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Politica

“Siate realisti: chiedete l’ impossibile”

(di Stefano Rodotà)

“Siate realisti: chiedete l’ impossibile”. Questo ammonimento, che Albert Camus affida a Caligola, dovrebbe rappresentare un costante criterio di riferimento per tutti coloro che pensano e agiscono politicamente – e comunque identificano la politica con il cambiamento. Il rischio concreto, altrimenti, è quello di una sorta di tirannia dei fatti che, se considerati come un riferimento da accettare senza alcuna valutazione critica, come l’ unica misura e regola del possibile, ben possono trasformarsi in una trappola, o una prigione. Una questione di evidente rilievo culturale e che, se trasferita sul terreno politico, può aprire una strada verso finalità sostanzialmente conservatrici.

È quel che sta accadendo in molti casi, con una scelta che non può essere considerata inconsapevole o innocente. L’ attribuire ai nudi fatti la competenza a dettare le regole della vita sociale e politica dà origine ad una sorta di naturalismo che sconfigge la necessaria e consapevole artificialità della regola giuridica e della decisione politica. E che, nella sostanza, trasferisce il potere di scelta dalla procedure democratiche alla dinamiche di mercato. È così nato un nuovo diritto naturale, al quale viene attribuita una specifica legittimazione grazie al riferimento ad un mondo globale dove non sarebbe possibile ritrovare soggetti che abbiano la competenza per governarlo. Conclusione che trascura il passaggio da una concentrazione ad una moltiplicazione dei soggetti e dei luoghi delle decisioni, sì che il problema è piuttosto quello di creare le condizioni istituzionali per la democraticità di questi processi per quanto riguarda partecipazione e controllo. In questa prospettiva non muta soltanto la dimensione spaziale, con la globalizzazione, ma pure quella temporale, con la rilevanza assunta dall’ insieme delle dinamiche che determinano e accompagnano nel tempo l’ azione di una molteplicità di attori.

L’attuale discorso pubblico mette in evidenza, quasi in ogni momento, la necessità di spingere lo sguardo oltre gli specifici fatti che la realtà quotidiana concretamente propone, di ragionare considerando anche la prospettiva di lungo periodo. Compaiono con insistenza parole che invitano, spesso in maniera perentoria, a riflettere e ad agire seguendo vie che portano, si potrebbe dire, ad incorporare il futuro nel presente. Si insiste sull’utopia, fin dal titolo dei libri, e si accenna addirittura alla profezia.

Si riscopre l’”utopia concreta” di Marc Bloch, sull’utopia dialogano Paolo Prodi e Massimo Cacciari. Il senso di questi riferimenti, fino a ieri inusuali nella discussione corrente, è evidente. La riflessione e la stessa azione politica non possono essere amputate della dimensione della progettazione, che molto ha sofferto in questi anni per una sua impropria identificazione con l’ abbandono delle ideologie. Nel momento in cui si torna a sottolineare l’ impossibilità di trascurare la discussione sulle idee, non dovrebbe essere troppo tardi per acquisire piena consapevolezza del fatto che la cattiva politica è sempre figlia della cattiva cultura.

Ma non sempre nella discussione pubblica si può cogliere questa consapevolezza. Sta accadendo per la questione del reddito, che gioca un ruolo sempre più rilevante per la costruzione di una agenda politica adeguata al tempo che stiamo vivendo. Tema che davvero può essere collocato tra le questioni “impossibili” di Camus, poiché esclude la possibilità di distogliere lo sguardo da una realtà sempre più chiaramente caratterizzata da una rilevanza nuova del rapporto tra esistenza e risorse finanziarie.

In Francia nel programma proposto da Benoit Hamon per la sua candidatura alle elezioni presidenziali il riferimento ad un reddito universale ha una evidenza particolare e sollecita la discussione sul fatto che siamo di fronte appunto ad una utopia concreta. Da anni, in Italia, Luigi Ciotti parla di un reddito di dignità, sottolineando così proprio l’ impossibilità di eludere una questione che riguarda l’ antropologia stessa della persona. E non si tratta di discussioni astratte. Il ceto politico italiano – qui distratto, come in troppi altri casi – dovrebbe sapere che, soprattutto grazie alle provvide iniziative di Giuseppe Bronzini nell’ ambito delle attività della Rete italiana per il reddito di base, è nata una cultura che non solo ha reso possibile una impegnativa discussione sui rapporti tra il reddito e l’ esistenza stessa della persona, ma ha consentito ad un centinaio di associazioni di mettere a punto una proposta di legge d’ iniziativa popolare che le Camere farebbero bene a prendere seriamente in considerazione.

Così la realtà “impossibile” può trovare la via per incontrare le sue effettive e molteplici possibilità, che danno concretezza al cambiamento e possono tradursi in istituti diversi per rispondere alle diverse richieste determinate da una molteplicità di condizioni materiali. Qui si colloca quello che ormai possiamo, anzi dobbiamo, definire come un vero e proprio “diritto all’ esistenza”: unico nel suo riconoscimento, articolato per consentirne l’ effettiva attuazione. Questo spiega la ragione per cui il riferimento al reddito è quasi sempre accompagnato da specificazioni che possono riguardare la sua misura (da minimo a universale) o un particolare contesto (familiare) – un insieme di variazioni esaminate nel bel libro di Elena Granaglia e Magda Bolzoni, che mostra come si tratti di un tema che è parte integrante della questione della democrazia “possibile”, e nello scritto di Stefano Toso dedicato proprio a reddito di cittadinanza e reddito minimo.

Un tema tanto significativo per la costruzione dell’ agenda politica non può essere separato da tutti gli altri ai quali si vuole attribuire rilevanza. E la dialettica tra possibilità e impossibilità esige l’ individuazione dei principi e dei criteri che devono guidarla, dove la possibilità diventa ovviamente anche quella legata alla realizzazione di una politica costituzionale.

È una ovvietà il sottolineare che si debbono prendere le mosse dal lavoro, indicato fin dal primo articolo come il fondamento stesso della Repubblica e più avanti, nell’ articolo 36, come la condizione sociale necessaria per una esistenza libera e dignitosa. E, poiché non si possono certo ignorare le situazioni di disoccupazione o sottoccupazione, è ben comprensibile che, accanto all’ attenzione diretta per il lavoro, compaia quella sempre più intensamente rivolta ad altri strumenti, che possono comunque mettere le persone nelle condizioni materiali inseparabili appunto dall’ effettiva condizione di libertà e dignità del vivere.

Una esistenza che, come sottolineava già la costituzione tedesca del 1919, non può essere identificata con la semplice sopravvivenza, ma deve concretamente manifestarsi come esistenza “degna dell’ uomo”, “dignitosa”. Una novità non soltanto linguistica. Un impegnativo riferimento – appunto la dignità – compare oggi in apertura della Carta dei diritti fondamentali dell’ Unione europea, affiancando in maniera particolarmente significativa gli storici principi della libertà, dell’ eguaglianza, della solidarietà. Nella storia degli ultimi decenni, anzi, proprio l’ evocazione della dignità è divenuta addirittura più intensa di ogni altra e costituisce ormai un dato che unisce gli ammonimenti di Papa Bergoglio alla richieste dei nuovi “dannati della terra”, come i braccianti della piana di Rosarno. Questo sguardo più approfondito e consapevole arricchisce nel loro complesso gli obiettivi costituzionali, porta con sé un chiarimento del potere dei cittadini e un rafforzamento dei loro diritti, e rende più evidenti e ineludibili le responsabilità della politica.

(La Repubblica, 12 gennaio 2017)

L’ipocrita? Ci disturba perché lancia falsi segnali virtuosi.

A nessuno piacciono le persone ipocrite, ma a pensarci bene, è strano che le disprezziamo tanto. Certo, non è corretto predicare bene e razzolare male, ma almeno predichiamo. Se continuo a parlare dell’importanza di allevamenti meno intensivi e meno crudeli, sto trasmettendo un messaggio giusto, anche se il sabato potreste beccarmi mentre addento un hamburger di dubbia provenienza comprato da un furgone in un vicolo. È sempre meglio di niente, no? Be’, no.

Sia la ricerca sia l’esperienza ci dicono che è peggio di niente: odiamo gli ipocriti più delle persone che si comportano apertamente male. Di recente ne abbiamo avuto una deprimente riprova, tra le altre cose, anche in politica: se non puoi essere di un’onestà specchiata – e chi può esserlo? – forse fai meglio a comportarti direttamente come un mostro.

Perché mai proviamo questa particolare ostilità per l’ipocrisia? Potremmo dire che le persone ipocrite mancano di autodisciplina, e che questo è un difetto morale, ma non mi sembra una spiegazione sufficiente. Il mese scorso, la psicologa Jillian Jordan e i suoi colleghi di Yale ne hanno trovata una migliore: odiamo gli ipocriti perché sono colpevoli di lanciare “falsi segnali”.

Una scorciatoia morale
Secondo la teoria evoluzionistica, i segnali sono il nostro modo di comunicare per ottenere quello che vogliamo dagli altri e comprendono tutto, dalle danze di accoppiamento dei pavoni al mimetismo delle lucertole. Chi condanna aspramente gli altri perché giustificano forme di allevamento crudeli, anche se non lo dice, lascia intendere di non accettarle. È un segnale. E funziona: la condanna morale, come hanno dimostrato gli psicologi di Yale, aumenta la nostra reputazione più che se ci vantassimo apertamente della nostra moralità. È una scorciatoia per ottenere rispetto. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se ci siamo abituati, per motivi evolutivi o sociali, a reagire con tanta rabbia quando scopriamo che quella reputazione è immeritata.

Questo, direi, è il fondo di verità che c’è quando accusiamo qualcuno di “autoincensarsi”, la critica rivolta alle persone sospettate di essere più interessate a sbandierare le proprie credenziali progressiste – di essere antirazzisti, antisessisti eccetera – che non alla vera moralità (naturalmente, accusare qualcuno di autoincensarsi è a sua volta un tentativo di dimostrare quanto siamo astuti e smaliziati). Quello che rende fastidiosi questi segnali è, senza dubbio, il sospetto che siano falsi, che la persona che li lancia non sia affatto virtuosa, o che potrebbe addirittura usarli come alternativa a un comportamento etico. Ogni volta che un articolo esprime una condanna morale, varrebbe la pena chiederci se per caso chi scrive non stia cercando un modo dinegare i suoi pregiudizi.

Il che mi porta alla parte più interessante dello studio di Yale: se siamo “ipocriti onesti”, se cioè ammettiamo apertamente di avere difficoltà a rispettare il principio che predichiamo, la nostra ipocrisia non dà fastidio a nessuno (essendo così sinceri, non siamo più colpevoli di lanciare falsi segnali).

Ma di solito ci vergogniamo di ammettere i nostri travagli interiori, anche se quasi sempre ci rendono più umani. Quindi la cosa migliore da fare è evitare di essere sia rigidi moralisti sia cinici freddi e distaccati. È meglio sostenere con forza quello in cui crediamo, e ammettere sinceramente le nostre debolezze. Così saremo veramente virtuosi, e piaceremo a tutti. Questo è il mio consiglio. Se solo riuscissi a essere il primo a seguirlo…

(Traduzione di Bruna Tortorella)

(fonte)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

A proposito di post-verità, Oliver Stone: «Il giornalismo ha fallito»

Chi è il responsabile della circolazione delle tante “fake news”, le notizie false in circolazione nel mondo? Oliver Stone non ha dubbi: non sono i canali non convenzionali ma, al contrario, le testate giornalistiche più prestigiose.

Presentando il documentario Ukraine on Fire, di cui è produttore e che racconta la rivoluzione ucraina del 2014, Stone ha voluto raccontare il suo punto di vista, secondo il quale a generare fake news sono prima di tutto i canali di stampa tradizionali e che quella rivoluzione, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per colpevolizzare la Russia e per giustificare ancora l’esistenza della Nato. Stone ha anche definito “ridicola” la teoria secondo la quale Donald Trump sarebbe stato eletto grazie alle interferenze di Putin.

Il documentario, presentato nel corso della prima edizione di Filming on Italy, evento di promozione dell’Italia quale set cinematografico, nato grazie ad un accordo tra Agnus Dei Production di Tiziana Rocca, l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles e il Consolato Generale d’Italia a Los Angeles, è diretto dal regista ucraino Igor Lopatonok mentre Oliver Stone ne è il produttore e l’intervistatore dei protagonisti di questa vicenda, Vladimir Putin e Viktor Yanukovych, ex presidente ucraino, deposto a seguito di quella che è stata fatta passare per una rivoluzione partita dal basso ma che invece, secondo la teoria raccontata nel documentario, è stato un vero e proprio colpo di stato che ha goduto dei finanziamenti degli stessi Stati Uniti. “L’America ha un ruolo enorme e una grossa responsabilità e continua a negarlo – ha detto il regista, premio Oscar per Fuga di mezzanotte, Platoon e Nato il 4 Luglio – E’ una situazione dolorosa per la gente ucraina. Quello che noi raccontiamo non è la narrativa ufficiale, ma è quello che è accaduto. Non lo vedrete mai sui media americani, ma troveremo un modo di fare vedere in nostro documentario, sia pure su Youtube”.

Stone ha pesantemente attaccato la stampa americana, colpevole di accettare la versione governativa senza indagare, senza andare a fondo: “Dov’è andato il giornalismo degli anni Settanta, quello che ha portato allo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra in Vietnam? – si chiede Stone – Ad un certo punto ha smesso di avere senso critico. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle. Non lo sta più facendo e questo documentario mostra chiaramente che ha fallito.

New York Times, Washington Post e tutte le altre prestigiose testate americane non stanno facendo più il loro lavoro”. Stone ha commentato anche l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e bollato come ridicole le teorie di ingerenza russa nelle elezioni. “Sono gli Stati Uniti che hanno una lunga tradizione di ingerenza nella politica di altri paesi, non la Russia”.

Filming on Italy proseguirà il 7 febbraio con un incontro con l’attore, regista e produttore Riccardo Scamarcio, che porterà negli Stati Uniti Pericle il nero (2016) di Stefano Mordini, e con la giovane regista emergente Irene Dionisio, di cui verrà proiettato il documentario Sponde (2015). Sempre il 7 febbraio Cecilia Peck sarà ospite dell’evento per celebrare il centenario della nascita del padre Gregory Peck – indimenticabile protagonista di Vacanze Romane, cult movie ed emblema dell’Italia quale location cinematografica – con la proiezione del trailer “Gregory Peck and Italy”.

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«Gli studenti non conoscono la lingua italiana»: la lettera di 600 docenti al Governo

“Troppi ragazzi” che escono dalle scuole e “scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”. Il quadro desolante dello stato della nostra lingua tra i giovani è dato da una lettera firmata già da oltre 600 docenti universitari che ora chiedono al governo e al Parlamento “interventi urgenti” per rimediare alle carenze in italiano dei loro studenti. L’iniziativa è promossa dal gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità.

“Da tempo – si legge nella lettera – i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana“. Secondo i docenti, il sistema scolastico non reagisce in modo appropriato, “anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico”. “Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma – si fa notare – non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti, oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né l’impegno degli insegnanti, né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti”.

Nella lettera si indica quindi una serie di dettagliate linee d’intervento per arrivare, “al termine del primo ciclo” di studi, ad un “sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti”. La lettera porta la firma, tra gli altri, di accademici della Crusca, di linguisti, docenti di letteratura italiana e di diritto, storici, ma anche filosofi, sociologi, economisti.

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Mafia nella Fiera di Milano: arrivano le prime condanne

(lo spiega bene Luca Fazzo)

Non è una bella giornata per l’immagine di Milano. Cosa c’è di più milanese della Fiera? Ebbene, ieri mattina un giudice certifica con sentenza che l’onda lunga della mafia era arrivata fino a ridosso dell’ente-simbolo della città, quello della vecchia Campionaria. Un imprenditore siciliano viene condannato per associazione a delinquere finalizzata all’autoriciclaggio e all’appropriazione indebita: l’aspetto avvilente è che tutti gli affari di questo signore ruotavano intorno ai padiglioni della Fiera, dove rastrellava appalti e si muoveva con fare da padrone; e la sentenza dice che i suoi reati erano aggravati dalla «finalità mafiosa»: non agiva solo per arricchire se stesso, ma per finanziare i clan criminali siciliani, arrivando – passaggio dopo passaggio, tra le «famiglie» di Pietraperzia e gli Accardo di Partanna – fino all’entourage del latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro.

L’imprenditore siciliano si chiama Giuseppe Nastasi e ieri si vede infliggere dal giudice Alessandra Del Corvo otto anni e dieci mesi di carcere. Il suo braccio operativo era la Dominus, un consorzio di cooperative dietro le quali – schermati da una pletora di prestanome – c’erano sempre lui, Nastasi, e suo padre Calogero (che ieri viene condannato a tre anni e otto mesi). Le indagini del Gico, i super-investigatori della Guardia di finanza, hanno accertato come appalti per diciotto milioni – compresi alcuni lavori sul sito di Expo 2015 – fossero stati assegnati alla galassia dei Nastasi da Nolostand, la società controllata dalla Fiera che per questo è stata commissariata dal tribunale. Lui, Nastasi, arrestato a luglio dello scorso anno, ha negato tutto, e anzi si è tolto la soddisfazione di rivelare un giro di mazzette all’interno di Fiera Milano su cui ora la Procura ha aperto un nuovo fascicolo. Questo però non gli ha risparmiato la pesante condanna di ieri. Insieme a lui e al padre, il giudice ha condannato a pene minori altre sette imputati.

È l’inchiesta che ha travolto l’attuale board della Fiera, spingendo l’intero consiglio di amministrazione a dimettersi. Non ci sono (per quanto se ne sa) personaggi di vertice dell’ente sotto inchiesta, ma le carte del Gico raccontano della disarmante facilità con cui Nastasi (indagato oggi anche per associazione mafiosa in un filone trasmesso a Caltanissetta) poteva interloquire con i massimi esponenti di Fiera, incontrando insieme al suo socio Liborio Pace persino l’allora amministratore delegato E. P. Gli incontri allarmarono il capo della security, Domenico Pomi, ex ufficiale dell’Arma, che denunciò come «in quella sede venissero imposti dai due ai vertici aziendali la natura dei servizi e dei prodotti offerti». Insomma, gli anticorpi contro la penetrazione criminale in Fiera fallirono clamorosamente.

Di fronte a una simile prova di vulnerabilità, la Procura della Repubblica aveva chiesto che l’intera Fiera venisse commissariata: sarebbe stata una prospettiva umiliante, persino la prima edizione milanese del Salone del Libro si sarebbe svolta il prossimo aprile in un ente guidato da un amministratore nominato dal Tribunale. Almeno questa onta verrà risparmiata alla Fiera, perché la richiesta della Procura è stata respinta. Ma la sentenza di ieri, che ritiene provata la «mafiosità» delle infiltrazioni negli appalti dell’ente, è destinata comunque a pesare.

Il consiglio dimissionario resterà in carica fino all’approvazione del bilancio, poi si dovrà andare al rinnovo. Ma oltre agli uomini il pool antimafia della Procura si aspetta che siano cambiate le procedure, togliendo peso a quella lottizzazione politica che nei documenti dei pm Paolo Storari e Sara Ombra viene indicata come la causa principale della facilità con cui gli appetiti dei clan hanno potuto saziarsi a spese della Fiera.

A Ostia la mafia s’è fatta Municipio

(L’articolo di Fulvio Fiano, per Corriere Roma)

L’ufficio tecnico del municipio di Ostia era il covo della illecita gestione degli appalti pubblici in un tutt’uno con la malavita organizzata. A poco più di due anni dagli arresti che hanno scoperchiato il verminaio arriva il «segnaposto»della sentenza di primo grado a localizzare le stanze di lungomare Toscanelli in una ipotetica mappa della criminalità sul litorale.

Il processo si è concluso con sette condanne e fornisce significativi argomenti al commissariamento del X municipio. Una necessità ribadita due giorni fa dal prefetto Domenico Vulpiani nella sua audizione in commissione antimafia: «Ci sono 200 ricorsi l’anno sugli atti del municipio. Dal 2007 risultano non pagati dai concessionari di beni publici circa 2,5 milioni di euro. Il commercio è calato perché è tornata la legalità». E sottolineata dalla presidente Rosy Bindi: «Mai commissariamento a Ostia è stato più utile e doveroso», anche in risposta alla manifestazione di pochi giorni fa che ha chiesto «il ritorno della politica».

La sentenza è importante perché per la prima volta a un funzionario pubblico dell’amministrazione locale, Aldo Papalini, viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso per reati commessi in prima persona. Da brand esclusivo dei clan, la mafiosità diventa così un fattore intrinseco alla pubblica amministrazione. E il risarcimento danni, da definire, disposto in favore di Comune, Regione ed associazioni antimafia, restituisce il senso dei danni fatti alla comunità nella quale l’organizzazione faceva da padrona.

E i giudici dell’ottava sezione penale, pur decidendo per pene inferiori alle richieste sostenute anche dall’altro pm della Dda, Ilaria Calò, hanno di fatto riconosciuto questa impostazione. Condannato a 5 anni e 8 mesi Armando Spada, esponente dell’omonimo clan alleato dei Fasciani, che per conto di Papalini «convinceva» gli imprenditori riluttanti a piegarsi. Condannato anche Cosimo Appeso (5,5 anni di reclusione), luogotenente della Marina Militare Italiana e presidente della Proloco Ostium 2020. E poi Ferdinando Colloca, fratello dell’ex consigliere municipale pdl, Salvatore, e a sua volta candidato con CasaPound, Damiano Facioni, amministratore della BluDream, e Matilde Magni, moglie di Appeso, tutti a tre anni e quattro mesi. Infine l’imprenditore Angelo Salzano (otto mesi con sospensione della pena), l’unico a non avere l’aggravante di mafia.

Le imputazioni, fotografate in due anni di indagini (2011-2013) dalla Mobile, i carabinieri di Ostia e Capitaneria di porto, vanno dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione.Ventisei in totale gli indagati ritenuti a vario titolo funzionali al sistema con cui Papalini smistava ad imprese amiche gli appalti del municipio. Dalla (fasulla) bonifica del canale dei Pescatori alle concessioni balneari, dalla manutenzione stradale alla recinzione della spiaggia di Castelporziano.

«La mafia è dappertutto». Falso!

Francesco Viganò sul libro di Costantino Visconti (che trovate qui)

1. Un libricino prezioso, questo di Costantino Visconti, inserito in una bella collana di Laterza dedicata agli idòla baconiani. Ai luoghi comuni e agli slogan di cui si nutre la comunicazione politica, ai messaggi che ‘bucano’ in televisione; e alla loro discussione e confutazione con le armi della ragione.

Qui il luogo comune è la pretesa onnipotenza – pervasiva e tentacolare – della mafia nel nostro paese. Un luogo comune alimentato da una certa cultura (e una certa politica) dell’antimafia, funzionale in definitiva a legittimare sempre nuovi strappi alle regole e ai principi dello stato di diritto, in nome di una lotta senza quartiere contro avversari percepiti più come nemici dell’intero ordinamento, che non come criminali. Pericolosi quanto si vuole: ma nemmeno così straordinariamente astuti e intelligenti, come la letteratura e il cinema amano presentarceli.

 

2. L’autore ha le carte in regola per parlare non solo di mafia, ma anche di contrasto alla mafia, avendo dedicato buona parte della sua produzione scientifica a queste tematiche, da vent’anni a questa parte; e avendo, soprattutto, affrontato questi temi non già con lo sguardo asettico dello studioso puro di diritto che si limita a confrontarsi con i principi e i dati normativi, quanto piuttosto con l’avida curiosità di chi – dall’angolo visuale privilegiato di un professore non coinvolto in prima linea nella difesa di alcun imputato – vuole anzitutto comprendere la realtà: fatta di fascicoli processuali, di strategie giudiziarie (delle procure e della stessa magistratura giudicante), ma anche di vicende personali di iimputati eccellenti e di perfetti sconosciuti, di imprese colpite da interdittive antimafia o sottoposte ad amministrazioni giudiziarie, di montagne di beni confiscati e sequestrati non sempre gestiti con la doverosa dose di imparzialità da parte di chi ne aveva la responsabilità. Il tutto muovendo da un passato personale – dichiarato sin da subito al lettore – di esponente dell’antimafia civile palermitana, sin dai tempi dell’università: quando a Palermo si moriva davvero, di mafia.

 

3. Il frutto – necessariamente provvisorio – di questi anni di impegno e di studio è una riflessione disincantata, eppure ancora appassionata, sul senso della battaglia contro la mafia oggi.

Una riflessione che muove – paradossalmente, ma non troppo – dall’affermazione che l’antimafia si è fatta potere, e che come tutti i poteri anch’essa ha bisogno di controllo, e di “controcanto critico”.

Il riferimento polemico non è soltanto agli illeciti asseritamente commessi da taluno in nome dell’antimafia, illeciti contro i quali per fortuna la stessa magistratura ha mostrato di possedere tutti gli anticorpi necessari per reagire; ma è anche alla tentazione di invocare e praticare un uso sempre più massiccio dell’arsenale penalistico, o di strumenti paralleli non meno temibili – dalle misure di prevenzione alle misure amministrative antimafia, in grado di decretare la morte civile di imprese o l’azzeramento di interi corpi politici democraticamente eletti –, al di fuori di una logica di stretta necessità e proporzione rispetto alle pur sacrosante finalità perseguite.

 

4. Sul fronte propriamente penalistico, Visconti dedica speciale attenzione a questioni ben note agli studiosi e ai pratici, a cominciare dalla problematica qualificazione quali “mafiose” di associazioni criminali operanti al di fuori dei contesti territoriali tradizionali, in particolare al nord e, ora, nella stessa capitale, divenuta palcoscenico dal grande processo di “Roma capitale”; e si scaglia – non risparmiando nomi e cognomi – contro chi invoca una generalizzata e acritica applicazione in questi contesti dell’art. 416 bis c.p., e di tutto ciò che la qualificazione come “mafiosa” di questa criminalità si tira dietro, quasi che dietro le prudenze di una parte della magistratura vi fosse una sistematica e colposa sottovalutazione della criminalità mafiosa al nord e al centro della penisola.

Altre perspicue analisi sono dedicate alle strategie di contrasto contro le infiltrazioni delle mafie nelle imprese, e in generale nell’economia legale; e poi al tema spinoso degli intrecci tra mafia e politica – spesso oggetto di indagini e processi conclusisi nel nulla dopo anni di gogne mediatiche –, così come a quello della contiguità alla mafia da parte della “borghesia” rispettabile: fatta di medici, di avvocati, di consulenti commerciali, e persino di sacerdoti accusati di aver celebrato messe per i capimafia latitanti. Una contiguità che evoca naturalmente il tema del concorso esterno, cui lo stesso Visconti ha dedicato in passato una fondamentale monografia, oggi tornato sul banco degli imputati in seguito a una nota sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

 

5. Filo rosso che unisce tutte queste analisi – condotte con il linguaggio atecnico di chi vuol far cogliere la sostanza dei problemi a chi, non essendo giurista, abbia tuttavia il desiderio e la giusta pretesa di comprenderequestioni al centro del dibattito pubblico contemporaneo – è la constatazione dell’ineliminabile complessità dei problemi in discussione. 

Una complessità – ci suggerisce Visconti – che non dipende, o non dipende soltanto, dall’oscurità delle norme da applicare, né dalla loro sovrabbondanza o dal loro scarso coordinamento, come istintivamente è portato a pensare il profano, inconsciamente influenzato dall’episodio dell’Azzeccagarbugli manzoniano; ma che dipende, soprattutto, dalle ambiguità e dai chiaroscuri della realtà che quelle norme vanno a regolare.

Proprio queste ambiguità e chiaroscuri, insiste l’autore, rendono arduo il compito del diritto penale: strumento “legnoso” e “anelastico”, che non si accontenta di ombre caravaggesche, ma esige prove solari, luminose, della commissione da parte del cittadino di un “fatto riconducibile a un tipo espressamente e compiutamente descritto dalla legge”.

Quasi banale il rammentarlo: assai meno il farne tesoro nella quotidiana pratica applicativa, specie quando si vuole insistentemente concepire il diritto penale – e in generale l’assieme degli strumenti deputati al contrasto della criminalità mafiosa – come un arsenale bellico contro un nemico giurato dell’intero ordinamento.

 

6. Ma il libro di Visconti non è soltanto, e non è tanto, un libro “contro” – contro la retorica dell’antimafia, o controgli eccessi repressivi compiuti in suo nome. Il suo è anzitutto un libro che guarda agli ultimi decenni della storia italiana – dall’inizio degli anni ottanta, e poi con sempre maggiore nettezza dall’epoca delle stragi di Capaci e di via D’Amelio in poi – come a un complessivo successo.

Il potere della mafia è stato sfidato seriamente attraverso uno sforzo congiunto dello Stato e della società civile in tutti questi anni, e ne è uscito fortemente indebolito. E ciò non certo per merito di magistrati pronti a sbarazzarsi della toga per improvvisarsi un futuro politico, né di “toghe telegeniche” o semplicemente chiacchierone, che scrivono libri con i materiali delle loro inchieste mentre queste sono ancora sub iudice. Il merito è stato piuttosto, osserva Visconti, di “migliaia di investigatori e agenti delle forze dell’ordine che lavorano in silenzio e colgono piccoli e grandi risultati sul campo […], scovando centinaia di latitanti e rischiando la vita”, così come di “decine e decine di pubblici ministeri che, al riparo dai riflettori, ragionano, si pongono costantemente interrogativi, studiano e al contempo guidano la polizia giudiziaria nelle indagini per poi celebrare i processi, senza parlarne prima sui giornali”; e assieme di “altrettanti giudici che in piena solitudine decidono di infliggere secoli di carcere ai mafiosi oppure di assolvere, magari con il dubbio di restituire la libertà a chi forse non lo meriterebbe ma sapendo che il diritto è e deve rimanere la loro bussola”.

 

7. Il merito forse maggiore è, però, della “marea di gente che dei mafiosi, mafiosetti e dei loro complici non ne può più”: una “minoranza vociante” trent’anni fa, divenuta oggi una “maggioranza silenziosa”.

Splendido il post-scriptum che chiude il volumetto: un piccolo spaccato di intimità domestica, con un paio di dialoghi tra l’autore e i propri figli, che considerano la mafia come qualcosa che appartiene ormai alla storia della loro città, e accusano il padre di essere ancora un “portatore sano” di quella che per loro non è che una malattia, come tutte le altre. Una malattia da conoscere e da combattere, certo; ma che le giovani generazioni sembrano concepire (finalmente!) come altro da sé, come qualcosa di estraneo alla identità palermitana, e – forse – italiana in genere.

Valuterà da sé il lettore se questa diagnosi rifletta soltanto l’inesperienza giovanile, e pecchi così di eccessivo ottimismo. Ma, se non altro, è confortante sentirci dire da un osservatore esperto come Visconti che tanti sforzi e tanto sangue non sono stati profusi e versati invano. Che ne è valsa la pena, insomma; e che ancora varrà la pena di lavorare, al riparo da impropri clamori mediatici ed eccessi repressivi, per contrastare – con le armi della civiltà e del buon senso prima ancora che dei codici – criminali pericolosi e spietati, ma per fortuna non onnipotenti né invincibili.

L’oleodotto Dakota Access ha Trump come alleato: la battaglia dei Sioux continua

Promette battaglia la tribù Sioux di Standing Rock dopo la decisione del neopresidente Usa Donald Trump di riprendere la costruzione dei contestati oleodotti Dakota Access e Keystone XL. Jan Hasselman, avvocato dei Sioux, ha annunciato che la tribù farà causa per difendere la decisione del genio militare di intraprendere uno studio sull’impatto ambientale del Dakota Access che includa la ricerca di percorsi alternativi per l’oleodotto da 1.100 miglia che attraverserà quattro stati. La tribù dei Sioux si oppone da sempre al progetto, in particolare all’attraversamento del lago Oahe. Secondo gli attivisti, se si verificasse una perdita lì verrebbero inquinate le acque da cui dipendono i circa 8.000 membri della tribù e milioni di altri cittadini americani che abitano più a valle.

La tribù ha subito reagito all’ordine esecutivo firmato da Trump, definendolo una violazione della legge. “La decisione politicamente motivata dell’amministrazione Trump viola la legge e la tribù si muoverà per combatterla”, ha dichiarato il capo tribù Dave Archambault II.

Trump’s executive order on #DAPL–violates the law and tribal treaties. We will be taking legal action. #standwithstandingrock #noDAPLpic.twitter.com/0DXeZ7RtQN

— Standing Rock Sioux (@StandingRockST) 24 gennaio 2017

I due decreti con cui Trump vuole rilanciare gli oleodotti Keystone XL e Dakota Access rappresentano una pessima notizia per i nativi americani e gli ambientalisti. “Vedremo se riusciremo a costruire questo oleodotto (Keystone, ndr)” che creerà “molti posti di lavoro, 28mila”, ha detto Trump alla stampa dallo Studio ovale. Il presidente ha unito a queste misure un memorandum che richiede che l’acciaio necessario ai progetti venga prodotto negli Usa e un decreto per accelerare le valutazioni sull’impatto ambientale precedenti alla costruzione di infrastrutture prioritarie, come autostrade o ponti.

L’oleodotto Keystone XL, bloccato da Obama nel 2015 dopo una lunga valutazione sul suo impatto ambientale, seguita dal veto presidenziale dopo l’approvazione del Congresso, mira a trasportare 83mila barili di petrolio dai campi bituminosi dell’Alberta (Canada) a diversi luoghi degli Stati Uniti, tra cui delle raffinerie del Texas. Il governo di Obama aveva sospeso a dicembre scorso anche la costruzione del Dakota Access, progetto da 3.800 milioni di dollari che avrebbe portato mezzo milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del North Dakota a un’infrastruttura già esistente in Illinois.

La misura firmata da Trump “invita” l’impresa incaricata per il Keystone XL, la canadese Transcanada, a sollecitare un permesso per completare la costruzione dell’oleodotto e promette di prendere una decisione in merito entro 60 giorni dal ricevimento della richiesta.

Nel caso del Dakota Access, chiede invece al segretario dell’Esercito di “rivedere e approvare” le petizioni dell’azienda Energy Transfer Partners, che ha già costruito il 90% del percorso di 1.770 chilometri della pipeline e vuole completare il tratto finale, che passa sotto al lago Oahe, nel North Dakota. La tribù Sioux di Standing Rock ha protestato per mesi contro il progetto, con l’appoggio di attivisti ambientali e politici progressisti, denunciando che il progetto contaminerà il fiume Missouri e avrà altre gravi ripercussioni.

“Faremo di tutto per fermare la costruzioni di questi oleodotti”, ha promesso in una nota il Senatore Bernie Sanders, candidato alle primarie democratiche, il quale ha accusato Trump di “ignorare la voce di milioni di persone e mettere gli interessi dell’industria fossile davanti al futuro del pianeta”. La decisione di Trump è stata condannata anche da gruppi come Greenpeace e Sierra Club, i quali hanno promesso di continuare la propria opposizione ai progetti.

Soddisfatti invece l’industria del petrolio e molti leader repubblicani al Congresso. I progetti, ha detto lo speaker della Camera Paul Ryan, “potenzieranno l’economia e creeranno migliaia di posti di lavoro ben pagati”. “Questi oleodotti – ha aggiunto – rafforzeranno l’approvvigionamento energetico del nostro Paese e aiuteranno a mantenere bassi i costi energetici per le famiglie americane”.

(fonte)

Siamo seppelliti dalla “mediocrazia”

(Anais Ginori intervista il filosofo Alain Deneault. Ed è tutta da leggere. Fonte: il Venerdì di Repubblica)

«Non c’ è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere».

Il filosofo canadese Alain Deneault non pensava di avere così tanto successo quando ha pubblicato il suo saggio sulla rivoluzione silenziosa che ci ha fatto precipitare nel regno del conformismo. Il suo La Mediocrazia, pubblicato ora anche in Italia, ha provocato una presa di coscienza tra molti lettori. «Evidentemente ho captato qualcosa, un malessere, che era nell’aria» commenta Deneault seduto in un caffè dal design retrò. «Nell’ America del Nord persino i caffé sono tutti così omologati» confessa il filosofo cinquantenne che insegna sia a Montreal che a Parigi ed ha già pubblicato numerosi studi sui paradisi fiscali.

In quale momento storico ha inizio la Mediocrazia?

«È interessante vedere quando nasce la parola. Una prima descrizione degli esseri mediocri è fatta da Jean de La Bruyère nel Settecento. Nella sua galleria di caratteri descrive Celso, un uomo che ha scarsi meriti e non possiede abilità particolari ma riesce a farsi strada tra i potenti grazie alla conoscenza di intrighi e pettegolezzi.

Nell’Ottocento il mediocre ha nuove pretese: non è solo in cerca di favoritismi e compiacenze, ma tenta di essere protagonista nel mondo politico, culturale, scientifico. È in quel momento che appare il termine mediocrazia. Ne parla ad esempio il poeta Louis Bouilhet citato da Gustave Flaubert, denunciando la “cancrena” della società».

Il mediocre è un uomo senza qualità?

«Non per forza. Mediocre è chi tende alla media, vuole uniformarsi a uno standard sociale. In breve: è il conformismo. Robert Musil diceva: “Se la stupidità non somigliasse così tanto al progresso, al talento, alla speranza o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido”. Esistono mediocri di talento. Un tecnico delle luci di una tv commerciale può essere bravo e dedito quanto uno del Piccolo di Milano. Anzi, spesso serve ancor più impegno, dedizione. La Mediocrazia riconosce alcuni meriti, ma solo alcuni».

È un golpe invisibile, senza dover sparare un colpo.

«L’ingranaggio sociale si è attivato con la prima rivoluzione industriale. Karl Marx l’aveva intuito. Il capitale ha reso i lavoratori insensibili al contenuto stesso del lavoro. La mediocrazia è l’ordine in funzione del quale i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice. Il lavoro diventa solo un mezzo di sostentamento, con una progressiva perdita di soggettività. Una situazione che provoca malessere sociale».

Negli anni Ottanta la fine ideologie e il trionfo del neoliberismo segnano una nuova svolta: è così?

«Già prima, nel Dopoguerra, si sviluppa il concetto di governance con la comparsa di grande aziende e multinazionali, poi mutuato da alcuni leader politici come Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nella governance la misura dell’ efficacia è la salute del settore economico e finanziario. Così muore la politica, cancellata dai diktat manageriali. Basta osservare il linguaggio nel dibattito pubblico.

Non parliamo più di popolo ma di società civile, i cittadini diventano partner, riprendendo appunto un lessico del settore privato anche nella politica e le relazioni sociali. E oggi vediamo Emmanuel Macron che si vanta di essere pragmatico, sentiamo parlare di realismo da parte di Manuel Valls. Nel 2012 François Hollande si è fatto addirittura eleggere con lo slogan di “Presidente normale”».

Perché ha deciso di scrivere un libro su questo tema?

«Abbiamo davanti problemi troppo gravi: il riscaldamento climatico, l’inquinamento atmosferico, il crollo delle istituzioni pubbliche. Ci sono tante e tali minacce che non possiamo accontentarci di affidare il potere a capetti senza visione e senza convinzioni. Siamo a una svolta, un momento in cui la gente soffre nel doversi piegare a norme sbagliate.

Le nostre società sono piene di persone che finiscono in depressione, vanno avanti con gli psicofarmaci. Ci sentiamo oppressi da strutture sociali vessatorie, alienanti. Siamo sottoposti a una dittatura soft della norma, dello standard unico. E se non ci adeguiamo veniamo rigettati, espulsi. In sintesi: la governance è la teoria, la mediocrazia è la modalità. E l’estremo centro è l’ideologia».

L’estremo centro? Che intende?

«La mediocrazia fa sì che non ci sia più molta differenza tra Donald Trump e Alexis Tsipras. In ogni caso si applica un solo programma: sempre più capitali per le multinazionali e i paradisi fiscali, meno diritti per i lavoratori, meno soldi per il servizio pubblico. Queste scelte vengono presentate come ineluttabili e soprattutto come ragionevoli.

Chi non si vuole allineare viene trattato da irragionevole, pericoloso, non realista. L’estremo centro cancella la distinzione tra destra e sinistra, si presenta come visione unica ed esclusiva, esprimendo intolleranza per tutto ciò che tenta di rappresentare un’alternativa. E non può essere messo in discussione anche se è distruttore dal punto di vista ambientale, socialmente iniquo e intellettualmente imperialista».

Non esiste nessuna alternativa, come diceva Thatcher?

«L’alternativa che si profila in questo momento all’estremo centro è il ritorno a metodi di governo violenti, brutali, una sorta di ritorno alle origini dello Stato primitivo. E quello che vediamo con i vari Trump, Le Pen. È una differenza di tono, di immagine. In Canada abbiamo avuto come premier Stephen Harper, che era più a destra di certi Repubblicani americani, e ora abbiamo il giovane liberal Justin Trudeau. Ma è un cambio apparente. Uno è arrabbiato, l’ altro sorride sempre. Alla fine il programma, e gli interessi rappresentati, sono gli stessi».

Lei denuncia l’ascesa degli “esperti” nel mondo accademico e nei media. Cosa rimprovera loro esattamente?

«L’esperto è una figura centrale della mediocrazia: si sottomette alle logiche della governance, sta al gioco, non provoca mai scandalo, insegue obiettivi. È la morte dell’intellettuale, come lo descrive Edward Saïd in un saggio, Dire la verità. Intellettuali e potere. Si tratta di un sofista contemporaneo, retribuito per pensare in una certa maniera, che lavora per consolidare poteri accademici, scientifici, culturali.

 

I veri intellettuali seguono interessi propri, curiosità non dettate a comando, possono uscire dal gioco. Un giovane ricercatore universitario ha davanti a sé un bivio. Se vuole essere semplicemente un esperto ha buone possibilità di fare carriera, ottenere una cattedra, finanziamenti.

Se ha il coraggio di restare un intellettuale puro avrà un futuro molto più incerto. Magari non finirà assassinato come Rosa Luxembourg o incarcerato come Antonio Gramsci, ma non è più certo di poter diventare un professore come Saïd o Noam Chomsky. Ha buone chances di restare precario tutta la vita».

Quali sono le reazioni possibili per combattere la mediocrazia?

«Nel libro ho elencato almeno cinque modi. C’è chi rifiuta le facezie e le aberrazioni della società contemporanea e si mette in disparte: è l’uomo che dorme, come diceva Georges Perec. Esiste il mediocre per difetto, che subisce tutte le menzogne, soffre in silenzio ma si consola quando vince la sua squadra del cuore o può progettare una vacanza al mare.

La vera piaga è il mediocre zelante, maestro del compromesso: il presente gli somiglia, il futuro gli appartiene. Poi c’è il mediocre per necessità, consapevole della situazione ma che tiene famiglia, non può permettersi il lusso di uscire dai ranghi. E infine ci sono i fustigatori della mediocrazia: sono pochi, ma possono tentare di allearsi con i mediocri in disparte e quelli per necessità. La loro unione può portare alla nascita di movimenti come Occupy o le Primavere arabe.

Nonostante mille difetti queste insurrezioni tentano di sovvertire le fondamenta delle istituzioni mediocratiche. E magari altri mediocri, fiutando il vento, potrebbero allora decidere di unirsi a loro per conformismo. È già successo. L’abbiamo visto negli anni Sessanta e Settanta, quando molte persone sono diventate fintamente di sinistra»

(il libro si può acquistare nella nostra Bottega dei Mestieri Letterari qui)

Benetton, la violenza e le terre dei Mapuche

Succede nella provincia di Chubut, in Argentina. La comunità Mapuche di Cushamen è stata vittima delle violenze della polizia contro i manifestanti che mercoledì chiedevano l’annullamento della compravendita dei loro terreni (abitati da secoli) tra lo Stato e la Benetton.

La denuncia arriva da numerosa comunità internazionali (tra cui Amnesty International) che lamentano  “un’azione da parte della polizia che non trova nessuna correlazione con la realtà” per la brutalità con cui su è rovesciata sui cittadini inermi. “Opacità, la mancanza di trasparenza e di responsabilità non possono essere i principi che attraversano la gestione della polizia” ha dichiarato Mariela Belski, direttore esecutivo di Amnesty International Argentina in un comunicato.

I Mapuche da due anni protestano per un accordo che gli ha scippato le terre in cui vivevano da secoli a favore di Luciano Benetton che in Patagonia, con l’aiuto della politica, si è già comprato qualcosa come un milione di ettari di terreno.

Ma questa notizia, vedrete, difficilmente la leggerete dalle nostre parti. Troppa pubblicità in ballo e poi da noi le violenze da quelle parti interessano pochissimo. Anche se vengono perpetrate in nome di un colonialismo tutto italiano.

Qui trovate la notizia e, se volete, qui c’è la pagina Facebook della comunità in lotta.