Chi è l’uomo nero della Lega Nord amico di Massimo Carminati e Flavio Tosi Domenico Magnetta ai microfoni di Radio Padania
Dal boss di Mafia Capitale alla Lega Nord. Dal nero degli anni di piombo al più sfumato verde Carroccio. Dalla guerra allo Stato alle battaglie degli artigiani vessati da Equitalia. È la parabola di Domenico Magnetta, passato negli anni Ottanta attraverso rapine, armi ed eversione di estrema destra ed ora “fascioleghista” con tanto di trasmissione radiofonica sulle frequenze di “Radio Padania Libera”.
Cinquantasette anni, nato in provincia di Foggia ma trapiantato a Milano, oggi si è riciclato come gran capo di “P.i.u.”, l’associazione di professionisti e imprenditori uniti nata vent’anni fa per volere di Umberto Bossi e Roberto Maroni. Così, l’uomo nero della Lega Nord è diventato la voce nell’etere dei piccoli commercianti arrabbiati contro la burocrazia ingiusta, e dispensa consigli tutti i lunedì, ascoltando le storie di piccole e grandi ingiustizie.
Apre le telefonate con le invettive contro Equitalia, le cartelle esattoriali e poi alzando il tiro contro tutti i migranti. «Ci stanno togliendo anche le lacrime a noi lavoratori autonomi», tuonava Magnetta ai microfoni aperti nella puntata dello scorso 31 dicembre.
La passione politica però non è mai scemata ed eccolo rispuntare a fianco del sindaco di Verona, Flavio Tosi. L’occasione è il raduno degli ex camerati sulle sponde dell’Adige: sabato 7 febbraio si ritrovano all’Hotel Leon d’Oro per l’assemblea di “Progetto nazionale”, laboratorio politico degli orfani del defunto partito Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante e diventato braccio operativo di Tosi. In platea per la giornata di idee e dibattiti intitolata “La destra che verrà” ci sono lo scrittore giornalista de “Il Foglio”, Pietrangele o Buttafuoco, il fondatore de “La Destra” e presidente dell’antimafia siciliana, Nello Musumeci, il capogruppo del Carroccio al Senato, Gian Marco Centinaio, e un manipolo di vecchi missini, nomi storici della destra sociale e sopratutto ex skinhead diventati uomini di fiducia del sindaco.
Un’alleanza “verde-nero” che ha dato i suoi frutti: alle ultime elezioni per la guida della città (nel 2012) il leghista Tosi è stato rieletto con il 57 per cento delle preferenze, spinto dalla sua lista civica infarcita di ex fascisti.
Tre anni dopo, Tosi alza il tiro; e l’obiettivo dichiarato del raduno del 7 febbraio è quello di scalare il centrodestra e provare a contendere la leadership del segretario leghista Matteo Salvini.
Per un’impresa del genere servono gli uomini giusti e una ramificazione nazionale: finora sono circa un migliaio gli ex camerati reclutati e per l’importante piazza di Milano vengono scelti l’ex tesoriere dei Nuclei armati per la rivoluzione (Nar), Pasquale “Lino” Guaglianone, e il suo delfino Domenico (detto Mimmo) Magnetta. Entrambi presenti in prima fila nell’incontro di Verona.
Un pedigree da duri e puri che non dispiace a Tosi: Guaglianone è stato condannato a cinque anni per la sua appartenenza ai Nar fondati da Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Franco Anselmi e Alessandro Alibrandi, i terroristi italiani d’ispirazione neofascista che alla fine degli anni Settanta firmano trentatré omicidi e nel 1980 la strage alla stazione di Bologna, costata la vita a ottantacinque persone. Oggi però l’ex estremista è un affermato commercialista che sa muoversi bene negli ambienti che contano nella borghesia milanese fatta di avvocati, notai e lobbisti. Grazie all’appoggio dell’ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel 2009 è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Ferrovie Nord, la controllata della Regione Lombardia che gestisce le linee locali, e presidente del collegio sindacale di Fiera Milano congressi.
Magnetta, invece, non ha poltrone. Il suo è un curriculum di manovalanza. Ma sempre dura e pura, tanto che muove i primi passi insieme al boss di “Mafia Capitale” Massimo Carminati. È infatti in una notte di aprile del 1981 che il futuro re della piramide criminale romana cerca di scappare all’estero con 25 milioni di lire, diamanti e documenti falsi. Ha ventitré anni ma è già un militante dei Nar, invischiato nella malavita di Roma e ricercato per azione sovversiva e banda armata. A Magnetta, di un solo anno più vecchio, i camerati milanesi affidano il delicato incarico di accompagnarlo oltreconfine, passando dalla frontiera di Gaggiolo, in provincia di Varese. Dove li aspetta la polizia, messa sulla pista giusta da una soffiata.
I due incappano nel posto di blocco e una raffica di proiettili degli agenti stoppa ogni tentativo di fuga. Carminati viene colpito all’occhio e finisce in ospedale. Primo arresto e prima ferita, quella che gli vale il soprannome di “Er Cecato”. Magnetta viene condannato per favoreggiamento, ma la sua carriera criminale già vanta un ricco curriculum: furto, ricettazione, rapina, detenzione illegale di armi, fino al sequestro di persona.
Negli anni successivi, mentre Carminati diventa il “Nero” della Banda della Magliana, lui incappa nella storiaccia brutta del presunto attentato al magistrato milanese antimafia Gianni Griguolo. Accusato insieme al terrorista Mauro Addis, viene condannato a tre anni e dieci mesi dalla Corte di appello di Milano nel 1999 per detenzione abusiva di armi e ricettazione. Nel gennaio 2001 passa agli arresti domiciliari e quattro anni dopo torna in circolazione. Ed eccolo di nuovo a fare comunella con il suo mentore Guaglianone, riabilitato anche lui e candidato nella lista di Alleanza nazionale per le elezioni regionali in Lombardia.
Il seggio sfuma, ma questo non nuoce agli affari, sempre più grossi per il professionista legato a molte società calabresi e all’ex governatore regionale Giuseppe Scopelliti.
Guaglianone finisce indagato nel 2012 dalla Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria insieme ad alcuni suoi soci per lo scandalo del Carroccio e gli investimenti in Tanzania: i rimborsi elettorali del partito venivano investiti in cascate di diamanti, fiduciarie africane, banche levantine e lingotti d’oro.
Dall’inchiesta si scopre che nel suo quartier generale, l’ufficio di via Durini 14, a due passi dalla centralissima piazza milanese di San Babila, c’era una scrivania per l’ex segretario amministrativo della Lega Nord Francesco Belsito, l’uomo dei conti segreti di casa Bossi. Che da qui, accusano i magistrati, gestiva partite molto pericolose, muovendo denaro in un triangolo tra cosche, massoneria ed estremisti di destra. Le indagini non sono ancora chiuse e puntano ad accertare se di queste transazioni era a conoscenza anche il vertice della Lega.
È dalle stanze di via Durini che, nonostante le indagini della Procura calabrese, Guaglianone riparte all’attacco: prima dell’ultimo Natale organizza vari incontri con colleghi e altri professionisti allo scopo di sondare la disponibilità di appoggiare Tosi nella scalata al centrodestra. E c’è un gran via vai in via Durini 14, dove ha sede anche la società “Iniziative Belvedere srl” della quale Magnetta è amministratore e ha della quote di minoranza. Lo scopo? Compravendita di immobili.
Un trasformista questo Magnetta, prima terrorista, poi galeotto; e, nel giro di dieci anni piccolo imprenditore e paladino dell’associazione leghista che lotta contro «un fisco sempre più insostenibile e una burocrazia soffocante». Una missione che va ampliandosi, tanto che dai microfoni di Radio Padania lui si celebra: «Ultimamente mi sono intestardito nella lotta contro le banche, per tutelare i risparmiatori e spingerle a concedere prestiti e fidi».
Al Nord, e in particolare a Milano, la ‘ndrangheta ha conquistato una posizione di “predominio, a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana”. Cosa nostra mantiene il cervello a Palermo. L’ndrangheta si è specializzata in appalti pubblici, entrando nel privato laddove esiste una partnership pubblico-privato. Gioia Tauro è il porto di approdo della cocaina. Bologna è entrata a far parte dell’elenco delle “terre di mafia”. A Roma proliferano le mafie autoctone, come quella di Carminati. Mentre è in corso una indagine sul “protocollo fantasma”, sull’ipotesi che alcuni magistrati siano da anni spiati per conto di una misteriosa entità.
Sono, questi, i punti salienti della Relazione annuale presentata oggi al Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, alla presenza del presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. “Il tema dell’immigrazione clandestina – ha detto Roberti – si incrocia con il tema del terrorismo internazionale. L’immigrazione clandestina può alimentare, finanziarie il terrorismo internazionale, questo è un rischio concreto e tangibile”. Nella relazione di Roberti non compare mai la parola “politica”, neppure nel capitolo dedicato alla trattativa Stato-Mafia, né allorquando si parla della banda Carminati, entrata in Campidoglio proprio grazie ai contatti con la politica.
Expo 2015. Importante per Roberti l’obbligo di iscrizione delle imprese operanti in determinati settori ritenuti particolarmente a rischio di infiltrazioni mafiose, in una white list di “elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa”.
Mafia. L’arresto dei suoi capi, dice Roberti, non le impedisce di esistere. L’assenza di leader carimatici in stato di libertà non ha portato a una guerra di mafia. Anzi, al contrario sta tentando di ricostituire il mandamento centrale, il cui capo risulta tutt’oraTotò Riina. Sono false le analisi che teorizzano una sorta di “balcanizzazione” dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra e un suo inarrestabile declino. Si conferma invece che la città di Palermo è e rimane il luogo in cui l’organizzazione criminale esprime al massimo la propria vitalità, la sua struttura sopravvive anche in assenza di importanti capi riconosciuti in stato di libertà. L’assenza, in Cosa Nostra palermitana, di personaggi di particolare carisma criminale in stato di libertà, seppure latitanti, non ha riproposto la violenta contrapposizione interna tra famiglie e mandamenti del passato. Cosa nostra rinnova l’interesse per il traffico di stupefacenti e per la gestione dei “giochi” sia di natura legale che illegale.
La cattura di Matteo Messina Denaro resta una priorità (foto: l’identikit). Mentre Salvatore Riina, del tutto inaspettatamente, osserva Roberti, ha preso a parlare apertamente, intrattenendo il compagno di detenzione sui più disparati temi: dalla sua storia criminale, all’ideazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a quelle commesse nel 1993/94 nel continente, al processo cosiddetto “Trattativa” in corso avanti la Corte d’Assise di Palermo, alle reiterate minacce di morte rivolte al magistrato Di Matteo.
Protocollo Fantasma. Altro procedimento che merita menzione riguarda quello inerente il cosiddetto “Protocollo fantasma”. Trattasi di un esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Dda di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla Storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine.
‘Ndrangheta. La ‘ndrangheta è amministrata da una sorta di “consiglio di amministrazione della holding” che elegge il suo “Presidente”. Del resto era difficilmente ipotizzabile che ad amministrare centinaia di milioni di euro, a governare dinamiche economiche, lecite ed illecite, in decine di comparti diversi e che attraversano, non solo l’Italia, ma buona parte del pianeta (dall’Australia al Sud America, dall’Europa al Nord America passando per tutti i possibili paradisi fiscali ), potesse essere questione affidata allo spontaneismo anarcoide di gruppi criminali disseminati e slegati, di decine e decine di cosche e locali, sorta di piccole monadi auto-referenziali.
Le cosche operanti nella città di Reggio Calabria, la particolare capacità della ‘ndrangheta cittadina di inserirsi nella gestione delle cd società miste – pubblico/privato – attraverso cui vengono forniti i principali servizi pubblici alla cittadinanza. In particolare, attraverso una serie concatenata di prestanomi, la ‘ndrangheta ha il controllo totale delle quote di spettanza del partner privato e, attraverso la sua capacità collusiva ed intimidatoria, riesce a condizionare la parte pubblica.
Gioia Tauro. La ‘ndrangheta ha il controllo controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli ‘ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni. Il Porto di Gioia Tauro è divenuta la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia. Sul punto basterà osservare che nel solo periodo di riferimento (Giugno 2012-Luglio 2013) quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (circa 1600 kg su circa 3700 complessivi ) è stata intercettata a Gioia Tauro.
Bologna “Terra di Mafia”. Quanto al distretto di Bologna, l’imponente attività di indagine durata oltre due anni ha consentito di accertare la esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali. A tal livello che oggi, quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, oggi può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione.
Camorra. La Camorra non è un’entità assimilabile dal punto di vista delle forme di manifestazione né a Cosa Nostra né alla ‘ndrangheta. Va ribadita, forse in modo ancor più accentuato, la caratteristica propensione delle aggregazioni camorristiche alla contrapposizione, talvolta, passando con eccessiva disinvoltura, da situazioni di alleanza a situazioni di contrasto violento. La Camorra si dedica alle agenzie di scommesse che – per la sua peculiare ramificazione territoriale (che può corrispondere alla dislocazione delle singole agenzie di una determinata società di raccolta di scommesse sportive), oltre che per la stretta relazione con il gioco on-line, per sua natura, dematerializzato – spesso implica il coinvolgimento di più di un sodalizio criminale. Su questo terreno spesso si formano e consolidano alleanze o, viceversa, si consumano sanguinose rotture.
Mafia Capitale. Le organizzazioni mafiose autoctone nel distretto di Roma. Se sul territorio laziale sono dunque presenti le articolazioni di tutte le organizzazioni mafiose tradizionali, che si dedicano al riciclaggio e al reinvestimento dei capitali illecitamente accumulati, vi è poi un altro fenomeno, del tutto peculiare alla realtà della Capitale, rappresentato da organizzazioni che sono state qualificate dalla Dda come associazioni di stampo mafioso ma che non fanno riferimento ai sodalizi tradizionali del sud Italia, essendo, per così dire, autoctone.
In una città come Roma, una città di servizi e di attività terziarie, gli affari più lucrosi si fanno appunto attraverso l’acquisizione e il controllo di tali servizi e attività, e dunque attraverso l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali e nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. L’associazione capeggiata da Massimo Carminati si dedica ad attività prettamente criminali quali l’usura, le estorsioni, il commercio di armi, ma soprattutto si dedica all’acquisizione di appalti in variegati settori in favore delle società controllate dall’organizzazione.
Durante le trattative che hanno portato all’elezione di Mattarella, la stampa ha riportato una frase di Renzi: “Il nuovo presidente deve essere una storia raccontabile”. Che frase perfetta per “La politica nell’era dello storytelling” di Christian Salmon. Libro sui politici moderni, i quali secondo l’autore mistificano le loro azioni in narrazioni facilmente comunicabili, inscenando una sorta di reality show perenne. Gli esempi renziani sono noti – la rottamazione o i gufi contrari al cambiamento – ma per Salmon il fenomeno riguarda tutti gli “uomini di Stato di nuova generazione”. Più che un saggio, è un involontario libro di narrativa. Più che di un’analisi, si tratta di paure camuffate da tesi. Il tema è per l’appunto lo storytelling politico, la sua mitizzazione. E i personaggi fondamentali sono due: il sistema dei media e il nuovo leader politico. Una storia però parla anche di chi la racconta. In questo senso, Salmon, ha firmato suo malgrado una perfetta descrizione della marginalità della classe intellettuale odierna.
Leggendo il suo libro appare chiaro quanto tuttora i colti non accettino altra traduzione del mondo della comunicazione che non sia un qualche invito a disperare. Con Salmon è tutto un narcisistico “ormai”, una sdegnata presa d’atto. Il suo obiettivo è il sistema dei media, colpevole sembra di capire d’aver compromesso il racconto di Stato. Nella babele moderna, secondo l’autore, le narrazioni dei leader si aggrovigliano e perdono la linearità indiscussa che fu del discorso di Re Giorgio, il quale parlava alla radio, nel silenzio, per tutti.
Salmon deplora questa perdita di centralità così come potrebbe farlo un funzionario dell’ENA, la celebre scuola dei manager pubblici d’oltralpe: “Se la vita politica si dà da leggere come un intrigante feuilleton che punta a catturare l’attenzione – scrive – il potere non dispone più del monopolio della narrazione”. Davvero una doglianza francese: non a caso Mosse fa risalire la nascita dello Stato narratore proprio alla Francia post-rivoluzionaria, alla retorica dei volontari caduti in battaglia e ai martiri come Marat.
Andrebbe ricordato di quali atrocità fu capace, quella narrazione centralizzata. L’invenzione del Milite Ignoto dopo la prima guerra mondiale, per esempio, non fu puro storytelling di Stato? In Italia avvenne nel 1921 con raggelante cerimoniale: i militari portano la madre di un disperso davanti a dei caduti ormai irriconoscibili, le chiedono di indicarne uno. Quando la donna si accascia, sconvolta, è prescelta la bara a lei più vicina. Segue il lento viaggio in treno del cadavere, da Aquileia fino all’Altare della Patria di Roma, in processione di paese in paese, su un vagone abbigliato con festoni di fiori, accompagnato da retoriche sanguinarie. Va detto: davanti alla violenza di quelle narrazioni, il sistema dei media attuale appare infinitamente più umano.
L’altro personaggio del libro è il leader moderno. Con le sue parole. “Siamo governati dagli aneddoti”, altrove denunciava lo scrittore. Eppure questi ultimi sembrano piacergli parecchio: egli assegna grande importanza, se non valore di prova, a semplici battute e ovvie dichiarazioni d’intenti dei politici e dei loro entourage. Il solo fatto che essi proclamino di voler tradurre la politica in storie raccontabili, ai suoi occhi dimostra che la manipolazione è in atto ed è incontrastata. Qui il problema di Salmon diventa le sue fonti. Citare quelle frasi, infatti, è come riportare i testuali di una brochure promozionale.
È evidente, i raccontatori hanno tutto l’interesse a dipingersi come infallibili artefici dell’opinione pubblica. Né s’è mai visto un narratore che inviti a diffidare della propria storia. Nel mondo della comunicazione in tanti giurano d’essere alla guida della modernità. Ma, semplicemente, questo fa parte della vendita. Donald Draper, il pubblicitario di Mad Men, in un episodio della serie sostiene persino che l’amore romantico è un’invenzione dell’advertising. Il fatto è che la realtà è più ampia delle loro narrazioni. A proposito: a quale trucco narrativo avrebbe fatto ricorso Mattarella per essere eletto?
Arriviamo alla fine del libro. Il leader storyteller è atteso da un finale tragico: il suo abuso dei mass media secondo l’autore ne ha distrutto la credibilità di narratore, come uno “spettro rischiarato da quelle stesse fiamme che si accingono a divorarlo”. Cosa però dovrebbe aspettarci dopo questo falò non è precisato. Probabilmente, un altro preoccupatissimo libro di Salmon.
Mitizzare lo storytelling politico gratifica i suoi protagonisti quanto i suoi detrattori. I primi ne escono come piccole potenze culturali, i secondi come eroici combattenti letterari. Così la critica e la pratica si ricongiungono, avvolte nella stessa narrazione. Attaccare o sbandierare il potere dello storytelling è in entrambi i casi un modo per riconoscerne la divinità. Persino il fatto che Renzi nei giorni scorsi abbia pubblicamente acquistato il libro di Salmon può essere visto come un gesto autoreferenziale: qui leggo le mie imprese.
Questo tipo d’interpretazione dei media sta aggiornando in chiave pop un’idea elitista del potere, fatto di talento più che di competenze, di guru più che di conflitti. Un mondo del quale sembra impossibile poter rientrare in possesso, riservato a doti magiche.
L’enfasi negativa di Salmon non è apocalittica: è pura narrazione al servizio del disimpegno intellettuale. Il suo libro racconta in fin dei conti come per i colti occidentali il mondo della comunicazione sia una sorta di natura maligna e immodificabile, invece che un habitat vivo. In realtà, per vivere meglio tra i mass media un sapere servirebbe eccome. Temo però che ci sarebbe un po’ meno da raccontare e un po’ più da studiare.
Mimmo Càndito racconta molto bene cosa potrebbe significare una guerra per l’Italia, oggi:
Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d’amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.
1) Si dice che ormai non vi sia altra possibilità di soluzione che l’invio di una spedizione militare. A voler essere chiari, questo vuol dire non soltanto raid aerei ma anche, e soprattutto, invio di truppe combattenti sul terreno. E truppe sul terreno significa morti e feriti, e non in piccola quantità poiché si tratta di azioni che si spalmeranno in varie località: il conflitto non avrebbe un fronte unico, ma si torcerebbe negli scontri drammaticamente letali della guerriglia urbana, dove una eventuale supremazia tecnologica conta poco o niente e le trappole e le insidie inevitabili del battersi casa per casa hanno mostrato già in Somalia o in Cecenia quanto pesante sia il costo del guadagnarsi il controllo del territorio.
2) Si parla di creare una operazione di peace keeping. Ma, come le parole in inglese dicono in modo inequivocabile, queste operazioni si fanno quando la pace c’è già, e l’obiettivo è di mantenerla. Se invece la pace non c’è, come in Libia, allora bisogna avere la forza di dire che si fa una guerra vera e propria, o comunque, se si vuol tenere ancora il solito velo dell ipocrisia, che l’operazione è comunque di peace enforcement, cioè di strutturazione e consolidamento di un processo di pace tutto da realizzare. La diversità non è affatto nominalistica. C’è anzitutto il costo di vite umane, che nel PK è statisticamente assai meno elevato che nel PE; e questo conta parecchio, specie per il rapporto tra scelte politiche e consenso dell’opinione pubblica. E poi c’è il problema delle regole di ingaggio, molto più rigide e costrittive per i combattenti del PE: insomma, si fa una guerra e non una operazione più o meno di polizia.
3) Si dice guerra all’Is. Non c’è dubbio che sul terreno oggi l’Is si proponga come la formazione più operativa, con una dinamica di espansione molto accentuata. Ma la Libia postgheddafiana è nel caos attuale perché è mancata finora una forza (militare, non soltanto politica) capace di realizzare una credibile forza centrale, e lo stesso scontro continuo tra miliziani islamisti e miliziani diciamo laici è una definizione di comodo che non riesce a rappresentare la frammentazione estrema dei gruppi armati, migliaia più che centinaia, con identificazioni localistiche, tribali, claniche, gangsteristiche, e di settarismi d’ogni tipo.
4) Come hanno drammaticamente dimostrato la guerra in Afghanistan e quella in Iraq, la definizione di un nation building è fondamentale quanto la vittoria militare. Occorre cioè avere un piano preciso di politiche capaci di realizzare il “dopoguerra”: dunque, individuare le forze politiche e sociali che guideranno il tempo successivo alla fine della guerra, individuare il sistema istituzionale da impiantare, individuare i soggetti con cui relazionarsi già ora perché venga cancellata dall’operazione qualsiasi ombra di un atto di occupazione.
5) Chi guiderà l’operazione, e con quale identità. Posta la latitanza del Consiglio di sicurezza dellOnu, e poste le gelosie e anche gli interessi che sono coinvolti (gli stessi che portarono francesi, e poi inglesi, a lanciare l’attacco a Gheddafi), non appare facile dire quali saranno le forze militari chiamate a partecipare all’attacco e chi ne avrà il comando operativo. L’Italia ha già rivendicato a se’ la leadership, ma l’anticipo non è garanzia sufficiente.
Su questi cinque punti c’è finora il massimo della confusione e dell imbroglio nominalistico. Ma poiché si tratta di lanciare una guerra vera e propria, e poiché ci saranno morti, molti morti, è opportuno che si proceda con chiarezza, e che l’opinione pubblica venga informata di tutto e su tutto
Da oggi il nuovo numero di LEFT è in tutte le edicole. E dentro ci sono anch’io. E questo è quello che ci abbiamo messi dentro. Sono sempre ben accetti consigli, suggerimenti, critiche , etc. etc.
YANIS VAROUFAKIS
Da Marx alla Teoria dei giochi. Ecco chi è l’uomo che sfida la Troika. Il passato, gli studi, la strategia. E un’idea alternativa alla finanza globale che si fonda su proposte serie. di Nicolò Cavalli, Guido Iodice, Ernesto Longobardi, Anna Pettini, Andrea Ventura
politica
DE MAGISTRIS: «RICOMINCIO DA NAPOLI»
Parla il sindaco, paladino di un nuovo meridionalismo. Intanto è fuoco incrociato sull’acqua pubblica. di Tiziana Barillà e Raffaele Lupoli
precari
COME RIFORMARE IL LAVORO
Idee e proposte in attesa degli altri decreti del Jobs act di Matteo Renzi. di Michele Azzu
spazi urbani
OPPORTUNITÀ DA RIUSARE
Edifici abbandonati diventano occasioni di lavoro, contro le speculazioni edilizie. di Veronica Di Benedetto Montaccini
speciale mafie
AEMILIA, LA VIA DELLA ’NDRANGHETA
Un nuovo sistema criminale corre lungo l’antica strada. E coinvolge tutti, anche la politica. Voci e cronache da una realtà inquietante. di Sarah Buono, Giulio Cavalli, Ilaria Giupponi, Stefano Santachiara
terrorismo
ATTACCO ALL’ISIS
La rete di hacker Anonymous chiude account jihadisti. E la Giordania schiera le truppe. di Umberto De Giovannangeli
conflitti
POLVERIERA UCRAINA
La crisi del Paese mette a rischio le quattro centrali nucleari. Torna l’incubo Chernobyl. di Massimo Panico
l’intervista
LA MUSICA SALVA
Oltre 4mila opere di autori internati nei lager.
Francesco Lotoro racconta la sua ricerca. di Flore Murard-Yovanovitch
junior
COME MAMMA MI VUOLE
Un esercito di baby modelle alimentano lo show biz. Ma chi sono? Parlano gli esperti. di Simona Maggiorelli
paleontologia
GLI AMANTI DI MANOT CAVE
Il cranio di sapiens scoperto in Israele apre nuovi scenari. Anche sui Neanderthal. di Pietro Greco
spettacolo
MA L’AMORE NO
Festival di Sanremo: trionfa la melassa. di Diletta Parlangeli
musica
UN CANTAUTORE FUORI DI SÉ
Giovanni Truppi classico e sperimentale. di Paola Mentuccia
Atene chiama. Si avvicina la manifestazione del 14 febbraio a Roma #dallapartegiusta. Cioè a sostegno del popolo greco e del tentativo di Alexis Tsipras e del suo ministro Yanis Varoufakis di rompere la politica dell’austerity della Troika. Per la giornata di oggi – durante la quale si svolgerà a Bruxelles l’importante riunione dei ministri delle finanze dell’Eurozona (Eurogruppo) – presidi, dibattiti, conferenze stampa e volantinaggi a Milano, Napoli, Palermo, Messina, Catania, Follonica, Pisa, La Spezia, Genova, Rimini, Trieste, Padova, Cuneo, Pordenone, Udine, Asti, Lucca, MacerataBologna, Pescara, Parma, Ferrara, Trieste, Mestre, Treviso, Reggio Emilia, Terni, Siena, Livorno, Rovigo, Bari, Firenze, Macerata, Perugia, Biella, Alessandria, Riva del Garda, Rovereto, Trento, Brescia, Ravenna, Ancona (ove alle 17.00 presso l’Anpi parleranno Luciana Castellina e Argiris Panagopulos ), Como. Domani 12 febbraio sarà la volta di Grosseto, Bergamo, Jesi, Passirano Franciacorta, Campobasso. Il 13 febbraio: Torino, Novara.
Il presidio di Roma è previsto oggi, 11 febbraio, dalle ore 18.30 in piazza Indipendenza nei pressi dell’Ambasciata tedesca. Da dove, alle ore 14, di sabato 14 febbraio partirà la manifestazione nazionale che si concluderà con diversi interventi al Colosseo.
Ci sarà una partecipazione attiva e numerosa dei Greci d’Italia alle mobilitazioni odierne. In particolare a Napoli interverrà il Presidente della Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’Italia Jannis Korinthios e il presidente della Società Fillellenica Italiana Marco Galdi.
Alla manifestazione di sabato 14 hanno aderito la Cgil, Flc Cgil, Fiom, Arci, Act, Rete della Conoscenza, Forum dei movimenti per l’acqua, Tilt. E come testate Il Manifesto e Left.
Nel numero di questa settimana di LEFT (in edicola a partire da ogni sabato) abbiamo voluto vedere “da sinistra” l’elezione del Presidente della Repubblica e i fatti della settimana. Si apre così la mia collaborazione con il settimanale e quindi se cercate LEFT dentro troverete (anche) me. Questo è il mio editoriale di questo numero:
Quando ero bambino una volta alla settimana toccava obbligatoriamente la minestrina. Non si sfuggiva: ogni settimana era un supplizio inevitabile condito dall’entusiasmo descrittivo di mia madre che me la impiattava con iperbolici aggettivi ogni settimana nuovi e diversi, eppure ogni settimana era poi sempre solo la solita minestrina. Un mio compagno di giochi, avremo avuto sì e no cinque o sei anni, mi raccontò di essere riuscito a superare la minestra di casa convincendosi che fosse buonissima. «Ma ti piace?», gli chiesi e lui: «No, ma se mi convinco che è buona prima o poi magari la mangio volentieri». Fu così che capii che i problemi sono spesso comuni ma le soluzioni invece sono molto differenti.
Matteo Renzi, in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, come spesso accade, ha voluto essere la mamma con la minestrina obbligatoria e contemporaneamente l’amichetto furbo che ti aiuta a scamparla, e non stupisce che ci sia riuscito ma atterrisce il come: ha capito che per portare a compimento il proprio processo politico (rivestire di sinistrofila modernità la stantia democristianità) serviva aggiungerci i sapori giusti dell’antimafia, del lutto, della mitezza, di un consono cattolicesimo, e il menù fisso sarebbe stato un successo. E infatti i sempiterni democristiani Fioroni e Rosy Bindi (ma anche qualche forzaitaliota e i nuovicentrodestri) hanno pianto lacrime di gioia sull’elezione di Sergio Mattarella. Dicono che Renzi sia stato bravissimo a trovare un candidato che il centrodestra non poteva non votare, scrivono i giornali in uno spaventoso coro unanime che Renzi ha spaccato il centrodestra, esultano i morotei, esultano i miglioristi, esultano i fanfaniani.
E la sinistra? Non pervenuta: inghiottita nel conformismo del pensiero unico e disarmata dall’odore di incenso. Non sia mai che si parli di un famigliare vittima di mafia uscendo dal pietismo piallante, non sia mai che si metta in discussione un democristiano solo perché democristiano, un cattolico solo perché cattolico, o un politico solo perché riservato: in questo Paese la mediazione al ribasso è una vittoria politica, il servilismo intellettuale un cromosoma trasversale e il dibattito è solo un esercizio stanco da campagna elettorale e così la laicità, la lotta sindacale, i diritti (verrebbe da scrivere: la sinistra) sono stati sospesi per apparecchiare tranquilli al nuovo Presidente.
I resti della “sinistra” (a sinistra del Pd e a sinistra nel Pd) ci dicono che poteva andare peggio, anzi ci invitano a brindare, ad apprezzare l’unità popolare, da Sel addirittura sottolineano che fu quello stesso Mattarella che si dimise per protesta contro Berlusconi e il voto sulla legge Mammì (era il 1990: Matteo Renzi aveva 15 anni, per dire) e che anzi dovremmo tutti concordare sul fatto che l’assenza dal dibattito politico sia un requisito presidenziale obbligatorio. No, scusate, non mi convinco, no: non ha vinto Renzi, ma ha abdicato questa sempre più logora sinistra che non ha gli strumenti culturali per descrivere uno slancio, per riuscire a vivere il momento “politicissimo” delle elezioni presidenziali un po’ più “in alto” di una settenaria riunione condominiale, per raccontare un’altra storia (come si diceva da queste parti prima di diventare tutti così vecchi e fiacchi).
Eravamo ai preliminari con i safari “sinistrosi” tra Syriza e Podemos, ci siamo sorbiti i pavoneggianti delle Leopolde sinistre e ora dovremmo esultare per la minestrina? No, grazie. Grazie, no. Scrive Mark Cirino che «la gente che dorme sotto la coperta del conformismo riposa bene, si fa le sue belle otto ore di sonno, ma fa sogni squallidi». Noi qui facciamo tanto per stare svegli, invece.
«No, scusate, non mi convinco no: non ha vinto Renzi, ma ha abdicato questa sempre più logora sinistra che non ha gli strumenti culturali per descrivere uno slancio, per riuscire a vivere il momento “politicissimo” delle elezioni presidenziali un po’ più “in alto” di una settenaria riunione condominiale». Così scrive questa settimana su Left lo scrittore e attore Giulio Cavalli, commentando il clima di unanime consenso intorno all’elezione di un ex Dc, Sergio Mattarella, a nuovo presidente della Repubblica.
A questo è dedicato lo sfoglio di apertura, non al ritorno della Balena bianca ma all’arrivo della Balena tricolore, quella nazionale costruita ad arte da Matteo Renzi. Molte le nostre voci, lo storico Adriano Prosperi, il politologo Gian Enrico Rusconi, il segretario nazionale della Uaar Raffaele Carcano, la leader radicale Emma Bonino. Tutti preoccupati dall’assenza di laicità nella nostra classe politica, affetta da un “perbenismo”, così lo definisce Emma Bonino, paralizzante.
Qui da noi, come ci racconta Checchino Antonini, l’ipotetica nuova sinistra, non riesce nemmeno, come ha fatto Syriza in Grecia, ad ancorarsi e connettersi con tutti quegli esperimenti di welfare autorganizzato sul territorio: dai medici sociali ai gruppi di acquisto popolari. Mentre nascono nuove sigle e partitelli dal senso ancora non pervenuto: Italia Unica, Noi Italiani, Popolari per il Sud.
Ci siamo poi occupati di Primavere arabe e di sentire cosa ne pensa di questo e dell’avanzata dell’Isis in Africa, il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli. Per continuare con l’intervista di Simona Maggiorelli alla scrittrice angloindiana e premio Pulitzer Jhumpa Lahiri che ci racconta di come si sia innamorata dell’italiano e di cosa abbia rappresentato scrivere il suo primo libro nella nostra lingua: «è avvenuto un cambiamento creativo ma anche personale. In questo nuovo percorso linguistico sono rinata. Spero che questo libro sia un nuovo inizio». E tanto altro, scienza, fiction e altre passioni. Buona lettura.
Questa mattina devo dire di essermi svegliato con il sorriso dopo avere letto il pezzo di Lorenzo Misuraca. Dentro ci sono molti dei concetti sui cui lavoriamo da anni nei teatri, nelle scuole e nelle piazze e soprattutto c’è una maturità della crescita culturale antimafiosa che sarebbe il momento di praticare:
Nella rappresentazione mediatica, il militante antimafia è un eroe solitario che combatte contro un clan, spesso capeggiato da un boss, che possiede una forza di intimidazione e di controllo del territorio soverchiante. Lo schema del racconto popolare si ripete anche nella finzione cinematografica (dal commissario Cattani de La Piovra al commissario Scialoja di Romanzo Criminale) e nella riproposizione rimasticata e semplificata di figure di altra complessità quali Peppino Impastato, Pippo Fava, Giovanni Falcone, Don Pino Puglisi, per citarne alcuni. La figura cristologica dell’eroe solitario che va incontro al martirio, consapevolmente, e che lo accetta come un inevitabile prezzo da pagare per il riscatto del “popolo degli onesti” dal “giogo della mafia”.
Eppure quello non sono io. Quegli eroi non siamo noi. La spinta iniziale a elaborare un immaginario antimafia nuovo, o quantomeno differente, nasce da un istintivo sentimento di estraneità al racconto costantemente riproposto della battaglia culturale e della militanza contro le mafie.
L’associazione antimafie daSud si propone da diversi anni di riformulare il racconto di questa parte di storia del Paese. Un lavoro che si sviluppa lungo due linee programmatiche: la ricostruzione dei pezzi mancanti della memoria collettiva dell’antimafia e la dissoluzione della visione binaria e bidimensionale del conflitto tra valori antimafia e disvalori mafiosi.
Il recupero di memoria, messo in atto soprattutto con inchieste giornalistiche su storie di ‘ndrangheta e anti-‘ndrangheta, o attraverso dossier tematici, è profondamente intrecciato con il tema principale che qui si vuole affrontare: la costruzione di un nuovo immaginario antimafia.[1] Perché sono due tracce che si incrociano e avanzano di pari passo? Per spiegarlo in maniera più piana bisogna partire dal primo stereotipo che volevamo abbattere, quello che ci faceva dire con tanta forza “Quelli non siamo noi”. Si tratta della visione eroica della battaglia antimafia.
Al di là di quanto sia aderente alla realtà delle biografie (spesso il quadro è di tutt’altro tipo), il racconto del soldato che da solo lotta contro l’impero del male produce distorsioni e danni alla stessa lotta antimafia. Solitamente, nel racconto mediatico, l’eroe antimafia è un personaggio solitario, tendente alla depressione, e corrisponde a quello che si potrebbe descrivere come un profilo antisociale. A tal punto che la dimensione politica della sua lotta, anche quando è presente (si pensi ai casi di Peppino Impastato e Giuseppe Valarioti, entrambi militanti comunisti), viene del tutto espunta o rappresentata come un di più all’interno della storia.
Al contrario, i rappresentanti della criminalità organizzata sono descritti come una grande famiglia (certo, violenta e spietata, quando è necessario) dove i legami sono forti e stratificati, dove non mancano le occasioni di convivialità (difficile reperire un film sulla mafia che non contenga una scena ambientata in matrimoni, battesimi o serate al nightclub). L’eroe antimafioso si aggira invece solitario per le strade della città, in preda ai demoni dell’ossessione repressiva nei confronti del boss della storia, assediato dalla paura di essere ucciso da un momento all’altro.
Nella visione dicotomica di cui si diceva prima, scegliere il “pacchetto-immaginario” antimafia significa accettare di diventare estraneo alla propria comunità, rinunciare cioè a quella rete di relazioni e a quel riconoscimento di prossimità che invece spetta a chi sceglie di stare “dall’altra parte della barricata”. È evidente che in un’ottica di sensibilizzazione, soprattutto presso le fasce giovanili, pre e adolescenziali, questo racconto rischia di essere un formidabile boomerang.
La figura di Roberto Saviano – parliamo qui del personaggio pubblico, non della persona – rientra in pieno in quella visione cristologica dell’eroe antimafia. Il suo racconto è probabile che generi molta stima e poca emulazione tra i giovani. Chi farebbe una scelta netta, se quella scelta comportasse la rinuncia ai piaceri della vita e la condanna alla solitudine?
Il racconto binario mafie/antimafie produce così un meccanismo di delega pericoloso. Al tempo dei social network, dell’iper-informazione, sostenere pubblicamente un “eroe antimafia”, firmando una petizione in suo favore, comprando i suoi prodotti culturali, guardando le sue trasmissioni e condividendone su facebook i contenuti, viene assunto come fosse un impegno antimafia in prima persona. Ma in realtà i cambiamenti prodotti tramite il processo di delega all’eroe sono minimi e finiscono con l’indebolire la partecipazione diretta a vertenze reali sul territorio.
Per prima cosa, bisogna raccontare la complessità del contesto in cui si sviluppa la dinamica mafiosa e il suo contrasto. Dicevamo all’inizio: “quelli non siamo noi”. È questa la frase che chissà quanti ragazzi e ragazze hanno pensato di fronte a “lezioni antimafia” frontali, in cui il relatore descrive una realtà dai tratti netti in cui è quasi impossibile riuscire a identificarsi.
Raccontare le zone grigie, i punti di contatto tra legale e illegale, le faglie del sistema, l’assenza dello Stato, le leggi ingiuste che spingono i territori tra le braccia dei clan. Raccontare questo non poteva che produrre in noi e nella nostra comunicazione uno slittamento semantico centrale nel nostro lavoro.
L’ariete per sconfiggere le mafie non era la legalità, concetto pieno di insidie e con una forza centrifuga che conduce inevitabilmente alla visione dicotomica buoni/cattivi, o eroi/antieroi, bensì la giustizia sociale, che porta con sé il valore principale dei diritti che spettano a individui e comunità.
Un’antimafia che mira alla giustizia sociale, che parte dal racconto della complessità, anche dei lati meno rassicuranti e che di questa complessità si fa carico, non può che essere un’antimafia costruita collettivamente, in grado di coinvolgere strati sociali sempre più ampi e vari. Un’antimafia sociale. Un’antimafia che si pone l’obiettivo di raggiungere cerchie sociali e stili di vita che normalmente non provano alcun interesse per la questione, deve fare i conti con un linguaggio pop.
Mentre infatti nell’antimafia tradizionale il concetto di popolare è rilevabile soprattutto come folklore, come rivisitazione inerte di linguaggi che un tempo riuscivano a connettersi col sentire del tempo, e sono diventati strumento di auto-identificazione di una classe colta, per linguaggio pop abbiamo inteso i linguaggi artistici e creativi in grado di comunicare a ampie fette di popolazione, soprattutto giovanile.
Se appunto un certo tipo di immaginario antimafia rimane legato allo stereotipo folk, come la musica cantautoriale, “d’impegno”, il racconto che ci interessa è quello che passa per le culture metropolitane, come il writing, l’hip hop, il fumetto, in grado di agganciare fasce sociali e generazionali altrimenti precluse. Ma perché l’operazione vada a buon fine allo stile deve corrispondere un’adeguata cura della qualità del prodotto culturale.
E qui si arriva ad un altro punto debole dell’immaginario antimafia tradizionale. Così come altre battaglie che partono dal presupposto del miglioramento sociale, della correzione di storture all’interno di una comunità, sovente anche l’antimafia cade nella trappola di pensare che il messaggio sia il medium. In altre parole, che il presupposto alto valore etico della missione di sensibilizzazione, valga per se stesso come una forma di estetica, di qualità essenziale del prodotto.
Ma qualsiasi messaggio che voglia raggiungere utenti inizialmente non interessati, deve avere alcune caratteristiche basiche che nulla hanno a che fare con il suo valore etico. Deve essere “bello”, cioè qualitativamente valido, e deve essere “seducente” per il destinatario, promettergli qualcosa di cui ha bisogno. Al contrario abbiamo assistito e continuiamo ad assistere in parte a un immaginario antimafia sciatto, in molti casi parrocchiale nel tratteggiare il bene e il male, pervaso da una sottile arroganza del messaggio: questo film, questo libro, questo cantante, questo spettacolo, questo dibattito, è un prodotto antimafia, dunque devi farlo tuo, a prescindere dal fatto che sia noioso, banale, esteticamente rozzo.
Questo messaggio non funziona, o meglio: funziona solo con chi è già da questa parte della barricata e fa un consumo dell’immaginario antimafia in forma prevalentemente identitaria e autoconsolatoria. Ma la priorità è la creazione di una massa critica (intendendo con l’aggettivo non solo un livello quantitativo minimo necessario, ma anche la capacità di affrontare in maniera analitica la presenza delle mafie nei territori e i possibili strumenti di lotta), sempre più ampia, attraverso l’utilizzo consapevole di linguaggi creativi e dell’idea puntuale di società che si vuole veicolare.
([1] Cfr. i due volumi di Danilo Chirico e Alessio Magro, Il caso Valarioti, Round Robin, 2010; Dimenticati, Castelvecchi, 2012.)
Ne avevo scritto qui e qualcuno si era offeso. Quindi vale la pena tornare sul tema con il (bel) pezzo di Mario Portanova e David Marceddu:
Graziano Delrio
Il viaggio a Cutro nel 2009 nella cittadina del boss Nicolino Grande Aracri, e soprattutto l’incontro con il prefetto antimafia insieme ai rappresentanti della comunità cutrese. Era il 17 ottobre 2012 quando i pm della Dda di Bologna sentivano, come persona informata sui fatti, Graziano Delrio, allora sindaco di Reggio Emilia, nell’ambito della maxi-inchiesta della procura di Bologna sulla ‘ndrangheta che ha portato all’arresto di 117 persone a fine gennaio. L’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio, braccio destro del presidente del Consiglio Matteo Renzi era stato convocato perché chiarisse i suoi rapporti con la vasta comunità calabrese trapiantata nel reggiano, originaria in prevalenza dal paese in provincia di Crotone, il ruolo dei cutresi nell’economia e nella politica cittadina e il loro atteggiamento rispetto alle pressioni della ‘ndrangheta sulle attività economiche.
Delrio, va sottolineato, non è indagato nell’inchiesta Aemilia. Dai verbali emerge però alcuni tentennamenti da parte dell’attuale sottosegretario nell’affrontare il tema e – stando a quanto dichiara – una conoscenza approssimativa del fenomeno che cozza un po’ con la sua fama di sindaco consapevole e attivo sul fronte dell’antimafia. Era stata proprio la sua amministrazione a commissionare a Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di criminalità organizzata, lo studio “Le dinamiche criminali a Reggio Emilia“, pubblicato nel 2008 e ancora oggi disponibile sul sito del Comune, dove lo studioso citava diversi elementi poi confermati dall’inchiesta Aemilia; l’ascesa criminale di Nicolino Grande Aracri e la penetrazione nell’economia e in particolare nell’edilizia: “Gli ‘ndranghetisti sono stati in grado di condizionare vita ed attività economica di altri imprenditori e commercianti”, scriveva Ciconte sette anni fa, “di costituire società edili in grado di raccogliere appalti da altri imprenditori e di mettere in piedi un sofisticato sistema di false fatturazioni”.
Durante l’audizione i pm vogliono sapere di più sull’incontro in Prefettura con esponenti della comunità cutrese, avvenuto, probabilmente nel 2011. Da alcuni mesi il prefetto Antonella De Miro aveva iniziato a colpire con provvedimenti interdittivi le imprese considerate infiltrate dalla ‘ndrangheta, che quindi perdevano commesse. Delrio racconta di avere raccolto i timori di alcuni esponenti della comunità cutrese su una criminalizzazione della loro gente. “Li ho accompagnati perché il prefetto potesse spiegare le ragioni…”, si legge nel verbale di quella audizione, “perché avessero garanzie che in tutto questo non c’era una vena anti-meridionalista o discriminatoria nei confronti della comunità”. Poi aggiunge una curiosa precisazione sul fatto che tutto gli appariva “superfluo perché il prefetto viene dalla Sicilia”. Nell’inchiesta Aemilia, alcuni degli imprenditori calabresi arrestati sono stati accusati di aver organizzato una campagna di stampa contro lo spesso prefetto, basata proprio sulla presunta discriminazione dei calabresi, e per questo è finito in carcere un giornalista ritenuto compiacente, Marco Gibertini di Telereggio.
L’allora sindaco Pd di Reggio Emilia non ricorda con certezza chi erano gli esponenti della comunità con lui in quell’occasione. Sicuramente c’era l’allora consigliere Pd Salvatore Scarpino. Poi, ma senza certezza, Delrio fa il nome di Antonio Olivo, altro consigliere comunale del Pd. E ancora cita, ma anche in questo caso senza sicurezza, Rocco Gualtieri, consigliere comunale del Pdl. Gualtieri era tra i presenti all’ormai famosa cena organizzata dalla comunità calabrese al ristorante “Antichi Sapori”, durante la quale i il capogruppo Pdlin Provincia Giuseppe Pagliani, poi arrestato nell’operazione Aemilia, incontrò personaggi indicati come capi della organizzazione mafiosa.
Altro argomento toccato dai magistrati, il viaggio di Delrio a Cutro, avvenuto poche settimane prima delle elezioni comunali 2009, quando il primo cittadino uscente si era ricandidato per un secondo mandato. Già ai tempi tra gli oppositori politici ci fu chi vide in quella trasferta in terra di ‘ndrangheta un viaggio per influenzare i voti delle migliaia di cutresi emigrati da decenni a Reggio. Delrio però fin da allora aveva sempre parlato solo di un viaggio istituzionale. Così fa anche coi pm: “Sono andato a Cutro nel 2009 in occasione della festa del Santo Crocefisso che è una festa religiosa molto importante a Cutro. Noi abbiamo un gemellaggio”. Per Delrio niente di strano, tanto che spiega ai magistrati che probabilmente ci sarebbe tornato anche l’anno successivo. A questo punto però i pm fanno notare all’attuale numero due di Palazzo Chigi che Cutro è la città di Nicolino Grande Aracri. “So che esiste Grande Aracri. Nicola non… non lo avevo realizzato”. Poi Delrio prosegue: “Non sapevo che era originario di Cutro. Sapevo che era calabrese, ma non sapevo che fosse originario di Cutro. Perché abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo”. Una più attenta lettura della relazione commissionata dal suo stesso Comune avrebbe colmato la lacuna su un personaggio considerato da anni incontrastato numero uno della ‘ndrangheta in Emilia.
Il sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi (che assieme, a procuratore di Bologna Roberto Alfonso e al sostituto Marco Mescolini, ha condotto le indagini) subito ribatte: “Che tutta diciamo così, la criminalità organizzata proveniente da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto”. All’osservazione del pm Pennisi, Delrio sembra tentennare: “Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: ‘Sa che Francesco Grande Aracri è nativo di Cutro?’ La mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente. So che è collegato alla ‘ndrangheta legata … diciamo… anche a Cutro”.
Quando i pm chiedono se parlasse mai con la comunità cutrese del clima di omertà che c’era sui temi della criminalità organizzata, Graziano Delrio spiega di averlo detto ripetutamente e di avere spiegato ai cutresi che il rischio di non denunciare può portare a pericolose generalizzazioni. Tuttavia, spiega Delrio, “c’è una specie di reticenza a denunciare e a esporsi, come le ho detto prima, io ne sono consapevole che c’è questa reticenza”.
I pm incalzano Delrio i diversi passaggi, ma agli atti gli riconoscono di avere reagito “in modo duro e molto chiaro” in occasione della pubblicazione di articoli che tendevano a sminuire il problema della ‘ndrangheta a Reggio. Nonostante questo, venerdì 6 febbraio il Movimento 5 stelle in parlamento chiederà le dimissioni da sottosegretario di Delrio perché da sindaco avrebbe dimostrato “sottovalutazione e leggerezza nell’affrontare un tema così delicato”.