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Rassegna Stampa arte

L’Antologia della Memoria (Fuorilegge)

Schermata 2013-03-24 alle 08.16.42FuoriLegge è un sito che promuove la lettura per accompagnare adolescenti ed educatori nel percorso di avvicinamento ai libri. Mi fa bene in mezzo a questo caos (poco creativo e speriamo almeno produttivo) là fuori scoprire siti così. Mi riconciliano con la vita.

La loro Antologia della Memoria, scritta da partigiani della parola, è il diario di un Italia ama fare il proprio lavoro terribilmente sul serio. Qui c’è la pagina che Angela Vitti ha scritto dopo un nostro incontro.

Questa domenica la inizio così: ringraziando i bibliotecari che resistono nonostante tutto. E ci fanno mangiare.

“Ci invita ad allenare quello che chiama il “muscolo” della curiosità. Questo significa guardarsi intorno, fare domande a genitori e insegnanti, leggere per informarsi, capire e poi fare delle scelte consapevoli di comportamento e di vita.”

Orizzonte Universitario intervista Giulio Cavalli

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da OrizzonteUniversitario.it

Giulio Cavalli, inizia la sua carriera di attore nel lodigiano. Dopo anni di teatro la svolta arriva nel 2008, quando debutta con lo spettacolo Do ut Des, spettacolo teatrale su riti  conviti mafiosi. In seguito a questa messa in scena riceverà della minacce di stampo mafioso, a causa delle quali gli verrà assegnata una scorta. Dal 2009 Giulio Cavalli inizia la sua lotta alle mafie sul palcoscenico con Radiomafiopoli, A cento passi dal duomo, e nel 2010 esce il suo primo libro Nomi, cognomi e infami. Nel 2009 è stato ricevuto dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Dal 2010 è stato consigliere regionale in Lombardia, come indipendente nella lista dell’Idv; oggi aderisce a SEL, è stato nuovamente candidato come consigliere alle regionali 2013, ma alla luce dell’1,8% ottenuto dal suo partito non è stato rieletto.

Funziona tutto al contrario sig. Cavalli? Lei nel suo teatro ha iniziato a parlare della mafia, e ad accorgersene non è stato il ceto civile del nostro paese (questo si che non sente, non vede e non parla), ma, paradossalmente, la mafia stessa. I primi a venire a teatro sono i figli di quei mafiosi che, come dice lei, non azzeccano un congiuntivo nemmeno per sbaglio. Questi guardano il suo spettacolo  e poi la minacciano, e così la minaccia diventa la prima vera pubblicità della sua attività. E le jeux son fait!

Effettivamente sembra che le mafie abbiano una sensibilità che le antimafie scoprono sempre un secondo troppo tardi. Per questo abbiamo ritenuto importante ritirare da subito lo spettacolo “contestato”, per evitare un perverso gioco di vouyerismo. Bisognava subito spazzare il campo da eventuali occasioni di lucro. Ma è importante ricordare sempre che chi ti minaccia sa benissimo che la prima cosa che si accende, nell’opinione pubblica, è il sospetto, che spesso diventa motivo isolamento per l’artista.

Ho sentito Saviano dire che la colpa di “quelli come voi” è di essere ancora vivi, di questo in fondo vi accusa la gente. Altra frase che mi ha colpito  è che “quelli come voi”, agendo, mettono in crisi l’intera comunità circostante, che riconoscendovi dei meriti verrebbe a sentirsi in difetto: “sporca” per non aver fatto altrettanto. In realtà la penso diversamente. Secondo me quello che non vi viene perdonato è la popolarità che avete acquisito, con questa “storia delle mafie” siete diventati dei veri e propri vip.

Non credo che la nostra colpa sia quella di essere vivi. Su questo non sono d’accordo con Saviano. Piuttosto la colpa può essere la tentazione di raccontarsi piuttosto che raccontare, e allora certo si cade in un’autocelebrazione che credo interessi poco (se non ai fans, ma le mafie non sono temi da isterie celebrative, sono punti di democrazia e Costituzione). Poi credo che un Paese in cui chiedere  legalità e normalità porta ad essere un’eccezione è un Paese che dovrebbe interrogarsi. Non è la media del coraggio o dell’onestà a definire i limiti consentiti. Certo questa storia di minacce e scorte è un vizio tutto italiano di questi ultimi anni, che assomiglia per alcuni meccanismi alla banalità del Grande Fratello dell’antimafia. In Italia ci sono quasi ottocento persone sotto scorta, mica solo quelli che finiscono sotto i riflettori. E tra l’altro siamo la nazione che dimentica spesso i testimoni di giustizia (coloro che hanno semplicemente avuto la sfortuna di essere testimoni di un reato e hanno avuto l’onestà intellettuale di denunciarlo) e per sopravvivere devono sparire piuttosto che finire sotto luci della ribalta.

Sig. Cavalli: teatro, televisione, giornali….ora anche la politica. E la ‘ndrangheta è sempre il tema principale, forse l’unico. Lo stesso vale per Saviano con la camorra (e mi scusi se ripropongo ancora questo  parallelismo). Sembra che il contatto, quello vero, diretto, con la malavita segni un punto di non ritorno. La mafia diviene argomento radicale della vostra vita, non c’è più spazio per altro. E’ come se vi fosse stata affidata una missione. E’ come se arrivare a conoscere davvero la mafia sia un pò come arrivae a conoscere davvero Dio.

Diceva Falcone che nella lotta alle mafie ci capiti per caso e per destino. In realtà non credo di occuparmi solo di mafie (basta seguirmi non solo sulle riviste patinate). Lavoriamo per la libertà e per la democrazia. E le mafie sono tra i nemici più pericolosi.

LA STAMPA intervista Giulio Cavalli

Le cosche della ‘ndrangheta sono ben radicate in Lombardia. L’impegno di un attore che è arrivato al Pirellone
ILARIA LIBERATORE E MARCO PUELLI (MAGZINE)
Consigliere regionale per Sinistra ecologia e libertà e attore di teatro, Giulio Cavalli è impegnato da anni nella sensibilizzazione dei cittadini del Nord sul tema della criminalità organizzata. Affinché si sdogani questa idea che la Lombardia è immune dall’assalto delle mafie e si impari a riconoscerne i segni.

Ci voleva il teatro di Giulio Cavalli, il “teatro partigiano”, per raccontare e affrontare il problema della mafia a Milano?

Il vero problema della città è che sulla mafia si è passati dalla narcotizzazione della sua esistenza alla sua negazione assoluta. Ciò va imputato agli alti rappresentanti delle istituzioni del passato. Oggi prevale, invece, un sentimento di indignazione e si grida all’allarme. Ma, allo stato attuale dei fatti, bisogna fare un passo in più: serve una lettura collettiva del fenomeno che omogeneizzi la forbice tra chi fa attente analisi del problema e chi ancora lo tratta con toni romanzeschi. Questa è la funzione del teatro: creare una narrazione che sia credibile per il maggior numero di persone possibile. Gli intellettuali devono assumersi la responsabilità di farlo in prima persona. Certo, il teatro non risolve il problema mafia, ma se riesce a stimolare la curiosità sul tema, declinandolo nell’ordinario, si diventa tutti un po’ più vigili.

Per questo si è battuto per diversi progetti, compreso l’Expo No Crime?

Con Expo No Crime, progetto portato avanti anche grazie a Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd dal 2005, abbiamo voluto presentare un lavoro interconsiliare che tenga conto sia delle rappresentanze civiche, sia di quelle politiche regionali, provinciali e comunali per lavorare insieme su Expo. L’idea di base era confezionare una legge quadro antimafia, cosa che è avvenuta, anche se con risultati non del tutto soddisfacenti, perché in Consiglio regionale è stata oggetto di alcuni emendamenti. Abbiamo però ottenuto una legge regionale per l’educazione alla legalità (art.8 della legge regionale del 14 febbraio 2011, ndr).

A Milano, quale può essere un luogo simbolo della lotta al crimine organizzato?

Senza dubbio, lo stabile di via Montello 6. Era il fortino della Cosco, una famiglia calabrese molto rispettata nell’ambiente della criminalità organizzata milanese e che, con minacce e intimidazioni, lo aveva occupato. Lo sgombero, avvenuto lo scorso giugno, è stato un segnale molto importante. Gli ‘ndranghetisti della famiglia Cosco sono infatti gli assassini di Lea Garofalo, la testimone di giustizia rapita nel pieno centro di Milano e uccisa il 24 novembre 2009, la cui vicenda è uno degli esempi più evidenti di come i fatti di mafia al Sud siano sempre raccontati con loquacità, mentre ciò che avviene sul territorio milanese è sempre ridotto a liti famigliari. Questo perché non si vuole sentire odor di mafia.

Lei è uno dei pochi intellettuali del Nord Italia ad essere stato minacciato dalla mafia: cosa significa vivere sotto scorta a Milano?

Questa è una notizia falsa che continua ad esser utilizzata da chi mi osteggia per farmi diventare un fenomeno economicamente interessante. In Lombardia le minacce a pubblici amministratori e dirigenti del Comune e l’apertura di programmi di vigilanza sono all’ordine del giorno. Purtroppo le scorte che fanno più rumore sono quelle assegnate a una persona di teatro più che a un geometra. Mi chiedo se nei prossimi anni ci si domanderà perché è stata costruita un’aula bunker negli anni’80. Questa sì che è una realtà molto più interessante di un attore sotto scorta.

Qual è il suo rapporto con la città? Cosa le piace e cosa non le piace di Milano?

Molto buono, perché la cittadinanza di Milano ha sempre avuto delle reazioni migliori della propria classe dirigente. Comunque sia, la mia vicenda personale, teatrale e politica è sempre stata accolta a braccia aperte dalla città. Qui mi sento difeso. Mi sento protetto.

(Da La Stampa.it)

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Babel: intervista su ‘Duomo d’onore’

Duomo d’Onore, a cento passi dal Duomo capitolo secondo. Ritorna Giulio Cavalli con la seconda parte del suo spettacolo dedicato alle mafie milanesi e del nord Italia, scritto con Gianni Barbacetto, Cesare Giuzzi, Giuseppe Gennari, Giovanni Tizian e Biagio Simonetta. Da domani al 16 dicembre al Teatro della Cooperativa, Via Hermada 8.

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La Gomorra lombarda capitolo secondo

Adriana Marmiroli per LA STAMPA

Schermata 2012-12-13 alle 11.34.04Per qualcuno fino all’altro ieri non esisteva. Non esisteva che mafia e le sue «sorelle» alloggiassero comodamente all’ombra della Madonnina. Sono occorse clamorose azioni di polizia e svariati delitti eccellenti (o solo tragici e vergognosi) per far svegliare dal sonno infinito i bravi lümbard convinti dell’intangibilità del loro territorio. Perché mafia, ‘ndrangheta e camorra da noi stanno benissimo e fanno ottimi affari. Ancora più lucrosi, ora che c’è l’Expo in dirittura. L’attore Giulio Cavalli aveva già raccontato pochi anni fa in «A cento passi dal Duomo» questo «brodo di cultura», misto di affarismo, politica e criminalità apparentati, in cui faceva nomi&cognomi, business e atti giudiziari delle «famiglie» della mala organizzata. Era partito da lontano (Ambrosoli, Sindona, Calvi) per parlare della Gomorra meneghina: ne aveva guadagnato minacce e una scorta di polizia. Uomo ostinato e coraggioso, dopo la breve deviazione di «L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto», torna ora con «Duomo d’onore. A cento passi dal Duomo, capitolo secondo» a ricucire gli eventi del presente a partire da quei fatti lasciati in sospeso nel 2010 e dalla maxioperazione «Crimine Infinito», che aprì qualche squarcio di verità e le porte di parecchie celle: l’Expo, il Pirellone e altri politici, il territorio lombardo da razziare, gli imprenditori conniventi e s(pa)ventati… Un racconto che è in progress quotidiano sull’onda della cronaca nera e giudiziaria. In scena sul palco del Teatro della Cooperativa che lo aveva ospitato anche allora, con l’accompagnamento dell’espressiva fisarmonica di Guido Baldoni, facendosi aiutare e ricorrendo al lavoro di diversi giornalisti «esperti» del settore – Gianni Barbacetto, Cesare Giuzzi, Davide Milosa, Mario Portanova, Biagio Simonetta e Giovanni Tizian – e del magistrato Giuseppe Gennari, Gip del Tribunale di Milano, per la regia di Renato Sarti, prosegue quella sua narrazione per cercare di capire se qualcosa sia cambiato dopo retate, arresti e processi. O il fenomeno sia così radicato e profondo da necessitare di bisturi ancora più incisivi.

Teatro della Cooperativa,

via Hermada 8, fino al 16 dicembre,

ore 20.45 (dom. 16),

18 euro, tel. 02-64749997

Omnimilanolibri su DUOMO D’ONORE

“Siamo la regione con più morti di mafia e non li sappiamo nemmeno contare”, ma sappiamo contare 100 passi, e tutto quello che Giulio Cavalli racconta nel suo spettacolo “Duomo d’onore – A cento passi dal Duomo”, da ieri per 7 sere in prima nazionale al Teatro della Cooperativa. Lea Garofalo, “morta ammazzata”, raccontata fino alle ultimi recenti notizie del ritrovamento del corpo, l’operazione “Crimine-Infinito” con gli intrecci “tutti casuali”, Loreno il paninaro di Città Studi, e le patetiche, se non ridicole amnesie dei suoi colleghi davanti ai giudici, Expo, e tutti gli interessi lì nascosti, “ma neanche troppo nascosti”. “Anche a Milano c’è l’irraccontabile, ma fa meno paura se ci parli su” e l’attore, consigliere regionale uscente di Sel, “l’unico ad esser ascoltato dal Gip senza essere stato arrestato” – togliendosi sassolini dalle scarpe e senza tralasciare nomi e particolari -, ieri sera è partito con il suo viaggio aprendo il sipario di via Hermada. Nella valigia, invisibile, di cartone, come l’essenziale scenografia, tante storie raccolte con l’aiuto del gip di Milano Giuseppe Gennari e diversi giornalisti (Gianni Barbacetto, Cesare Giuzzi, Davide Milosa, Mario Portanova, Biagio Simonetta e Giovanni Tizian) . Date, numeri, nomi che hanno fatto titolo nei Tg, forse per qualche ora, a teatro, nel secondo capitolo di “A cento passi dal Duomo”, prendono forma e diventano organici se spiegati con la mimica e la grinta di Cavalli, accompagnato dal fisarmonicista Guido Baldoni in scena con lui, ad eseguire musiche appositamente composte e da improvvisare seguendo flash back e divagazioni appassionate Come l’ultima storia, che arriva perfino dopo i ringraziamenti, concessa ad un pubblico che non ha fiatato “ed è venuto ad ascoltare queste cose, il martedì sera, in un teatro di periferia, pure” scherza attore. L’appendice fuori programma dello spettacolo ha il rumore dei 14 spari, 3 a segno, arrivati all’altezza del secondo lampione della passeggiata domenicale con il cane, che uccisero il magistrato Bruno Caccia, il 26 giugno 1983, a Torino. Cavalli, dopo il successo del primo capitolo, risalente alla stagione 2009-2010, torna a raccontare, aggiorna, riprende il filo del discorso lombardo, a pochi mesi dalla questione Zambetti, immancabile: “e con 50 euro a voto, si è fatto anche fregare sul prezzo”. Suscitando anche risate, risate consapevoli, risveglia tutti dal torpore, un torpore meno torpore di quelli in cui irruppe in scena con il capitolo primo, ma non manca di sottolineare che a Milano “di queste cose non si parla” con l’ironia che sa ben dosare punzecchiando senza offendere. “Sono fantasie, illazioni, supposizioni”. Intanto, attorno al palco, al pubblico, a cento passi da lì, ci sono “case a forma di case che sono soldi vestiti da case, invendute. Soldi, a forma di capannoni e di bar. Mafia a forma di bar, in centro, con consumazione obbligatoria. Strade, asfalto. E sotto: merda. Pensioni buttate in videopoker. E in ipermercati ogni 5 km”. C’è altrettanta potenza, ma meno spensieratezza, di due anni fa, ammette lui stesso, a sipario che sta per chiudersi, mentre ringrazia la sapiente regia di Renato Sarti: “ci sono state evoluzioni e rivoluzioni, e c’è scappata anche qualche involuzione, scusate”. In ogni caso ieri il suo viaggio è cominciato, ricominciato, dal capitolo due, senza perdere il segno, e neanche la voglia di raccontare quel binomio ‘ndrangheta-Lombardia sempre più forte ma anche sempre più noto.

L’articolo è qui

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Milano connection

In scena, da Repubblica
Giulio Cavalli debutta alla Cooperativa con “Duomo d’onore”, monologo con la regia di Renato Sarti
Milano connection
“La mafia è sotto casa al bar e al supermarket”
SIMONA SPAVENTA
«NON bisogna aver paura di ciò che non si conosce, ma di quello che si crede vero ma non lo è». Cita Mark Twain Giulio Cavalli che, dopo aver raccontato la mafia a Milano tre anni fa in A cento passi dal Duomo, quando ancora le indagini non avevano smascherato le infiltrazioni della ‘ndrangheta in città, oggi porta a teatro un nuovo capitolo di quella inchiesta, svelando la criminalità invisibile che si cela nel nostro quotidiano. Lo fa con Duomo d’onore, da stasera al teatro della Cooperativa. Un monologo scritto con l’aiuto un gruppo di giornalisti — daGianni Barbacetto a Mario Portanova — per la regia di Renato Sarti.
Lei è stato profetico: nel luglio 2010 l’operazione Crimine Infinito ha portato a 300 arresti di mafiosi in Lombardia.
«Parto proprio da lì. Prima si negava l’esistenza della ‘ndrangheta a Milano, da Crimine Infinito si sono scatenati sdegno e preoccupazione. Ora, però, ci vuole “occupazione”: bisogna occuparsene. Il lavoro nasce per questo. Qui non c’è più la bulimia di dare informazioni, né l’obbligo al teatro-giornale. Torno a fare il narratore puro».
Che cosa racconta?
«Racconto delle storie, dei pezzi di quotidianità. Tutti abbiamo mangiato dagli “unti”, ma non tutti sanno che dietro a quegli hot dog c’è la ‘ndrangheta, il racket dei paninari. Entro nei bar, dove ci sono i videopoker controllati dai Casalesi, parlo dei compro oro, del riciclaggio, dei bar e dei ristoranti comprati e rivenduti, degli ipermercati così vicini da non aver clienti, assediati dal racket del facchinaggio».
La mafia è sotto casa, insomma.
«Il nostro è sano terrorismo psicologico. Vorrei che le signore tornassero a casa e leggessero i nomi dei vicini sui citofoni, sarebbe un bene in una regione narcotizzata come la nostra. Perché la mafia è tra di noi. E non bisogna essere profeti né eroi per mantenere allenato il muscolo della curiosità».
Lei, però, continua a vivere sotto scorta.
«Le minacce sono una cosa continua, ma per fortuna i miei tre bambini non lo sanno, vivono con serenità. Chi me lo fa fare? La volontà di essere intellettualmente onesto. E, gramscianamente, la gioia di non essere indifferente».
I casi di collusione con la politica sono stati eclatanti. Li tocca?
«Impossibile non parlare di Zambetti, uno che piange minacciato dai boss da cui aveva comprato voti, peraltro facendosi fregare sul prezzo. Una di quelle storie che se accade in Calabria o in Sicilia, noi sorridiamo superiori e distaccati. Invece è accaduto qui. Lo tratto come fosse un argomento da bar, perché le quote comiche non mancano nello spettacolo. E ogni risata su un boss fa bene, ne sgretola l’onore».
Lei è consigliere regionale per Sel. Non c’è il rischio comizio?
«Dopo un ventennio di conflitti d’interessi anti-etici rivolti a lobby ristrette e poco legali, trovo bellissimo e coltivo volentieri un conflitto d’interesse tra palcoscenico e bellezza, dove la lobby è quella degli spettatori. Sulle primarie della sinistra preferisco non far commenti, ma le dico una cosa: continuerò a far politica. Sarò uno “scassa minchia”, per dirla con Impastato».

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Teatro, Giulio Cavalli racconta la “Gomorra”milanese

da Giornale Metropolitano

MILANO – Le ramificazioni della mafia in Lombardia. Il teatro e l’arte come linguaggio di denuncia e divulgazione.

«Duomo d’onore», il nuovo spettacolo di Giulio Cavalli di scena al teatro della Cooperativa da martedì 11 a domenica 16 dicembre, racconta l’evoluzione della mafia a Milano e dintorni.

In «A cento passi dal Duomo», tre anni fa, Cavalli narrava le radici del fenomeno malavitoso all’ombra della Madonnina. Adesso l’attenzione si focalizza sugli sviluppi successivi all’operazione “Crimine infinito”, che nel luglio 2010 ha portato all’arresto di 300 persone e al sequestro di milioni di euro.

Adesso che più nessuno sano di mente può osare dire che «a Milano la mafia non esiste», emerge la virulenza del binomio ‘ndrangheta-Lombardia, con tanto di coinvolgimento di esponenti politici e di insidie nascoste nel grande cantiere Expo 2015. La regione che aspirava al ruolo di locomotiva d’Europa si è risvegliata, tra riciclaggio e corruzione, colonizzata dalla criminalità.

Giulio Cavalli si vale della collaborazione di diversi giornalisti – Gianni Barbacetto, Cesare Giuzzi, Davide Milosa, Mario Portanova, Biagio Simonetta e Giovanni Tizian – e di Giuseppe Gennari Gip del Tribunale di Milano. Porta in scena dati, atti e documenti.

Da sottolineare le musiche appositamente composte ed eseguite dal vivo dal fisarmonicista Guido Baldoni.

A tenere le fila la regia di Renato Sarti, ancora una volta impegnato nella messa in scena di tematiche civili.

A cura di Vincenzo Sardelli

da martedì 11 a domenica 16 dicembre 2012 – al Teatro della Cooperativa – prima nazionale

produzione Bottega dei Mestieri Teatrali

DUOMO D’ONORE, a cento passi dal Duomo – capitolo secondo

testo di Giulio Cavalli

in collaborazione con Gianni Barbacetto, Cesare Giuzzi, Davide Milosa, Mario Portanova, Biagio Simonetta, Giovanni Tizian e Giuseppe Gennari Gip del Tribunale di Milano

con Giulio Cavalli

musiche in scena di Guido Baldoni

regia Renato Sarti

Teatro della Cooperativa (11/16 dicembre 2012)

ORARI: feriali ore 20.45 – festivo ore 16

PREZZI: intero 18 € – ridotti 13/8 €

www.teatrodellacooperativa.it – Via Hermada 8, Milano – tel. 02.64749997

Saverio Tommasi intervista Giulio Cavalli

Da Fanpage.it

Giulio Cavalli è un attore e realizza spettacoli di teatro civile, ed è consigliere regionale della Lombardia. Giulio Cavalli è da anni sotto scorta perché minacciato dalla ‘ndrangheta: “Sono l’unico consigliere regionale che entra con i carabinieri, non esce con i carabinieri dal consiglio regionale”. Il nostro Saverio Tommasi ha deciso di passarci una giornata per raccontare, in esclusiva per Fanpage.it, l’uomo Cavalli. Il politico. L’attore. Il cittadino. L’arlecchino. Lo zanni. L’antimafioso. Lo scrittore. Giulio Cavalli ha avuto tante definizioni, non tutte corrette e non tutte date con affetto. Ma lui è tranquillo, sorride e s’impegna. E scherza: “Un tempo i giullari venivano seppelliti fuori dalle mura della città perché non erano ritenuti degni di stare con gli altri cittadini nemmeno da morti, come le prostitute. E se pensi che oggi un giullare e una prostituta sono nel consiglio regionale della Lombardia questo ti dà l’idea dello stra-ordinario”. Giulio Cavalli ci ha condotto nei luoghi di ‘ndrangheta, raccontandoci la famiglia Cosco di via Montello, a Milano, a due kilometri dal Pirellone, sede della regione Lombardia. E poi a Buccinasco, vero cuore della ‘ndrangheta milanese. Giulio Cavalli ci ha parlato di ‘ndrangheta, ma anche di scorta, di figli e di politica. E lo ha detto chiaramente: lui è candidato alle primarie perché “si è rotto i coglioni della faccia più democristiana del PD”, ed è convinto che il cambiamento, in Lombardia “non potrà venire da una faccia più onesta di Formigoni ma incapace di applicare politiche diverse”, ma potrà venire solo da un “deciso evoluzionario. Direi ‘rivoluzionario’, ma poi la Digos segnala. Perciò dico prepotente evoluzionario”. Perché Giulio Cavalli è così, gioca con le parole, ne riscopre alcune e tenta di strapparne altre alla cultura mafiosa. Tra queste anche “uomo d’onore”, una dizione spesso utilizzata riferendosi a personaggi mafiosi, ma che troviamo anche nella nostra Costituzione fra le qualità che un buon amministratore deve possedere.