Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 167

Politica

Dal proclama al rinvio

Mi servirebbe sapere qual è la differenza tra lo scorso governo Berlusconi-Berlusconi e l’attuale governo Berlusconi-Letta sugli annunci. Mi servirebbe sapere se i critici della ‘politica degli annunci’ di B. trovano più etica, più responsabile, più democratica la ‘politica dei rinvii’.
Mi piacerebbe anche sapere se la coalizione che ha partorito questo governissimo è quella stessa urgente e ineludibile che era obbligatoria per affrontare le emergenze: le emergenze che sono state tute rinviate a dopo l’estate per non disturbare la missione della crisi.
Siamo passati del proclama al rinvio e ci dovrebbe bastare. Contenti così.

Dove sono i voti degli italiani

Come saranno le campagne elettorali del futuro, nel lavoro di Dino Amenduni:

In questa analisi proviamo a fare un passo ulteriore e a provare a immaginare le campagne elettorali del futuro prossimo alla luce di alcuni dati che emergono dalla ricerca e che ridefiniscono alcune regole della comunicazione politica.

In particolare:

– i quotidiani hanno perso due milioni di copie vendute a livello nazionale negli ultimi 12 anni (-34.3%);
– Facebook è usato dal 41.3% della popolazione italiana, Twitter dal 5.4%;
– il 70% degli italiani pensa che “gli apparati dell’informazione” manipolino le notizie;
– quasi un italiano su due sceglie di votare non sulla base di ciò che ha appreso dai media (vecchi e nuovi), ma da ciò che ha ascoltato da amici, parenti e conoscenti (il 43.9% degli elettori, +25% in soli quattro anni);
–  il 35.3% degli italiani pensa che le tecnologie digitali abbiano peggiorato (e non migliorato) l’organizzazione dei movimenti politici.

In questa presentazione proviamo ad analizzare questi dati e a immaginare cinque idee operative per “aggiornare i partiti”, in modo che rispondano efficacemente a questo profondissimo cambiamento delle dinamiche di orientamento al voto degli italiani.

Nando ci mette il dito

In questo gran parlare di mafie, antimafia, Lombardia, nord e ‘ndrangheta esce un articolo coraggioso (sì, coraggioso) di Nando Dalla Chiesa sui giudici e l’antimafia al nord. Alzare il grado di discussione prendendosi la responsabilità di sollevare osservazioni sulle interpretazioni del 416 bis  e le sue diverse emersioni in questo quadro evoluto (o forse, involuto) lombardo: Nando dice quello che in molti hanno pensato ma non hanno voluto dire. Alcuni sviluppi giudiziari “su” in Lombardia indicano un “federalismo del 416 bis” che chiede attenzione e discussione.

Ci sono procure e direzioni distrettuali antimafia che funzionano bene, e alle quali dobbiamo essere grati per avere tutelato la convivenza civile rimediando agli oceani di ignavia della politica e delle classi dirigenti.

Ma poi, quando si cerca di seguire lo svolgimento dei processi, quando si mette bene la lente di ingrandimento sul lavoro di piemme e giudici di vario ordine e grado, si compie la sgradevole scoperta. Anche il potere giudiziario dà la sua robusta mano a diffondere l’idea che in fondo al nord la mafia non ci sia.

Sono ormai molte le occasioni in cui si è costretti a constatare che per applicare il 416 bis (ossia per imputare il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso) la magistratura del nord richiede un tasso di mafiosità superiore, a volte molto superiore, a quello sufficiente per applicarlo al sud.

Sembra quasi che per essere considerati mafiosi in pianura padana o in Liguria si debba risultare affiliati a tutti gli effetti a un clan con tanto di rito di iniziazione, si debba appartenere a famiglie considerate mafiose da generazioni e si debba già essere stati condannati per mafia in altri processi, possibilmente in Calabria o in Sicilia.

Da qui le assoluzioni incredibili, la rinuncia aprioristica a contestare l’associazione mafiosa (sono “solo” trafficanti o usurai), la costruzione di una giurisprudenza arbitraria e assolutamente contra legem.

L’articolo da leggere è qui.

Le commissioni placebo per l’antimafia

C’è qualcosa di sinistro nel silenzio che circonda la Commissione Antima­fia del Consiglio Regionale della Lom­bardia in questi mesi e, più in genera­le, nell’abitudine nazionale alle istitu­zioni antimafiose trattate come merlet­ti doverosi per consenso e smussati nell’azione: la sensazione che ci basti così.

L’istituzione di una Commissione An­timafia viene celebrata, al solito, con conferenze stampa dai toni polizieschi e severi e dalla ricorrenza di nomi eroici del passato (così difficili, del resto, da scovare nel contemporaneo) insieme alle fotografie di rito. Poi poco o nulla. Qual­che commemorazione in sale ben bardate o l’audizione formale di qualche saggio per riempire i verbali sono gli slanci che ci arrivano.

Eppure la Commissione Antimafia ha due vie possibili da seguire per essere viva e presente e quindi utile: o essere la voce pungente di una comunicazione che non vuole concedere spazi e pieghe all’indifferenza (in fondo è il cuore dell’azione di tante associazioni antima­fia da Libera fino alle più piccole realtà locali) oppure un luogo di studio silen­zioso ed operoso di pratiche amministra­tive e di analisi (il Comune di Milano sta lavorando sotto questo profilo). Il resto è solo una coccarda effimera e inutile per mettere a tacere le critiche.

Stupisce, del resto, che nel luogo in cui nel Consiglio comunale di Milano coor­dina il presidente David Gentili (che su questi temi lavora da anni nella propria esperienza politica) in Regione Lombar­dia ci sia Gian Antonio Girelli che pur essendo un ottima persona e un politico capace, per carità, viene da esperienze nel campo sanitario e nelle politiche so­ciali.

Ecco, ogni tanto assale il dubbio che la Commissione Antimafia (in tutte le sue mille declinazioni di nome che si ritrova ad avere nelle diverse amministrazioni) sia una testimonianza che “si basta sol­tanto nell’esistere” come un testimonian­za di impegno.

Qualcuno dice che comunque è un ini­zio, certo, nella Regione dell’ex assessor­e Zambetti che si comprava tranquillam­ente voti al supermercato della ‘ndran­gheta ma il dubbio, ed è un dubbio dolo­roso, è che in nome della pochezza pas­sata ci si debba accontentare del bro­dino presente.

Forse varrebbe l’adagio di Giovanni Falcone: “Se vogliamo combattere effi­cacemente la mafia, non dobbiamo tra­sformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo rico­noscere che ci rassomiglia”.

(scritto per I Siciliani Giovani)

La ciclicità dello Ior

Lo scandalo di oggi è la puntata ennesima di un percorso che spaventosamente si assomiglia da sempre.

Basta leggere:

Scandali recenti

  • Scandalo Enimont

Nel 1993, negli anni di Tangentopoli, il giudice Borrelli del pool di Mani pulite appurò il transito nelle casse dello IOR di 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro destinati a quello che fu conosciuto comescandalo Enimont. In quell’occasione, in via del tutto eccezionale, lo IOR decise di rispondere ad una rogatoria richiesta dal pmAntonio Di Pietro che lavorava allora nel pool di Mani pulite ed indagava sul caso. Tuttavia i magistrati hanno poi denunciato che la banca vaticana aveva falsificato i documenti, nascondendo i conti di Giulio Andreotti e non trasmettendo la documentazione su molte altre posizioni. Successivamente, per far tornare i conti, ulteriore documentazione inviata venne ritenuta falsa. Da allora, questo risulta esser stato l’unico caso in cui lo IOR abbia risposto a rogatorie internazionali. Secondo il giornalista Peter Gomez, lo IOR risulta essere l’unica banca del mondo ad aver trasmesso informazioni false alla magistratura italiana[38]. Alti prelati e dirigenti dello IOR, tra cui il presidente Angelo Caloia[9], rimasero immuni da processo o arresto a motivo dell’articolo 11 dei Patti Lateranensi che recita: «Gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano»[39] .

  • Operazione Sofia

Il giornalista Gianluigi Nuzzi nel suo libro sostiene che lo IOR fosse impegnato nella fondazione di un partito di centro destinato a sostituire la Democrazia Cristiana, crollata in seguito a Tangentopoli[19]. A tal proposito, Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto di Roma, coordinatore dell’inchiesta sul golpe bianco-porpora afferma:

« L’operazione Sofia, vale a dire il tentativo di creare il Grande Centro che avrebbe preso il potere[40]. »
  • Caso Fiorani – BPI

Il 10 luglio 2007, uno dei “furbetti del quartierino” Giampiero Fiorani rivelò ai magistrati milanesi la presenza, nella BSI svizzera, di tre conti della Santa Sede da «due o tre miliardi di euro» e di aver versato in nero nelle casse dell’APSA (la Banca centrale vaticana) oltre 15 milioni di euro[9][41].

  • Caso Anemone – Grandi Opere

Nell’inchiesta sulle “grandi opere” del 2010 sugli appalti del G8 a La Maddalena (nota anche come “Caso Anemone”), è stato accertato che Angelo Balducci (ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, arrestato per corruzione) avesse un conto presso lo IOR, dove – secondo i pubblici ministeri – avrebbe trasferito buona parte delle sue rendite[42]. Nel 2006, interrogato dall’allora PM di Potenza Henry John Woodcock, aveva ammesso lui stesso l’esistenza di tale conto, usato per ripagare un debito da 380 000 euro contratto da monsignor Franco Camaldo, prelato d’onore e cerimoniere del Papa, intermediario nell’acquisto di una villa dove avrebbe dovuto avere sede un nuova loggia massonica[42][43][44]. Balducci aveva un conto allo IOR in quanto “gentiluomo di Sua Santità” nonché “consultore” e “supervisore” del patrimonio della Propaganda Fide[44], la quale ha affittato decine di abitazioni a molti dei 412 personaggi inclusi nelle liste dell’imprenditore Diego Anemone[43]. I magistrati sospettano ulteriori collegamenti con lo IOR a seguito di sequestri di documentazione contabile, in particolare a Angelo Zampolini, intermediario della “cricca” di Anemone e Balducci nell’acquisto di un appartamento a Roma per l’ex ministro Claudio Scajola[43]. Gli inquirenti ritengono altresì che parte del denaro accumulato da alcuni degli indagati con le tangenti pagate da Anemone e da altri imprenditori si trovi depositato presso IOR[43].
L’Unità di informazioni finanziarie della Banca d’Italia ha appurato che tra i beneficiari dei bonifici transitati su di un conto dello IOR presso la banca Intesa SanPaolo c’è don Evaldo Biasini, economo dellaCongregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, coinvolto nell’inchiesta e, secondo i pm perugini, custode dei fondi neri di Diego Anemone[45]. I documenti dei magistrati di Perugia e la contabilità sequestrata a Don Evaldo Biasini svelano come i soldi tenuti da Don Bancomat per conto di Diego Anemone transitassero per i conti IOR della Congregazione del Preziosissimo Sangue[46].

  • Operazioni di riciclaggio

Nel maggio 2010 la procura di Roma ha aperto un’indagine sui rapporti sospetti tra lo IOR e altre dieci banche, fra cui Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca del Fucino[47]. Le quotidiane operazioni da milioni di euro fra questi istituti e lo IOR sotto forma di miriadi di assegni dagli estremi non chiari, avevano destato già nel 2009 i sospetti dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. È stato accertato dai magistrati che lo IOR utilizzava in modo cumulativo un conto aperto presso la filiale 204 della Banca di Roma in via della Conciliazione a Roma, versandovi assegni da parte dei propri clienti senza dare alcuna comunicazione in merito, violando così le norme antiriciclaggio (legge 173/1991 e D.Lgs 231/2007)[47][48]. Attraverso tale conto sarebbero transitati circa 180 milioni di euro tra il 2006 e il 2008, per poi interrompere le operazioni con l’integrazione della Banca di Roma nel gruppo Unicredit[47][48]. I PM sospettano che le transazioni attraverso conti “schermati” intestati allo IOR celino in realtà operazioni per conto di società o singoli individui con residenza fiscale in Italia, volte all’occultamento di reati vari, dall’evasione fiscale alla truffa[47][48]. La Guardia di Finanza ha inoltre accertato casi di beneficiari fittizi fra quelli comunicati agli inquirenti[47]. La magistratura italiana non ha però competenza ad indagare sullo IOR senza una rogatoria internazionale, a causa della sua natura formalmente estera[47][48].
Il 20 settembre 2010 vengono sequestrati dalla procura di Roma (su segnalazione della Banca d’Italia) 23 milioni di euro depositati su un conto del Credito Artigiano Spa intestato allo IOR, per operazioni bancarie effettuate in violazione della normativa antiriciclaggio[49][50]. Le operazioni incriminate sono trasferimenti ordinati dallo IOR di 20 milioni da un conto presso il Credito Valtellinese alla JP Morgan diFrancoforte e di 3 milioni alla Banca del Fucino[50][51]. Restano indagati il presidente dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi, e il direttore generale Paolo Cipriani.[49]
Nel frattempo sono venute alla luce anche altre due operazioni sospette, ovvero un prelievo in contanti da 600.000 euro, effettuato nell’ottobre 2009 dallo IOR per finalità non precisate su un conto Intesa SanPaolo, e assegni per 300.000 euro incassati nel novembre dello stesso anno su un conto Unicredit. Dall’analisi degli inquirenti è risultato fittizio il nome del negoziante fornito dallo IOR, mentre la cifra proveniva in realtà da una banca di San Marino[45][52]. Alcuni dei conti di transito presso le banche italiane utilizzati dallo IOR nei recenti scandali legati al riciclaggio sono attivi dai tempi del Banco Ambrosiano.[53]

A seguito di questi eventi, il Papa ha comunicato il 30 dicembre 2010 che verrà finalmente data applicazione alla convenzione monetaria firmata con l’Unione europea il 17 dicembre 2009, attraverso l’adozione di leggi antiriciclaggio che entreranno in vigore il 1º aprile 2011.[10]

Tuttavia “l’emanazione di tale normativa”, come successivamente rappresentato in una comunicazione della Banca d’Italia[54], “di per sé, non modifica il regime applicabile allo IOR quale banca insediata in uno stato extracomunitario a regime antiriciclaggio non equivalente”.

Nel Marzo 2012 la procura di Roma ha avviato una rogatoria internazionale per conoscere i movimenti di denaro del conto corrente dello IOR presso la Jp Morgan di Francoforte[55].

  • Vatileaks e dimissioni di Ettore Gotti Tedeschi
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vatileaks.

Nel corso dei primi mesi del 2012 si è verificata una sistematica fuga di documenti riservati vaticani riguardanti i rapporti all’interno e all’esterno della Santa Sede. Tali documenti evidenzierebbero, tra l’altro, lotte di potere all’interno del Vaticano e alcune irregolarità nella gestione finanziaria dello Stato e nell’applicazione delle normative antiriciclaggio. Il 24 maggio2012Ettore Gotti Tedeschi, presidente dal settembre 2009, si presenta dimissionario al Consiglio di sovrintendenza e lascia la presidenza con la sfiducia del Consiglio. I quotidiani parlano di posizioni inconciliabili tra lui e altri interlocutori istituzionali riguardo l’attuazione delle norme di trasparenza bancaria[56]. Il giorno successivo gli subentra ad interim, come da statuto, il vicepresidente Ronaldo Hermann Schmitz, con ratifica della Commissione cardinalizia di vigilanza. La Commissione cardinalizia adotta formalmente la sfiducia votata all’unanimità dal Consiglio di sovrintendenza il giorno prima, che addebitava all’ex presidente di «non aver svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio» e forse anche di aver fatto filtrare all’esterno notizie riservate[57]. Il 27 viene diffuso un duro comunicato del Consiglio di sovrintendenza con le motivazioni della sfiducia[58]. Il 2 giugno viene comunicato formalmente per lettera all’ex presidente il trasferimento delle sue competenze al vicepresidente, che diviene presidente ad interim [59].

Il 28 giugno2012 lo IOR ha aperto per la prima volta le porte a un gruppo di giornalisti guidati dal direttore generale Paolo Cipriani con i i quattro membri del Consiglio di Sovraintendenza, Cipriani ha affermato che nello IOR non ci sono conti cifrati e dal 1996 c’è la tracciabilità di tutti i conti, ha controlli interni e esterni antiriciclcaggio (l’Autorità di Informazione Finanziaria e la Deloitte per il bilancio), i conti sono circa 33mila, il capitale totale è di circa sei miliardi di euro, il 70% delle operazioni avvengono in Europa, il 65% è in euro, il 30% in dollari e il resto in altre valute. Dal momento che non è una banca, quindi senza scopo di lucro, gli interessi non sono superiori al 5%. I dipendenti nel 2012 erano 112, cui si aggiungono alcuni consultori esterni per casi particolari. Lo IOR supporta gli enti eccleasiastici in oltre 150 paesi del mondo[60]. (via)

Avete notato il silenzio della politica tutto intorno?

Bruno Caccia e un processo da riaprire

Sono passati trent’anni dall’uccisione di Bruno Caccia e ora spuntano nuove piste, nuovi documenti e uno scenario che potrebbe riscrivere quella storia. A casa di Rosario Cattafi (l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e strani servizi deviati) a Barcellona Pozzo di Gotto è stato ritrovato un documento che pone qualche legittimo dubbio.

 L’avvocato della famiglia Caccia, Fabio Repici, ritiene che esistano tutti gli elementi per una revisione del processo: “Sono documentate persino le riunioni tra emissari di Cattafi ed esponenti del Sisde che hanno come oggetto proprio le indagini sull’omicidio del Procuratore Caccia”.

Del resto la scalata mafiosa dei casinò del nord Italia, e in particolare quello di Saint Vincent, è una delle ultime inchieste di cui il procuratore Caccia si è occupato. Circostanza aggravata dall’inquietante parallelismo con l’attentato al pretore di Aosta Giovanni Selis, anche lui impegnato nelle indagini sul Casinò e vittima di un tentato omicidio dinamitardo, consumato pochi mesi prima del delitto Caccia e di cui non sono mai stati individuati i responsabili.

“Caccia era prossimo alla pensione. Bisogna capire quale era l’urgenza di ucciderlo in quel momento”, spiega l’avvocato Paola Bellone, che da più di un anno studia il caso. Ritiene che altre indicazioni potrebbero sorgere dalla collaborazione di nuovi pentiti calabresi e dalle inchieste di cui Caccia si stava occupando. Indagini da cui emergono i rapporti che la ‘ndrangheta coltivava, già allora, con la politica e le più alte cariche istituzionali.

Berlusconi

In questo momento è condannato a 12 anni: sette presi oggi, quattro per i diritti Mediaset, uno per l’intercettazione di Fassino.

Non so a quanti debba arrivare – ancora – perché l’etica prevalga sulla convenienza (o presunta tale) perché si capisca che governare insieme a quest’uomo e ai suoi sporchi affari è inaccettabile moralmente, prima ancora che politicamente.

Alessandro lo scrive qui.

L’esproprio costituzionale e il modello di sviluppo

In silenzio su Pisa si combatte una battaglia che potrebbe avere risvolti fondamentali per la politica dei beni comuni e dello sviluppo sociale nella lettura della proprietà privata. Me lo segnala Alessandro Diano e tocca le fondamenta dell’articolo della Costituzione che dice “”L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. […]” nell’articolo 41. Come scrive Alberto Zoratti (Fairwatch/Municipio Beni Comuni):

Porre con forza la questione dell’acquisizione/requisizione/esproprio (anche e soprattutto senza indennizzo) di una proprietà che non è stata in grado di assolvere alla sua funzione ed alla sua utilità sociale, significa mettere mano ai meccanismi di riproduzione dell’attuale modello di sviluppo. Non a caso, sulla questione Ilva, ha alzato gli scudi persino Confindustria davanti all’ipotesi di commissariamento (neanche di esproprio). E’ un obiettivo politico, su cui concentreremo la tre giorni che stiamo organizzando a Pisa per il 20-21-22 settembre, che parla molto anche delle nostre attività ecosolidali, soprattutto quando collegate alla tutela dei beni comuni o, ancor più, della terra. Pensate come c’entra tutto ciò con il fatto che un agricoltore ha deciso nel SUO campo di piantare piante OGM, infischiandosene dell’interesse collettivo. O con l’impatto sociale ed ambientali che hanno certe aziende nel loro ciclo produttivo.

Ecco l’appello

“DESTINARE AD USO PUBBLICO L’EX COLORIFICIO TOSCANO”.

LA RICHIESTA INVIATA AL SINDACO DI PISA DA GIURISTI E STUDIOSI DI PRIMO PIANO E DA DECINE DI ESPONENTI DELL’ASSOCIAZIONISMO ITALIANO

Pisa, 20 giugno 2013 – “Il “diritto di proprietà privata”, accampato dalla J-Colors per il sequestro ed il relativo sgombero dell’Ex Colorificio occupato di Pisa “non ha fondamento giuridico, perché, a seguito dell’abbandono dell’attività produttiva, non persegue più la sua “funzione sociale”, ed è in contrasto con l’utilità sociale”, la sicurezza, la libertà e la dignità umana, come chiaramente espresso e richiesto dagli articoli 42 e 41 della Costituzione. E’ la richiesta chiara e diretta di acquisizione pubblica dell’ex Colorificio lanciata oggi in conferenza stampa a Pisa da un ampio schieramento di esponenti della società civile e dell’accademia italiana in sostegno all’azione del Municipio dei Beni Comuni che ha visto il recupero dell’area di oltre 14mila metri quadrati di via Montelungo a Pisa, dismessa diversi anni fa dalla multinazionale J-Colors. Una richiesta che parte da Pisa come esperienza concreta, ma che parla di fatto a nome di tutti gli spazi occupati e liberati del nostro Paese, tra cui il Teatro Valle occupato o il Cinema Palazzo di Roma, le ex Officine RSI occupate e lo spazio dell’ex motorizzazione di via Nola (ora SCUP) sempre a Roma o la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio.

L’iniziativa vede l’adesione di personalità di primo piano del mondo del diritto e dell’accademia come il professor Salvatore Settis; i giuristi Ugo Mattei, Paolo Maddalena, Luca Nivarra, Maria Rosaria Marella, Alberto Lucarelli; l’urbanista Enzo Scandurra, l’economista Guido Viale ed il sociologo Marco Revelli. Una lista a cui si aggiungono decine di esponenti del mondo della società civile italiana, dal missionario comboniano Alex Zanotelli, al fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo Francuccio Gesualdi, al regista Massimo Lauria.

Una richiesta che diventa anche una petizione che pone nuovamente al centro la necessità di dare limiti al concetto di proprietà, come costituzionalmente garantito, dando responsabilità chiare all’ente pubblico, in questo caso il Comune di Pisa che in questa situazione, ha l’obbligo di tutelare la conservazione e l’uso del territorio comunale.

“Ridare sovranità alla comunità di cittadine e cittadine” chiarisce Francesco Biagi, del Municipio dei Beni Comuni, “passa attraverso la limitazione del diritto di proprietà sulla base della sua funzione ed utilità sociale. Nel momento in cui tutto ciò non fosse rispettato, il passo conseguente dovrebbe essere l’acquisizione da parte dell’ente pubblico dell’area in questione, arrivando persino all’esproprio, laddove fosse necessario”.

L’iniziativa viene lanciata in contemporanea con l’assemblea redigente della Costituente dei Beni Comuni, organismo formato da giuristi e da esponenti della società civile presieduto da Stefano Rodotà, che proprio il 20 giugno a Roma al teatro Valle occupato si occuperà di mettere nero su bianco un nuovo statuto dei beni comuni e del concetto di proprietà privata e pubblica.

“L’ex Colorificio Liberato di Pisa” chiarisce Ugo Mattei, docente di Diritto Civile Università di Torino e vice presidente della Commissione Rodotà per i Beni pubblici, “è un caso emblematico di come un distorto concetto di proprietà privata e della sua gestione possa essere affrontato con le armi del diritto e della politica. L’iniziativa che proponiamo, che nasce a Pisa, ma ha un respiro nazionale se non internazionale, mira a riconsiderare la centralità del ruolo del privato e dei mercati anche nella gestione degli spazi collettivi, intesi come bene comune e come territorio da preservare rispetto al consumo di suolo ed alla cementificazione a cui assistiamo quotidianamente”.

La petizione diffusa oggi, dal titolo “Io pratico la Costituzione”, ha l’obiettivo di raccogliere migliaia di firma a Pisa ed in tutta Italia attraverso una capillare mobilitazione sui territori e la raccolta di adesioni sul sito di Avaaz https://secure.avaaz.org/it/petition/Io_pratico_la_Costistuzione_Lex_Colorificio_e_proprieta_collettiva/. Un percorso che vedrà il suo punto di arrivo il 20 settembre prossimo in corrispondenza della sentenza di possibile sequestro dell’immobile, in contemporanea della quale all’ex Colorificio Liberato di Pisa verrà organizzata (per il fine settimana del 20, 21 e 22 settembre) una tre giorni nazionale che avrà l’ambizione di rilanciare su un piano di mobilitazione e di coordinamento tra le realtà di movimento italiane la questione della tutela dei beni comuni, della fruizione del territorio che appartiene ai cittadini e della funzione sociale della proprietà privata.

 

Primi firmatari

Paolo Maddalena, giurista, Costituente dei Beni Comuni

Ugo Mattei, giurista, Costituente dei Beni Comuni

Luca Nivarra, giurista, Costituente dei Beni Comuni

Maria Rosaria Marella, giurista, Costituente dei Beni Comuni

Enzo Scandurra, urbanista

Salvatore Settis, accademico dei Lincei

Marco Revelli, sociologo

Guido Viale, economista

Alberto Lucarelli, giurista

Livio Pepino, giurista

Agostino Petrillo, urbanista

 

Vittorio Agnoletto, Flare

Checchino Antonini, giornalista

Francesco Ciccio Auletta, Una città in comune (lista di cittadinanza, Pisa)

Marco Balconi, DES Brianza

Bengasi Battisti, sindaco di Corchiano, associazione Comuni Virtuosi

Giuliana Beltrame, ALBA, circolo de Il Manifesto Padova

Marco Bersani, Attac Italia

Valeria Bochi, REES Marche

Paolo Cacciari, Associazione Decrescita

Marco Calabria, Comune-info

Gianluca Carmosino, Comune-info

Alberto Castagnola, Reset/Comune-info

Giulio Cavalli, attore e scrittore

Roberto Ciccarelli, giornalista de Il Manifesto

Lorenzo Coccoli, ricercatore filosofia Università Tor Vergata, Roma

Emmanuele Curti, ALBA, professore Università degli studi della Basilicata

Giuseppe De Marzo, giornalista ed attivista

Ornella De Zordo, perUnaltracittà (lista di cittadinanza, Firenze)

Marica Di Pierri, Asud/Reset

Monica Di Sisto, Fairwatch

Haidi Gaggio Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani

Francuccio Gesualdi, Centro Nuovo Modello di Sviluppo

Alfonso Gianni, Fondazione Cercare Ancora

Federica Giardini, Ricercatrice in Filosofia politica, Roma Tre

Laura Greco, Asud/Reset

Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia

Maurizio Gubbiotti, Legambiente

Monica Lanfranco, giornalista, Marea

Fabio Laurenzi, Cospe

Massimo Lauria, giornalista e regista

Cristiano Lucchi, Comunità delle Piagge di Firenze

Luca Martinelli, redattore Altreconomia

Angelo Mastrandrea, giornalista, Il Manifesto

Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte Università di Napoli

Roberto Musacchio, Altramente

Grazia Naletto, Lunaria

Jason Nardi, Solidarius Italia

Ciro Pesacane, Forum Ambientalista

Martina Pignatti Morano, Un ponte per…

Anna Pizzo, giornalista

Matteo Pucciarelli, giornalista, La Repubblica

Pietro Raitano, direttore Altreconomia

Giovanna Ricoveri, studiosa di beni comuni

Marino Ruzzenenti, Fondazione Micheletti, Brescia

Annarita Sacco, ass. La Strada/Comune-info

Alessandro Santoro, prete della comunità delle Piagge di Firenze

Andrea Saroldi, esperto di economia solidale

Patrizia Sentinelli, Altramente

Gigi Sullo, giornalista

Massimo Torelli, libero pensatore

Riccardo Troisi, Comune-Info/Reset

Giuseppe Vergani, DES Brianza

Aldo Zanchetta, Fondazione Neno Zanchetta per i popoli indigeni latinoamericani

Alex Zanotelli, Missionario comboniano

Alberto Zoratti, Fairwatch

Idem come sotto

Quello che penso su Josefa Idem l’ha scritto meglio di me Alessandro Gilioli:

qui sotto:

In altre parole: quello che ha fatto Idem non è cosa “da massacro” e non si tratta di un comportamento paragonabile a quello dei farabutti di ogni partito che vediamo ogni giorno all’opera. E’ stata però una scorrettezza che – proprio per non essere né sembrare tutti uguali e proprio per non mostrare attaccamento alla poltrona – andava fatta seguire subito da una serena, dignitosa e nobile letterina di dimissioni. Sottolineando così la propria dirittura morale e la propria superiorità nei confronti degli evasori e dei delinquenti che stanno in politica. E giovando quindi anche alla propria reputazione, sul medio-lungo termine, in modo molto più robusto rispetto a quella che pare una disperata arrampicata sugli specchi.

Vale la pena leggerlo tutto qui.

L’umanizzazione della cura

‘Restare umani” non è uno slogan. L’hanno usato con superficialità, forse, rinchiuso nella prigione delle frasi “da maglietta” ed è stata strumentalizzata da inetti destrorsi per rinchiudere Vittorio Arrigoni nel recinto dei “comunisti” da non rimpiangere. Eppure dentro il “restare umani” c’è una visione politica che sarebbe la chiave per ripensare molti dei settori di questo Paese che si incaglia sulle somme, le sottrazioni e i compiacimenti da mantenere.

Le parole di Paolo Veronesi (con cui mi trovo spesso in disaccordo su alcune visioni) sono le parole di buon senso che forse non dovrebbero nemmeno stupire ma suonano come rivoluzionarie in un momento come questo:

I “medici-clown” svolgono un lavoro meraviglioso, ma non dovrebbero essere i soli ad occuparsi del malato come persona: tutto l’ospedale, nel suo insieme, dovrebbe rispettare il principio dell’umanizzazione della cura, e non solo nei reparti pediatrici.

Questo significa, per esempio, che già nella sua progettazione la struttura deve essere concepita come “la casa del malato”, in cui ogni aspetto, dagli arredi all’organizzazione,restituisca a chi è ricoverato comfort, serenità e sicurezza: l’opposto di quel senso di estraneità che spesso si prova entrando in un ospedale tradizionale. Ma non solo: l’organizzazione stessa deve adottare orari e comportamenti rispettosi dei normali ritmi di vita del paziente, ad esempio facilitando le visite di familiari e amici, riconsiderando gli orari dei pasti – inspiegabilmente molto anticipati rispetto alla consuetudine – e rispettando la privacy del malato mettendo a sua disposizione camere singole.

Un ospedale così concepito, permette ai pazienti di sentirsi quanto più possibile a loro agio, proprio come in una casa dove si va a vivere in particolari circostanze, dolorose certamente, ma a causa delle quali la nostra vita non deve cambiare, nei limiti del possibile, ritmo e abitudini. Per dare vita a questo luogo di accoglienza e di attenzione, devono essere abolite tutte le regole che rendono l’ospedale punitivo e lontano dalle abitudini di vita delle persone sane, in nome di un’unica regola: considerare il paziente, prima che un malato, una persona da rispettare nella sua globalità.

E se partissimo dall’umanizzazione non sarebbe facile poi che etica, solidarietà e giustizia venissero ovviamente al seguito?