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roberto formigoni

Il Faraone del Celeste

Ci sono persone che ti accompagnano per una vita, così come prima hanno accompagnato quella dei padri. Si tratta di figure contornate da uno strano alone di mito, il cui potere si estende per generazioni, confondendosi nella fluida e magmatica oscurità del tempo. Nomi grigi che a volte non hanno nemmeno un volto perché non ne hanno bisogno. Uomini (perché è difficile si tratti di donne) in grado di condizionare l’immaginario pubblico della tua città o monopolizzare per anni i discorsi nei bar.

Ecco, una di queste persone si chiama Gian Carlo Abelli, settantunenne ex-democristiano oggi deputato nelle file del PDL. La sua carriera, esclusivamente politica (perché Abelli, dagli anni ’70, non ha mai avuto una professione indipendente da nomina politica), si sviluppa lungo un percorso piuttosto lineare in termini per così dire politici, benché più volte ostacolato da alcuni spiacevoli inconvenienti.

Claudio riannoda i fili di Abelli e Formigoni su Non Mi Fermo.

Formigoni go home! Il sito e l’appello.

Il tanto decantato modello lombardo, tuttaltro che un buon governo, ha favorito lo svilupparsi di un sistema clientelare e non ha risposto ai problemi dei cittadini: partendo dal lavoro per arrivare alla tutela dell’ambiente. 17 scandali in 17 anni, il Presidente di Regione indagato per corruzione, 1/5 del Consiglio Regionale indagato o condannato oggi ne sono la prova provata e sono tutte ottime ragioni per chiedere di tornare al voto.

E allora noi glielo ricordiamo. Con una mail alla sua segreteria.

Formigoni go home, il sito e l’appello da sottoscrivere lo trovate qui.

Formigoni secondo Fo

L’intervista di Oriana Liso oggi su Repubblica:

Dario Fo: mi ricorda sant’Ambrogio che diceva basta a chi si definisce da solo un santo

“Sta venendo fuori il marcio il governatore ammetta e lasci”

MI­LA­NO — Pre­mio No­bel, uo­mo di tea­tro e lom­bar­do doc. Da­rio Fo, co­sa pen­sa del­le vi­cen­de giu­di­zia­rie che coin­vol­go­no il go­ver­na­to­re For­mi­go­ni?

«Pri­ma di tut­to mi di­ca: con­ti­nua ad as­si­cu­ra­re di non es­se­re in­da­ga­to? Con­ti­nua a di­re che lui non ha fat­to pro­prio nien­te?».

Già.

«Nel quar­to se­co­lo avan­ti Cri­sto il gran­de scul­to­re Fi­dia fu in­ca­ri­ca­to di rea­liz­za­re una sta­tua di Ate­na ma par­te del­l’o­ro che ser­vi­va per la do­ra­tu­ra del­la sta­tua — rac­col­to con il con­tri­bu­to di tut­ti gli ate­nie­si, an­che dei più po­ve­ri — fu ru­ba­to. So­spet­ta­to, pro­prio Fi­dia. Che al le­gi­sla­to­re So­lo­ne ri­bat­te: “Quan­do avre­te le pro­ve cer­te che ho ru­ba­to quel­l’o­ro,al­lo­ra po­tre­te ve­ni­re a di­stur­bar­mi. Nes­su­no dei vo­stri giu­di­ci può in­di­car­mi co­me col­pe­vo­le, quin­di la­scia­te­mi tran­quil­lo”».

Il ri­fe­ri­men­to sem­bra chia­ro.

«Ri­spon­de So­lo­ne a Fi­dia: “la gen­te ha in­tui­to che tu sei col­pe­vo­le di fur­to ai dan­ni del­la po­po­la­zio­ne in­te­ra. Tu hai la pos­si­bi­li­tà e l’a­bi­li­tà per men­ti­re, ma sai co­sa ac­ca­drà? Tut­ti ti co­no­sco­no co­me un gran­dis­si­mo ar­ti­sta, ma se ti com­por­ti co­me un fur­bo qual­sia­si, nien­te po­trà sal­var­ti dal per­de­re la tua glo­ria. Sce­gli tu, a me fai tan­ta pe­na”. A que­sto pun­to Fi­dia scop­pia a pian­ge­re e di­ce: so­no col­pe­vo­le».

Si aspet­ta che il pre­si­den­te For­mi­go­ni fac­cia lo stes­so?

«Mi pia­ce­reb­be ve­de­re For-mi­go­ni am­met­te­re sem­pli­ce­men­te: “sì, so­no col­pe­vo­le”. Sen­za ar­ro­gan­za, sen­za que­ste iro­nie con­ti­nue, que­sto mo­do sprez­zan­te di ri­ven­di­ca­re fe­ste, pran­zi, ba­gni. Di­ce: “so­no pu­ro co­me l’ac­qua di fon­te”. Ma nean­che Ge­sù ha mai det­to una co­sa co­sì pre­sun­tuo­sa. Quel­lo su Fi­dia è un rac­con­to di­men­ti­ca­to dal­la sto­ria: em­ble­ma­ti­co an­che que­sto di co­me la no­stra cul­tu­ra ab­bia per­so per stra­da va­lo­ri co­me l’o­ne­stà, la tra­spa­ren­za, la cul­tu­ra stes­sa».

Cre­de che le ec­cel­len­ze lom­bar­de — co­me la cul­tu­ra, ap­pun­to, non so­lo la sa­ni­tà — ri­schi­no il de­cli­no?

«Ma lo so­no già, in de­cli­no. Per an­ni ci si è van­ta­ti di una re­gio­ne ai pri­mi po­sti nel pro­dur­re cul­tu­ra, la­vo­ro, ope­re pub­bli­che e tan­to al­tro. Ma è co­me se per an­ni si­fos­se ster­ra­ta so­lo la su­per­fi­cie del ter­re­no, la­scian­do che sot­to pro­li­fe­ras­se il mar­cio. E il mar­cio ora sta ve­nen­do fuo­ri: quan­to so­no gli in­da­ga­ti, in Re­gio­ne? Sia­mo go­ver­na­ti da una strut­tu­ra di cor­rot­ti che re­sta­no at­tac­ca­ti di­spe­ra­ta­men­te al­le lo­ro pol­tro­ne men­tre sta an­dan­do tut­to in ro­vi­na. An­zi, pro­prio chi ci go­ver­na sta man­dan­do tut­to in ro­vi­na».

È una vi­sio­ne mol­to pes­si­mi­sta, la sua. Non c’è mo­do di fer­ma­re que­sta fra­na?

«Bi­so­gne­reb­be riu­sci­re a cac­cia­re i fan­ta­smi, co­me li chia­ma­va San­t’Am­bro­gio. Che di­ce­va, di Mi­la­no: ba­sta con que­sti uo­mi­ni che si tra­ve­sto­no da san­ti, che si de­fi­ni­sco­no da so­li, dei san­ti. Non sem­bra­no le pa­ro­le di For­mi­go­ni, que­ste?».

Sarebbe un peccato

Oreste Pivetta scrive sull’Unità quello che proviamo a dire da un po’:

L’ultima parola potrebbe toccare ai magistrati. Sarebbe un peccato. Se c’è un sistema politico in declino, sarebbe meglio che cadesse di fronte ai progetti dell’opposizione e di una volontà pubblica di novità. Ma la regione non è questione «popolare» e la debolezza presente, il vuoto di idee, l’opportunismo tanto per sopravvivere e per non perdere il “posto” potrebbero lasciare la Lega al solito «posto», al fianco di Formigoni, lo studentello lecchese seguace di don Giussani, diventato «politico» raccomandando, strada facendo, «obbedienza, povertà e verginità», il governatore che ci lascerà l’indelebile immagine del tuffatore in bermuda dalla barca di Daccò.

Formigoni e la farsa che si sgretola (cronaca di una conferenza stampa bipolare)

Meraviglioso. Un pezzo che nemmeno Beckett riuscirebbe ad immaginare.
Formigoni arriva in sala stampa con i collaboratori e gli assistenti che non sanno più come limitare il suo sfanculamento facile a qualsiasi cosa puzzi di informazione.
Dice che la notizia è falsa.
Non è indagato.
Anzi, no, forse semplicemente non è ancora stato informato.
E comunque se è indagato non si dimette (l’avevo scritto stamattina, non c’è bisogno di essere sibille).
E qualcuno gli ricorda che aveva promesso le dimissioni. “Altro tempo storico” dice lui. Ah. Allora va bene così, certo.
Poi parla della stampa comunista che gli tende un trappolone (il Corriere della Sera comunista è roba da TSO).
Dice che anche gli altri sono indagati. E che anzi lui sarebbe tra i più bravi perché è durato da “vergine” più a lungo.

Nessuno parla del punto politico.

Qualcuno non può permettersi di urlare troppo perché da altre parti siamo al rinvio a giudizio per il braccio destro del segretario nazionale.

Nessuno dice che è il modello a fallire, mica Formigoni.

Tutti sanno che non si dimette.
Tutti sanno che bisogna correre per fare un comunicato stampa in cui si chiedono le dimissioni.
Poco, però, non troppo.
Finisce la conferenza stampa.
Si va tutti a pranzare.

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Neanche un usciere

Diceva Roberto Formigoni che le ultime vicende giudiziarie non avevano toccato minimamente Regione Lombardia. Diceva che del “suo” governo e del “suo”palazzo non era stato sfiorato da un avviso di garanzia neanche un usciere.

A leggere i giornali di oggi si capisce il perché: le porte erano tutte aperte. Gi uscieri non servivano più. E infatti l’indagine a suo carico è entrata direttamente senza nemmeno bisogno di suonare, presentarsi e lasciare il documento d’identità. Del resto gli avvisi di garanzia sono clienti abituali del Grand Hotel del Pirellone e Palazzo Lombardia.

E così Formigoni stamattina si sveglia indagato.
E nessuno creda che sarà dimissionario.

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La salute prima del profitto

È lo striscione che dice più di mille parole esposto oggi dai lavoratori del San Raffaele in sciopero.

La manifestazione ha visto sciopero e corteo da via Olgettina a San Raffaele Turro. I motivi “sono molto seri: su tutti l’assunzione dei lavoratori precari, per evitare la riduzione degli organici, che significa anche riduzione della qualita’ dell’assistenza. Infatti, i contratti scaduti nelle ultime settimane non sono stati rinnovati e molti scadranno a fine mese”. La Rsu torna anche sulla questione incentivi, perchè un altro motivo di protesta è appunto “la riduzione dei salari avvenuta per la mancata erogazione del saldo incentivi, in un periodo in cui tutti i lavoratori hanno messo anche maggiore impegno rispetto al passato, proprio per le condizioni di incertezza dovute alla crisi economica che ha colpito l’ospedale”.
Ma la lista è lunga: “C’e’ la tutela della sicurezza e la salute, di lavoratori e pazienti”, tema su cui i sindacati ribadiscono l’intenzione di “respingere ogni ipotesi di risparmio sui costi di gestione e manutenzione che abbiano risvolti negativi”. E ancora “l’avvio di corrette relazioni sindacali e il rispetto degli accordi, poiche’ il confronto, ad oggi, e’ stato solo a senso unico e ad ogni richiesta dei lavoratori, la risposta e’ stata no”, si legge nella nota.

È il solito cortocircuito della sanità lombarda: i soldi sono pubblici, i conti però non ci competono perché le strutture sono privati, quindi i reati eventuali scivolano addosso a Formigoni (vorrebbe, lui) e comunque è un’eccellenza che non si deve mettere in discussione. E i diritti dei lavoratori non sono cosa nostra.
Ah, intanto Carlo Lucchina (il direttore della Sanità pubblica) è indagato con altri trenta, tra l’altro.
E sperano che qualcuno ci caschi ancora.

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La strada che chiude i ristoranti

Succede in Lombardia. La patria delle infrastrutture che (secondo loro) fanno PIL.

Siamo stati dimenticati da tutti. Siamo stati costretti a chiudere, ma è come se non esistessimo e per giunta non abbiamo ancora preso un euro di indennizzo». 

A parlare così è Corrado Guzzetti, figlio della titolare del ristorante “Ponte di Vedano” di Lozza, costretto dalle circostanze a chiudere i battenti. Tutta colpa delle gravi perdite lamentate in seguito all’apertura del cantiere per la realizzazione del collegamento tra il lotto 1 della tangenziale di Varese e il tratto esistente. Guzzetti, che già in passato non aveva mancato di cercare di difendere l’attività di famiglia, è tornato a parlare dopo l’iniziativa dello scorso sabato, quando i cittadini sono stati invitati a visitare il cantiere alla presenza di politici e dirigenti.

«Si sono dimenticati presto delle promesse fatte e di tutto quello che non va tutto attorno. Nel 2010 sono venuti qui l’assessore Raffaele Cattaneo, il direttore generale di Pedemontana Umberto Regalia e mi hanno assicurato che nella fase esecutiva il cantiere avrebbe occupato meno spazio rispetto a quello che era tracciato sulle carte. Lo hanno detto qui, davanti a me, nel luglio del 2010, quando ho spiegato che un’attività come la mia non poteva stare aperta senza parcheggio. Il parcheggio è tutto occupato dal cantiere, ci staranno una trentina di macchine. Mi spieghino come può un ristorante da mille coperti tenere aperto con soltanto trenta posteggi».

E’ un caso piccolo nell’insieme ma rende bene l’idea delle ricadute delle “grandi opere” che di grande sembrano avere solo la miopia.

«Continuano a dirci che ci risarciranno – spiega infine Guzzetti – ma non sappiamo né come, né quando, né quanto. Intanto la banca chiede gli interessi del fido, Equitalia vuole il pagamento dei bollettini e noi non abbiamo più un’entrata. Non chiedo i soldi subito. Oggi mi accontenterei anche di un documento in cui si attesta che ho dovuto chiudere per via di questa opera pubblica, che tra espropri definitivi e temporanei mi ha portato via il parcheggio. Queste carte potrebbero essere offerte in garanzia alla banca, evitando così di dover pagare ogni mese rate salatissime di interessi».

La Lombardia incapace di costruire infrastrutture sociali. Appunto. Noi adesso glielo chiediamo con un’interrogazione.