Rassegna Stampa arte

Autopubblicati intervista Giulio Cavalli

• Raccontare la fragilità e la prepotenza;
• La scrittura curativa;
• Scrivere come arma contro l’indifferenza;
• L’indifferenza alimenta la prepotenza;
• E’ preferibile occuparsi delle cause piuttosto che degli effetti;
• L’avere paura cambia la vita;
• Il senso della minaccia;
• Il cannibalismo mediatico e la fabbrica del fango;
• Il terrorismo funziona se il terrore attecchisce;
• Teatro e narrativa;
• Capire il livello di attenzione del pubblico;
• Alimentare la concentrazione del lettore;
• Il monologo nel teatro e nel giornalismo;
• Il tempo della narrazione;
• Allenare la curiosità;
• Cos’è il professionismo nella scrittura;
• Innumerevoli punti di vista nel raccontare una storia;
• Il lavoro creativo;
• Tempi di gestazione di un’opera di narrativa;
• Grandi e piccoli nomi dell’editoria a confronto;
• Far crescere un libro;
• La tournee di un attore e quella di un libro;
• L’autopubblicazione come coltivazione di talenti;
• Il segreto di una grande presentazione: essere autentici;
• Il pubblico delle presentazioni perchè partecipa?
• La presentazione didascalica è un falliento;
• Acquistare un libro è dare fiducia al suo autore;
• Poca gente alle presentazioni è normalità anche per i grandi scrittori;
• Road Map: la via alla scrittura e all’autopubblicazione secondo Giulio Cavalli;

‘Per i diritti umani’ su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(L’articolo originale è qui)

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Uscito per Rizzoli l’ultimo lavoro letterario di Giulio Cavalli scrittore e attore, da sempre impegnato sui temi civili e sulla legalità, Mio padre in una scatola da scarpe è un romanzo che parla, forse, anche un po’ dell’autore stesso, capace sempre di dire No alla cultura mafiosa, in grado di pagare un prezzo alto per i valori della giustizia e della vita.
“Michele Landa non è un eroe, e neppure un criminale. Tutto ciò che desidera è coltivare il suo orto e godersi la famiglia; vuole guardarsi allo specchio e vederci dentro una persona pulita. Ma a Mondragone serve coraggio anche per vivere tranquilli: chi non cerca guai è costretto a confrontarsi ogni giorno con gli spari e le minacce dei Torre e con l’omertà dei compaesani”.
Tornano, nel libro, le parole degli spettacoli teatrali che Cavalli porta in scena: omertà, paura, ribellione, violenza, rispetto, verità”: parole e concetti da approfondire; alcuni da cancellare, altri da insegnare, con l’esempio e la Cultura.

L’Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Giulio Cavalli e lo ringrazia per la disponibilità.

E’ la storia di un uomo comune, diventato eroe, e della sua famiglia: quanto è importante raccontare storie (a teatro, in letteratura) a sfondo civile?

Io credo che sia importante raccontare storie credibili e scrivo credibili nel senso più ampio del termine ovvero abbiamo bisogno di storie che insegnino l’eroismo che sta nei tanti piccoli gesti quotidiani che sono famigliari a molti. Questo romanzo non vuole celebrare Michele Landa, che altro non è che un uomo vicino alla pensione con la cura della propria famiglia, ma prova a fare intendere quanti “profughi stanziali” si ritrovano a combattere in ambienti non facili. Ognuno secondo le proprie capacità, le proprie possibilità e le proprie attitudini. Credo che ultimamente abbiamo commesso l’errore di cercare l’iperbole mentre sotto gli occhi, tutti i giorni, abbiamo quotidiani esempi di resistenza

Qual è l’Italia che lei racconta?

L’Italia dove la prevaricazione è sistematica, il bullismo è considerato un dovere per condire la credibilità dei potenti e dove un continuo logorio della democrazia ha portato a farci credere che alcuni nostri diritti siano dei privilegi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un graduale disfacimento del pieno significato dell’essere buoni, tanto che oggi è considerato un difetto, una debolezza. In realtà spesso essere buoni significa avere la forza di stare ostinatamente controcorrente e Michele, con i suoi figli, è la personificazione di questo sforzo strenuo e continuo.

Ci parla del progetto legato al suo libro?

Andando in giro per scuole e librerie abbiamo scoperto che il romanzo risulta molto utile anche per discutere di bullismo e prepotenza. In realtà il progetto con le scuole è tutto merito di Ivano Zoppi e la sua ONLUS Pepita che hanno avuto il merito di trasformare il libro in un’occasione per chiedere di alzare la voce contro i soprusi. Un libro, appena uscito in libreria, smette di essere del suo autore e anche questa iniziativa l’ho vissuta con l’emozione di uno spettatore privilegiato. Sono molto contento che finalmente si riesca a dare una declinazione quotidiana ad un fenomeno (quello mafioso) che troppo spesso ha bisogno di eroi per poter essere raccontato.

Spesso le persone oneste vengono lasciate sole dalle istituzioni e, per questo, molte di loro hanno perso la vita, seguendo l’etica e la legge…Oggi in che direzione si sta muovendo lo Stato italiano in termini di lotta alle mafie?

Si da sempre molto poco. L’Italia è il Paese più evoluto sul fronte antimafia perché è anche il laboratorio più estremo delle mafie ma sono convinto che al netto della retorica ancora oggi si faccia troppo poco e troppo spesso male. Pensiamo, solo per citare un esempio, ai testimoni di giustizia che non sono altro che normali, semplici cittadini a cui “è capitata l’occasione di essere giusti”. dovrebbero essere trattati dallo Stato con tutta la cautela e la gratitudine per chi decide di alzare la testa e invece sono pressoché quotidiane le notizie di difficoltà ambientali, economiche e di sicurezza di chi ha deciso di denunciare. La strada è lunga e in più il movimento antimafia sembra vivere anche un pericoloso periodo di appannamento.

Come possiamo educare i giovani alla cultura della legalità?

Primo: facendo in modo che essere corretti e rispettare la legge sia conveniente. E questo è un dovere della politica. Poi abbiamo bisogno di riportare il senso di legalità al senso di solidarietà, cittadinanza attiva, responsabilità e giustizia. Qui non si tratta solo di insegnare le leggi ma riuscire a far cogliere il senso alto che sta dietro alle basi della democrazia. E finché non riusciremo a raccontare la legge come un’opportunità piuttosto che un limite credo che faremo molta fatica a trovare un vocabolario che funzioni.

Corriere.it: “Segnali positivi” alla libreria Iocisto con Giulio Cavalli e la giovane Orchestra dei Quartieri Spagnoli

Schermata 2015-10-22 alle 23.09.56Il 24 ottobre 2015 il Vomero fino a notte fonda si riempirà di luci, musica e libri. Ma sarà diverso dagli anni passati perchè quest’anno il tema è la legalità. Iocisto #lalibreriaditutti in Via Cimarosa 20 (piazza Fuga) partecipa alla manifestazione promossa dal Comune di Napoli e dalla V Municipalità nel quartiere Vomero Arenella sin dal mattino.

Aprendosi alle scuole, ai ragazzi, ai lettori ed uscendo in piazza con un programma ricco e diversificato. La mattina sarà dedicata a scuole e ragazzi e vedrà protagonisti i ragazzi dell’Orchestra dei Quartieri Spagnoli, un progetto artistico e culturale che nasce dal riferimento preciso del sistema pedagogico-musicale creato in Venezuela da José Antonio Abreu, musicista ed ex ministro della cultura. Seguiranno il RAP per la legalità che convolgerà famiglie e ragazzi grazie al giovane rapper Gian Paolo Nicolini in arte CIOMPI e con i fumetti per la legalità a cura della Scuola Italiana Comics.

Alle 12:00 direttamente dal teatro civile, reduce anche dallo spettacolo al Nuovo Teatro Sanità, al suo esordio nelle vesti di romanziere Giulio Cavalli presenterà il suo libro con un potente monologo. “Mio padre in una scatola di scarpe” edito da Rizzoli parte da una storia vera, quella di Michele Landa, ucciso senza ancora un perché a Mondragone. Giulio Cavalli racconta un’Italia dimenticata e indifesa, in cui non serve fare rumore per diventare eroi delle piccole cose.

Nel pomeriggio in libreria un altro racconto sui piccoli grandi eroi involontari grazie al romanzo di Paolo Miggiano che presenterà “ALI SPEZZATE – Annalisa Durante. Morire a Forcella a quattordici anni”. Interverranno Arnaldo Capezzuto, Gigi Fiore, Sandro Ruotolo e Franco Roberti. La serata si concluderà con il Jazz a cura di Music Instinct.

(fonte)

Cavalli e la vicenda (dis)umana di Dell’Utri: un’intervista

(l’intervista è pubblicata sul sito QuartaParete qui)

Schermata 2015-10-16 alle 10.04.39Il racconto di Giulio Cavalli su Dell’Utri, accompagnato dalle musiche dal vivo di Cisco Bellotti, ha fatto tappa al Nuovo Teatro Sanità il 10 e 11 ottobre, aprendo di fatto la stagione di una tra le realtà più interessanti dell’ambiente teatrale napoletano. L’amico degli eroiParole, opere e omissioni di Marcello Dell’Utri ha raccolto un buon pubblico alla sua prima, nonostante il diluvio abbattutosi nella serata di sabato su tutta la Campania. Un buon inizio e un ottimo segnale per chi continua a svolgere orgogliosamente un ruolo di presidio culturale e artistico nel cuore della Sanità.
Quello di Cavalli è un ritorno: già due anni fa, infatti, fu ospite del ntS’ con L’innocenza di Giulio, inizialmente rinviato in seguito al rinvenimento di un’arma nei pressi del suo studio di Roma; sebbene dunque nel mirino della criminalità organizzata, Cavalli, anche scrittore  e giornalista, oltre che attore, non ha però perso il gusto di narrare di mafia e politica e di quel grigio che passa tra le due, dedicando, questa volta, le proprie attenzioni ad un personaggio molto chiacchierato: Marcello Dell’Utri, pienamente rappresentativo dell’ultimo ventennio berlusconiano; l’amico degli “eroi” (così come lui chiama Vittorio Mangano), mafioso che scelse di non riferire mai alla magistratura i propri rapporti con i vertici di Fininvest.
Ascoltando il monologo, in effetti, sembra di tornare a piè pari nei primi anni Duemila, a certe trasmissioni di Santoro (di cui non a caso sono proiettati frammenti del passato), ad un impegno antimafia che oggi appare sfumare nella retorica da Twitter che domina il dibattito politico sui media. La storia di Dell’Utri viene narrata quasi con un certo affetto nei confronti del protagonista; ne viene raccontata la vergogna per i genitori e, in generale, per i propri natali meridionali; l’amore per gli ambienti milanesi, tradizionalmente negati alla piccola e media borghesia palermitana di cui portava il marchio anche nell’amore per le cravatte (rigorosamente Regimental); unico elemento della scenografia, d’altronde, è proprio un’enorme cravatta, icona del tentativo mai riuscito di mimetizzarsi tra gli invidiati finanzieri della Milano da bere di trenta, quarant’anni fa.
Dell’Utri è il trait d’union tra Berlusconi e Mangano (gli altri due “protagonisti”), ma è anche profondamente diviso tra la volontà di essere come il primo e la vicinanza (per mentalità e provenienza) al secondo; in questa bivalenza si consuma la tragedia di Dell’Utri, che riuscirà a farsi accettare da quest’ambiente tanto ambito solo facendo da pontiere proprio con quella Sicilia da cui voleva allontanarsi. Cavalli tiene bene la scena e richiama l’attenzione del pubblico nei momenti in cui il susseguirsi di citazioni e sentenze rende la narrazione più ostica da seguire (“Cos’è questa, un’assemblea del Pd?” riprende la sonnacchiosa platea, scatenando immediata ilarità). Chiude con il richiamo all’articolo 4 della Costituzione (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), ideale contraltare all’Italietta provinciale e truffaldina rappresentata fino a quel momento.
Al termine dell’ora circa di spettacolo, l’attore lombardo si ferma qualche minuto con noi, approfittando della pioggia ancora battente che all’esterno inonda la Sanità. È abbastanza provato dall’interpretazione appena conclusasi, ma non per questo sembra meno lucido il racconto del suo personale rapporto con “l’amico degli eroi” del titolo.

Foto di Mario Gelardi

In questi giorni, Napoli ospita il tuo spettacolo e riapre alla città (anche se solo per un giorno) la biblioteca dei Girolamini in passato depredata da Dell’Utri; sembra quasi che un’intera città stia cercando di prendersi gioco dell’ex senatore siciliano. Viene spontanea allora la domanda: perché proprio Dell’Utri dopo aver parlato di Andreotti ne “L’innocenza di Giulio”?
Perché su Dell’Utri abbiamo molte più prove, paradossalmente, di quante non ce ne fossero per Andreotti; è tutto fotografato nelle sentenze. La storia di Dell’Utri è quella di un siciliano che sogna di essere milanese, quella di un milanese (Berlusconi) che disprezza intimamente ogni meridionale – ma meglio di chiunque altro ne riuscirà a sfruttare il senso di fedeltà – e quella di un mafioso da discount come Mangano. E’ una storia in cui gli opposti si attraggono, che ci racconta molto di un Paese in cui uno di questi protagonisti è ancora lì a riscrivere gli articoli della Costituzione.
Viviamo ancora nello stesso Paese della “trattativa Stato-mafia” che oggi emerge dai processi di Palermo?
Si cerca troppo spesso di raccontare il presente con le sentenze, ma le sentenze non sono che le macerie del passato; al di là di quella giudiziaria che poi verrà fuori, una verità “culturale” già la sappiamo ed è quella – e non le sentenze – che dovrebbe darci le chiavi di lettura del presente.
Cosa intendi?
Ad esempio, è già ora evidente che Mancino ha una paura enorme data dall’aver camminato troppo tempo nella penombra; così com’è evidente che Dell’Utri è stato condannato perché già sostituito con “qualcos’altro”. Non c’è bisogno di aspettare una sentenza per poterlo dire.
Perché Dell’Utri s’è lasciato sostituire, alla fine?
Da un lato, c’è quel meccanismo che porta ogni servo a vedere la propria salvezza nel padrone, anche quando è evidente che il padrone l’ha ormai abbandonato. Dall’altro, Dell’Utri ha monetizzato la propria dipartita sistemando le prossime quattro o cinque generazioni di Dell’Utri.
Cosa pensi del suo atteggiamento ironico e strafottente?
Sentendo le parole di chi lo ha conosciuto di persona, mi son fatto l’idea di uno che è intimamente convinto di essere superiore a Berlusconi; che pensa che in un mondo ideale sarebbe stato Berlusconi a fargli da vassallo e non il contrario. Da questa convinzione viene il suo atteggiamento sprezzante. Quando ha saputo di questo spettacolo, ha detto al suo avvocato: “Finalmente scrive di me qualcuno bravo e non i soliti giornalisti”.
Condividi l’immagine che di Dell’Utri ha dato la serie “1992”?
No, non l’ho vista, cerco di salvarmi da queste serie.
Cos’è cambiato in Lombardia negli ultimi due anni? (il 9 ottobre Mario Mantovani, vicepresidente della Regione, è stato arrestato per corruzione, ndr)
I centocinquanta arresti hanno inciso, indubbiamente. A scuola si parla di mafia e c’è una generazione che sta crescendo con una forte sensibilità antimafia; mentre quella precedente non ha gli strumenti, probabilmente, per sviluppare questa sensibilità. Ci siamo affezionati, nel frattempo, a dei simboli: io stesso, in quanto “attore con la scorta”, sono stato un simbolo; però poi ti accorgi che ogni folata di luce in più che ricevi avvicina la gente al tuo feticcio e l’allontana dal fulcro della questione.
Un corto-circuito, in pratica.
Un corto-circuito dal quale noi per primi dobbiamo allontanarci. Io ammetto che da questo punto di vista ho commesso degli errori, per questo cerco di non parlare della scorta.
Credi che una responsabilità l’abbiano anche i media e la rassegnazione del pubblico?
Il “savianismo”, che io definirei più che altro “mondadorismo”, ci ha raccontato che la lotta alla criminalità possono farla solo gli eroi; e così non abbiamo protetto abbastanza chi ha il diritto di avere paura di dover lottare in prima persona.

Foto di Mario Gelardi

Può essere il teatro una chiave per diffondere queste informazioni che oggi difficilmente “passano” sulla stampa (anche perché i giornalisti che se ne occupano, come Ester Castano a Sedriano, sono puntualmente boicottati)?
No, se devo essere sincero non credo che il teatro possa addossarsi questa responsabilità. Così come la letteratura e la magistratura, da sole, non possono nulla; e non credo nemmeno a questa puttanata che “la parola” possa sconfiggere le mafie. Il teatro deve fare la sua parte, per carità. In questo quartiere, la criminalità organizzata fa venire l’acquolina al gommista, per dire una categoria a caso, con il suo potere. Col teatro non posso liberare il “gommista” ma posso gettare dei semi che, se coltivati, possono arrivare a liberarlo; ma da solo il teatro non può risolvere granché.
Com’è cambiata la sensibilità degli artisti ed il gusto del pubblico negli ultimi venti anni di Berlusconi?
Il pubblico continua a chiedere “teatro di impegno civile”, perché vuole sentirsi raccontare il presente senza necessariamente ricorrere ad Aristofane o Platone. Questa fu l’intuizione di Marco Paolini con Vajont ed è ancora validissima.
Cosa manca allora al dibattito sulle criminalità organizzate?
Mancano gli intellettuali. Abbiamo lasciato la patente di intellettuali ai soli magistrati, i quali spesso sono, sì, ottimi professionisti ma si sono dimostrati anche pessimi intellettuali. Non possiamo lasciare che siano loro a tradurre nel sociale il significato delle sentenze; per questo lavoro ci vorrebbero delle figure che al momento mancano. E poi ovviamente c’è il problema che metà degli attori e giornalisti italiani è stato a lungo (e forse è tuttora) sul libro paga di una sola persona.
Ultime due domande per finire. Se questi venti anni fossero una pièce teatrale, in quale genere si inserirebbero?
(sorride) Non so, dovremmo chiedere a Dario (Fo). Sicuramente una farsa…
E questo momento storico attuale?
(prende un sospiro) Questa è la polluzione notturna degli ultimi vent’anni.

Antonio Indolfi

Librerie.it su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(l’articolo originale è qui)

Schermata 2015-10-16 alle 09.57.58Mio padre in una scatola di scarpe”: Giulio Cavalli racconta una storia vera di un uomo coraggioso e che non deve essere dimenticata

Il grande impegno dal punto di vista sociale e civile di Giulio Cavalli è tutto raccontato nelle opere teatrali e nelle sue pubblicazioni editoriali.

“Mio padre in una scatola di scarpe” vede al centro la storia di Michele Landa, metronotte di Mondragone ucciso nel 2006 nei pressi di Pescopagano e che non ha mai ricevuto giustizia.

Michele Landa

Chi è Michele? E’ semplicemente un uomo onesto, un uomo che vuole vivere in modo tranquillo. Lavora come metronotte, al suo fianco ha Rosalba – la donna con cui ha condiviso tutto la sua vita – e i suoi figli.

Michele, però, vive in un luogo del nostro Paese dove il senso stesso della vita sembra aver perduto valore, dove tutto è dominato solo dalla corruzione, dal degrado e, soprattutto, dove tutti abbassano la testa e restano in silenzio di fronte ai soprusi, perché in un luogo del genere è questo e non altro il modo di affrontare il quotidiano.

Una storia che non va dimenticata

Michele viene aggredito e ucciso in una notte del settembre 2006. I suoi aggressori, mai identificati, ne bruceranno il corpo e i suoi resti verranno consegnati alla famiglia dopo essere stati sistemati in una scatola di scarpe.

Giulio Cavalli ha preso la penna per far conoscere la storia di un uomo dignitoso, di un uomo onesto, di un uomo che per tutta la sua vita si è sacrificato lavorando per la famiglia e che avrebbe dovuto andare in pensione solo un mese dopo il suo omicidio.

Mio padre in una scatola di scarpe

Il titolo del romanzo fa riferimento ad una frase realmente pronunciata da uno dei figli di Michele e tutto quello che viene narrato, sia pure in modo romanzato, fa riferimento ad una realtà che deve essere conosciuta, portata alla luce, denunciata.

La storia di Michele deve essere ricordata, perché, al contrario si tende a dimenticarla. E perché è proprio l’omertà, la paura, la passività, che regnano sovrane in alcuni luoghi del nostro Paese, a generare e a dare forza a quella mostruosità che possiamo chiamare in tanti modi diversi, mafia, camorra, ma che deve essere combattuta con coraggio e con quella dignità che Landa ha pagato con la vita.

Dal teatro civile al romanzo civile: Marco Ostoni su ‘Mio padre in una scatola da scarpe’

(L’articolo originale è qui):

Schermata 2015-10-13 alle 18.27.26Leggi e ti sembra di vederlo, anzi di ascoltarlo. Lì, sul palco impegnato in uno dei suoi affabulanti e avvolgenti monologhi in cui il ritmo è dettato dal sapiente alternarsi di pause e recitativi, con la voce un po’ impastata e lo sguardo pensoso, con le iridi verdemare che illuminano un gesticolare lento e compassato. Quei tratti, insomma, che lo hanno fatto conoscere e apprezzare al pubblico lodigiano le cui ribalte ha calcato per anni da protagonista. C’è tutto Giulio Cavalli in questo Mio padre in una scatola da scarpe, romanzo d’esordio dell’attore, regista, autore e saggista di Lodi (con una breve pausa anche in veste di consigliere regionale), da pochi anni trapiantato a Roma, ma là come qua costretto a vivere sotto scorta per le ripetute minacce ricevute dalle cosche in risposta ai molti strali da lui lanciati al loro indirizzo. Cosche che indubbiamente non molleranno la presa dopo aver letto questo libro, un j’accuse ancora più forte dei precedenti (anche del volume-denuncia, nonché pièce teatrale, Nomi, cognomi e infami) perché forgiato di quel metallo prezioso che si chiama letteratura, con la capacità unica che ha la letteratura di scuotere, emozionandoli, i lettori e di smuoverne così, dal profondo, le coscienze.
E ci si emoziona non poco leggendo le quasi 300 pagine del romanzo che racconta la storia (vera) di Michele Landa, uomo per bene di Mondragone, nel Casertano, vissuto con la schiena dritta in una terra dove i più la piegano – la schiena – per paura, per quieto vivere o per convenienza, ma alla fine spezzato da quella Camorra di cui non ha mai accettato i codici di comportamento.
Ci si arrabbia, ci si indigna e si piange accompagnando Michele dagli anni dell’adolescenza – dopo un’infanzia segnata dalla morte precoce della madre e da quella del padre, alcolista e violento – all’età adulta. Un lungo tragitto cadenzato dall’amicizia inossidabile con Massimiliano, lo “scemo del paese” in realtà più acuto e saggio di molti presunti “sani”; dal fidanzamento e quindi dal matrimonio con Rosalba “la silenziosa”; dalle gioie (e dalle fatiche) della paternità, fino ad arrivare al drammatico e straziante epilogo. Cavalli, se pure qua e là carica di qualche eccesso verboso il linguaggio, pagando dazio all’inesperienza da una parte e all’oralità del cantastorie dall’altra, riesce a ricreare con buona mimesi il clima di omertà e paura insieme che impasta la vita dei Mondragone, i cui abitanti sono soggiogati dalla prepotenza dei Torre, che rende tutti (o quasi) muti, ciechi, sordi ma soprattutto servi. Mentre lui, Michele, si rifiuta – ignorando i consigli del nonno – di vivere «in punta di piedi», di abitare la sua terra in silenzio, diventando invisibile per difendere se stesso e la famiglia.
«Voglio abitare in un luogo – dirà a Rosalba il giorno in cui la chiederà in sposa – dove Massimiliano può essere felice e mio nonno invecchiare sereno. E voglio figli che sanno scegliere il bene e il male».
Proprio come ha saputo fare lui, pagando quella scelta di coraggio con la morte.
(Cavalli presenterà il suo libro ai lodigiani mercoledì 14 ottobre, alle 21, al Caffè Letterario)

Giulio Cavalli, Mio padre in una scatola da scarpe
Rizzoli Editore, Milano 2015, pp. 276, 19 euro