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Parla l’ex assessore di Delrio: «La magistratura non ha saputo vedere e la politica non ha voluto vedere»

delrio

Un’intervista illuminante a Angelo Malagoli, tra il 1995 e il 2004 assessore all’urbanistica per il Pds, Partito democratico della sinistra.

Ma allora che cosa è successo a Reggio?
La magistratura non ha saputo vedere, come ha detto Nicola Gratteri, e la politica non ha voluto vedere. E invece si è pensato di usare questi fenomeni contro di noi, contro l’amministrazione precedente.

Mi spieghi.
Delrio fa un po’ come Renzi, ha bisogno di un nemico al giorno. Quando nel 2004 diventò sindaco il suo atteggiamento politico era quello di dire: “Noi possiamo sbagliare, ma siamo migliori di quelli di prima”. Obiettivo della nuova amministrazione era sostanzialmente demolire quella precedente. Invece io mi chiedo: nel momento in cui in quegli anni si vide che il mercato immobiliare era drogato da denaro che non si sapeva da dove venisse, non ci si doveva preoccupare? Oppure bisognava prendersela con il nostro Prg? È colpa del Prg se a Reggio arriva del denaro da riciclare?

Conosce Maria Sergio, per anni dirigente dell’Urbanistica voluta da Delrio?
Sì ed è professionalmente molto valida. Ha lavorato con me negli anni in cui si scriveva il Prg e poi sono stato io a celebrare il suo matrimonio con Luca Vecchi, credo fosse il 2003.

Una informativa dei carabinieri del 2013 che riporta fonti dei servizi segreti, finita nelle carte dell’inchiesta Aemilia, parla di presunti contatti della dirigente anche con persone considerate dai pm vicine a uomini della ‘ndrangheta. Sergio, cutrese di origine, davanti ai pm racconta però di non avere molto a che fare nel suo lavoro con ditte cutresi. Lei Malagoli, che cosa pensa?
Di sicuro a Maria Sergio è stato dato un grande potere: aveva potere anche sull’edilizia privata. In comune a Reggio si diceva che i cutresi andassero tutti da lei e non più negli uffici dell’edilizia privata. La cosa all’epoca non mi scandalizzò, anche perché lei aveva molto potere.

Che cosa intende dicendo che aveva potere “anche” sull’edilizia privata?
Io non darei mai edilizia privata e urbanistica a una stessa persona (come successe per quasi un anno tra il 2009 e il 2010 a Maria Sergio, ndr). È una cosa che non sta né in cielo né in terra, se parliamo di trasparenza della pubblica amministrazione. E anche in seguito quando venne la nuova dirigente, la Sergio mantenne una specie di supervisione sull’edilizia privata.

Graziano Delrio, sentito dai pm come persona informata sui fatti nell’inchiesta Aemilia nel 2012, dice di non sapere che la Sergio era nata a Cutro e che i parenti della dirigente erano tutti nel mondo dell’edilizia.
Che non lo sapesse mi sembra inverosimile. La Sergio aveva rapporto diretto con lui. Quando Delrio diventa sindaco arrivano in comune alcuni assessori, un dirigente suo parente (di Delrio, ndr) e poi Maria Sergio: tutti fanno parte di un cerchio molto ristretto. Persone che agivano in sinergia.

(l’intervista è qui)

La’ ‘Ndrangheta ha costruito il porto di Imperia?

PORTO_IMPERIA-H110925172339--U170507497828QHF-440x260-015L’arresto a Reggio Emilia dell’imprenditore Giovanni Vecchi, patron della Save Group, nell’ambito di una vasta operazione dei Carabinieri, denominata “Aemilia”, contro la ‘ndrangheta, non è passato inosservato a Imperia.

La notizia circola freneticamente in città, in particolare negli ambienti vicini al porto turistico, aprendo interrogativi davvero preoccupanti sulla realizzazione di un’opera, il porto di Imperia, la cui storia travagliata sembra per molti versi da scrivere.

La Save Group, infatti, dichiarata fallita nel 2013, è la società che ha realizzato gran parte delle opere a terra del porto turistico di Imperia e la sua “gemella”, la Impregeco, aveva ricevuto l’incarico di realizzare le opere a terra, poi rimaste incompiute.

La Save e la Impregeco erano entrate in gioco al termine di una lunga catena di subappalti. All’origine della catena l’Acquamare, società, ora in regime di concordato preventivo, che fa capo all’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone. E proprio Caltagirone ha più volte collaborato con la Save Group, nella costruzione del porto di Imperia, del porto di Fiumicino e del Molino Stucky di Venezia. Lo stesso imprenditore romano, nel corso del processo di Torino, definì la Save come “un’impresa di fiducia”.

Nel dettaglio, i Carabinieri hanno eseguito nove ordinanze di custodia cautelare, emesse dalla procura distrettuale antimafia di Bologna, nei confronti di altrettanti soggetti, tre dei quali esponenti della ‘ndrangheta emiliana attiva nelle province di Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Modena ed operante anche in quelle di Verona, Mantova e Cremona. Al centro delle indagini, condotte dai carabinieri dei comandi provinciali di Modena e Parma nonché dal Ros di Roma, l’infiltrazione della ‘ndrangheta emiliana, articolazione della cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone), nel tessuto economico nazionale, oltre che locale, attraverso la costituzione di varie società di capitali.

A Giovanni Vecchi, indagato a Imperia nell’ambito di un’inchiesta per frode in pubbliche forniture, viene contestato il trasferimento fraudolento di valori con l’aggravante di aver agito per agevolare l’attività dell’associazione mafiosa. Tra gli arrestati anche Nicolino Grande Aracri, considerato il boss della ‘ndrangheta attiva tra la Calabria e l’Emilia.

I Carabinieri hanno anche posto sotto sequestro preventivo svariate società. Due di queste, come detto, hanno operato sul porto turistico di Imperia, SAVE Group S.r.l di Montecchio Emilia e Impregeco S.r.l. di Roma e tutte, secondo gli inquirenti, sarebbero direttamente collegate proprio al clan Aracri, che conferiva nelle suddette società ingenti somme di denaro e altre utilità derivanti dai reati, oltre a provviste illecite.

Per ulteriori informazioni clicca qui e qui

(fonte)

L’appalto vinto dal cugino di Delrio (e organizzato da sua moglie)

Non accenna a placarsi a Reggio Emilia la questione dell’appalto vinto dalla società del cugino del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, allora sindaco della città, nel giugno del 2009. Il M5s, dopo avere letto l’inchiesta del Fatto (“Reggio Emilia, Delrio e quell’appalto da 140mila euro alla ditta del cugino“) sull’affidamento dei lavori di ristrutturazione della scuola dell’infanzia Allende, ha chiesto l’accesso agli atti. “Abbiamo scoperto” spiega il consigliere comunale del M5s Matteo Olivieri, “che il Comune era consapevole della piccola quota di partecipazione della funzionaria dell’ufficio gare, Enrica Montanari, alla società che poi si è aggiudicato l’appalto”. Come il Fatto aveva raccontato infatti la Delrio Bonfiglio & figli di Delrio Paolo Sas era amministrata dal cugino del sindaco Delrio, Paolo Delrio, che in qualità di socio accomandatario possedeva il 99 per cento della Sas. Mentre il restante uno per cento era intestato a Enrica Montanari. In pratica la funzionaria responsabile dell’unità appalti e contratti del Comune non era solo la moglie del titolare ma era lei stessa socia accomandante (senza poteri di amministrazione) con una quota minima. Proprio l’ufficio della dottoressa Montanari inviò gli inviti alle 20 società che il Comune decise di coinvolgere nella gara a inviti. Dalle carte si scopre che il 14 aprile del 2009 i dirigente dell’ufficio tecnico “scuole e nidi di infanzia” del comune di Reggio Emilia, Ilaria Martini, scrive a “Enrica Montanari, Ufficio gare” quanto segue: “Si trasmette l’elenco delle ditte da invitare alla procedura negoziata relativa all’ampliamento e ristrutturazione della scuola dell’infanzia Allende”. L’elenco è composto di 20 ditte e include la società del marito Paolo Delrio, cugino del sindaco. Dopo un mese e due giorni, il 16 maggio, parte il fax di invito alle venti società preselezionate per partecipare alla “gara” con termine perentorio entro il 3 giugno. Rispondono solo in quattro. Il 5 giugno proprio nell’ufficio appalti e contratti,si decreta la vittoria della società di Paolo Delrio (& funzionaria-socia-consorte ) che presenta l’offerta più bassa. Sottolinea il consigliere Olivieri del M5s “a leggere le carte, Enrica Montanari aveva conoscenza dell’esistenza della ‘gara’ un mese prima degli altri contendenti”. Non solo. Quello stesso giorno, il 5 giugno 2009, Paolo Bonacini, dirigente del Servizio Affari Istituzionali del Comune, dal quale dipende l’ufficio di Enrica Montanari, scrive alla Procura di Reggio Emilia: “Si richiede il rilascio del certificato del casellario giudiziale intestato alle 2 persone di cui all’elenco allegato per controllo autocertificazione relativa alla gara d’appalto”. In pratica, prima di aggiudicare definitivamente (cosa che accadrà il 24 giugno 2009) alla Delrio Bonfiglio e figli di Del Rio Paolo Sas, il Comune vuole sapere cosa risulta al casellario sui soggetti che figurano nella visura storica estratta il giorno stesso e allegata alla richiesta. Peccato che, sotto la richiesta per due, si legga un solo nome: Delrio Paolo. “sembra quasi che”, commenta Olivieri, “il Comune si sia fermato un attimo prima di chiedere il casellario di una sua funzionaria perché avrebbe svelato a tutti che stava assegnando un appalto a una società nella quale era presente lei stessa con una piccola quota”. Anche il consigliere Ncd Cristian Immovilli ha presentato un’interrogazione sul ruolo di Enrica Montanari e sugli appalti ottenuti dal cugino dell’ex sindaco Delrio. Secondo l’assessore Catellani, la dottoressa Montanari non aveva comunicato ufficialmente la sua partecipazione ma il regolamento del Comune non lo imponeva. Invece la società del cugino ha ricevuto pagamenti per 793 mila euro dal 1997 al 2010, sia prima che dopo l’elezione di Graziano Delrio a sindaco nel 2004. Nell’elenco fornito dall’assessore, però, non ci sono i 140 mila euro della scuola Allende, forse perché il pagamento era stato contestato.

(Fonte)

Ops, hanno commissariato Cutro e il sindaco “visitato” da Delrio

imageReggio Emilia, 8 marzo 2015 – Gli echi dell’inchiesta anti ‘ndrangheta «Aemilia» si fanno sentire a Cutro, dove sono le radici della foltissima comunità di immigrati a Reggio. Il Comune di Cutro ieri è stato commissariato. Dopo 18 anni il sindaco Salvatore Migale passa il testimone al viceprefetto vicario della prefettura di Crotone, Maria Carolina Ippolito: sarà lei a occuparsi della gestione straordinaria. Il consiglio comunale è stato sciolto l’altro pomeriggio dopo le dimissioni di nove consiglieri su sedici.

L’USCITA di scena del sindaco – che venne a Reggio a inaugurare con l’allora collega Graziano Delrio il viale Città di Cutro vicino all’autostrada – ha una coda che riporta al terremoto della Dda. Ha detto l’avvocato Migale a «Il Crotonese»: «Dopo tutti quegli arresti ci sembra quasi una ritorsione per le posizioni contro la ‘ndrangheta espresse dalla mia Amministrazione». Un consigliere del Pd, Domenico Voce, nella drammatica assemblea comunale dell’altro pomeriggio a Cutro aveva rinfacciato al vicesindaco Squillace una sua dichiarazione al «Quotidiano della Calabria» e cioè che far cadere l’amministrazione avrebbe fatto gli interessi dei clan le cui ingerenze erano state respinte dalla giunta cutrese. «Come se gli esponenti dell’opposizione fossero mafiosi» ha lamentato Voce. Il vicesindaco ha ribattuto che non era questo il senso delle parole. Ma quanto affermato poi da Migale è parso invece confermarlo. Voce aveva invitato a Migale a dimettersi.

I FATTI. Nel 2011 Migale era stato confermato sindaco a capo di una giunta di centrosinistra. Giugno 2014: il Pd ritira l’appoggio. Il sindaco forma una nuova giunta col sostegno del centrodestra. Il Pd attacca Migale prima delle elezioni provinciali d’ottobre: «Lo avevamo conosciuto come «grande sostenitore degli ideali della sinistra (poi messi da parte per la legittima adesione all’Idv), ora lo ritroviamo fervido baulardo della candidatura… proposta dal centro destra»… «L’idea di confrontarci con un sindaco eletto con i decisivi voti del Pd di Cutro e che a metà del cammino abbandona gli alleati naturali per affidarsi alla destra in spregio a ogni regola democratica, ci consiglia di non perdere ulteriore tempo. I trasformismi non troveranno più spazio da oggi in poi». Ora il redde rationem. Migale, persi i pezzi, ha chiesto la sospensione del consiglio chiedendo scusa al Pd. «Il nostro programma è quello del Pd. Il commissariamento sarebbe un’onta per il paese, non mi dimetto». Ma in nove hanno votato la sfiducia. La ratifica formale in serata.

IERI, il segretario crotonese Pd Arturo Pantisano ha respinto il riferimento di Migale alla ritorsione, pur riconoscendo la sua onestà. La caduta è solo «politica», ha detto, legata alla revoca di un assessore decisa dal Tar su ricorso del Pd. Quanto ai 117 arresti di Aemilia e alle ripercussioni, ha detto: «Questa ferita ha toccato direttamente o indirettamente diverse famiglie. C’è stata una destabilizzazione del tessuto cutrese». Ma il casus belli di questi giorni a Cutro riguarda anche i lavori allo stadio interrotti da tempo. I tifosi sono arrabbiatissimi perchè il Cutro gioca nel campo della rivale Isola Capo Rizzuto. Quest’anno l’U.S. Cutro festeggia 50 anni. E il calcio, a Cutro, non si tocca.

(clic)

Operazione Aemilia: mentre la mafia mafiava dove guardava il PD?

“Solo tre mesi fa, in direzione regionale del Pd, dissi chiaramente: io ho contrastato la ‘ndrangheta e voi mi state escludendo da tutto. Nonostante le consultazioni dei circoli, non sono entrata nella lista per le elezioni regionali, e così voi fate fuori una persona che ha contrastato la criminalità organizzata. Ma quando ci sono persone oggetto di pressioni di questa natura non bisogna lasciarle sole, perché significa metterle in pericolo. Voi in questo modo date un segnale alla ‘ndrangheta che ho combattuto. Queste parole oggi le riconfermerei tutte, anche se Stefano Bonaccini sembrò allora molto infastidito dal mio discorso e cercò pure di interrompermi. Ma io sono andata avanti. Perché questa è una cosa che i mafiosi hanno capito e l’ha capito anche la magistratura”.

Sonia Masini era presidente della Provincia di Reggio Emilia e nella maxinchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata in Emilia il suo nome è quello di una persona nel mirino degli indagati. Nelle intercettazioni degli investigatori si trova che Giuseppe Pagliani, allora capogruppo del Pdl in Provincia, ora agli arresti, avrebbe voluto riservarle “una “curetta” come dio comanda”. E lei, politica classe 1953, un cursus honorum che la vede anche capogruppo Ds in Regione dal 1995 al 2000, quelle pressioni le aveva avvertite, eccome. Ma, denunciò allora e ribadisce oggi, “io sono stata lasciata sola nel mio partito o con pochissime persone intorno”.

“Io avrei chiamato l’Antimafia”. Il suo intervento in direzione regionale venne accolto da reazioni gelide, come riportò all’epoca anche Roberto Balzani, sfidante di Bonaccini alle primarie. “Masini ha lanciato un’accusa pesante ai vertici del partito e sa cos’è successo? – raccontava Balzani in un’intervista – nulla. Io al posto di Bonaccini avrei subito chiamato il procuratore nazionale antimafia”. Gli investigatori però erano già al lavoro, mentre Masini veniva circondata da quella che oggi definisce “un’atmosfera di sufficienza verso le mie denunce, come se io volessi a tutti i costi una poltrona che avevo già occupato anche per troppo tempo, come se fossi semplicemente stizzita per non essere stata ricandidata per l’ennesima volta”. Molti dirigenti allora sbuffarono, liquidando quell’intervento come una protesta sopra le righe per esser rimasta fuori prima dalla lista per le elezioni europee e poi da quella regionale.

“Attaccata e non difesa dal partito”. “Io in questi anni nel Pd sono stata molto attaccata e poco difesa – si sfoga adesso – le lotte interne al Pd di Reggio avevano creato una competizione forsennata e io in quel momento non avevo abbastanza potenti a proteggermi, o forse anche qualcuno contro”. Ma la realtà che Masini si trovava a fronteggiare era quella durissima delineata nell’inchiesta. “Cercavo di spiegare al Pd: guardate che sono sotto pressione, come presidente della Provincia c’è una ditta che mi ha chiesto 15 milioni di danni. Sono comportamenti che possono intimidire un amministratore. Ma non importava niente a nessuno, veniva prima la lotta per il potere”. Un potere che lei non ha più: “Non ho lasciato il partito, ma non ho incarichi e non mi invitano quasi più neanche alle riunioni”.

E la Masini scrive a Renzi. Delusa dai vertici locali, Masini si rivolge direttamente al segretario nazionale Matteo Renzi, che già ha dimostrato sensibilità ed attenzione, nel caso della denuncia del sindaco anticemento di San Lazzaro Isabella Conti. “Ora io Renzi sicuramente lo informerò  dice Masini  e chiederò anche conto del fatto che sono stata tolta dalle liste per le europee. Quando la lista è arrivata a Roma, il mio nome c’era, poi è stato tolto”.

“Fenomeno mafioso sottovalutato”. Secondo Masini, alla base di tutto c’è una sottovalutazione del fenomeno mafioso in Emilia: “All’inizio non lo conoscevamo e l’abbiamo sottovalutato, ma dal 2010 qualcosa è cambiato. Abbiamo cominciato ad assistere ai roghi notturni, una tecnica di intimidazione fin lì mai vista, fino a che ora abbiamo tutte le informazioni, i nomi e gli indirizzi. E non abbiamo più scuse. Per me è stato un dolore continuo, perché io amo visceralmente la mia terra, i nostri servizi, il nostro modello”. Un modello che Masini dice di aver tentato di difendere. “Io il mio dovere l’ho fatto, e quando ho dovuto revocare un appalto perché era arrivata l’interdittiva antimafia, l’ho fatto anche se ho dovuto combattere, pure dentro al Pd  chiosa  ma è troppo facile fare i comunicati stampa dopo. Bisogna aiutare prima, quando c’è bisogno di prove, e invece si incontrano solo omertà e ricerca di interessi personali. Almeno avessero riflettuto sul perché a Reggio, alle ultime regionali, ha votato solo il 35% degli elettori…”.

(clic)

Il giornalista (emilianissimo) che aiutava la ‘ndrangheta in diretta da TeleReggio

gibertini-telereggioC’è anche un giornalista coinvolto nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Emilia-Romagna che ha portato all’arresto all’alba del 28 gennaio di 160 persone: Marco Gibertini, non nuovo a guai con la giustizia (qualche mese fa e’ stato arrestato per frode fiscale) e volto noto di TeleReggio.

Per lui l’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa e, secondo quanto emerso nel corso delle indagini della dda dell’emilia-romagna, avrebbe dato una mano agli affiliati della cosca emiliana facendoli andare in tv e sui giornali per mettersi in buona luce, soprattutto dopo che erano arrivate numerose misure interdittive antimafia disposte dal prefetto di Reggio Emilia e dopo il polverone che si era sollevato, nell’autunno del 2012, relativamente alla ‘famosa’ cena tra alcuni appartenenti alla cosca e il capogruppo del Pdl, Giuseppe Pagliani (cena in cui furono poste le basi per una campagna pubblica di contrasto all’azione del prefetto).

Gibertini dedicò a questo avvenimento una puntata della trasmissione che conduceva sull’emittente, “Poke balle”, intitolandola “La cena delle beffe”, con lo scopo di dare la parole agli accusati in modo che si potessero difendere. In particolare venne intervistato Gianluigi Sarcone (arrestato oggi per associazione mafiosa). Non solo, Gibertini è accusato anche di aver “messo a disposizione degli affiliati i suoi rapporti politici, imprenditoriali e del mondo della stampa a tutti i livelli”.

Tra le altre cose fece ottenere un articolo e un’intervista sulle pagine del Resto del Carlino a Nicolino Sarcone, pubblicata il 3 febbraio 2013, pochi giorni dopo la sentenza di condanna a otto anni per estorsione e associazione di stampo mafioso, intervista in cui Sarcone si difendeva dicendo che quello dei giudici era un errore.

Gibertini, poi, avrebbe procurato ‘Clienti’ agli affiliati alla cosca ‘ndranghetista facendo loro pubblicità positiva circa la loro attività di recupero crediti: ai suoi conoscenti, Gibertini raccomandava Nicolino Sarcone come “riferimento sicuro e di grande capacità di successo”.
Indirizzò nelle mani della cosca anche diversi imprenditori che sono poi diventati vittime di estorsione da parte del gruppo, “consentendo così il sempre maggior radicamento dell’associazione nel territorio reggiano e la sua espansione in tutta la regione”.

Tra gli arrestati ci sono anche il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani (Forza Italia) e importanti imprenditori del settore edile come Giuseppe Iaquinta, padre dell’ex calciatore Vincenzo campione del mondo, e Augusto Bianchini, residente nel Modenese, che ha partecipato agli appalti per la ricostruzione post terremoto in Emilia.

(fonte)

Operazione Aemilia: i nomi e i cognomi

I numeri saltano subito all’occhio: 160 arresti in tutta Italia e duecento indagati. 117 sono gli ordini d’arresto emessi della procura di Bologna, di cui sette al momento non sono stati eseguiti per l’irreperibilità di alcuni degli indagati. L’indagine è condotta dalla procura distrettuale antimafia di Bologna che ha ottenuto dal gip del Tribunale le 117 custodie cautelari in Emilia, ma anche Lombardia, Piemonte, Veneto, Sicilia. Contestualmente si stanno muovendo le procure di Catanzaro e Brescia che hanno emesso 46 provvedimenti.

L’operazione “Aemilia” ha coinvolto sia gli affiliati alle cosche della ‘ndrangheta, in particolare al clan Grande Aracri di Cutro, presente da decenni in regione, politici locali, un tecnico del comune di Finale Emilia, imprenditori e un giornalista. Finiti nell’ordinanza anche Ernesto e Domenico Grande Aracri, i fratelli del boss già detenuto Nicolino Grande Aracri, alias “Mano di gomma”. Domenico è un avvocato penalista, ed è stato arrestato su disposizione della direzione distrettuale antimafia di Bologna.

L’operazione si è concentrata soprattutto nelle province di Modena e Reggio Emilia. Tra gli arrestati l’imprenditore Augusto Bianchini, titolare dell’omonima Bianchini costruzioni oltre a un tecnico del Comune di Finale Emilia. Bianchini è uno degli imprenditori più impegnati nella ricostruzione nel cratere sismico a cavallo tra il 2012 e 2013. Proprio nel 2013 compare nelle cronache a causa di una interdicevi della Prefettura che escludeva la sua società dalle “White List”, le cosiddette liste pulite per gli appalti. Sotto la lente d’ingrandimento finirono i legami di alcuni dipendenti con figure malavitose riconducibili alla ‘ndrangheta, ma anche la gestione di alcuni appalti e lo smaltimento di rifiuti contenenti amianto.

Tra gli imprenditori del settore edile coinvolti nell’indagine Aemilia anche Giuseppe Iaquinta, padre del calciatore Vincenzo, arrestato nel reggiano.

Spicca tra i fermi il nome del consigliere comunale di Forza Italia Giuseppe Pagliani, consigliere comunale a Reggio Emilia, che, rivelano le indagini, con Nicolino Sarcone, «referente della cosca a Reggio Emilia e comuni limitrofi», si sedeva attorno a un tavolo proprio con alcuni esponenti dei Grande Aracri.

area 'ndrangheta emilia

Fonte: Direzione Nazionale Antimafia

Sulle elezioni, fanno sapere gli inquirenti, sono stati svolti accertamenti e si intersecano in qualche modo con le indagini le tornate elettorali di Parma (2012), Salsomaggiore (2006), Brescello e Bibbiano (2009), su cui sono ancora in corso le verifiche degli investigatori per alcune sospette condizionamenti dei clan. Tra gli indagati figura anche il sindaco di Mantova Nicola Sodano.

Nell’ambito dell’inchiesta, coordinata dallo stesso Procuratore Nazionale antimafia Franco Roberti, sono stati sequestrati beni per circa 100milioni di euro. Nel corso dell’inchiesta è stato sentito anche l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia dal 2004 al 2013, tra i protagonisti di un “pellegrinaggio” che ha fatto rizzare le antenne alla procura antimafia di Bologna. Riportava l’Espresso lo scorso 2 dicembre: una festa religiosa che gli sta creando più di un imbarazzo politico: la processione del Santissimo crocifisso a Cutro, provincia di Crotone. Un rito avvenuto nel pieno della campagna elettorale del 2009 quando l’allora sindaco di Reggio Emilia correva per un nuovo mandato. In città e in tutto il circondario la comunità d’origine cutrese è talmente numerosa da pesare anche alle urne e quella spedizione in Calabria poteva avere un impatto nel voto. Delrio, all’epoca numero due dell’Anci, non è stato il solo a impegnarsi in questa trasferta: tutti gli altri candidati della zona hanno deciso di presentarsi al cospetto del Santissimo.

Ma in certe terre i simboli contano più delle parole: la processione dei primi cittadini emiliani è stata interpretata come un segno tangibile di riconoscenza da tutta la comunità calabrese. Anche da quelle persone che in Emilia alimentano i peggiori traffici. La questione è finita all’attenzione della procura antimafia di Bologna, che ha convocato come testimoni gli illustri partecipanti. Anche Delrio è stato sentito come “persona informata dei fatti”.

Ma la holding del crimine che risponde al nome di ‘ndrangheta non è una novità in terra emiliana. Tutt’altro: basti pensare che le indagini odierne si basano storicamente su risultanze di operazioni avvenute a cavallo tra il 2002 e il 2007, e che l’affondamento delle radici del clan Grande Aracri avviene nei primi anni ’80, quando in soggiorno obbligato da Cutro arriva Francesco Grande Aracri dalla città di Dragone.

Negli anni le cosche, non solo calabresi, ma anche il clan dei casalesi, sono entrate nel tessuto economico, sociale e politico, avvalendosi anche della vicinanza con San Marino. Roberto Pennisi, consigliere della Direzione Nazionale Antimafia, e presente nella conferenza stampa di oggi (28 gennaio), ha scritto nella sua relazione alla Direzione «in particolare le Province di Modena, Parma, Piacenza e Reggio Emilia si indicavano come contrassegnate dalla presenza di criminalità organizzata soprattutto di marca ‘ndranghetista, mentre la città di Bologna si definiva una terra di tutti e, pertanto, non catalogabile secondo nessun attributo criminale, non potendosene alcuna specifica organizzazione di tipo mafioso arrogare il dominio».

«Infiltrazione – spiegava Pennisi – che ha riguardato, più che il territorio in quanto tale con una occupazione “militare”, i cittadini e le loro menti;; con un condizionamento, quindi, ancor più grave. Sì che non inutile sarebbe una maggiore cautela nel disapprovare provvedimenti di organi amministrativi dello Stato, peraltro sottoposti ai controlli giurisdizionali previsti dalla legge, con censure che creano disorientamento nella collettività e che, certo, non concorrono alla formazione di un sentimento dei cittadini in termini di repulsione delle infiltrazioni mafiose anche quando queste appaiono dotate di appeal. In altre parole concorrendo a determinare la erosione della legalità a tutto favore della logica del profitto».

Senza dimenticare che tre anni fa il comune modenese di Serramazzoni, amministrato dal Pd, arrivò allo scioglimento con il provvedimento dell’allora ministro dell’Interno Cancellieri. Anche qui l’operazione “Parola d’Onore” portò a galla storie di appalti e contiguita con esponenti delle famiglie calabresi in particolare con Rocco Antonio Bagli, indicato nei rapporti dei carabinieri vicino alla ‘ndrina Longo Versace e referente delle cosche operanti nel modenese. Negli anni Novanta, Baglio fu arrestato per un arsenale sequestrato e poi ebbe guai per la bancarotta fraudolenta di una sua società, Mida’s. I finanzieri durante l’inchiesta ripresero alcuni incontri tra Baglio e l’ormai ex sindaco di Serramazzoni Luigi Ralenti, a giudizio per corruzione e turbativa d’asta.

i nomi degli indagati:

Giuseppe Aiello di Crotone
Lauro Alleluia di Afragola (Napoli)
Giuseppe Aloi di Schwerte (Germania)
Alfredo Amato di Palmi
Domenico Amato di Taurianova
Francesco Amato di Rosarno
Davide Arabia di Crotone
Rosario Arcuri di Cutro
Carmine Arena di Crotone
Karima Baachaoui nata in Tunisia
Moncef Baachaoui nato in Tunisia
Pasquale Battaglia di Crotone
Carmine Belfiore di Cutro
Francesco Belfiore di Cutro
Giuseppe Belfiore di Gioiosa Ionica
Giovanni Paolo Bernini di Parma
Erika Bertocco di Torino
Alessandro Bianchini di Mirandola
Augusto Biachini di San Felice Sul Panaro
Corrado Bidin di Latisana
Andrea Bighignoli di Negrar
Antonio Blasco nato in Germania
Gaetano Blaso di Crotone
Domenico Bolognino di Locri
Michele Bolognino di Locri
Sergio Bolognino di Locri
Andrea Bonazzi di Mantova
Maurizio Bosi di Livorno
Bruna Braga di Mirandola
Tiziano Braulli di Reggio Emilia
Pasquale Brescia di Crotone
Luigi Brugnano di Crotone
Marco Busia di Isola Capo Rizzuto
Salvatore Buttiglieri di Gioiosa Ionica
Salvatore Caccia di Cutro
Mario Calesse di Sant’Eufemia
Mario Cannizzo di Palagonia
Salvatore Cappa di Cutro
Gaetano Caputo di Melissa
Maurizio Cavedo di Cremona
Donato Agostino Clausi di Crotone
Michele Colacino di Crotone
Salvatore Colacino di Suzzara
Omar Costi di Reggio Emilia
Antonio Crivaro di Cutro
Deborah Croci di Castelnovo Nè Monti
Gianluca Grugliano di Varese
Domenico Curcio di Crotone
Giuseppe Curcio di Cutro
Maria Curcio di Crotone
Elvezio Dattoli di Rocca Di Neto
Giuliano Debbi di Sassuolo
Raffaele Della Bella di Afragola
Francesco Di Via di Trapani
Alfonso Diletto di Cutro
Billbill Elezaj di Kukes (Albania)
Francesco Falbo di Cutro
Rosario Falzetti di Cutro
Aldo Pietro Ferrari di Follo
Vincenzo Ferrari di Palmi
Gabriele Ferri Bernardini di Pietrasanta
Francesco Florio di Locri
Antonio Floro Vito di Crotone
Gianni Floro Vito di Crotone
Giuliano Floro Vito di Cutro
Giuseppina Floro Vito di Crotone
Selvino Floro Vito di Crotone
Francesco Formentini di Reggio Emilia
Antonio Frizzale di Manfredonia
Alfonso Frontera di Cutro
Francesco Frontera di Crotone
Giovanni Gangi di Crotone
Domenico Gentile di Milano
Gennaro Gerace di Dernbach (Germania)
Salvatore Gerace di Cutro
Gino Gibertini di Modena
Marco Gibertini di Modena
Antonio Giglio di Crotone
Giulio Giglio di Crotone
Giuseppe Giglio di Crotone
Nicolino Grande Aracri di Cutro
Domenico Grance Aracri di Cutro
Salvatore Grossetti di Cutro
Rita Gruzza di Vigatto
Antonio Gualtieri di Cutro
Francesco Gullà di Isola capo Rizzuto
Giuseppe Iaquinta di Cutro
Francesco Lamanna di Cutro
Francesco Lepera di Catanzaro
Franmcesco Lerose di Cremona
Salvatore Lerose di Cutro
Francesco Lomonaco di Crotone
Sergio Lonetti di Melissa
Giuseppe Loprete di Mesoraca
Francesco Macrì di Crotone
Giuseppe Macrì di Crotone
Vincenzo Mancuso di Cutro
Francesco Manfreda di Fuerth (Germania)
Giuseppe Manica di Crotone
Giuseppe Manzoni di Roccanova
Alfonso Martinmo di Crotone
Domenico Mattace di Cutro
Alfonso Mendicino di Crotone
Luigi Mercadante di Cutro
Domenico Mesiano di Catanzaro
Vincenzo Migale di Cutro
Antonio Molinari di Mesoraca
Vittorio Mormile di Sant’Arpino
Antonio Muto di Crotone cl. 71
Antonio Muto di Crotone cl. 78
Antonio Muto di Cutro cl. 55
Cesare Muto di Crotone
Giulio Muto di Crotone
Luigi Muto di Crotone
Salvatore MUto di Crotone
Barbara Nigro di Scandiano
Salvatore Olivo di Crotone
Giuseppe Domenico Oppedisano di Gioiosa Ionica
Gaetano Oppido di Crotone
Raffaele Oppido di Cutro
Giuseppe Pagniani di Reggio Emilia
Alessandro Palermo di Roma
Giuseppe Pallone di Cutro
Alfonso Paolini di Cutro
Francesco Pio Passiatore di Taranto
Francesco Pelaggi di Crotone
Paolo Pelaggi di Crotone
Francesco Pellegri di Tizzano Val Parma
Sergio Pezzati di Wetzikom (Svizzera)
Giuseppe Pichierri di Matera
Anna Pieron nata in Polonia
Giovanni Procopio di Crotone
Salvatore Procopio di Crotone
Iana Rezepova nata in Russia
Giuseppe Richichi di Crotone
Francesco Riillo di Isola Capo Rizzuto
Pasquale Riillo di Isola Capo Rizzuto
Antonio Rocca di Virgilio
Luca Rossi di Gazoldo degli Ippoliti
Giuseppe Ruggero di Cutro
Mirco Salsi di Reggio Emilia
Michael Stanley Salwach nato in Pennsylvania (Usa)
Gianluigi Sarcone di Cutro
Nicolino Sarcone di Cutro
Graziano Schirone di Manduria
Domenico Scida di Crotone
Francesco Scida di Crotone
Giuseppe Scordo di Catania
Antonio Scozzafava di Catanzaro
Eugenio Sergio di Cutro
Luigi Serio di Isola Capo Rizzuto
Salvatore Sestito di Crotone
Giovanni Sicilia di Crotone
Antonio Silipo di Cutro
Francesco Silipo di Reggio Emilia
Luigi Silipo di Cutro
Salvatore Silipo di Cutro
Fulvio Stefanelli di Bologna
Giovanni Summo di Ostuni
Jianyao Tang nato a Zhejiang (Cina)
Roberta Tattini di Bologna
Rocco Tedesco di Palmi
Giovanni Tirotta di Cutro
Michele Tostoni di San Giovanni Rotondo
Roberto Turrà di Cutro
Mario Ursini di Gioiosa Ionica
olmes vaccari di Nonantola
Antonio Valerio di Cutro
Gabriele Valerioti di Cinquefrondi
Daniela Vecchi di Poviglio
Giuseppe Vertinelli di Cutro
Palmo vertinelli di Cutro
Pasquale Vetere di Cutro
Pierino vetere di Cutro
Rosario Vetere di Cutro
Giuseppe Villirillo di Cutro
Romolo Villirillo di Crotone
Francesco Viti di Messina
Mario Vulcano di Rocca Di Neto
Valter Zangari di Crotone
Jianyong Zhang nato in Cina
Salvatore Brugnano di Crotone
Gaetano Cavallo di Crotone
Antonio Cianflone di catanzaro
Giuseppe Codamo di Crotone
Debora Costa di Reggio Emilia
Salvatore D’Angelo di Wipperfurth (Germania)
Luigi Esposito di Nola
Elia Gaglione di Torino
Giulio Gerrini di Bologna
Stefano Laera di Isola Capo Rizzuto
Gennaro Lonetti di Cariati
Alessandro Lupezza di Pavia
Francesco Matacera di Santa Caterina dello Ionio
kostantinos Minelli nato a Golos (Grecia)
Massimo Muratori di Modena
Antonio Nicastro di Crotone
Francesco Procopio di Cariati
Alberto Maria Ranieri di Crotone
Domenico Salpietro di Messina
Quintino Sanarica di Grottaglie
Filippo sirianni di Isola Capo Rizzuto
Tatjana Tihamirova nata in Lettonia

(fonte)

Il consigliere di Forza Italia a Reggio Emilia e le sue frequentazioni calabresi

pagliani_675C’è anche un consigliere comunale e provinciale di Reggio Emilia, Giuseppe Pagliani, eletto tra le file di Forza Italia, tra i 117 arrestati nella maxi operazione “Aemilia” contro la ‘ndrangheta in Emilia, coordinata dalla Dda di Bologna. Per lui l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. I carabinieri lo hanno prelevato all’alba, dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano. Oltre a essere un esponente di punta del centrodestra locale, nella primavera del 2012 il suo nome era finito nella bufera, per una cena con imprenditori edili e dei trasporti di origine calabrese e uomini sospettati di vicinanza alla malavita.

Classe 1973, Pagliani è originario di Reggio Emilia dove ha sempre vissuto, studiato e lavorato. Avvocato, con un passato nel settore delle ceramiche e delle “carni bovine”, si dice specializzato in “diritto societario, finanziario e penale”. Sul suo sito si definisce anche “appassionato di politica da sempre” e “animatore da anni del centrodestra reggiano”. E infatti la sua prima corsa alle amministrative con la bandiera azzurra risale a molti anni fa, al 1999: alle comunali di Scandiano, comune in provincia di Reggio Emilia, raccoglie 300 preferenze. Un record. La sua carriera politica va avanti sempre nel solco del partito di Silvio Berlusconi, che non tradisce mai.

Nel 2012, quando è consigliere provinciale e comunale, finisce al centro delle cronache per essersi seduto al tavolo insieme a politici del Pdl, professionisti e a un gruppo di imprenditori considerato vicino al clan dei Grande Aracri, tra cui alcuni personaggi coinvolti in indagini antimafia. Il ristorante teatro della cena è nella periferia di Reggio Emilia, si chiama “Antichi Sapori” ed è di proprietà di un crotonese, il 45enne, Pasquale Brescia. Incontro che finirà sotto la lente della magistratura e della prefettura. E per il quale vengono ascoltate come persone informate sui fatti l’allora ex sindaco di Reggio Emilia e attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, il presidente della Provincia Sonia Masini e il consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi.

Nell’autunno scorso Pagliani viene riconfermato consigliere provinciale e capogruppo in Comune a Reggio Emilia. Non solo: a novembre viene messo in lista anche per le regionali dell’Emilia Romagna, senza però riuscire a essere eletto. Il suo nome viene inserito all’ultimo, e va a sostituire quello di Vivaldo Ghizzoni, altro esponente di centrodestra. Pagliani viene “imposto da Roma e Bologna”, è scritto in una nota di Forza Italia, dal momento che, “il capogruppo in consiglio comunale è espressione forte del partito a Reggio Emilia e non può non far parte di questa compagine dei candidati azzurri”.

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‘Ndrangheta: trema l’Emilia Romagna

Sopraggiunta l’alba, in Emilia è arrivata la bufera. La grande retata antimafia ha fatto terra bruciata attorno alla ‘ndrangheta emiliana: 117 arresti e beni per svariati milioni di euro sequestrati. Così gli uomini del comando provinciale dei carabinieri di Modena, Reggio Emilia Parma e la Direzione investigativa antimafia bolognese, coordinati dalla procura antimafia di Bologna hanno inferto un duro colpo alla ‘ndrangheta emiliana. Già, la definizione che i pm utilizzano è proprio questa. E la utilizzano per descrivere una cellula semi autonoma della mafia calabrese nella ricca Emilia Romagna. I reati contestati vanno dall’associazione mafiosa all’usura al riciclaggio. Altri 46 fermi invece sono stati emessi dalle procure di Brescia e Catanzaro per gli stessi reati.

Mille i militati impegnati nell’operazione, che dopo l’operazione Crimine-Infinito sulle cosche lombardo-calabre (300 arresti nel luglio 2010) e Minotauro, sulla ‘ndrine piemontesi (142 fermi) è la seconda più ampia realizzata negli ultimi dieci anni. E per l’Emilia domani non sarà un giorno normale. Perché dai nomi degli arrestati e dalla qualità dei business in mano ai padrini si intuisce che l’organizzazione ha fatto il salto di qualità proprio in Emilia Romagna.

A essere finito sotto inchiesta è uno dei casati mafiosi più ricchi e potenti della Calabria, con ramificazioni in Germania e Francia: il clan Grande Aracri. Originario di Cutro, provincia di Crotone, da decenni la maggior parte dei suoi membri vivono tra Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Non solo. Perché nel tempo hanno allungato i loro tentacoli fino alla vicina provincia mantovana, cremonese e veronese. Insomma, hanno seguito l’autostrada del Brennero e oltrepassato il Po in direzione Nord Est.

In queste zone, spiegano gli inquirenti, la ‘ndrangheta ha assunto una nuova veste colloquiando con gli imprenditori locali.

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