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Politica

No, Pippo, su Penati non sono d’accordo

Tutti sanno quanto sia vicino a Pippo Civati (politicamente ma soprattutto amico) ma questa intervista su Penati è condivisibile su molti aspetti ma manca un punto. Quando dice “la valutazione di opportunità politica sulle dimissioni spetta solo a lui. E la farà nel caso in cui ci fosse il rinvio a giudizio” dissento: Penati è (stato) il portabandiera della coalizione di centrosinistra. Lì dove sta Formigoni noi proponevamo di metterci Penati (sbagliando) e le sue responsabilità (e le sue decisioni) non possono essere scaricate “nel gruppo misto”. Senza polemica, eh. E senza dimenticare che il punto qui è la sfacciata e criminogena lobby formigoniana.

Se non sono capaci la chiamano antipolitica

L’avevo scritto ieri: perché l’antipolitica sta negli amministratori incapaci, asserviti alle lobby, bulimici di potere e soldi e incapaci di pensare ad altro che non sia la preservazione ossessiva della specie. La propria. Oggi Michele Serra su Repubblica torna sul tema:

Per ar­ri­va­re pre­pa­ra­ti a un fu­tu­ro di scon­quas­si, sa­rà be­ne evi­ta­re di chia­ma­re “an­ti­po­li­ti­ca” tut­to quel­lo che non ca­pia­mo. Spe­cial­men­te noi an­zia­not­ti, cre­sciu­ti den­tro una so­cie­tà fat­ta di par­ti­ti e di sin­da­ca­ti, ten­dia­mo a but­ta­re in quel sac­co tut­to e il con­tra­rio di tut­to. Ma è sba­glia­to. La so­la ve­ra an­ti­po­li­ti­ca (non da og­gi) è la non-po­li­ti­ca. È il me­ne­fre­ghi­smo ci­vi­co, la tir­chie­ria vol­ga­re di chi al­la co­sa pub­bli­ca non dà nul­la (nep­pu­re la fa­ti­ca di in­for­mar­si) ma da lei tut­to pre­ten­de. È l’e­va­sio­ne fi­sca­le, il qua­lun­qui­smo igno­ran­te, la fur­bi­zia ple­bea op­po­sta al­l’im­pe­gno po­po­la­re.

Sug­ge­ri­rei di non de­fi­ni­re an­ti­po­li­ti­ca, in­ve­ce, ciò che ri­bol­le fuo­ri dai par­ti­ti, e si rag­gru­ma in re­te e al­tro­ve at­tor­no a pa­ro­le d’or­di­ne cer­to mol­to di­scu­ti­bi­li, ma to­tal­men­te po­li­ti­che. Il gril­li­smo (che non amo) è cer­ta­men­te po­li­ti­ca. E, per quan­to roz­za­men­te espres­si, so­no ma­te­ria po­li­ti­ca an­che lo sde­gno con­tro i pri­vi­le­gi ca­sta­li, il sor­do som­mo­vi­men­to con­tro il si­ste­ma dei par­ti­ti, per­fi­no la con­te­sta­zio­ne del si­ste­ma di ri­scos­sio­ne fi­sca­le in­car­na­to da Equi­ta­lia. Al­cu­ne di que­ste pul­sio­ni so­no ti­pi­ca­men­te di de­stra. Al­tre po­pu­li­ste di si­ni­stra. Al­tre an­co­ra del tut­to nuo­ve e tut­te da in­ter­pre­ta­re. Esor­ciz­za­re il tut­to de­fi­nen­do­lo “an­ti­po­li­ti­ca” ser­ve so­la­men­te a tap­par­si oc­chi e orec­chie.

Per fare chiarezza sul processo Dell’Utri

La stampa, in primo luogo, ha erroneamente scritto che la V Sezione Penale della Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d’Appello del Tribunale di Palermo, accogliendo il ricorso della difesa Dell’ Utri e che il giudizio ripartirà da un nuovo processo d’Appello.
In realtà, non tutto il processo per concorso esterno in associazione mafiosa è stato rinviato a un nuovo appello: la Cassazione ha confermato in via definitiva l’assoluzione  per i fatti che gli venivano contestati dopo il 1992, per aver costituito il tramite di un’alleanza politica tra la mafia e il partito di Forza Italia; ha annullato la sentenza e rinviato il processo a un nuovo appello a Palermo, ma solo “nel capo relativo al reato del quale l’imputato è stato dichiarato colpevole”, dunque le accuse fino al 1992. L’assoluzione per l’accusa di concorso esterno per il periodo successivo, contestazione dovuta al fatto di essere stato vicino agli interessi di cosa nostra attraverso la politica, invece, è confermata in via definitiva. Pertanto, è stato assolto. Il nuovo processo d’appello potrà condannarlo solo per il capo di imputazione che si conclude prima della fine del 1992, dunque precedentemente al momento in cui Dell’Utri intrecciava rapporti politici con Berlusconi e Fininvest.

L’analisi di Manila Filella la potete leggere sul sito di #nonmifermo.

#nonmifermo riparte: Bergamo, 12 maggio. Lavori in corso.

Ecco il post di Claudio:

Lo scorso 3 marzo abbiamo provato a dare sostanza a ciò che consideriamo uno dei nostri obiettivi: essere “collettori attivi” di idee, esperienze e progetti. In altre parole, condividendo e promuovendo le prassi della buona politica. Perché la politica è un bene comune troppo prezioso per non essere difeso, sostenuto, esercitato.

Quel giorno sul palco di NON MI FERMO, di fronte a circa 250 persone, c’erano politici, attivisti, associazioni, intellettuali, lavoratori. Tanti cittadini che, come afferma la nostra Costituzione (art. 4), provano ogni giorno a “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il tema di quella prima “agorà” era etica e politica. Tanti gli argomenti e le proposte: informazione, tutela del territorio, disagio mentale, immigrazione, trasporto pubblico, acqua pubblica, acquisto solidale, legalità.

Qui i materiali e le azioni che abbiamo presentato: http://www.nonmifermo.it/materiali-e-documenti/.

Naturalmente, quello è stato solo il primo passo. Come annuncia il nostro stesso motto, infatti noi non ci fermiamo. Andiamo avanti perché è solo con la costanza e l’impegno che possiamo farcela.

Questa volta sarà la volta di Bergamo. Il prossimo 12 maggio (c/o Auditorium San Sisto, via della Vittoria, 1 – a partire dalle 14.30), dedicheremo la nostra prossima “agorà” ai temi del razzismo e dell’inte(g)razione.

Perché a Bergamo?

Perché Bergamo è ritenuta una città leghista. Proprio a Bergamo, solo pochi giorni fa si sono radunate, le truppe cammellate del Nord si sono ritrovate per fare “pulizia” dopo una storia (una delle tante, in verità) di finanziamenti illeciti, nepotismo politico, truffa ai danni dello stato, criminalità organizzata. Noi però siamo convinti che esista una Bergamo ben diversa. Una città di cultura (qui nacquero Donizetti, Mascheroni, Piatti, Papa Roncalli, Gavazzeni, Bonatti), di tradizione cattolica, solidale, europea, illuminata.

Perché parlare di razzismo e inte(g)razione?

Perché la storia ci ha insegnato come, soprattutto in momenti di crisi economica, sia elevato il rischio d’inciviltà o l’abbandono a derive razzistiche. E questo si chiama fascismo. Il fascismo della prevaricazione, della violenza contro l’altro, il diverso, il più debole. Il fascismo di chi trasforma la storia a proprio uso e consumo per difendere un proprio interesse esclusivo, per altro contro ogni logica e motivazione economica, ma negando la straordinaria opportunità insita nel confronto/incontro con altre culture o l’esercizio attivo di virtù fondamentali per la crescita di ogni società come la solidarietà e l’uguaglianza.

Noi vogliamo “restare umani”. Non cedere davanti al ricatto di una (sub)cultura che ha permesso alla giunta della Regione Lombardia di redigere la cosiddetta “Legge Harlem”, oggi fortunatamente impugnata dal Governo, anche in virtù della nostra Costituzione che all’art. 3 ci ricorda:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

In Italia, per altro, la popolazione immigrata è più giovane e incide positivamente sul nostro equilibrio demografico e sulla forza-lavoro. Attraverso la disponibilità a inserirsi in tutti i settori lavorativi, creando lavoro (ca. 230.000 piccole imprese), occupandosi dell’assistenza delle famiglie, degli anziani e dei malati, versando annualmente oltre 7 miliardi di contributi previdenziali.

Con noi, tanti ospiti (l’elenco completo sarà comunicato nei prossimi giorni) e il supporto di tante associazioni.

Questi alcuni degli argomenti che saranno discussi: diritto di cittadinanza, caporalato, razzismo, sfruttamento, CIE, progetti di inte(g)razione attiva attraverso lo sport.

Il 12 maggio, a Bergamo. Non fermiamoci. Non mancate.

Francesco greco sul libro ‘L’innocenza di Giulio’

Felliniano, pasoliniano, staliniano, reganiano, obamiano: trasfigurarsi in aggettivo è facile, un sogno alla portata di tutti. E’ però quando si va oltre e si diventa anche sostantivo che si lascia una traccia nella Storia, ci si apre un varco nel tempo. Andreotti è allo stesso tempo aggettivo e sostantivo: come Mao, Craxi, Berlusconi, la Tachther, De Gaulle, Lenin, Marx, ecc. Che cos’è l’andreottismo se non un modo originale di stare nella vita, sulla scena politica ponendosi di ¾, modulati su un’ambiguità quasi antropologica, sfumati, l’aria svagata e assente di chi passa per caso? Con l’atout di un’astuzia e un sarcasmo sempre all’erta (volpi in pellicceria e potere che logora chi non ce l’ha), che a volte sconfina nel cinismo che dà un brivido freddo nella schiena, perchè “la politica è sangue e merda, un animale selvaggio”?

64 anni di potere “che si spalmano come un’ombra”, visibile e invisibile. 7 volte premier, 8 ministro della Difesa, 5 agli Esteri, 2 alle Finanze, e poi all’Industria, al Bilancio, al Tesoro, all’Interno, alle Partecipazioni Statali, ai Beni Culturali. E tuttavia, citando Ludwig di Baviera, potrebbe dire: “Voglio restare un enigma”. Che nemmeno il mitico archivio dai faldoni gonfi di carte, posto che un giorno si potrà avere accesso, aiuterà a decodificare (ma quelle del Sifar, di cui pure si autorizzò la distruzione, si ignora dove finirono per davvero…).

La parabola inizia nel 1927: un ragazzino sale sul tram, uno zoppo gli calpesta un piede cercando di scendere, si scusa dicendo che è un mutilato: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi sarei rovinato”. Buona la prima. Nel 1944 è eletto membro del Consiglio nazionale Dc, e master di botte piena e moglie ubriaca: scrive su “La rivista del lavoro” (filofascista) e sul “Popolo” clandestino diretto da don Sturzo. Eccolo alla messa ogni mattina accanto a De Gasperi, la sua prima sponda in politica. Lo statista ha gli occhi socchiusi, on line col Padreterno? Andreotti invece si connette più terra terra: “A me il prete rispondeva”, dichiara in un’intervista a Montanelli. Occhiali quadrati, viso di una fissità da statua di cera, nessuna emozione al funerale (di Stato) di Moro (senza il corpo ancora caldo e con la famiglia incazzata, giustamente, con la classe politica italiana): nell’aria vaga minacciosa la frase diretta ai mandarini scudocrociati: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. E nessuna ruga la increspa nemmeno i dieci anni (1994-2004) del processo per mafia da cui esce assolto, “quella sentenza è diventata un manuale della menzogna… l’assoluzione più colpevole della storia d’Italia”. Un processo che è anche alla Dc, a un sistema di potere (consociativo), nonostante l’altra celebre frase dello statista pugliese: “La Dc non si farà processare nelle piazze”.

Ma il passato non passa, specie in un Paese dove i chiaroscuri di ieri si riverberano sinistri sull’oggi, e poi la Storia è sempre work in progress, si riscrive di continuo, sia perché fanno irruzione nuovi format analitici (si pensi alla psicoanalisi), sia perché emergono documenti, testimonianze, visioni, contesti. “L’innocenza di Giulio” (Andreotti e la mafia), di Giulio Cavalli, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 156, Euro 11 (progetto grafico David Pearson), rilegge il personaggio-Andreotti e scandaglia, con gli strumenti di un giornalismo serio, anglosassone, analitico (l’opposto delle merende sociologiche nel salotto buono di Vespa e il ruffianismo alla Fede), il rapporto fra lo statista e la mafia, gli aspetti rimasti fuori, o solo sfiorati, in tribunale, al “processo del secolo”, come se Cosa Nostra, senza referenti politici, intra ed extra moenia, avesse potuto radicarsi nell’anti-Stato e transustanziarsi in soggetto politico (cosa che non riuscì, nel 1978, anche per la fermezza di Andreotti, alle Br).

La prefazione non poteva che portare la firma di Gian Carlo Caselli, capo della Procura di Palermo “dove avevo chiesto di essere mandato dopo le stragi di Falcone e Borsellino”. Mostrificato (si passi la parolaccia), e anzi destinatario di una legge contra personam per aver “osato prima indagare e poi processare il Divo Giulio… un imputato troppo innocente” in un processo in cui “la verità è fatta a brandelli” e che pure nel 1992, anno che doveva avere “il profumo della consacrazione”, manca l’ascesa al Colle più alto solo per un fatto di curiose sinergie: è l’inizio della stagione delle stragi e col corpo ancora caldo di Falcone, e gli uomini della scorta, a Capaci, sarebbe stato troppo anche per un uomo al crocevia di tutti i misteri italiani dal dopoguerra a oggi (Fiumicino, Sifar, Italcasse, Ambrosoli, Sindona, Calvi, Piazza Fontana, Italicus, Bologna, Gladio, Marcinkus, P2, ecc.), che pure Cossiga nel 1991 nomina senatore a vita e, crollata la Dc sotto il maglio delle inchieste, si ricicla nell’Udc come un “padre della patria” e che se non è colluso è almeno ingenuo: per i pentiti avrebbe ricevuto Badalamenti e cacciato con Bontate e uno come lui non avrebbe annusato la fine di Piersanti Mattarella.

Piace la modulazione ironica di Cavalli (che è consigliere regionale in Lombardia e facendo bene il suo lavoro è finito sotto scorta: accade in un Paese strambo in cui ti indicano la luna e guardi il dito), il solo approccio che consente di trattenere un furore etico che balugina qua e là e che dovrebbe essere di massa e invece è faccenda di nicchia, nel canovaccio di una cultura della rimozione e dell’amnesia, un brodo primordiale in cui rimesta senza remore la tv-spazzatura e l’effetto -narcosi che diffonde nelle case e nelle menti.

da prolocodelsalento

#nonmifermo Quando le proposte si declinano e prendono forma

Avevamo parlato dello scaffale della legalità. Una proposta semplice ma significativa da esportare facilmente ovunque (basta un consigliere comunale, la calendarizzazione e la votazione). Arthur ci scrive che qualcosa si muove anche dalle sue parti:

La prima agorà di Nonmifermo, che si era focalizzata su “Etica e Politica”,  ha dato vita ad un buon numero di idee e proposte (le trovate qui) messe a disposizione di chiunque abbia la possibilità di farsene carico all’interno delle Istituzioni.
Fra queste l’ODG “Scaffale della Legalità”,  che prevede di designare nelle biblioteche cittadine un’apposita sezione dedicata alla legalità appunto.
L’idea è piaciuta a Stefano Bonomi ed Anna Falsina, due giovani consiglieri d’opposizione del piccolo Comune bresciano di Trenzano.
Ieri mattina, infatti, hanno presentato la mozione che approderà e sarà discussa in Consiglio Comunale a fine mese.

 

Formigoni è Gesù, Boni Maddalena e Regione Lombardia Ponzio Pilato

Non si riesce nemmeno a raccontare quello che succede in Regione. Intendo dentro, in questo momento, nell’Aula dove sta parlando Alloni (PD) per raccontare quanto sia fondamentale rivedere il piano cave di Cremona mentre l’assessore Bresciani litiga con il vice presidente del Consiglio Regionale Saffiotti (PDL) e nessuno (o quasi) ascolta.

Formigoni (come Gesù) dichiara di avere sbagliato qualcosa ma di essere fondamentalmente santo: ha perso due assessori in poche ore e sorridente dice che è un ricambio voluto per mettere donne in Giunta. Un po’ come se andando contromano si distrugge l’auto esultando per l’avvenimento perché “era fuori moda e consumava troppo”. Una cosa così, come quelle balle che si dicono da bambini per sguaiare la compagnia e ridere tutti insieme. Eppure l’assessore Monica Rizzi è stata fatta fuori da una bega interna della Lega (cioè: Regione Lombardia dipende dalle mestruazioni di Maroni e le faide interne di partito). Il segnale di debolezza politica è di proporzioni che forse non riusciremo a raccontare ai nostri elettori. Perché mi piacerebbe sapere dove va a finire la rappresentanza o la meritocrazia (e qui dentro dici meritocrazia, alzi la testa, vedi la Minetti e ti vergogni che esista ancora nel dizionario politico una parola del genere) se il ruolo di assessore è il premio per le giuste vicinanze. L’assessore Maullu intanto torna semplice consigliere e ex assessore per gli amici troppo poco influenti negli umori interni.

La Lombardia si svende (e si privatizza) per tanti soldi ma si rimodella per la bile e gli umori. E poi ce lo rivendono come “rinnovamento” e pulizia.

Oggi si è dimesso anche Davide Boni (ovviamente prima sui giornali, poi in conferenza stampa e ovviamente si è dimenticato di riferirlo in Aula, ma l’Aula è un impiccio che vale il tempo dell’indennità) e le sue dimissioni da Presidente del Consiglio le avevamo chieste da tempo, visto il ruolo di garanzia. Da domani saremo garantiti da qualche leghista che avrà avuto il merito di non dire una parola sbagliata al triumvirato.

Tutto questo mentre succede intorno a Formigoni quello che succede. Lui si ostina a dirci che è pulito e non indagato: voi eleggereste amministratore di condominio uno che è amico di tutti (tutti!) gli indagati del quartiere?

Poi c’è la politica. E forse sarebbe il caso che cominciassimo a pensare che le nostre diversità e la nostra idea di Governo regionale si ascoltano e si sentono molto poco. E forse i cittadini sarebbero disposti ad affacciarsi al nostro modo di ripensare una Regione partendo dalle fragilità, dalle difficoltà e le differenze. Senza perdersi in dispute endogamiche e non interessanti su antipolitica o peggio sulla “drammaticità” dell’eventuale stop ai rimborsi pubblici.

Perché l’antipolitica sta negli amministratori incapaci, asserviti alle lobby, bulimici di potere e soldi e incapaci di pensare ad altro che non sia la preservazione ossessiva della specie. La propria.

Andreotti, prescrizione non è assoluzione (ValigiaBlu sul libro L’INNOCENZA DI GIULIO)

di Matteo Pascoletti (da ValigiaBlu)

@valigiablu – riproduzione consigliata
Prima di essere un libro incentrato sui rapporti tra Andreotti e la mafia, L’innocenza di Giulio (Chiarelettere, 2012), scritto da Giulio Cavalli, è stato (è) uno spettacolo teatrale, sempre a opera di Cavalli, in cui ha preso parte Gian Carlo Caselli, che del processo Andreotti è stato il pm. Che Italia è, viene da domandarsi, quella in cui un magistrato deve salire su un palco per spiegare che un sette volte Presidente del Consiglio, nonché senatore a vita, è stato «prescritto»? Cavalli, in un percorso che dal palcoscenico è arrivato fino agli scaffali delle librerie, risponde al quesito. Lo fa trasformando gli atti giudiziari in racconto, un’operazione necessaria perché la verità che le carte attestano cessi di essere un fatto tecnico, appannaggio di pochi, e diventi un fatto pubblico che riguarda tutti, piaccia o no: «voglio ripercorrere un’inchiesta il cui fuoco sembra essersi spento sotto la cenere dei dibattiti facili e delle chiacchiere da bar».Riguardo alla sentenza, scrive il giudice Gian Carlo Caselli nella prefazione:

… per un congruo periodo di tempo, il senatore Andreotti è stato colluso con Cosa nostra. Questa verità dovrebbe rimanere scolpita nella memoria del paese, specialmente se parliamo di una persona che per sette volte è stata presidente del Consiglio e per ventidue volte ministro. E invece no. Queste parole sono state sapientemente esorcizzate, stravolte, cancellate. Le sentenze (emesse in nome del popolo italiano) vanno motivate affinché il popolo possa sapere per quali motivi appunto si viene assolti o condannati, ma anche perché il popolo possa conoscere i fatti che stanno alla base dei motivi per cui una persona è chiamata a rispondere di determinate azioni fronte a un tribunale. Qui il popolo è stato truffato.

Parlare di «prescrizione» o «assoluzione» riguardo al processo Andreotti significa perciò scegliere da che parte stare rispetto a una simile “truffa”. E questa parte non ha i colori di una maglia da tifoso, indossata mentre si grida, in faccia all’altra parte, «Prescritto! Prescritto!». Né coincide con un modo molto semplificato, e molto comodo, di guardare ai processi giudiziari, come se, per riprendere la metafora sportiva, “assoluzione”, “condanna” o “prescrizione” fossero un risultato da confrontare con ciò che si era precedentemente indicato sulla schedina. Questa parte, invece, considera necessario tradurre in verità storica una verità accertata in sede giudiziaria, cercando il più possibile di far sedimentare la verità storica nella memoria collettiva del paese.

Ossessione giustizialista? Niente affatto. In una puntata di Otto e mezzo andata in onda su LA7 lo scorso 17 febbraio, un serafico Maurizio Lupi parlava, a distanza di otto anni dalla sentenza definitiva, di Andreotti «assolto». Evidentemente o questo paese ha una memoria vaga e fallace, oppure di fronte a certi fatti preferisce anestetizzarsi con un potente narcotico: il negazionismo. Perché Andreotti, come ricorda nel libro Giulio Cavalli, è stato un uomo chiave di un sistema di potere politico che ha dialogato con la mafia arrivando all’intesa; arrivando al concorso esterno (accertato fino al 1980, nel caso di Andreotti), o persino alla subalternità, come nelle circostanze che hanno preceduto il delitto Mattarella, «la storica relazione che si rovescia: la mafia che usa la politica per correggere il tiro». Andreotti, «spericolato mediocre» dai «modi sottili», ha coltivato questo dialogo per proprio tornaconto, non facendo caso ai danni inflitti alla cosa pubblica, o ai morti disseminati lungo quella strada in cui il potere cerca interlocutori per accrescere se stesso e consolidarsi, diventando egoismo privato. La ferocia grigia con cui Andreotti ha commentato le uccisioni di servitori dello Stato come Ambrosoli e Dalla Chiesa non è stata una forma di umorismo cinico, o un cedimento al gusto per la boutade. È stata il modo con cui un certo tipo di potere, linguisticamente e culturalmente, ha negato in pubblico gli effetti più sanguinosi delle varie connivenze tra Stato e mafia. Un allontanamento necessario, perché la cultura della connivenza non può tollerare figure dalla schiena dritta che incarnano una testimonianza antitetica di cultura politica:

Subito dopo l’omicidio di Dalla Chiesa, Giampaolo Pansa gli chiede [ad Andreotti] perché non si sia presentato alle esequie del generale, e lui, con la solita voce grigia, proprio come l’anima, risponde: «Preferisco i battesimi ai funerali». 

«Perché venne ucciso Giorgio Ambrosoli?» ha chiesto a Giulio nel settembre del 2010 il giornalista Giovanni Minoli. «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando».

Cavalli, spesso citando passaggi chiave del processo, usa la propria abilità di narratore per mostrare quante e quali verità oscene sono nascoste dalle menzogne pronunciate da Andreotti. Oscene proprio perché Andreotti, per giustificare il potere che ha esercitato negli anni, ha avuto bisogno di mentire, tenendo certe verità il più possibile lontane dall’opinione pubblica e, in ultimo, dalle aule di tribunale. «Mai conosciuto i cugini Salvo, ripete Giulio, mai»: è questo mantra a scandire il capitolo dedicato ai rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, e ogni ripetizione è un dito puntato contro gli incontri, le collusioni, gli interessi personali e la totale noncuranza per ciò che dovrebbe essere, in una democrazia, la politica.

L’innocenza di Giulio va letto complessivamente come un libro che si concentra su Andreotti per parlare dell’Italia, della storia politica e morale del paese. Merita attenzione l’ultimo capitolo, dedicato alle “innocenze di Giulio” che hanno costellato la storia italiana a partire da un lontano primo febbraio del 1893: è il giorno in cui la mafia uccide Emanuele Notarbartolo, direttore del Banco di Sicilia che ha denunciato al Ministro dell’Agricoltura le collusioni tra la mafia e alcuni membri del consiglio di amministrazione della banca; quasi un Ambrosoli ante litteram. I responsabili dell’omicidio, il capomafia Giuseppe Fontana e don Raffaele Palizzolo, sono assolti per insufficienza di prove nel 1903, dopo un’iniziale condanna. E la storia di un’Italia istituzionale che si professa innocente intanto che il sangue gli scorre sotto le suole, venendo a tempi più recenti, sembra ripetersi con Dell’Utri, secondo Cavalli. Il libro, infatti, è andato in stampa prima che la Cassazione assolvesse Dell’Utri per i reati contestati dopo il 1992, periodo chiave per capire l’eventuale ruolo della mafia nella nascita di Forza Italia; una sentenza che Cavalli presagisce con amara ironia: «ogni lustro avrà sempre la sua innocenza di Giulio».

Il titolo del libro può essere inteso come metafora di un potere, corrotto negli scopi e negli strumenti, dall’andamento ciclico. Andreotti ne è stato un interprete, e non un artefice. Questo particolare potere, ci fa capire Cavalli, di fronte al popolo sovrano avrà sempre bisogno di assolversi da quei crimini commessi proprio a danno del popolo sovrano, legittimando così l’illecito con leggi apposite o sentenze pilotate. Riuscirà sempre e comunque nell’intento, finché voltarsi dall’altra parte, invece di essere visto come un’omertosa complicità, nel senso comune sarà percepito come un’accettabile compromesso per partecipare al potere, o un prezzo ragionevole per il quieto vivere. Contro questa cultura la poetica di Cavalli usa la parola per dare vita alla memoria, rendendola finalmente cosa pubblica. Una legittima difesa della coscienza contro l’ipocrisia con cui ci si siede al tavolo del potere per barattare la propria libertà con qualche briciola di privilegio:

Ogni tanto ti aspetteresti, però, che la storia avesse un po’ di memoria. Se non la gente, almeno la storia, così da poter raccontare per costruire il futuro, e non solo per ricordare. E invece la storia sta sempre lì, seduta a guardarti, petulante e noiosa come una bimbetta antipatica, mentre la memoria buona finisce per essere commemorata e poco esercitata.

Il Paese dei suicidati

Leggo la notizia dei dati di suicidi di imprenditori dal Corriere e leggo i partiti che ci dicono di non potere rinunciare ai rimborsi pubblici perché altrimenti chiuderebbero. E (senza cadere nell’antipolitica o nel populismo) mi chiedo se non sia il caso di provare a parlarne tenendo bene a mente le diverse vie d’uscita scelte (e possibili) da due mondi con lo stesso problema. Di cosa sono vittima gli imprenditori suicidati? Ci può davvero bastare “la crisi” come risposta? La chiudiamo così? Io non credo che esistano formule magiche e forse non ho nemmeno le soluzioni pronte, mi piacerebbe però che il titolo di apertura dei giornali fossero i lavoratori (imprenditori, artigiani, operai, giovani: tutti) che muoiono di lavoro piuttosto che la contabilità sempre garantita dei partiti. Perché poi non affidiamoci ai luminari analisti per capire perché il partito di maggioranza è quello degli astenuti. E il compito di tenere alta l’attenzione è un dovere politico.

Dall’inizio del 2012 in Italia ci sono stati 23 suicidi di imprenditori. La statistica è stata stilata dalla Cgia di Mestre, che ha preso in esame i casi legati in qualche modo alla crisi economica. Ben 9 dei 23 complessivi (pari al 40% del totale) sono stati registrati solo in Veneto.

 AZIENDE IN GINOCCHIO – Secondo i dati diffusi dall’osservatorio mestrino, il 49,6% delle aziende chiude i battenti entro i primi 5 anni di vita e solo da inizio 2012. «La grave difficoltà che stanno vivendo le imprese, soprattutto quelle guidate da neoimprenditori – dichiara Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è causata da tasse, burocrazia, ma soprattutto mancanza di liquidità. Sono i principali ostacoli che costringono molti neoimprenditori a gettare la spugna anzitempo. È vero che molte persone, soprattutto giovani, tentano la via dell’autoimpresa senza avere il know how necessario, tuttavia è un segnale preoccupante anche alla luce delle tragedie che si stanno consumando in questi ultimi mesi».

I prestigiatori del finanziamento ai partiti (e una soluzione concreta)

Qualche mese fa Alfano-Bersani-Casini ci avevano promesso una legge anti corruzione in pochi giorni. Non ne abbiamo più avuto notizia. Ricordo che si diceva di separare la politica dalla finanza impedendo ai partiti di diventare luoghi d’investimento una decina di anni or sono. Dopo aver partorito una legge elettorale che grida vendetta, ora parlano di rivedere i finanziamenti ai partiti. “Rivedere” mentre tutti sentono (perché un politico dovrebbe essere capace di cogliere il comune sentire) che sia il caso di bloccare i bonifici in arrivo, sedersi e parlarne partendo da una rivoluzione totale e non tentando magici aggiustamenti. Ormai sembra che non si riesca a perdere occasione perché la politica si dimostri scollegata dalla realtà, onnivora, prepotente, miope e cretina.

Poi, per fortuna, curiosando in giro scopri che la soluzione possibile è stata elaborata (ovviamente fuori dal trio governativo, ci mancherebbe) e che finalmente un dibattito è possibile senza patetiche tattiche di preservazione della specie. È il meccanismo elaborato da Pellegrino Capaldo contenuto in una proposta di legge di iniziativa popolare che sta per essere depositata alla Cassazione: abrogazione del sistema di rimborso diretto ai partiti e introduzione di un credito d’imposta del 95% sui contributi che i cittadini decidono di versare alla politica (fino a un tetto massimo di 2mila euro).

Scrive il Sole24ore:  Quello ideato da Capaldo è un meccanismo diverso che non nega l’idea del costo della politica a carico della finanza pubblica ma ne rovescia la logica: ai cittadini va lasciata la scelta del sostegno alla politica in modo da promuovere il loro coinvolgimento nella vita dei partiti. Una rivoluzione copernicana che lascia però l’onore per gran parte allo Stato: ai cittadini che decidano di sostenere i movimenti politici viene infatti riconosciuto un credito d’imposta pari al 95% del contributo versato con un tetto massimo di duemila euro. A conti fatti, perciò, un contributo di 2mila euro al proprio partito si tradurrebbe per il cittadino-sostenitore in un esborso effettivo di 100 euro, dal momento che 1.900 euro gli verrebbero restituiti dall’Erario.

Il principio della ‘defiscalizzazione’ del contributo ai movimenti politici esiste già: una quota delle somme versate (pari al 19%) può essere detratta per l’Irpef (persone fisiche) e l’Ires (società). La proposta di legge popolare che sta per essere presentata riserva il credito d’imposta alle sole persone fisiche, mantiene in vita il primo canale di supporto ma cancella il secondo: l’obiettivo è favorire una maggiore partecipazione dei cittadini.
L’altro aspetto sui cui il meccanismo ideato da Capaldo interviene è quello della platea dei beneficiari. Il finanziamento non è riservato ai soli partiti che abbiano partecipato a competizioni elettorali (ottenendo rappresentanza o un numero minino di voti, come accade ora) ma a tutti i movimenti politici e alle fondazioni con precisi requisiti. Le prime devono avere almeno trecento iscritti, le seconde un patrimonio minimo di cinque milioni. Criteri stringenti che non vengono applicate a realtà esistenti con continuità negli ultimi dieci anni. 

Il passaggio alla nuova legge dovrebbe comportare un risparmio per le casse dello Stato: è infatti improbabile ‐ è il ragionamento dell’ideatore della proposta ‐ che l’entità delle somme versate dai cittadini ai partiti per le quali si applica il credito d’imposta del 95% possa eguagliare l’enorme flusso di fondi pubblici che l’attuale legge garantisce alle casse dei nostri partiti. Un aspetto che dovrebbe spingere i movimenti politici a rinnovarsi per riconquistare quella fiducia che gli elettori hanno smarrito da tempo.

Ecco, si potrebbe proprio partire da qui.

ps Anche l’Europa (come scrive Agoravox), tramite un comunicato del Consiglio europeo, boccia il sistema dei rimborsi elettorali italiani e l’opacità dei partiti italiani (qui il pdf del documento). E visto che per pensioni e articolo 18 abbiamo dovuto procedere in fretta, anche questa volta sui partiti si deve agire in fretta, visto che “ce lo chiede l’Europa”.