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Politica

Il dovere della differenza

da La Sentinella News

“Personalmente definirei il reato di associazione mafiosa un reato di egoismo”. Esordisce così Giulio Cavalli(attore, drammaturgo e consigliere regionale per SeL in Lombardia, che da anni vive sotto scorta poiché la “fauna” mafiosa del nostro paese trova scomodi i testi di molti dei suoi spettacoli). Lo incontriamo a margine di un appuntamento con il sindaco di Cormano Roberto Cornelli, per parlare in una serata organizzata da  SEL, associazione Polis e associazione Democratici per Milano (all’interno del ciclo di incontri dal titolo “13 occasioni di fare politica”,ndr).

Si parla di Mafie al Nord, e proprio in Lombardia. Secondo Cavalli, il fenomeno mafioso viene letto sempre di più attraverso grafici e dati, diventando così un “problema per tecnici” e allontanandosi dal vissuto quotidiano della gente. “Un reato di egoismo – si spiega Giulio – è quando due o più persone si mettono insieme per accrescere il proprio bene a scapito di altri, questo reato si combatte con l’arma della solidarietà. La società attuale sembra essersi assopita, mentre davanti ai soprusi quotidiani dovrebbe rivendicare il proprio diritto allo sdegno è sempre più indifferente. Anche l’indifferenza è un reato, è incostituzionale”.

Infatti secondo l’articolo 4 della costituzione il cittadino ha il dovere di concorrere al progresso della società, prestando verso questa un costante interesse. Le progressive privatizzazioni attuate dalla giunta Formigoni in Lombardia fanno parte, secondo Cavalli, di quel reato di egoismo poichè Comunione e Liberazione “non fa altro che darsi una mano per accrescere il proprio bene a scapito di quello altrui” e inoltre, privatizzando, si elude il controllo delle regole da parte dello Stato.

Uno dei grandi problemi dell’associazione di stampo mafioso sembra quello di avere troppi soldi, così tanti che non si sa più dove nasconderli. Questo  a suo dire spiegherebbe ad esempio come mai in Lombardia vengano costruiti sempre nuovi ipermercati “mentre non ci sono abbastanza clienti da giustificarne l’apertura” prosegue Giulio. E anche i Bar, quelli storici, che vengono ricomprati e riammodernati senza la necessità di avere clienti, puzzerebbero allora di marcio. Così la mafia, quella pulita fino a prova contraria, quella dei “colletti bianchi”, della “terza generazione”, è sempre più vicina a noi.

Come si può contrastare questa feroce avanzata? Stando all’erta, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’edilizia. “E’ stato volontariamente creato un vuoto di interesse intorno al Piano di Governo del Territorio (PGT) – avverte Cavalli -. Questo importante strumento politico ha la facoltà di poter cambiare la destinazione d’uso dei terreni cittadini da commerciale (cioè area in cui si possono costruire strutture che arricchiscono i proprietari, ad esempio palazzi) a verde agricolo o aree in cui si ospitano attrezzature pubbliche (piscine, centri sportivi)”.

“Il volume degli affari della Mafia Italiana è di circa 130 miliardi di euro, con un utile di 70 miliardi – interviene Roberto Cornelli-. Il capitale mafioso viene principalmente investito poi nel traffico di droga e di armi e nelle cosiddette ecomafie (traffico di rifiuti, abusivismo edilizio,ndr). Il denaro viene riciclato con i paradisi fiscali, aumentati di numero da 25 a72, fino al duemilasette.

Cosa possono allora le amministrazioni comunali di fronte a questa situazione? Cornelli dichiara che lui stesso, con le nuove leggi sul Patto di Stabilità, si trova “ nell’impossibilità di fare il sindaco, con le possibilità di scelta sempre più vincolate e le decisioni prese dal comune in fatto di urbanistica sorpassabili da altre normative. I comuni, in ristrettezze economiche, sono spesso costretti a vendere a privati il patrimonio pubblico (per esempio Farmacie), diventando così sempre più deboli”.

In conclusione ci si rivolge ai giovani: Cavalli lancia una bella sfida ai ragazzi della città portando l’esempio di una scuola superiore in cui gli studenti, che necessitavano di un laboratorio ( e chiedendolo con insistenza al preside e al prefetto), hanno ottenuto uno stabile confiscato alla Mafia. Questa è la lotta alla criminalità organizzata che si può portare avanti quotidianamente e che nei suoi risultati concreti vede la Mafia retrocedere di un piccolo passo dalla scuola, dalle piazze, dai posti di lavoro. Un altro consiglio importante lasciato ai cittadini di Cinisello? La testimonianza ultima di Rita Atria, testimone di giustizia suicida a soli diciotto anni, dopo aver denunciato il padre e il fratello: “Per poter sconfiggere la mafia intorno a noi bisogna prima sconfiggere quella che è dentro di te. La mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci”.

di Noemi Tediosi

Formigoni, consegnati agli elettori

scritto per IL FATTO QUOTIDIANO

L’indagine che riguarda il consigliere regionale Angelo Giammario non è inaspettata. Giammario compare già in altre indagini e la sua inopportuna vicinanza con alcuni esponenti delle cosche è stata oggetto di diversi dibattiti. Certo le perquisizioni al Pirellone che riguardano esponenti del governo lombardo sono all’ordine del giorno, le notizie a cui non possiamo (e non dobbiamo) abituarci arrivano con cadenza praticamente quotidiana ma il punto è etico, morale e strettamente politico.

Infilarsi nell’analisi scollegata dell’indagato di turno (che sia Giammario, il presidente del Consiglio Davide Boni, la Minetti e sarebbe troppo lungo l’elenco per includerli tutti) finisce per salvare il responsabile di questo sfascio istituzionale e democratico: Roberto Formigoni.

Proprio poche ore prima della notizia d’indagine su Davide Boni la stampa nazionale pubblicava la lettera con cui Formigoni si giustificava con Don Verzè sul dissesto finanziario del San Raffaele ma la notizia è scomparsa sotto la polvere delle indagini sull’esponente leghista. Come sempre in questi ultimi anni ci si dimentica di analizzare la sistematica serie di indagati, arrestati e rinviati a giudizio in Regione Lombardia come gli inevitabili anelli di un sistematico controllo del potere che per privatizzare le regole (oltre alle scuole e alla sanità) ha bisogno di servitori al soldo. Perché il modello Formigoni funzioni è necessario che alcune figure chiave (tra i funzionari, le corporazioni e nei partiti) si prestino all’asta incessante dei diritti rivenduti come privilegi e regalie. In un sistema lombardo dove evidentemente chi ha disponibilità finanziaria riesce a comprare anche gli strumenti democratici servono “svenditori” disponibili a farsi comprare. Che oggi sia Giammario, che ieri sia stato Ponzoni e che domani sarà qualsiasi altro, è il punto politicamente meno interessante.

Per questo le analisi circoscritte non valgono più: il Consiglio Regionale della Lombardia ha poco meno di due anni ed è in pieno disfacimento morale, etico e rappresentativo. Dopo due anni si ritrova già una credibilità logorata e sconfitta. Formigoni dimostra di avere frequentazioni, amici, assessori, ex assessori e compagni di partito scelti con una chirurgica precisione negativa, il centrosinistra ha il portabandiera della scorsa battaglia elettorale (Filippo Penati) che ha dimostrato predisposizioni “sistemistiche” che non hanno certo avuto il sapore dell’alternativa e che sono finite nello stesso rivolo giudiziario e di inopportunità politiche.

Formigoni si consegni. Agli elettori. E ad una regione che ha bisogno il prima possibile di recuperare il valore dell’opportunità politica e dell’intolleranza verso ladri e ladrocini (l’unica intolleranza che servirebbe, impellente).

Gli altri propongano temi e modi (senza segreta ammirazione per il modello lombardo esistente, possibilmente).

Berlinguer in piazza

Milano dedica un pezzo di città a Enrico Berlinguer. Sarà una nuova piazza, creata all’incrocio tra via Savona e via Tolstoi, a prendere il nome dell’uomo che per tanti anni ha guidato il Pci. L’intitolazione arriva a novant’anni dalla nascita di Berlinguer. A deciderlo è stata la giunta comunale su proposta dell’assessore all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris. Il segnale è importante ma non può essere un alibi: oltre ad una ‘piazza Berlinguer’ sarebbe urgente (e buona cosa) mettere Berlinguer in piazza. Esporlo e soprattutto devlinarlo nelle idee e nell’azione politica, praticarne l’integrità e la barra dritta, ispirarsi alla coerenza e raccoglierne l’eredità della visione sociale. Magari cominciando a non prestare orecchio agli strenui difensori di corrotti e corruttori di quel tempo e alle eventuali uscite in scia di qualcuno nel centrosinistra. Altrimenti è solo toponomastica, mica buon vento.

Con Daniele Biacchessi, Andrea Riscassi e Paolo Bolognesi per interrogarsi sulla bomba della stazione di Bologna

Conoscere il passato per acquisire le chiavi di lettura sul presente. Vi aspetto

Il Teatro di Tavazzano (Lo) per la seconda serata del ciclo di incontri ad ingresso gratuito del “Cento di Documentazione per il Teatro Civile”, in programma venerdì 16 MARZO 2012 alle ore 21:00, si concentra sul più grave attentato mai compiuto in Italia e lo fa con Paolo Bolognesi, presidente dell’ “ASSOCIAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980”. Partecipano alla serata, Giulio Cavalli direttore del Nebiolo e i giornalisti Andrea Riscassi (Rai) e Daniele Biacchessi (Radio 24).


E’ il 2 agosto 1980, è mattina e la stazione centrale di Bologna è piena di gente e di treni in arrivo e in partenza. Alle 10,25 una bomba di eccezionale potenza scoppia nella sala d’attesa di seconda classe. L’esplosione, che investe anche alcuni vagoni fermi sotto la pensilina, provoca una strage: 85 morti e 200 feriti.

Nell’immediatezza dell’attentato, la posizione ufficiale del Governo italiano fu quella dell’attribuzione dello scoppio a cause fortuite, ovvero all’esplosione di una vecchia caldaia; tuttavia, a seguito dei rilievi svolti e delle testimonianze raccolte, apparve chiara la natura dolosa dell’esplosione, rendendo palese una matrice terrorista. Cominciò così una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.

L’1 Giugno 1981 si costituisce l’”Associazione Tra I Familiari Delle Vittime Della Strage Alla Stazione Di Bologna Del 2 Agosto 1980″ con lo scopo statutario di : “OTTENERE CON TUTTE LE INIZIATIVE POSSIBILI LA GIUSTIZIA DOVUTA”. (Statuto della Associazione, art. 3).
Tra depistaggi e disinformazione, lentamente e con fatica, attraverso una complicata e discussa vicenda politica e giudiziaria, e grazie alla spinta civile dell’Associazione, si giunse ad una sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Ma a causa del protrarsi negli anni delle vicende giudiziarie e dei numerosi comprovati depistaggi, intorno ai veri esecutori e ai mandanti dell’attentato si sono sempre sviluppate numerose ipotesi e strumentalizzazioni politiche divergenti dai fatti processuali che hanno portato alle condanne definitive dei presunti esecutori materiali della strage.

Di quanto accaduto e delle vicende processuali ne parlerà il presidente Bolognesi durante l’incontro che verrà coordinato da Giulio Cavalli e che vede la straordinaria partecipazione dei due giornalisti ANDREA RISCASSI della Rai di Milano (caposervizio alla Tgr Lombardia) e DANIELE BIACCHESSI DI Radio 24 (Vicecaporedattore di Radio24-Il Sole24ore).

TEATRO NEBIOLO, VENERDÌ 16 marzo ORE 21:00 CENTRO DI DOCUMENTAZIONE PER UN TEATRO CIVILE INCONTRO CON PAOLO BOLOGNESI “LA STRAGE DI BOLOGNA, 2 AGOSTO 1980” INGRESSO LIBERO E GRATUITO

Boni ci scrive

Il Presidente Boni stamattina ci scrive. Evidentemente la boria che nei giorni scorsi lo spingeva a dichiararsi tranquillo e pronto a parlare in Aula è già passata. Ecco cosa ci ha scritto:

Pregiat.mi Colleghi, ho deciso di scriverVi ufficialmente, per la prima volta, della vicenda giudiziaria che mi vede, mio malgrado, coinvolto. Lo faccio deliberatamente perché credo che, al di là delle più che naturali curiosità giornalistiche, sia a Voi e idealmente a chi ci ha nominato con il loro voto, che devo fornire in primo luogo conto del mio operato e della mia condotta. Innanzitutto, ringrazio tutti coloro che mi hanno manifestato la loro solidarietà. Non mi sentirete parlare di complotti, né tanto meno di critiche per un uso strumentale della giustizia da parte dei magistrati inquirenti. Ho sempre avuto rispetto del loro operato e non vedo perché dovrei cambiare opinione in questo momento. Al contempo, credo sia giusto ricordare che ho ricevuto una informazione di garanzia, in relazione a fatti tutt’ altro che dimostrati – non siamo dunque dinanzi ad una sentenza, ancor meno definitiva – che non ha avuto ancora alcuna forma di effettivo riscontro e sulla quale io spero conveniate con me mi deve essere dato, prima ancora che garantito, il diritto di difendermi. Mi limito solo a segnalarVi due aspetti utili ai fini di una riflessione riguardo alla mia estraneità: i fatti riguarderebbero un asserito mio coinvolgimento allorchè rivestivo il ruolo di assessore all ‘urbanistica in Regione, incarico che anche avessi voluto, ma non ho voluto, non avrebbe in ogni caso consentito un perfezionamento di alcuna delle pratiche edilizie menzionate dai giornali, in quanto del tutto estraneo ed esorbitante dalle mie funzioni. E’ noto infatti che nell’ attuale ordinamento dell’Assessore non riveste il ruolo di organo dotato di poteri di amministrazione attiva. Nei procedimenti di natura urbanistica, inoltre, la funzione svolta dalla Regione è circoscritta, mentre è valorizzato il contributo degli Enti Locali. Ancora: si parla di somme di denaro ricevute ma sfido chiunque a trovare anche un solo euro nelle mie tasche, che non sia frutto del mio lavoro o, per quanto riguarda il mio partito, che non sia frutto di versamenti o elargizioni ufficiali e dettagliatamente documentabili. Al momento della mia elezione a Presidente mi ero impegnato per una azione di rilancio delle prerogative de Il’ Assemblea quale sede di rappresentanza politica generale e del ruolo di indirizzo nei confronti della Giunta regionale. Ho svolto sino ad ora il mandato affidatomi dall’ Aula nel rispetto dello Statuto e del Regolamento; intendo proseguire su questa strada, dal momento che nessuna delle accuse che mi vengono rivolte può avere la minima influenza sul ruolo di rappresentanza e di garanzia che attualmente esercito. Vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto cordialmente.

Una proposta semplice per esercitare legalità tra i libri

Leonardo Salerno propone al Consiglio Comunale di Bollate l’istituzione di uno scaffale della legalità all’interno della biblioteca. Il segnale è semplice ma importante perché Bollate ha vissuto tempi difficili in occasione dell’ultima operazione Infinito (a Bollate ha pascolato indisturbato per anni il boss Vincenzino Mandalari che tirava le fila della ‘ndrangheta in quella zona) e perché i libri hanno un potere ‘sconsiderato’ se messi in bella mostra. La Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto da tempo offre le proprie competenze perché si costruisca e si diffonda, anche attraverso i Libri e l’attenzione ad essi, sul territorio (Scuole, Associazioni, Città piccole e grandi,Distretti) e nell’immaginario dei cittadini, una Rete salda di Regole e Principi.Perché torni ad essere Centrale e Peculiare, nella Vita di ognuno e collettivamente, la Conoscenza e il Rispetto delle Regole. L’idea ci è piaciuta e con Non Mi Fermo abbiamo deciso di farcene carico. Bollate e Leonardo sono il primo passo. Ora dobbiamo chiedere che venga fatto dappertutto.

I soldi allegri dei partiti

Il problema dei partiti non è la popolarità: la visione è egoista e semplicistica. Il punto sta nella credibilità che si costruisce con le idee (‘propaganda’, direbbe qualcuno) e con l’amministrazione: amministrazione di istituzioni e amministrazione interna. Le primarie non bastano, bisogna dimostrare di gestire eticamente i propri soldi per essere pronti a gestire i soldi di tutti. Spiegare perché si è aggirato il referendum del ’93 (in modo convincente, possibilmente) e perché i partiti inesistenti esistono sui bonifici dello Stato. E fissare nuove regole. Rifondarsi. Come scrive bene Massimo Greco:

Il problema è che come in tante altre questioni, prese tardivamente di mira solo dall’azione governativa del Prof. Monti, anche il sistema dei partiti politici va rivisto con urgenza. Troppo comodo è stato per la classe politica (recte: casta?) sia della prima che della seconda repubblica mantenere a livello programmatico la previsione costituzionale contenuta nell’art. 49 della Costituzione. Nessuna forza politica, ad eccezione dei radicali, ha mai voluto affrontare la questione attraverso una legge ordinaria, per non parlare della ferita ancora aperta, ed a rischio infezione, per i recentissimi fatti verificatisi in casa PD.

In un momento difficile come questo in cui all’italiano medio viene richiesto un sacrificio straordinario ed ai limiti della sopportazione, com’è possibile continuare ad accettare che all’interno di un partito politico, di destra o di sinistra che sia, vengono utilizzati milioni di euro del finanziamento pubblico senza alcuna forma di controllo? Com’è possibile che a qualunque dipendente della pubblica amministrazione viene richiesto di rendicontare, e di rendere tracciabile secondo i principi dell’evidenza pubblica, anche l’acquisto di una matita e, di contro, accettare supinamente che i partiti politici, la cui funzione pubblica è addirittura solennemente prevista sia dalla Costituzione che dai Trattati europei, possano usare le risorse pubbliche secondo il metodo Lussi? Com’è possibile che un partito politico che dovrebbe “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” possa permettersi il lusso di scegliere coloro che dovranno rappresentarci in Parlamento attraverso il meccanismo della cooptazione fiduciaria contenuto nell’attuale sistema elettorale (Porcellum)? Perché in Francia, in Germania, e anche in Spagna, si sono dotati di adeguata legislazione in materia e solo in Italia si è deciso di rendere “intoccabili” i partiti politici protetti dalla discutibilissima campana dell’associazione di diritto privato?

Sono queste le domande a cui si deve rispondere per comprendere perché anche il legittimo tentativo di allargare la partecipazione democratica interna ai partiti attraverso le primarie rischia miseramente di fallire. Peraltro, il partito politico non può rimanere un comitato elettorale confinato nella sola sfida dei consensi ma deve ritornare ad essere il luogo dove si fa politica 24 ore su 24. E’ questa la funzione che la Costituzione, per quanto snobbata dalla classe politica dominante, ha loro assegnato. Ed è all’uso corretto del suo esercizio che la società civile deve fare appello, anche nel solco dei nuovi strumenti di rendicontazione sociale introdotti nel nostro ordinamento a proposito di azioni correttive (class action) nei confronti delle Istituzioni che esercitano funzioni pubbliche.

FIOM, No TAV e brutto giornalismo

Perché è stata una piazza piena di contenuti, che parlava di lavoro, di democrazia e di reddito, una piazza che non ha avuto tempo di scassare vetrine perché troppo impegnata nel rifondare la politica. Perché le “cariche” di cui parla Repubblica, nulla c’entrano con la Fiom e con il corteo, e interessano, semmai, il Movimento di lotta per la casa e via della mercede, ben lontani dal percorso della manifestazione. Perché, in sostanza, quella foto mistifica la realtà. E fa comodo solo a chi su quella piazza ha detto di tutto e di più pur di trovare il pretesto per non aderire. Non ci sono stati violenti NoTav, non ci sono stati pericolosi metalmeccanici lanciatori di bulloni, né studenti sovversivi e nullafacenti. C’erano i metalmeccanici, c’erano i NoTav, c’erano gli studenti. Ma di sovversivo, pericoloso e violento c’erano solo le loro proposte. Piano di investimenti, rappresentanza sindacale e reddito di cittadinanza. Ha ragione Luca Sappino: la foto scelta da Repubblica e la home page del Corriere della Sera sul corteo di oggi della FIOM è un brutto esempio di giornalismo che con le immagini si diverte a toccare i fili della pancia. Con quei meccanismi sottili che il TG4 o il TG1 hanno usato per deformare un ventennio. Sulla vicenda TAV ormai è un giochetto che dura da mesi ma la similitudine ‘FIOM-NO TAV-violenza’ si sperava fosse solo una sfortunata uscita di Bersani e foraggio per la spazzatura di certa stampa filoberlusconiana.

Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore. (Indro Montanelli)

Polli da libreria

Esempi: «Lingua perfetta. Efficacia stilistica totale. Un vero capolavoro» (si tratta della fascetta del libro di Lorenza Ghinelli, La colpa, appena uscito per Newton Compton) dove il fantozziano «Efficacia stilistica totale» l’ha scritto Valerio Evangelisti nella prefazione al precedente romanzo della Ghinelli, l’altrettanto totale Il divoratore. I capolavori sono ubiqui. Il thriller Alex di Pierre Lemaitre (Mondadori) fa addirittura venire il capogiro; ostenta una fascetta rossa dove è scolpito: «Avrete la stessa sorpresa di quegli uomini che scoprirono che non era il sole a girare intorno alla terra, ma il contrario». A Niccolò Ammaniti, autore di queste parole, monterei uno zabaione con l’ovo copernicano che mi verrebbe voglia di fare se solo fossi un po’ gallina ma, limitandomi al galletto, devo confessare che il Darwin che spinge nelle mie zampette mi fa perdere la testa soprattutto per alcuni libri-alfa. Si tratta di quei libri che si ergono, grazie alle loro fascette, nel puro dominio della volontà di potenza. «Nessuno credeva in lei, ma da sola ha convinto 2.000.000 di lettori» (Amanda Hocking, Switched. Il segreto del regno perduto, Fazi editore). Oppure: «Un autore da 6 milioni di copie in Italia» (Luis Sepúlveda, Ultime notizie dal Sud, Guanda). La quantità riproduttiva ha maggiore efficacia della qualità, nell’umile mondo dei pennuti da cortile dove tutto sommato un pollo vale un altro. Edoardo Camurri scrive una bella riflessioni su blurp, fascette e quarte di copertina. Ed è una riflessione che riguarda le librerie ma in fondo tocca il cuore della politica degli ultimi vent’anni: la fascetta di Berlusconi vincente con le foto dei figli sulla rassicurante scrivania del suo studio ha premiato le letture veloci che non hanno bisogno di troppe interpretazioni. E noi, dalla nostra parte, ci teniamo la quarta di copertina di oggi: la manifestazione FIOM con quelle brutte assenze che inseguono rassicurazioni che non solo non rassicurano ma non riescono ad essere comprensibili ai più. E così finisce che si rimane sullo scaffale e ci si ingiallisce con il tempo retrocedendo nei cesti dell’invenduto in offerta. Perché la comunicazione e le azioni (anche quelle etiche) sono importanti se funzionano e la vera comunicazione ha luogo soltanto fra persone di uguali sentimenti, di uguale pensiero. Lo diceva Friedrich Leopold von Hardenberg 200 anni fa.

Sostiene Landini (da sostenere)

Il lavoro, l’articolo 18, l’Unità “espulsa” dalle Magneti Marelli di Bologna e Bari, Marchionne, il futuro della Fiat e più in generale quello degli operai e dei precari. I temi su cui la Fiom da mesi è impegnata sono tanti. Perché i diritti del lavoro sono il nodo centrale di un Paese che impunemente sta diventando diseguale, perché non è possibile ripensare la politica senza passare dal cuore dei lavoratori e delle imprese. Per questo il 9 marzo si va in piazza a Roma. George Orwell scriveva come schiavi lavorarono gli animali per tutto quell’intero anno. Ma nel loro lavoro erano felici: non si lamentavano né di sforzi né di sacrifici, ben sapendo che quanto facevano era fatto a loro beneficio e a beneficio di quelli della loro specie che sarebbero venuti dopo di loro, e non per l’uomo infingardo e ladro. E sulla ricaduta reale dei benefici del lavoro la riflessione è urgente e non mediabile. Ed è anche per questo che l’intervento No Tav mi sembra perfettamente in linea con il resto, in un giorno di analisi dei reali benefici e delle loro ricadute.