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Il cacciatore di aquiloni

Nell’Egitto di Al-Sisi far volare un aquilone è diventato una «minaccia alla sicurezza nazionale» e chi lo fa rischia pene severe. I prepotenti, del resto, sono terrorizzati dalla fantasia poiché sono incapaci di produrla

La credibilità di un potere si misura anche dalla portata delle sue proibizioni. Un Paese incattivito e impaurito prenderà sempre decisioni che risuonano goffe e farlocche perché si ostina a credere che i suoi cittadini siano semplicemente nemici dormienti da tenere a bada con misure sempre più restrittive. La libertà, del resto, si misura anche dai particolari.

«Era solo un sorriso, niente di più. Una piccola cosa. Una fogliolina in un bosco che trema al battito d’ali di un uccello spaventato», dice Amir nel film di Marc Foster Il cacciatore di aquiloni, tratto dal libro di Khaled Hosseini. E nell’Egitto di al-Sisi, quell’Egitto che vive sulle turpi violenze e sulle violente bugie di un potere spaventato da tutto perché incapace di governare con misura e con giudizio accade che si vieti l’acquisto e l’uso di aquiloni.

C’è il carcere per qualche giorno e l’enorme pena pecuniaria di 60 dollari (che sono moltissimo per un Paese soffocato dalla povertà) per chiunque venga beccato a fare volare leggero un aquilone, che sia un adulto o un bambino, che sia un gesto di libertà costretta in un filo e battito d’ali come accade nei quartieri più poveri d’Egitto.

L’aquilone che è lo svago di chi non ha soldi per giocattoli ma deve inventarseli, costruirseli oppure affidarsi a quelli a poco prezzo sulle bancarelle cittadine. Ebbene, quando lo fa, costui diventa improvvisamente nemico del governo. Sarà che durante la dura quarantena del popolo egiziano, quella stessa quarantena che sta mettendo in crisi la popolarità di al-Sisi, centinaia di bambini hanno trovato sfogo solo guardando il cielo trascinando un aquilone e sarà che le bancarelle hanno riscoperto questo gioco che ha dato ossigeno nel duro tempo del lockdown e sarà che molti ritrovatosi disoccupati si sono inventati disegnatori e costruttori di aquiloni: tutta questa fantasia nei cieli del Cairo ha urtato la sensibilità bellica del governo. I prepotenti, del resto, sono terrorizzati dalla fantasia poiché sono incapaci di produrla.

A scagliarsi contro gli aquiloni è stato il parlamentare Khaled Abu Talib che ha spiegato come l’aquilone sia un pericolo per la sicurezza nazionale per possibili futuri usi dell’aquilone usato come aereo-spia per fotografare siti sensibili. Dice Abu Talib che «in futuro qualcuno con intenzioni malvagie potrebbe usare bambini e giovani per atti illegali»· Abu Talib è membro del comitato parlamentare per la difesa e per la sicurezza nazionale e qualcuno deve averlo preso terribilmente sul serio.

Del resto funziona così: uno Stato di polizia vede pericoli ovunque perché è lui stesso portatore di pericolo, vede sospetti ovunque perché governa con l’arma del sospetto, si incaglia su frivolezze che lo smutandano dimostrandone tutta la presuntuosa inutilità.

Buon mercoledì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Bisognerebbe avere avuto fame

È una questione di cui sembra non occuparsi nessuno eppure è uno dei mali endemici di questo tempo: l’incapacità di provare empatia permette il proliferare del razzismo, del bigottismo, del perbenismo, del cattivismo e di molti altri -ismi che continuano a infestare il nostro presente.

Così viene facile portare avanti il modello dell’italiano medio che si infastidisce per il povero o per l’affamato e che crede addirittura di difendere il proprio Paese. Il problema non è solo l’odio per gli stranieri, no, non è solo quello: a molti fa schifo la povertà, l’indigenza, ne hanno un terrore atavico e la allontanano perché sono terrorizzati solo dall’idea di incrociarla per strada. Come i bambini che strizzano gli occhi per scappare da un momento che faticano a sopportare questi non vogliono vedere, non vogliono sapere e così riescono addirittura a trovare maleducato e sconveniente avere fame, essere schiavi e essere poveri.

È tutta mancanza di esperienza e di empatia. È una società che ancora si illude di poter essere nata tra i “non poveri” e di non rischiare mai di finirci. Eppure sarebbe così diversa la politica, il giornalismo, la socialità, lo stare insieme se riuscissimo a immaginare cosa significhi avere avuto fame, non avere i soldi per pensare al giorno successivo, non avere un futuro di sicurezza e di libertà.

Qualcuno potrebbe pensare che dovremmo viverlo per potercene rendere conto eppure augurare una carestia per poter diventare un popolo migliore non sembra una via fattibile e nemmeno troppo responsabile.

E quindi come si empatizza? Studiando, studiando, studiando, leggendo, rimanendo curiosi, vedendo gli altri, ascoltando gli altri, smettendo di vedere il mondo dalla nostra unica personale lente d’osservazione. E sarebbe bello che qualcuno, anche della classe dirigente, avesse il coraggio di dirlo forte e chiaro, piuttosto che cincischiare per continuare a lisciare i perbenisti.

Buon giovedì.

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A Salvini è stato impedito di tenere un comizio? No, è lui che ha provocato i contestatori

Ieri c’è stata una mezza apparizione di Matteo Salvini a Mondragone, contestato da praticamente tutti tranne quelli che ha chirurgicamente ripreso mentre chiedevano un selfie per intossicare la narrazione della giornata, e Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva sempre pronto a trollare per farsi notare, ha scritto sul suo Twitter: “Sarà un ciarlatano, un provocatore, un cazzaro. Ma non esiste al mondo che in un paese democratico ad un esponente politico (per di più il segretario del maggiore partito italiano) venga impedito di fare un’iniziativa politica”.

Curioso come San Tommaso sono andato a cercarmi i video che riprendono il comizio di Matteo Salvini per capire cosa possa essere successo perché il leader della Lega sia addirittura stato costretto a interrompere il suo comizio. È un’esperienza rivelatrice, provateci anche voi. Partiamo dal presupposto che su Mondragone si sta vivendo l’esplosione di una difficoltà endemica che parte dal lontano, semplicemente appuntita dalla pandemia e che fa rima con la povertà di molti abitanti e con le disastrose situazioni lavorative. A Mondragone si è accesa una guerra tra disperazione e andare a lucrare sul contesto per farsi notare è di per sé una bassa provocazione: a Mondragone i politici, tutti i politici, dovrebbero andarci per chiedere scusa e poi dovrebbero semplicemente fare, nei luoghi preposti, fare.

Matteo Salvini invece è arrivato a Mondragone con il suo solito copione di chi elogia le bellezze italiane senza dare sensazione di conoscerne i problemi e ha cominciato a accendere gli animi contro “i rom” (riferendosi alle famiglie di bulgari sfruttati da italianissimi imprenditori delle campagna casertane) e ha poi risposto alle contestazioni (che sono legittime, in democrazia) prima con le offese (“balordi”, “gente da centri sociali”) e poi addirittura invitandoli a lanciare ancora più acqua verso di lui (“così mi rinfresco che fa caldo”) finendo addirittura per accusare i contestatori di essere contigui alla camorra.

Vale la pena vedere un leader di partito comportarsi come un semplice provocatore. Vale la pena vedere le forze dell’ordine caricare su gente che alza le braccia e fa segno di allontanarsi volontariamente. Vale la pena mettere a confronto la serietà con cui si approccia la politica con la muscolosità di chi cerca lo scontro per farla diventare notizia. Vale la pena, prima di ogni valutazione.

Leggi anche: 1. Sfruttati e trattati da untori: i moderni schiavi di Mondragone, vittime del razzismo italiano / 2. Divorare ciliegie mentre si parla di bambini morti: non c’è da ridere, c’è da avere paura 

L’articolo proviene da TPI.it qui

Sfruttati e trattati da untori: i moderni schiavi di Mondragone, vittime del razzismo italiano

Alla fine è arrivata alla disperazione. La miscela perfetta della pandemia: gli invisibili stranieri che lavorano nei campi di Mondragone (sfruttati da italianissimi sfruttatori), gli italiani che vivono nella povertà e che hanno bisogno di trovare il nemico di fianco al proprio pianerottolo per avere la soluzione facile senza rendersi conto che non è una soluzione, la politica che banchetta sul disagio come continua a fare da anni e perfino il presidente campano che ora si ritrova a affrontare un’emergenza vera, qualcosa di endemico, qualcosa che ha radici profonde nel tempo e nei modi e che è molto di più di una semplice emergenza sanitaria.

Mondragone era malata già prima del Coronavirus, Mondragone, come molte parti d’Italia, è una di quelle zone dove la politica è riuscita a instillare la guerra tra disperati, gente invisibile che lavora nei campi per qualche spicciolo e poi rientra in case che sono casermoni dormitori dove la socialità sta solo nello sprofondare nel letto farciti di fatica, con un futuro immaginabile che non è più lungo del giorno successivo in cui ci sarà da cavarsela ancora. Lo schema facile facile disegnato dallo zotico razzismo di chi è incapace di fare i conti con la complessità è semplice, ripetuto, sempre lo stesso: arrivano i bulgari a infettarci, arrivano i bulgari a non rispettare le ordinanze ed è colpa dei bulgari se noi perdiamo il lavoro. La parola bulgari la potete tranquillamente sostituire con una nazionalità qualsiasi, l’importante è che siano altro rispetto a noi e così il giochino fila liscio liscio.

Nessuno che riesce a ricordare gli arresti e le denunce di imprenditori casertani (e lì, dalle parti di Latina) che i bulgari li importano a chili, famiglie con anche figli minori che diventano forza lavoro, per pagarli 2 euro all’ora e per lucrare su persone che non sono persone ma sono solo le loro braccia e la fatica che riescono a spremere in una giornata di lavoro. Mondragone è il grido d’allarme degli invisibili che sono rimasti con il collo schiacciato sotto la scarpa della pandemia e di questo mondo del lavoro che è appeso a un filo, fottendosene delle leggi e delle regole, dove basta rinchiudersi in casa per qualche settimana per fare la fame, la fame vera, la fame che andrebbe trattata per tutta la vita e per tutte le vite che ha intorno e che invece la nostra bassa politica tratta come fenomeno passeggero, giusto il tempo per coltivare rabbia e sperare di raccogliere una manciata di voti. Ora è Mondragone, è solo l’inizio.

Leggi anche: 1. Mondragone dimostra che il problema non è il Covid, è fame. E lo Stato non ha soluzioni (di L. Telese) / 2. De Luca vi fa ridere? La sua violenza verbale fa male alla sinistra ed è un regalo a Salvini / 3. Un bracciante è stato picchiato per aver chiesto una mascherina. Questa è l’Italia del 2020 

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Odiano i poveri, mica la povertà. Ma da vigliacchi.

Fermi tutti. Sono anni che tra i leghisti fanno a gara a chi spara la cazzata più grande. È una loro perversa forma di meritocrazia: evidentemente il più imbecille lì dentro merita di diventare classe dirigente (Calderoli e Borghezio insegnano) e quindi un po’ tutti si sono conformati.

Per questo il vicesindaco di Trieste ha pensato bene di pubblicare il suo ributtante post su Facebook:

«Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra… coperte, giacche, un piumino e altro; non c’era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati: da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città, li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto: ora il posto è decente!” ha scritto infatti il vicesindaco triestino. Durerà? Vedremo! Il segnale è: tolleranza zero!! Trieste la voglio pulita!! PS: sono andato subito a lavarmi le mani! E adesso si scatenino pure i benpensanti, non me ne frega nulla!!»

Però c’è anche un’altra caratteristica comune: siccome sono vigliacchi alla fine ritrattano ciò che dicono (il prode Polidori ha cancellato il suo post come un bimbo beccato con le mani dentro la marmellata) pensando di potere derubricare tutto in uno scherzo.

E invece Polidori fa schifo per davvero. Tutto intero. Con o senza post pubblicato. Così come fanno schifo tutti quelli che fingono di combattere la povertà ma combattono i poveri perché sono costretti a vederci la propria immagine riflessa. Fosse per loro, forti nelle loro putride bolle, cancellerebbero la realtà per decreto poiché sono incapaci di farci i conti.

Che schifo.

No, la povertà non è “naturale”

Forse potremmo, come gioco dell’estate, provare a recuperare in mezzo a questo chiasso le parole che ci siamo perse per strada, quelle che lentamente sono diventate tossiche senza che ce ne accorgessimo e alla fine ce le ritroviamo sofisticate come quella merce contraffatta di pessima qualità e di pessimo gusto di cui dovremmo accontentarci.

La povertà, ad esempio, è una parola diventata così terribilmente oscena che in pochi hanno il coraggio di pronunciarla. Per togliercela dagli occhi lo “sceriffo” Minniti decise addirittura di renderla illegale (tanto per rinfrescarci tutti la memoria su cosa ci ha portati fin qui) nelle vie delle nostre città. Ci farebbe bene vomitare il metanolo e provare a ripulirla, la povertà. No, la povertà non è naturale, innanzitutto. Non è naturale che esistano poveri per provenienza, per ceto, per mestiere o per meccanismi economici. Possiamo averne contezza, certo, qualcuno può anche accettarlo ma non è naturale, no. Foscolo nel suo Epistolario scriveva «Quaggiù la povertà è vergogna che nessun merito lava; è delitto non punito dalle leggi, ma perseguitato più crudelmente dal mondo». Eppure quella stessa parte di mondo che crea povertà alla fine è la stessa che più di tutti la disprezza. Scriverlo, anche solo dircelo, è liberatorio, di questi tempi.

La povertà non è accettabile. Per niente. E essersi abituati alla povertà è solo un’ulteriore aggravante del delitto. Come scriveva il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus «Se credessimo davvero che la povertà è inaccettabile e che non dovrebbe appartenere a una società civile, avremmo già costruito appropriate istituzioni  politiche per creare un mondo privo di povertà».

Ecco, si potrebbe partire da qui. E si rovescerebbe molto della narrazione che stiamo vivendo in questi anni nel mondo: ci si renderebbe conto che superare la povertà non è un atto di carità, come vorrebbero convincerci, ma è semplicemente un gesto di giustizia. E provate a pensare come spolverando una parola diventata così spaventosa si potrebbe iniziare a smettere di avere paura di ciò che non conosciamo piuttosto che temere ciò che crediamo vero e invece non lo è.

Buon giovedì.

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Così è morto Nessuno

(Delia Padalino per Corriere della Sera)

Succede che in una città come Milano, al Pronto soccorso del Fatebenefratelli, il giorno 15 dicembre alle ore 18.45 giunge una persona in stato di assideramento. La persona in questione è mio zio; è quel tipo di persona che comunemente viene chiamato «barbone» e come tale si pensa essere solo al mondo. L’ospedale non ci ha informato del suo ricovero e neanche del suo decesso avvenuto 30 ore dopo. Ne siamo venuti a conoscenza perché il 17 dicembre, giorno della sua morte, inconsapevoli dell’accaduto, lo abbiamo insistentemente cercato: a casa sua senza trovarlo; nei luoghi del centro di Milano che era solito frequentare senza trovarlo; chiamandolo al cellulare senza avere risposta.

Preoccupata e presagendo nulla di buono, giunti alla sera del 17 dicembre senza sue notizie, ho cominciato il triste giro di telefonate. L’ho trovato… al Pronto soccorso del Fatebenefratelli (l’ospedale più vicino al centro di Milano)… era lì da loro, deceduto da quasi 24 ore. Voglio tributare «un plauso» al Fatebenefratelli di Milano e alla sua organizzazione. Se non fosse stato per la nostra personale iniziativa, chi, come e quando ne saremo stati informati? Dovete sapere che mio zio aveva con sé i documenti di riconoscimento perfettamente tenuti e un cellulare perfettamente funzionante che ha continuato a squillare anche la mattina del giorno 18 dicembre, quando mi hanno consegnato i suoi effetti personali. Come certamente si potrà comprendere, non ho risposto alle telefonate… difficile rispondere alle sue sorelle e dire loro che lo zio non c’era più e che questo ospedale non si è dato la pena di cercarci! È questa l’efficienza e l’organizzazione di questa città? Ai lettori la riflessione!

Non una guerra “tra poveri”: è una guerra ai poveri

Oggi lo scrive meglio di me Ezio Mauro:

Dai casi di cronaca, anche minimi, si ricava il segno dei tempi più che dai manifesti politici, proprio per la spontaneità degli eventi e la meccanica delle risposte da parte del potere pubblico e dell’opinione generale. In questo senso è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante.

La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine. Unite insieme dalla realtà dei fatti e dal gigantismo della sua proiezione fantasmatica, povertà e immigrazione, colpa e peccato recintano gli esclusi, nuovi “banditi” della modernità, perché noi — i garantiti, gli inclusi — non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere.

Il fatto è che questi esseri umani ridotti a massa contabile, senza mai riuscire ad essere persone degne di una risposta umanitaria, e ancor meno cittadini portatori di diritti, sono improvvisamente diventati merce politica oltremodo appetibile, in un mercato dei partiti e dei leader stremato, asfittico, afasico. Impossibilitati a essere soggetto politico in proprio, si trovano di colpo trasformati in oggetto della politica altrui, che vede qui, sui loro corpi reali e simbolici, le sue scorciatoie alla ricerca del consenso perduto. Contro di loro si può agire con qualsiasi mezzo, meglio se esemplare. Senza terra e senza diritti, sono ormai senza diritto, i nuovi fuorilegge.

Ci sono due elementi che hanno determinato questo cortocircuito: il primo è il sentimento di incertezza e di smarrimento identitario che è cresciuto nella fascia più fragile, più periferica, più isolata e più anziana della nostra popolazione di fronte all’aumento dell’immigrazione nel Paese. Un sentimento di solitudine a casa propria, di perdita del legame collettivo di un’esperienza condivisa, e quindi di indebolimento comunitario: che è ormai mutato in risentimento, annaffiato e concimato per anni da una predicazione politica selvaggia e irresponsabile, che trae le sue fortune dalla paura dei cittadini più deboli, puntando a infragilirli ancora invece che a emanciparli.

Poi si è aggiunto il secondo elemento, psicopolitico. La sensazione che il mondo sia fuori controllo, che i fenomeni che ci sovrastano — crisi del lavoro, crisi economica, crisi internazionale con gli attacchi dell’Isis — non siano governabili, e che dunque il cittadino sia per la prima volta nella storia della modernità “scoperto” politicamente, non tutelato, nell’impossibilità di dare una forma collettiva alle sue angosce individuali, e nell’incapacità dei partiti, dei governi e degli Stati di trovare politiche che arrivino a toccare concretamente il modo di vivere degli individui che chiedono rappresentanza e non la trovano.

Stiamo assistendo semplicemente — e tragicamente — al contatto e all’incontro tra la domanda politica più spaventata e meno autonoma degli ultimi anni e un’offerta politica gregaria del senso comune dominante, opportunistica, indifferenziata. La prima chiede tutela quasi soltanto attraverso l’esclusione, il respingimento, il “bando”, accontentandosi di non vedere il fenomeno purché le città che abita siano ripulite e i banditi finiscano altrove, non importa dove.

(continua qui)

Siamo a sette milioni di poveri. Sette milioni.

A proposito di urgenze. Serie. Ne scrive sul suo blog Pietro Spataro:

​Grave deprivazione materiale: è la condizione in cui vive l’11,9% degli italiani. Si tratta di 7,2 milioni di persone, più di uno su dieci nel nostro Paese è costretto a sopportare questo stato di povertà. Tra il 2015 e il 2016 è peggiorato l’indice di grave deprivazione tra gli over 65 passando dall’8,4 all’11,6. Non solo. L’Italia detiene anche il record europeo del tasso di occupazione più basso degli under 35: nella fascia 25-34 anni non lavora quasi il 40%. E ancora: gli investimenti, nonostante le troppe parole, sono in calo per il settimo anno di seguito.  Nel 2016 sono scesi del 4,5%.

È il quadro per niente rassicurante descritto dal direttore del Dipartimento statistico dell’Istat, Roberto Monducci, durante un’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato in vista dell’esame del Documento di economia e finanza del governo. Ed è la prova che nel nostro Paese le cose non vanno bene e permangono alcune significative e drammatiche criticità che condizioneranno il futuro dell’economia nazionale e del sistema di welfare.

E allora, vogliamo prenderne atto o vogliamo invece continuare a cincischiare sulle riforme fatte, sullo sviluppo impresso, sul progresso attivato, sulle magnifiche sorti future dell’Italia? Qui c’è un problema serio: negli ultimi tre anni la politica economica del governo Renzi è stata completamente sbagliata. Per il semplice fatto che le poche risorse che c’erano sono state utilizzate in modo inefficace: da una parte elargendo bonus che come si è visto non hanno favorito i consumi e quindi la tanto agognata crescita che avrebbe portato nuovi posti di lavoro stabili (non quelli dei voucher per capirci) e dall’altra procedendo a una detassazione erga omnes senza distinzioni di reddito (vedi il caso dell’Imu sulla prima casa abolita anche per i possessori di ville di lusso e attici nei centri storici). Nel frattempo non si è intervenuti sul cuneo fiscale per i lavoratori, che è il vero vulnus da sanare come dimostrano le statistiche europee, e non si è mosso un dito per stimolare gli investimenti anche usando la leva pubblica come ha fatto Obama negli Usa.

In conclusione, è il momento di cambiare schema. O per lo meno cominciare a cambiare schema. Questo è ciò che dovrebbe fare Gentiloni uscendo dal cono d’ombra dei renzisti-leninisti. Sempre che Renzi non riesca, come è nei suoi desideri, a far partire un altro staisereno questa volta mettendo un Paolo al posto di Enrico.

Come Maroni combatte la povertà: rendendo abitabili gli scantinati. Per riempirli di povera gente.

Uno strumento di rilancio per l’edilizia, un «provvedimento di buon senso», oppure «una deregulation selvaggia che riempirà gli scantinati di povera gente». Nello spettro di opinioni c’è la realtà di una legge, approvata ieri dall’aula dal Pirellone, che renderà abitabili 40mila seminterrati che potranno nel caso essere trasformati anche in bar o negozi.

Tutto, o quasi, ruota intorno a una norma tecnica: uno dei parametri a cui il nuovo provvedimento permetterà infatti di derogare è l’altezza dei locali da recuperare, che in ogni caso non potrà essere inferiore a 2,40 metri. Nel caso di incremento dei volumi urbanistici è comunque previsto l’obbligo di trovare nuovi spazi per parcheggi e servizi ed è fissato un termine perentorio di 120 giorni dall’entrata in vigore del testo, entro il quale a ciascun Comune resta in ogni caso la facoltà di disporre l’esclusione di parti del territorio dall’ applicazione della legge stessa, per esigenze legate alla necessità di tutela dei luoghi.

La legge è passata con 37 voti a favore (la maggioranza di centrodestra) e 32 contrari (centrosinistra e Movimento Cinque Stelle). Le norme possono essere applicate agli immobili realizzati successivamente all’entrata in vigore della legge solo dopo 5 anni dalla loro costruzione. A inizio seduta per soli due voti era stata peraltro bocciata l’eccezione di costituzionalità sollevata dalle opposizioni.

Durante il dibattito in aula il provvedimento ha subito alcune correzioni, anche per le riserve del gruppo della Lega. Un emendamento, fatto proprio dal M5S, ha per esempio stabilito che i vani e i locali seminterrati non potranno essere oggetto di mutamento di destinazione d’uso nei dieci anni successivi al conseguimento dell’agibilità. Via libera (a scrutinio segreto) anche alla proposta di modifica con la quale si prescrive che nel caso il recupero del seminterrato comporti la creazione di un’autonoma unità abitativa, i Comuni dovranno trasmettere comunicazione alle Ats locali.

Per il relatore del provvedimento Fabio Altitonante (Forza Italia), «si tratta di una legge innovativa, facile e veloce, senza nuove tasse né burocrazia. Aumenterà l’offerta per imprese e cittadini e ci saranno effetti importanti per il rilancio del settore edile. È una legge green: zero consumo di suolo e più efficienza energetica». Soddisfatto anche il governatore leghista Roberto Maroni. «È stata approvata una legge utile e importante, esattamente come fu quella contro il consumo di suolo ingiustamente accusata dalla sinistra di favorire il partito del cemento». «Un condono preventivo», «un orrore urbanistico destinato a creare ghetti negli scantinati», protestano invece le opposizioni per una volta compatte. È in arrivo, pronosticano i consiglieri di centrosinistra, il decimo provvedimento regionale impugnato dal governo davanti alla Consulta «per ragioni di palese incostituzionalità».

Esultano invece, come prevedibile, i costruttori. Secondo Achille Colombo Clerici di Assoedilizia «si tratta di una legge di grande saggezza amministrativa che va nella direzione di rendere utilmente funzionali strutture edilizie già regolarmente esistenti, ma sottoutilizzate. In questo modo la legge ovvia ad un nonsenso. Si tratta infatti di intervenire per realizzare abitazioni o locali ad uso diverso dove già esistono spazi legittimamente costruiti; si amplia l’offerta di funzioni e non si consuma nuovo suolo». Altrettanto prevedibile l’opposizione di Legambiente che punta il dito, tra l’altro, contro le possibili conseguenze sanitarie della deregulation abitativa: «Rendere abitabili i seminterrati — dice Damiano Di Simine — implica una gravissima sottovalutazione del rischio dell’inquinamento da radon, gas radioattivo spesso presente nelle nostre cantine».

(fonte)