sergio nazzaro

Giulio Cavalli in tour con con il libro “Nomi, cognomi e infami”

Dal blog di verdenero le prossime date di presentazione del libro NOMI, COGNOMI E INFAMI. A queste si aggiunge la presentazione a Mantova domenica 24 ottobre presso la Sala delle Cappuccine, Piazza S. Leonardo alle ore 18.00

Vi ho segnalato ieri l’uscita in libreria di “Nomi, cognomi e infami”, il nuovo VerdeNero di Giulio Cavalli, ora invece è tempo di presentazioni.

L’autore lombardo sarà infatti in tour con il suo nuovo libro in alcune tra le principali città italiane in occasione di “Mettere a fuoco il pianeta”l’iniziativa a favore dell’ambiente organizzata da Feltrinelli Librerie e Legambiente.

Si parte con Milano il 18 ottobre, alle 18.30, presso la Feltrinelli di Piazza Piemonte. Interverrà insieme all’autore Peter Gomez. Il 20 ottobre Cavalli sarà a Bologna, alle ore 18, alla Feltrinelli Ravegnana insieme a Patrick Fogli (autore di Vite spericolate) mentre il 21 ottobre, sempre alle 18, sarà la volta di Roma, presso la Feltrinelli Orlando, ospite Sergio Nazzaro.

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Nomi cognomi e infami, intervista a Giulio Cavalli

Maggiori info su Nomi cognomi e infami

In uscita il libro-intervista: FRONTE DEL PALCO

In uscita nei prossimi giorni il libro intervista a Giulio Cavalli a cura di Sergio Nazzaro

Fronte del Palco: surgelati, trapani, antimafia (Editori Riuniti)

formato cm. 14×21 pagine 200 euro 15.00

Un “nipotino“ di Dario Fo nel mirino della mafia. L’unico attore europeo costretto a vivere sotto scorta e a recitare “sotto tiro”. Il libro partendo dalla sconcertante “attenzione” della mafia al teatro, narra di storie di mafia, camorra, soprusi e ingiustizie ma anche di persone che hanno scelto di non piegarsi agli uomini d’onore. Ricostruisce il percorso di Cavalli dal teatro intellettuale all’impegno diretto ed esposto del teatro civile.

Estratto

Scena I: entrano le minacce

Nazzaro: “Giulio, tu sei l’unico attore italiano che al momento vive sotto scorta, e forse l’unico in Europa. Che cosa è successo?”

Cavalli: “Su che cosa è successo ci sono in realtà più punti di vista. Nel momento in cui ti ritrovi ad avere bisogno dello Stato che ti tuteli, vivi una storia che è la tua, quello che sei, quello che stai facendo e quello che hai fatto, improvvisamente immerso in qualcosa che non ti saresti mai aspettato e che dal punto di vista psicologico, è assolutamente ingestibile. È qualcosa che ti sta succedendo ma che non conosci, per cui vedi solo gli spigoli. Poi c’è il lato strettamente giudiziario, e c’è la malattia di credere di aver bisogno, per una forma di legittima difesa, di costruirti una tesi tua, consapevole che sia assolutamente soggettiva, molto probabilmente incompleta, se non addirittura falsa.

Nazzaro: “Svolgiamo tutti questi tre punti, che mi sembrano molto interessanti: il fatto giudiziario, innanzitutto…”

Cavalli: “Il fatto giudiziario è che io, nel 2006, conosco Rosario Crocetta. Però va detta una cosa: io nel 2006 decido di espormi. Ero assolutamente consapevole: si sapeva che da quel momento il nostro lavoro avrebbe avuto delle regole molto diverse.

Nazzaro: “Esporti come?”

Cavalli: “Cominciamo a dedicarci al teatro, prima con il lavoro su Linate e poi con quello sulla pedofilia, spettacoli in cui la letteratura veniva accantonata rispetto all’urgenza della gravità dei fatti. Decidiamo di portare, proprio fisicamente, degli atti giudiziari in scena, sapendo che questo è un paese che in realtà gli atti non li espone mai. Non li dà in pasto al pubblico, perché piuttosto li trasforma in opinioni, o strumentalizzazioni. Di questo noi eravamo consapevoli. La minaccia a Giulio Cavalli, quando portiamo in scena il lavoro sulla criminalità organizzata, non è una minaccia orfana, che arriva all’improvviso e che ci trova impreparati: su Linate avevamo avuto delle pressioni, anche forti…”

Nazzaro: “Che tipo di pressioni?”

Cavalli: “Il comitato dei familiari aveva ricevuto, preventivamente, degli inviti pressanti affinché impedissero che lo spettacolo andasse in scena”.

Nazzaro: “Quindi c’era qualcuno, ad esempio su Linate, che seguiva già il lavoro preparatorio?”

Cavalli: “Certo, perché è questo che fa paura! Chi sa di poter godere di quel “lodo morale” coltivato grazie alla mancanza di comunicazione e quindi, come nel caso di Linate, si è difeso nei processi, e la sua difesa e l’entità della sua colpevolezza sono in quell’occhiello di giornale che dirà quanti mesi ha preso, come li ha presi e se è stato condannato o no, nel momento in cui ha certezza che qualcuno si metterà a raccontare, quel qualcuno inevitabilmente diventa pericoloso.

La politica dei brogli e delle carte importanti

di Sergio Nazzaro

Due anni fa i giornali e le televisoni mandarono in onda un filmato realizzato in Australia, realizzato da Paolo Rajo, in cui si vedeva la votazione in serie delle schede per le Elezioni Politiche. Paolo Rajo è un conduttore radiofonico e giornalista italiano che vive in Australia. Per quel video è stato anche querelato da Fedi e Randazzo rispettivamente senatore e deputato eletti nella circoscrizione Oceania. Oltre le ragioni e i torti della querela non c’è nulla di nuovo. Un giornalista fa il suo lavoro e i politici rispondono con querele. Non c’è nulla di nuovo nei brogli all’estero, perchè ci sono filmati simili in tutti le parti del mondo. Dove c’è un italiano lì c’è qualcosa che non va. Non c’è nulla di nuovo che poi la ‘Ndrangheta elegga un proprio senatore in una circoscrizione all’estero. Il voto è democratico. Il voto è di tutti gli italiani. All’estero, le schede sono stampate in loco. Spedite dal consolato e/o ambasciata via posta normale. Se ti arriva, voti e rispedisci. Questo perchè chi vive lontano dalle grandi città ha la possibilità di dire la sua. E noi italiani sfregiamo la democraticità del voto e la dignità dei nostri concittadini emigranti, che pagano il prezzo di un paese che non da a tutti le stesse opportunità, con schede votate in serie attraverso comitati, consorzi e amenità varie.

Due anni fa strali e promesse: si deve fare qualcosa. Cioè nulla. Come sempre in Italia. Oggi abbiamo che Di Girolamo, un senatore della Repubblica Italiana, è apostrofato da un indagato come: “schiavo mio”.

Una bella lucidità alla dignità delle nostre istituzioni. Ma se Di Girolamo deve andare via, Nicola Cosentino che deve fare? L’ordinanza di arresto non vale nulla? Anche per Di Girolamo ci fu una richiesta simile. Non se ne fece nulla. Oggi la magistratura indaga su chi non diede il proprio assenso. Si potevano evitare problemi maggiori. Ma la politica si difese. Come oggi per Cosentino. E poi ci meravigliamo ancora una volta?

Così dal voto all’estero a quello regionale. Liste non ammesse e ulteriori amenità varie. La politica è anche raccolta di firme, burocrazia, rispetto delle leggi e dei regolamenti. O anche questi sono abbellimenti inutili? La politica ai suoi ultimi gradini è una persona che porta le carte. Carte importanti, in uffici importanti.

Mica solo salotti televisivi. E poi quando parlano gli uomini della politica, i tutto fare, i porta carte, si scopre un altro mondo. Si scopre la politica. Che giustamente qualche volta ha fame e fa a farsi un panino.

Anch’io sto con Sergio Nazzaro

Sottoscrivo completamente l’appello di Pietro Nardiello per ARTICOLO21 a sostegno dell’amico Sergio Nazzaro. Contro questo uso strumentale e intimidatorio dell’arme della querela per zittire l’informazione e l’opinione intellettualmente onesta.

di Pietro Nardiello

In queste ore i giudici sostengono che “le mafie sono entrate a pieno titolo in Parlamento” e, mentre accade tutto questo, un’altra espressione dello Stato pensa a querelare e a cercare di mettere il bavaglio a quei giornalisti che quotidianamente raccontano, onorando il diritto di cronaca e d’informazione, i territori del nostro Paese affamati e resi schiavi proprio dalla criminalità organizzata presente e attiva nelle espressioni più varie.

Il caso specifico riguarda il giornalista e scrittore Sergio Nazzaro querelato (si può leggere il documento allegato) dall’onorevole del PDL Mario Landolfi. Scorrendo le pagine del documento si legge che Sergio Nazzaro avrebbe, con i suoi articoli, “costituito una vera e propria campagna diffamatoria” con cinque articoli pubblicati rispettivamente sul settimanale Left e su siti internet tra il 25 maggio del 2006 e il 27 gennaio del 2009. Tutto in apparenza normale se non fosse per la data, febbraio dell’anno in corso, riportata dalla richiesta di risarcimento di 25.000, 00 notificata a Nazzaro. Dunque, secondo l’onorevole Mario Landolfi un giornalista pone in essere con i suoi articoli una campagna diffamatoria nei suoi confronti in un arco temporale di oltre tre anni e lui ritiene opportuno querelarlo dopo un anno dalla pubblicazione dell’ultimo articolo in questione?

Un’azione del genere mi crea stupore perché a poche settimane dalle elezioni, un appuntamento molto importante anche per la regione Campania e la provincia di Caserta, un’azione del genere non può che essere letta come l’ennesimo atto intimidatorio di una politica incapace di difendersi nei luoghi indicati, il Parlamento, ma dispotica e arrogante che utilizza l’arma della querela per intimorire chi cerca, con difficoltà, di svolgere questa professione mantenendo la schiena dritta.

Non sono più accettabili atteggiamenti del genere. I giornalisti hanno il dovere di raccontare i fatti, di descrivere le vicende di questo Paese dove le mafie sembra siano diventati voce autorevole e in più di un caso addirittura classe dirigente.

Raccontare le storie che avvengono in terra di camorra è diventato molto pericoloso, ed è per questo che dobbiamo far sentire a Sergio Nazzaro la nostra vicinanza.

Io sto con Nazzaro perché voglio un Paese dove si possono, finalmente, raccontare i fatti; io sto con Nazzaro perché voglio un Paese dove i Politici cacciano dal Parlamento gli inquisiti e i condannati senza se e senza ma; io sto con Nazzaro perché sono stanco di vedere la gente del mio Sud emigrare a causa della morsa criminale; io sto con Nazzaro e chiedo alla Direzione di Articolo 21 di aprire sul sito del quotidiano una raccolta di firme dei tanti, che in queste ore, vorrebbero esprimere la propria solidarietà a Sergio.

Minaccia che ti passa

di Sergio Nazzaro

Al Sud chi opera, lavora onestamente è costantemente minacciato. Lo stesso vale per i politici che impegnandosi seriamente contro le mafie, devono vivere sotto scorta. Lo stesso accade al nord, lo stesso accade a Giulio Cavalli. Possono essere minacce ridicole per un Giullare, ricordandosi che i giullari qualche tempo fa venivano decapitati in piazza. Leggi tutto »Minaccia che ti passa

Baldoni: “un colpo in testa al giornalista che cercava brividi in Iraq”

Conosco personalmente Guido Baldoni (il figlio di Enzo) con cui ho condiviso momenti di tourné che mi rimarranno indimenticabili. Per questo non saprei contenere la rabbia per il trattamento indegnamente infimo che certa stampa gli ha riservato. Ma Sergio è riuscito a raccontare senza scrivere come io non avrei mai potuto fare.

Enzo Baldoni: per non dimenticare l’altra memoria.

di Sergio Nazzaro

baldoniLe giornate della memoria muovono le emozioni, fanno riflettere, per un attimo c’è la voglia di scrivere. E invece no. Questa volta si celebra l’anniversario leggendo, facendo esercizio della memoria.

Studiando e approfondendo. Quasi un guardare per credere. E domandarsi come è possibile che chi disprezzi con tanto cinismo la vita umana, possa essere proprio un giornalista, un direttore di giornale. Nessuna dietrologia o ideologia: semplice sconcerto in nome di una normale convivenza civile. La memoria è anche questo difficile esercizio: doversi ricordare di persone come il sig. Renato Farina e il sig.Vittorio Feltri. (Grazie a Mauro Biani, al suo prezioso archivio e alla memoria che ricorda)

libero_1-1251360971VACANZE INTELLIGENTI di RENATO FARINA (da Libero, 24/08/2004)
Prima di cominciare a leggere è bene ricordarsi chi è Renato Farina, da wikipedia “(Desio, 10 novembre 1954) è un deputato e scrittore italiano. È stato radiato dall’Ordine dei Giornalisti il 29 marzo 2007, dopo avere ammesso di aver collaborato, da vicedirettore di Libero, con i Servizi segreti italiani fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. Un mese prima, il 16 febbraio 2007, si era dichiarato colpevole del reato di favoreggiamento[2] nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’ex imam di Milano, Abu Omar, patteggiando la pena di sei mesi di reclusione (commutata in una multa di 6.800 euro)”.

Alle 16 di ieri, come quarta notizia di Al Jazeera, è stata mostrata la faccia barbuta di un uomo. In inglese ha detto: «Sono Enzo Baldoni». Aveva una polo grigia e l’aria tranquilla. Forse un po’ troppo. Pareva un turista per caso. Il comunicato dell’”Esercito islamico in Iraq” (Al-Jeish Al- Islami-si-Iraq) ha posto un ultimatum a Berlusconi: o ritira entro 48 ore le sue truppe, e lo fa in modo chiaro, con un decreto firmato, o «non garantiamo la sicurezza di Baldoni ». Vuol dire che lo ammazzano. Il gruppo ha un simbolo molto simile a quello di Al Zarqawi, il decapitatore professionista per conto di Osama Bin Laden. Si deve a questo simpatico esercito l’uccisione di un ingegnere e di un autista pachistani il 28 luglio scorso in Iraq. Al Jazeera non ha trasmesso le immagini dei pachistani perché «sconvolgenti”. Abbiamo capito cosa gli hanno fatto. Eppure Baldoni appare straordinariamente rilassato. Come se avesse un asso nella manica. Lo sappiamo su che cosa conta: sulle proprie idee. In fondo, è un loro simpatizzante. Perché dovrebbero fargli del male? È un giocherellone della rivoluzione. Repubblica ha pubblicato un suo decisivo reportage: «Le mie vacanze col brivido». Dopo le ferie intelligenti, proviamo a fare quelle sconvolgenti. Ecco il ritratto che dedica su “Linus” al Chapas: «Marcos: culo e carisma». E questo sarebbe giornalismo di sinistra? Vogliamo dirlo: è un simpatico pirlacchione. Lo scriviamo tremando. Sappiamo che ci sono moglie, genitori e fratelli in lacrime. Desideriamo gli sia restituito vivo e vegeto. Evitiamoci le tirate patetiche però. Signori di Al Qaeda, proprio dal vostro punto di vista, non vale la pena di ammazzarlo. Restituitecelo, farà in futuro altri danni all’Occidente come testimonial della crudeltà capitalistica. Vedendo com’era attrezzato, i rapitori hanno dubitato fosse davvero un giornalista. Sarà uno 007 finito fuori pista – hanno pensato. Imad El Atrache ha provato a salvargli la vita parlando un’ora dopo allo stesso tg. Mi ha chiesto notizie e ho confermato: ha scritto diari di viaggio dal Chapas, dovunque senta odore di Che Guevara corre in soccorso e poi manda articoli a giornali di sinistra che glieli pubblicano. Enrico Deaglio de Il Diario ha confermato: scrive per noi ed è pacifista. Il governo italiano in fondo è sulla stessa linea. In una nota fa sapere: «Siamo impegnati a ottenere il risultato di far tornare in libertà il signor Baldoni, che si trova in Iraq per la sua attività privata di giornalista e quindi assolutamente non collegato al nostro governo ». Ovvio che dichiari di non cedere al ricatto, è scontato, ma intanto con quelle tre paroline – “signor”, “privata”, “assolutamente” – marca una distanza da Baldoni idonea a salvargli la pelle. Come dire: quest’uomo è italiano, ma è più roba vostra che nostra, si è messo nei guai per le sue privatissime cose, perché rompete le scatole a noi? Garantiamo, nel nostro piccolo, ai suoi rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena. Non è musulmano, è milanese; non aderisce ad Al Qaeda, per carità, ma in fondo giustifica chi spara ai marines. Li conosciamo i documenti antimperialisti dove si solidarizza con «le ragioni economiche, politiche, morali che spingono gli oppressi del mondo a combattere con le armi contro l’America e i suoi servi sciocchi, ad esempio Berlusconi». Baldoni era di tale fatta. Lo ribadiamo volentieri, Signori dai lunghi coltelli: è del tipo di occidentale che piace a voi: antiamericano. Confidiamo basti. Abbiamo molti dubbi, ma c’è un precedente positivo. Nei giorni scorsi un reporter statunitense, Micah Garen, è stato liberato dalle milizie di Al Sadr. Ma, appunto, erano sciiti. Non sono del giro di Al Qaeda, non sono come Al Zarqawi. Gli sciiti di Najaf si lasciano commuovere dalla opinione politica, dai sentimenti personali. Garen ha stramaledetto Bush e si è salvato. Al Zarqawi invece ha decapitato Nick Berg anche se aveva un pedigree pacifista d’alto rango e di provata affidabilità. Era però ebreo e americano. Per questo abbiamo paura non sia sufficiente a Baldoni dire quanto pensa del Cavaliere. Una speranziella. Gli esperti dell’intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull’orlo dell’abisso. Non appaiono intorno all’italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita. Anche se il precedente di Nick Berg, il quale pareva sereno, ci inquieta. È necessaria un’operazione di verità. Nei giorni scorsi si è registrato un curioso fenomeno. Basta leggere l’Unità per capirlo. Siccome a sinistra, sotto sotto, credono che i tagliatori di teste siano persone perbene, hanno ritenuto impossibile che ad essere rapito fosse un giornalista del genere terzomondista. Per cui all’unisono si è accreditata l’ipotesi dei “predoni”. Nulla che fare con la resistenza. Banditi di strada. Ma il quotidiano di Furio Colombo e Antonio Padellaro è andato oltre. Secondo il foglio rosso la morte dell’interprete e il rapimento di Baldoni erano probabilmente opera di «forze governative». Hanno scritto proprio questo. Per loro il legittimo governo di Allawi (nomina Onu) è fatto di predoni assassini. Inutile aspettarsi autocritiche. Martelleranno noi perché non ci caschiamo a questa storia di reporter dediti ai poveri. Andiamo anche noi a soccorrere Baldoni. Per solidarietà umana confermiamo: ha sempre scritto cronache dall’Iraq contro gli americani. E prima in Colombia, in Messico, ovunque. Salvatelo. Ma per favore, una volta sano e salvo qualcuno dovrebbe spiegare ai vacanzieri del brivido che non si gioca con le cose serie per scrivere pagine palpitanti. Dalle parti di Bagdad non c’è un Rotary islamico, o la confraternita frati benedettini musulmani che porgono la minestra e l’altra guancia. Lì si spara, e chi non è attrezzato fa danni a se stesso ma soprattutto agli altri. Ammazzano gente di destra e di sinistra, li rapiscono per ricavarne favori. In passato ho scritto la stessa cosa a proposito di turisti che giravano con il cammello in Yemen e in Somalia, salvo poi far spendere miliardi al governo per portarli a casa. Quando sono tornati, mi sono arrivate maledizioni. Mi auguro che Baldoni mi aspetti presto sotto casa. Basta che lui, e la gente come lui, con tutto il rispetto, faccia il proprio mestiere di creatore di spot. Gli venivano meglio. Non si va alla ventura come facili prede. Poi il prezzo lo pagano persone che non contano niente (l’interprete autista), la propria famiglia, e il governo. Torna Baldoni, e lìmitati agli aperitivi in piazza san Babila. E in vacanza cogli le pesche dell’agriturismo di famiglia.

libero_3-1251361042IL PACIFISTA COL KALASHNIKOV di VITTORIO FELTRI (da Libero, 27/08/2004)
Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all’Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all’impulso delle proprie passioni insane per l’Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell’inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c’è poco da obiettare. Molto da obiettare invece c’è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c’è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto. D’altronde, come documenta la nostra inchiesta Stipendiopoli, gli enti pubblici sprecano molto denaro e non saranno alcuni miliardi in più, investiti al fine di liberare il semigiornalista, a mandarci in rovina. Chiudiamo un occhio sull’aspetto finanziario e apriamo l’altro sul paradosso cui assistiamo. Lui, Baldoni, è qui ritratto in prima pagina con in mano un mitra o una mitraglietta (non essendo pacifisti c’intendiamo poco di armi) fra due beduini o similari. Sorride felice perché è corso in aiuto dei più deboli in lotta contro i cattivi americani. Ecco, ai “poveri” iracheni sono rivolti gli appelli in favore del pubblicitario- pubblicista lanciati dai suoi famigliari. I quali implorano i sequestratori: «Lasciate libero nostro padre, è un pacifista». E ancora: «Noi ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra e agli uomini che detengono Enzo; lui è in Iraq come uomo di pace oltre che come giornalista. Egli cercava di salvare vite umane a Najaf quale volontario della Croce rossa. Lo spirito di solidarietà ha sempre caratterizzato le sue azioni». Penso a un grosso equivoco. Si servizi alle pagine 2, 3 e 4 considerano deboli e martoriati dalla guerra terroristi talmente deboli da prendersela con un loro amico, Baldoni appunto, tenerlo in ostaggio per ricattare l’Italia e minacciare di decapitarlo; insomma talmente deboli e bisognosi di carezze consolatorie da poter decidere della sua vita e della sua morte. Ammazza che debolezza. (…) E che gentiluomini, quanta solidarietà manifestano nei confronti di chi gliene ha data in buona o cattiva fede. Siamo al delirio. Baldoni stesso è inebetito dalle ideologie nate dalle ceneri delle ideologie: legge davanti alla telecamera il comunicato dei suoi aguzzini, in cui si dà del criminale a Berlusconi, e ne gode, glielo leggi in faccia che gode; e il video non inganna. Ma come si fa a schierarsi con i tagliatori di teste, come si fa a schierarsi con chi è stato con Saddam, come si fa ad affiancare banditi islamici che per tutto ringraziamento ti rapiscono e magari spezzano l’osso del collo? Fuori da ogni logica. Il paradosso ingigantisce se si tiene conto che il filoiracheno Baldoni candidato alla decapitazione è un pubblicitario (mestiere più capitalistico non esiste) il quale ha sempre lavorato per aziende americane: Mc Donald’s, Coca-Cola, Ibm, Shell, solo per citare alcuni nomi. Scusate cari lettori, più pirla di così è inimmaginabile. Ti guadagni la pagnotta (e non solo quella) ideando e realizzando spottini consumistici per le multinazionali odiate a sangue; le odii al punto da farti fotografare armato con un paio di beduini; poi arriva agosto, le schifose multinazionali (che ti strapagano) ti garantiscono (contrattualmente) lunghe ferie e tu, pistola, vai a trascorrerle in Iraq nei panni del samaritano islamico e complice di chi vuole decollarti. Enzo, hai qualche filo staccato. E come te ce l’hanno staccato i tuoi amici, gente sicuramente perbene che però non capisce un’acca, neanche dell’evidenza. Non fraintendete, spero che il detestato governo Berlusconi sia in grado di rimpatriare questo sbronzo di idiozie pacifiste e antiamericane. Il quale, rientrato nel nostro Paese di minchioni tolleranti, se proprio vorrà sfogare le sue pulsioni giornalistiche venga pure a Libero, qui al massimo sarà costretto a battersi contro Franco Abruzzo e Maurizio Belpietro che parlerà male di suo figlio, ma non dovrà sfidare a collo nudo la lama dei decapitatori. Dai Berlusconi, datti una mossa, restituisci alla famiglia e alla Coca-Cola questo spottaro strappato a via Montenapoleone e a Piazza San Babila.

libero_2-1251360995COLPO IN TESTA A BALDONI di RENATO FARINA (da Libero, 28/08/2004)
Non c’è rimedio. Non sono serviti i sorrisi suoi e quelli dei suoi cari. Quella è gente che mantiene le promesse: ammazzato. Una consolazione all’orrore: non gli hanno tagliato la testa. E’ stato assassinato come Fabrizio Quattrocchi, con proiettili di piombo in testa. Enzo Baldoni è morto alla stessa maniera del suo nemico ideologico. Quattrocchi, nel momento in cui aveva compreso la sua sorte, ha cercato di togliersi la benda nera. E poi, con un’aria di sfida tranquilla, ha detto all’uomo che parlava italiano: «Ti faccio vedere come muore un italiano ». I no globan avevano scritto proprio sul sito di Baldoni il loro schifo per una morte da mercenario. Negli ambienti no global e del Diario si era sussurrato: «Ha detto: “Vi faccio vedere come muore un camerata”». Una menzogna. Ed ora è toccato ad un altro nostro fratello italiano, battezzato. Le idee politiche erano diverse da quelle dei primi sequestrati. Ai terroristi islamici non importa delle nostre opinioni politiche, dei nostri sentimenti sul mondo. (…)

Poi ci fu Mauro Biani che rimise tutto nel giusto ordine

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Radio Mafiopoli 22 – Pino Maniaci per fortuna non c’ha la camorra

ASCOLTA LA PUNTATA
Pino è un Don Quijote  ma i mulini sono cambiati come cambiano i tempi: hanno facce, mani, testa, voce, ferro in tasca, soldi in borsa e avvocati. avvocati bravi, pagati bene. Il mulino che gli è rimasto più di traverso è la Distilleria Bertolino: una distilleria che inquina come vomito di Polifemo sopra Partinico.
Pino è come il calcare, ostinato fino ad indurirsi tanto da fargli male. Di quelli che sorseggiano il gusto di “battersi” come all’inizio di un aperitivo che probabilmente finirà male. Pino appena fuori dal cancello della Bertolino, a fotografarlo dall’alto, è piccolo come un tombino.
Pino è un rubinetto rotto: lavora per erosione, ai fianchi e alle spalle con una televisione larga come un cesso ma che suona martellate di artigianato fino e continuo.
Pino è un immoderabile: nel dubbio getta l’amo ma sempre con la sua faccia in mano.
Pino è la zucca di Cenerentola: si veste sguincio da cerimonia ma non si appiattisce al diktat del valzer della moderocrazìa.
Pino è mezzo nei guai, per una condanna che aggiunta alle altre lo fa arrivare lungo. Ma nei guai ci nuota bene. Perché a mare ci buttiamo in tanti che, poco poco, organizziamo un quadrangolare di pallanuoto.
Perché a raccogliere palle in rete ci abbiamo fatto il callo, ma siamo forti nel contropiede.
Pino qualcuno vorrebbe farlo stare zitto. Coprirlo, magari con le ingiurie o magari con il cemento.
[CEMENTO dal libro di Sergio Nazzaro IO, PER FORTUNA C’HO LA CAMORRA Fazi Editore]

INFO

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13264/48/

http://www.fazieditore.it/scheda_libro.aspx?l=1070