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Politica

Come una buona sentinella

 Gli intellettuali come sentinelle di un Paese: l’intuizione di porre le domande giuste. Una sana ossessione. E come scrive Roberto Gilodi, Grass ne era ottimo esempio:

Il ruolo di sentinella morale della nazione e di ermeneuta delle sue convulsioni nascoste – ruolo scomodo, non richiesto e disapprovato da molti –, lui lo ha svolto nella militanza politica attiva, schierandosi ad esempio a fianco di Willi Brandt nella campagna elettorale del 1969 che valse al candidato socialdemocratico l’elezione a cancelliere. Ma lo ha declinato soprattutto nella sua lunga attività letteraria a cominciare dal suo capolavoro giovanile, Il tamburo di latta, un romanzo in cui le atrocità della storia sono narrate dalla prospettiva straniante di un bambino che si rifiuta di crescere perché intuisce l’inganno di quel romanzo di formazione a cui i tedeschi hanno legato a partire dal Settecento e fino alla catastrofe novecentesca il loro modello di socializzazione.

Il resto è qui.

O fai politica o non la fai

 Vale la pena leggere Giuseppe Musmarra e riprendere dal suo articolo una considerazione:

Landini ha traccheggiato. Ha rinviato. Si è lanciato in una serie di distinguo tra “partito” (Io un partito? Giammai!), “movimento” (Un’aggregazione spontanea? Forse) e poi “blocco sociale” (Ecco sì, wow, blocco sociale sì!). Una colossale e ridicola perdita di tempo terminologica. Perché delle due l’una: o fai politica o non la fai. Farla fingendo di non farla è una mistificazione che la gente percepisce e giudica negativamente. Nel frattempo Renzi ha ben approfittato di queste incertezze mettendo a segno una serie di riforme che hanno tolto al rassemblement alla sua sinistra molti argomenti.

Ora, al di là di una diversa opinione sul senso di “mettere a segno una serie di riforme” che hanno tolto alla sinistra argomenti (credo che siano molti di più di quelli che pensa Musmarra a non condividere lo spirito di queste ultime riforme annunciate) sono comunque d’accordo sul fatto che oggi gli elettori chiedano, soprattutto a sinistra, almeno radicalità nelle posizioni e il tira e molla di Landini, come era successo per Montezeolo e Passera e il Movimento Arancione di De Magistris, porta i cittadini a sentirsi cavie chiamate a raccolta per contare le statistiche nei sondaggi. E nessuno ne ha voglia. Nessuno.

A proposito del PD, di Mele, di Emiliano e della parola che funziona

Michele Emiliano (tra le altre cose anche segretario del PD in Puglia), dopo il polverone suscitato dalla “resurrezione” politica di Mele candidato sindaco, frena:

“L’ipotesi è completamente destituita di fondamento. Non risulta che Cosimo Mele abbia fatto richiesta ditesseramento, né che il Pd di Carovigno gli abbia offerto di entrare nel partito”, precisa il segretario regionale del Pd Puglia. “Per quanto riguarda invece la presentazione di liste del Partito Democratico e la concessione da parte della segreteria regionale del simbolo del partito per le prossime elezioni comunali in Puglia – continua Emiliano, confermando la notizia – deve essere chiaro a tutti i militanti del Pd che non può accadere che accordi politici a livello cittadino (che pure potrebbero avere in astratto giustificazione in esperienze amministrative e vicende umane di riscatto personale positivamente constatabili dalla comunità locale), vengano assunti senza tenere conto delle evidenti implicazioni politiche negative su tutto il PD regionale e nazionale. Questa irrevocabile posizione del Pd della Puglia, è stata più volte comunicata ai dirigenti del Pd di Carovigno che sono tenuti ad osservarla”.

Morire per delle idee

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Eppure credo che anche da laici, atei o addirittura anticlericali non si possa che rimanere sconvolti di fronte ad una selezione tra la vita e la morte basata sulla fede religiosa. Non so quando abbiamo deciso che certi morti fossero “politicamente più usabili di altri”, non so quando abbiamo deciso dei rimanere umani solo con i nostri morti imparando a scavalcare quelli degli altri. Prego (da laico) di non abituarmi alle stragi. Mai.

Cosimo Mele nuovo “renziano”: il Pd si dimentica la cocaina e le prostitute

Notizie del mattino. Evviva:

Schermata-2015-04-03-alle-18.02.54Quasi controvoglia, Cosimo Mele è tornato. Proprio lui, l’ex deputato Udc travolto otto anni fa da uno scandalo a luci rosse per un festino in un hotel romano pare a base di sesso&cocaina. Era scomparso dai radar della politica nazionale nel 2007, rinnegato da tutti. Ora è il Partito Democratico a offrirgli la ribalta candidandolo a sindaco di Carovigno, suo paese natale in provincia di Brindisi. Uno sbocco naturale, l’incoronazione ricevuta dal centrosinistra. Perché nell’ultimo anno e mezzo Mele ha amministrato il comune alle porte del Salento anche con l’appoggio post-elettorale del centrosinistra. Il Pd non pestò i piedi al ballottaggio del maggio 2013 lasciando ai propri elettori la libertà di decidere se votarlo o meno, poi nove mesi dopo è entrato in giunta con l’attuale segretario cittadino, Marzia Bagnulo, che ha guidato l’assessorato al turismo.

Nel frattempo Mele ha spinto i Dem, infruttuosamente, alle comunali nella vicina Ostuni e aveva ‘invitato’ a sostenere Matteo Renzi nella sua scalata ai vertici del partito. Insomma, le farfalle nello stomaco si sentivano già da molto tempo. L’amore è sbocciato in primavera, benedetto da una vecchia conoscenza dell’ex deputato, il consigliere regionale Giovanni Epifani, e dal Pd di Carovigno: “Il direttivo cittadino ha votato all’unanimità – spiega Mele a ilfattoquotidiano.it – Ed è noto che Epifani è stato tra i pochi a dare risposte a Carovigno nella scorsa legislatura”. Strette di mano e via, verso il secondo trionfo in due anni, per ribadire che il sindaco uscente – si è dimesso il 2 febbraio – è ancora più forte del Pdl battuto nel 2013 e di quel Nuovo Centrodestra che negli scorsi mesi ha sfilato consiglieri e assessori alle sette liste civiche che lo avevano sostenuto.

E da quelle riparte ancora, l’ex onorevole dell’Udc che nel 2007 fu travolto dallo scandalo a luci rosse consumatosi in un albergo della capitale. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio si trovava in una suite dell’hotel Flora in via Veneto, a Roma. Con lui c’erano due escort, una delle quali, Francesca Zenobi, accusò un malore e disse di aver assunto cocaina che, a suo dire, gli era stata data proprio da Mele. Accuse che lui ha sempre respinto e per le quali sta ancora affrontando un processo per cessione di stupefacenti. La Zenobi è poi finita a sua volta in aula perché, secondo le accuse, chiese soldi al politico – che si è costituito parte civile – per ritrattare la sua versione. Nel frattempo Mele era stato costretto a dimettersi dall’Udc e non venne ricandidato alle politiche del 2008. Ma dopo due anni riapparve sulla scena politica, sfiorando subito il colpaccio. Un posto in lista gli venne garantito dall’Alleanza di Centro durante le elezioni provinciali nel 2009: raccolse 1290 preferenze. Tante, ma non sufficienti per l’elezione.

Quel pacchetto di voti ingolosì Io Sud di Adriana Poli Bortoneche l’anno dopo lo candidò alle regionali, provocando l’irritazione dell’Udc, all’epoca alleata nella corsa per battere Vendola: “Contro Mele non abbiamo nulla di personale – spiegò il coordinatore regionale Angelo Sanza – Ma ci sono i fatti a testimoniare la storia delle persone”. Poi è arrivato il tempo di prendersi Carovigno, la sua roccaforte di voti. “La riconoscenza, in politica, è solo un sentimento del momento, lo sa? Mi hanno gettato nelle fiamme, mi hanno fatto bruciare. Ma ora sono qui. Me lo ha chiesto la mia città, perché ha bisogno di me. E io sono pronto”, disse prima del ballottaggio a ilfattoquotidiano.it. Durante il suo primo mandato ha puntato forte sul turismo, revocato la delega alla Cultura all’assessore che aveva invitato la pornostar Ilona ‘Cicciolina‘ Staller come testimonial di un evento e chiesto con una circolare di esplicitare il titolo di ‘onorevole’ sui documenti che portano la sua firma. Ora dopo tanto centro, una puntatina destrorsa con la Poli Bortone e un viaggio in solitario, abbraccia il centrosinistra. Si sussurra che sia pronta anche una tessera del Pd con il suo nome. “Non mi interessa”, taglia corto lui prendendo sotto braccio i democratici che lo accompagneranno verso lo scranno più alto di Palazzo di città.

‘Ci vorrebbe una militanza del bello’ (la mia intervista per L’Indro)

(l’articolo originale è qui)

Schermata del 2015-04-01 19:54:41Attore, scrittore, regista, politico: per Giulio Cavalli non si tratta di quattro carriere distinte, ma degli aspetti coordinati di un’unica attività coerente, tesa a mantenere viva l’informazione e la coscienza critica sui fenomeni criminali del nostro Paese. Ne è un esempio L’innocenza di Giulio, una disamina del processo a Giulio Andreotti che ha assunto sia la forma del libro-inchiesta, sia quella di spettacolo teatrale. Eletto due volte consigliere regionale in Lombardia, la prima volta con IdV e la seconda con SEL, dal 2009 vive sotto scorta a causa delle minacce ricevute da mafiosi a causa dei suoi spettacoli, ma rifiuta ogni mitizzazione: in una recente intervista a Radio Diciannove ha dichiarato: «Tra la vita sotto scorta e una cartella di Equitalia, mi deprime ancora di più la seconda». Il suo nuovo spettacolo, ironicamente intitolato L’amico degli eroi, è incentrato sulla figura di Marcello Dell’Utri, il dirigente Fininvest e senatore di Forza Italia recentemente condannato per mafia in via definitiva. La produzione avviene interamente attraverso la formula del crowdfunding, cioè con una raccolta fondi anticipata attraverso la Rete.

Perché uno spettacolo su Marcello Dell’Utri?

Diceva Mark Twain che non bisogna aver paura di ciò che non conosciamo, bensì di ciò che riteniamo vero e invece non lo è. Ed io ho il terrore che qualcuno si sia convinto che i veri boss, quelli che hanno tirato le fila della criminalità organizzata in Italia, siano stati due subnormali come Riina e Provenzano, e si dimentichi di porsi le domande giuste su chi ne siano state le vere menti dal 1992 a oggi. C’è un processo in corso, e in un Paese normale a fianco del processo indiziario ci deve essere anche un processo sociale e culturale. È a quest’ultimo che vorremmo dare un po’ di spinta.

Come e quando è nato L’amico degli eroi?

In realtà è nato già quando scrivevo L’innocenza di Giulio. La riflessione che feci allora con Caselli e Lucarelli è che se l’andreottismo è riuscito a rinascere come un’araba fenice evidentemente lo ha fatto attraverso il dellutrismo. I risultati giudiziari sono stati poi estremamente diversi: nel caso di Andreotti si è riusciti a far rientrare tutto sotto un’innocenza mai verificata, mentre con Dell’Utri è stata inevitabile la condanna. A me la figura di Dell’Utri interessava particolarmente, perché è il tipico siciliano che è diventato molto “lombardo”, cioè è riuscito ad abbinare la peggiore sicilianità, la conoscenza degli ambienti mafiosi, con l’imprenditorialità “turbo” (turbo anche dal punto di vista etico) della peggiore Lombardia.

Stai dicendo che Dell’Utri è stato l’avanguardia dell’ascesa della Mafia al nord?

Io penso che la Storia ci dica che Dell’Utri sia stato il primo a far sognare alla Mafia, a Cosa Nostra, di poter avere interlocutori altissimi e un ruolo da protagonista all’interno della politica italiana. Si è passati dalla Mafia gregaria, talvolta utile idiota, di Giulio Andreotti, alla Mafia protagonista delle decisioni politiche di questo Paese.

Il tuo spettacolo è finanziato attraverso il crowdfunding. È stata una scelta derivata dalla volontà di evitare condizionamenti, o un obbligo dovuto all’impossibilità di produrlo in altro modo?

Per la verità non abbiamo mai neppure provato a finanziare lo spettacolo in modo tradizionale. So che sarebbe molto “epico” raccontare di avere ricevuto dei no, ma non abbiamo mai neppure posto la domanda. Anche se da noi sono ancora sperimentali, teniamo presente che in Europa le produzioni in crowdfunding sono ormai una realtà consolidata, direi quasi abituale, sia per la letteratura che per il teatro. E ricordiamoci che ci troviamo in un Paese in cui a decidere le sorti produttive di uno spettacolo sono politici la cui cultura teatrale è pressoché inesistente. Ti confesso che, dopo essermi dovuto confrontare con piccoli assessori molto più che, come sarebbe normale, con i miei referenti, che dovrebbero essere i miei spettatori e i miei lettori, mi sono detto: visto che il mio pubblico mi ha sempre dimostrato fiducia, facciamolo diventare protagonista. Questo serve anche a responsabilizzarlo: in Italia si parla tantissimo, spesso anche esagerando, di come l’informazione sia controllata, asservita; ma poi, quando c’è la possibilità di partecipare a un meccanismo di autonomia, tutti si tirano indietro.

Credi che il crowdfunding possa essere praticato anche da spettacoli meno politici del tuo, e quindi senza una componente di militanza?

Io credo si sì. Anzi, mi auguro che in Italia si riscopra presto la “militanza del bello”, che è stata ciò che nei secoli scorsi ha reso grande questo Paese nel campo della cultura, dell’arte e anche del teatro. Una militanza così sarebbe proprio utile, e tra l’altro politicamente trasversale. È vero che ora come ora il crowdfunding è un metodo di finanziamento che viene associato soprattutto alle startup, il feticcio di questi ultimi anni. Ma sono convinto che sia proponibile anche per il teatro, e per spettacoli, per così dire, “più teatrali” dei miei. Non credo che solo il teatro civile abbia questo onore e onere, una partecipazione al Bello troverebbe adepti anche in questo Paese. Del resto ci sono esempi di spettacoli partiti con previsioni di pubblico bassissime che si sono rivelati grandi sorprese, il che dimostra che chi tiene in mano i fili della produzione teatrale nazionale spesso si è dimostrato strabico, o perlomeno miope. La nascita di spettacoli indipendenti potrebbe anche far rinascere una critica più popolare, che non sia il risultato della masturbazione di un circolino di quattro o cinque “monopolisti alla critica” che la sottraggono agli altri.

La cifra che ti sei posto come obiettivo per il crowdfunding non è ancora stata raggiunta. Lo spettacolo andrà in scena comunque?

Andrà in scena comunque. Tieni conto che abbiamo avuto un’antipatica sorpresa, e c’è un’indagine in corso : la raccolta fondi era stata sospesa perché si era presentato un coproduttore che poi si è rivelato fasullo. Ma sono assolutamente convinto che riusciremo a raggiungere la cifra in tempi brevissimi.

Si è trattato di un’operazione di boicottaggio, di una truffa o di cos’altro? Non lo so. Sicuramente la persona in questione aveva precedenti penali anche per truffa, e amicizie vicine ad ambienti ndranghetisti. Se è stata una coincidenza, è stata mitologica, fantascientifica. Se non lo è stata, se ne occuperanno le forze dell’ordine.

giulio20050033 In questi giorni Sky ha trasmesso le prime puntate di 1992, una serie televisiva in cui Marcello Dell’Utri è uno dei personaggi. Le hai viste?

Sì. Noi però con questo spettacolo abbiamo voluto fare una cosa molto diversa. Non abbiamo voluto fare una ricostruzione storica, perché volevamo evitare di fare a Marcello Dell’Utri il piacere di essere considerato già Storia. Io vorrei che fosse considerato presente, un pericolo contemporaneo e tuttora inquinante. Ritengo che i dellutrismi siano vivi e vegeti. Nella stessa città di Milano l’eventualità di un percorso teatrale sulla disumanità di Dell’Utri è stata accolta in alcuni ambienti culturali con un po’ di spavento. Quindi non stiamo parlando di un personaggio che andando in galera è stato del tutto archiviato. Più che parlare di chi, cosa e quando (del resto gli atti giudiziari sono già un compendio perfetto per chi vuole istruirsi su questo), a noi interessa descrivere dal punto di vista culturale il palermitano arrampicatore sociale che, grazie all’aiuto del brianzolo egocentrico, riesce a diventare padrone di alcuni gangli vitali di questo Paese. Mi spaventa che la cultura, che l’approccio alla vita e all’etica di Dell’Utri sia preso ad esempio. E mi spaventa il fatto che le uniche persone cui abbiamo concesso di fare battute infime su vittime di mafia siano state prima Andreotti e poi, non so perché, Dell’Utri.

Come è organizzato lo spettacolo?

In diversi quadri in cui Dell’Utri parla in prima persona, tranne un paio di scene che sono dedicate alla presentazione di Vittorio, cioè Mangano, e di Silvio, cioè Berlusconi. Lo spettacolo è molto più vicino alla formula della giullarata rispetto a L’Innocenza di Giulio, lo trovo più vicino a miei inizi. C’è una sorta di gramelot, anche se molto moderno. E abbiamo voluto che ci fosse dietro un bel digrignar di denti, una risata che spesso rimane soffocata dalla tragicità, mentre qui abbiamo voluto tenere lo spettacolo più votato al sorriso.

La formula dello spettacolo prevede anche rappresentazioni a richiesta…

Sì. Ho la fortuna di avere un mio circuito molto poco teatrale, che di solito nasce dalla riunione di tre o quattro persone che nel loro paese si dicono: “Perché non invitiamo Cavalli e non proviamo a riaprire il dibattito su questo argomento?”. È stato così per tutti i miei spettacoli, e probabilmente lo sarà anche per questo. Il che da un lato è rischiosissimo, perché si può finire a predicare ai convertiti, a godere tutti insieme di come siamo bravi a denunciare e a sapere. È un rischio da cui cerco di ripararmi, perché mi fa paura diventare autistico dal punto di vista teatrale. D’altra parte, però, è vero che questo mi consente una libertà di manovra che altri non avrebbero. È inutile nascondersi che, quando in questo Paese si parla di teatri, anche di teatri stabili, le paturnie dell’assessore di turno diventano sempre di importanza vitale, come se fossero le più ficcanti osservazioni culturali del momento.

C’è un pubblico minimo per una tua rappresentazione?

No, la nostra idea è sempre stata quella di andare ovunque ci chiamino. Fortunatamente non abbiamo mai avuto problemi di pubblico. Tieni conto però, e ne vado molto fiero, che mi esibisco allo stesso prezzo con cui mi esibivo dieci anni fa. Non amo la nomea di “teatro civile”, ma per chi come me opera in modo che il teatro non sia solo un prodotto culturale, ma anche una concezione morale, lo spettacolo nel minuscolo oratorio del piccolo paese ha la stessa importanza di quello che ti fa recensire sui quotidiani nazionali.

(per contribuire alla produzione dello spettacolo basta andare qui)

Omicidi, mafia e cocaina: a Milano c’è un maxi processo

Emanuele Tatone
Emanuele Tatone

Gli occhiali spessi, il baffo imbiancato, il fisico esile, lo sguardo acceso. Si alza, poi si risiede. Davanti sul tavolo carte, migliaia di carte, altre stanno sul carrello accanto. Marcello Musso, piemontese e come dice lui “contadino nell’animo”, il pubblico ministero lo fa da una vita. In Sicilia rischiò indagando Cosa nostra. A Milano si portò metodi, mentalità, sapienza investigativa. Tacche sulla toga ne ha molte: dal terrorismo islamico ai corleonesi che volevano prendersi la Madonnina fino ai banditi che hanno conquistato le periferie. Al quarto piano della procura, blindato nel suo studio, tra migliaia di intercettazioni e troppo sigarette, scrisse e fece condannare Toto Riina. Riscrisse omicidi clamorosi, dando volti e nomi ai mandanti. E ora, che il suo posto all’antimafia milanese è stato preso da altri, continua a indagare con la voracità di sempre. Il suo pallino è la droga che invade Milano.

Dal 2009 a oggi Musso ha messo assieme quattro poderose inchieste. Nome: Pavone. Uno, due, tre, quattro. Come i capitoli di una saga o di un libro. Romanzo criminale. Centinaia di indagati, imputati e condannati. Eccolo allora lì al banco dell’accusa, piccolo piccolo nell’aula bunker di San Vittore. Bunker uno, pareti verdi chiaro, gradinate per i parenti, ai lati i gabbioni che in passato hanno ospitato mafiosi e terroristi. Oggi quei gabbioni sono tornati a riempirsi, mentre ai banchi siedono decine di avvocati. L’ultimo grande maxi processo milanese si presenta così. Merito di questo magistrato per bene. Suo il merito di aver portato alla sbarra buona parte della nuova mala milanese. Non tutta, ci mancherebbe. Ma certamente quella che conta, quella che uccide e traffica in grande stile, quella che occupa la città e le sue periferie, le minaccia e le assedia. Quella, infine, che si tiene in tasca i rapporti che contano con boss di prima grandezza. Come Biagio Crisafulli, detto Dentino, siciliano di nascita, re nero di Quarto Oggiaro, regno ventennale il suo, fino all’arresto definitivo. Trafficava e comandava Dentino. Tanto influente da accomodarsi ai tavoli riservati della Mafia spa in Lombardia. Tra gli amici, il clan Papalia e le batterie armate del boss Coco Trovato.

Poco più in là nel gabbione, rispetto a Dentino, c’è Alex Crisafulli, fratello minore del boss. Il terzo, Franco, cadde ucciso ai tavolini del bar Quinto in via Pascarella a Quarto Oggiaro. Era il 2009. Alex sta nella gabbia, ma lui, dice, questa vita non vuole più farla. Crisafulli vuole pentirsi e collaborare. L’intento lo svela nell’agosto 2014 davanti al pm che lo interroga. “Da sei anni a questa parte io con le istituzioni mi sento alleato (…) Le ho detto che mi sono arreso” e “cazzo, sono venuto qua come collaboratore io (…) perché la galera non è più il mio posto. Non posso stare ancora vent’anni in galera”. Parole in pausa. Nessuno, alla procura di Milano, ha chiesto di sentirlo. Alex tornerà a parlare oggi all’aula bunker. Come lo farà, dipenderà da cosa deciderà il giudice Giuseppe Gennari sulla richiesta del pm di cambiare il capo d’imputazione aggiungendo l’articolo 7, ovvero l’aggravante del metodo mafioso.

I fratelli Crisafulli finiscono nella rete di Musso dopo ore di intercettazioni nella cella comune al carcere di Opera. Emerge, ragiona l’accusa, la loro regia nella gestione di tutta la droga che passa per Quarto Oggiaro. Oggi come in passato comanda Dentino. E oggi, si legge nelle carte del processo, lo fa grazie al lavoro del clan Tatone. Clan di famiglia, salito a Milano negli anni Cinquanta, con loro la madre, Rosa Femiano che presto si guadagna il nomignolo di nonna eroina. Sul banco degli imputati c’è anche Nicola Tatone, fratello sopravvissuto alla mattanza. Era l’inverno del 2013 quando per le strade di Quarto Oggiaro Antonino Benfante sterminò parte della famiglia Tatone. Caddero i fratelli Emanuele e Pasquale. Nicola sopravvisse, perché in carcere. Sopravvisse anche Mario, il più vecchio. Libero all’epoca, libero oggi ma imputato nel processo istruito da Musso. Benfante, detto Nino Palermo, uccise per la droga. Per guadagnarsi dello spazio sul marciapiede o forse per qualcosa di più grande. Ipotesi al vaglio. Altra storia. Si vedrà.

Restiamo in aula. Perché qui la storia c’è già. La scrive Musso, la interpretano personaggi come Diego Tripepi, trafficante di medio livello, calabrese di Seminara. Come Crisafulli anche lui ad agosto decide di collaborare. Alle domande di Musso risponde con decine di nomi. Ne fa tanti e fa anche quelli del clan Muscatello, ‘ndrangheta di spessore residente a Mariano Comense, locale storico, influente perché detentore del “Crimine”, la struttura di governo dei clan lombardi. Tripepi, però, in aula ci ripensa e dice: “In merito alle dichiarazioni rilasciate nel mese di agosto in presenza del Pubblico Ministero dottor Musso,vorrei dire che le persone da me citate sono state da me ingiustamente infangate, ho dichiarato il falso solo perché ero certo di ottenere almeno un mio ricovero in un centro clinico carcerario”. Clamoroso. Una cosa mai vista. Tripepi aggiunge: “Quindi chiunque è citato da me in tale verbale ha il diritto a farmi querela contro la mia persona per diffamazione”. Tra le persone citate c’è Giuseppe Muscatello, boss e figlio del vecchio padrino Salvatore, coinvolto nell’indagine Infinito, scarcerato per malattia e riarrestato nel novembre 2014 dal Ros di Milano.

Omicidi e pentiti. Dopo Crisafulli e Tripepi, sempre davanti a Musso decide di collaborare Luciano Nocera, trafficante e non solo, mafioso con dote della Santa. Nocera nelle ultime settimane è stato interrogato da ben quattro pm della Dda di Milano coordinata dalla dottoressa Ilda Boccassini. Tanti capitoli, dunque. Dal broker della coca Orazio Desiderato, agli spacciatori che studiano da boss e infiltrano la politica locale, al trafficante che invece di finire in galera finirà sotto due metri di terra, scannato dai boss. C’è di tutto nel maxi-processo alla nuova male. Milano alla rovescia, dunque. Non città vetrina in vista di Expo, ma terreno di conquista. Terreno dove la droga resta il volano degli affari sporchi. E dopo la droga, il business si fa più complesso,perché il confine tra legale e illegale si assottiglia. Il pm prosegue, indaga, scopre, scrive, collega. Terra di sopra e terra di sotto. A Milano come a Roma.

(fonte)

#Lefti in edicola da oggi: cosa ci abbiamo messo dentro

20150328_Left_N112015-800x500Questa settimana si va in  piazza e si cerca di capire come può far bene Maurizio Landini, unico a tentare con la sua “colazione sociale” una reazione alle riforme del governo Renzi che ha smantellato lo statuto dei lavoratori e ora marcia alla volta della legge elettorale.

Emanuele Ferragina e Alessandro Arrigoni (autori de La maggioranza invisibile), spiegano su Left chi compone la maggioranza invisibile del nostro Paese, uomini e donne resi invisibili da una politica cieca e da un sindacato vecchio incapace di rappresentarli da  anni. Neet, precari, disoccupati, pensionati non abbienti, giovani donne. Reddito minimo, redistribuzione, welfare state universale e molto altro, leggerete le loro proposte per Landini.

Ma non solo, Felice Casson, candidato del centrosinistra, intervistato da Tiziana Barillà vi racconterà i suoi progetti per Venezia; Ilaria Giupponi vi spiegherà che la nuova legge sul divorzio non ha toccato il divorzio (!) ma semplicemente i tempi della separazione.  Ma a volte serve fuggire dall’Italia per scoprire per esempio che in Cina, nelle periferie di Pechino, artisti ed operai si incontrano e fanno arte insieme, come accade nel sobborgo di Hei Qiao; e in Paraguay dai rifiuti si costruiscono strumenti musicali per orchestre meravigliose come quella di Cateura e il suo maestro Favio Chavez.

Ma anche che Ayman Odeh è forse la novità più importante delle elezioni israeliane. Giovane avvocato arabo di sinistra ha ottenuto con la sua Lista araba unita un risultato eccezionale. Imperdibile in cultura l’intervista di Giacomo Zandonini a Femi Kuti, al grande musicista nigeriano che racconta del suo Paese e dell’eredità lasciatagli da suo padre il grande Fela Kuti, inventore dell’afrobeat.

Il numero di questa settimana chiude con un pezzo titolato “E davanti il mondo”. È lo splendido racconto che Giorgia Furlan vi propone per raccontarvi di uno strano webdoc. La storia di una storia, come dice l’autrice. La storia di un gruppo di ragazzi  convinti di fare davvero la cosa giusta. Buona lettura.

La radiocronaca dello “spettacolino” di Renzi (nelle Università private)

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di Francesca Coin

Circondato da guardie del corpo e accolto da una folla di giovani alla ricerca concitata di un autografo, Renzi è arrivato ieri alla Luiss, l’università di Confindustria come una popstar degli anni Ottanta, una di quelle per cui le fan gridavano e si strappavano i capelli, un po’ come in quel film di Carlo Cotti, Sposerò Simon Le Bon. A guardarlo bene quel teatrino surreale non mancava di mettere una certa tristezza. Manzoni, la buona scuola e l’azzeccagarbugli, una mescolanza di argomenti privi di alcun nesso logico, tenuti insieme solo dagli occhi sedotti di una platea imbonita e dalla boria di chi parlava, mentre ad altri non rimaneva che arrendersi allo spettacolo mesto di Premier che cita mozzichi dei Promessi Sposi quasi fossero l’ultimo libro che ha letto, assaliti dalla realizzazione tragica che la linea di demarcazione tra la politica, la cultura e lo spettacolo è definitivamente venuta a mancare. Teatrini, frasi fatte, risa auto-compiaciute: non è un caso che Renzi abbia scelto la Luiss per farsi applaudire. L’ultima volta che ci ha provato in un’università pubblica, infatti, è stato contestato. Non da tutti, c’è da dire, a rigor del vero: i docenti se ne stavano seduti docili e concilianti in platea, ma gli studenti – cui l’ingresso al Politecnico era negato – dall’esterno chiedevano che se il Premier ne andasse. Così, dopo un discorso fatto ancora una volta di slogan e ritornelli, cultura-coraggio-innovazione, un po’ come i Duran Duran cantavano no-no-notorious, Livio Serra, rappresentante degli studenti, era entrato per offrire al Presidente un cappello da giullare, dicendosi indignato che il Politecnico di Torino si fosse ridotto a fare da “passerella per il Presidente del Consiglio” tanto più di fronte a un tale scempio di retorica. Che cos’è che indigna tanto, delle passerelle di Renzi? Prima di tutto quella specie di abisso che separa i riflettori, i selfies e le telecamere dal mondo vero, quello che di cotante parole non sa che farsene, anzi ne farebbe volentieri a meno perché di problemi ne ha altri. Ma di fatto c’è un problema più profondo, cioè che in quella parlata da giullare, in quel sorriso auto-compiaciuto, Renzi offusca una realtà tragica, il fatto che la sua Luiss, Università privata promossa da Confindustria il cui Presidente è Emma Marcegaglia, sta all’istruzione pubblica come le sue parole di innovazione stanno ai bisogni reali dell’Italia. Sono, cioè, baluardi di una retorica vuota e auto-referenziale, uno spettacolo di dubbio gusto che finiti i plausi e i riflettori ci riportano all’agonia ignorata di un paese stremato dall’austerità e dal declino, senza un euro per la ricerca e le borse di studio, in cui crescono i neet e la fuga dei cervelli, mentre lui e i suoi finanziatori privati sorridono, si fanno i selfies e ci salutano dalle telecamere.

(fonte)

Disabituati alla bellezza

(Post di Gianni Biondillo e Marco Belpoliti per Nazione Indiana)

Come è andata a finire con l’Area ExEnel

di Gianni Biondillo e Marco Belpoliti

enel1Nel gennaio del 2012 su questo blog era apparso questo articolo. Altri in contemporanea ne uscirono su vari blog e quotidiani, a firma di Marco Belpoliti, Luca Molinari, Marco Biraghi, etc.

Sollevavano un problema: la costruzione nell’area di fronte al Cimitero Monumentale di Milano di due edifici fuori scala, di un albergo inutile e di un parcheggio sotterraneo di 250 posti camuffato da piazza in una zona di rispetto architettonico, con un progetto che lasciava molto a desiderare dal punto di vista estetico e urbanistico. Ne era nato un dibattito (vedi ad esempio qui) che aveva coinvolto giornali, architetti, intellettuali, politici. La questione si era trasferita, dopo varie vicissitudini e discussioni, nelle aule del Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia, che aveva bocciato il ricorso del gruppo di cittadini che si erano organizzati nella sigla Area Ex Enel con un suo sito.

Ora sull’intera materia si è espresso il Consiglio di Stato (Sentenza Ex-Enel.1), dando ragione ai cittadini che hanno sollevato il tema della legittimità della scelte della giunta Moratti, prima, e Pisapia, poi. Tutto questo è succintamente spiegato nella lettera che segue indirizzata a “il Corriere della Sera” che, unico giornale milanese, ha dato alcuni giorni fa con un ampio articolo notizia della sentenza, intervistando l’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano e vice-sindaco, Ada Lucia De Cesaris, sostenitrice della scelta urbanistica e giuridica bocciata dal Consiglio di Stato. Ora che Milano è sotto i riflettori dell’intero paese per l’apertura imminente dell’Expo a maggio, vale la pena di tornare a riflettere su questo caso (60 milioni di euro investiti da privati che ora non potranno proseguire i lavori iniziati) che ripropone le questioni della gestione politica delle nostre città, della partecipazione dei cittadini e della bellezza architettonica.

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enel2Su queste pagine giorni fa è apparso un lungo articolo sul blocco del cantiere Ex Enel. Il Consiglio di Stato ha dichiarato l’intera operazione illegittima, ha bloccato l’intero cantiere, dopo il ricorso intentato da alcuni cittadini. Quei cittadini siamo noi, ed è giusto che spieghiamo le ragioni del ricorso, e come si è arrivati a questo punto.

Scriviamo per spiegare ai lettori – ai milanesi e non solo a loro – cosa succede in città, e non tanto, come si usa in questi casi, per mandare messaggi a qualcuno.

Proviamo a raccontare brevemente la storia, per aiutare tutti a capire. L’area di fronte al Cimitero Monumentale, di ex proprietà dell’Enel, e dunque pubblica, molti anni fa fu svenduta a una società privata. Dopo lunghi anni di abbandono, e poi di occupazione da parte del centro sociale Bulk, durante l’amministrazione di Letizia Moratti, alcuni imprenditori decisero di costruire degli immobili residenziali.

Per fare questo, il Consiglio Comunale di allora (Moratti) approvò una delibera che modificava le cubature edificabili, triplicandole. In un colpo solo quel terreno, comprato per 10, valeva 300.

Per trasformarle in area residenziale, edificabile, e per aumentare le cubature consentite per legge e concedere le concessioni, l’amministrazione comunale si avvalse dello strumento del “programma integrato di intervento”, uno strumento che, nel diritto italiano, è consentito solo ed esclusivamente in casi di evidente interesse pubblico e strategico per la città.

Anni dopo la giunta Pisapia, durante un assolato agosto di quattro anni fa, tra i suoi primi provvedimenti importanti, riportò in consiglio comunale la delibera e la approvò: senza nessun comunicato stampa, e senza che la notizia venisse riportata da alcun giornale. Una procedura che, vista l’importanza dell’operazione riguardante una zona centrale della città, risultava quantomeno anomala.

Il progetto approvato prevedeva, in tre isolati situati di fronte al Cimitero Monumentale, il luogo più visitato dai turisti dopo il Duomo, tre palazzoni di più di 10 piani ciascuno, in un quartiere di edifici di 4 piani al massimo; edifici ad uso residenziale, brutti come raramente possono esserlo: talmente brutti da far apparire al confronto l’edilizia di Quarto Oggiaro come dei palazzi del Bernini.

Alla notizia di questo scempio, un gruppo di abitanti del quartiere e alcuni intellettuali, scrittori, architetti, ha provato a intervenire. Abbiamo chiesto di incontrare la proprietà, il Comune, cercando il dialogo, sostenendo che andava bene il profitto economico dei privati, ma che l’operazione avrebbe potuto essere un po’ meno spregiudicata, contenere qualche spazio pubblico, e concedere qualcosa alla qualità architettonica. Non chiedevamo di scomodare grandi architetti, semplicemente di evitare il ricorso in pieno centro storico a un’edilizia così sfacciata e imbarazzante. In sostanza chiedevamo l’adozione di una logica progettuale moderna, non tre palazzoni da edilizia speculativa.

Il Comune di Milano non ci ha voluto dare ascolto. Lo stesso atteggiamento hanno mantenuto i proprietari del terreno. Entrambi ci hanno detto soltanto di pure loro causa, che tanto l’avrebberio vinta.

Soltanto l’impresa costruttrice di una parte degli edifici si è mostrata invece disponibile, modificando le facciate di loro pertinenza in corso d’opera, e ridisegnando un piccolo parco. Da parte loro si trattava di un impegno ulteriore, che andava oltre il loro immediato interesse, e quindi da considerare assolutamente apprezzabile.

Avendo quest’unico interlocutore, ovviamente non trovammo un vero accordo. Il vero soggetto in grado di imporre un interesse pubblico all’area, vale a dire il Comune, mancò invece all’appello. Rimanendo convinti che l’operazione fosse sbagliata sotto il profilo architettonico, politico, urbanistico, e legislativo, e non riuscendo a ottenere altri risultati se non quello – comunque importante – di far riprogettare gli spazi aperti, fummo costretti a non ritirare il ricorso in tribunale.

Oggi il Tribunale di Roma ha dichiarato l’intera operazione illegittima, in quanto priva del presupposto di un interesse strategico e pubblico. Ci ha dato ragione. Una pessima notizia, a ben vedere. Non soltanto perché ora il progetto è diventato un problema, ma soprattutto perché non eravamo e non dovevamo essere noi i paladini dell’interesse della città.

Non debbono essere i privati cittadini a vigilare sulla legittimità delle operazioni immobiliari, sulla qualità architettonica e sul rispetto delle norme urbanistiche. È un ruolo che spetta alle istituzioni.

Avere ragione non ci interessa: ci interessa, così come sin dall’inizio, che si costruisca bene, in modo sensato, intelligente, corretto, restituendo alla città vivibilità e bellezza.

Ci interessava allora, e ci interessa ancora di più adesso. Adesso che c’è un “buco” nel cuore della città, e non vediamo l’ora che questa sia l’occasione per dare a questa zona importante della città una soluzione degna di Milano. Soprattutto alla luce dei numerosi fallimenti urbanistici di questa città.

Ora non possiamo che augurarci che questo “buco” sia l’occasione per ripartire da una logica diversa, con un piglio diverso, con un orizzonte progettuale più alto e di più ampio respiro. L’orizzonte legittimamente alto e ambizioso di disegnare e pensare la città.

Si tratta di un compito arduo, che spetta in primo luogo al Comune di Milano. Speriamo che questa volta ci provi.

Marco Belpoliti
Gianni Biondillo
Marco Biraghi
Paola Lenarduzzi
Roberto Marone
Luca Molinari
Alberto Saibene

(pubblicato precedentemente su Il Corriere della Sera – Milano, il 22 marzo 2015. Questo post è da oggi on line anche su DoppioZero. Le vignette sono un regalo di Guido Scarabottolo)