approvato l’opera dando mandato affinché – ed ecco le parole magiche – “nelle successive fasi autorizzative” si verificasse la sussistenza di tale criticità. Et voilà, con la semplice frase “nelle successive fasi autorizzative” si è realizzata l’intuizione capace di sovvertire l’applicazione delle regole poste a tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Perche è bene ricordare – a riguardo – che gli acquiferi del Mugello sono stati effettivamente intercettati dalle gallerie, che fiumi, torrenti e sorgenti si sono effettivamente seccati; e, udite udite, la Regione Toscana si è costituita parte civile nel processo per disastro ambientale; sì proprio quella Regione che anni prima, in sodalizio con l’allora Ministro delle infrastrutture Matteoli, aveva approvato il progetto TAV convenendo che soltanto “nelle successive fasi autorizzative” si sarebbe dovuto verificare se avevano una base di fondatezza le preoccupazioni ambientali poste da coloro che oggi è di moda chiamare ‘gufi’.

Ma torniamo alla procedura di VIA del nuovo aeroporto di Firenze in corso. Questa sta seguendo lo stesso sistema collaudato di aggiramento delle leggi e delle regole. Il primo passo è che il proponente presenti un progetto preliminare/definitivo, operazione impossibile solo per gli ingenui. Il significato autentico è che il progetto entra nella VIA come ‘preliminare’ e ne esce come ‘definitivo’. Come? Con un secondo passo: la commissione VIA, invece di chiedere integrazioni e chiarimenti – atti ufficiali che interromperebbero la procedura e che richiederebbero risposte e approfondimenti altrettanto ufficiali – ‘contratta’ le modifiche del progetto con il proponente; e, in effetti, per quanto risulta, la Commissione Via non ha richiesto nessuna integrazione del materiale del Master Plan aeroportuale per quanto lacunoso, né lo farà la Regione, Toscana, né lo ha fatto il Comune di Firenze, ovviamente sponsor del progetto, che ha trasformato le proprie osservazioni in “prescrizioni realizzative”.

Le “prescrizioni realizzative”, un’invenzione senza alcun fondamento giuridico, spiegano il terzo fondamentale passo del “sistema”. L’amministrazione – tanto per fare un esempio – invece di chiedere le necessarie integrazioni degli studi e dei modelli di valutazione del rischio idraulico, perché basati su dati non aggiornati, dirà che “nelle successive fasi di realizzazione del progetto si dovrà approfondire l’eventuale necessità di disporre di dati più aggiornati”. E così si arriva al progetto esecutivo ‘non valutato’, con ritardi, interruzioni non previste, proteste, costi triplicati da scaricare sui contribuenti; e con il rischio di ripetere i disastri del Mugello.

Questo sistema è stato seguito dalla Commissione VIA con l’intermediazione e il patrocinio di ENAC nel corso degli anni per tutti i progetti aeroportuali soggetti a studio di impatto ambientale. E, ovviamente, nonostante l’allarme della pagina locale di Repubblica (colpo di scena! Palazzo Vecchio fa le bucce all’aeroporto!) le “prescrizioni realizzative” del Comune di Firenze sono state favorevolmente accolte dal proponente Adf che ha annunciato di volere avviare i lavori entro agosto, anticipando come favorevoli i pareri della Regione e degli altri enti interessati; e sottintendendo che le valutazioni (serie) non sono altro che un evitabile intralcio a decisioni già maturate.

Le opache e tortuose vicende del nuovo aeroporto di Firenze non fanno altro che ripetere un copione collaudato: aggiramento delle regole poste a tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni, vanificazione dei processi partecipativi, decisioni prese dall’alto e gestite dall’alto, pubblicità sui giornali al posto di analisi serie. Il tutto con la complicità delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche; nel silenzio della stampa che riporta solo entusiastiche dichiarazioni a supporto del nuovo aeroporto. Non c’è da stupirsi che la ‘politica’ sia sempre più sentita come una collusione tra potenti, estranea e contraria agli interessi dei cittadini.

Se vedete scorrere troppi soldi fatevi delle domande prima che se le facciano i magistrati

Cristiana Alicata sul suo blog centra il punto su politica e soldi in modo semplice semplice. Come ci sarebbe bisogno di fare molto più spesso:

La pratica dei manifesti abusivi (ci chiedevamo dove arrivavano tutti questi soldi e ci lamentavamo dei lavoratori migranti in nero usati per attaccarli ovunque), le primarie cammellate messe più volte a verbale e molto prima delle primarie per il sindaco di Roma, le tessere false, le immense cene, le campagne elettorali costosissime, inaffrontabili da un normale cittadino, le volte che in alcuni comuni alle primarie votava più gente dei votanti al PD e, in ultimo, tutti quegli eletti (tanti) che non pagavano contributi ai partiti rendendo il partito e i suoi dipendenti deboli, troppo deboli rispetto ai comitati elettorali.

Tutto quello che sta accadendo sta intaccando tantissimo la città e i suoi cittadini in termini sociali prima che politici.

E’ un autentico disastro, anche culturale, perché sta gettando fango su tutti, anche sugli innocenti accusati di non avere vigilato a sufficienza o di non avere gridato abbastanza forte. Roma ci metterà anni per riprendersi da quello che sta accadendo e i prossimi anni saranno difficilissimi. Roma è una città dove non esiste più la fiducia, completamente rasa al suolo.

Io però questo lo devo dire a tutti. Non ai militanti del PD, ma a tutti i cittadini che militano in un partito da Canicattì a Bolzano: se vedete scorrere troppi soldi fatevi delle domande prima che se le facciano i magistrati.