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Caro Renzi, ora chiarisca una volta per tutte i suoi rapporti con l’Arabia Saudita

“Mi impegno a discutere i miei incarichi internazionali, ma dopo la fine della crisi di governo”. Parole, opere e solite omissioni del solito Matteo Renzi, pronunciate quando si infiammò la polemica per i suoi rapporti con l’Arabia Saudita. La polemica si infiammò quando si scoprì che il senatore di Italia Viva guadagna almeno 80mila euro all’anno per partecipare alle conferenze dell’FII Institute, un organismo controllato dal fondo sovrano saudita, e dopo la pubblicazione di un video in cui Renzi, di fronte al principe Mohammed Bin Salman, si ritrovava a magnificare un presunto “nuovo Rinascimento” di una nazione che secondo la Freedom House, un think tank americano di orientamento liberale, in un indice di libertà che va da 0 a 100 si ferma a 7 (la Russia di Putin, per dire, è a 20, l’Iran raggiunge 17, l’Egitto 21, l’Italia è a 89).

È la stessa Arabia Saudita che secondo Amnesty International detiene, tortura e giustizia migliaia di persone ingiustamente. La stessa nazione che nel suo consolato fece a pezzi l’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi nell’ottobre del 2018 su mandato (lo dice l’Onu) proprio del principe saudita Bin Salman, colui che paga profumatamente Renzi come testimonial.

La crisi politica è finita, ora si attende con ansia che il leader di Italia Viva risponda alle domande e ai dubbi dei giornalisti: “Prendo l’impegno di discutere con tutti i giornalisti in conferenza stampa dei miei incarichi internazionali, delle mie idee sull’Arabia Saudita, di tutto. Ma lo facciamo la settimana dopo la fine della crisi di governo”, disse Renzi nel pieno della polemica, con quel suo solito difetto di ritenere prioritarie solo le proprie priorità. Non è questo il momento?

E ha ragione il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, quando scrive “è vero che Renzi ci ha abituato in questi anni a dire molte cose senza poi farle, dall’abbandono della politica se avesse perso il referendum fino al capolavoro del Mes, comunque noi rimaniamo in attesa della conferenza stampa sul Rinascimento Saudita…”.

Siamo qua, stiamo aspettando un chiarimento che è molto più “politico” di quello che si vorrebbe lasciare intendere poiché siamo curiosi di sapere cosa c’entri l’Arabia Saudita con il riformismo declamato da Renzi, cosa pensi del peso dei diritti umani in un Paese e come veda l’architettura fondamentale di una democrazia degna di chiamarsi tale. Senatore Renzi, lei che ama così tanto le luci della ribalta: i riflettori e i microfoni sono accesi, manca solo lei. Forza, coraggio.

Leggi anche: 1. Conflitto d’interenzi (di Giulio Gambino) / 2. Se Renzi vivesse in Arabia Saudita (di Selvaggia Lucarelli) / 3. Quel rapporto con il principe d’Arabia Saudita: la crociata di Renzi sui servizi ora diventa sospetta (di Luca Telese) 

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Lo schiaffo della Lega al popolo bielorusso: si astiene su Lukashenko per non scontentare Putin

Tanto tuonò che finalmente piovve. Il Parlamento Europeo “non riconosce il risultato delle elezioni presidenziali tenute in Bielorussia il 9 agosto” perché portate avanti “in palese violazione degli standard riconosciuti a livello internazionale” e non riconoscerà Lukashenko presidente “una volta che il suo mandato corrente sarà giunto al termine”, cioè dopo il 5 novembre. È il testo della risoluzione che è stata votata ieri con 574 sì, 37 no e 82 astensioni. La protesta bielorussa, del resto, continua a essere viva e forte in tutto il Paese e la presa di posizione dell’Europa finalmente indica una netta scelta di campo che ci si aspettava da giorni.

Ursula von Der Leyen ha detto nettamente che “i cittadini devono essere liberi di decidere il futuro da soli. Non sono pedine sulla scacchiera di qualcun altro”, rinforzano le richieste di chi chiede delle liberi elezioni che si svolgano in maniera democratica. In Bielorussa continua a essere detenuta Maria Kolesnikova, che aveva strappato il proprio passaporto per evitare di essere deportata in Ucraina. Del resto il senso dell’Europa è tutto qui (quando funziona): ciò che accade agli altri ci deve interessare, la difesa dei diritti degli altri è un nostro dovere.

Spicca, al solito, la vigliaccheria dell’astensione della Lega di Matteo Salvini, che per non scontentare il suo amico Putin invece ha deciso di non decidere, come spesso gli accade quando c’è da difendere qualche prepotente del mondo. Ed è il solito Salvini che mostra un’irrefrenabile affetto per i tiranni, per l’amore dei “pieni poteri” che non sempre vengono esercitati secondo le regole. Lo fa con Orban (in numerosi occasioni la Lega in Europa si è schierata in difesa del dittatore ungherese) e continua con Lukashenko. Ed è un segnale politico che deve essere preso terribilmente sul serio perché dimostra un certo modo di intendere il potere che non è di destra o di sinistra (il partito di Giorgia Meloni ha votato compatta per la risoluzione) e perché ancora una volta rinsalda l’asse delle personalità peggiori del mondo.

In tutto questo, ovviamente, non è nemmeno stata data una giustificazione politica dalla Lega. Silenzio e petto in fuori. E se è vero che un politico si giudica dalle sue frequentazioni allora il quadro è chiaro, chiarissimo e sconfortante. L’aggressione per politica, per qualcuno, continua a essere una modalità di governo. E tutto questo è assolutamente inaccettabile.

Leggi anche: 1. “Torturato da forze russe pro-Lukashenko in un campo di concentramento”: la denuncia di un attivista bielorusso a TPI / 2. Bielorussia, la dissidente Tarasevich a TPI: “Lukashenko usa il Covid per violare i diritti umani. Vuole annetterci alla Russia” / 3. Quei ragazzi che (grazie a Internet) possono svegliare la Bielorussia dalla dittatura dopo 30 anni

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Caso Navalny: la lezione della Merkel al mondo e l’imbarazzante silenzio del Governo italiano

Che brutto silenzio che tira dalle parti del governo italiano sulla vicenda di Alexei Navalny, l’oppositore russo di Putin che secondo gli esperti militati tedeschi sarebbe stato avvelenato da Novichok, un veleno che vale come una firma e che è legato alla storia della Russia quando ancora era Unione Sovietica. Il governo tedesco (che dopo un lungo tira e molla è riuscito a fare trasferire Navalny in Germania) ha confermato “senza alcun dubbio” che il leader dell’opposizione russa è stato avvelenato e Angela Merkel ha usato parole durissime: “È chiaro che Navalny è vittima di un crimine ed è stato messo a tacere”, ha detto, condannando con “la massima fermezza possibile” quanto accaduto e auspicando “una reazione congiunta appropriata” nei confronti della Russia in accordo con Nato e Unione Europea.

Sempre a proposito di reazioni, leggetevi le parole della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: “Un atto spregevole e codardo. I responsabili devono essere assicurati alla giustizia”. Addirittura anche la Casa Bianca parla di “riprovevole avvelenamento” senza dubbi. Una bella fetta di mondo insomma parla, prende posizione, critica, accusa, pretende spiegazioni e richiama il presidente Putin alle sue responsabilità chiedendo che venga fatta il prima possibile luce sull’accaduto. Da lontano, flebile, arriva invece la voce del governo italiano: l’unica nota ufficiale sta malinconicamente scritta in cinque righe sul sito del ministero degli Esteri, in cui si esprime “profonda inquietudine ed indignazione” e si chiede “che la Federazione Russa chiarisca con rapidità e trasparenza le responsabilità dell’accaduto”.

Avete visto una dura presa di posizione del ministro Luigi Di Maio? Qualche frase di circostanza, obbligatoria, e poco altro. Per non parlare del centrodestra, che con Putin gozzoviglia da anni, che sembra non essersi nemmeno accordo dell’accaduto. Però su proposta di Di Maio, intanto l’Italia ha insignito dell’Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della ”Stella d’Italia” il primo ministro di Putin Mikhail Mishustin, proprio uno degli esponenti politici messo sotto accusa da Alexei Navalny per gli eccessivi guadagni non giustificati (790 milioni di rubli guadagnati dalla moglie solo negli ultimi 9 anni). Il premier Conte invece ha avuto una conversazione telefonica con Putin in cui il presidente russo aveva parlato di “inammissibilità di accuse frettolose e infondate”. E l’Italia inchinata alla Russia sembra qualcosa di più di una semplice sensazione.

Leggi anche: 1. Berlino: “Navalny avvelenato, prove inconfutabili. Mosca spieghi” / 2. Novichok: cos’è, e che effetti ha sul corpo, l’agente nervino usato per uccidere l’ex spia russa Skripal / 3. Russia, il video in aereo dell’oppositore di Putin che grida di dolore: “L’hanno avvelenato” / 4. Russia, approvata la riforma della Costituzione: Putin potrà governare fino al 2036 / 5. L’ascesa della Russia di Putin non passa solo dalla Siria

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Lauree in Albania, soldi scudati in Svizzera: quando “serve” la Lega diventa internazionale

Lauree in Albania, soldi scudati in Svizzera: se “serve”, la Lega è internazionale

Dice “prima gli italiani” ma la Lega ama l’estero, eccome se lo ama, e si riferisce a Paesi stranieri quando c’è da brigare affari di soldi e utilità. C’è la laurea di Renzo Bossi in Albania, all’Università albanese Kriistal di Tirana, che potrebbe essere la prima scena di questa brutta commedia all’italiana in cui gli odiati albanesi (quelli contro cui la Lega ha lanciato strali) sono gli stessi che poi incoronano il figlio dell’imperatore. Rimarrà negli annali anche la meravigliosa risposta del figlio del Senatur, che ai giornali disse di essersi laureato a sua insaputa.

Ma Umberto Bossi e i figli Riccardo e Renzo sono finiti anche in un processo che ci porta addirittura in Tanzania, dove l’ex tesoriere del partito Francesco Belsito ha investito parte dei rimborsi elettorali, acquistato partite di diamanti e poi distribuito soldi alla famiglia del segretario della Lega. Il tesoriere genovese Franco Belsito alla vigilia di Capodanno 2012 fa partire da Genova il bonifico da 4,5 milioni di euro, destinati a finire in Tanzania, svelando il giro di mega prelievi, operazioni offshore, movimenti di assegni, vorticosi giri tra Africa e Cipro, milioni di corone norvegesi e pacchi di dollari australiani. La seconda scena della commediola in salsa leghista potrebbe essere quella Audi A6 che parte da Genova a Milano con undici diamanti e dieci lingotti d’oro nel bagagliaio da consegnare direttamente in via Bellerio. Si tratta del famoso processo dei famosi 49 milioni di euro (di cui Salvini continua a parlare come “parte lesa” dimenticandosi di diritti lesi dei cittadini italiani) che si è chiuso con un’inedita trattativa per cui il partito di Salvini pagherà in 76 comode rate annuali da 600mila euro l’una. Data di estinzione del debito: 2094, alla faccia dei cittadini abituati alle rateizzazioni di Equitalia.

Poi c’è quell’incontro in Russia, con la visita a Mosca del leader leghista all’epoca ministro e vicepremier, in cui il suo ex portavoce Gianluca Savoini all’Hotel Metropoli il 18 ottobre del 2018 parla di alcuni fondi neri che dovrebbero arrivare al partito attraverso una fornitura di petrolio. L’inchiesta è ancora in corso ma la conversazione (al di là del fatto che Salvini sapesse o meno) l’abbiamo ascoltata tutti. Infine c’è il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, con il suo trust alle Bahamas con 5 milioni di euro, regolarizzati da uno scudo fiscale ma sulla cui origine nulla dice.

Prima gli italiani, dicono, ma questi leghisti hanno le mani in pasta sui conti correnti in giro per il mondo.

Leggi anche:

1. Esclusivo TPI: Ecco che fine hanno fatto i 49 milioni della Lega / 2. Fondi Lega, l’ex tesoriere Belsito: “Dovete chiedere a Maroni e Salvini come hanno usato quei soldi” / 3. Fondi Lega: tutto quello che c’è da sapere sulla truffa allo Stato e sui soldi del partito spariti nel nulla

4. Esclusivo TPI, ex tesoriere Lega: “I 49 milioni? Li abbiamo spesi scientemente. Salvini era d’accordo” / 5. Esclusivo TPI: L’ex segretaria di Bossi accusa anche Giorgetti: “I milioni della Lega usati per licenziare i dipendenti” / 6. Esclusiva TPI: “Salvini sapeva dei 49 milioni spariti, ma non fece nulla”. Le rivelazioni shock dell’ex dipendente della Lega che incastrano il Segretario

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Campagna di Russia

Non so se avete avuto modo di ascoltare l’audio in cui Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, presidente dell’associazione indipendente Lombardia-Russia e cane da guardia del ministro dell’Interno ripete in inglese piuttosto stentato: «Vogliamo cambiare l’Europa. La nuova Europa deve essere molto più vicina alla Russia» per convincere gli uomini di Putin a finanziare la Lega e il capitano.

Al di là dell’incazzatura di Salvini che annuncia querela (lui, quello che irride gli altri quando lo querelano, con il suo solito doppiopesismo per cui è di buonsenso solo ciò che pensa lui) in quel dialogo esce tutta la truffa (e la fuffa) di un sovranismo che è di fatto la cessione dell’Italia al miglior offerente. Questi in cambio di qualche voto sono capaci di dire qualsiasi cosa e in cambio di soldi sono capaci di promesse indicibili.

È mostruosa anche l’architettura con cui questi soldi sarebbero dovuti arrivare: un accordo petrolifero, con l’obiettivo di spingere l’Europa su una linea nazionalista, più in linea con la Federazione Russa. BuzzFeed News non è riuscito a identificare i tre russi ma per due volte si sente che avrebbero dovuto fornire i dettagli al vice primo ministro Dmitry Kozak, spiegando di sperare di ottenere la «luce verde» da «Mr. Pligin» la settimana seguente. Vladimir Pligin è definito come “membro potente” di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. In quelle ore anche Salvini era a Mosca.

In un Paese normale un audio del genere provocherebbe un terremoto (immaginate i grillini se fossero all’opposizione) mentre vedrete che qui da noi passerà liscio come l’olio. Il problema non è solo Salvini, no. Il problema è che questo Paese (in tanti pezzi della sua classe dirigente e dell’informazione) è educato a prostituirsi al potente di turno. E così mentre si parla di invasione di africani sotto la brace si può continuamente coltivare le proprie relazioni, tagliare i fondi e così via.

In un Paese normale nessuno si accontenterebbe di ascoltare come risposta a un’audio del genere «sono solo blablabla» come ha detto ieri Salvini. Chissà come finisce, la campagna di Russia.

Buon giovedì.

L’articolo Campagna di Russia proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/11/campagna-di-russia/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Bugie, bugie, bugie

Dice Salvini: “Quella dei 170 mila presunti profughi che in questo momento stanno guardando la televisione in albergo pagati dagli italiani è una pacchia che non ci possiamo più permettere”. È falso.

Come scrive AGI: “Quella di 170 mila “presunti profughi che guardano la TV in albergo” contiene due principali informazioni non corrette. Quella cifra è in effetti il totale dei migranti presenti nel sistema di accoglienza in Italia, ma non abbiamo numeri precisi sulla percentuale di chi è ospitato in alberghi. Si tratta di una quota dei migranti presenti in strutture temporanee, che a sua volta è la quota principale del totale degli accolti. In secondo luogo, non si tratta poi solo di “presunti profughi”, ma anche di persone a cui è già stato riconosciuto il diritto d’asilo o persone in attesa della decisione delle autorità italiane. Per queste seconde, il tasso di accoglimento della domanda è del 40%. Salvini, facendo riferimento solo ai “rifugiati” che pesano per il 6% del totale, induce a credere che il 94% dei richiedenti asilo vada rimandato in patria. Ma lo status di rifugiato è solo una delle possibilità – quella più duratura nel tempo – che lo Stato italiano ha per concedere la protezione internazionale ai migranti”.

Poi.

Il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, intervistato da RTL 102.5 lo scorso 26 febbraio ha dichiarato (min. -9.45): “Le sanzioni contro la Russia stanno danneggiando i nostri imprenditori, abbiamo perso quasi dieci miliardi di euro di mancate esportazioni in Russia”. È falso.

Come scrive (sempre AGI): “La cifra di 10 miliardi citata da Salvini è una stima di Coldiretti, che sembra sommare i miliardi “mancanti” ogni anno da quando ci sono le sanzioni (marzo 2014) per raggiungere i 10,8 miliardi del 2013, picco dell’anno pre-sanzioni. Si tratta di un calcolo semplicistico. Come abbiamo visto le sanzioni sono un fattore e sono probabilmente la causa maggiore del dimezzamento dell’export agroalimentare italiano verso la Federazione Russa: una perdita di mezzo miliardo di euro solo lo scorso anno. Ma non sono l’unico, e probabilmente nemmeno il più importante degli elementi da considerare. Lo sostengono gli analisti citati dalla Nato e lo dimostra il fatto che nel 2017, a sanzioni vigenti, l’export verso la Federazione Russa è tornato a crescere. L’andamento delle importazioni è infatti influenzato fortemente dall’andamento generale dell’economia del Paese importatore. Come abbiamo visto, l’economia russa – in larga parte dipendente dal petrolio, che negli ultimi anni ha visto il proprio prezzo crollare sul mercato – è andata male tra 2014 e 2016, e si è risollevata in parte nel 2017. Una corrispondenza quasi perfetta con l’andamento dell’export italiano verso la Russia”.

Le bugie da strumento di propaganda diventano strumento di potere. Falsità, in continuazione. Sempre. Di continuo. Che schifo.

Così il “democratico” Putin affronta i suoi oppositori: arrestandoli.

L’attivista ha accusato pubblicamente il premier Dmitri Medvedev di corruzione e chiamato i suoi seguaci a scendere in piazza in oltre cento città della Federazione per protestare contro la corruzione. È stato caricato su un pulmino della polizia

MOSCA – Sale al tensione a Mosca e in tutta la Russia. L’oppositore Alexei Navalny è stato fermato dalla polizia nel corso di una manifestazione anticorruzione nella capitale: è stato caricato su un furgoncino della polizia ma la folla ha assaltato il veicolo urlando “fascisti, liberatelo”.

Insieme a Navalny sono state arrestate altre 130 persone. “Gli arresti stanno proseguendo”, ha aggiunto l’organizzazione Ovd-Info. Secondo una giornalista dell’Afp presente sul posto, la polizia ha fatto ricorso a dei gas per disperdere la folla. Secondo le prime indicazioni, tafferugli sarebbero in corso anche a San Pietroburgo dove a manifestare c’erano circa tremila persone.

Il leader dell’opposizione russa è stato incriminato per aver violato il codice amministrativo che regola le procedure per l’organizzazione di manifestazioni e cortei. Lo rende noto l’agenzia Tass, citando fonti di polizia secondo cui, in base a questa violazione, Navalny rischia una multa,
lavori obbligatori o l’arresto.

“Molte persone sono stati arrestate oggi. Oggi siamo in milioni a protestare”, ha twittato Navalny subito dopo l’arresto. La giornata di protesta era stata convocata sotto lo slogan “Dimon (diminutivo di Dmitri, ndr.), la pagherai”. Nel mirino c’è Dmitri Medvedev, il premier russo, che secondo Navalny è tra gli uomini più corrotti della nomenklatura russa.

Il leader oppositore, che è presidente della Fondazione di Lotta contro la Corruzione, ha documentato la sua denuncia all’inizio del mese, in un video pubblicato su YouTube, frutto di un’inchiesta andata avanti per mesi. Nel video, che è già stato visto più di 10 milioni di volte e dura 59 minuti, si sostiene che il premier ha accumulato un impero, tanto dentro che fuori il Paese, mediante finte associazioni benefiche affidate a famigliari o persone di sua assoluta fiducia.

Basandoci sulla documentazione pubblicata, affermiamo che le fondazioni di Medvedev sono stati trasferito almeno 70 miliardi di rubli (circa 1,2 miliardi di dollari) in denaro e proprieta”, ha sostenuto Navalny. Manifestazioni contro la corruzione, tutte senza il permesso delle autorità, si sono svolte anche a Vladivostok, Krasnoyarsk e Tomsk.

Secondo i media locali, a Vladivostok la polizia ha fermato una trentina di persone. A San Pietroburgo, seconda città del Paese, varie migliaia di manifestanti si sono riuniti a Campo di Marte. “Le manifestazioni si sono svolte in modo pacifico e non ci sono state arrestati”, ha riferito la pagina web, aggiungendo che la giornata di protesta ha segnato “la vittoria sulla paura”.

Navalny ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.Secondo siti dell’opposizione il corteo a Novosibirsk in Siberia ha visto la partecipazione di circa duemila persone, mentre i manifestanti erano circa 1.500 in altre due città della regione, Krasnoyarsk e Omsk. A Mosca severi controlli di polizia intendono scoraggiare i possibili manifestanti. Secondo il sito di Navalny le proteste erano programmate in 99 città, ma in 72 le autorità locali hanno negato il permesso.

(da Repubblica, fonte)

La legge del ceffone

Ne avevo scritto qui due settimane fa, qualcuno mi aveva anche detto che non era una notizia e invece oggi è su tutti i giornali: la legge del ceffone in Russia è passata anche in seconda lettura e così oggi si indignano tutti.

E fa niente che intanto la retorica del cattivismo e dell’uomo forte sia in ottima salute: a continuare a invocare la forza poi la forza arriva e spesso tracima in violenza e forse bisognerebbe sforzarsi a leggere il clima culturale, provare a mettere insieme i segnali preoccupanti che ci arrivano da questi tempi e ribaltarli, anche.

Chissà che ne dicono gli amici di Putin.

La Russia depenalizza la violenza domestica: «fa parte della nostra cultura»

Il parlamento russo ha approvato in prima lettura un disegno di legge per depenalizzare alcune forme di violenza domestica, provocando reazioni di forte sdegno da parte degli attivisti.

Lo scopo della legge, proposta dalla parlamentare Yelena Mizulina, è quello di degradare da penali ad amministrativi i reati riguardanti abusi domestici che provochino lesioni considerate meno gravi (ovvero che non necessitino cure ospedaliere o congedi dal lavoro), sia da parte di genitori nei confronti dei figli, che tra coniugi.

La parlamentare è la stessa che pochi anni fa aveva sostenuto la campagna per criminalizzare le relazioni omosessuali, aggravando notevolmente la situazione della comunità Lgbtq russa.

Il disegno di legge ha avuto il suo primo passaggio alla Duma, il parlamento russo, mercoledì 11 gennaio, con una maggioranza schiacciante di voti favorevoli, visto che 368 deputati su 450 hanno votato a favore di quella che è stata soprannominata la “legge sugli schiaffi”. Solo un deputato ha votato contro, mentre un altro si è astenuto.

Secondo la proposta di legge, se un cittadino dovesse essere coinvolto per la prima volta come colpevole in un reato legato alla violenza domestica non sarebbe condannato da codice penale, ma pagherebbe soltanto una multa o farebbe servizio presso una comunità. Nel caso invece in cui reati di questo genere si ripetessero, verrebbe considerata una pena detentiva.

Una delle frasi che più ha dato fastidio a chi si oppone alla legge è quella della stessa deputata Mizulina, riportata dal Moscow Times: “Le pene per i reati non dovrebbero essere in contraddizione con il sistema di valori della società. Nella cultura tradizionale russa, le relazioni padre-figlio sono costruite in base all’autorità dei genitori. Le leggi dovrebbero sostenere queste tradizione famigliari”.

Secondo quanto riporta la Bbc, i dati ufficiali sulla violenza domestica in Russia sono molto limitati, ma le stime sulla base di studi regionali suggeriscono che circa 600mila donne russe debbano affrontare abusi fisici e verbali tra le mura domestiche, e che ogni anno in 14mila perdano la vita per le ferite inflitte da mariti o partner, quasi 40 al giorno.

Anche le Nazioni Unite hanno in passato criticato la nazione per la sua incapacità di promuovere i diritti delle cittadine, e hanno sostenuto la necessità di adottare una legislazione in difesa delle donne, così come di istituire centri di supporto per le vittime di violenza domestica.

(fonte)