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Politica

In Lombardia la politica beve dove beve la ‘Ndrangheta

Il solito bravissimo Mario Portanova per Il Fatto Quotidiano

“Madonna faccio una figura della Madonna… c’ho mezza Forza Italia cazzo stasera… Tutti quelli di Varese… Tutti i numeri uno di Forza Italia di Varese son lì figa… Faccio una figura faccio… Se va bene stasera Emi… minchia… sei il mio Maradona cazzo…”. E’ incontenibile l’eccitazione dell’imprenditore dei rifiuti Daniele D’Alfonso, titolare della Ecol-Service srl, inconsapevole naturalmente di essere ascoltato in diretta nell’indagine che oggi lo ha portato in carcere insieme ad altre 27 persone. Perché quella sera, il 18 gennaio 2018, riuscirà a mettere intorno a un tavolo non solo lo stato maggiore varesino per partito berlusconiano, ma anche due big di Milano e Lombardia: Pietro Tatarella (nella foto), consigliere comunale nel capoluogo e vicecoordinatore regionale, e Fabio Altitonante, sottosegretario regionale all’area Expo. Anche loro arrestati oggi. Il locale prescelto è la discoteca Noir di Lissone, in provincia di Monza-Brianza. Di cui “Emi”, non meglio precisato nelle carte dell’inchiesta, è il gestore.

Il Noir, però, si è guadagnato in questi ultimi anni una fama che ne sconsiglierebbe l’uso per riunioni politico-imprenditoriali. Antonino Belnome, famiglia calabrese di Guardavalle ma nato e cresciuto a Giussano, nel cuore della Brianza, uno dei più importanti collaboratori di giustizia di ‘ndranghetadegli ultimi anni in Lombardia, lo annovera fra i posti in cui gli ‘ndranghetisti erano ospiti graditi e potevano consumare a volontà senza pagare un euro: il conto “poteva ammontare a mille, anche duemila euro, perché se eravamo in quindici-venti non è che bastavano tre-quattro bottiglie”, mette a verbale il 10 dicembre 2010 davanti alle pm dell’Antimafia Ilda Boccassini e Alessandra Dolci. Si parla di champagne da 250 euro a bottiglia, precisa il collaboratore di giustizia, di “cinque, sei, sette bottiglie”.

Certo, un bel benefit, che gli ‘ndranghetisti radicati in Brianza non hanno neppure bisogno di estorcere con minacce e violenze. Spiega ancora Belnome: nella zona il gestore di un locale “mi conosce, sotto sotto sa chi sono, poi lo vede nel comportamento degli altri, nota determinati atteggiamenti, nota come si comportano al tavolo con me, quando entro quelli che mi salutano, allora il gestore le nota queste cose, quindi le capisce, anche se non è del posto e compra il locale in quel posto. Quindi in automatico non la fa pagare, e poi questo funziona come … diventa un rituale”.

Ed è ancora il pentito, diventato padrino a quarant’anni, esecutore materiale dell’omicidio di Carmelo Novella nel 2008, a dire ai pm che al Noir la sicurezza era gestita da Paolo De Luca. De Luca, anche lui nato e cresciuto al Nord, nella vicina Seregno, sarà arrestato nel 2016 con l’accusa di associazione mafiosa. Secondo gli investigatori, il “boss invisibile” era in contatto con il clan Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), molto attivo in Brianza. Niente di tutto questo ha impedito alla Lega nord salviniana di chiudere proprio al Noir, il 2 marzo 2018, la campagna elettorale per le regionali (ne scrisse anche Roberto Saviano su Repubblica). Presente Paolo Grimoldi, deputato e segretario nazionale lombardo della Lega.

All’imprenditore D’Alfonso, il promotore della “cena con spettacolo” nella discoteca brianzola, i magistrati contestano l’aggravante mafiosa, per l’accusa di aver fatto lavorare nei suoi cantieri le ditte del clan Molluso di Buccinasco. E di aver tenuto a libro paga il sottosegretario Altitonante in cambio di favori negli appalti dell’Amsa, la municipalizzata milanese dei rifiuti. Ma perché politici e imprenditori si riuniscono nel privé di una pista da ballo? L’intento lo chiarisce lo stesso D’Alfonso. Parlando con “Emi” spiega che si tratta a tutti gli effetti di “una cena aziendale”. Che gli costerà parecchio, prevede, perché “tra mangiare e dopo… questi bevono come sanguisughe…”. Fra gli invitati, si legge nelle carte dell’inchiesta, figura Andrea Grossi, figlio di Giuseppe, il “re delle bonifiche” lombarde deceduto nel 2011, coinvolto in diversi procedimenti giudiziari. Il gip ha disposto per lui la misura cautelare dell’obbligo di firma. L’accusa è di aver versato illecitamente, insieme a D’Alfonso, 10mila di finanziamento a Fratelli d’Italia, finiti sul conto corrente del partito nella filiale Bpm di Montecitorio.

La lezione di Mimmo Lucano

Si sa come funziona, nella politica che ormai è tutta show, un reality continuo in cui il personaggio conta più delle idee, della sua effettiva rappresentanza e perfino dei suoi progetti per il Paese. Se si vuole fare politica bisogna avere molti seguaci, essere diventati nel bene o nel male un simbolo e comparire in televisione. Ecco, un giorno magari ci ricorderemo di politici creati in tutto e per tutto da ospitate televisive ripetute che ne sono state la benedizione (vi ricordate la Polverini nel Lazio? Da sconosciuta a onnipresente) e non è un caso che i politici vengano cercati per un selfie, vengano abbracciati come novelli papa laici, e rincorsi per avere una carezza sulla testa dei propri figli.

Funziona semplice: si rincorre per un motivo qualsiasi una certa visibilità e una volta ottenuta si monetizza con una candidatura regionale, nazionale e europea che garantisce soldi, una posizione e soprattutto l’autopreservazione tra quelli che contano.

Mimmo Lucano ha ricevuto richieste di candidatura da tutto lo spettro di centrosinistra per le prossime europee: gli devono avere detto che stare a svernare in Europa per un po’ avrebbe anche messo a tacere quel suo processo farsa (che la Cassazione ha già smontato) in cui un poveraccio fiero come lui deve svuotarsi le tasche piene di niente per dimostrare di non avere preso nessuna decisione per arricchirsi ma semplicemente per il bene della sua città, quella Riace che da fortezza nel deserto dei tartari sotto la sua amministrazione si era trasformata in uno dei più alti esempi di integrazione. È finito sotto processo per dei muli che raccolgono l’immondizia, per dire. E i cosiddetti matrimoni combinati sono l’unica via d’uscita (sempre che ci siano stati) per dare cittadinanza contro un’orribile legge che semina stranieri.

Mimmo Lucano ha detto di no a tutti, sempre con il sorriso sulle labbra, figlio della serenità di essere riuscito a realizzare un sogno e ha deciso che si candiderà, sì, ma come consigliere comunale nel comune di Riace. Sì, avete letto bene, consigliere comunale in quel piccolo paese che qualcuno vorrebbe popolato da fantasmi. Rinunciando ai soldi, al potere e alla visibilità.

E ditemi se non è una lezione chiara, quella di Mimmo Lucano.

Buon lunedì.

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Caro Salvini, per combattere la mafia ti bastava una telefonata

Senza bisogno di sfilare per le strade di Corleone, tra l’altro giocando sull’assioma Corleone=mafia che è il giochetto più stupido e ignorante sulla questione mafie oggi in Italia, Matteo Salvini poteva fare una telefonata al suo sottosegretario Armando Siri per dimostrare di voler combattere efficacemente la mafia senza bisogno di scomodare le forze di Polizia (impegnate a scorazzarlo nella sua campagna elettorale permanente piuttosto che occuparsi della sicurezza del territorio).

Dentro la vicenda Siri (e lo diciamo sciacquandoci la bocca mica per la Lega ma per l’orrore di cui sono imbevuti gli atti processuali) ci sono già dei fatti, al di là della presunta corruzione che dovrà essere poi provata in tribunale, che puzzano di mafia lontano un chilometro ed è un dispiacere che il ministro dell’Interno abbia deciso di non occuparsene preferendo l’ennesima sfilata.

Nicastri (colui che chiese e ottenne dall’imprenditore Arata la promessa di inserire una nuova norma per il biometano) aveva già pronta una società ad hoc per sfruttare l’eventuale emendamento di governo. Questo è un fatto. Ed è un fatto che nelle intercettazioni Arata (grazie anche al ruolo del figlio all’interno della Lega) abbia promesso quella norma in cambio di denaro. Questi sono fatti su cui il ministro Salvini non può fare finta di niente, bontà sua.

Così come non può fingere di non sapere che Nicastri (per diretta corrispondenza suggeritore della norma che avrebbe dovuto fare passare la Lega) sia ritenuto un prestanome di Matteo Messina Denaro e uno dei finanziatori della sua latitanza.

C’è quindi una questione giudiziaria e una questione di opportunità che il ministro ha a disposizione per “liberare il Paese dalle mafie” come promette da mesi e come ha ripetuto pur di non parlare della Festa della Liberazione.

Salvini vuole sconfiggere la mafia? Perfetto, provi a capire perché il biometano per qualcuno andava insistentemente inserito nel contratto e risulterà utile come non lo è mai stato per scoprire che la mafia non sta a Corleone ma si infila tra i colletti bianchi che fungono da anelli di congiunzione con la politica, quelli stessi che già Falcone e Borsellino avevano capito come fossero ben più indispensabili dei mafiosi con la coppola e la lupara.

Farebbe così, un ministro dell’Interno. Chiamerebbe il suo sottosegretario, chiederebbe spiegazioni e ce ne darebbe conto.

Buon venerdì.

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Il campione nazionale, che però è sempre quarto

Eduard Cristian Timbretti Gugiu ha sedici anni. È nato a Cuneo ed è un tuffatore. Dicono che sia uno di quei tuffatori che qui in Italia ci sogniamo da anni, capace di figure incredibili che gli hanno fruttato 16 titoli nazionali italiani. O meglio, che avrebbero dovuto fruttargli 16 ori nei campionati nazionali ma Eduard non esiste. Non esiste. I suoi genitori rumeni lo costringono a sparire sul più bello e quindi nella classifica scivola al quarto posto. Come se non esistesse. Come se avesse una singolare penalità che qui, dalle nostre parti si chiama cittadinanza. Finora gli è successo sedici volte, nei campionati giovanili, in attesa che le carte risultino a posto e finalmente possa essere cittadino, atleta e italiano a tutti gli effetti.

È solo una delle tante storture di una legge retrograda e vergognosa ma forse questa storia fa ancora più rumore perché le penalità, il mancato riconoscimento del talento sono reali, tangibili, ben segnalati sul tabellone dei concorrenti come se l’onta sia un avversario che no, non si può sconfiggere nemmeno con il tuffo perfetto.

«Ho chiesto la cittadinanza nel 2016 ma prima servivano 24 mesi mentre con le nuove regole del decreto Sicurezza (che è un disastro anche su questo fronte, segnatevelo, nda) ce ne vogliono 48», spiega Eduard, e quindi il primo treno da prendere, che sono le Olimpiadi di Tokyo del 2020 in realtà potrebbe già essere perso. Perché Eduard per ora non può partecipare nelle gare internazionali (non esiste, appunto) e il padre può solo rammaricarsi per essere nato dalla parte sbagliata del mondo.

Eppure Eduard frequenta il liceo scientifico (con una media di sette e mezzo) e tutti i giorni dall’una è già pronto per andare in piscina. Dico, cosa gli manca per essere un buon cittadino nei suoi sedici anni? Una politica aperta, inclusiva e moderna: merce rarissima di questi tempi.

E anche se il suo allenatore ricorda come Eduard faccia tuffi con coefficienti di difficoltà inimmaginabile per lui (Claudio Leoni, oggi poliziotto, è stato membro della squadra nazionale) ciò che conta è la frase conclusiva: «Eduard è un ragazzo italiano in tutti e per tutto», dice.

Ma evidentemente no, non basta.

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Carole Cadwalladr inchioda Facebook

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.

Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.

Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutto quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.

Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.

Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.

Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con letteralmente carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolto soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).

Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.

Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.

Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.

Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.

La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?

La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che dobbiamo riprendere il controllo.

Come continuare a perdere voti

Il cattivismo può avere diverse forme. Ciò che lo accomuna è comunque prendersela con i disperati, strumentalizzare i loro bisogni e altezzosamente giudicare le loro mancanze come una colpa inestinguibile. Prima che arrivassero questi barbari  la cosiddetta sinistra ha dato lezioni di cattivismo che chiamavamo piuttosto snobismo oppure più bonariamente distacco dalla realtà ma che aveva alcune caratteristiche peculiari di chi preferisce sprecare una battuta piuttosto che ascoltare un bisogno.

E così è accaduto, per gran parte del giorno, tutto ieri mentre i primi beneficiari del cosiddetto Reddito di cittadinanza hanno urlato tutta la loro delusione appena hanno scoperto che no, quello che avevano sentito dai loro leader politici in televisione è molto diverso dalla realtà e così gente che pensava di avere guadagnato grazie al proprio voto un quasi stipendio ha scoperto che in realtà la coperta è corta per tutti e diventa difficile inventare soldi lì dove non ce ne sono.

Se posso dare un piccolo consiglio, piccolo e personale, mi verrebbe da dire che non è un’idea geniale prendere per il culo la disperazione di chi sperava di avere trovato soluzione alla propria disperazione ma sarebbe anzi il momento opportuno per spiegare ai molti cittadini avvezzi agli slogan già che alla politica, che questo Paese ha bisogno di riforme strutturali piuttosto che elargizioni che rischiano di scontentare i creditori e gli stessi beneficiari. Sembrava facile dire “aboliremo la povertà” perché in effetti è facile davvero, anzi facilissimo, basta aprire la bocca e sperare che nessuno ficchi il naso dentro ai numeri (sarà per questo che non è un buon periodo per i giornalisti?).

Ma quelle persone che sono state tradite dalla propaganda sono elettori. Sono gli elettori che non hanno trovato mai una sinistra in grado di migliorare il proprio tenore di vita. Farsi beffe di loro è il gesto più stupido e antielettorale che si possa mettere in campo.

Buon venerdì.

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Aumento IVA? Tutto già scritto

Dice Salvini che non aumenterà. L’IVA. Punto. Aggiunge tanto per essere più convincente. Come quando parlava delle accise sulla benzina (che sono aumentate di 130 milioni di euro all’anno per tre anni dal 2020 al 2022) o come quando ci dice che i porti sono chiusi e mannaggia a loro che attraccano lo stesso senza avergli fatto prima una telefonata.

Come quando diceva che non si sarebbe mai tirato indietro al processo e invece si è fatto salvare dal Parlamento frignando come un cagnolino a cui è stato dato il suo osso, tutto scodinzolante di felicità.

Così. Ora ci dice che l’IVA non aumenterà perché si è preso l’impegno, quello che è riuscito a silenziare una sentenza sulla sparizione di 58 milioni di euro come se fosse stato un raffreddore di passaggio.

Peccato per lui, ma soprattutto per noi, che nel DEF (documento, ricordiamolo, licenziato dal governo, mica scritto con le macchie di uovo da mia nonna Peppina) che dice chiaramente: «D’altra parte nel 2020-2021 l’effetto positivo dei due provvedimenti (Quota 100 e Reddito di Cittadinanza nda) viene in parte ridimensionato dagli effetti dell’attivazione degli aumenti dell’IVA così come previsti nella Legge di Bilancio 2019. Nonostante non venga ipotizzata una traslazione completa sui prezzi, l’aumento dei prezzi al consumo inciderebbe sul reddito disponibile reale con ricadute sulla propensione al consumo: il tasso di risparmio si ridurrebbe lievemente, attestandosi poco sopra l’8 per cento a fine periodo».

Stupisce lo stupore deli sovranisti alle parole di Tria che non ha fatto che dire ciò che sta già scritto. Ma questi ancora non hanno capito che la politica non si fa con le parole ma sta sugli atti di governo, non gli sono bastati nemmeno tutti questi mesi al governo. Volevano abolire la povertà e ci sarà l’aumento IVA, volevano velocizzare i cantieri e invece è tutto fermo ma di migranti e di rom siamo pieni quindi il problema non si pone. C’è ancora fieno da mettere in cascina per arrivare alle Europee. Poi si vedrà.

Buon giovedì.

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Agli uomini di buona volontà

Dice Laura Boldrini che «la politica è troppo importante per lasciarla fare agli altri». E ha ragione, perfettamente. Del resto la politica è come le mafie: tu puoi non occuparti di loro ma loro si occupano di te. Ed è politica dappertutto in un momento in cui salvare un uomo diventa dibattito politico: attenzione, mica garantirgli una potabile dignità o assicurargli un lavoro, no, no, proprio salvarlo, decidere se debba annegare o no.

È politica un momento in cui si decide di fare pagare i nostri debiti ai nostri figli, provate a trasportare la discussione, immaginatela nella cucina di casa vostra, voi, il vostro compagno o la vostra compagna e i vostri figli che vi ascoltano.

È politica ogni volta che decidiamo di occuparci domani dell’ambiente, di credere che siano inutili allarmismi gli appelli che arrivano per tentare di salvare un pianeta malridotto e un ambiente completamente svenduto alla produttività.

È politica ogni volta che incrociamo un’anziana, stravolta dal caldo o ghiacciata dal freddo, che prova ma non ci riesco e ad essere autonoma con intorno l’indifferenza di una città in cui mica solo la solidarietà ma perfino la collettività è diventata un lusso che non ci possiamo permettere.

È politica desiderare un figlio ma farsi due conti e trovarlo un costo non sostenibile oppure decidere di essere donna e di non volere figlia e doversi quasi giustificare ogni volta che si discute con qualcuno.

È politica avere a cuore la vivibilità della propria città, occuparsi dei propri spazi come se non finissero sul pianerottolo di casa nostra ma fossero molto più ampi, il più ampi possibile, tutto quello che riusciamo a immaginare.

È politica decidere cosa acquistare e dove (questa è talmente vecchia che dovrebbe essere chiara a tutti) ed è politica decidere quale economia sostenere e quale boicottare. Sì boicottare. Che non è mica un verbo da brigatista: significa evitare qualcuno di cui non condividiamo i modi. Perdio, basta con questa convinzione che sia una cosa da non fare.

È politica ogni volta che esprimiamo un’opinione, su un social, in piazza, al bar.

Allora faccio un appello agli uomini di buona volontà: fate politica. Fatela insistentemente. Non lasciate seccare gli ideali e non rinunciate alle utopie. Sarebbe un mondo migliore. Indipendentemente dalla vittoria finale.

Buon martedì.

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L’abolizione delle accise e la potenza dei numeri

Ma ve lo ricordate Salvini tutto baldanzoso in televisione quando annunciava che avrebbe abolito le accise sulla benzina? Ve li ricordate i bar in cui si diceva “peccato che non abbia i voti perché lui è uno che farebbe veramente ciò che dice”? Bene, i voti li ha trovati dal Movimento 5 Stelle che da partito si è trasformato in trampolino di lancio per l’ultradestra e si è fatto ingoiare da Salvini (e infatti ora Di Maio imita il nuovo Pertini de’ noialtri) e allora mi sono detto andiamo a vederli questi numeri, no? I numeri hanno qualcosa di bellissimo: sono lì, monumentali, non scalfibili, non interpretabili, non condizionabili. Evviva i numeri.

Le accise dunque. Ci sono ancora. Tutte. Dal Belice al Vajont. Tutte, anche quelle della guerra in Abissinia e pesano circa il 40% del totale. Ecco tutto. Anzi, nel nuovo Def c’è un aumento delle accise per 130 milioni all’anno nel triennio 2020-2022. Forte, vero?

Imu e Tasi valgono 21 miliardi di gettito per la casse comunali. Sapete cosa ha proposto Salvini? Di accorparle? Ovvero? Ovvero non cambia niente. Cambierà forse il nome. Ma i numeri (ah, maledetti numeri) rimangono sempre gli stessi. Evviva.

Secondo un’inchiesta de Il Sole 24 Ore l’Imu è aumentata quasi in una città su dieci (9,4%) mentre l’addizionale Irpef è stata ritoccata nel 7,3% dei casi. Ah, il taglio delle tasse.

Il taglio delle tasse è un altro must imperdibile: da dieci mesi Di Maio e Salvini ci dicono che taglieranno le tasse e saremo tutti felici. Dopo l’abolizione della povertà arriverà la felicità di cittadinanza , dicono loro. Solo che sul Def che hanno licenziato sfortuna vuole che compaiano i numeri, appunto, e i numeri dicono che quest’anno la pressione fiscale salirà al 42,4 del Pil mentre l’anno scorso era al 42%. Strano, vero?

È che anche in politica, come nella vita, tocca fare i conti con la realtà: ho un amico che al bar offre da bere a tutti per risultare brillante e poi tira la cinghia fino al mese successivo. Noi lo sappiamo, lo trattiamo con distratta simpatia. Solo che, ci pensavo oggi, noi non lo eleggeremo mai, uno così.

Buon giovedì.

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No, a Como non era bullismo. Era ‘Ndrangheta.

Oltre cento anni complessivi di condanne e la conferma del reato di associazione mafiosa. È questo il verdetto di primo grado pronunciato oggi dal Tribunale di Como nel processo ai rampolli della ‘ndrangheta canturina. Pene che vanno dai sette ai diciotto anni nel caso di Giuseppe Morabito, considerato il capo del gruppo e appartenente all’omonima famiglia.

La verità emersa dal processo racconta come i giovani componenti dell’associazione mafiosa avevano il controllo degli affari della movida di Cantù, con particolare riferimento della zona attorno a piazza Garibaldi. Controllo che mettevano in atto attraverso atteggiamenti violenti e intimidatori, metodi tipici della mafia. Dalle carte dell’inchiesta emerge come i commercianti del posto erano a conoscenza della fama del gruppo di calabresi e li trattavano con riguardo: “Meglio non farli pagare che rischiare la vita”, dicevano all’epoca dei fatti. In tutto questo il comune di Cantù ha scelto di non costituirsi parte civile: l’amministrazione di centrodestra, più volte interpellata dai media su questa scelta, ha scelto di derubricare l’accaduto: “Si tratta di atti di bullismo, ecco perché non ci costituiremo”. Bullismo, nient’altro. La sentenza, però, racconta un’altra storia.

“Siamo soddisfatti per questa sentenza perché sono state confermate le nostre indagini” ha commentato il Pubblico Ministero Sara Ombra. Un processo che si è svolto in un clima di paura con teste che hanno ritrattato le proprie testimonianze. “Questa sentenza ci dice che non ci trovavamo di fronte a fatti di bullismo né di criminalità spicciola né di ragazzate, ma che ci trovavamo di fronte a criminalità organizzata di stampo mafioso” dichiara a margine la Presidente della Commissione Antimafia della Regione Lombardia Monica Forte che, come aveva già fatto il capo della direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Dolci (VIDEO), punta il dito contro chi ha provato a minimizzare nell’ultimo periodo: “Oggi le istituzioni e la politica che in passato hanno minimizzato e non si sono costituite parte civile non fanno una grande figura. Oggi questa sentenza deve indurre a un cambio di passo su questi temi”.

(fonte)