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Politica

#Left: cosa ci abbiamo messo dentro

DIRITTI MINORI

Dalla parte dei bambini e degli adolescenti – L’editoriale di Simona Maggiorelli

Minori non accompagnati che finiscono nel quadro normativo del ministero della giustizia, dopo aver rischiato la vita in mare per arrivare in Italia. Bambini contesi e usati come arma di ricatto dai propri genitori nelle cause di divorzio. Ragazzini usati come manovalanza di strada dalla criminalità organizzata. Realtà molto diverse fra loro. Ma tutte, in vario modo, li espongono a traumi e lesioni psichiche, in un momento delicato e cruciale del loro sviluppo. Accade in nome di una cultura politica che li considera “adulti in miniatura”, negando le loro esigenze affettive e di crescita. È questa idea di giustizia punitiva, che impone la pena come espiazione di una colpa, a innervare la proposta riforma della giustizia minorile ora al vaglio del Senato in commissione Giustizia. Nata per rendere più efficiente e meno dispendioso il processo civile prevede l’inserimento dei tribunali minorili nei tribunali ordinari (con una sezione speciale dedicata ai minori.) E si può facilmente immaginare quanto, nel quadro di una giustizia ingolfata come quella italiana, i minori possano trovare un valido ascolto. Dopo l’alzata di scudi di Magistratura democratica e di moltissime altre organizzazioni di operatori e associazioni di tutela dei minori, il ministro Andrea Orlando ha promesso di stralciare dalla riforma la norma relativa alla revisione del ruolo delle corti di giustizia dedicate ai minorenni, «in attesa di una riflessione più approfondita sul tema». Con questa storia di copertina intitolata “Diritti minori” vorremmo dare anche noi un contributo sottolineando l’urgenza di un cambio di paradigma nella cultura giuridica che sempre più deve mettere al centro l’interesse del bambino, liberandosi da una millenaria negazione della sua realtà e identità che affonda le radici nel pensiero greco-romano e cristiano.

copertina
Figli di uno Stato minore

di Donatella Coccoli

«Il giudice mi ha ridato il futuro»

di don. coc.

Minori non accompagnati, la legge c’è solo sulla carta

di Leonardo Filippi

Compiere diciotto anni ed essere lasciato per strada

di Giulio Cavalli

Quando l’orco è un leader di Comunione e liberazione

di Federico Tulli

Reati minorili, sintomi da curare non da punire

di Maria Gabriella Gatti


Politica
Il Pd si è perso l’antifascismo per strada

di leo. fil.

Medio Oriente
Il popolo invisibile degli arabi israeliani

di Umberto De Giovannangeli

Medio Oriente
Un conflitto tra identità diverse

di Chiara Cruciati

Chiesa cattolica
Le spine del cardinale Pell

di Elena Basso

L’inchiesta
Indottrinati dall’Isis bambini vittime due volte

di Michela AG Iaccarino

Cina
Lo stile neocoloniale di Pechino

di Andrea Pira

Il caso
Da Telemaco a Candide. Miller vs Recalcati

di Domenico Fargnoli

Patrimonio archeologico
Quer pasticciaccio brutto dell’arena der Colosseo

di Simona Maggiorelli

Arte e Scienza
Così Galileo migliorò la qualità del suono

di Pietro Greco

Cinema
I nuovi zombie sono i razzisti

di ele. bas.

Musica
Valelapena ascoltare il nuovo Roy Paci

di Alessandra Grimaldi


le rubriche

Left Quote

di Massimo Fagioli

Editoriale

di Matteo Fago

Vaurandom

di Vauro

Parere

di Maurizio Brotini

Parere

di Mauro Romanelli

Parere

di Francesca Bellino

Arte

di Simona Maggiorelli

Libri

di Filippo La Porta

Teatro

di Massimo Marino

Tempo liberato

Community

Tanto per capirsi: la lettera di Medici Senza Frontiere a Minniti

Gent.mo – Marco Minniti – Ministro dell’Interno

 

Gentile Ministro,

Le scriviamo per comunicarle la risposta di Medici Senza Frontiere (MSF) al suo invito a firmare il Codice di Condotta predisposto dal Ministero dell’Interno in consultazione con la Commissione Europea.

Ancor prima di entrare nel merito, ci preme innanzitutto ribadire l’apprezzamento della nostra organizzazione per l’esemplare ruolo svolto dall’Italia nel salvare centinaia di migliaia di vite lungo la pericolosa rotta del Mediterraneo centrale. In questi anni complicati, il disfunzionale sistema di asilo dell’Unione Europea e una risposta insufficiente da parte degli altri Stati membri hanno fatto ricadere sulle sole autorità italiane sfide importanti, che avrebbero meritato ben altra attenzione da parte della comunità europea e internazionale.

Anche a partire da queste considerazioni, MSF ha scelto di partecipare alla discussione sul Codice di Condotta con un approccio assolutamente aperto e costruttivo. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di garantire il miglior coordinamento possibile tra tutti gli attori coinvolti, contribuendo al tempo stesso a rimuovere ogni elemento di dubbio e sospetto sugli obiettivi e le modalità di lavoro delle organizzazioni umanitarie impegnate nel soccorso in mare.

Nel corso delle ultime settimane, abbiamo condiviso con il suo Ministero una serie di preoccupazioni sul Codice di Condotta, richiedendo chiarimenti su temi specifici e sollecitando emendamenti sostanziali che ciavrebbero messo nelle condizioni di poter firmare il documento. Dopo un’attenta valutazione della versione conclusiva del Codice, riconosciamo che sono stati fatti sforzi significativi per rispondere ad alcune delle osservazioni presentate da MSF e dalle altre organizzazioni. Tuttavia alcune delle preoccupazioni e richieste che abbiamo indicato nella lettera del 27 luglio scorso sono state lasciate senza risposta. Le linee di riferimento e l’impianto generale del Codice – dobbiamo dirlo con chiarezza – sono rimasti sostanzialmente immutati. Per questa ragione, con dispiacere e dopo attenta considerazione, riteniamo che allo stato attuale non sussistano le condizioni perché MSF possa sottoscrivere il Codice di Condotta proposto dalle autorità italiane.

Ben consapevoli del rilievo e delle possibili conseguenze di questa nostra decisione, vorremmo cogliere questa opportunità per spiegare apertamente e con maggiore dettaglio alcune delle motivazioni che ne sono alla base.

Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi: auspichiamo che questo vuoto sia solo temporaneo e da tempo chiediamo agli Stati membri UE di creare un meccanismo dedicato e proattivo diricerca e soccorso che integri gli sforzi compiuti dalle autorità italiane. Dal nostro punto di vista, il Codice di Condotta non riafferma con sufficiente chiarezza la priorità del salvataggio in mare, non riconosce il ruolo di supplenza svolto dalle organizzazioni umanitarie e soprattutto non si propone di introdurre misure specifiche orientate in primo luogo a rafforzare il sistema di ricerca e soccorso.

Al contrario, riteniamo che per la formulazione ancora poco chiara di alcune parti, il Codice rischi nella sua attuazione pratica di contribuire a ridurre l’efficienza e la capacità di quel sistema. Ci riferiamo in modo specifico all’impegno richiesto alle navi di soccorso di concludere la loro operazione provvedendo allo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro di destinazione, invece che attraverso il loro trasbordo su altre navi. Fatte salve le circostanze straordinarie indicate nel Codice, questa modalità di organizzazione delle operazioni riduce la presenza di assetti navali nell’area SAR e comporta aggravi non necessari alle navi di soccorso non predisposte per operare regolarmente i trasferimenti a terra delle persone. Nell’esperienza degli ultimi due anni, le navi più piccole hanno spesso fornito un contributo essenziale alle operazioni SAR, stabilizzando i barconi in difficoltà in attesa che navi più grandi provvedessero al soccorso e all’imbarco dei naufraghi. Le nostre unità navali sono molto spesso sopraffatte dall’elevato numero di barconi che si trovano contemporaneamente in stato di difficoltà, e la vita e la morte in mare è una questione di minuti. Il Codice di Condotta mette a rischio questa fragile equazione di collaborazione tra diverse navi con diverse capacità, comportando il rischio effettivo che le navi più piccole siano costrette ad abbandonare frequentemente la zona di ricerca e soccorso e, nel medio periodo, addirittura a cessare di operare.

Il Codice sembra poi ricercare il coinvolgimento di altri governi nel meccanismo di soccorso in mare, in particolare per l’impegno a informare immediatamente le autorità dello Stato di bandiera e a coinvolgere l’MRCC più vicino alla zona in cui si verifica un evento SAR. Fino ad oggi abbiamo lavorato sotto l’esclusivo coordinamento dell’MRCC di Roma, riconoscendo in ogni circostanza la più assoluta efficienza e dedizione. Abbiamo richiesto garanzie che l’obbligo di coinvolgere altri MRCC non avrebbe comportato rallentamenti nelle operazioni di soccorso e nella determinazione del luogo sicuro in base agli accordi internazionali. I cambiamenti apportati a questo impegno nella versione definitiva del Codice non rispondono sufficientemente a questa richiesta e poiché la non chiara assegnazione delle responsabilità tra gli MRCC attivi nell’area ha in passato provocato tragedie, questa rimane per MSF una preoccupazione cruciale.

Abbiamo infine esaminato le disposizioni del Codice alla luce dei nostri principi umanitari di indipendenza, imparzialità e neutralità. La presenza a bordo di funzionari di polizia armati è contraria alla politica “no- weapons” che applichiamo rigorosamente in tutti i nostri progetti nel mondo. È per noi anche una questione di sicurezza e per questa ragione ne richiediamo il rispetto sia agli eserciti e alle forze di polizia che ai gruppi armati e alle milizie di ogni tipo. Mentre la nuova versione del Codice garantisce che le attività umanitarie non saranno ostacolate dalla presenza di funzionari di polizia a bordo delle nostre navi, si richiede ancora alle nostre équipe di contribuire attivamente alla raccolta di elementi utili ad attività di polizia e investigative, e questo costituisce una distorsione sostanziale della nostra missione. Il Codice non fa poi alcun riferimento ai principi umanitari e alla necessità di mantenere la più assoluta distinzione tra le attività di polizia e repressione delle organizzazioni criminali e l’azione umanitaria, che non può essere che autonoma e indipendente.

Il rigoroso rispetto dei principi umanitari riconosciuti a livello internazionale è per noi un presupposto irrinunciabile. Essi rappresentano la sola garanzia di poter accedere, quasi ovunque nel mondo, alle popolazioni in stato di maggiore necessità, assicurando allo stesso tempo ai nostri operatori un sufficiente livello di sicurezza. Ogni compromesso su questi principi è potenzialmente in grado di ridurre la percezione di MSF come organizzazione medico‐umanitaria effettivamente indipendente e imparziale.

Siamo più che convinti che di fronte a queste motivazioni, così vitali per un’organizzazione come la nostra, anche lei comprenderà la responsabilità della posizione netta e rigorosa che abbiamo scelto di assumere, in una circostanza in cui è elevato il rischio che venga fraintesa o male interpretata dalle autorità e dall’opinione pubblica. Non è la prima volta che ci accade, temiamo non sarà l’ultima.

A queste osservazioni si aggiungono le preoccupazioni che già abbiamo condiviso con lei sulla drammatica situazione in Libia. Le persone di cui ci prendiamo cura nei centri di detenzione intorno a Tripoli e quelle che soccorriamo in mare condividono le stesse vicende di violenza e trattamenti disumani. Le strategie messe in atto dalle autorità italiane ed europee per contenere le partenze dalle coste libiche sono, nelle circostanze attuali, estremamente preoccupanti. La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare. Ovviamente le attività di ricerca e soccorso non costituiscono la soluzione per affrontare i problemi causati dai viaggi sui barconi e le morti in mare, ma sono necessarie in assenza di qualunque altra alternativa sicura perché le persone possano trovare sicurezza. Contenere l’ultima e unica via di fuga dallo sfruttamento e dalla violenza non è dal nostro punto di vista accettabile.Anche per questa ragione, il recente annuncio dell’operazione militare italiana nelle acque libiche costituisce un elemento di ulteriore preoccupazione che ci ha confermato la necessità di segnare l’assoluta indipendenza delle nostre attività di soccorso in mare dagli obiettivi militari e di sicurezza.

Nel comunicare la nostra impossibilità a sottoscrivere il Codice di Condotta nell’attuale formulazione, intendiamo confermare pubblicamente che tutte le operazioni di MSF in mare si sono sempre svolte sotto il coordinamento dell’MRCC e in piena conformità alle norme vigenti, nazionali e internazionali. Allo stesso tempo comunichiamo la nostra intenzione di continuare a rispettare quelle disposizioni del Codice che non sono contrarie ai punti sopra illustrati, tra cui quelle relative alle capacità tecniche, alla trasparenza finanziaria, all’uso dei trasponder e dei segnali luminosi. Confermiamo inoltre l’impegno a coordinare ogni nostra iniziativa con l’MRCC e anche a garantire l’accesso a bordo di funzionari di polizia giudiziaria, secondo quanto sopra espresso, così come la collaborazione costruttiva con le autorità italiane, nel pieno rispetto degli obblighi di legge.

Nel restare a completa disposizione per discutere con maggiore dettaglio la nostra decisione, le confermo la volontà di MSF di proseguire la collaborazione con il suo Ministero per contribuire a migliorare il coordinamento e l’efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso in mare.

In fede,

Gabriele Eminente

Direttore Generale Medici Senza Frontiere Italia

Quella brutta storia del capo dei vigili di Milano

La racconta bene Luigi Franco per Il Fatto Quotidiano:

Una scelta definitiva il sindaco Giuseppe Sala non l’ha ancora presa. Ma per ora il comandante dei vigili di Milano Antonio Barbato è salvo. Di ulteriori approfondimenti è stato incaricato il comitato per la Legalità del comune presieduto da Gherardo Colombo: “Solo a valle di tutto ciò – spiega il sindaco in una nota – sarò in grado di valutare la posizione del comandante”. Il nome di Barbato è finito, seppure da non indagato, nelle carte dell’inchiesta dei pm della Ddadi Milano che lo scorso maggio ha portato a scoperchiare, tra l’altro, presunteinfiltrazioni in appalti relativi alla vigilanza privata a palazzo di giustizia. Dalle carte depositate in questi giorni sono venute a galla alcune conversazioni tra Barbato e Domenico Palmieri, ex dipendente provinciale e sindacalista della Uil finito agli arresti in quanto accusato di avere svolto un ruolo di “facilitatore” per il clan catanese dei Laudani.

I pm hanno appurato come Palmieri abbia offerto a Barbato la possibilità di fare pedinare un vigile-sindacalista “nemico” del comandante dalla società di vigilanza privata di Alessandro Fazio, anche lui finito agli arresti. Scopo dei pedinamenti, poi non eseguiti, sarebbe stato controllare come il vigile-sindacalista utilizzava le ore di permesso sindacale. Mentre la contropartita sarebbero state informazioni su appalti del comune legati alla sicurezza, a cui era interessato Fazio, presentato a Barbato da Palmieri. Quando un mese fa i pm hanno sentito Barbato come testimone, gli hanno domandato: “Le pare normale che lei accetti la proposta di far seguire un suo dipendente sostanzialmente dalla polizia privata di Fazio che era comunque interessato a gare in tema di sicurezza bandite dal Comune?”. Ed ecco la risposta messa a verbale: “Sono perfettamente consapevole che in funzione del mio incarico non sarebbe stato conveniente né eticamente corretto (…). Infatti anche se ho accettato la proposta di Palmieri non se ne è fatto mai niente”.

Barbato non è stato indagato, ma rimane aperta la questione dell’opportunità di quegli incontri. Da una parte ci sono le critiche delle opposizioni a Palazzo Marino e i dubbi della stessa maggioranza, con il capogruppo del Pd Filippo Barberis che ha chiesto “un chiarimento sufficiente per l’amministrazione a considerarlo ancora adeguato all’onorabilità che richiede l’incarico di comandante dei vigili”. Dall’altra parte la difesa sinora garantita a Barbato dai sindacati, mondo da cui proviene lo stesso comandante. Ex sindacalista della Usb, Barbato ha alle spalle un licenziamento dal corpo, seguito da reintegro, quando nel 1998 criticò un’ordinanza anti prostituzione dell’allora sindaco Gabriele Albertini. In passato ha anche tentato il salto in politica, candidandosi per due volte al consiglio comunale nelle liste di Rifondazione comunista. Dopo essere stato promosso vice comandante della polizia locale sotto la giunta Pisapia, a inizio 2016 ha preso il posto del dimissionario Tullio Mastrangelo.

Oggi la sua posizione è stata al centro di due distinti incontri. Il primo tra lo stesso Barbato e l’assessora milanese alla Sicurezza Carmela Rozza, che aveva chiesto al comandante la presentazione di una relazione scritta. Il secondo tra l’assessora e Sala. Come detto, la decisione per il momento è stata quella di confermare il comandante al suo posto. “Non possiamo prendere decisioni solo su notizie di stampa – ha commentato Rozza al termine dell’incontro con il sindaco – ma ci deve essere un percorso chiaro. Io e il sindaco abbiamo ritenuto giusto inviare la relazione di Barbato alla commissione Legalità perché possa approfondire i fatti. Sul piano formale e sostanziale non c’è nessuna illegalità, ma c’è una questione legata a un punto di vista etico e gestionale, che è giusto approfondire. Il comandante non aveva preso sul serio questa proposta di pedinamento e anche il magistrato a quanto sembra si è fatto l’idea che non c’è reato”.

Barbato non è l’unica figura legata a Palazzo Marino su cui l’inchiesta della dda ha gettato ombre. Nelle carte, infatti, è finito anche l’ex assessore al Commerciodella giunta Pisapia e oggi consigliere comunale delegato al Bilancio della Città metropolitana, Franco D’Alfonso. Il suo nome, a differenza di quello di Barbato, è stato addirittura iscritto nel registro degli indagati per corruzione, ma la sua posizione è stata successivamente destinata a una richiesta di archiviazione. Restano però anche per lui le questioni di opportunità, considerate le conversazioni con Palmieri in cui D’Alfonso si era detto interessato alle prossime elezioni regionali, per le quali l’imprenditore Arcangelo Giamundo, a detta di Palmieri, avrebbe potuto garantire un pacchetto di voti. E tra i discorsi fatti, i due avevano parlato anche di un appalto relativo all’Idroscalo, di competenza della Città Metropolitana, a cui era interessato Giamundo.

E intanto Maroni compra i tablet per il referendum dal fornitore più screditato del mondo

Il mio pezzo scritto per Possibile:

Roberto Maroni, presidente del sultanato di Lombardia, spende 23 milioni di euro per il prossimo referendum-truffa sull’autonomia lombarda acquistando 24mila tablet. «È il voto elettronico, bellezza!», dice tutto compiaciuto in conferenza stampa mentre sciorina l’avanzamento tecnologico di una regione che per prima decide di abbandonare le matite. Del resto in Lombardia ciò che conta, da tempo, è la narrazione del futuro e fa niente che poi, alla fine, il tutto si riduca alla propaganda che (Lega in testa) continua a propinare da decenni.

Ma non è questo il punto: il sistema per il voto elettronico è stato sviluppato da una società olandese, la SmartMatic, che ha vinto la ricca gara d’appalto e che in Regione viene presentata come fiore all’occhiello. E allora vediamo bene chi è questa punta di diamante. SmartMatic è, per chiunque si occupi di politica internazionale, il simbolo di un’opacità (aziendale e di prodotto) di cui solo Maroni sembra non essersi accorto. Stiamo parlando della stessa azienda che nel 2006 è finita nella “lista nera” degli USA per il fiasco elettorale di Chicago (quando votarono addirittura “i morti”, come nella migliore tradizione cartacea) e il suo fondatore, Antonio Mugica, è accusato da tempo di essere stato “vicino” a Chavez e ai suoi eredi e di avere intenzionalmente manipolato le regole elettorali in Venezuela (qui un articolo). Forse vale la pena ricordare anche che l’unica volta che Mugica ha concesso un controllo terzo dell’affidabilità dei suoi sistemi di voto (era il 23 novembre del 2005, in Venezuela, in presenza degli osservatori elettorali dell’Unione Europea e dell’OAS) è stato dimostrato come la segretezza del voto “fosse gravemente compromessa”.

E, se non bastasse, vale la pena leggere cosa scrive Alek Boyd, giornalista e attivista per i diritti politici, che in suo articolo racconta come “l’unica volta che SmartMatic ha partecipato a un processo elettorale negli USA (rivelatosi un clamoroso fiasco, Chicago 2006 nda) si è rifiutato di offrire qualsiasi collaborazione al governo USA” e che SmartMatic ha vinto dal 2004 appalti per oltre 300 milioni di dollari soprattutto “da parte dei governi irresponsabili di Paesi sottosviluppati dove i principi democratici, come elezioni libere e eque o la trasparenza, sono stati completamente disattesi”.

Ecco tutto. Buon voto, quindi.

 

Il Paese che è Stato

Non c’è nemmeno bisogno di scrivere commenti. Basta citare quello che c’è nell’inchiesta. Così, semplicemente. Si tratta dell’ordinanza che ieri ha portato all’arresto di Santo Filippone e Giuseppe Graviano in cui (per l’ennesima volta, anche se tutto fingono che sia una novità) emerge che le mafie si sono “federate” per mettere in crisi lo Stato.

Ecco qui:

“Che la ‘ndrangheta non sia coinvolta nelle logica delle stragi voluta da Toto Riina – ha detto Lombardo – è solo falsa politica. Numerose dichiarazioni che abbiamo riscontrato di collaboratori calabresi e siciliani, che erano disperse in decine di inchieste separate, ci hanno permesso di ricostruire un mosaico che dà dignità a questa inchiesta e spiega i motivi che hanno portato all’attacco all’Arma dei carabinieri e ad altri rappresentanti dello Stato”.

“Il disegno terroristico e mafioso servente rispetto ad una finalità più alta, che prevedeva la sostituzione di una vecchia classe politica con una nuova, diretta espressione degli interessi mafiosi”, ha detto il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. “Dopo il tramonto della Prima Repubblica e la lunga scia di sangue che ne ha segnato il trapasso – ha aggiunto il numero uno di via Giulia – ‘ndrangheta e Cosa nostra volevano mantenere il controllo assoluto sulla classe politica, proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si andava delineando. In questo quadro rientrava anche la decisione delle mafie di fare un attentato dinamitardo con un’autobomba nella terza decade del mese di gennaio del 1994 allo stadio Olimpico contro i carabinieri che avrebbe provocato, secondo chi lo aveva organizzato, almeno cento morti tra gli uomini dell’Arma, con effetti destabilizzanti per la democrazia”.

“In numerose azioni tra cui il duplice omicidio degli appuntati Fava e Garofalo e l’assassinio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, viene usata dagli assassini la rivendicazione Falange armata la stessa che viene usata anche per gli attentati a Roma ed a Firenze. Fu proprio Riina, come ci è stato riferito da Leonardo Messina e da altri importantissimi collaboratori, per il loro ruolo in Cosa nostra, collaboratori di giustizia siciliani, che nell’estate del 1991 ad Enna, dove aveva riunito i vertici di cosa nostra siciliana, spinse ulteriormente l’organizzazione criminale a ‘rompere le corna allo Stato’ utilizzando la sigla Falange armata”.

“È di questo periodo, anche se numerosi riscontri datano tempi precedenti che si infittiscono i rapporti ed aumentano le pressioni di cosa nostra stragista sui vertici delle cosche più rappresentative della ‘ndrangheta calabrese ai quali viene chiesto, in alcune riunione svoltesi a Nicotera (Vibo Valentia), Lamezia Terme e Milano, l’esplicita adesione al programma autonomista e stragista cui il capo corleonese voleva dare corso. A questa richiesta aderirono i De Stefano, i Libri, i Tegano di Reggio Calabria, i Coco Trovato e i Papalia di Platì creando un asse operativo con quello che appare sempre di più un grumo di interessi politici ed economici attorno a cui ruotano servizi segreti deviati, massoni vicini a Gelli e organizzazioni criminali”.

La strategia stragista “si arresta o si depotenzia non appena i corleonesi, la ‘ndrangheta ed altre organizzazioni criminali come la camorra e la Sacra Corona Unita trovano nel nuovo partito di Forza Italia la struttura più conveniente con cui relazionarsi”.

Ecco. Serve altro?

Buon venerdì.

(continua su Left)

Non è il “dipartimento mamme”, il problema. Non solo

Dunque il Pd lancia il “dipartimento mamme”. In realtà, a ben vedere, è solo uno dei dipartimenti pensati “per affrontare al meglio le sfide dei prossimi mesi”, come scrive la nota ufficiale del partito, ma il “dipartimento mamme” inevitabilmente ha suscitato più di qualche perplessità e se qualcuno con cattiveria ha fatto notare che sarebbe stato il caso anche di un “responsabile babbi” (come ha scritto Chiara Geloni su twitter, riferendosi chiaramente alle vicende giudiziarie di Tiziano Renzi e a Banca Etruria per la famiglia Boschi) molti altri, anche tra i democratici, hanno colto un senso politico chiaro. Renzi, si sa, è uomo devoto alla comunicazione (quella di vacuo ottimismo sotto slogan spinti figlia del berlusconismo) e difficilmente scivolerebbe sul “titolo” di un pezzo così importante della sua cabina di regia in vista della prossima campagna elettorale.

Del resto già lo scorso 7 marzo il segretario del Pd aveva indicato le tre priorità: lavoro, casa e (appunto) mamme. Giulia Siviero, giornalista de Il Post, aveva colto perfettamente il senso in una sua lettera indirizzata proprio a Renzi:

«Lei non ha mai pronunciato la parola donne (e basta o uomini), non ha scelto le donne come centro della sua futura pratica politica, ma ha scelto di tornare a uno scenario anacronistico e ingiusto. Parlare solo di “mamme” esclude immediatamente non solo le donne che non lo sono, ma le madri stesse che al di là e al di qua della maternità sono altro, sempre e comunque altro: sono donne che vanno a scuola, che lavorano, che vengono pagate meno, che cercano lavoro o vengono licenziate, che scioperano, che si sostituiscono al welfare, che guardano la tv e leggono i giornali, che non vogliono essere madri, che vogliono avere un figlio in modi diversi, che subiscono violenza, che arrivano e che partono».

Ma c’è di più, se riusciamo ad allargare lo sguardo: le “mamme” sono state, da tempo, tra le parole chiave dell’egemonia culturale conservatrice. Come dire: tra i temi da “non regalare alla destra” (che è l’ossessione ripetuta da Renzi per giustificare la propria deriva, a destra) ora c’è da riprendersi anche questo, con buona pace degli intenti progressisti che stavano nella fondazione stessa del Partito democratico. “Un dipartimento mamme manco nella Dc anni Cinquanta”, ha scritto Aurelio Mancuso, che del Pd è componente dell’Assemblea nazionale.

Il “dipartimento mamme”, del resto, dimostra anche che il “Family day” e tutta la comunicazione che ci stava intorno probabilmente sono qualcosa di più di un semplice inciampo di governo, come il Pd aveva sostenuto. E forse è un caso – o forse no – che tra i dipartimenti manchi ora quello dei “diritti civili”, ben diverso dal senso del “dipartimento delle pari opportunità” come ben sa chiunque, Renzi in testa, ha a che fare con queste diciture in questi ultimi anni.

Infine una curiosità, grigia: ha trovato un ruolo anche Walter Verini. Per chi non sapesse chi sia bisogna tornare al ddl Scalfarotto che estendeva la legge Mancino ai reati determinati da odio per questioni di orientamento sessuale e identità di genere: Verini fu quello che, con un furbo subemendamento cofirmato con l’onorevole Gatti, “azzoppò” la legge secondo i timori delle associazioni e degli operatori del settore. Eccolo. Proprio lui.

Tanto per avere un quadro largo, insomma.

Buon lunedì.

(continua su Left)

La verità sul derby tra l’Eliseo e Fincantieri? Le armi, semplicemente.

Gianluca De Feo arriva al punto. Chiaro, netto, semplice:

La battaglia navale tra Italia e Francia non è solo questione d’orgoglio. Il mercato delle crociere è ricco, ma quello delle cannoniere promette ancora di più: entro pochi mesi si firmeranno contratti per una quarantina di miliardi, con le aziende controllate dai governi di Roma e di Parigi in diretta competizione. E se gli hotel galleggianti delle vacanze sono un business tra privati, le flotte da guerra invece restano un affare di stato.

Con una manovra a sorpresa, nel 2016 Fincantieri ha piazzato una bordata micidiale ai francesi: gli ha soffiato la commessa del Qatar, che prevede la creazione dal nulla di un’intera marina per l’Emirato del deserto petrolifero. Quattro corvette, una mini-portaerei, due pattugliatori e assistenza per i prossimi quindici anni nell’addestramento degli equipaggi e nella manutenzione. Significano un assegno iniziale da cinque miliardi diviso tra Fincantieri e Leonardo, entrambe nelle mani del Tesoro, e lavoro per diecimila persone, con tempi stretti perché il Qatar vuole schierare la flotta per i Mondiali del 2022 quando dovrà garantire l’ombrello anti- aereo per il Paese. Una vittoria eccezionale: ogni cosa verrà prodotta in Liguria, senza subappalti. E vendere le navi vuole dire imporre al cliente l’intera dotazione di radar e armi, uno shopping dove ogni gadget costa carissimo: se il Qatar completasse la fornitura con un apparato completo per intercettare i missili balistici, solo per quello ci sarebbe un altro miliardo da fatturare.

Quel trionfo è stato favorito da una congiuntura geopolitica forse irripetibile. Parigi ha pagato lo scotto per gli accordi militari con l’Egitto finanziati dagli avversari sauditi del Qatar mentre il governo Renzi ha sfruttato al meglio la debolezza della presidenza Hollande, offrendo l’impegno congiunto di ministri, industria e forze armate. All’Eliseo hanno fatto buon viso a cattivo gioco, aprendo le porte di Stx agli azionisti italiani e prospettando una nuova alleanza pure nel settore militare. In fondo, i due paesi erano riusciti a collaborare insieme sin dagli anni Novanta, con una relazione che aveva prima partorito i caccia della classe Orizzonte e infine le fregate Fremm – dieci per la nostra marina, otto per la loro – ritenute le migliori della categoria più richiesta dagli ammiragli d’ogni nazione. Ma nei sette mari si è aperta la corsa agli armamenti e i francesi hanno sete di vendetta. L’Australia è pronta a spendere una ventina di miliardi per nove fregate d’ultima generazione. Il Canada cerca quindici unità dello stesso tipo, con una somma simile sul tavolo. Si deciderà tutto in pochi mesi. E il paradosso è che Roma e Parigi si sfidano offrendo l’identica nave, la Fremm appunto, seppur con equipaggiamenti diversi.

Il vento è cambiato. Oltralpe al timone c’è Macron, ambizioso e dinamico, mentre a Palazzo Chigi si naviga sottocosta per chiudere la legislatura. Lo stato francese ha ben strutturato i suoi investimenti: possiede il 62 per cento del cantiere militare Dcns mentre un altro 35 per cento è di Thales, il colosso dell’elettronica dove il maggior azionista è sempre pubblico. Insomma, c’è un’unica regia nel promuovere navi e radar mentre da noi Fincantieri e Leonardo seguono rotte parallele. A Parigi hanno fatto sistema e vogliono imporlo all’estero con tutto il peso del Paese, dei suoi ammiragli, della sua diplomazia e delle sue banche.

Il problema di fondo è che Fincantieri e Leonardo sono le uniche grandi compagnie nazionali rimaste a concepire tecnologie avanzate. Entrambe nello scorso decennio hanno preferito investire negli Stati Uniti, con una scelta strategica che rischia di tagliarci fuori dai grandi giochi europei o quantomeno dal nascente asse franco-tedesco. L’intesa tra Macron e Merkel per la costruzione di un superjet da combattimento e di droni militari potrebbe abbattere il futuro dell’industria aeronautica italiana, retrocessa a mero assemblatore di pezzi del programma statunitense F-35. E in mare il nostro catalogo per l’export è quasi la fotocopia di quello francese, che si tratti di fregate o navi tuttoponte: più della qualità dei prodotti, conta la capacità dello Stato di siglare alleanze globali e contare a livello internazionale. Uno scenario senza alternative: o si riesce rapidamente a cambiare oppure il declino è inevitabile.

(fonte)

È sentenza: in Lombardia “c’è stato patto di scambio tra le cosche e la politica”. Così cadde Formigoni.

Parlano di “un patto di scambio” avvenuto “concretamente” tra l’ex assessore regionale Domenico Zambetti e Eugenio Costantino e Giuseppe D’Agostino come “referenti e portavoce di alcune importanti famiglie mafiose della ‘ndrangheta lombarda” le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale lo scorso febbraio ha inflitto pene dai 16 anni e mezzo in giù (13,5 a Zambetti), nell’ambito del processo sulle presunte infiltrazioni delle cosche calabresi in Lombardia e sul voto di scambio. Nelle quasi 500 pagine il giudice Maria Luisa Balzarotti scrive che il “contraente” di Zambetti è una organizzazione criminale unitaria in cui sono federate le famiglie di ‘ndrangheta operanti in Lombardia”. Inoltre “tale compattezza e unitarietà che rende elevatissimo il potere criminale dell’associazione è nota a Zambetti, ed è ciò che gli garantisce di trarne dal negozio illecito l’utilità che si propone: quella cioè di ottenere un numero di voti, di tale entità da assicurare la sua elezione nella competizione per il rinnovo del consiglio regionale del 28-29 marzo 2010”.

Per il magistrato, che ha depositato le motivazioni sabato scorso, è “inequivocabile” che i due esponenti delle organizzazioni criminali, con “la collaborazione” di altre persone tra cui Ambrogio Crespi (fratello dell’ex sondaggista di Berlusconi e condannato a 12 anni, ndr), “hanno raccolto effettivamente i voti promessi a Zambetti(…) e di contro, l’assessore regionale, dopo una iniziale ritrosia, ha versato in contanti il corrispettivo precedentemente pattuito nelle loro mani”. Corrispettivo che, secondo l’accusa, sarebbe ammontato a 200 mila euro per circa quattromila voti.

Domenico Zambetti, l’ex assessore regionale tra le persone condannate lo scorso febbraio nell’ambito del processo sulle presunte infiltrazioni delle cosche calabresi in Lombardia e sul voto di scambio, “ha dato dimostrazione di essere pienamente consapevole delle capacità di intimidazione del gruppo criminale, al quale si è volontariamente e consapevolmente rivolto per reclutare i suffragi”. Lo scrive il giudice Maria Luisa Balzarotti nelle motivazioni della sentenza, sottolineando che “la particolare qualità del contraente di Zambetti- la federazione delle più importanti famiglie di ‘ndrangheta insediate nel territorio lombardo – sodalizio di cui è notorio il potere criminale e che ha esercitato in concreto (…) un condizionamento diffuso e fondato sulla prepotenza e sulla sopraffazione (…) rende evidente che l’accordo negoziale illecito non ha esaurito il proprio contenuto nello scambio di voti contro denaro, ma ha incluso l’impiego, presso gli elettori, del potere di condizionamento mafiosi”.

Per il giudice “Zambetti ha, consapevolmente, scelto quale contraente un tale terribile centro di potere perché puntava al bacino elettorale lombardo della ‘lobby calabrese’ e al consenso dell’intera consorteria. Un’indicazione di voto – si legge ancora – proveniente da tale sodalizio (…) che, in quanto tale, è sorretta dalla forza intimidatrice del vincolo associativo, al di là di atti di violenza o di minaccia, (…) avrebbe potuto consentirgli di conseguire nel bacino territoriale della Lombardia, in cui il sodalizio è ormai storicamente radicato, il quantitativo di voti propostogli”.

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Una riflessione (seria) su Mafia Capitale. Di Gian Carlo Caselli.

(una riflessione da leggere, di Gian Carlo Caselli)

Mafia Capitale dimezzata. Perché il tribunale di Roma ha inflitto a Carminati, Buzzi, e soci la metà delle pene chieste dall’accusa. E poi perché quelle due parole (che esprimevano l’essenza stessa del processo) dopo la decisione del Tribunale si sono ridotte ad una soltanto. “Capitale” rimane perché Roma è il teatro delle attività criminali contestate. Ma viene cancellata la parola “mafia”. Nel senso che il tribunale ha escluso l’associazione mafiosa e l’aggravante di mafia.

Ovviamente la sentenza va rispettata e la sua motivazione andrà letta con attenzione. Ci stanno peraltro alcune considerazioni di carattere generale che possono aiutare ad inquadrare il problema. Irrigidirsi negli schemi tradizionali può essere fuorviante. L’impegno continuo della magistratura e delle forze dell’ordine racconta quotidianamente nuovi intrecci e nuove vocazioni delle mafie, in particolare le loro capacità imprenditoriali e la lungimiranza nell’individuare nuovi campi di attività e nuovi affari cui dedicarsi.

Via via le mafie abbandonano l’ambito “militare” per vestire – come si usa dire – il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, allo scopo di cogliere e meglio gestire le opportunità e i vantaggi offerti dallo specifico ambiente in cui operano e per tessere in maniera più efficace e produttiva, dal punto di vista economico, la rete di interessi che è il loro obiettivo principale. Un contesto nel quale sono decisivi i rapporti con pezzi della politica, dell’amministrazione e dell’imprenditoria. La “zona grigia”. Senza di cui non di mafia si tratterà, ma di “semplice” gangsterismo, cioè criminalità di strada.

Viceversa, se queste relazioni esterne sono provate, l’associazione mafiosa diviene più facilmente configurabile. Ora, nello specifico caso di “Mafia (ex) Capitale”, il principale imputato Massimo Carminati, stando a una intercettazione, aveva descritto l’attività propria e dei suoi sodali parlando di un “mondo di mezzo”, dove si incontrano “quello di sopra” (personaggi eccellenti) e “quello di sotto” (criminali “comuni”). Parole che traducono in linguaggio corrente, a suo modo persino suggestivo, fior di studi e ricerche dei maggiori esperti di mafie: quelli che individuano appunto, nei rapporti torbidi con pezzi della legalità, il Dna delle mafie.

La filosofia di Carminati (sempre stando ad una intercettazione) era tenere pronti vari progetti da sottoporre a coloro – politici o amministratori – cui spettava decidere. Chiedendo “che te serve? come posso guadagnare?”; con l’avvertimento finale: “te lo faccio io” quel lavoro, ma “se poi vengo a sapere che te lo fa un altro, è ’na cosa sgradevole”. Una evocazione delle possibili conseguenze nel caso di una possibile mancata intesa.

Per situazioni del genere, una sentenza della Cassazione del 2015 ha stabilito questo principio: mafia è anche quel sodalizio criminale che adopera il metodo mafioso “in forma silente, senza ricorrere e forme eclatanti, avvalendosi di quella forma di intimidazione, per certi aspetti ancora più temibile, che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato”. Se si aggiunge che nel processo contro Carminati & C. sono stati condannati a pene consistenti vari uomini di destra come di sinistra, sarà davvero interessante studiare la motivazione del tribunale di Roma.

Voglio infine precisare come occorra seguire i percorsi, le evoluzioni, i collegamenti, le modalità e le capacità di adattamento del sistema criminale nonché dei mondi ad esso volta a volta contigui ma funzionali. Come si deve prendere atto della progressiva trasformazione non solo del modus operandi, ma – per certi profili – della stessa identità delle organizzazioni mafiose.

Valutando conseguentemente l’opportunità di adeguare i nostri modelli di lettura dei fenomeni criminali, allo scopo di migliorare in chiave preventiva e repressiva il contrasto delle mafie in ogni loro articolazione. Senza che nel nostro subconscio si annidino stereotipi sbagliati. Tipo quello che per essere mafiosi bisogna essere del Sud.

(fonte)