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Politica

Chi è causa del suo Marra pianga se stesso

Si è detto molto e si è scritto moltissimo ma sentire la Raggi che scarica Marra dopo averlo difeso talmente tanto da legare a doppio filo la propria permanenza alla sua fino a poco tempo fa è un’indecenza. Così come, secondo me, è indecente chiamare conferenza stampa un monologo ridotto alla lettura di uno striminzito comunicato. Dice la Raggi che si sente di chiedere scusa a Grillo e ai romani ma forse dovrebbe chiedere scusa anche a chi (nel suo stesso partito) ha tentato di metterla più volte in guardia dallo strano personaggio che si è scelta come braccio destro e, allo stesso modo, forse sarebbe stato il caso di non sparare a palle incatenate contro i giornalisti che raccontavano il passato poco limpido di alcuni uomini scelti nella squadra della Raggi.

Ma non solo: quando si è detto che l’inesperienza (troppo spesso negata) può essere la porta aperta a scalatori e faccendieri anche da queste parti ci sono state scene di isteria. Come scrivevo proprio oggi qui la politica è una dinamica complessa che non accetta pensieri banali che puntano alla pancia: il metodo di difesa scelto oggi da Grillo (ma è scelta di Grillo?) è ugualmente pericoloso poiché ripetere meccanicamente che “questa indagine non c’entra nulla con questa consigliata” significa non considerare politica la scelta delle persone che si mettono al proprio fianco e così alla fine anche Mangano diventa uno stalliere che non ha nulla da spartire con Berlusconi. E la Raggi (come qualsiasi sindaco) potrebbe comunque essere toccata da un’indagine nella sua esperienza amministrativa e se dovesse succedere che si fa? Si butta a mare tutto quello detto fin qui?

Elaborare risposte misurate e il più possibile giuste, educarsi all’autocritica e smetterla di giocare a chi ha l’onestà più lunga misurandola con gli indagati degli altri sarebbe un passo verso la maturità. Bisognerebbe capire che è anche per il bene del M5S. Ma ci vuole scienza per diventare grandi restando giovani.

Cose da fare in fretta e bene: la nomina del Commissario Antiracket e Usura

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

Il 31 luglio scorso il Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, Santi Giuffrè, è andato in pensione. Se ne sono accorti in pochi perché il Governo era troppo impegnato nella battaglia referendaria e un po’ perché l’antimafia di questi tempi sembra essere scivolata nelle retrovie delle priorità del governo e dei partiti. E poi cosa volete che interessi di taglieggiati e usurati in un Paese che rantola tra furbi e scaltri: i mafiosi spostano potere e i voti mentre gli antimafiosi sono solo un peso da tenere a bada, invisibili fino alla loro prossima protesta.

Così succede che, senza Commissario, le vittime devono inventarsi di tutto per trascinarsi in attesa di fondi e di organizzazione della loro protezione. Le mafie scorrazzano veloci e i testimoni di giustizia intanto confidano nel passaggio di qualche amico o parente benevolo: se la politica è fatta di azioni (simboliche e concrete) oggi si potrebbe dire che questo Paese, visto da fuori, ha deliberatamente deciso di farsi sconfiggere dai soprusi della criminalità organizzata.

Si diceva che Renzi avesse promesso in tempi brevi la nomina a Commissario di Domenico Cuttaia, Prefetto di Venezia, ma la designazione non è mai arrivata e poi sappiamo tutti come è andata a finire. Il Presidente del Consiglio Gentiloni ha detto che si aspetta “lealtà e collaborazione” anche dalle forze politiche dell’opposizione e noi l’abbiamo preso in parola: stiamo depositando un’interrogazione parlamentare urgente con cui chiediamo che si faccia quello che avrebbe dovuto essere fatto da tempo. Un Paese che nomina in poche ore ministri e sottosegretari e lascia vacante per mesi la sedia del coordinamento delle iniziative Antiracket e Antiusura è un Paese che non condividiamo: leali e collaborativi esigiamo una risposta e una soluzione.

Lo scrittore Mathias Énard: «sulla Siria siamo i portinai della viltà»

(di Mathias Énard, dal volume collettivo Bienvenue ! 34 auteurs pour les réfugiés, traduzione di Lorenzo Alunni, fonte)

Sapevamo che quello del Ba’ath siriano era un regime tossico, di assassini e torturatori: l’abbiamo tollerato.

Abbiamo fatto addirittura di più: l’abbiamo rafforzato. Bashar al-Assad veniva invitato a sedersi nella tribuna presidenziale per la sfilata del 14 luglio, a Parigi, a pochi metri da Nicolas Sarkozy, che gli ha calorosamente stretto la mano due anni prima dell’inizio delle manifestazioni a Dera’a.

Sapevamo tutti che il regime di Assad era pronto a massacrare senza esitazioni la sua popolazione civile e quella dei suoi vicini: gli eventi del 1982 noti come «massacro di Hama» (ma che si sarebbero estesi a molte altre città siriane) e i soprusi siriani nei confronti del Libano ce l’hanno dimostrato a sufficienza. L’abbiamo tollerato.

Sapevamo che l’esercito siriano e i suoi sicari, che hanno organizzato la repressione per decenni, non avrebbero esitato un istante a sparare sulla folla, a torturare oppositori, a bombardare città e villaggi: li abbiamo lasciati fare.

Sapevamo che il regime siriano era diventato maestro dell’arte della manipolazione diplomatica regionale, abile a rafforzare temporaneamente i propri nemici, a infiltrarvisi, portando avanti un terribile doppio gioco letale: lo ha dimostrato la storia delle relazioni della Siria con i diversi gruppi palestinesi. È solo un esempio fra i tanti possibili. Li abbiamo dimenticati tutti, questi esempi, o abbiamo fatto finta di dimenticarli.

Sapevamo che tutte le figure politiche siriane non sono altro che una clientela di sicari che sopravvive grazie al sistema dei clan e alle elargizioni della casta Assad. Eppure abbiamo sperato nel cambiamento. Eravamo tutti al corrente che, nella così breve Primavera di Damasco del 2000, i club della democrazia erano stati repressi, che i nuovi leader si erano improvvisamente ritrovati in prigione o che erano stati costretti a lasciare il Paese. Ci siamo rassegnati.

Abbiamo immaginato che l’apertura economica avrebbe portato a un’apertura democratica. Abbiamo visto con chiarezza come tale apertura servisse solamente a distribuire nuovi guadagni per attirare nuovi clienti e rafforzare il clan al potere. Abbiamo venduto auto, tecnologia e fabbriche chiavi in mano, senza il minimo turbamento.

Sapevamo delle faglie che attraversano il territorio siriano; non ignoravamo che il regime di Assad si reggesse essenzialmente sulla minoranza alauita, soprattutto per il suo apparato militare e repressivo; sapevamo della sua alleanza strategica con l’Iran, che risale alla guerra fra Iran e Iraq e alla guerra del Libano, negli anni Ottanta; eravamo testimoni della potenza militare e politica dell’Hezbollah libanese; abbiamo assistito alla strumentalizzazione dei Curdi nelle relazioni fra la Siria e la Turchia nel corso degli ultimi trent’anni: sapevamo di tutto il risentimento dei sunniti siriani poveri, esclusi dal clientelismo e odiati dalle loro stesse élites; avevamo coscienza del peso dell’Arabia Saudita e del Qatar nell’economia europea e della «guerra fredda» che queste due potenze fanno da anni all’Iran.

Ci ricordiamo – o ci dovremmo ricordare – che la mappa del Medio Oriente del XX secolo è nata da accordi segreti firmati da Mark Sykes e François Georges-Picot nel 1916, o piuttosto dalle conseguenze di questi accordi e dalla loro attuazione fra il 1918 e il 1925. Il Libano, la Siria, l’Iraq, la (Trans)Giordania e la Palestina sono nate da queste frontiere, quasi cento anni fa, e da allora tali frontiere sono state messe in discussione direttamente solo una volta, quando la scorsa estate l’Isis ha riunito le province dell’ovest dell’Iraq e quelle del nord e dell’est della Siria, facendo improvvisamente tremare tutte le altre frontiere, in particolare quelle della Giordania e dell’Arabia Saudita.

Sapevamo che il Libano è un Paese fragile, un Paese di cui alcune componenti desideravano la ridefinizione (o l’implosione) geografica e la trasformazione del territorio in una confederazione, per «proteggere le minoranze». I Balcani ci hanno insegnato che nessuno desidera essere una minoranza sul territorio dell’altro quando l’impero sta crollando. Sapevamo inoltre che l’invasione – la distruzione totale – dello Stato iracheno ha portato all’ingiustizia, alla corruzione, all’insicurezza, alla carestia e al crollo dei servizi pubblici.

Da tutto questo, non abbiamo tratto nessuna conclusione.

Quando le manifestazioni si sono trasformate in rivolta, quando la rivolta è diventata rivoluzione, quando le prime granate sono cadute sui civili, quando la rivoluzione si è trasformata in Esercito Siriano Libero, non abbiamo fatto niente.

Sapevamo perfettamente che la soluzione al «problema siriano» e la risposta alla «questione siriana» passava per Mosca e Teheran, e non siamo voluti andare a Mosca né a Teheran.

Abbiamo detto di sostenere i democratici.

Abbiamo mentito.

Abbiamo lasciato morire l’Esercito Siriano Libero e tutte le forze di libertà.

Abbiamo dibattuto del numero di morti.

Abbiamo dibattuto di linee rosse, piazzate da noi, per poi spostarle perché non eravamo sicuri che fossero state realmente superate.

Abbiamo dibattuto del colore della bava nella bocca dei cadaveri.

Abbiamo detto di sostenere le forze democratiche.

Abbiamo mentito.

Abbiamo organizzato conferenze nei palazzi europei.

Lì, abbiamo visto i documenti in mano all’Arabia Saudita, al Qatar e alla Turchia.

Abbiamo continuato a mentire.

Dibattiamo tutti i giorni del numero di morti.

Abbiamo guardato fiorire le tende in Turchia, in Giordania, in Libano.

Contavamo tutti i giorni le tende.

Stanchi di contare i corpi mutilati, ci siamo compiaciuti per il miglioramento delle condizioni di vita dei rifugiati.

Abbiamo visto uomini sgozzati nel deserto, uomini su cui non abbiamo fatto affidamento.

Ci siamo indignati e la nostra indignazione si è trasformata in bombe e attacchi aerei.

Dibattiamo tutti i giorni dell’efficacia delle bombe.

Contiamo i morti e le tende.

Vendiamo aerei.

Impariamo nomi di città, impariamo nomi di città distrutte non appena ne abbiamo imparato il nome.

Mentiamo.

Siamo i geografi della morte.

Gli esploratori della distruzione.

Siamo portinai.

Portinai alla porta della tristezza.

Ogni giorno si bussa alle nostre porte.

Contiamo i colpi alle nostre porte.

Uno dice che «centomila persone bussano alle nostre porte».

L’altro dice che «sono milioni, e spingono».

Spingono per venire a cagare di fronte alle nostre porte chiuse.

Siamo i portinai della viltà.

Non accogliamo nessuno.

Non ci chiniamo davanti a nessuno.

Siamo fieri di non essere nessuno.

#SaveAleppo: cosa possiamo fare (e il senso della politica)

La tragedia di Aleppo è sotto gli occhi del mondo, anche se il mondo sembra preferire parlarne poco e male. Un città distrutta e civili che fuggono sono l’immagine di una sconfitta umana prima che politica. La politica, appunto: ieri con Pippo, Stefano e gli altri ci siamo interrogati a lungo su cosa avremmo potuto fare e come intervenire. Shady Hamadi (che è uno dei bei incontri che la vita mi ha regalato in questo ultimo anno) ne ha scritto qui. Ma noi? Concretamente?

Oltre alle pressioni politiche al governo abbiamo aperto due sottoscrizioni (le trovate qui): una serve, tramite ONSUR, a finanziare l’acquisto di una ambulanza (il costo preventivato è di 3.000 euro) che opererà, non appena possibile, nelle zone più critiche di Aleppo e l’altra per finanziare l’accoglienza in Italia di rifugiati siriani al momento presenti a Beirut, attraverso i canali umanitari già attivati da Mediterranean Hope (si tratta di profughi in situazione di particolare fragilità, portati in Italia in sicurezza e introdotti a percorsi di inclusione).

È poco, lo sappiamo, e terribilmente in controtendenza rispetto a chi ci vorrebbe convincere che restare umani sia debole, stupido e addirittura pericoloso; eppure in poco tempo siamo già vicinissimi all’obbiettivo. Ed è confortante sentirsi parte di una comunità che ci assomiglia, credetemi. Se volete dare un mano lo potete fare qui, se volete partecipare alla nostra comunità qui trovate tutti i modi per esserci. Buona giornata, intanto.

Mediaset/Vivendi: liberisti con i diritti degli altri e capitalisti senza capitali

 

Fanno sorridere questi capitalisti turboliberisti che d’improvviso diventano nazionalisti e per niente globali. I Berlusconi si lamentano della scalata di Bolloré al loro impero televisivo e improvvisamente il mercato globale (che hanno alimentato e elogiato per anni) diventa il peggiore dei mali. Insomma, questi sono liberisti solo se riescono a stare sulla cresta dell’onda del liberismo altrimenti diventano subito filocubani.

Coerenti con l’interesse personale, sempre: quando si è trattato di svendere i diritti dei lavoratori ci accusavano di avere uno sguardo troppo limitato e ora basta un francese come Bolloré per sentirli strillare urlando all’invasore.

E poi capitalisti ma per finta: il capitale fondamentale in questo Paese è la possibilità di mischiarsi con la politica rendendola convergente agli interessi della propria azienda. Liberisti a libertà alterna e capitalisti senza capitali. Perfetti. Bene così.

«Nessuno può offrirsi il lusso di ignorare questa situazione»: la lettera dal carcere turco della scrittrice Aslı Erdoğan

5.12.2016
Cari amici, colleghi

questa lettera è scritta dal carcere femminile di Barkirköy, situata fra un manicomio e un vecchio lebbrosario. In questo momento, un numero stimato fra i 150 e i 200 “giornalisti” – un record mondiale – sono imprigionati in Turchia e io sono una di loro.

Io sono una scrittrice, solo una scrittrice, autrice di otto libri tradotti in varie lingue inclusa quella francese (pubblicati da Actes Sud)*. Dal 1998 ho lavorato come commentatrice cercando di combinare letteratura e giornalismo. Gli ultimi due Premi Nobel mettono in evidenza quanto siano giustamente rimessi in discussione i limiti rigidi della letteratura.

Sono stata arrestata con il motivo, o con il pretesto, di essere uno dei “collaboratori” di Özgür Gündem, considerato “giornale curdo”. Nonostante la legge che regola il giornalismo non dia alcuna responsabilità legale ai collaboratori, e che nessuno fra le centinaia di processi intentati ai giornali abbia mai incluso nessuno di questi simbolici collaboratori, per la prima volta dopo vent’anni, sei di loro sono accusati di “terrorismo”: Necmiye Alpay, linguista e attivista pacifista, Bilge Cantepe, fondatore del Partito Verde, Ragıp Zarakolu, editore e candidato al Premio Nobel per la Pace, Ayhan Bilgen, parlamentare, Filiz Koçali, giornalista femminista. Infatti, fra questi 150 “giornalisti”, ci sono molti scrittori, accademici, critici letterari, ma si trovano tutti imprigionati per il loro lavoro giornalistico.

La situazione della stampa è allarmante. Circa 200 giornali, agenzie d’informazione, radio e televisioni sono state chiuse su ordine del governo negli ultimi quattro mesi. Una “punizione collettiva” è stata inflitta anche a Cumhuriyet, il più vecchio giornale turco, baluardo della social democrazia. Come per Özgür Gündem, tutti i collaboratori e gli editorialisti, compresi un editorialista culturale e un vignettista!, sono stati arrestati con l’accusa di essere fiancheggiatori di due differenti organizzazioni terroristiche. Cumhuriyet ha recentemente pubblicato un coraggioso reportage sui rapporti fra la Turchia e l’Isis e ha duramente contestato il tremendo attacco a Charlie Hebdo. Molti giornalisti, me stessa inclusa, sono stati perseguitati per aver espresso solidarietà a Charlie Hebdo, alcuni sono stati condannati per questo.

Abbiamo bisogno del vostro sostegno, della vostra sensibilità e solidarietà. PEN, che alla base è un’organizzazione per la difesa degli scrittori, si batte attivamente per la libertà dei giornalisti. Quando la libertà di pensiero e di espressione sono in pericolo, non può esserci nessuna discriminazione.

“Liberté, Egalité, Fraternité”: sono concetti che dobbiamo alla Rivoluzione Francese! Più di due secoli sono passati, a dare significato, e realtà, a tali concetti, cresciuti attraverso la riflessione, il pensiero e lo sviluppo letterario, scaturiti da secoli di fatica, di lotte e di sangue… Concetti che devono essere universali, nella teoria e nella realtà, per chiunque, senza eccezioni.

Il mio sentimento è che la recente crisi in Europa, conseguente al problema dei rifugiati e degli attacchi terroristici, non è soltanto una questione politica ed economica. È una crisi esistenziale, che l’Europa potrà risolvere soltanto reinvestendo nelle nazioni che la compongono. Troppi segnali ci indicano che le democrazie liberali europee non possono più sentirsi sicure mentre l’incendio si propaga negli immediati dintorni. La “crisi democratica” in Turchia, a lungo sottostimata o ignorata per ragioni pragmatiche, il crescente rischio di una dittatura islamica e militare, avrà delle conseguenze serie. Nessuno può offrirsi il lusso di ignorare questa situazione, e soprattutto non noi giornalisti, scrittori, accademici, noi che dobbiamo le nostre esistenze alla libertà di pensiero e di espressione.
Vi ringrazio molto.

Cordiali saluti,

Aslı Erdoğan

Prigione di Bakırköy C-9

L’onta nucleare

(di Giorgio Nebbia, per Ecologiapolitica)

Con mille esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera e altre mille esplosioni di bombe nucleari nel sottosuolo, nella metà del Novecento, Stati Uniti, Unione Sovietica (oggi Russia), Francia, Inghilterra, Russia, Cina, Pakistan e India, si sono dati da fare per assicurare i possibili nemici di possedere le più devastanti armi di distruzione di massa: se un paese avesse aggredito l’altro, sarebbe stato a sua volta distrutto; è la dottrina della “deterrenza”. Al club atomico si è poi aggiunto Israele, forse la Corea del Nord, e altri paesi hanno tentato di costruire le proprie bombe atomiche.

Per indurre i paesi non-nucleari a non dotarsi di armi nucleari e per scoraggiare la circolazione o il furto di uranio e plutonio, nel 1970 è stato proposto e poi firmato e ratificato, da “quasi” tutti i paesi, il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, NPT. Era naturale che molti paesi, in questo turbolento mondo, si chiedessero perché alcuni potessero possedere armi nucleari vietate agli altri, per cui nel trattato fu inserito un “Articolo sei” che impegna tutti i firmatari ad avviare in buona fede azioni per l’eliminazione totale di tali armi, in maniera simile a quanto si era fatto con successo per l’eliminazione di altre armi di distruzione di massa, come quelle chimiche e batteriologiche.

Nel corso degli anni sono diminuite e cessate le esplosioni sperimentali nell’atmosfera o nel sottosuolo, ma solo perché sono stati inventati altri sistemi per controllare il “perfetto funzionamento” delle bombe nucleari esistenti. Delle sessantamila bombe nucleari esistenti nel mondo nel 1985 molte sono state eliminate e oggi ne restano “soltanto” circa 15.000, con una potenza distruttiva equivalente a quella di molte centinaia di migliaia di bombe come quelle che spianarono Hiroshima e Nagasaki. Alcune bombe termonucleari B-61 americane sono localizzate anche in Italia a Ghedi (Brescia) e Aviano (Vicenza).

L’esplosione anche solo di alcune bombe nucleari creerebbe sconvolgimenti climatici, desertificazione, avvelenamento e morte su intere regioni; per questo nel 1996 la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha dichiarato illegale anche solo la minaccia dell’uso delle armi nucleari. Intellettuali, premi Nobel e uomini politici (gli americani Kissinger e altri nel 2007; D’Alema, Fini, La Malfa e altri in Italia nel 2008), ma soprattutto movimenti pacifisti ed ambientalisti hanno chiesto ad alta voce, e finora senza successo, “un mondo senza armi nucleari”.

Nel 2014 la piccola Repubblica delle Isole Marshall, 68.000 abitanti di un gruppo di atolli nel Pacifico, in cui gli americani fecero esplodere centinaia di bombe nucleari cinquant’anni fa, ha “fatto causa” agli Stati Uniti e ad altri paesi nucleari che, pur avendo firmato il NPT, hanno sempre evitato di ottemperare agli obblighi dell’”Articolo sei” di tale trattato e anzi hanno continuato a perfezionare i loro arsenali.

Nel 2014 l’Austria ha redatto il testo di un “Impegno” per la totale eliminazione delle armi nucleari dal pianeta. Il disarmo nucleare totale, oltre ad aumentare la sicurezza internazionale e far diminuire i ben noti pericoli di danni ambientali, ha risvolti economici rilevanti. Intanto ogni anno nei soli Stati Uniti vengono spesi centinaia di miliardi di dollari per l’aggiornamento, il perfezionamento e la manutenzione delle bombe nucleari, soldi che il disarmo totale farebbe risparmiare.

Questo certo disturberebbe il vasto e potente complesso militare-industriale delle imprese che traggono profitti dalla produzione dell’uranio arricchito, del plutonio, dei composti di deuterio, gli ingredienti “esplosivi” delle bombe nucleari; simili attività sono fiorenti in tutti i paesi che possiedono armi nucleari e si capisce perché il disarmo incontra tanti ostacoli. D’altra parte l’eliminazione totale delle bombe nucleari, oltre a garantire maggiore sicurezza internazionale e a scongiurare il pericolo di catastrofi umanitarie e ambientali dovute alla stessa esistenza di tali armi, offrirebbe la possibilità di avviare un gigantesco impegno industriale e di ricerca per le operazioni di smantellamento delle bombe esistenti e di messa in sicurezza di migliaia di tonnellate di “esplosivi”, radioattivi e velenosi per millenni, altamente pericolosi da maneggiare; sarebbe la più grande impresa economica, finanziaria e di occupazione di tutti i tempi.

Molte utili informazioni si trovano nel libro, pubblicato dalle edizioni Ediesse a cura di Mario Agostinelli e altri, intitolato: Esigete ! un disarmo nucleare totale. L’11 aprile 1963 Giovanni XXIII nell’enciclica “Pacem in terris” affermava: “Giustizia, saggezza ed umanità domandano che si mettano al bando le armi nucleari e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci”. Gli ha fatto eco papa Francesco nell’appassionato messaggio del 7 dicembre 2014 alla conferenza sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari ripetendo: “Un mondo senza armi nucleari è davvero possibile”.

Ebbene un passo verso questo obiettivo sembra sia stato fatto nell’ottobre 2016 quando nella prima commissione dell’assemblea delle Nazioni Unite è stata votata la risoluzione L.41 che chiede che nel 2017 siano avviate trattative per arrivare ad un divieto delle armi nucleari con l’obiettivo della loro totale eliminazione. La risoluzione è stata approvata con 123 voti a favore, 38 voti contrari e 16 astensioni. L’Italia ha votato contro. E’ questa, a mio parere, una vergogna.

La risoluzione L.41 sarà oggetto di ulteriore votazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite alla fine di autunno 2016. Come elettore di questo Parlamento chiedo che esso dia mandato al suo potere esecutivo di votare a favore dell’inizio di un cammino che porti al divieto totale delle armi nucleari che è un obbligo giuridico, preso dall’Italia firmando il Trattato di non proliferazione NPT, oltre che un dovere umanitario. Siamo ancora in tempo a eliminare le armi nucleari: chiediamolo ad alta voce.

Di cosa è accusata la Muraro, assessora dimissionaria del Comune di Roma. Spiegato bene.

Sono contestazioni pesanti quelle che i pm avanzano a Paola Muraro, ormai ex assessora all’Ambiente del Campidoglio, quando era consulente di Ama. Secondo le accuse, la Muraro è responsabile di aver “truccato” le autorizzazioni per gli impianti di smaltimento dei rifiuti e di inquinamento ambientale.

Scrive il Corriere della Sera:

Agli atti dell’inchiesta ci sono i verbali dell’ex assessore al Bilancio Marcello Minenna e dell’ex amministratore delegato della municipalizzata Alessandro Solidoro che ricostruiscono quanto accaduto dopo la nomina di Muraro al Comune di Roma e specificano il ruolo di Luigi Di Maio che – anche nei momenti più delicati, come quello della notizia sull’iscrizione al registro degli indagati – avrebbe “offerto copertura politica a lei e a Raggi”.

Queste le accuse dei pm:

“Gli impianti di Rocca Cencia e Salario operavano una gestione dei rifiuti in violazione delle prescrizioni delle autorizzazioni riguardanti la gestione degli impianti per quanto concerne le percentuali di trasformazione dei rifiuti in ingresso e gli scarti di lavorazione”. Il sospetto dei pm – spiega il Corsera – è che i macchinari abbiano lavorato in regime ridotto per favorire altri impianti privati. In particolare Manlio Cerroni, ras dei rifiuti della Capitale, anche lui indagato, avrebbe beneficiato della permanenza di Muraro in Ama.

Non solo. L’assessora all’Ambiente della giunta Raggi è accusata anche di inquinamento ambientale. Nel suo ruolo d “responsabile tecnico e referente” degli impianti Ama – sostengono i pm – avrebbe consentito “lo stoccaggio di rifiuti in aree non autorizzate per l’impianto di Rocca Cencia”, mentre per il Salario “non venivano rispettate le aree di stoccaggio rifiuti: i cassoni di rifiuti contenenti metalli ferrosi, gli scarti del processo e le balle di Cdr non erano infatti ubicati conformemente a quanto previsto dagli atti autorizzativi”.

(fonte)

Una lezione politica: Iglesias ed Errejón si scrivono. Pubblicamente. Così.

Ha ragione Tiziana a scrivere nel suo pezzo che quella di Iglesias e Errejón (che si sfideranno a breve al congresso di Podemos, in Spagna) è una lezione di politica. I due hanno deciso di scriversi pubblicamente da sfidanti ma senza l’acredine degli avversari e mettendo in fuorigioco i retroscenisti. Roba inimmaginabile qui da noi.

Ecco il testo indirizzato dal segretario generale di Podemos Pablo Iglesias al suo compagno di partito e “oppositore interno”:

«Se la gente leggesse le nostre chat, scoprirebbe dalle risate e dagli scherzi che siamo amici. L’altro giorno discutevamo dei rapper che ci hanno dedicato un “combattimento di galli”. Ti dicevo che mi preoccupava che la nostra relazione si convertisse in una telenovela sui media. Mi rispondevi, a ragione, che questo faceva parte della strana cultura pop associata a Podemos.

Ho ripensato molte volte a questo e a tutto nelle ultime ore, e mi sono deciso a scriverti questa lettera aperta, per dirti le stesse cose che ti avrei scritto in una delle nostre chat. Pochi sanno che, spesso, senza neanche alzarci dal letto ci telefoniamo e ci raccontiamo cosa ognuno di noi andrà a dire ai media. E che ci facciamo delle gran risate calcolando che, qualunque cosa diremo, si convertirà sempre, anche se abbiamo pianificato il contrario, in “Íñigo contesta a Pablo…” o “Pablo contesta a Íñigo…”. Cosicché oggi ho deciso di “contestarti” scrivendoti da un giornale (e che gli altri titolino come meglio credono…). Penso che siamo tra i pochi che si possono permettere qualcosa di simile suonando credibili e onesti. Siccome, chissà, questo non dura per sempre, voglio farlo. Questo sì, come quando chattiamo o ci sentiamo al telefono, oggi non ti scrive il tuo segretario generale, ti scrive il tuo compagno e amico. Dobbiamo subordinare il nostro lavoro parlamentare a una strategia più ampia. I media, lo sai bene, ci vedono come rivali da tempo. È normale e prevedibile, però mi preoccupa enormemente, Íñigo, che i militanti e gli iscritti non ci vedano come compagni. Mi preoccupa anche che i nostri dibattiti vengano banalizzati. Penso che in Spagna stia crescendo lo spirito costituente di una maggioranza trasversale che vuole il cambiamento e penso che dobbiamo coltivare questo spirito nato dall’opposizione sociale, non solo di fronte al governo del Pp e dei suoi alleati, ma anche contro le élites che rappresentano. Per questo, credo, dobbiamo subordinare il lavoro parlamentare a una strategia più ampia di costruzione di contropoteri e istituzioni sociali alternativi, proteggendo e avendo cura del grande spazio politico che condividiamo con gli altri. So che ci sono molte sfumature in queste idee e che alcune non le condividi, però pensare ciò che penso, amico, non è imporre a Podemos una deriva estremista. Nello stesso modo in cui mente o non capisce niente chi ti attribuisce di essere vicino al Psoe. Tu ed io ci capiamo bene e fino a volte a completarci in questo dibattito, anche quando non siamo d’accordo su nulla, però mi preoccupa che alla fine di tutto ciò possa rimanere solo una caricatura. Credo, compagno, che sia più sensato vincolare qualunque lista di candidati alle idee e al progetto che difendono i suoi membri (Errejón chiede di votare separatamente, al congresso, le persone da candidare e i programmi, ndr). Credo che le idee e i progetti debbano rimanere incarnati nei documenti e che questi documenti debbano convertirsi in contratti con i militanti, le iscritte e gli iscritti. Per questo mi preoccupa che si votino separatamente i programmi e le persone, poiché credo che le persone non si possano svincolare dalle idee. Mi inorgoglisce che tu sia candidato alla leadership di Podemos, anche se ci sono differenze tra di noi, e ti assicuro che mi sforzerò per raggiungere la maggiore interazione possibile tra i nostri programmi, però non puoi chiedermi di separare il mio ruolo di segretario dalle mie idee.

So che la pensi diversamente ma voglio che tu sappia che la nostra proposta di votare contemporaneamente le idee e le persone non è un invito al duello nell’“Ok Corral” (qui fa riferimento al “rimprovero” di Errejon), né un combattimento tra galli, né un’involuzione democratica, è una proposta legittima quanto quella che difendi tu. Per questo mi preoccupa che l’idea del duello possa prevalere su quella del dibattito fraterno. Tu ed io non siamo galli da combattimento, siamo compagni. Voglio un Podemos nel quale tu possa lavorare al mio fianco e non di fronte a me. Mi preoccupa, Íñigo, il ruolo di arbitro che certi interessi editoriali potrebbero giocare nei nostri dibattiti, sai come me che la visione editoriale condivisa da quasi tutti è che il “moderato errejonismo” rappresenta il male minore innanzi al “radical pablismo” (espressioni che meritano grandi risate nelle nostre chat). Sai come me che questa visione non solo fa un magro favore al prestigio del tuo progetto (essere il “preferito” di certi poteri non genera credibilità tra la nostra gente), ma svilisce i dibattiti. Molte volte mi hai detto che non dobbiamo dire sempre quello che pensiamo di questi poteri e che dobbiamo aspirare a governare. Tatticamente hai sicuramente ragione, ma credo che la gente preferisca che noi diciamo, almeno ogni tanto, certe verità come pugni, nonostante i tanti contraccolpi che potremo ricevere per averlo fatto.

Íñigo, voglio tenere aperta la discussione e ti dico chiaramente che lavorerò affinché le idee che condivido con le altre compagne e gli altri compagni abbiano il maggiore sostegno possibile all’Assemblea Ciudadana (preparatoria al congresso di Podemos, ndr). Come te rispetto al tuo progetto, anch’io penso che il mio ci avvicini di più e meglio alla costruzione di una maggioranza per il cambiamento in Spagna. Tuttavia, voglio un Podemos in cui le tue idee e il tuo progetto abbiano spazio, allo stesso modo degli altri compagni come Miguel e Teresa (Urban e Rodriguez, esponenti di altre aree programmatiche, ndr). Voglio un Podemos nel quale tu, che sei tra le persone con il maggior talento e brillantezza che io abbia conosciuto, possa lavorare al mio fianco e non di fronte a me. Prendiamoci cura della nostra discussione, Íñigo, in modo che, con o senza accordo, possiamo sempre dirci amici, fratelli, compagni.»

Ed ecco la risposta di Errejón:

«Lo sai che continuerò a camminare accanto a te, perché lo dobbiamo alla nostra gente ma soprattutto perché è un onore. Ma noi siamo di passaggio, arriverà un giorno in cui faremo un passo indietro e verranno altre e altri. Ne Il postino, Mario apprende da Don Pablo le metafore e le usa. E quando Neruda gli rimprovera di aver usato una delle sue poesie lui gli risponde che la poesia non è la sua, ma di chi ne ha bisogno. Così è per Podemos, che deve essere una metafora del Paese che verrà».

Le parole sono importanti, come diceva quel tale.

Ha scritto l’Ansa ieri, parlando del doppio attentato in Nigeria presso il mercato di Naiduguri: “due baby kamikaze esplodono al mercato”. I “kamikaze”, dicono le agenzie di stampa, avevano sette e otto anni. Un bambino e una bambina di sette e otto anni: difficile credere che abbiano voluto o scelto di farsi esplodere, probabile forse che non sapessero nemmeno cosa stavano facendo. Due bambini imbottiti di esplosivo, insomma. Forse è qualcosa di diverso di baby kamikaze, forse.

Titola Repubblica Roma: “cinese morta a Roma, ricordo a Tor Sapienza”. Zhang Yao era una ragazza ventenne, studentessa dell’Accademia delle Belle Arti, di ottima famiglia, appena uscita dall’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma con il rinnovo del suo permesso di soggiorno per motivi di studio, scippata in un quartiere dimenticato dalla politica e con la voglia di non accettare il sopruso. È vero che i titoli hanno d’essere brevi ma “cinese” come parola contenitore di tutto questo, beh, no. Davvero. Bastava aggiungerci “studentessa”, ad esempio, come hanno fatto tutti gli altri. Sarebbe bastato poco.

Titola Libero di ieri su un articolo di Paolo Becchi (beh, direte voi, Libero più Becchi è miscela esplosiva, del resto): “la Raggi difende il marocchino ma scorda il disabile italiano”. Il marocchino in realtà non esiste: si tratta della famiglia che ha diritto a un alloggio (famiglia con figli piccoli) di cui non ha potuto usufruire perché illegalmente occupato da altri. Legalità contro illegalità, se volessimo banalizzare. E il disabile è solo uno specchietto per le allodole: nel pezzo si parla genericamente di cittadini “mandati via” tra cui, si dice, “un disabile con un figlio”. Razza contro razza, insomma. Anche qui. Come se “il marocchino” avesse cacciato “il disabile”: non hanno avuto il coraggio ma avrebbero voluto scriverlo così, c’è da giurarci.

Ci sono due macrocategorie di titoli brutti: quelli figli di un retro pensiero e quelli figli di incuria. Entrambi ottengono il risultato di nutrire gli istinti bassi; e questo non è un pezzo moralizzatore ma un invito a provare a prestare più attenzione, a prendersi cura delle parole per non diventare buoni alleati di quelli che combattiamo. Io per primo.

(il mio buongiorno per Left)