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Politica

Liveblogging seduta consiglio: la via crucis e i crocifissi

Mentre si consuma lo stillicidio di un Governo blasfemo si riunisce il Consiglio Regionale (tutti con l’orecchio su Roma). In giorni di disastro ideologico, lutti, crisi politica e di lavoro all’ordine del giorno abbiamo la proposta della Lega di rendere obbligatorio il crocifisso. Questo per dire quanto essere ‘casta’ significhi spesso essere semplicemente scollegati dal mondo. Qui o su twitter #openlombardia seguiamo la cronaca di una giornata che già nelle premesse è un po’ così.


Abbiamo presentato il nostro piano-casa

(ANSA) – MILANO, 6 NOV – Sul Piano casa, in Lombardia, ”siano i consigli comunali a decidere e non solamente il sindaco e la giunta come prevede la normativa nazionale”. E’ quanto chiede Sinistra Ecologia Liberta’ al Pirellone, con un progetto di legge firmato da Chiara Cremonesi e Giulio Cavalli per ”impedire un ulteriore scempio del territorio e ridurre il rischio di possibili speculazioni”.
”Perche’, in assenza di una legge regionale, da giovedi’ – spiegano i due esponenti di Sel – entreranno in vigore le norme nazionali che attribuiscono i poteri sulle delicatissime scelte di riqualificazione edilizia e urbanistica alle Giunte comunali, sottraendoli ai Consigli. Ecco perche’ in assenza di un’iniziativa puntuale della Giunta regionale, abbiamo deciso di presentare un progetto di legge stralcio che interviene soltanto su tale questione di metodo”.
”Anche se gli orientamenti in materia di politica urbanistica ci vedono molto distanti dal centrodestra – osservano ancora Cremonesi e Cavalli -, tuttavia il confronto rimane aperto. Ma sul punto fondamentale delle competenze e’ necessario muoversi in fretta. E’ gia’ tardi e Palazzo Lombardia sta ignorando la gravita’ del passaggio”.
”Per questo chiediamo che il nostro progetto di legge sia iscritto al piu’ presto all’ordine dei lavori in Commissione, discusso e approvato – aggiungono gli esponenti di Sel -.
Lasciare la titolarita’ dell’approvazione dei piani attuativi in capo ai Consigli comunali significa garantire il controllo democratico del territorio”. (ANSA).

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Cavalli (SEL) su nucleo anti bracconaggio di Brescia

REGIONE TUTELI IL NUCLEO ANTIBRACCONAGGIO DI BRESCIA DAGLI ATTACCHI DELLA LEGA
“Ha dell’incredibile che una forza politica rivolga pesanti attacchi al Corpo forestale dello Stato. Eppure è proprio quanto sta accadendo a Brescia, dove la Lega Nord raccoglie firme contro il Nucleo operativo antibracconaggio per impedirne l’attività in difesa del patrimonio faunistico.
Pensiamo che Regione Lombardia debba intervenire al più presto. E per questo abbiamo presentato un’interrogazione che chiede conto a Formigoni e agli assessori Raimondi e La Russa di quali misure concrete intendano mettere in atto per garantire il lavoro del Noa.
Nella provincia più ampia e a maggior densità venatoria d’Italia, il Nucleo antibracconaggio rappresenta un presidio fondamentale di contrasto alle pratiche di caccia illecite, a partire dall’uccellagione clandestina. Basti pensare che in vent’anni di attività gli agenti hanno sequestrato oltre 100 mila strumenti fuorilegge tra archetti, trappolone e reti, denunciando all’Autorità giudiziaria un migliaio di bracconieri.
Non sorprende che iniziative pretestuose come questa messa in atto dalla Lega trovino campo libero in un contesto istituzionale locale in cui si vuole a tutti i costi chiudere un occhio sui ripetuti reati commessi dal mondo venatorio. Ma tutto ciò è davvero inaccettabile.  
Regione Lombardia – che pur non si distingue per correttezza sul tema in questione regalando ogni anno alla lobby delle doppiette la caccia in deroga, nonostante le pendenti procedure di infrazione dell’Ue e le condanne della Corte di giustizia europea – ha il dovere di attivarsi. Ci dica cosa pensi fare e se non ritenga addirittura utile e opportuno rafforzare il Nucleo antibracconaggio con ulteriori unità operative”.

Milano, 7 novembre 2011

Amare la propria terra

Smettiamola di dire che le alluvioni sono eventi eccezionali. Perché le abbiamo rese normali. Di fronte a cittadini ormai disabituati alla cura, lo Stato e la politica su questo fronte hanno colpe enormi. Sono anni che non si vede tra le priorità di un programma elettorale o di governo la difesa del territorio, nemmeno tra i riempitivi. Spero che mentre si contesta questo governo, visti i drammi recenti, i partiti inizino a pensarci seriamente, a programmare, a spendere parole e impegni forti, proprio a partire dalle adunate di piazza. Spero che ascoltino quella buona parte di società civile che lo chiede da tempo e già ci lavora con passione e sacrifici. O quegli agricoltori distrutti dai debiti che nonostante tutto lo fanno ogni giorno, nel proprio podere. Un poeta come Tonino Guerra un anno fa mi ha detto: «L´Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c´era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che l´abitavano: i contadini. Dobbiamo riapprendere quella forza d´amore che avevano loro». Qui non è più sufficiente indignarsi, bisogna tornare ad amare per davvero questa terra. Vilipesa non soltanto nei comportamenti inqualificabili di chi governa, ma nell´indifferenza di fronte a scempi che non sono più tollerabili. Anche se non lo erano già ben prima di arrendersi allo sgomento di questi tristi giorni della nostra storia. (Carlo Petrini)

Terza pista Malpensa: ora vogliamo qualche risposta

La questione della terza pista di Malpensa è una battaglia cruciale per fermare l’onnivoro lombardismo che costruisce in mezzo alla desolazione. Costruire per costruire è la mania della Giunta Formigoni che prova un irresistibile bisogno di “far girare il cemento” per distribuire regalie e rivendercelo come sviluppo. Mentre Malpensa si svuota (e i lavoratori perdono il proprio stipendio) qualcuno riesce a raccontarci che si deve fare. Perché fra qualche anno sarà inevitabile, ci dicono. ‘Inevitabile’ è diventata l’unica giustificazione politica su qualsiasi compromesso. Siamo pieni di amministratori a forma di cicuta. Eppure rimango convinto che possa essere possibile fermare lo scempio. Stiamo preparando un percorso di iniziative politiche che possano smascherare i favorevoli di centrodestra e i (sottovoce) favorevoli dall’altra parte.  Intanto cominciamo a pretendere un paio di risposte.

Noi non ereditiamo la terra dai nostri padri. Prendiamo in prestito dai nostri figli. (David Bower)

INTERROGAZIONE CON RISPOSTA IN COMMISSIONE EX ART. 116 DEL REGOLAMENTO DEL CONSIGLIO REGIONALE

Al Signor Presidente del Consiglio regionale

Oggetto: chiarimenti sul nuovo Master Plan SEA dell’Aeroporto di Milano Malpensa

I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI REGIONALI

PREMESSO CHE

SEA ed ENAC hanno avviato la V.I.A. (valutazione di impatto ambientale) con il consenso di Regione Lombardia sull’area di futuro ampliamento dell’aeroporto di Malpensa;

PREMESSO INOLTRE CHE

Regione Lombardia, con delibera del 28/7/2010 ha affermato la necessità di procedere in modo coordinato fra la V.I.A. sull’ampliamento di Malpensa e la V.A.S. (valutazione ambientale strategica) del Piano d’Area, per poter valutare meglio le ricadute sulle aree interessate, disattendendo, però, la stessa delibera, e facendo proseguire solo l’iter riguardante la V.I.A.;

CONSIDERATO CHE

il Master Plan di SEA comporterà delle variazioni nei documenti di programmazione territoriale dei Comuni e del PTC del Parco Ticino e sostituirà il Piano Regolatore Aeroportuale del 1985 e, quindi, va considerato come un atto di Pianificazione Territoriale, da sottoporre come tale a Valutazione Ambientale Strategica;

CONSIDERATO INOLTRE CHE

solo la V.A.S. permette di valutare compiutamente se il territorio è in grado di sopportare l’ulteriore ampliamento del sedime e l’incremento di voli per passeggeri e merci;

ATTESO CHE

il territorio intorno all’aeroporto presenta livelli di inquinamento accertati e numerosi studi dei Comuni e del Parco del Ticino evidenziano questo grave dato che colpisce sia l’ambiente sia la salute dei cittadini; inoltre, lo studio HYENA ha evidenziato un alto tasso di inquinamento della’aria, acustico e luminoso con tutte le conseguenze che ne derivano per la salute umana;

ATTESO INOLTRE CHE

il rumore derivante dal traffico veicolare e il traffico aereo notturno ha effetti significativi sul rischio di insorgenza di malattie;

CONSTATATO CHE

l’ampliamento del sedime aeroportuale di oltre 400 ettari, finalizzato alla costruzione della Terza Pista di 2400 metri nella zona sud-ovest, l’ampliamento della’area cargo, la realizzazione del Polo Logistico su una superficie di 200.000 mq comporterà la scomparsa di un’ampia fetta di territorio di brughiera e di un’ulteriore delocalizzazione dei cittadini del comune di Lonate Pozzolo, dal momento che la frazione di Tornavento del predetto comune è destinata a svanire;

CONSTATATO INOLTRE CHE

il luogo prescelto per l’ampliamento è un’area del Parco del Ticino che possiede caratteristiche da proteggere secondo la direttiva habitat e secondo la direttiva uccelli, un’area di autentica brughiera che non potrà né rigenerarsi spontaneamente altrove né essere ricostruita artificialmente in altro luogo per le particolari caratteristiche del suolo, come studi del Parco del Ticino in collaborazione all’Università di Pavia hanno sottolineato;

RITENUTO CHE

lo studio MITRE segnala che la collocazione e l’altezza della torre di controllo potrebbero non essere compatibili con gli standard e potrebbe essere necessario situarla altrove, che la struttura a sud del viadotto che conduce all’entrata principale del terminal passeggeri è troppo alta e dovrebbe essere ridotta in altezza in base alle norme di sicurezza ICAO;

RITENUTO INOLTRE CHE

l’impianto di depurazione di Sant’Antonino, identificato come ricettore delle acque per il trattamento delle acque di scarico derivanti dall’infrastruttura, venne realizzato alla fine degli anni Ottanta per servire un carico antropico di 600.000 abitanti, senza neppure prevedere la realizzazione del progetto di Malpensa 2000 e fino a poco tempo fa è stato sotto sequestro per ordine del Tribunale di Busto Arsizio per il superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente e che le opere di adeguamento del Tribunale sono ancora in corso

 

INTERROGANO IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE 

LOMBARDA, ROBERTO FORMIGONI, LA GIUNTA REGIONALE LOMBARDA, L’ASSESSORE REGIONALE ALL’AMBIENTE, ENERGIA E RETI, MARCELLO RAIMONDI, L’ASSESSORE ALLE INFRASTRUTTURE E ALLA MOBILITA’, RAFFAELE CATTANEO E L’ASSESSORE AL TERRITORIO E URBANISTICA, DANIELE BELOTTI, PER CONOSCERE:

 

  1. in quali tempi Regione Lombardia intenda iniziare l’iter della Valutazione Ambientale Strategica sull’ampliamento dell’aeroporto di Malpensa   ;
  2. quali misure si intendano adottare per evitare un ulteriore incremento  dell’inquinamento dell’area, acustico e luminoso nell’area interessata dall’ampliamento dello scalo;
  3. in che modo si provvederà alla ricollocazione degli abitanti della frazione di Tornavento di Lonate Pozzolo;
  4. come si proteggerà la fauna dell’area della brughiera che verrà distrutta dalla creazione del terzo scalo della pista;
  5. se la collocazione della torre di controllo sia compatibile con gli standard e se sia possibile situarla in altro luogo;
  6. se sia prevista una ristrutturazione o un adeguamento dell’impianto di depurazione di Sant’Antonino

 

 Milano, 2 novembre 2011

Giulio Cavalli (SEL)

Chiara Cremonesi (SEL)

 

 

Renzi in internet’s wonderland

Sto studiando le proposte di Matteo Renzi (quel pdf che non si capisce perché dovrebbe essere wiki) e tra i primi punti che mi sono saltati all’occhio ho trovato “Con Internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti”.

Questa favola di internet gratuito e patria del dilettantismo è una voce che di solito sento nel bar sotto casa mentre giocano duro a scala quaranta o quando sento qualche commesso che cerca di rifilare in offerta un pc ormai fuori produzione. Conosco giornalisti in rete che lavorano al proprio sito con più cura di un Lavitola qualsiasi con il proprio quotidiano e con la barra più dritta di tante testate considerate dure e pure anche dalle nostre parti del centrosinistra (byoblu, mi viene in mente, Francesco Piccinini con il suo agoravox o i giornalisti de Il Post). Senza dimenticare il digital divide che sembra non riuscire ad entrare nell’agenda politica (mentre è analizzato e farcito di proposte su Agendadigitale): basta consultare wikipedia (quella veramente wiki) per scoprire che al 2010, una famiglia italiana su 2 non ha un collegamento e solo una su 3 possiede Internet in banda larga. Il numero di italiani del tutto privi di copertura on line è di 2,3 milioni. Un numero che raggiunge quota 23 milioni (il 38% della popolazione), se si considerano i servizi d’accesso più tecnologici in grado di consentire fino a 100 Megabit al secondo. Nonostante la programmazione di investimenti pubblici per la banda larga, fermatisi però al Cipe come nel caso del “Piano Romani”, la riduzione del divario digitale all’interno del Paese ha coperto solo un ulteriore 5% della popolazione fra il 2004 e il 2009, di cui l’1,5% tramite Infratel, e si stima che nel 2011 ancora il 2% della popolazione sia in digital divide. La situazione territoriale è a macchia di leopardo, soprattutto per quanto riguarda la copertura di “seconda generazione” (20 Mbps), che arriva solo al 62% degli italiani. Basilicata, Calabria eValle d’Aosta superano il 60% in termini di digital divide, mentre Lazio e Liguria sono al di sotto del 25 per cento. La tecnologia WiMAX, per la quale il Ministero delle Comunicazioni ha assegnato le Frequenze con un bando pubblico nel 2008, grazie alle sue caratteristiche permette prestazioni comparabili a quelle dell’ADSL ordinaria, mitigando il problema del Digital Divide specialmente nelle aree a media densità abitativa e affette da carenza di infrastrutture. Anche con collegamenti via wireless sarebbe possibile una copertura totale del territorio, con l’onere di installare un DSLAM in ognuna delle 10800 centrali telefoniche italiane. Associazioni “Anti Digital Divide” si battono da anni per abbattere tale fenomeno negativo, per diffondere la banda larga in Italia e per la diminuzione delle tariffe ADSL.

Quello che avrei voluto dire lo scrive bene mazzetta nel suo articolo che, mica per niente, si conclude così: Per quanto possa risultare efficace è comunque populismo visto e stravisto, disonesto e ipocrita quando si presenta come ansioso di servire chi invece sta ingannando. Tutta gente che dovrebbe lavorare gratis o per un tozzo di pane e fare “i sacrifici”, per la maggior gloria del paese tutto e dei Marchionne e dei Renzi in particolare, quelli che sminuiscono il valore del lavoro degli altri e innalzano alle stelle quello del proprio. Loro che sono bravi a comunicare, a prendere decisioni e preoccupati per la collettività.

Il problema rappresentato dalla diffusione di convinzioni del genere ovviamente eccede le sciocchezze le autocandidature di Renzi e deborda ben oltre il settore dell’editoria. Tanto che è diventato una piaga per tutti quanti lavorano in rete e con la rete (ma anche fuori), che hanno grandi difficoltà a ricevere un’equa retribuzione e persino ad avere il riconoscimento della loro dignità professionale. La distruzione della dignità del lavoro e dei lavoratori gioca a favore di pochi privilegiati, non può portare alcun vantaggio alle collettività.

Casi del genere ribadiscono la necessità di una rivoluzione culturale, ben diversa da quella promessa dai Renzi e dalle loro moine, anche se il loro incessante ripetersi suggerisce che forse nel paese non esistono le forze e la volontà di resistere all’avanzare della dittatura dell’ignoranza. 

 

Il movimento del 99 per cento può cambiare il mondo

Un pezzo che è un manifesto. Senza scenografie e senza tutti i coriandoli intorno. Stiamo lavorando e la prossima settimana partiamo (#agorà). Il pezzo di Ulrich Beck è il punto da cui partire.

Com´è possibile che un caldo autunno americano, sul modello della primavera araba, distrugga il credo dell´Occidente, cioè la visione economica dell´american way? Com´è possibile che il grido “Occupy Wall Street” raggiunga e trascini nelle piazze non soltanto i ragazzi di altre città americane, ma anche quelli di Londra, Vancouver, Bruxelles, Roma, Francoforte e Tokio? I contestatori non sono andati soltanto a far sentire la loro voce contro una cattiva legge o a sostenere qualche causa particolare: sono scesi in piazza a protestare contro “il sistema”. Ciò che fino a non molto tempo fa veniva chiamato “libera economia di mercato” e che ora ricomincia a essere chiamato “capitalismo” viene portato sul banco degli accusati e sottoposto a una critica radicale. Perché il mondo è improvvisamente disposto a prestare ascolto, quando Occupy Wall Street rivendica di parlare a nome del 99% dei travolti contro l´1% dei profittatori?
Sul sito web “WeAreThe99Percent” si possono leggere le esperienze personali di quel 99%: quelli che hanno perduto la casa nella crisi del settore immobiliare; quelli che costituiscono il nuovo precariato; quelli che non possono permettersi nessuna assicurazione contro le malattie; quelli che devono indebitarsi per poter studiare. Non i “superflui” (Zygmunt Bauman), non gli esclusi, non il proletariato, ma il centro della società protesta nelle pubbliche piazze. Questo delegittima e destabilizza “il sistema”.
Certo, il rischio finanziario globale non è (ancora) una catastrofe finanziaria globale. Ma potrebbe diventarlo. Questo condizionale catastrofico è l´uragano abbattutosi nel mezzo delle istituzioni sociali e della vita quotidiana delle persone sotto forma di crisi finanziaria. È irregolare, non si muove sul terreno della costituzione e della democrazia, reca in sé la carica esplosiva di un fenomeno ancora in gran parte sconosciuto, anche se stentiamo ad ammetterlo, e che spazza via le nostre consuete coordinate orientative. Nello stesso tempo, in questo modo una sorta di comunità di destino diventa un´esperienza condivisa dal 99%. Ne possiamo cogliere il segno nei saliscendi repentini delle curve finanziarie, che con le loro montagne russe rendono immediatamente percepibile il legame tra i mondi. Se la Grecia affonda, è un nuovo segnale del fatto che la mia pensione in Germania non è più sicura? Cosa significa “bancarotta di Stato”, per me? Chi avrebbe immaginato che proprio le banche, così altezzose, avrebbero chiesto aiuto agli Stati squattrinati e che questi Stati dalle casse cronicamente vuote avrebbero messo in un batter d´occhio somme astronomiche a disposizione delle cattedrali del capitalismo? Oggi tutti pensano più o meno così. Ma questo non significa che qualcuno lo capisca.
Questa anticipazione del rischio finanziario globale, che si fa sentire fin nei capillari della vita quotidiana, è una delle grandi forme di mobilitazione del XXI secolo. Infatti, questo genere di minaccia è ovunque percepito localmente come un evento cosmopolitico che produce un cortocircuito esistenziale tra la propria vita e la vita di tutti. Simili eventi collidono con la cornice concettuale e istituzionale entro cui abbiamo finora pensato la società e la politica, mettono in questione questa cornice dall´interno, ma nello stesso tempo chiamano in causa sfondi e presupposti culturali, economici e politici assai differenti; analogamente, la protesta globale si differenzia a livello locale.
Sotto il diktat dell´emergenza le persone fanno una specie di corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo finanziario nella società mondiale del rischio. I resoconti dei media fanno emergere la separazione radicale tra coloro che generano i rischi e ne traggono profitto e coloro che ne devono scontare le conseguenze.
Nel Paese del capitalismo da predoni, gli Stati Uniti, sta prendendo forma un movimento di critica del capitalismo – ancora una volta, si tratta di un evento imprevedibile. Abbiamo detto “follia” quando è crollato il muro di Berlino. Abbiamo detto “follia” quando, il 9 settembre del 2001, le Twin Towers di New York si sono disfatte nella polvere. E abbiamo detto “follia” quando, con il fallimento di Lehman Brothers, è scoppiata la crisi finanziaria globale. Cosa significa “follia”? Anzitutto una conversione spettacolare: banchieri e manager, i fondamentalisti del mercato per antonomasia, fanno appello allo Stato. I politici, come in Germania Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fino a non molto tempo fa esaltavano il capitalismo deregolato, dal giorno alla notte cambiano opinione e bandiera, e diventano fautori di una sorta di socialismo di Stato per ricchi. E ovunque regna il non-sapere. Nessuno sa cosa sia e quali effetti possa realmente produrre la terapia prescritta nella vertigine degli zeri. Tutti noi – vale a dire il 99% – siamo parte di un esperimento economico in grande, che da un lato si muove nello spazio fittizio di un non-sapere più o meno inconfessato (si sa solo che, quali che siano i mezzi adottati e gli obiettivi perseguiti, bisogna impedire qualcosa che non deve in nessun modo accadere), ma, dall´altro, ha conseguenze durissime per tutti.
Si possono distinguere diverse forme di rivoluzione: colpo di Stato, lotta di classe, resistenza civile ecc. I pericoli finanziari globali non sono nulla di tutto ciò, ma incarnano in modo politicamente esplosivo gli errori del capitalismo finanziario neoliberista che è stato ritenuto valido fino a ieri e che, con la violenza del suo trionfo e della catastrofe ora incombente, esige la loro presa d´atto e la loro correzione. Essi sono una sorta di ritorno collettivo del rimosso: alla sicurezza di sé neoliberista vengono rinfacciati i suoi errori di partenza.
Le crisi finanziarie globali, che minacciano in tutto il mondo le condizioni di vita delle persone, producono un nuovo genere di politicizzazioni “involontarie”. Qui sta il loro bello – in senso politico e intellettuale. Globalità significa che tutti sono colpiti da questi rischi, e tutti si ritengono colpiti. Non si può dire che ciò abbia già dato origine a un agire comunitario; sarebbe una conclusione affrettata. Ma c´è qualcosa come una coscienza della crisi, che si nutre del rischio e rappresenta proprio questo tipo di minaccia comune, un nuovo genere di destino comune. La società mondale del rischio – questo mostra il grido del “99%” – può acquisire una consapevolezza matura di sé in un impulso cosmopolitico. Ciò sarebbe possibile se si riuscisse a trasformare la dimostrazione oggettiva di condizioni che si rivolgono contro sé stesse in un impegno politico, in un movimento Occupy globale, nel quale i travolti, i frustrati e gli affascinati, ossia tendenzialmente tutti, scendono in piazza, virtualmente o effettivamente.
Ma da dove nasce la forza o l´impotenza del movimento Occupy? Non può trattarsi soltanto del fatto che perfino gli squali di Borsa si dichiarano solidali. Il rischio finanziario globale e le sue conseguenze politiche e sociali hanno tolto legittimità al capitalismo neoliberista. La conseguenza è che c´è un paradosso tra potere e legittimità. Grande potere e scarsa legittimità da parte del capitale e degli Stati, e scarso potere ed alta legittimità da parte di quelli che protestano in modo pittoresco. È uno squilibrio che il movimento Occupy potrebbe sfruttare per avanzare alcune richieste basilari – come ad esempio una tassa globale sulle transazioni finanziarie – nell´interesse correttamente inteso degli Stati nazionali e contro le loro ottusità. Per applicare questa “Robin Hood Tax” si dovrebbe dar vita in modo esemplare ad un´alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale. Quest´ultima potrebbe così compiere il salto quantico consistente nella capacità degli attori statali di agire in una dimensione trans-statale, cioè al di qua e al di là delle frontiere nazionali. Se questa esigenza viene espressa perfino dalla cancelliera federale tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Sarkozy perlomeno nella forma di un bello slogan, allora si può senz´altro accreditare a questo obiettivo una possibilità di realizzazione.
In termini generali, nella consapevolezza globale del rischio, nell´anticipazione della catastrofe che occorre impedire ad ogni costo, si apre un nuovo spazio politico. Nell´alleanza tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale ora si potrebbe ottenere, alla lunga, che non sia l´economia a dominare la democrazia, ma sia, al contrario, la democrazia a dominare l´economia.
Contro la percezione – che sta diffondendosi rapidamente – di una mancanza di prospettive forse può aiutare la consapevolezza del fatto che i principali avversari dell´economia finanziaria globale non sono quelli che ora piantano le loro tende nelle pubbliche piazze di tutto il mondo, davanti alle cattedrali bancarie (per quanto importanti, anzi indispensabili siano le iniziative di questi contestatori); l´avversario più convincente e tenace dell´economia finanziaria globale è la stessa economia finanziaria globale.
(Traduzione di Carlo Sandrelli).

Da La Repubblica del 01/11/2011.

I nuovi poveri

Milano, 31 OTT – Non basta più il lavoro anche quando c’e’, e a tempo pieno, per arrivare alla fine del mese: e’ il risultato più’ evidente della crisi che emerge dal decimo Rapporto dell’Osservatorio diocesano della poverta’ e delle risorse nella Diocesi di Milano, stilato sulla base dei dati relativi agli utenti di 59 centri di ascolto della Caritas nella diocesi di Milano e dei servizi Sai (servizio accoglienza immigrati) Sam (servizio accoglienza milanese) e Siloe (servizi integrati lavoro orientamento educazione) nell’anno 2010. Il Rapporto è stato presentato stamani dalla Caritas ambrosiana che si trova sempre di più a dover rispondere a richieste di aiuto economico perche’ “gli utenti che non riescono a far quadrare il bilancio familiare anche quando hanno un impiego, sono passati in tre anni dal 30 al 50%”. Oltre a segnalare l’ascesa della categoria dei “working poors”, così i sociologi hanno gia’ battezzato quei cittadini che pur lavorando hanno difficolta’ economiche, lo studio presentato stamani ha voluto misurare gli effetti della crisi sui propri utenti. Aumentate del 10,7% rispetto al 2007, le persone che si sono rivolte ai centri di ascolto sono sempre più uomini, che raggiungono il 35,8%, e sempre più italiani che rappresentano il 26,4% degli utenti totali. In calo, invece, gli irregolari che costituiscono solo il 7,8% dei richiedenti aiuto.  Col variare delle tipologie di utenti, sono variate anche le richieste: nonostante il lavoro continui ad essere la necessita’ principale, con il 51,6%, aumentano di un quarto coloro che richiedono beni materiali e servizi, raggiungendo quasi un terzo degli utenti, e raddoppiano coloro che necessitano sussidi economici, nel 2010 sono l’11,2% degli utenti. Sta alla politica, soprattutto, far fronte a queste nuovi fenomeni dovuti alla crisi, secondo don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, che ha osservato come “dalla storia di queste persone emerge rassegnazione e mancanza di prospettive”. Crisi a parte, nel rapporto presentato stamane viene tracciato anche un identikit dell’utente tipico del campione dei 59 centri d’ascolto in cui e’ stata svolta l’indagine, un sesto del totale.  Nel corso del 2010 delle oltre 17mila persone che hanno bussato alla porta della Caritas Ambrosiana i due terzi sono donne e un terzo ha meno di 35 anni. La maggior parte, inoltre, e’ straniera, soprattutto proveniente da Peru’, Marocco, Ecuador, Romania e Ucraina, e il 26,2% di questi si trova in Italia da meno di 5 anni.  Sono più numerose le donne separate che gli uomini ma, al di la’ del genere, la maggior parte degli utenti e’ coniugato, il 49%, e spesso con uno o due figli a carico. Quanto a titolo di studio la laurea e’ rara, 7,5%, il più’ comune e’ invece la licenza media inferiore anche se la valutazione relativa alla popolazione straniera puo’ risultare sfalsata dalla difficolta’ di equiparazione e convalida delle qualifiche acquisite nel paese di origine.

Leaderismo come se piovesse

Pubblicato su IL FATTO QUOTIDIANO

Questo è un post polemico. Perché ci hanno sempre detto che la politica è “fare” insieme. E studiare le soluzioni, affrontare i problemi, uscirne: insieme.

E allora mi chiedo perché nessuno alzi la manina, in questi tempi di continuo congresso per dirigenti (e senza delegati), a domandare perché, al posto di “insieme”, qui al massimo possiamo avere il privilegio di stare “con” qualcuno e impegnarci alle sue spalle, davanti alle telecamere, a fare ciao con la manina per farci notare. Sempre in attesa della prossima “scia” da succhiare.

A domandare perché tutti parlino dei movimenti fuori dai partiti e l’approccio più elegante sia un basso tentativo di tesseramento. Perché dovremmo scambiare le dinamiche interne di questo o quel partito per processi che realmente incidano su scala nazionale, e intanto non si riesca a capire la linea su quattro o cinque punti banali: la lettera della Bce, la Tav e le grandi opere, il mercato che è la mutanda della speculazione e tutte queste altre bazzecole. Perché assistiamo a grandi convegni su ambiente e consumo di suolo e poi siamo pieni in giro per l’Italia di amministratori che contraddicono le linee generali. Perché siamo tornati alla desolazione di dover sapere “con chi stai” piuttosto che chi sei.

Ci sono punti su cui non si può mediare, ci sono posizioni che dovrebbero avere una convergenza per creare un programma. Perché dall’altra parte almeno sono uniti su impunità, lobby e prostitute, e di qua sembra che sia impossibile accordarci sull’idea che vogliamo avere sulle famiglie.

Quando sono finite le primarie a sbafo qualcuno ci racconta un paio di idee? C’è qualcuno che sa immaginare e raccontare un progetto politico senza imporsi come leader?