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Politica

Per il nostro bene

9788861903814_per_il_nostro_bene_3dbPER IL NOSTRO BENE è il libro sui beni confiscati di Ilaria Ramoni e Alessandra Coppola edito da Chiarelettere. Devo fare una precisazione importante: Ilaria è una delle persone più preparate, appassionata e appassionante sul tema antimafia che io conosca. Naturalmente scrivere un libro sui beni confiscati senza cadere nella retorica buonista dello scippo allo scippatore ma con la schiena diritta di chi sa e conosce un ideale antimafioso che stenta da troppi anni in Italia non è facile. Sulla questione dei beni confiscati abbiamo assistito in questi anni ad un lento e costante percorso di  mitizzazione che non rende giustizia alla realtà: basta una casetta minuscola di un insulso mafioso per fare del sindaco e o del prefetto di turno un eroe da fotografare con taglio del nastro, commozione e millanterie da intervista: roba da marchettari, cose così.

PER IL NOSTRO BENE entra invece a piedi uniti (e con preparazione giuridica, finalmente) sul ruolo mancante troppo spesso da parte dello Stato nella rivitalizzazione dei beni sottratti alla mafia e sulle tortuosità burocratiche di un cammino che troppo poco arriva a buon fine. Confiscare un bene non è solo sottrazione materiale alle mafie ma dovrebbe essere (e spesso non è) uno dei passaggi di un disegno globale di lotta al crimine e di crescita dell’economia legale del Paese. Per farlo avremmo dovuto avere una classe dirigente all’altezza del progetto che sventolava, e non è stato così. L’Agenzia Nazionale per la gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati non ha avuto (e non ha) i mezzi per diventare davvero il cuore e il cervello delle rinascite nei territori e troppo spesso alle associazioni o agli amministratori che hanno ricevuto il bene abbiamo chiesto di essere eroi senza nemmeno riuscire a guidarli e garantirli. Così oggi il tema del bene confiscato rimane buono sul piano ideale per le scolaresche ma fallisce sul piano imprenditoriale e ancora sentiamo dire che “la mafia almeno dava lavoro e pagava gli stipendi”, come ai tempi di Caselli con Andreotti.

Il libro è un manuale delle cose sbagliate che ha il coraggio e il cuore di non invitare al pessimismo ma alla consapevolezza costruttiva. E l’antimafia e questa Italia hanno bisogno come il pane di libri così.

Ecco un estratto del libro:

La villa di Tano Badalamenti a Cinisi, la reggia di “Sandokan” Schiavone a Casal di Principe, l’enclave dei Casamonica nella periferia romana, perfino una residenza principesca a Beverly Hills, proprietà di Michele Zaza, ’o Pazzo, re del contrabbando. E poi cascine di ’ndrangheta in Piemonte, tenute in Toscana, castelli, alberghi, discoteche, campi di calcio, maneggi. L’inchiesta di Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni.

La serata è tersa, la brezza leggera. Capri è così nitida che quasi si distinguono i profili delle case. Ci fosse la luna, da qui, sopra Posillipo, si vedrebbero pure le onde del mare. Don Michele sorride: calma e buia, la notte ideale per un grosso carico.

Il terzo turno è il suo. Così è stato stabilito con i compari siciliani, e così racconterà il collaboratore Francesco Marino Mannoia: prima Tommaso Spadaro, poi Nunzio La Mattina, quindi gli scafi blu di don Michele, per ultimi gli uomini di Brancaccio. La «nave madre» attracca al largo, 35-40.000 casse per volta. Abbastanza per tutti, mafiosi e camorristi. In abbondanza per il più bravo, «’o Pazzo» che ha tenuto testa ai Marsigliesi e si è affiliato a Cosa nostra, ha venduto 5 milioni di chili di sigarette e fatturato 500 miliardi di lire. Il cuore matto perché malato, ma generoso per migliaia di dipendenti, sulle barche dipinte di blu come il mare o accanto alle cassette di frutta rovesciate a fare da tabaccherie clandestine. La testa fina, da guappo che capisce di commerci: «Usa ogni trucco per scaricare le sigarette nel proprio interesse, anziché in quello dei capi famiglia palermitani» racconta di lui, ridendo, Stefano Bontate a Tommaso Buscetta. Perché lo sanno tutti che nel settore è il numero uno, è lui «il re del contrabbando», don Michele Zaza, ’o Pazzo.

Questa villa è la sua. La terrazza sul mare, le piastrelle in cotto, le porte scorrevoli, la piscina. E poi, certo, anche il cancello blindato, le inferriate appuntite, gli appartamenti ricavati nel seminterrato per i suoi uomini, Attilio, Gennaro, Giuseppe «Biberon», le finestre strette e profonde che sembrano feritoie di un castello. Fortificato, ma chic: non per nulla si chiama La Gloriette. Gli altri rimanessero pure a Forcella o al Pallonetto. Don Michele ha orizzonti più ampi. Con i nipoti Mazzarella, controlla la costa da Santa Lucia a San Giovanni a Teduccio. Ma la moglie, Anne-Marie, è nata a Lione, e lui guarda alla Francia, a giri d’affari che varcano i confini. Una villa tra i ricchi napoletani, sulla collina di Posillipo, un’altra in Costa Azzurra, una terza su alture lontane, addirittura in California, a Beverly Hills.

Del resto, pensa don Michele, ha messo su un’impresa, ha rischiato e ha avuto successo. Se lo merita, pensa. L’ha spiegato anche alla tv: «Sono settecentomila le persone che vivono di contrabbando, che per Napoli è dunque come la Fiat per Torino. Qualcuno mi ha chiamato l’Agnelli di Napoli… Sì, certo, tutto potrebbe essere fermato nel giro di mezz’ora, ma per quelli che ci lavorano sarebbe la fine. Diventerebbero tutti ladri, rapinatori, borseggiatori. Napoli diventerebbe la città più invivibile al mondo. Invece questa città dovrebbe ringraziare i venti, trenta uomini che organizzano le operazioni di scarico delle navi di sigarette, quindi fermano la delinquenza». E si fanno ricchi.

Arriviamo a Posillipo dal Vomero, via Manzoni e poi via Petrarca, che su un lato sembra disabitata e invece nasconde un club esclusivo di ville, che nessuno vede ma qualcuno possiede, lungo le discese che portano al mare. Un’altra Napoli, verde e protetta. Alla portata di altre tasche.

L’appuntamento è al numero civico 50, accanto a un bar con terrazza e i sigilli di un sequestro, una vicenda diversa. Troppi soldi da queste parti perché siano tutti puliti. La guardiola del portiere con i vetri fumé, i parcheggi con le macchine di lusso, qualcuna provvisoriamente all’esterno, numerosi Suv, dicono ci sia anche una Bentley. Due ville del complesso sono ancora di proprietà dei figli di Zaza, convocati alle riunioni di condominio insieme alle associazioni che ora gestiscono la casa di papà.

Sono passati quarant’anni dalla stagione d’oro del contrabbando di sigarette, quando don Michele s’affacciava sul Golfo, quasi trenta dal sequestro, ma il fortino della Gloriette non ha ceduto: i mattoni di tufo sporgenti che simulano un bugnato, la terrazza che gira tutt’intorno con la vista perfetta da Punta Campanella a Coroglio, la piscina transennata ma in buono stato, il bassorilievo anni Settanta riemerso dietro un tramezzo, con figure di animali che sembrano simboli, un pavone, un boa, la sagoma di una donna senza volto. Ma anche una certa raffinatezza. In questo viaggio tra gli appartamenti e i gusti approssimativi dei mafiosi, un’eccezione.

Le chiavi le ha Aldo Cimmino: si è da poco laureato in giurisprudenza, con l’idea di preparare il concorso in magistratura, e collabora con l’associazione Libera. Entriamo dal garage nel seminterrato che alloggiava i «soldati» di Zaza, collegato al piano superiore da un cunicolo per le fughe improvvise. Stanze più piccole e buie, una dietro l’altra, le grate alle finestre, bagni, fornelli e il necessario per lunghi soggiorni.

Uomini armati e fidati sono indispensabili al boss. Col passare degli anni la faccenda del contrabbando si è fatta rischiosa. Sulle rotte delle «bionde» adesso s’innesta il più lucroso traffico di droga. E sulla scena criminale campana comincia a farsi strada la Nuova camorra organizzata di Cutolo. Zaza cerca una mediazione, ma nella sanguinosa stagione della lotta tra bande ha molto da temere. Il cuore malato gli regge a stento quando la polizia nell’81 lo blocca in auto, a Roma: immagina un agguato di cutoliani vestiti da agenti. È l’avvio di un decennio di arresti, ricoveri, evasioni e Costa Azzurra, ma con una salute sempre più incerta. Vincenzo Di Vincenzo, allora giovane cronista dell’Ansa, è l’ultimo a intervistarlo, nella villa di Villeneuve Loubet, nel ’91. Lo ricorda malconcio, in tuta da ginnastica, un’infermiera gli cala i calzoni per un’iniezione mentre lui parla: «Se rinasco un’altra volta – ride – mi metterei in politica». Intanto è ancora in affari, tra Nizza e Mentone ha fiutato il business dei casinò, lavanderie ideali per i suoi miliardi illeciti. Non farà in tempo. Catturato di nuovo ed estradato in Italia, morirà per un attacco di cuore nel tragitto tra il carcere e il Policlinico, a Roma, nel luglio del ’94, a cinquant’anni. Senza aver più fatto ritorno alla Gloriette.

Uno spreco. Quasi 140 metri quadrati seminterrati, più 200 del piano «nobile», più 800 di vialetti, terrazza, piscina e giardinetti. Ai quali si deve aggiungere un terreno di 11.000 metri quadrati pochi passi più in là, in uno dei posti più belli di Napoli, adesso occupato abusivamente da qualcuno nascosto nell’ombra. Una roulotte, degli stracci, un branco di cani che abbaiano rinchiusi in gabbie fatiscenti, quel che resta di una vigna, mangiata dalle erbacce, una traccia di pomodori. E ancora oltre, una selva incolta nella quale è difficile avanzare.

Diventerà un orto urbano, forse. Intanto, al piano di sotto della villa, Aldo ci fa immaginare una sala conferenze, una foresteria, uno studio di registrazione per Radio Siani, una sede di Legambiente e la segreteria di Libera, che dal dicembre 2010 ha la gestione del seminterrato. Sopra, dove ci sono terrazza e piscina, saranno montati gli scivoli per i disabili e sarà allestito un centro diurno «dedicato a persone con problemi di autonomia e integrazione sociale».

Confiscata in via definitiva nel 2001, La Gloriette in un primo tempo è stata mantenuta allo Stato (2005) per essere assegnata alla Questura di Napoli come sede del commissariato Posillipo. Trascorre un altro lustro, e non se ne fa nulla. Nel luglio 2010, la villa passa al Comune di Napoli, che affida il primo piano alla cooperativa L’Orsa Maggiore. Ci sono il progetto, i fondi per la ristrutturazione, già in parte avviata, l’idea di «una casa sociale in cui le persone si sentono accolte e riconosciute», ed è tutto spiegato in un sito web dettagliato. Navigando alla voce «eventi» nel pdf della brochure compare una nota a margine: «L’attivazione del Centro è attualmente sospesa per l’insorgenza di problemi tecnici relativi all’immobile».

Che tipo di problemi? «Di ogni tipo» sorride Fabio Giuliani. Già collaboratore dell’assessore alla Sicurezza Giuseppe Narducci (nella giunta de Magistris fino al giugno 2012), oggi nell’Ufficio nazionale per i beni confiscati di Libera, Giuliani conosce la questione da più punti di vista: «È il classico bene che non si sarebbe dovuto assegnare» ammette. Non prima di averlo liberato dai lacci, almeno. «Per il vincolo idrogeologico è intervenuto il Comune, che ha declassato l’immobile da R3 a R2», quindi l’ha sciolto. Resta l’abuso edilizio. Per il quale, a sorpresa, è venuta in aiuto la moglie di Zaza, Anne-Marie Liguori, in alcuni documenti italianizzata Anna Maria: «Per usufruire del condono si sarebbe dovuto fare richiesta entro 180 giorni dall’assegnazione da parte dell’Agenzia nazionale», possibilità sfumata. «C’era però la domanda di condono presentata dalla signora Zaza nell’89, che comprendeva un’oblazione pagata. L’amministrazione si è legata a quella e abbiamo risolto.» Manca il vincolo paesaggistico, «ma comunque abbiamo sbloccato l’ordinaria amministrazione».

«Due volte alla settimana si riunisce un gruppo di adolescenti con disabilità mentale» racconta la responsabile del progetto per L’Orsa Maggiore, Gabriella Bismuto. «E per i ragazzi che vengono da quartieri disagiati della periferia, abituati ad altri paesaggi, quella vista sul Golfo ha un potere terapeutico.» Nell’autunno del 2013 il centro dovrebbe avviare progetti più stabili. In futuro potrebbe addirittura nascere un’attività di catering e la villa potrebbe aprirsi a feste e banchetti organizzati dai «pazienti» dell’Orsa.

Finora resta, però, un recupero parziale. L’ex direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, Mario Morcone, che ha fatto la sua prima uscita pubblica proprio alla Gloriette (e si è dimesso nel giugno 2011 dopo aver perso le elezioni a sindaco di Napoli, battuto da Luigi de Magistris) dice apertamente che i lacci «erano tutte cose superabili velocemente dal Comune», che «c’era anche il finanziamento di Fondazione per il Sud» e che è «una vergogna» che, dopo le telecamere, i discorsi e gli applausi, la villa di Zaza sia rimasta per tre anni a prendere polvere e salsedine.

Alessandra Coppola è giornalista del “Corriere della Sera”.
Ilaria Ramoni è avvocata e amministratrice giudiziaria, esperta in legislazione antimafia.

 

Inchiesta Pdl. Lombardia, Formigoni il Celeste inossidabile

Le inchieste giudiziarie e l’arrivo di Maroni alla guida del Pirellone non hanno intaccato il potere di Formigoni in Lombardia. Tra ombre mafiose e lobby ciellina. E adesso il neosenatore Pdl si prepara a sostituire Berlusconi

Qualche giorno fa è stato l’illustre ospite di un curioso meeting tenutosi a Barletta dal titolo inquietante “I cercatori della verità”: Roberto Formigoni, meglio di un’araba fenice qualsiasi, sta rinascendo sotto traccia in tutta la sua formidabile potenza gelatinosa, ritessendo i fili che sembravano logori e invece oggi si rivelano ancora più saldi e ambiziosi. Qualcuno, sbagliando, l’aveva dato per politicamente finito subito dopo la caduta del quasi ventennio di governo in Lombardia travolto dall’ennesimo scandalo sulla sanità e soprattutto dai voti mafiosi acquistati dal membro della sua giunta Domenico Zambetti, assessore alla Casa. Eppure anche i più sprovveduti non possono notare quanto il “Celeste” abbia sempre resistito agli attacchi politici (pochi, sfilacciati e deboli) e giudiziari con una perseveranza ancora oggi sottovalutata: dallo scandalo dell’inchiesta “Oil for food” alla vergogna dell’emissione dei “Pirelloni Bond”, che nessuno ricorda e che hanno lasciato debiti fino al 2032 per Regione Lombardia, all’arresto per tangenti nel 2007 del suo assessore xenofobo Pier Gianni Prosperini soprannominato “il boss” nei corridoi della Regione, passando per le mazzette di Lady Abelli, moglie del fido onorevole pidiellino Giancarlo Abelli “faraone” della sanità lombarda, poi con l’arresto del ciellino re delle bonifiche Giuseppe Grossi fino agli scandali che hanno travolto prima la Fondazione Maugeri dell’ospedale pavese e poi il San Raffaele fiore all’occhiello della sanità lombarda. Un elenco strabordante e diversificato (tralasciando i suoi diversi uomini segnalati “vicino” alla ’ndrangheta lombarda) che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Chiunque ma non Formigoni.

Il resto dell’articolo è disponibile su LEFT in edicola da sabato, con l’Unità, e tutta la settimana.

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Bindi all’Antimafia/ Cavalli ad Affari: una conoscenza del tema sarebbe stata preferibile

da AFFARITALIANI

“Credo che la classe dirigente dovrebbe essere l’espressione migliore di una certa professionalità sul tema, in questo caso della lotta alla mafia. E non voglio per forza dire una preparazione specifica, ma almeno una certa sensibilità”. Giulio Cavalli, attore e politico impegnato da anni nella lotta alla mafia, commenta con Affaritaliani.itla nomina di Rosy Bindi alla presidenza della Commissione antimafia.

E sulle fratture tra Pd e Pdl è pessimista: “Non mi sembra che questa nomina nasca sotto i migliori auspici. Il fatto che nasca in queste condizioni, con questa frantumazione politica e così tardi non è un buon segnale. Se le larghe intese sull’economia non si trasferiscono nella lotta al crimine organizzato sono una barzelletta”.

Il dubbio sulla professionalità resta: “La Bindi so che ha servito molto bene le salamelle all’ultima festa dell’Unità. E’ il sogno americano: parti vendendo panini e arrivi a presiedere la Commissione antimafia”. E sul probabile avvallo di Matteo Renzi alla nomina aggiunge: “Ho la sensazione che in termini congressuali stiano salendo molti sul carro di Renzi e che trovino le porte sempre belle aperte”.
Di Tommaso Cinquemani
twitter@Tommaso5mani

Giulio Cavalli: “L’antimafia si fa con la buona amministrazione, non con gli attori teatrali o gli scrittori”

In occasione della chiusura del programma “In viaggio con la Mehari”, tenutosi al Pan di Napoli, intervenuto l’attore Giulio Cavalli, sotto scorta per il suo impegno antimafia e di recente minacciato per l’ennesima volta, con il ritrovamento di una pistola carica nel giardino antistante la sua casa di Roma.

L’appuntamento a cui hai partecipato serve a ricordare Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra nel 1985. Quanto è importante ricordare figure come la sua e quelle delle altre vittime di mafia?
“L’importante è che sia un ricordo vivo, quindi che sia un’azione. Secondo me il paradigma di Giancarlo Siani è tutto nel voler analizzare, e non solo indignarsi, di fronte al fenomeno camorra, e quindi studiarlo, e soprattutto semplificarlo per renderlo fruibile a tutti. Oggi servirebbero cento Giancarlo Siani per far sì che la mafia e l’antimafia non rischino di diventare degli argomenti troppo endogamici, troppo intellettuali e poco fruibili”.

Quanto è importante, secondo te, il riutilizzo dei beni confiscati?
“Bisognerebbe aprire il dibattito e riconoscere che l’agenzia nazionale dei beni confiscati non funziona. Riconoscere che finché non risolviamo i problemi dei rapporti con gli istituti bancari, e le colpe degli istituti bancari, su eventuali mutui sui beni confiscati. E ci vorrebbe un po’ meno buonismo e più sana amministrazione. L’antimafia si fa con una buona amministrazione. Non si fa con gli attori teatrali o con gli scrittori. L’importante è non vendere i beni confiscati e io spero che ancheRoberto Saviano si ravveda quanto prima su questo“.

Lo scorso 5 ottobre saresti dovuto essere a Napoli, al Nuovo Teatro Sanità, per il tuo spettacolo “L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto”. Appuntamento saltato per l’ennesima minaccia ricevuta. Quanto è importante, in questo Paese, il teatro civile?
“È importante per la mia piccolissima e umilissima parte. Un Paese non si salva con gli scrittori civili. Non si salva con gli attori civili. Questo è un Paese che si salva con i contadini civili, la mamme, i fratelli maggiori. Non credo che ci sia un’arma più potente delle altre. Credo che ci debba essere una rete. Forse quello che lascia perplessi è che la criminalità è molto organizzata, mentre l’antimafia molto meno”.

La criminalità è molto organizzata anche perché molto spesso va a braccetto con la politica?
“Un altro passo importante sarebbe quello di smetterla di dividere i buoni e i cattivi in un mondo in cui le zone di grigio sono tantissime. Le semplificazioni le trovo sempre pericolose. La magistratura e le istituzioni buone. I mafiosi cattivi. Tutto quel mondo che c’è in mezzo è quello che a me spaventa molto di più. A me fa molto più paura un prefetto inconsapevole che uno ‘ndranghetista armato”.

Tu dicevi che spesso l’antimafia e poco organizzata. A volte, è più un’antimafia di facciata. Cosa ne pensi?
“Due cose mi preoccupano. Una è l’antimafia che non fa nomi, ed è un’antimafia con troppa buona educazione, che non mi appartiene e non fa per me. La seconda è che noi siamo abituati a degli ambienti antimafiosi che sono solidali solo con i propri sodali, e antropologicamente questa è proprio la solidarietà tipica del clan. Serve un’antimafia un po’ più aperta, senza padroni, più libera, nel senso vero della parola”.

Passando al teatro. Dove ci sono i giovani con maggiori prospettive in questa professione?
“Io penso che la vitalità di questo Paese dal punto di vista teatrale sia tutta nel sud. Lo raccontano anche i successi di questi ultimi anni. Penso alla vitalità della Puglia, alla vitalità stessa della Campania. Ci sono solo due categorie che ascoltano solo quando si parla di loro: gli attori e gli antimafiosi. Quindi puoi immaginare un attore antimafioso come sia pericoloso al cubo”.

(dall’huffington post)

Fare lo scrittore. Oltre che scrivere.

Ecco, vale la pena leggere il libro di Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore. Ma sul serio e anche se non volete fare lo scrittore. Perché dentro c’è un modo di essere che può essere declinato in tutte le professioni.

Ora, dato che in Italia sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e ci mancherebbe visto che oggi come oggi siamo tutti creativi e non a caso in Toscana dedicano proprio alla creatività l’immancabile festival e sempre alla creatività è stato intitolato l’ultimo Salone del Libro, immagino dietro suggerimento di un creativo, forse anche tu stai per pubblicare il primo romanzo. O la prima raccolta di racconti. O la prima raccolta di poesie. O anche solo il primo racconto. O magari appena la prima poesia. Stai per farlo con la casa editrice Einaudi, firmando un contratto? Benissimo. Stai per farlo con un editore a pagamento, firmando un assegno? Malissimo. In ogni caso sappi che d’ora in poi, sia in privato sia in pubblico, potrai tirartela. Anzi no, dovrai tirartela. Se già te la tiravi prima, meglio: significa che sei naturalmente predisposto alla carriera intellettuale. Se invece non sei tipo da tirartela, vuol dire che dovrai imparare a farlo. Per come funzionano le cose nel dorato mondo delle Lettere italiane, infatti, ben presto imparerai a tue spese che solo e soltanto tirandotela verrai preso sul serio da critica, stampa, pubblico e dai famosi addetti ai lavori. Non a caso, chi pur pubblicando qualcosa non se la tira suscita sempre una grande diffidenza. Viene per così dire preso sottogamba, quando non del tutto ignorato anche da testate specializzate che in teoria dovrebbero almeno accorgersi della sua esistenza, magari recensendo il suo decimo romanzo. Chi non se la tira a dovere, peritandosi di usare non solo sulla pagina ma anche in occasione di interventi e interviste parole magari inutili e che però necessitano della consultazione del dizionario, suscita inevitabilmente commenti del tipo:

1. Ma come, ora pubblicano anche uno così?
2. Ma come si fa a pubblicare uno così?
3. Beh, se hanno pubblicato uno così, non vedo perché non dovrebbero pubblicare anche me.
4. Vorrei capire perché a uno così lo pubblicano, e a me no.
5. Il fatto che abbiano pubblicato uno così è la cartina di tornasole della decadenza della società letteraria italiana.
6. Il fatto che abbiano pubblicato uno così è la cartina di tornasole della decadenza del sistema Italia.
7. Il fatto che abbiano pubblicato uno così è la cartina di tornasole della decadenza della civiltà occidentale.
8. Il fatto che abbiano pubblicato uno così è la cartina di tornasole della decadenza del genere umano.
9. Il fatto che abbiano pubblicato uno così è la prova che Dio non esiste.
10. Certo che oggi in Italia pubblicano proprio tutti.

81sLpP+G+ZL._SL1423_Chi pubblicando qualcosa al contrario se la tira, non solo quando viene intervistato dai tiggì dopo aver vinto il Premio Strega o averlo perso per un voto ma anche mentre ordina un’insalata al ristorante, suscita immancabilmente un grande rispetto e una pari ammirazione, spesso accompagnati da una certa soggezione. E in genere provoca reazioni della serie:

1. E poi… scrive divinamente.
2. E poi… è così affascinante.
3. E poi… ha un gran carisma.
4. E poi… ha scritto tante di quelle frasi che a me piace sottolineare.
5. E poi… prima ha riscritto Omero, quindi ha rivisto Mozart, e infine dopo aver corretto Melville ha smontato Beethoven. Adesso, pare, dopo averci spiegato il mondo sta lavorando a un remix della Bibbia.
6. E poi… scrive editoriali lunghissimi occupandosi di pedofilia e globalizzazione e gite scolastiche e teatro molecolare e cinema quantistico e fisica coreana e meccanica napoletana e pizza sperimentale e arte della guerra e sindonologia comparata e.
7. E poi… ha detto che suo figlio di undici anni e Steve Jobs ragionano alla stessa maniera.
8. E poi… ha detto che anche se è tra i votanti del Premio Strega aveva comunque il diritto di votare se stesso al Premio Strega, e che se non ha vinto il Premio Strega per un solo voto, malgrado il suo voto, è solo perché il Premio Strega è in mano ai giochetti degli editori.
9. E poi… se n’è andato, così com’era venuto, senza salutare.
10. E poi… non ho capito bene che cosa volesse dire, ma avessi visto come lo diceva.

Per tirarsela come si deve basta aver scritto e se possibile pubblicato, meglio se non a pagamento, anche solo un romanzo, o una raccolta di racconti, o al limite un singolo racconto, o perfino una singola poesia. Riguardo alle vendite, che sono non di rado il primo pensiero di chiunque venga pubblicato, anche se di norma è più elegante assumere un atteggiamento di distacco riguardo all’argomento, è sufficiente attrezzarsi. Se si è venduto bene, benissimo: significa che finalmente anche il grande pubblico ha imparato ad apprezzare le opere di qualità. Se non si è venduto granché bene, bene lo stesso: significa che il grande pubblico non è ancora pronto per apprezzare le opere di qualità ma è sulla strada per farlo. Se non si è venduto per niente bene, male: ma l’Italia, si sa, è “un paese di merda”.
Tirarsela come si deve, tuttavia, non è cosa semplice. Bisogna essere profondamente insicuri di sé e allo stesso tempo prendersi molto sul serio, tanto da arrogarsi la libertà di spiegare il mondo dall’alto della propria intelligenza a lettori e commensali, dichiarando altresì la bontà della propria poetica e sentenziando l’irrilevanza di quelle altrui, se possibile in modo così lambiccato da escludere a priori ogni seria ipotesi di chiarezza. Inoltre occorre atteggiarsi a intellettuali, e perciò vestirsi prevalentemente di nero. Ma non basta. Per tirartela al meglio dovrai perciò tenere a mente alcune regole fondamentali e applicarle sia quando vai alla toilette sia quando vincerai il Premio Strega, o lo perderai per un voto.

1. Scegliere con cura i termini di paragone per quanto riguarda te stesso e la tua opera. I nomi migliori sono in assoluto quelli di Omero, Proust, Borges. Per darti un tono, cita Bolaño. Per fare sfoggio della tua cultura underground, cita Frank Miller. Per distinguerti ancora un po’ e fare sfoggio della tua trasversalità culturale, il collettivo Wu Ming. Cita sempre il compianto David Foster Wallace. Va da sé che per citare qualcuno non è necessario aver letto ciò che ha scritto.
2. A tavola con gli amici come sul palco dove stai presentando la tua opera, accenna come di sfuggita a tutta una serie di autori anche se non ti sei mai dato la pena di sfogliarli. Tra gli indispensabili: Baudrillard, Benjamin, Calvino, Deleuze, Foucault. Con Calvino in particolare si va sempre sul sicuro perché avendo scritto tra gli altri un libro intitolato Le città invisibili si presta a essere citato con grande facilità, a meno che non si sia autori di un romanzo, o una raccolta di racconti, o una raccolta di poesie, o anche solo un racconto, o appena una poesia, con ambientazione incontrovertibilmente agreste. Tra una parola e l’altra ricordati di ammiccare alla “leggerezza calviniana”. Ricordati altresì di citare il compianto David Foster Wallace.
3. Specie quando non sai che cosa dire, devi avere l’aria di soppesare con cura non solo le frasi ma anche le singole parole. In ogni caso, parla molto, molto, molto lentamente, anche per apprezzare fino in fondo il suono della tua voce. Cerca di imitare quella del compianto David Foster Wallace, anche se a dire il vero non l’hai mai sentita.
4. Ravvivati spesso i capelli. In assenza dei medesimi, punta tutto sullo sguardo. Uno sguardo alla David Foster Wallace.
5. Smetti di salutare. Chi? Tutti, tranne i critici che contano e i colleghi da cui ti aspetti una recensione positiva per l’ultimo libro che hai pubblicato visto che hai recensito positivamente il loro ultimo libro. Ricordati anche di salutare il tuo editore così da potergli telefonare a maggio per sollecitare il pagamento dei diritti eventualmente spettanti. Digli che comunque lo faceva anche il compianto David Foster Wallace.
6. Anche se stai cucinando una semplice pasta in bianco, approfittane per spiegare il mondo a partire da una semplice pasta in bianco a chiunque in quell’istante sia presente in veste di pubblico: mogli, figli, amici, gatti eccetera. Pare che anche il compianto David Foster Wallace amasse cucinare, del resto.
7. Accetta tutte le interviste, anche quelle sull’autenticità della Sindone o sugli ultimi sviluppi della politica siciliana, dando risposte a un tempo trasversali e apodittiche (avendo cura di accertarti, prima di darle, del significato del termine “apodittiche”). Nelle interviste, infila sempre il nome del compianto David Foster Wallace.
8. Partecipa a tutti i dibattiti di tutti i festival, da quello sulla spiritualità a quello sulla matematica, spiegando il mondo al pubblico. Ricordati di presenziare al dibattito vestito di nero da capo a piedi. Rammaricati per la scomparsa precoce del compianto David Foster Wallace.
9. Spara a zero sulla televisione. Ma fai di tutto per andarci, ovviamente a Che tempo che fa di Fazio ma anche a Ciao Darwin di Bonolis. Millanta di avere scoperto il compianto David Foster Wallace prima di chiunque altro.
10. Protesta con chi di dovere perché nella stanza all’Hotel Le Méridien, il cinque stelle del Lingotto, dove sei sceso in occasione del Salone del Libro non hai trovato i cioccolatini in omaggio visti nelle mani di altri autori anche meno famosi di te. Di sicuro comunque non se li è presi il compianto David Foster Wallace.

Poi certo devi tirartela, oltre che in privato davanti allo specchio magari provando e riprovando gli sguardi e le posture e i gesti più adatti, e in pubblico sopra un palco, anche in Rete, digitando su una tastiera, cosa che com’è noto si può fare anche in mutande. Prima di accendere il computer occorre però prendere atto che il Web è almeno in ambito letterario il regno assoluto del narcisismo, e che malgrado ivi abbondi il guano (lo sostiene Wu Ming 1 ed è obiettivamente difficile dargli torto), se vuoi passare per uno scrittore autorevole dovrai partecipare a più forum incentrati sul dorato mondo delle Lettere e sulle ricorrenti polemiche in merito a questa o quella presa di posizione di questo o quell’autore in merito a questo o quell’argomento, si tratti della possibilità di scrivere non più dopo Auschwitz ma dopo lo “spettacolare” attentato dell’11 settembre, di aderire o meno al manifesto letterario del momento, di sottoscrivere l’ultima raccolta di firme, ironizzando su chi usa a sproposito termini come “enallage” o “ipallage” e facendo notare en passant il fatto di aver discusso la propria tesi di laurea con Umberto Eco o comunque a Bologna. Non solo. Tieni a mente che occorre ribadire la propria esistenza approfittando di ogni occasione di visibilità digitale, si tratti di intrufolarsi in una discussione sul nazismo vero o presunto degli gnomi di Tolkien o di partecipare a un dibattito sul caso del fantomatico capitolo mancante di Petrolio di Pasolini o di esprimere solidarietà a Saviano malgrado l’invidia per il numero di copie vendute, medicata solo in parte dal fatto che Saviano vive sotto scorta da anni. Che si tratti di una discussione o di un dibattito, l’essenziale è rimarcare con ogni mezzo la propria superiore intelligenza e cultura ed erudizione, così da consolidare almeno virtualmente il proprio prestigio e quindi la propria carriera intellettuale senza badare al fatto che il fatturato di tutta l’editoria italiana è comunque inferiore a quello non della Ferrero ma di un singolo prodotto della Ferrero ossia della Nutella, anche se così facendo è facile trasformare il tutto in un litigio con gli altri partecipanti al dibattito o alla discussione, perché ciascuno è lì per rimarcare le proprie e consolidare eccetera. Salvo poi dirsi disgustati, a cena con gli amici o in veste di opinionisti su un qualche quotidiano, dalle risse televisive e dalla barbarie degli ultras.

Cavalli nel nome di Siani: “Le mafie patetiche come il potere, l’arte li combatte da 5 secoli”

1397417_10202324424539864_1842204189_o“Il Mattino”, 16 ottobre:

Ha ricordato Giancarlo Siani col sorriso, col volto luminoso «di tutti quelli che amano il proprio lavoro». «Ma – ha detto rivolto al fratello Paolo – ricordiamolo piuttosto, come tutte le vittime di mafie, nel giorno della sua nascita». Così Giulio Cavalli ha chiuso il ciclo di iniziative “In viaggio con la Mehari” al Pan alla presenza del sindaco Luigi de Magistris, di Paolo Siani, presidente della Fondazione Polis, del vice direttore del Mattino Federico Monga e del cronista Arnaldo Capezzuto. “Esercitare la memoria” è il recital con cui l’attore che vive sotto scorta dopo le continue minacce subite dalla ndrangheta, ha salutato il pubblico nel giorno del primo anniversario della morte di Lino Romano, vittima innocente della camorra ucciso un anno fa a Marianella. Cavalli, che una settimana fa ha dovuto sospendere lo spettacolo in programma al Nuovo Teatro Sanità perché qualcuno aveva nascosto una pistola nel suo giardino, ha ricordato tutte le vittime della criminalità: da Falcone e Borsellino ai magistrati meno noti come Bruno Caccia, alla testimone di giustizia Lea Garofalo, non trascurando con il suo inconfondibile stile satirico, figure chiave della storia politica e della mafia nel nostro paese. All’incontro anche il sindaco, che ha sottolineato la solidarietà del Comune di Napoli all’attore, che «oggi qui è libero di parlare col suo teatro. Ed è per questo che con Cavalli creeremo una grande mobilitazione contro le mafie, specie quelle più pericolose che sono all’interno dello Stato». La kermesse, che ha visto interventi, dibattiti e presentazioni di libri, è stata chiusa simbolicamente dalle note della canzone che il cantautore Nando Misuraca ha voluto dedicare a Giancarlo Siani, che «continuerà a camminare tra la gente con la sua Mehari verde». giu. co.

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Da IlDesk.it

NAPOLI – Ha calamitato l’attenzione della platea sin da quando ha deciso di rimanere in piedi, perché “qualcuno ha avuto la malaugurata idea di mettere un cuscino viola sotto la poltrona”. Ha cominciato così Giulio Cavalli, strappando un sorriso al pubblico del Pan, con il suo “Esercitare la memoria”, il recital che ha messo in scena nell’ultima sera di “In viaggio con la Mehari”. Intervenuto a chiusura del ciclo di iniziative in ricordo del cronista del “Mattino” ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, l’attore che vive sotto scorta per le ripetute minacce della mafia e della ndrangheta per il suo impegno civile ha snocciolato una serie di episodi e figure chiave che hanno segnato la storia del nostro paese negli ultimi trent’anni. “Una buona notizia è che la mafia si può combattere – ha esordito nella saletta del Pan – è una storia che ha 500 anni, che esiste da quando c’erano i giullari e i cantastorie della commedia dell’arte che parlavano della pateticità del potere”. Poi ha iniziato a parlare della sua odissea, di quella vita sotto scorta, che lo vede finire nel mirino della mafia nel 2005. “Erano gli anni in cui cominciavano ad apparire i primi gruppi di fans di Totò Riina, anni in cui andava in onda una fiction come “Il Capo dei Capi”, in cui si metteva in atto il reato di favoreggiamento culturale della mafia. Poi nel 2006 stanarono Bernardo Provenzano”, prosegue nel racconto fino a tirare in ballo uomini di potere come Giorgio Ambrosoli, Michele Sindona, Roberto Calvi. Tocca le corde del cuore Cavalli, quando ricorda Giancarlo Siani “col sorriso, col volto luminoso, quello tipico di tutti coloro che amano il proprio lavoro”, mentre a lato scorrono le immagini del giovane cronista e dei suoi articoli. Infine, un pensiero per i testimoni di giustizia, come Lea Garofalo, di cui sabato saranno celebrati i funerali a Milano, e di Lino Romano, vittima innocente un anno fa di un agguato di camorra a Marianella, a pochi passi da Scampia. Insieme a Giulio Cavalli sono intervenuti il sindaco Luigi de Magistris, il presidente della Fondazione Polis Paolo Siani, il vice direttore del Mattino Federico Monga e il giornalista Arnaldo Capezzuto. “Oggi Giulio è libero di parlare col suo teatro – ha detto de Magistris -. Ed è per questo che con lui creeremo una mobilitazione collettiva contro le mafie, specie quelle più pericolose che si insinuano all’interno delle istituzioni”. A chiudere la kermesse le note della canzone che Nando Misuraca ha dedicato a Siani.

 

Persone perbene

20131012-091721

 

La vignetta di Staino su L’Unità di oggi. E la differenza tra la politica e l’essere umani.

Fedeltà e fiducia #governoletta

Attenzione: questo non è un post di analisi politica. Per fare un’analisi politica bisognerebbe avere lo stomaco a posto e non essere disgustati da una giornata che sacrifica le parole tra le più belle di questa nostra lingua: fedeltà e fiducia. Oggi Silvio Berlusconi ha provato ad esercitare il dovere alla fedeltà dei suoi accoliti e ha scoperto di avere sbagliato qualcosa nella sua pratica di allevamento; così qualcuno (Alfano & co.) ha cominciato a pensare e la cosa non era prevista. Intanto la parola fedeltà si stacca una volta per tutte dalla meravigliosa aderenza comune a valori comuni e diventa ufficialmente l’esecuzione di un ordine. Ne abbiamo letto e studiato sugli sterminati prati di battaglie ma questi ultimi vent’anni ci hanno insegnato che il servilismo paga anche in altre aule. Eppure questa legge elettorale implica perfidamente una gratitudine insana che è un po’ homo faber fortunae tuae, oltre che suae. Così Silvio si innervosisce come un padre schiaffeggiato dal figlio ma lo stesso Grillo tiene lo stesso comportamento da qualche mese (e oggi al Senato). Similitudini.

In un contesto in cui l’aspetto valoriale è ripieno buono solo per la propaganda diventa ancora più difficile capire la natura della fiducia che si è votata oggi: l’Europa, la nuova (e la vecchia) DC, il Presidente Napolitano e l’ostinato asse PD-PDL hanno parlato (nelle vesti di Letta) di un programma che ha obiettivi talmente ampi (e fumosi) da lasciare il dubbio che l’obiettivo vero sia sopravvivere e (l’unico aspetto che un po’ ci ingolosiva) tagliare finalmente fuori dalla scena politica un condannato in via definitiva. Il primo intento è riuscito, certo, il secondo molto meno quasi niente. Perché vorrebbero farci credere che sia cambiato qualcosa ma in fondo nei numeri è lo stesso governo di prima, con più tensioni, più divisioni e altro tempo perso in un balletto completamente distaccato dalla realtà del Paese. Niente di più di giochi di palazzo di un palazzo che ha potuto permettersi di non dirci niente sull’aumento dell’IVA o su cosa succederà per quanto riguarda l’IMU.

Intanto il PD (o meglio, soprattutto un’ala del PD) è sempre più felice di assomigliare alla faccia “pulita” del PDL che si intravede all’orizzonte e tutti festeggiano questa somiglianza sempre maggiore che è uno strabismo della democrazia. Qui un giorno sarà “tutto centro” e monumenti “storici” e ci diranno che è una bella fortuna.

I congressi sono depotenziati da una ritrovata stabilità che sembra così promiscua da fare arrossire anche i più seriali adulteri da week-end a Cortina.

Tutto va bene, ci dicono. Loro hanno danzato sulle macerie e vorrebbero anche che battessimo le mani.

 

Il vocabolario del “potere”

Sul versante del potere politico, l’impressione è quella di un’oligarchia plebea assurta agli agi e alle opportunità del potere senza avere la minima educazione o cultura necessarie per non restarne ebbra. Sul versante dei notabili locali, si assiste invece allo spettacolo di un’accondiscendenza servile verso la politica. S’indovina in complesso una società legata a filo doppio alla politica locale in un intreccio e uno scambio continuo, pronta a dire sempre di sì, sicura di ottenere domani in cambio qualcosa. L’occasione della telefonata è miserabile ma significativa: una raccomandazione che la Lorenzetti chiede al rettore dell’Università (per il tramite di una professoressa sua ex assessore, naturalmente del Pd anche lei): nientedimeno che per far promuovere a un esame di medicina uno studente figlio di un «compagno». Come sempre l’elemento più rivelatore è il linguaggio. La prof alla Lorenzetti: «Ho capito, ha bisogno di non essere fermato ingiustamente, diciamo così per qualche finezza accademica» (chi parla, si ricordi, è una docente universitaria…); Lorenzetti: «Ecco hai capito perfettamente Gaia mia. Noi siamo concrete e pratiche senza tante seghe»; la prof (a raccomandazione inoltrata): «Il rettore si è prosternato perché gli ho detto da chi viene: a disposizione!» (ride); la Lorenzetti (a cose fatte): «Sei grande»; la prof: «Come si dice, a noi chi ci ammazza?»; l’altra, più tardi: «Grazie pischella mia. Noi della vecchia guardia siamo sempre dalla parte del più debole» (leggi: di chi ha in tasca la tessera del suo partito).

Un’immagine dell’Italia attraverso le intercettazioni dell’ex governatrice Maria Rita Lorenzetti.