E’ la prima cosa che mi è venuta in mente quando Anna Cirillo di Repubblica mi ha chiesto un commento per il suo pezzo sulla manifestazione della Lega di ieri a Milano. Perché ci farebbe un gran piacere vedere le manine alzate dei leghisti che buttino giù l’impero Formigoni e saremmo pronti a riconoscerne la coerenza. Ma parlare dei buoni propositi (sempre traditi) di leghisti sparsi sta diventando noioso e imbarazzante. Uno stomaco che riesce a digerire Cosentino (all’opposizione) non ha problemi nel digerire un Ponzoni mentre condivide le poltrone. Al massimo ci si mette a gestire la gastrite con una pillola e quattro urla in piazza il giorno successivo.
Sembra passato un secolo da quando il Presidente del Consiglio Regionale Davide Boni minacciava querela nei miei confronti per avere detto in studio da Gad Lerner che alcuni personaggi del Consiglio avevano ricevuto voti dalla ‘ndrangheta. Erano gli stessi giorni in cui Formigoni dava del ‘drogato’ a Vendola che aveva ribadito il concetto e lo stesso tempo in cui Ponzoni mi ha avvicinato per riferirmi che mi “sbagliavo di grosso, le indagini sono state prorogate quindi non hanno trovato nulla di consistente” (ma lo sappiamo, nel PDL più la giustizia si allunga e più intravedono la luce della vittoria).
Oggi Ponzoni è in carcere, la ‘ndrangheta ha perso il proprio “capitale sociale” (ma l’aveva già mollato da tempo, sulla puzza di politicamente morto le mafie hanno sempre avuto l’occhio lungo) e a pensarci bene il ‘drogato’ è sempre da quelle parti.
Oggi i giornali titolano con articoli che sono gli stessi di un’era fa, scrivono di abitudini brianzole che sono state denunciate e raccontate nei circoli, nei libri e tra i comitati; e una Lombardia alle prese con il San Raffaele (e Santa Rita) nella sanità, con l’affare Nicoli Cristiani (dirigente dell’Arpa incluso) nel mondo delle discariche e dell’ambiente, con il caso Minetti nel campo etico della paraprostituzione, con un listino presentato con firme false e il “sistema Sesto” come ombra nel candidato presidente dell’opposizione è una Lombardia che ha svenduto la credibilità arroccata in autodifesa. Formigoni parla di ‘caso personale’. E forse ha ragione. Suo e in ricaduta di ogni cittadino lombardo.
Perché se non è stata la politica a scegliere allora piuttosto che le dimissioni in Regione Lombardia sarebbe il caso di parlare di scioglimento. Per il bene di tutti. Quello comune. Appunto.
Quando hanno arrestato Ponzoni mi sono chiesto “per cosa?”. C’era l’imbarazzo per la scelta. La verità è che noi dobbiamo andare con la giacca per salvare l’onore del consiglio regionale: Boni e Formigoni sono ormai scollegati dal resto del mondo. Dal punto di vista etico, la classe dirigente nominata dal centrodestra ha sonoramente fallito. Le inchieste lo dimostrano. Chiederò le dimissioni di Formigoni, della giunta e dell’ufficio di presidenza. Aspettiamo che nell’ufficio di presidenza ci sia il turnover di tutti i consiglieri regionali del Pdl? E ovviamente lo farò indossando una felpa.
Sotto le autostrade lombarde c’è il cromo, scarto di acciaieria tossico e cancerogeno. Chi ce l’ha messo? Secondo la procura di Brescia Pierluca Locatelli, imprenditore della movimentazione terra, finito in cella con l’accusa di aver corrotto il numero due del Consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, pdl, per ottenere le autorizzazioni necessarie all’apertura di una discarica d’amianto in provincia di Cremona. “Massima collaborazione con la magistratura e responsabilità individuali” assicura Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, ma chi è Locatelli? Davvero sotto il Pirellone non lo conosceva nessuno?
La sua famiglia era in società con l’ex assessore Pagnoncelli, era in contatto con la Compagnia delle Opere e con gli assessori Raimondi e Rossoni (intecettazioni dixit).
Fuga di Formigoni incalzato da Vittorio Romano, Rai2, L’Ultima Parola.
La mattina del 18 luglio, Mario Cal, il manager della sanità privata più potente d’Italia, entra nel suo ufficio e si spara. Cal non è un manager qualunque, è il fidatissimo braccio destro di Don Luigi Verzè, il fondatore del San Raffaele, l’impero della sanità convenzionata, sepolto da un miliardo e mezzo di debiti. Il suicidio di Mario Cal, però, sembra solo uno dei misteri. Cosa c’è dietro il disastro finanziario che rischia di mandare in frantumi l’ospedale privato più importante del Paese? Perché migliaia di dipendenti rischiano di perdere il lavoro? Le cause della morte e della voragine finanziaria vanno cercate nei paesi di mezzo mondo. Coperto dalla nebulosa legislazione che circonda le fondazioni e il loro controllo, il gruppo di don Verzè, che governa un reticolo impressionante di società, ha investito milioni di euro in attività insospettabili come strutture alberghiere e piantagioni di mango e uva in Brasile. L’inchiesta di Alberto Nerazzini che per Report è andato fino a Salvador de Bahia, dove si trova il quartier generale del prete manager, prova a ricostruire una vicenda intricata che ogni giorno che passa riserva nuovi capitoli e apre scenari sorprendenti, a cominciare dai rapporti tra Don Verzè e i vertici dei servizi segreti. All’interno della storia spuntano imprenditori discussi che con movimentazioni di denaro, hanno consentito a tutto il sistema di reggere. È il caso della famiglia Zammarchi titolare della Diodoro e della Metodo, le due società che al San Raffaele fatturavano costi anche 5 volte superiori a quelli standard. Ma con quale scopo? Per drenare denaro e creare fondi neri? Per pagare i politici? La magistratura che sta tentando di sbrogliare i fili di questa complicata matassa indaga e arresta Daccò, l’uomo ombra della sanità lombarda, vicino al governatore Formigoni. Ma è solo l’inizio di un’indagine che deve inseguire fiumi di denaro finiti nei conti di società off shore. Per arrivare a scoprire la verità di uno dei crac più misteriosi della storia del nostro Paese bisogna però scoprire chi è veramente Don Luigi Verzè e cosa si nasconde dietro la sua impenetrabile comunità religiosa: l’associazione dei Sigilli. Ma soprattutto si deve scoprire qual è stata, per decenni, la sua rete di amicizie e protezioni. La puntata integrale sarà visibile online da domani . Martedì 13 dicembre alle 15 videochat con l’autore Alberto Nerazzini.
BRESCIA – Non solo l’inchiesta «va avanti spedita», ma «presto ci saranno nuove sorprese», e a quel punto «il quadro sarà ancora più nitido». Se si sta alle parole dell’investigatore, una previsione la si può azzardare: la nuova bufera giudiziaria che si è abbattuta sulla Regione Lombardia — il doppio fascicolo su tangenti e traffico illecito di rifiuti spacchettato adesso su due Procure (Milano per la corruzione, Brescia per le scorie pericolose) — produrrà altri effetti ravvicinati. NUOVI AVVISI Leggi: un’infornata di nuovi avvisi di garanzia. A carico anche — presumibilmente — di politici e amministratori lombardi. Quali? Ai piani alti del palazzo di Giustizia di Brescia — gli atti sono stati trasmessi per competenza territoriale al pm milanese Alfredo Robledo — c’è il massimo riserbo. Ma alcune indiscrezioni lasciano supporre che — dopo il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, finito in carcere per avere ricevuto, secondo l’accusa, una tangente da 100mila euro — anche ad altri toccherà rispondere degli appoggi forniti all’imprenditore bergamasco Pierluca Locatelli e alla sua rete di consulenti-maneggioni. (da REPUBBLICA)
Ieri in Consiglio è passata la proposta di legge che (finalmente) abolisce i vitalizi, cancella il mastodontico “fine mandato” e riduce l’indennità. È un passo importante perché segna un punto a favore delle minoranze e della richiesta di equità da parte dei cittadini sui privilegi politici. Ma è anche troppo poco perché l’occasione deve essere l’inizio di un percorso che provi a rivedere completamente il sistema politico. Mi convince poco tagliare le indennità dei consiglieri se poi troppo spesso sono ripagati da nomine dentro alcuni enti o compartecipate o peggio ancora in doppi incarichi politici. Sono poco convinto anche da una legge che modifica le regole per la prossima legislatura e lascia invariata la situazione attuale (al vitalizio, comunque si può sempre rinunciare, com’è capitato a me): è il giochino di chi è responsabile nelle scelte degli altri. Così come trovo inconcepibile trincerarsi dietro il rischio di ricorsi nel toccare i vitalizi già maturati. Proprio oggi. Mentre (in corsa) si macellano diritti acquisiti dei lavoratori. Rimane sempre il dubbio che i consiglieri regionali siano un po’ più uguali degli altri. Avremmo anche potuto ascoltare le ragionevolissime proposte del comitato Zeroprivilegi che ha raccolto le firme per presentare una legge popolare che non è nemmeno lontanamente stata presa in considerazione. Anche solo organizzare un’audizione del comitato promotore avrebbe lasciato la bella sensazione di non essere un recinto chiuso e invalicabile.
Ma forse la vera notizia di ieri è l’approvazione a voto segreto dell’abolizione dei sottosegretari: grigie e silenti figure che costano moltissimo e non si capisce bene a cosa servano (a chi, invece, si capisce benissimo). L’ordine del giorno apre un iter legislativo che (guarda caso) incrocia la nostra proposta di legge già pronta e depositata qualche settimana fa. Ma che la maggioranza vada “sotto” è anche un importante dato politico: la Lega anche ieri ha tenuto in bilico Formigoni lasciandolo friggere nel suo olio. Non è intervenuta nella questione Nicoli Cristiani e non ha mostrato nessun segno di apprezzamento dopo la relazione in Aula del Celeste. L’idea è una lenta ma inesorabile fine corsa.
“Oggi in Aula Formigoni ha sostenuto la parte di sempre. Sulla difensiva appena più del solito, ha letto le sue paginette ben scritte di ricostruzione amministrativa degli eventi. Non ha concesso alcun accenno al punto politico. E non ha degnato di risposta i rilievi dei consiglieri delle opposizioni.
Ne esce, se le accuse fossero confermate, il paradosso di un imprenditore così ingenuo da pagare a un politico – Nicoli in versione genio del male – una supertangente per un’autorizzazione che sarebbe arrivata comunque, gratis e nei tempi auspicati.
Francamente, è difficile crederlo. Ci chiediamo come si possa continuare a chiamarsi fuori di fronte all’arresto di un dirigente dell’Arpa, che è agenzia di diretta emanazione regionale, all’arresto di un vicepresidente Pdl del Consiglio già due volte assessore proprio all’ambiente, alla messa sotto accusa di un iter procedurale che è di stretta competenza della Giunta.
Cosa serve ancora perché Formigoni la smetta di nascondersi dietro il paravento delle responsabilità personali? La responsabilità penale è personale, e su quella sta lavorando la magistratura. Ma la responsabilità politica coinvolge un sistema di potere, che nel Presidente della Regione ha il suo vertice.
Tanto più che l’elenco di esponenti del centrodestra in enti regionali, Consiglio e Giunta indagati, citati, coinvolti a diverso grado in vicende giudiziarie è ormai impressionante.
Ci mancherebbe che Formigoni si opponga, come peraltro ha invece fatto sul San Raffaele, all’istituzione di una commissione d’inchiesta, per la quale avvieremo da subito l’iter. Certo è che la sola presenza in contemporanea di due organi speciali – mentre le indagini sia sul versante sanità sia su quello dei rifiuti paiono solo all’inizio – molto ha da raccontare dei problemi politici di questa Regione.
A noi sembrano enormi. Al punto da continuare a ritenere opportuno che Formigoni rassegni al più presto le sue dimissioni”.
«La consultazione dell´Anagrafe tributaria ha evidenziato che Daccò, dal 2001, non ha mai dichiarato redditi imponibili in Italia né all’estero». E risiede a Londra dove i cittadini “non dom”, cioè i non residenti, non pagano le tasse. La figura dell´imprenditore Pierangelo Daccò emerge dalle carte dell´indagine milanese sull´ospedale San Raffaele. A lui viene contestato il reato di concorso in bancarotta, per aver distratto attraverso presunte false consulenze circa 3,5 milioni di euro. Una delle ipotesi degli inquirenti è che fosse un collettore di denaro, soprattutto contante, da girare ad alcuni referenti politici. Il suo nome è stato spesso accostato a quello del governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, non fosse altro che per la loro amicizia che, come ha confermato ieri lo stesso Formigoni in una intervista a la Repubblica, dura da vent´anni. Tra le banche preferite, per ragioni anagrafiche, vi è proprio la Popolare di Lodi (il nome di Erika Daccò è stato trovato nelle agende di Gianpiero Fiorani), ma la più importante è la Unicredit (80 rapporti). L´immobiliarista della famiglia è la moglie con 14 appartamenti in quel di Lodi e due case a Bordighera. Ma gli inquirenti sono pronti a scommettere che attraverso fiduciarie possieda il Residence Baia delle Ginestre a Teulada, alcune case ad Arzachena e una villa a Bonassola. Più una barca (e forse altre due), il Mi Amor, sul quale è stato fotografato con Formigoni. Su Repubblica la vergognosa storia di un’Italia e una Lombardia (e un lodigiano) che offende l’intelligenza, oltre che infrangere le regole.