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Dal processo riformatore in corso il popolo esce privo di voce, esce sconfitta la democrazia: parla Lorenza Carlassare

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(di Lorenza Carlassare)

Non è facile parlare di riforme senza essere ripetitivi, da troppo tempo ne discutiamo. Tuttavia è ancora utile ribadire le osservazioni critiche: il testo della legge costituzionale non è definitivamente stabilito e ai gravi punti di disaccordo ne corrispondono altri non meno essenziali sui quali l’accordo è sicuro. L’esigenza di modificare l’assetto del bicameralismo è generalmente condivisa, come pure l’idea di superare il bicameralismo paritario lasciando alla sola Camera i poteri politici – in primo luogo il potere di dare la fiducia al governo e di revocarla –, attribuendo al nuovo Senato la rappresentanza delle autonomie territoriali.

Già qui la compattezza s’incrina: come va costruito un Senato destinato a rappresentare al centro il punto di vista delle autonomie? Deve essere espressione dei cittadini o dei lorogoverni?

La risposta del testo governativo è netta, così come quella dei suoi sostenitori: il popolo delle Regioni non c’entra, il Senato rappresenta le ‘istituzioni’ territoriali, ed è questa in primo luogo la giustificazione della scelta di far eleggere i senatori dalle istituzioni regionali anziché dal popolo di ciascuna Regione. Una scelta comunque bizzarra per le modalità di tale elezione: i consiglieri regionali si eleggono fra di loro e così tutto resta all’interno di ciascun Consiglio, all’interno dell’attuale classe politica, con la sola aggiunta di qualche sindaco. Una complicazione, questa, per gli estensori del Progetto, ma inevitabile. Era difficile ignorare i Comuni considerato il loro antico radicamento nel Paese. Ma ancor più difficile sembra pensare che i Sindaci, come del resto i Consiglieri regionali, possano svolgere un doppio ruolo trovando il tempo per continuare ad esercitare seriamente le loro vecchie funzioni e quelle di senatore insieme.

Un’altra questione incerta riguarda le funzioni da attribuire al Senato, anche perché la composizione dovrebbe essere in relazione alla natura delle funzioni ad esso attribuite: in una democrazia, esercitare le più alte funzioni costituzionali è consentito soltanto a chi sia dotato di legittimazione popolare. Nel testo governativo, invece, un Senato così malamente costruito partecipa addirittura alla funzione legislativa del più alto livello, la revisione della Costituzione, con i medesimi poteri della Camera elettiva, ed è chiamato pure ad eleggere due giudici della Corte costituzionale acquisendo così un potere ben più incisivo di quello del Senato attuale. Oggi, infatti, cinque dei quindici giudici costituzionali sono eletti dal Parlamento in seduta comune, all’interno del quale il minor numero dei senatori rispetto a quello dei deputati significa un loro minor peso. La riforma invece attribuisce l’elezione di tre giudici alla Camera (dove i deputati sono più di seicento) e di due giudici al nuovo Senato composto da sole cento persone. Il divario di potere tra le due Camere – e tra i loro componenti – è tanto evidente quanto ingiustificato: solo se il nuovo Senato fosse concepito quale organo di garanzia (com’era secondo alcune proposte) un simile potere potrebbe trovare giustificazione, ma è evidente che nella composizione stabilita dal progetto governativo è del tutto impensabile considerare i Senatori una ‘garanzia’. Il ruolo decisivo delle segreterie dei partiti sulla loro elezione (sostanzialmente una nomina) di certo non lo consente e la funzione loro attribuita non può che apparire un espediente per mettere le mani in modo indiretto sulla Corte costituzionale. Vale a dire sulla composizione dell’organo che ha l’alto compito di garantire il rispetto della nostra Carta! Due giudici, a disposizione dei politici, possono spostare i delicati equilibri della Corte.

In verità si tratta di una norma che la Camera aveva giustamente eliminato in un momento di lucida coscienza, in questi giorni ricomparsa al Senato come il terzo degli emendamenti proposti dal Governo per trovare l’accordo con la minoranza Pd. E questa, inspiegabilmente, ne sembra soddisfatta. È augurabile che una competenza dalle implicazioni tanto pericolose sparisca di nuovo quando il testo tornerà alla Camera.

Il nodo politico di fondo – la rappresentatività democratica del parlamento se non addirittura la sorte del ‘popolo sovrano’ – emerge più chiaro guardando al complesso delle riforme, in particolare guardando la riforma del Senato e la nuova legge elettorale insieme. Una legge approvata con forzature procedimentali evidenti e senza un reale confronto, che distorce la volontà degli elettori attraverso l’attribuzione di un ingente premio, e così alterando l’esito del voto, può consentire ad una minoranza esigua di impadronirsi di tutte le istituzioni, comprese quelle di garanzia. Parlo di una minoranza esigua perché la soglia del 40% richiesta per ottenere il premio è solo un ingannevole schermo; se nessun partito la raggiunge, non avviene come disponeva la ‘legge truffa’ del 1953, che nessuna ‘coalizione’ (altra essenziale differenza) goda del premio e ciascuno abbia i seggi corrispondenti ai voti ottenuti. Con la legge attuale i due partiti più votati partecipano comunque al ballottaggio, qualunque percentuale abbiano raggiunto; uno dei due necessariamente supererà l’altro ottenendo il premio in seggi e il dominio su tutti, pur avendo un consenso elettorale bassissimo.

Senza una soglia per partecipare al ballottaggio e senza possibilità di coalizzarsi, un solo partito prende tutto in nome della stabilità, della governabilità, della velocità del ‘decidere’: ma la stabilità prodotta artificialmente da meccanismi elettorali creati per tacitare il dissenso e nascondere le fratture sociali serve solo a portarci fuori dalla democrazia costituzionale. Si annullano le voci, non le fratture, mentre è il divario tra le persone e tra le fasce sociali a mettere a rischio la stabilità del sistema politico; ed è questo divario che si dovrebbe colmare, come la Costituzione esige, attraverso la ‘solidarietà’ se si vuole una stabilità che non sia fittizia.

Tirando le somme: i cittadini non eleggono più il Senato; nell’elezione della Camera la loro volontà viene distorta ed ha scarsissimo peso; nelle Province abolite, che in realtà sopravvivono, abolito è solo il Consiglio provinciale, vale a dire l’organo elettivo!

Dal processo riformatore in corso il popolo esce privo di voce, esce sconfitta la democrazia: nulla “giustifica la sostituzione della definizione di democrazia come governo del popolo con una definizione dalla quale il popolo, come potere attivo, sia eliminato o sia mantenuto soltanto come fattore passivo in quanto è richiesta da parte sua l’approvazione di un leader, comunque espressa”. Sono parole di Hans Kelsen, grande giurista democratico del secolo scorso. Da poco le ho ricordate in altra sede; mi sembra di doverle, ancora una volta, ricordare.

(Lorenza Carlassare, Professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Padova, fa parte del Consiglio di Presidenza di LeG, fonte)

Dieci bugie sul referendum

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Le ha smascherate Alessandro Gilioli su suo blog:

1. «Al referendum si vota per abolire il Senato».
Falso. Il Senato, seppur ridotto di poteri e per numero di senatori, continuerà a esistere, nello stesso Palazzo in cui si trova. Sembra ovvio, ma solo pochi giorni fa una tivù nazionale ha mostrato un cartello secondo il quale si sarebbe votato «per abolire il Senato». Lo stesso Renzi oggi a Firenze ha detto testualmente che «non esisteranno più i senatori», un’evidente falsità.

2. «Con la riforma si faranno le leggi più in fretta».
Falso. A parte le materie in cui il Senato mantiene funzione legislativa paritaria (“leggi bicamerali”), negli altri casi il Senato può proporre modifiche per una seconda lettura alla Camera e in molti casi la Camera, per approvare le leggi senza conformarsi al parere del Senato, deve poi riapprovarle a maggioranza assoluta dei suoi componenti (non basta quella dei presenti in aula). In tutto, sono una decina le diverse modalità possibili di approvazione di una legge. Il che porterà non solo a una serie di rimpalli, ma soprattutto a conflitti sulla tipologia a cui appartiene una proposta di  legge, quindi sul suo iter.

3. «Il nuovo Senato abbatterà i costi della politica».
Parzialmente falso e di sicuro molto esagerato. I risparmi consistono nel fatto che i nuovi senatori (in quanto consiglieri regionali o sindaci) non saranno pagati per le loro funzioni senatoriali, ma avranno comunque le spese di trasferta a Roma dalle Regioni di provenienza e probabili forme di rimborso. Il personale di palazzo Madama che non resterà al Senato verrà trasferito. Si calcola ottimisticamente che il risparmio sulle spese oggi a carico di Palazzo Madama sarà di circa il 20 per cento rispetto alle spese attuali. Una riforma che avesse avuto come obiettivo il risparmio sui costi della politica avrebbe potuto dimezzare il numero complessivo dei parlamentari (315 deputati e 150 senatori, totale 450) ottenendo risparmi molto maggiori. Con questa riforma i parlamentari stipendiati restano infatti 630 (i deputati), più i rimborsi e le trasferte a Roma dei 100 senatori.

4. «Il nuovo Senato non sbilancia i contrappesi democratici».
Falso, se combinato con l’Italicum. La legge elettorale per la Camera (Italicum) assegna al partito vincente e al suo leader il controllo di 340 seggi. Data l’assenza di un’altra Camera con funzioni legislative altrettanto forti, ne consegue un accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del premier. Inoltre nelle elezioni in seduta comune con i senatori (ad esempio per la scelta del Presidente della Repubblica e dei membri non togati del Csm) questo meccanismo consegna al premier un potere molto maggiore. La possibilità che il Quirinale diventi un’espressione più diretta della sola maggioranza rende a sua volta maggiori i poteri del premier anche nell’elezione dei giudici della Consulta: la maggioranza di governo ne esprimerebbe direttamente 3 (tramite la Camera) e altri 5 attraverso il Presidente della Repubblica (se questi fosse espressione della sola maggioranza), più altri 2 se la maggioranza al Senato è la stessa che c’è alla Camera. Quindi su 15 giudici della Consulta un numero tra 8 e 10 (su 15) rischia di essere scelto direttamente o indirettamente dalla maggioranza di governo.

(continuano qui)

Il referendum sarà (anche) una battaglia contro la mistificazione

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Guardate bene l’immagine qui sopra, è la fotografia di quel che sarà da qui fino al referendum: una mistificazione continua in cui si soffierà sulla superficialità e il populismo raccontando che il “comitato per il no” sia un gruppo di conservatori che vuole mantenere gli antichi (e odiosi) privilegi. Bisognerà, giorno per giorno, casa per casa, raccontare che la riforma Boschi non abolisce per niente il Senato ma semplicemente abolisce la possibilità di votare i senatori delegando la loro nomina ad un astruso meccanismo politicista. E il giochetto sarà quello di far credere che abbiamo un governo pronto a siglare grandi riforme e impossibilitato a farlo. Esattamente come quando c’era Silvio.

E allora davvero, al di là dell’essere a favore o a sfavore di questo governo, i prossimi mesi ci chiedono di armarci di tutto il nostro dovere di cittadinanza attiva: conoscere la Costituzione, conoscere la riforma e avere un’idea sui possibili effetti. Perché se è vero che mette i brividi pensare che questa classe dirigente (più i verdiniani) si metta a toccare la Costituzione è anche vero che il referendum delega ai cittadini una reale capacità di scelta. I padri costituenti, in fondo, diventiamo noi pur con tutto il veleno d’informazione che ci ritroveremo in campo.

A proposito di numeri: ecco la disinformazione sul referendum

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L’analisi di Fanpage:

«L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato i dati relativi alla copertura della tematica riguardante il referendum sulle trivelle svoltosi ieri, 17 aprile 2016, garantita dai telegiornali nazionali. Stando alle rilevazioni, i dati non sarebbero poi così confortanti. Per comprendere al meglio l’analisi della situazione, è importante partire da un presupposto: gli italiani ancora oggi si informano attraverso il più tradizionale dei media: il televisore. Anzi, nel dettaglio è il telegiornale a farla da padrone. I dati, elaborati dal Censis in occasione dell’ultimo Rapporto sulla comunicazione diramato lo scorso anno, sono chiari: i telegiornali sono scelti dal 76,5% della popolazione, seguono i giornali radio con il 52%, i motori di ricerca su internet come Google al 51,4%, le tv all news con il 50,9% e Facebook al 43,7%.

Passando all’analisi dei dati Agcom, è evidente come la copertura informativa fornita dai tg nazionali sia stata abbastanza scarsa. La rilevazione è suddivisa in quattro fasce: il periodo antecedente all’inizio della campagna referendaria, ovvero fino a 4 marzo 2016, e i tre scaglioni successivi da 14 giorni l’uno, calcolati tenendo conto dei criteri imposti dalla legge n. 28 del 2000: “Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica”.

Leggendo i grafici, quindi, si evince chiaramente come le reti televisive che hanno dato maggior spazio al referendum siano state quelle etichettabili come  “antigovernative”, Canale 5 in testa e a seguire Rai 3. Per quanto riguarda invece Rai 1, il canale filogovernativo per eccellenza, i dati sono invece sconfortanti: in totale, il Tg1 ha dedicato zero minuti dal 16 febbraio, giorno dell’emanazione del decreto per la scelta della data del referendum, al 4 marzo. Nelle restanti 5 settimane, invece, si è parlato del referendum sulle trivelle circa 41 minuti totali. Quarantuno minuti in 62 giorni. Va un po’ meglio con gli altri telegiornali Rai, invece. Tg2, Tg3 e Rai News hanno parlato complessivamente 12 minuti e 15 secondi nel periodo tra il 16 febbraio e il 4 marzo, mentre siamo oltre le 3 ore e 20 minuti nelle settimane centrali di campagna referendaria e oltre le 2 ore nel periodo che va dal 4 al 10 aprile. Scorporando però Rai News che essendo una all-news  ha esigenze di programmazione e approfondimento diverse rispetto ai tradizionali telegiornali, sia Tg2 che Tg3 hanno dedicato complessivamente circa mezz’ora per scaglione temporale al tema referendario.»

(continua qui)

Il #ciaone di una classe dirigente di paninari arrivati al potere.

Quella che leggete qui sotto è la presa per il culo di un “dirigente” PD che saluta con un #ciaone quelli che oggi hanno deciso di andare a votare. Tenetelo in tasca perché il più appuntito calcio nel culo che avete a disposizione è la matita con cui votate. Questi sono l’incarnazione di una generazione paninara arrivata al potere e incapace di mantenere un minimo di ritegno. Ecco qui:

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A proposito di trivelle: ecco come si fa in Europa

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Un articolo Luisiana Gaita da stampare, portare in ufficio e distribuire a tutti quelli che vi dicono «è così dappertutto»:

«“La legislazione che ha l’Italia sulle trivellazioni è tra le più rigorose in Europa”. Questo ha ripetuto negli ultimi mesi il governo Renzi e questo ha detto anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. È vero? Oppure, come dicono i promotori del referendum che si svolgerà il 17 aprile, l’Italia non è affatto severa con le compagnie, dal sistema delle royalties fino ai controlli? Le tasse e le norme statali nel settore degli idrocarburi sono il termometro per capire se uno Stato è favorevole o meno ai petrolieri e in Europa i vari Paesi adottano politiche molto differenti. C’è il caso della Norvegia, dove la tassazione è sì molto alta, ma lo è anche la produzione. Nonché il livello di controlli nei confronti delle compagnie. Esistono regole molto severe sull’estrazione di idrocarburi con l’obiettivo di preservare gli ecosistemi marini. Anche la Gran Bretagna è piuttosto favorevole allo sfruttamento degli idrocarburi, anche se con differenze molto nette caso per caso.

In Europa gli Stati si comportano in modo molto eterogeneo, come dimostra quanto avvenuto in Francia dove il ministro dell’Ecologia Ségolène Royal ha chiesto nei giorni scorsi lo stop a tutte le trivellazioni nel mar Mediterraneo, seguendo l’esempio della Croazia. Emblematico anche quanto accaduto alle Canarie dove un anno fa è finita l’avventura del gruppo petrolifero Repsol che, dopo sette settimane di lavoro di prospezione, ha annunciato che non avrebbe chiesto nuovi permessi per estrarre idrocarburi. Una decisione presa dalla società e non certo dal governo spagnolo che, nel rilasciare quei titoli, era andato anche contro le comunità e i governi locali.

LE PIATTAFORME NEI MARI EUROPEI: CHI TRIVELLA DI PIÙ – Sul numero di piattaforme che si trovano nelle acque dell’Unione europea gli ultimi dati disponibili sono quelli forniti dalla Commissione europea quando, nel 2011, ha stabilito nuove norme di sicurezza per le attività offshore, poi confluite nella Direttiva 2013/30/UE. Oltre mille gli impianti operativi per l’estrazione di petrolio o gas nelle acque europee, tenendo conto anche di quelli di Islanda, Liechtenstein (nell’Oceano Atlantico) e Norvegia. Non comprendono questi ultimi tre Stati, invece, i dati del 2010 (sempre della Commissione) relativi agli impianti nei singoli Paesi: la maggior parte, 486, nel Regno Unito, 81 in Olanda, 135 in Italia (ad oggi il numero è immutato) e 61 in Danimarca. Meno di 10 impianti, invece, in Germania, Irlanda, Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Polonia.

LE REGOLE NEGLI ALTRI PAESI – Ma al di là dei numeri, come funziona del resto d’Europa? Come si comportano i governi degli altri Paesi con le compagnie petrolifere? In Francia le domande per ottenere un permesso di ricerca vanno inoltrate al ministero dell’Ecologia, dell’Energia e dello Sviluppo sostenibile che, una volta consultate le autorità locali interessate, valutano il progetto. Se il ministero non ha obiezioni di tipo tecnico o ambientale, il permesso di esplorazione viene concesso attraverso un decreto ministeriale. Tale permesso ha validità 5 anni, rinnovabile due volte. E se la compagnia trova petrolio o gas, per iniziare la coltivazione la società titolare del permesso di ricerca deve attendere il consenso ministeriale. Se accordata, la concessione di coltivazione ha una durata che varia normalmente tra i 25 e i 50 anni. Nel Regno Unito, il Petroleum Act del 1998 riconosce alla Corona britannica la proprietà delle risorse di idrocarburi presenti sul territorio e, quindi, il diritto esclusivo di esplorazione e produzione. Le attività vengono svolte attraverso un sistema di licenze. I permessi per le attività onshore sono assegnati su richiesta dei partecipanti, mentre per le attività offshore sono indette periodicamente delle aste di assegnazione.

IL CASO DELLA NORVEGIA – La Norvegia è uno dei Paesi con la maggior produzione di gas e petrolio (pari a oltre 20 volte quella dell’Italia) e impone regole molto severe sull’estrazione di idrocarburi. Non si possono effettuare sondaggi entro i 50 chilometri dalla riva. Solo a marzo Eni ha avviato la produzione del giacimento di Goliat, il primo impianto a olio a entrare in produzione nell’Artico, in una zona priva di ghiacci nel mare di Barents. Goliat doveva essere pronto nel 2013, ma l’ente norvegese che controlla le operazioni petrolifere, il Petroleum Safety Authority (Psa) dopo le ispezioni non ha mai dato l’ok, nonostante il mercato e le pressioni per un progetto di certo ambizioso. L’ultimo ‘no’ è arrivato a fine dicembre. Lo Stato norvegesemantiene il diritto di proprietà sui minerali del sottosuolo. Le attività di esplorazione e sfruttamento di tali risorse quindi, sono gestite con un sistema di assegnazione di licenze mediante cicli di asta.

LE TASSAZIONI PIÙ FAVOREVOLI AI PETROLIERI – Per comprendere se in un Paese venga o meno applicata una tassazione favorevole alle compagnie è necessario comparare i dati. In Italia, per l’offshore, l’aliquota delle royalties è del 7% per le estrazioni di petrolio e del 10% per l’estrazione di gas (è fissa al 10% su terraferma), ma le società non pagano nulla sotto la produzione di 50mila tonnellate per il petrolio e di 80mila metri cubi per il gas. Nel complesso il prelievo fiscale è tra il 50 e il 67,9%. In Germania, invece, l’aliquota delle royalties è del 10%, ma i singoli Länder possono prevederne una diversa. In realtà in molti Paesi le royalties sono state abolite e sostituite da sistemi diversi di tassazione. Secondo i dati diffusi da Nomisma Energia la Norvegia arriva a prelievi fiscali del 78% ed è tra i Paesi con la tassazione più alta, pur prevedendo una serie di benefici alle imprese. Di fatto il regime fiscale attira un alto livello di investimenti e di produzione di idrocarburi. Sono state abolite le royalties, mentre oggi esiste una tassazione specifica su attività petrolifere (pari al 50%) e una generica sui profitti delle società (pari al 28%). Nel Regno Unito il prelievo fiscale oscilla tra il 68 e l’82% perché i canoni variano in base al bando, senza royalties, abolite nel 2002. In Danimarca, invece, la tassazione può arrivare al 77%. La Francia utilizza un sistema di prelievo fiscale sulle attività petrolifere che prevede un mix di royalties, imposte sulla produzione e imposte sul reddito della società. Il Paese ha una bassa produzione e un altrettanto basso prelievo fiscale, in media tra il 37 ed il 50%.

LA FRANCIA SEGUE L’ESEMPIO DELLA CROAZIA – Nei giorni scorsi il ministro francese dell’Ecologia Ségolène Royal ha dato il via libera a una moratoria con effetto immediato sui permessi di ricerca di idrocarburi “viste le conseguenze drammatiche che possono colpire l’insieme del Mediterraneo in caso di incidente”. La moratoria riguarda sia le acque territoriali della Francia sia la zona economica esclusiva (la piattaforma continentale). L’intenzione, dunque, è quella di chiedere l’estensione del provvedimento “nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo”. Una decisione che, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe dare una forte spinta allo sviluppo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. La notizia in Italia è arrivata nel momento più delicato possibile, a una settimana dal referendum, ma non è una vera novità, dato che Royal aveva già annunciato a gennaio che la Francia avrebbe rifiutato ogni nuova richiesta di permesso di ricerca di idrocarburi. E proprio a gennaio, in Croazia, il nuovo premier Tihomir Oreskovic era stato altrettanto chiaro: “Presenterò al Parlamento una proposta di moratoria contro il piano di Zagabria per lo sfruttamento di gas e petrolio in Adriatico”. L’anno prima la Croazia aveva assegnato dieci licenze per la ricerca di idrocarburi in Adriatico, ma la scorsa estate alcune compagnie petrolifere hanno fatto dietrofront, rinunciando a sette delle concessioni ottenute. A marzo, invece, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha bloccato il piano per le trivellazioni di gas e petrolio al largo della costa sud orientale dell’Atlantico. Sempre Obama a ottobre scorso aveva congelato almeno per i prossimi 18 mesi’ e trivellazioni a largo dell’Alaska.»