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«La fragilità mi ha aiutato più delle scorte». Un’intervista.

DSC_7754__«Capita a tutti l’occasione di essere giusti». E’ ciò che racconta Giulio Cavalli nel suo romanzo Mio padre in una scatola da scarpe, edito da Rizzoli. Pagine scritte con impeto senza la consueta sete d’inchiesta, ma solo per narrare quello che accade a molti degli eroi dei giorni nostri tra umanità, omertà e bullismo.

Com’è nato quest’ultimo lavoro?
«E’ partito tutto quando ho conosciuto la figlia di Michele Landa la persona da cui nasce il racconto. Michele era un metronotte di Mondragone al quale è capitato di scontrarsi con una realtà come l’omertà che vale per il suo paese e per tutta Italia, contrariamente alla teoria che il buon padre di famiglia non deve infilarsi in situazioni pericolose. Michele è stato ritrovato ucciso nella sua auto, a pochi giorni dalla pensione. Lui è una vittima come ce ne sono tante altre, ma questa morte assume un significato simbolico enorme».

Quale?
«A tutti noi capita l’occasione di essere giusti nella vita. Lui ha scelto di essere giusto nella sua straordinaria normalità. Io penso che questo sia un paese che ha bisogno di innamorarsi dei fragili e bisogna ricominciare a capire che le persone hanno il diritto di avere paura».

Che cos’ha di diverso rispetto a tante storie che hai raccontato in passato?
«La differenza è che su questa non abbiamo scopi giornalistici, non ci interessa dire come sia stato ucciso o altro, questo è un romanzo, quello che avrei voluto e dovuto scrivere dieci anni fa. Invece ci sono state le minacce in una città come Milano e quindi io ho dovuto difendermi e nell’eccesso di difesa mi sono incattivito e adesso è come se avessi deciso di tornare al mio mestiere, non fare l’inchiesta ma prendere le temperature emotive della gente».

Il bavaglio andrebbe abolito fin dalla tenera età?
«Questo libro parla di mafia, ma anche di prevaricazione. Il fatto che ci siano ragazzi così giovani che sappiano, anche meglio di un pezzo di classe dirigente italiana, che le prevaricazioni sono quotidiane soprattutto nei luoghi dove si fa socialità, penso sia un motivo per essere ottimisti».

Quindi c’è speranza per il futuro?
«Da una parte c’è la cronaca abbastanza desolante, dall’altra penso che questo sia un Paese ricchissimo di valore umano. Dobbiamo uscire da questa cultura distorta degli ultimi dieci anni, di cui anch’io magari sono stato causa, uscire dalla logica che ogni battaglia abbia bisogno di paladini senza macchie. Alla fine abbiamo lasciato indietro le cose importanti. Io ho conosciuto fragilità meravigliose che in realtà mi hanno aiutato più delle scorte armate».

Manuela Sicuro (fonte)

Ogni tanto a quest’ora

Tipo adesso, che ho appena finito di scrivere un articolo così veloce che sembrava non dovessero mai smettere di battere i tasti, ogni tanto a quest’ora mi rimangono in testa delle idee, mica poche, di una storia, di un pezzo o di un’inchiesta da provare ad annusare e ho le dita così stanche come penso che siano stanche le gambe stanche delle persone anziane che si preoccupano delle proprie gambe. E le idee mi rimangono in testa ma non mi arrivano alle dita come si ci fosse un imbuto ostruito in mezzo al petto.

E allora vado a dormire con la speranza che domattina, quando mi sveglio di mattina, domani, le idee non siano appassite e le abbia ancora tutte lì, chiare e in fila come sono adesso che è sera, senza nemmeno un piega sgualcita.

Così penso che la mia scrittura è l’orma migliore che mi potesse capitare di imparare a lasciare.

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Il dolore (di una madre) quando decide di restare da solo: Patrizia Aldrovandi

Ho la fortuna di avere conosciuto Patrizia Aldovrandi e immagino lo spessore degli occhi mentre ha scritto questa lettera. Se il perdono avesse una forma appuntita avrebbe la forma di questa lettera qui:

moretti-patrizia-poster-foto-federico-aldovrandi-ansa--258x258Perché rimetto le querele contro Paolo Forlani, Franco Maccari e Carlo Giovanardi

Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla.

I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario.

Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere.  O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli.

Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso.

L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine.

Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese.

Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico.

Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così.

Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico.

Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere.

Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico.

Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento.

Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente.

Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio.

Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stati lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso.

Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio.

Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento.

Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere.

Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.

Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.

Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta.

Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.

E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.

Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.

Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.

Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.

A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.

Perciò ritirerò le querele ancora in corso.

Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta.

Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento.

Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che  – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore.

Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio.

Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia.

C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo.

Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo.

Per me l’onore è un’altra cosa.

L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio.

Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa.

Patrizia Moretti

là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo

Ah, sì, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie
senza senso,
sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per
cose che ormai
erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti,
a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa
contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede
né men si fende, per consentirgli di vedere almeno
da una fessura
un po’ di azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal
tempo. Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che
inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ di alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello
d’oro […].

(Jannis Ritsos, Elena)

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Chi ha ucciso Bruno Caccia

Uno straordinario lavoro di Marco Bertelli:
Il 26 giugno 1983 il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il suo cane nei pressi della propria abitazione. I processi celebrati sull’omicidio del magistrato hanno permesso di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfioreche è stato condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a deliberare l’omicidio del dottor Caccia è stato individuato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla è emerso durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra.

Questo lavoro ha l’obiettivo di incrociare, con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, gli atti istruttori presenti nel fascicolo processuale con alcuni elementi emersi negli ultimi anni. Obiettivo di questa analisi è individuare spunti d’indagine che possano risultare utili per riaprire l’inchiesta sul delitto.

Il lavoro è articolato in sette sezioni:

1) L’omicidio del dottor Bruno Caccia

2) Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a carico di Domenico Belfiore
3) La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
4) Nuovi elementi per riaprire le indagini
5) Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
6) Giovanni Selis: un magistrato dimenticato
7) Conclusioni

 L’omicidio del dottor Bruno Caccia

Domenica 26 giugno 1983, intorno alle ore 23.30, il Procuratore Capo della Repubblica di Torino, Bruno Caccia, fu ucciso mentre passeggiava con il cane in prossimità della sua abitazione. Almeno due killer lo affiancarono a bordo di una FIAT 128. Il conducente arrestò l’auto ed esplose alcuni colpi di arma da fuoco contro il magistrato colpendolo in varie parti del corpo mentre il passeggero scese dall’auto e, raggiunta la vittima, sparò altri colpi al capo della stessa. Il dottor Caccia, soccorso e trasportato all’ospedale in ambulanza, vi giunse privo di vita.
Mezz’ora dopo l’agguato, un uomo chiamò il centralino del quotidiano La Stampa: ‘Non capisco, stavo dormendo, è squillato il telefono. Un tale mi ha detto di avvertirvi subito e di dirvi che loro, le Brigate Rosse, hanno ucciso il dott. Bruno Caccia’.
Il mattino successivo, lunedì 27 giugno, due telefonate a quotidiani di Roma e alla RAI di Milano rivendicarono ancora alle BR l’attentato.
L’autenticità della rivendicazione a nome delle BR fu presa attentamente in considerazione in quanto il Procuratore Caccia aveva più volte sostenuto l’accusa in processi per reati di terrorismo.
Lo stesso lunedì 27 giugno, fu ritrovata dai Carabinieri del nucleo operativo di Torino l’auto presumibilmente utilizzata per l’azione. La macchina, parcheggiata in via Verrua, risultava rubata il 25 maggio 1983 a Cartillone Angelo, già pregiudicato per reati contro il patrimonio e coinvolto in passato nelle indagini inerenti ad un furto consumato nell’abitazione di campagna del dottor Caccia. Cartillone, convocato dalla Polizia Giudiziaria, riferì di esser stato vittima del furto dell’auto alcune settimane prima. Talune contraddizioni emerse durante l’interrogatorio indussero gli inquirenti ad arrestare Cartillone per reticenza ma, non emergendo successivamente elementi che potessero indicare un eventuale coinvolgimento di Cartillone nell’omicidio, l’Autorità Giudiziaria ne ordinò la scarcerazione.

L’11 luglio 1983, quindici giorni dopo l’omicidio, la BR negarono ufficialmente di essere gli autori del delitto: ‘Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccionileggendo un comunicato nell’aula del carcere ‘Le Vallette’ di Torino -. Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei’.

Un mese dopo il delitto Caccia, il 26 luglio 1983, gli atti dell’inchiesta sull’omicidio furono trasferiti per competenza da Torino a Milano dove il procuratore capo Mauro Gresti assegnò il fascicolo al P.M. (Pubblico Ministero) Francesco Di Maggio  (foto sulla destra). Gli inquirenti cercarono di indentificare gli autori dell’omicidio Caccia approfondendo diversi filoni investigativi ma la svolta nelle indagini arrivò solo un anno dopo il delitto. A partire dal mese di luglio 1984, infatti, alcuni membri della criminalità organizzata in stato di detenzione iniziarono a rilasciare all’Autorità Giudiziaria una serie di dichiarazioni che indicavano elementi della malavita organizzata di origine calabrese come responsabili della decisione di uccidere il giudice Caccia.

Le dichiarazioni dei collaboratori a carico di Domenico Belfiore

Nei primi anni ottanta la criminalità organizzata operante a Torino faceva principalmente riferimento a due gruppi, i ‘catanesi’ ed i ‘calabresi’, distinti tra loro sulla base della provenienza geografica.

‘Leader dei ‘catanesi’ e personaggio comunque di indiscusso prestigio eraFrancesco Miano (foto sulla sinistra, ndr), che si avvaleva – nella prevalente attività di commercio di sostanze stupefacenti – della collaborazione del fratello Roberto e di quella, in sottordine, di Carmelo ed Orazio Giuffrida, Antonio Saia, Franco Finocchiaro, Vincenzo Tornatore, Salvatore Parisi, Salvatore Costanza ed altri. Il gruppo dei ‘calabresi’ – dedito in particolare ai sequestri di persona a scopo di estorsione – aveva al suo vertice Domenico Belfiore (foto sulla destra, ndr), con il fratello Giuseppe Belfiore e soprattutto il cognato Placido Barresi, Mario Ursini e la ‘mente finanziaria’ del gruppoFranco Gonella’. 1

La distinzione tra i due gruppi criminali dei ‘catanesi’ e dei ‘calabresi’ è indispensabile per definire il quadro delle principali organizzazioni criminali operanti a Torino nei primi anni ottanta. Tuttavia, è necessario evidenziare già da ora che le attività dei due gruppi avevano numerosi punti di contatto. Le indagini condotte dall’Autorità Giudiziaria di Torino accertarono, ad esempio, il sostegno fornito dal gruppo dei ‘catanesi’ a quello dei ‘calabresi’ (e viceversa) per sfruttare ‘entrature’ nel mondo giudiziario e condizionare l’iter processuale di procedimenti penali riguardanti membri appartenenti ai due clan.

‘A partire dal luglio 1984 gli inquirenti vengono a conoscenza di notizie riguardanti l’omicidio del Procuratore (Bruno Caccia, ndr), ad opera di alcuni componenti della banda dei ‘catanesi’ che, a poco a poco e per vie differenti, cominciano a collaborare con la giustizia.
Dapprima Giuffrida Carmelo (interrogatorio del 10 luglio 1984) riferisce di aver saputo da Finocchiaro Francesco che Domenico Belfiore – maggiore esponente del gruppo dei ‘calabresi’ – lo aveva avvertito che avrebbero dovuto allontanarsi da Torino, perché stava per essere ucciso un magistrato ad opera dei ‘calabresi’. Negli interrogatori successivi, il Giuffrida riferisce, tra l’altro, che analoga frase era stata detta anche a lui sempre da Belfiore e addebita comunque il progetto omicidiario al gruppo degli Ursini, Belfiore, Barresi.
Il 23 ottobre 1984 Miano Francesco interrogato dal procuratore aggiunto di Torino, ammette di aver effettuato registrazioni di conversazioni con detenuti (tra gli altri Domenico Belfiore, Belfiore Giuseppe e Placido Barresi), nel periodo di permanenza presso il centro clinico della casa circondariale di Torino. Le 34 bobine vengono consegnate alla procura il 30 ottobre e dalle stesse emerge la rispondenza di quanto riferito dal Miano.
Successivamente, sentito dai giudici torinesi e milanesi, il Miano riferisce di essere stato contattato dal Dottor Ferretti dei servizi segreti quando ancora era in stato di libertà (tra il 21 gennaio ed il 22 febbraio 1983, ndr), con una richiesta di collaborazione nelle indagini sui contatti tra il terrorismo e la criminalità organizzata; che, nel luglio 1983, quando era scrivano presso il centro clinico, aveva nuovamente incontrato il Ferretti, il quale gli aveva chiesto se era disposto a scoprire gli assassini del dottor Caccia; che lui aveva dato risposta affermativa. In un momento successivo, essendosi reso conto che avrebbe potuto fornire notizie più dettagliate e dimostrare la verità qualora avesse potuto raccontare i fatti ‘dalla viva voce di quelli che li avevano commessi’ aveva richiesto al Ferretti, tramite il dottor Urani, medico del Centro clinico, un piccolo registratore, con il quale poi aveva registrato i colloqui con i detenuti che venivano al Centro clinico e tra questi, gli odierni imputati (Domenico Belfiore e Placido Barresi,ndr).
Miano Francesco, al vertice dell’organizzazione criminale c.d. ‘clan dei catanesi’ (che in più occasioni, aveva collaborato con il clan del Belfiore), aveva sfruttato la sua posizione di preminenza e di prestigio per ottenere confidenze che, altrimenti, mai gli sarebbero state fatte. Sulla scorta di tali confidenze, egli riferisce di essere sicuro del coinvolgimento di Belfiore e del suo gruppo nell’omicidio Caccia, pur non essendo mai riuscito a farsi dire da costui chi siano stati gli esecutori materiali e chi gli eventuali mandanti superiori.
Lo stesso Belfiore gli aveva detto di averne parlato prima della commissione con il Finocchiaro e gli aveva accennato ad una proposta di compiere l’omicidio congiuntamente da parte dei due gruppi. Tuttavia, non fidandosi più del Finocchiaro che gli era sembrato un confidente – in quanto dopo il colloquio con costui, Caccia aveva cominciato a servirsi della scorta – aveva deciso di escludere i catanesi dall’azione e di ‘provvedere in proprio’. Secondo Belfiore, sempre stando al racconto di Miano, l’omicidio del Procuratore si era reso necessario in quanto il magistrato, noto per la sua integrità ed intelligenza, impediva alla sua organizzazione di ‘lavorare’, sia interferendo nelle situazioni finanziarie gestite dai calabresi (Monte dei Pegni, Gioielleria Corsi, etc.) sia seguendo con rigore e severità le vicende penali, e, in particolare, quelle relative al Belfiore stesso e al di lui cognato Barresi.
Agli inizi del 1985, anche un altro affiliato al clan dei catanesi, Saia Antonino, riferisce del progetto omicidiario, comunicatogli dal Belfiore in più occasioni. In particolare, agli inizi del 1983 sarebbe avvenuto un incontro in un bar di Torino, sito nelle vicinanze di via Pisa, cui avrebbero preso parte, oltre a Roberto Miano, Francesco Finocchiaro e Orazio Giuffrida, esponenti del c.d. clan dei catanesi, anche il Belfiore, esponente di vertice del clan dei calabresi. Quest’ultimo – secondo il racconto di Saia – aveva informato gli interlocutori dell’intendimento di uccidere il dottor Caccia, responsabile, a suo dire, di una profonda pervicacia nel perseguire penalmente tutte le attività criminose poste in essere dal “clan” di cui faceva parte. Il Belfiore aveva informato di ciò i catanesi, in modo che potessero predisporre le opportune cautele per far fronte all’inevitabile azione che l’Autorità giudiziaria avrebbe sicuramente intrapreso dopo l’episodio per scoprirne i colpevoli. Sempre in occasione di tale incontro, il Finocchiaro si sarebbe reso disponibile a compiere materialmente l’azione omicidiaria, ma il Belfiore non aveva accettato sostenendo che si trattava di un fatto personale tra il clan dei calabresi ed il Procuratore della Repubblica. A tale primo incontro, secondo quanto dichiarato dal Saia, ne era seguito un altro presso il ristorante “Tre lampioni” di Orbassano, cui avevano preso parte Orazio Giuffrida, Franco Finocchiaro, Carlo Sanna ed Emanuele Marrari, nonché Belfiore Domenico. Si era parlato di affari comuni alle due associazioni e, ancora una volta, il Belfiore aveva accennato alla necessità di eliminare fisicamente il dottor Caccia, tanto che aveva dato disposizioni affinché un uomo di fiducia lo tenesse sotto stretta osservazione.
Il 28 dicembre 1984, anche Roberto Miano, fratello di Francesco, manifestava al P.M. di Torino la sua intenzione di collaborare con la giustizia. Con riferimento all’omicidio del dottor Caccia, egli asseriva che era stato il Belfiore, unitamente a quelli della ‘sua batteria’ a parlargli del progetto delittuoso e a chiedergli se potesse procurare loro un fucile di precisione. Nella stessa occasione oggetto del discorso sarebbe stato anche l’omicidio del dottor Sorbello, che avrebbe dovuto essere compiuto dai catanesi. Successivamente interrogato dal P.M. milanese il 22 maggio 1986, Roberto Miano, ribadiva che sin dal 1982 il Belfiore gli aveva proposto l’esecuzione di un piano diretto all’eliminazione di due magistrati torinesi, ritenuti ‘scomodi’ per la loro azione giudiziaria. L’assassinio del dottor Caccia, particolarmente assiduo nella sua attività investigativa nei confronti del clan dei calabresi, avrebbe consentito la nomina al suo posto di un magistrato più ‘malleabile’ ed ‘avvicinabile’. Medesima fine avrebbe dovuto fare il G.I. (Giudice Istruttore, ndr) dottor Sorbello, già da tempo pedinato, tanto che si conoscevano particolari riservati in ordine alla sua attuale sistemazione in albergo, in attesa della fine dei lavori di ristrutturazione della sua abitazione.
Nel corso dell’incontro, Miano aveva proposto al Belfiore di organizzare il delitto Caccia in maniera eclatante, ma il Belfiore aveva escluso tale ipotesi, in quanto, a suo dire, si sarebbe corso il rischio di un coinvolgimento di estranei, in tal modo ingenerando un eccessivo scalpore nell’opinione pubblica ed una più dura reazione da parte delle forze dell’ordine. L’odierno imputato (Domenico Belfiore, ndr), nel ribadire i contenuti della collaborazione attuata dai due gruppi mafiosi in altre attività delittuose, aveva ritenuto opportuno suggerire una suddivisione di compiti, tale per cui dell’omicidio Caccia si sarebbero occupati i calabresi, mentre dell’omicidio Sorbello si sarebbero dovuti occupare i catanesi. Successivamente, al G.I. di Milano, Roberto Miano aveva riferito che, in occasione dell’incontro con Belfiore in cui ebbe a parlarsi dell’omicidio Caccia, erano presenti anche il Barresi, l’Ursini e il Pavia Vincenzo, cognato di Belfiore.
Le indagini istruttorie proseguivano dunque nella direzione “delineata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra indicati, pur non mancandosi di raccogliere tutte le indicazioni – rivelatesi poi più o meno fondate – che via via altre persone ritenevano di dover riferire all’autorità procedente (…)
“.Venivano inoltre acquisiti gli atti di altri procedimenti penali riguardanti delitti connessi con quello per cui oggi si procede, perché ideati ed eseguiti nell’ambito della stessa organizzazione criminosa’.2

‘Belfiore Domenico – dichiarò Miano Francesco il 22 maggio 1986 – si è dichiarato mandante dell’omicidio (Caccia, ndr) e, quanto alla causale, ha descritto la situazione venutasi a determinare presso la Procura della Repubblica di Torino dal momento in cui a capo della stessa era stato chiamato il dottor Caccia … In sostanza a Caccia veniva attribuita la responsabilità di ‘infilarsi in tutti i discorsi della Procura’ e di aver tenuto un atteggiamento di estremo rigore. Quanto alla causa scatenante, Belfiore mi ha parlato della vicenda del proprio cognato, Placido Barresi, il quale, benché assolto per la detenzione della pistola, era rimasto in carcere, siccome imputato di omicidio, in persona di Gattuso Paolo, delitto che si assumeva esser stato commesso con quell’arma … Io ho tentato più volte di indurre Belfiore a dirmi chi avesse materialmente consumato il delitto Caccia. Ho usato come argomento per vincere le naturali resistenze del mio interlocutore il seguente: siccome l’eliminazione di quel magistrato scomodo tornava vantaggiosa anche per la mia organizzazione e comunque per tutti i gruppi che operavano sulla piazza di Torino, sarebbe stato per me interessante sapere a chi avrei dovuto riconoscenza … ma Mimmo Belfiore mi ha sempre ripetuto che avrei dovuto riconoscere solo a lui …’ 3

‘Sulla scorta degli elementi sopra indicati, ed in particolare delle dichiarazioni rese da Miano Francesco, dagli altri collaboratori di giustizia nonché delle registrazioni effettuate in carcere, il26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emetteva un ordine di cattura nei confronti di Belfiore Domenico, Barresi Placido, Ursini Mario e Gonella Gianfranco ritenuti i componenti del vertice direttivo del gruppo criminale c.d. dei ‘calabresi’.
L’istruttoria proseguiva con il rito formale, come da richiesta del P.M. in data 11 aprile 1987.Venivano disposte dal G.I. perizie tecniche sul materiale magnetofonico in sequestro – del quale era stata disposta la integrale trascrizione (le registrazioni dei colloqui eseguite in carcere da Miano Francesco, ndr) – che confermavano la sostanziale ‘genuinità’ dei nastri, escludendo qualsiasi intervento sugli stessi di tipo aggiuntivo o sostitutivo di brani, bensì esclusivamente, in taluni punti, un intervento di tipo soppressivo, mediante la sovrapposizione di brani musicali o di rumori di fondo sull’originale registrazione.
Al termine dell’istruttoria formale, il G.I. di Milano competente ex art. 41 bis c.p.p., ordinava (il 25 luglio 1988, ndr) il rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido per rispondere dei reati di cui in epigrafe (concorso nell’omicidio aggravato dalla premeditazione, ndr). Dichiarava non doversi procedere nei confronti di Ursini Mario e di Gonella Gianfranco – entrambi facenti parte della organizzazione criminosa dei ‘calabresi’ rispettivamente per insufficienza di prove e per non aver commesso il fatto … Gli imputati si sono sempre protestati del tutto estranei all’omicidio del dottor Caccia. In particolare, Belfiore, interrogato dal Procuratore della Repubblica, ammise di essersi attivamente interessato della vicenda processuale del cognato Barresi e di aver avuto alcuni colloqui in carcere con Francesco Miano; ma escluse che argomento dei discorsi fosse mai stato l’omicidio Caccia. Le registrazioni, secondo Belfiore, sono il frutto di una sapiente e maliziosa manipolazione, per sostenere un complotto ai suoi danni’.4

La vicenda processuale e la condanna di Domenico Belfiore
Le tappe della vicenda processuale inerente all’omicidio di Bruno Caccia furono le seguenti:

Sentenza in Corte d’assise (Milano, 16 giugno 1989)
L’8 maggio 1989 iniziò il processo presso la Prima Corte di Assise di Milano (Presidente Camillo Passerini). Belfiore Domenico (nato a Gioiosa Ionica il 4 agosto 1952) e Barresi Placido (nato a Messina il 2 dicembre 1952) furono imputati per il delitto previsto e punito dagli articoli 110, 112 n. 1 e 2, 575, 577 n. 3, 61 n. 10 codice penale, per aver ideato, organizzato e posto in esecuzione il delitto di Bruno Caccia.
Il 16 giugno 1989 la Corte dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo oltre al pagamento delle spese processuali, mentre Barresi Placido fu assolto dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove. Per Barresi la Corte dispose la scarcerazione.
‘Si è cercato di dimostrare, nella parte motiva di questa sentenza, quali e quanti fossero i motivi che hanno spinto il clan dei calabresi a decidere l’eliminazione del dottor Caccia. La vicenda processuale del Barresi ha avuto sicuramente un’importanza determinante nella determinazione ultima ad uccidere, ma è certo che il progetto omicida risaliva già ad un anno e mezzo prima e si inseriva in un piano di eliminazione di alcuni magistrati torinesi che non venivano a patti con la criminalità e la perseguivano invece con particolare severità. A riprova di ciò stanno le dichiarazioni di Francesco Miano e degli altri collaboratori di giustizia, che hanno messo in evidenza come il programma originario riguardasse sia l’eliminazione del dottor Caccia, che del dottor Sorbello, e successivamente del dottor Maddalena. Fortunatamente, nei confronti di tali due giudici la malavita non ha potuto attuare i suoi propositi, per merito soprattutto della collaborazione di Francesco Miano, le cui confidenze hanno consentito di sventare gli attentati. L’obiettivo dei calabresi era quello di eliminare i magistrati incorruttibili, perché venissero sostituiti con persone disponibili nei loro confronti. Ma in questo, i criminali hanno fallito il loro scopo, perché dopo l’assassinio del procuratore vi è stata una ‘gara’ di molti magistrati torinesi a lavorare di più e meglio’.5
La sentenza di primo grado fu appellatadall’avv. Alberto Mittone il 3 novembre 1989 e dall’avv.Fabio Dean il 6 novembre 1989 per conto dell’imputato Domenico Belfiore. Anche il Procuratore Generale della Repubblica di Milano appellò la sentenza.

Primo processo in Corte di assise di appello (25 maggio 1990)
Il 25 maggio 1990 la prima Corte di assise di appello di Milano (Presidente Renato Cavazzoni) dichiarò Belfiore Domenico colpevole dei reati a lui ascritti e lo condannò alla pena dell’ergastolo. La Corte assolse Barresi Placido dai reati a lui ascritti per insufficienza di prove.

Primo giudizio in Corte di Cassazione (9 aprile 1991)
Il 9 aprile 1991 la Prima sezione penale della Corte di Cassazione di Roma (Presidente Stanislao Sibilia) annullò la sentenza di appello per la presenza di alcuni vizi logici nella motivazione e rinviò per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Assise di Appello di Milano.

Secondo giudizio in Corte di assise di appello (28 febbraio 1992)
Il 28 febbraio 1992 la seconda sezione della Corte di assise di appello di Milano (PresidenteGiacomo Martino) confermò la sentenza emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989 nei confronti di Belfiore Domenico condannandolo all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.
La Corte individuò i moventi del delitto ‘nella specifica attività di Caccia e dei suoi collaboratori; nel suo severo impegno contro la criminalità organizzata ed il gruppo dei calabresi in particolare, del quale Belfiore era leader; nella minaccia che il lavoro della procura portava al patrimonio del vertice dei calabresi; nel suo (di Caccia, ndr) essere alieno da superficiali indulgenze – ciò che indispettiva Belfiore, con carcerazioni che lo riguardavo dappresso -; nel suo essere antagonista diverso da quelli ‘ammorbiditi’ che Belfiore conosceva ed auspicava; nel suo rappresentare insomma ostacolo grave, concreto ed incombente all’attività delittuosa di Belfiore e dei suoi sodali’.6
La sentenza fu appellata dall’avv. Alberto Mittone, difensore di Domenico Belfiore.

Secondo giudizio in Corte di Cassazione (23 settembre 1992)
Il 23 settembre 1992 la Quinta sezione Penale della Cassazione confermò definitivamente la sentenza di appello emessa il 28 febbraio 1992.

Nuovi elementi per riaprire le indagini
La vicenda processuale sull’omicidio del Procuratore Bruno Caccia durò circa due anni e mezzo (dall’8 maggio 1989 al 23 settembre 1992) e permise di identificare il mandante del delitto in Domenico Belfiore che fu condannato alla pena dell’ergastolo. Il movente che spinse Domenico Belfiore a programmare l’omicidio del Procuratore Caccia fu identificato nella costante azione di contrasto che il magistrato esercitava nei confronti del gruppo criminale guidato da Belfiore. Tuttavia, nulla emerse durante i dibattimenti sui nomi degli esecutori dell’omicidio e su eventuali altri mandanti rimasti nell’ombra. All’interno delle sentenze inerenti all’omicidio Caccia, solo poche pagine sono dedicate ad un possibile movente del delitto distinto da quello indicato a carico di Domenico Belfiore:

1) Nella sentenza di corte di assise di Milano si legge:

‘Come spesso capita quando si verificano delitti che hanno ampia risonanza nell’opinione pubblica, numerose sono le persone che, per i motivi più diversi, fanno pervenire agli inquirenti notizie false e calunniatorie, atte a sviare le  indagini.
Basta qui ricordare semplicemente le dichiarazioni rese da Volpe Arnaldo, che assume di aver origliato alla porta della camera di tale Porro Dante, ospite dell’albergo Kent presso il quale egli lavora come portiere di notte, e di aver appreso che costui, assieme ad altri complici, stava tramando un attacco contro i giudici Vaudano e Cuva, titolari dell’inchiesta contro il petroliere Musselli, nonché contro il dottor Caccia.
L’indagine tendente ad individuare i mandanti dell’omicidio tra le persone inquisite per i reati attinenti al contabbando di olii minerali (e, in effetti, nel cassetto della scrivania del dottor Caccia erano stati rinvenuti appunti e copie di atti processuali relative ai procedimenti penali n. 9/80; 349/81; 499/72 R.G.G.I., istruiti dal Giudice Istruttore di Torino, e lo stesso dottor Caccia, il 23.6.1980, aveva inviato una richiesta di indagini al Nucleo di Polizia Tributaria in merito ad un rapporto del G.I. Vaudano, riguardante le frodi petrolifere della ISOMAR – cfr. Verbale di ispezione di luoghi in data 20.7.1983, in Cart. 2, fasc. 1, pag. 20) non approda ad alcun esito positivo e mette in luce, invece l’inaffidabilità del teste. Il 6.9.1983, il P.M. milanese, con un’ampia ed articolata requisitoria (cart. 5, fasc. 4, pag. 427) chiede al G.I. l’emissione di un decreto di archiviazione in ordine ai fatti oggetto della falsa incolpazione portata dal Volpe e l’invio degli atti all’autorità giudiziaria torinese, in ordine al delitto di calunnia compiuto da quest’ultimo nei confronti del Porro.
Spinti dalla volontà di non tralasciare alcuna indagine utile all’accertamento della verità, gli inquirenti si preoccupano di verificare se il movente del delitto possa trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione). Le perquisizioni effettuate nell’ottobre 1983 in detti luoghi, le intercettazioni telefoniche disposte e l’audizione di alcune persone appartenenti a tale ambiente (Mariani Franco – cart. 4, pagg. 450 ss. – Mezzani Enrico – cart. 4, pagg. 299 ss. – ed altri) non portano ad alcun apprezzabile risultato.
Nè migliori risultati si ottengono seguendo la pista della malavita occasionale. Il 6.12.1983 i Carabinieri di Torino inviano al P.M. un rapporto (cart. 2, fasc. 1, pag. 40), nel quale riferiscono che un loro confidente – successivamente individuato in Colosimo Pasquale(trascr. dib. pag. 388, M.llo De Battista), interrogato dal P.M. l’1.12.1984 (cart. 4, pag. 48) – avrebbe indicato quali autori materiali del delitto tali Puliga, Del Regno e Ruggiero, pregiudicati per reati contro il patrimonio. Lo stesso rapporto, tuttavia, mette in evidenza l’assoluta inverosimiglianza del racconto dei fatti fornito dal confidente e l’inattendibilità dello stesso, noto ‘come speculatore per ricavarne degli utili, anziché dare il proprio contributo alla giustizia’.’
7

2) La sentenza della corte di assise di appello in sede di rinvio evidenzia come l’intransigenza del giudice Caccia nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata dovesse esser considerata ‘relativa’ commisurandola alla ‘benevola disposizione che i calabresi riconoscevano – a torto o a ragione – in altri magistrati’. La Corte elenca una serie di episodi capaci di evidenziare come il clan dei calabresi avesse purtroppo ottenuto in quegli anni ‘la confidenza, la disponibilità o addirittura l’amicizia di alcuni magistrati’.8  Tuttavia, al di là dei singoli casi di contiguità fra pezzi della magistratura e della criminalità che diedero luogo a separati procedimenti disciplinari e/o penali, le attività istruttorie condotte in merito all’omicidio Caccia non individuarono specifiche notizie di reato in grado di collegare tali contiguità ai moventi e agli autori dell’assassinio del Procuratore Capo di Torino.

Dopo il 23 settembre 1992 l’obiettivo di dare un volto ai killer di Bruno Caccia rimase una priorità per la moglie Carla, i figli (Paola, Cristina e Guido), alcuni colleghi ed amici, ma un’anomala coltre di silenzio scese sulla vicenda dell’omicidio del magistrato.
Nel giugno 1996, Vincenzo Pavia, cognato di Domenico Belfiore, raccontò ai magistrati di aver partecipato ai sopralluoghi per l’organizzazione dell’omicidio Caccia ed indicò i nomi di quattro presunti killer tra cui Renato Angeli.9 Si accertò, tuttavia, che Renato Angeli, il 26 giugno 1983, era in stato di detenzione. In seguito, Pavia ammise che nessuno gli aveva mai espressamente detto di aver partecipato all’omicido Caccia. A causa dell’incongruenza sul nome di Angeli, l’indagine fu archiviata.
Negli anni successivi le indagini sull’omicidio Caccia segnarono il passo senza sviluppi significativi.

Oltre che per l’impegno dei familiari, di alcuni colleghi ed amici, il ricordo di Bruno Caccia restò vivo grazie alle iniziative promosse da alcune associazioni tra cui spiccano il gruppo di Torino di LIBERA ed ACMOS. Il progetto più significativo per ricordare il dottor Caccia è stato senz’altro ‘la cascina Bruno e Carla Caccia’. Si tratta di un bene confiscato alle mafie a San Sebastiano da Po (TO). Il bene apparteneva alla famiglia ‘ndranghetista guidata da Domenico Belfiore. Dopo che quest’ultimo fu condannato come mandante dell’omicidio Caccia, le indagini patrimoniali portarono alla confisca dei beni di Belfiore. La misura di prevenzione patrimoniale che riguardò la Cascina fu emessa nel 1996 (la confisca definitiva avvenne nel 1999) ma solo nel 2007 la famiglia Belfiore lasciò la casa permettendone il riutilizzo sociale previsto dalla legge 109/96. In questo lasso di tempo la famiglia Belfiore si oppose alla confisca anche con una doppia campagna di raccolta firme nel paese. Solo la nomina di un Prefetto ad acta e l’azione dell’amministrazione Comunale di San Sebastiano da Po permisero l’assegnazione del bene all’associazione Gruppo Abele nel 2007, che poi affidò la gestione del progetto all’Associazione ACMOS nel 2008.
Per quanto riguarda l’attenzione dedicata dagli organi di informazione al delitto Caccia, è da segnalare la puntata della trasmissione ‘La Storia siamo noi’ del 25 giugno 2009 curata da Sergio Leszczynsky ed intitolata «Torino Criminale. Il caso Caccia» (RAI2).

Il silenzio sull’omicidio Caccia fu rotto diciannove anni dopo la sentenza del settembre 1992 quando, nel 2011, furono depositati a Reggio Calabria gli atti relativi ad un’inchiesta in cui un magistrato, il dottor Olindo Canali (foto sulla sinistra), al tempo in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, era indagato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza aggravata. Il pubblico ministero procedente chiese e ottenne l’intercettazione delle utenze telefoniche in uso al dottor Canali. Fu così che venne captata una conversazione intercorsa il 19 giugno 2009 fra lo stesso dottor Canali e lo scrittoreAlfio Caruso.Nel corso di quella conversazione, il dottor Canali aveva fatto riferimento a Rosario Pio Cattafi (foto sulla destra), pregiudicato orginario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) e già noto alle cronache giudiziarie milanesi (Cattafi è attualmente detenuto nelle forme di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) ed è stato condannato il 16 dicembre 2013 dal GUP presso il Tribunale di Messina in qualità di capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, tra gli anni Settanta e il 24 luglio 2012).10 Queste le parole del dottor Canali: “Quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivendicazione dell’omicidio del giudice Caccia … fatta dalle BR, che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi”.
Il dottor Canali poteva esser venuto a conoscenza di dettagli di questo tipo in quanto, a metà degli anni Ottanta, fu uditore giudiziario del dottor Francesco Di Maggio, cioè del pubblico ministero titolare delle indagini sull’omicidio Caccia.

Il dottor Canali, attualmente giudice presso la IX sezione del Tribunale di Milano, ha deposto nel gennaio 2013 innanzi al Tribunale di Palermo ed ha reso dichiarazioni confermative del contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009. Infatti, l’8 gennaio 2013 il dottor Canali ha testimoniato davanti alla quarta sezione penale del Tribunale del capoluogo siciliano, nel procedimento n. 1760/08 registro generale (R.G.) a carico degli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, imputati per aver favorito nel 1995 la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Nell’occasione il dottor Canali si è così espresso: ‘Sapevo che Cattafi era stato coinvolto nel sequestro… a vario titolo nel sequestro Agrati (Giuseppe, ndr), era stato coinvolto e sospettato, non so però se fu anche indagato e imputato per l’omicidio Ginocchi (Gianfranco, ndr), e fu anche arrestato per un traffico d’armi … ma non sono sicuro sul punto … da queste vicende uscì credo dopo un periodo di carcerazione preventiva per il traffico d’armi, credo, fu poi assolto, sicuramente per il sequestro Agrati ricordo che fu un collega uditore a scrivere la richiesta di archiviazione … E poi, chiedo scusa, Di Maggio mi raccontò che tangenzialmente fu coinvolto Rosario Cattafi nell’omicidio del giudice Caccia. Da Di Maggio venni a apprendere che un memoriale che rivendicava l’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, fu trovato in casa, in possesso, comunque nella disponibilità di Cattafi. Di questo però me ne parlò più volte perché Di Maggio in quel periodo faceva, insieme forse a Davigo, non mi ricordo, proprio seguiva l’omicidio… il processo per l’omicidio del giudice Caccia … Mi disse Di Maggio che Cattafi arrivò molto giovane a Milano e che, ma ripeto questo sono comunicazioni, notizie che il Di Maggio scambiava, e che Cattafi fu una sorta di emissario di Santapaola presso l’allora, come dire, rappresentante della criminalità organizzata, e che si chiamava Epaminonda, per quanto riguardava il controllo dei casinò. La pista che penso poi fosse quella definitiva che portò alla indagine, poi al processo agli uccisori del dottore Caccia partiva proprio dalle indagini che Caccia faceva sul controllo del casinò di San Vincent … Sì ma proprio partendo da questo… da due fatti partiva, sia da questo ritrovamento della falsa rivendicazione dell’omicidio Caccia alle Brigate Rosse, ricordiamo che allora tempo ancora di terrorismo attivo, sia se non ricordo male per questo traffico d’armi tra la Svizzera e gli Emirati, comunque i paesi arabi. Di Maggio riteneva Cattafi persona piuttosto vicina ai servizi, non so dirle se deviati o ufficiali, però… anche per un suo trascorso politico piuttosto ambiguo di esponenti dell’estrema… della estrema destra’.

Il contenuto dell’intercettazione telefonica del 19 giugno 2009 tra il dottor Olindo Canali ed Alfio Caruso è emerso, con riferimento alle informazioni sull’omicidio Caccia, grazie al lavoro dell’avv. Fabio Repici, legale dei familiari di alcune vittime di mafia, tra cui Graziella Campagna,diciassettenne uccisa a Messina il 12 dicembre 1985, e Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo Di Gotto l’8 gennaio 1993.

Paola, Cristina e Guido Caccia, figli di Bruno Caccia, hanno scritto il 22 gennaio 2013 una lettera aperta alla città di Torino in vista del trentennale dell’anniversario del delitto:
“A trent’anni dalla morte di nostro padre, siamo profondamente grati a tutti coloro che vorranno ricordarlo con eventi e iniziative che ne onorano la memoria e che ci fanno un grande piacere.
In tutti questi anni, nelle periodiche ricorrenze e non solo, abbiamo sentito sempre forte e presente il ricordo e l’affetto delle Istituzioni cittadine. Abbiamo apprezzato lo sforzo continuo dell’associazione Libera, che è riuscita a tener viva la scintilla dell’interesse e della partecipazione, anche e soprattutto tra i giovani.
Non possiamo però nell’occasione tacere ciò che purtroppo ancora ci cruccia.
A fronte degli esiti processuali che risalgono ormai a molti anni fa, sentiamo tuttora il disagio per qualcosa che non ci pare ancora del tutto chiarito. Le recenti cronache del processo Minotauro avallano in qualche modo i nostri dubbi, mettendo in luce un percorso della malavita organizzata che dai fatti di oggi si può far risalire fino ad allora.
Proprio in quest’ottica, la sentenza definitiva ci pare a tutti gli effetti una verità parziale.
Ci piacerebbe perciò che la ricorrenza di quest’anno diventasse occasione e stimolo per uno sforzo corale teso ad avvicinarsi maggiormente alla Verità, partendo dal presupposto che l’omicidio di nostro padre non fu certo un fatto isolato nella storia cittadina.
Questa memoria “fattiva” sarebbe secondo noi un degno coronamento delle commemorazione del suo sacrificio”.
Firmato:
Guido, Paola e Cristina Caccia
(Lettera letta il 22 gennaio 2013 presso la Commissione per la legalità del comune di Torino)

Dopo la diffusione della lettera scritta da Paola, Cristina e Guido Caccia, l’avv. Repici si mise in contatto con i familiari del dottor Caccia comunicandogli il contenuto delle dichiarazioni del dottor Canali relative alle prime indagini sull’omicidio del magistrato torinese.
In seguito a questo scambio di informazioni, l’avv. Repici è stato nominato legale di parte civile da parte dei tre fratelli Paola, Cristina e Guido Caccia ed ha iniziato uno scrupoloso ed attento esame delle carte processuali contenute nel fascicolo relativo all’omicidio Caccia. Dall’analisi della documentazione depositata presso gli archivi del tribunale di Milano sono emersi fatti estremamente interessanti che si incrociano con quanto affermato dal dottor Canali tra il 2009 ed il 2013.

Il primo dato emerso dalla lettura degli atti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia è che tra essi non vi é alcun verbale di perquisizione e sequestro che faccia riferimento al documento citato dal dottor Canali, cioè un ‘documento’ o ‘memoriale’ rinvenuto durante una perquisizione a casa di Rosario Pio Cattafi e contenente il testo della rivendicazione brigatista dell’omicidio Caccia.
Il domicilio milanese di Cattafi fu perquisito in occasione del suo arresto avvenuto nel maggio 1984 nell’ambito di un procedimento penale dell’A.G. (Autorità Giudiziaria) di Milano diverso da quello sull’omicidio Caccia. In effetti, Cattafi fu arrestato perché sospettato di aver preso parte al sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati, verificatosi a Milano il 28 gennaio 1975 e risoltosi grazie al pagamento della somma di due miliardi e mezzo di lire. Cattafi fu successivamente prosciolto per il sequestro Agrati su richiesta del dottor Di Maggio del 30 aprile 1986, con sentenza istruttoria emessa il 31 luglio 1986 dal G.I. di Milano dottor Arbasino.

Procedendo all’acquisizione ed all’esame degli atti relativi al fascicolo sul sequestro Agrati, l’avv. Repici ha rintracciato il verbale di perquisizione e sequestro eseguito presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi in via Mascagni il 18 maggio 1984. Il contenuto del verbale di perquisizione e sequestro è molto significativo, poiché comprova come il 18 maggio 1984 nel domicilio di Cattafi furono sequestrati, tra gli altri documenti (album fotografici, agende, rubriche telefoniche, assegni ecc.), “otto foglietti con appunti manoscritti”, oltre a una pistola calibro 7,65, a una valigetta contenente una carabina e a ingente munizionamento. Era presumibile che all’interno del fascicolo processuale venissero ritrovati i documenti sequestrati a Cattafi. Quei documenti, invece, non risultano in atti. Non perché, però, non ci siano mai stati ma semplicemente perché quella documentazione fu restituita a Cattafi, senza che, in modo del tutto irrituale, ne venisse prima fatta una copia.

Le carte raccolte nel fascicolo relativo all’omicidio del dottor Caccia contengono molte altre informazioni estremamente significative.
Come ricordato nelle sezioni precedenti, per l’omicidio Caccia si è svolto un processo conclusosi con la condanna definitiva all’ergastolo del boss torinese di origine calabrese Domenico Belfiore. Quel procedimento, nato nell’immediatezza dell’omicidio, si sviluppò attraverso il mandato di cattura emesso dal dottor Di Maggio il 26 febbraio 1987, la requisitoria del dottor Di Maggio per il rinvio a giudizio del 4 luglio 1988, l’ordinanza con cui venne disposto il rinvio a giudizio dal G.I. dottor Cioppa il 25 luglio 1988, la sentenza di condanna in primo grado del solo Belfiore emessa dalla Corte di assise di Milano il 16 giugno 1989, poi convalidata dalla Corte di Cassazione, dopo un primo rinvio, il 28 settembre 1992. Tutti i suddetti atti sono incentrati sulla posizione di Domenico Belfiore e dei suoi ritenuti complici, poi in realtà prosciolti, tutti esponenti del clan dei ‘calabresi’ operante a Torino in quegli anni.
Ma dagli atti istruttori, in realtà, emerge con estrema chiarezza che fin dai mesi successivi all’omicidio Caccia (e dunque ben prima che Francesco Miano iniziasse a collaborare con la giustizia) il P.M. procedente raccolse significativi elementi indizianti su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. Si tratta della pista investigativa volta a ‘verificare se il movente del delitto potesse trarre origine da un’inchiesta seguita dallo stesso Caccia, inerente il riciclaggio del denaro sporco nei Casinò italiani (Sanremo, Saint-Vincent, Venezia, Campione)’.11 La sentenza di corte di assise sull’omicidio Caccia constata che tale filone d’indagine ‘non portò gli inquirenti ad alcun apprezzabile risultato’.12 Tuttavia, analizzando con attenzione le carte, si possono ricavare da quella pista investigativa elementi particolarmente interessanti, soprattutto se messi in relazione con quanto dichiarato l’8 gennaio 2013 dal dottor Olindo Canali.

Gli elementi contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia
Nei mesi immediatamente precedenti al delitto Caccia, la Procura di Torino stava conducendo una delicata indagine sul casinò di Saint-Vincent in Valle d’Aosta. Gli inquirenti torinesi avviarono le prime indagini nel marzo 1982 sospettando che all’interno della casa da gioco valdaostana fossero riciclati soldi provenienti dai sequestri di persona; le successive attività investigative fecero emergere la possibile sussistenza di un’associazione per delinquere finalizzata all’acquisizione delle più importanti case da gioco italiane. Poche settimane prima del 26 giugno 1983 si arrivò a un punto di svolta, con l’esecuzione il 17 maggio 1983 di una serie di perquisizioni negli uffici e nelle sale del casinò valdaostano. In seguito alle risultanze emerse dalle perquisizioni e dagli atti istruttori, la Procura di Torino emise, nella notte tra il 10 e l’11 novembre 1983, una serie di mandati di cattura ed ordinò un blitz presso la casa da gioco di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’).

Poche settimane prima del blitz presso il Casinò di Saint-Vincent, nel mese di ottobre 1983, il maggiore della Guardia di Finanza Antonio Mango, in servizio presso il Comando Nucleo Regionale di Torino, sollecitò il tenente colonnello della Guardia di Finanza Michele Bertella, in servizio presso il nucleo Polizia Tributaria di Alessandria, ad acquisire ogni elemento utile per sviluppare le indagini sul delitto Caccia. Il ten. col. Bertella, a tal fine, prese contatto con una fonte informativa, Enrico Mezzani, consulente finanziario e sedicente emissario del S.I.S.DE. (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica).
Mezzani, a partire almeno dalla primavera del 1983, aveva attivato attraverso un suo sodale,Giovanni De Giorgi, una rete di confidenti volta ad ottenere informazioni, in generale, sulla criminalità organizzata al nord Italia. Di questa rete informativa favevano parte Bruno Masi, fino al 23 giugno 1983 amministratore delegato della società SITAV (Società Incremento Turistico Alberghiero Val d’Aosta)che aveva in gestione la concessione del casinò di Saint-Vincent, l’industriale Franco Carlo Mariani (titolare della ‘CRM motori’, società produttrice di motori navali e fornitrice, fra gli altri, della Guardia di Finanza) e Rosario Pio Cattafi. 
L’attività informativa coordinata da Mezzani, volta a raccogliere spunti confidenziali sul delitto Caccia, si svolse dunque sotto il diretto controllo del ten. col. Bertella e fu riassunta in documenti a partire da un appunto informale consegnato il 3 novembre 1983 da Franco Mariani al ten. col. Bertella in un pubblico locale di Alessandria. All’incontro parteciparono il ten. col. Bertella, Franco Mariani, Enrico Mezzani e il cap. Sciarretta. Mariani, interrogato il 16 aprile 1984 dal P.M. Di Maggio, indicò in Rosario Pio Cattafi la fonte delle sue informazioni relative al delitto Caccia. Il punto più interessante di quell’appunto è quello contrassegnato dal n. 19. Lì, pur con linguaggio criptico (il dottor Caccia viene indicato come “Arch. Caccia Dominioni”) iniziò a essere illustrata un’articolata versione sull’omicidio Caccia:

Punto n. 19) dell’appunto redatto da Franco Mariani e consegnato in data 3.11.1983
al ten. col. Michele Bertella

Al riguardo dell’omicidio Caccia, l’appunto informale di Mariani indicò una specifica causale del delitto: le indagini che a quel tempo la Procura della Repubblica di Torino, con l’intervento personale del dottor Caccia, aveva avviato sull’ambiente del casinò di Saint Vincent. L’indagine toccava, sia per i nomi di alcuni indagati che per i contenuti degli atti istruttori, anche i casinò di Sanremo e Campione d’Italia.
Agli atti del fascicolo sull’omicidio Caccia c’è prova che questo appunto redatto da Mariani passò alle mani del ten. col. Bertella il quale, il 9 novembre 1983, lo lesse e lo commentò assieme al magg. Antonio Mango, al ten. col. Emanuele Patrone della Guardia di Finanza di Alessandria, aldottor Maddalena della Procura della Repubblica di Torino e al dottor Tamponi G.I. del Tribunale di Torino. Più o meno in pari data il ten col. Bertella informò del contenuto dell’appunto di Mariani anche i P.M. milanesi dottor Di Maggio e dottor Davigo (rif. relazione del 17 settembre 1984 indirizzata dal ten. col. Bertella al dr. Di Maggio).

A conferma del fatto che la pista del riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent fosse ritenuta molto interessante ai fini delle indagini sul delitto Caccia, a partire dai primi mesi del 1984 (quindi quando ancora Francesco Miano non aveva iniziato a collaborare con la giustizia) il P.M. Di Maggio iniziò a escutere personalmente tutti i soggetti coinvolti nella raccolta informativa prodotta da Mariani. Ne sono prova: i verbali di dichiarazioni di Franco Mariani (9 febbraio 1984, 16 e 17 aprile 1984, 9 giugno 1984 e 10 settembre 1984); i verbali di dichiarazioni di Bruno Masi (1 marzo 1984 e 9 giugno 1984); i verbali di dichiarazioni di Giovanni De Giorgi (16, 18, 19, 21 e 28 aprile 1984); i verbali di dichiarazioni di Enrico Mezzani (17, 18, 19, 20 aprile 1984); le dichiarazioni rese da Rosario Cattafi (20 settembre 1984); il confronto fra Mezzani e De Giorgi del 20 aprile 1984; il confronto fra Mariani e Cattafi del 20 settembre 1984. Durante questo confronto Mariani identificò nuovamente in Cattafi la fonte delle sue informazioni sull’omicidio Caccia; Cattafi, invece, affermò: ‘Mariani non vuol dire la verità. Le informazioni relative al delitto Caccia gli sono state riferite da Masi ed in tali termini ne ha parlato a me’.

Agli atti del fascicolo sull’omicido Caccia ci sono altre risultanze che legano presunti mandanti e moventi dell’omicidio Caccia agli affari che ruotavano attorno ai casinò. Fra queste vi è un verbale di dichiarazioni rese da un detenuto, Luigi Incarbone, già compagno di cella di Franco Chamonal, amministratore delegato della SITAV succeduto a Bruno Masi ed arrestato nel blitz sui Casinò dell’11 novembre 1983. Incarbone, interrogato il 6 dicembre 1985 dal G.I. di Torino dottor Tamponi, dichiarò: “Ho chiesto di conferire con l’ufficio in quanto sono stato in cella con Chamonal che è imputato davanti a lei. Lo Chamonal ancora oggi mi fa arrivare 500.000 lire al mese in portineria. Lo Chamonal mi ha detto di avere un casinò a Chamonix, di aver conosciuto una persona molto importante a Palermo e che per questa conoscenza era ora nei guai. Non fece il nome di questa persona (conosciuta al casinò) ma disse che proteggeva i Greco e tutta questa gente qui. Mi disse che Caccia è morto proprio per il fatto del casinò. E che questo palermitano era stato il mandante: disse che era questo palermitano che ha deciso l’omicidio del giudice Caccia. Mi disse che aveva i soldi a Ginevra e che aveva delle villette a Montecarlo sotto falso nome”.

Da tutte quelle assunzioni di informazioni il P.M. Di Maggio raccolse elementi rilevanti. In primo luogo perché indicavano una causale specifica credibile del delitto Caccia (effettivamente la Procura di Torino aveva avviato un’attività d’indagine sul casinò di Saint Vincent) e in secondo luogo perché quelle informazioni non confliggevano con la tesi della responsabilità di Domenico Belfiore. Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, ritennero che quelle assunzioni di informazioni non fossero sufficientemente consistenti e/o riscontrate per poter proseguire le indagini sul delitto Caccia lungo la pista investigativa che portava al riciclaggio di denaro sporco all’interno del Casinò di Saint-Vincent.

Il P.M. Di Maggio, mentre raccoglieva le dichiarazioni dei soggetti chiamati in causa da Mariani, raccolse a verbale all’interno del fascicolo Caccia anche le prime dichiarazioni di appartenenti al gruppo dei criminali ‘catanesi’, tra cui Giuffrica Carmelo (cfr. interrogatorio del 10 luglio 1984) e Francesco Miano (cfr. interrogatorio del 23 ottobre 1984), che indicavano Domenico Belfiore quale presunto mandante dell’omicidio Caccia. A partire dalle prime dichiarazioni rilasciate da Francesco Miano, gli inquirenti titolari delle indagini imboccarono definitivamente la pista che portò il 25 luglio 1988 al rinvio a giudizio di Belfiore Domenico e di Barresi Placido in qualità di imputati per concorso nell’omicidio, aggravato dalla premeditazione, del dottor Caccia.

Ma l’A.G. milanese non fu la sola a compiere atti d’indagine volti ad individuare gli autori del delitto Caccia. Agli atti del procedimento per il sequestro Agrati c’è anche un’informativa del Reparto operativo Carabinieri di Messina del 20 maggio 1985, dalla quale si ricava come Rosario Cattafi, nel 1984, fosse “oggetto di indagini anche da parte dell’Arma di Torino, nel quadro di autonome indagini tese all’individuazione di cause e dei responsabili dell’omicidio in persona del S. Procuratore della Repubblica di Torino, Dr. Bruno Caccia. Nel contesto di tale lavoro, Cattafi fu pure pedinato a Catania e Messina, durante la sua breve permanenza in Sicilia in occasione delle festività pasquali 1984”.
Sia l’A.G. milanese che l’A.G. torinese svolsero, dunque, accertamenti su Rosario Cattafi nell’ambito delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia.

Si è già detto sopra come il vuoto probatorio più evidente del processo per l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia riguardi l’identità dei due killer che il 26 giugno 1983 tolsero la vita al magistrato. Grazie ad alcune testimonianze raccolte sul luogo dell’agguato, gli inquirenti furono in grado di tracciare l’identikit di uno degli assassini, ma gli accertamenti svolti non permisero di dare un nome a quel volto. In sentenza fu scritto che Belfiore si trattenne dal fare qualunque confidenza al riguardo a Miano. Il P.M. Di Maggio, nell’ordine di cattura del 26 febbraio 1987, scrisse che probabilmente si era trattato di “sicari venuti da fuori”. Ma su chi fossero quei due killer ‘venuti da fuori’ le sentenze non diedero risposte.
Tuttavia, nell’appunto informale consegnato da Franco Mariani al ten. col. Bertella riguardante il mondo della scalata mafiosa ai casinò, compare il nome di un possibile killer: un calabrese denominato “Luciano”. Si tratta, come emerge univocamente da innumerevoli atti del fascicolo, del calabrese Demetrio Latella, detto ‘Luciano’. Tra questi atti, c’è una scheda nominativa predisposta dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Torino in cui si legge che Demetrio Latella (nato a Ravagnese – RC – il giorno 11.7.1954) era soprannominato ‘Luciano Tanghiani’. Nella medesima scheda si legge che Latella sarebbe stato un killer dell’organizzazione di Angelo Epaminonda, sarebbe stato legato ai Miano di Milano ed associato al clan Miano di Torino e a quello dei calabresi capeggiato da Mario Ursini. Vi si legge, ancora, che Latella si appoggiava operativamente a Torino al Gullace G. e ai Miano e che la sua auto A112 fu adoperata a Torino per l’omicidio di Antonino Bulla.
Il nome di Latella è citato anche in altri documenti contenuti nel fascicolo sull’omicidio Caccia. Il collaboratore Giuseppe Muzio, ad esempio, il 28 settembre 1984 dichiarò al P.M. Di Maggio:‘Latella Luciano appartiene al clan dei catanesi di Miano, facente capo a Jimmy e Nuccio Miano e Santo Mazzeo. A Torino si incontrava con Finocchiaro Francesco e con Parisi Salvatore, con Orazio Giuffrida, Miano Roberto e Saia Antonino e comunque con tutta la banda. Si trattava di periodiche riunioni operative tra i gruppi’.
Gli inquirenti titolari del fascicolo Caccia, evidentemente, non ritennero gli spunti indiziari forniti dal rapporto informativo del ten. col. Bertella e gli altri riferimenti negli atti d’indagine al nome di Demetrio ‘Luciano’ Latella sufficientemente consistenti e/o riscontrati per sviluppare ulteriori indagini volte ad approfondire la consistenza o meno di quella ipotesi investigativa sulla possibile identità dei killer del dottor Caccia.

E’ un dato accertato che Demetrio Latella abbia operato per conto dei mafiosi ‘calabresi’ e ‘catanesi’ a Torino e Milano. Latella fu condannato l’8 febbraio 1988 alla pena dell’ergastolo dalla corte di assise di Milano per il reato di omicidio. Si trattò del procedimento penale che fu istruito a Milano dal P.M. Francesco Di Maggio sulla base della dichiarazioni del collaboratore Angelo Epaminonda e che riguardò i reati commessi dal gruppo criminale facente capo ad Epaminonda. La sentenza a carico di Latella divenne definitiva l’11 marzo 1992.

Il nome di Demetrio Latella è tornato recentemente negli articoli di cronaca quando, ai primi di giugno del 2008, fu arrestato con l’accusa di aver preso parte al sequestro e all’omicidio della diciottenne Cristina Mazzotti, sequestrata il 26 giugno 1975 in provincia di Como ed il cui cadavere fu recuperato il 1 settembre 1975. Latella, in regime di liberazione condizionale dal 2007, fu individuato nel 2008 grazie al rinvenimento di una sua impronta digitale sull’auto utilizzata per il sequestro della ragazza poi uccisa. La posizione di Latella, così come dei correi Giuseppe Calabrò e Talia Antonio, fu archiviata il 19 dicembre 2011 dal GUP del Tribunale di Milano per intervenuta prescrizione, in ragione delle circostanze attenuanti generiche concesse agli indagati. Latella dichiarò di aver avuto un ruolo molto marginale per quel delitto, affermando di essersi prestato all’ultimo momento all’esecuzione di un piccolo segmento operativo del sequestro, in cambio di un compenso di circa 20 milioni di lire.

Giovanni Selis: un magistrato dimenticato

Il caso di Giovanni Selis, Pretore di Aosta nei primi anni ottanta, dimostra oltre ogni dubbio che mettere il naso negli affari illeciti dei casinò comportava rischi molto gravi per l’incolumità di un investigatore.
Il 13 dicembre 1982 il dottor Selis rimase vittima di un attentato che mai ci si sarebbe immaginati a quelle latitudini: un’autobomba. Alle ore 8.45 di mattina, non appena il magistrato si accomodò sulla sua auto FIAT 500 per recarsi al lavoro e tirò la levetta dell’accensione, una bomba esplose squarciando la vettura. Il cofano motore dell’utilitaria volò a 300 metri di distanza dal punto dell’esplosione: unica parte intatta rimase il sedile su cui si trovava il magistrato. Il dottor Selis si salvò per miracolo. ‘La bomba era stata piazzata da professionisti – dissero gli inquirenti -, doveva uccidere Selis, non ci sono dubbi. Non siamo di fronte ad un avvertimento’.

Chi voleva la morte del pretore di Aosta non si fermò e provò nuovamente ad uccidere il magistrato quattro giorni dopo, il 17 dicembre 1982: verso le ore 19.30 il dottor Selis sentì suonare il citofono della propria abitazione e si portò al citofono chiedendo ripetutamente ‘Chi è?’, senza ottenere risposta. Il magistrato si portò sul balcone di casa che sovrasta il portone di ingresso e sul momento non notò nulla di particolare. Tornò nuovamente alla porta di casa ed osservò attraverso lo spioncino la luce rossa della spia dell’ascensore accesa. Attese che qualcuno uscisse dall’ascensore ma nulla di tutto ciò accadde. Il dottor Selis chiamò allora il 113 ed in pochi istanti arrivarono due poliziotti in borghese che salirono le scale del palazzo armi in pugno: uno dei due poliziotti riferì al magistrato che al pianterreno dello stabile aveva trovato l’ascensore fermo con entrambe le semi-porte aperte. Si trattò chiaramente di un tentativo da parte dei killer di attirare il dottor Selis fuori dalla propria abitazione per colpirlo mentre si affacciava sulle scale del palazzo.

Il dottor Selis, dopo l’attentato subito, fu trasferito al D.A.P. (Dipartimeno dell’Amministrazione Penitenziaria) e ritornò ad Aosta nel 1987 da Pretore dirigente; pensava di aver recuperato il minimo di serenità sufficiente per tornare a operare in quella zona, ma il 9 maggio 1987 si tolse tragicamente la vita. La moglie del magistrato, Sara Selis, dichiarò che il marito, pochi giorni prima di commettere il suicidio, le disse: ‘E’ stato un grave errore ritornare qui’. Che cosa intedesse dire con precisione il marito, Sara Selis non seppe mai. ‘Forse aveva incontrato qualcuno – dichiarò la donna -, o forse il ritorno ad Aosta aveva soltanto reso più difficile dimenticare il trauma dell’attentato’.

Quando il dottor Selis fu ascoltato dai magistrati di Milano titolari delle indagini volte ad identificare i suoi attentatori, fu lo stesso Pretore di Aosta ad indicare, come uno dei possibili moventi dell’attentato, un’indagine che stava conducendo sul casinò di Saint Vincent. Il 15 gennaio 1983 il dottor Selis, assunto a sommarie informazioni dal P.M. milanese Corrado Carnevali,individuò tre possibili moventi che, in astratto, avrebbero potuto giustificare la sua eliminazione: il dott. Selis indicò al P.M. Carnevali come terzo possibile movente le indagini che stava personalmente conducendo presso la Casa da Gioco di Saint Vincent nell’ambiente dei prestasoldi e, in particolare, tra l’Ufficio Fidi della Casa e taluni prestasoldi. Il pretore Selis affermò di essersi interessato da tempo all’attività di taluni prestasoldi e di taluni personaggi ruotanti intorno all’attività stessa riferendosi, in particolare, a certo Avv. Valentini, di Milano, e a certo dr. Sacco. Il dottor Selis aggiunse inoltre a verbale che esisteva una specifica indagine demandata alla Guardia di Finanza avente ad oggetto l’individuazione della causale di un assegno emesso da certo Ing. Mariani in favore di Masi, Amministratore delegato della Sitav, società che aveva la gestione della Casa da gioco di Saint Vincent.
Il pretore Selis dichiarò inoltre di aver ricevuto, dopo l’attentato ai suoi danni, una telefonata dal collega Marcello Maddalena, sostituto procuratore a Torino, che gli chiedeva un colloquio riservato, in quanto aveva appreso dai giornali che, fra le varie indagini di cui il dottor Selis si occupava, ne esisteva una relativa a dei prestasoldi operanti presso il casinò di Saint Vincent. Il colloquio fra i due magistrati avvenne nell’uffico torinese del dottor Maddalena e si svolse, stando ai ricordi del dottor Selis, il 23 dicembre 1982. Il pretore di Aosta, vincolato dal segreto istruttorio, non rivelò al P.M. Carnevali i contenuti del colloquio avvenuto all’antivigilia di Natale del 1982, ma affermò che avrebbe potuto sussistere un collegamento fra le sue indagini e quelle del collega Maddalena, aventi ad oggetto riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona.

Il tema d’indagine illustrato dal dottor Selis si intrecciava in modo molto stretto a quella che da Franco Mariani ed Enrico Mezzani fu indicata al dottor Di Maggio come la causale dell’omicidio Caccia. D’altronde, nel 1983, anche sugli organi di stampa comparve la notizia di un possibile collegamento tra le causali del tentato omicidio Selis e dell’omicidio Caccia con riferimento alle infiltrazioni mafiose nei casinò. Purtroppo, il dott. Selis non fu mai escusso formalmente nell’ambito delle indagini relative all’omicidio del dott. Caccia per valutare l’eventuale esistenza di convergenze tra i possibili moventi del suo tentato omicidio e le possibili causali del delitto Caccia.
Certo è che la vicenda dimenticata dell’attentato ai danni del dottor Selis dimostra che le indagini sui casinò potevano essere estremamente pericolose per chi le conduceva. Tale circostanza non fa che corroborare la possibile causale dell’omicidio Caccia relativa alle indagini sul casinò di Saint-Vincent, tanto più se si considera che fra il tentato omicidio Selis e l’omicidio Caccia trascorsero soltanto sei mesi.

Conclusioni

Nell’anno 2013, in occasione del trentennale dell’omicidio di Bruno Caccia, è stato presentato un documentario che è probabilmente il più completo lavoro giornalistico che sia stato mai realizzato sulla figura del Procuratore Capo di Torino. Si tratta del documentario ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere‘ i cui autori sono Elena Ciccarello e Davide Pecorelli con montaggio a cura diChristian Nasi (produzione di Libera Piemonte e Acmos). Nel documentario è presentata un’attenta ricostruzione della vicenda processuale relativa all’omicidio Caccia e sono messe chiaramente in evidenza le domande rimaste aperte dopo il pronunciamento della sentenza di Cassazione del 1992. E’ presente anche un’intervista a Mario Vaudano (foto sulla destra), già Giudice Istruttore a Torino negli anni settanta, il quale afferma: ‘Secondo me non hanno ucciso Bruno Caccia per il passato, l’hanno ucciso per il futuro’. Il documentario è stato presentato a Torino il 26 giugno 2013 all’interno del programma organizzato per ricordare la vita ed il lavoro del Procuratore Caccia.
E’ in occasione del trentennale del delitto Caccia che gli organi stampa iniziano a parlare degli elementi raccolti ed approfonditi dall’avv. Fabio Repici.13,14

Un mese prima del programma, il 6 giugno 2013, i figli Cristina, Paola e Guido Caccia hanno indirizzato una seconda lettera aperta alla città di Torino in cui hanno espresso la speranza che la città potesse diventare, a distanza di trent’anni dal delitto, un ‘laboratorio di Verità’ in cui grado di generare ‘voglia di reagire e magari qualche resipicenza’ sui fatti accaduti:

Si sta avvicinando la ricorrenza del trentennale della morte di nostro padre Bruno Caccia, e in quell’occasione la commemorazione sarà tenuta per la prima volta in veste ufficiale a cura della Città di Torino nella Sala Rossa del Municipio, alla presenza di autorità civili, giudiziarie, militari, religiose.
Questa iniziativa della città onora la memoria di nostro padre e ci fa profondamente piacere.
A distanza di trent’anni, ci sembra che sia necessario che qualcuno si assuma il compito di fare una commemorazione di Bruno Caccia del tipo di quella che ha fatto Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, per ricordare Giovanni Falcone il 23 maggio scorso: un’analisi storica, non solo un elogio della persona.
Gli elogi fanno piacere a chi ha avuto Bruno Caccia come familiare o amico; l’analisi storica è piuttosto un dovere: il dovere di far conoscere il suo operato inquadrato nel contesto di quegli anni, al fine di fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere i veri motivi che hanno portato alla sua uccisione.

Perché ciò che durante questi 30 anni sta diventando sempre più chiaro è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale  (unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò che è successo.
E’ giusto che Bruno Caccia venga ricordato non solo per le sue doti personali, ma per quello che ha fatto, per il percorso professionale che ha intrapreso usando non solo il proprio talento, la dirittura morale e la professionalità che gli erano propri; ma ad essi accompagnando e rinnovando giorno per giorno, la coerenza, la tenacia e il coraggio necessari per inseguire la verità, fino al sacrificio della propria vita.
Non saremo gli unici ad essere riconoscenti a chi saprà ricordare questo percorso, spiegando che cosa ha comportato la sua brutale interruzione e come è stata proseguita l’azione penale nelle varie indagini da lui avviate.
Una commemorazione “utile”, insomma, che non faccia leva solo sul sentimento, ma che stimoli la ragione e la riflessione; che generi piuttosto voglia di reagire e magari qualche resipiscenza.
Crediamo infatti che siano in molti a potere ancora dare un apporto utile alla conoscenza dei fatti, e ci auguriamo che qualcuno fra loro si farà avanti e racconterà ciò che sa: sarebbe un tributo anche alla memoria di nostra madre che, nei 25 anni che è sopravvissuta a suo marito, tanto si è tormentata per le questioni non risolte dalle sentenze dei processi di Milano, e per gli interrogativi che ne emergono.
Potrebbe essere un esempio di coraggio, un esempio capace di interrompere un ciclo della nostra storia italiana, martoriata da anni di menzogne, occultamenti e depistaggi che continuano a tradire la Verità e a inquinare le nostre istituzioni.
Da Torino, da questa città generosa, sono partite tante iniziative coraggiose, sono nati e sono stati esportati nel resto d’Italia tante idee e tanti fenomeni virtuosi; si è detto che Torino è la “città-laboratorio”: sarebbe bello che, ricordando il sacrificio di nostro padre, diventasse da quest’anno, seguendo la scia di altre realtà italiane, anche un laboratorio di Verità.

Guido, Paola e Cristina Caccia (Torino, 6 giugno 2013)

Il 10 luglio 2013 l’avv. Repici, quale difensore di Guido Caccia, Paola Caccia e Cristina Caccia, ha presentato una denuncia al Tribunale di Milano in cui ha chiesto la ripertura delle indagini sull’omicidio del dottor Caccia sulla base delle dichiarazioni del dottor Canali e di tutta una serie di spunti individuati nel fascicolo sull’omicidio del magistrato torinese. L’avv. Repici ha messo in evidenza come la pista del riciclaggio dei soldi delle organizzazioni mafiose nei primi anni ottanta, presso il Casinò di Saint-Vincent, sia quella su cui è indispensabile sviluppare nuove indagini per identificare eventuali ulteriori mandanti (oltre a Domenico Belfiore) e gli autori del delitto Caccia rimasti ancora nell’ombra.
Iscritta la denuncia sull’omicidio Caccia come atto non costituente notizia di reato, il P.M. assegnatario del procedimento, dopo aver valutato i risultati di alcune deleghe di polizia giudiziaria che erano state espletate, ha emesso il 25 novembre 2013 un “provvedimento di archiviazione interna” ritenendo infondata la ricostruzione dei fatti e delle causali dell’omicidio Caccia così come prospettata dall’avv. Repici. Quest’ultimo ed i familiari del dottor Caccia hanno proceduto, nel frattempo, ad acquisire ed approfodire altri fascicoli processuali collegati a quello sull’omicidio del Procuratore di Torino, come il fascicolo del procedimento penale torinese sul casinò di Saint-Vincent (‘blitz di San Martino’) ed il fascicolo sul sequestro di Giuseppe Agrati (28 gennaio 1975). Dall’analisi comparata degli atti giudiziari sono emersi ulteriori elementi a sostegno della pista investigativa illustrata nella denuncia presentata nel luglio 2013. L’avv. Repici, il 23 luglio 2014, ha presentato al Tribunale di Milano una nuova denuncia con cui ha ribadito la richiesta di riaprire le indagini sull’omicidio Caccia ed ha sollecitato l’A.G. di Milano a svolgere tutta una serie di atti d’indagine ed accertamenti a carico di Rosario Pio Cattafi e di Demetrio Latella. In occasione della seconda denuncia, l’avv. Repici, concordando tale scelta con i figli del dottor Caccia, ha comunicato alla Procura della Repubblica di Milano la nomina del dottor Mario Vaudano in qualità di consulente tecnico.
Il 29 settembre 2014 alcuni organi di stampa hanno rilanciato la notizia della riapertura dell’inchiesta sul delitto Caccia, ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali.15,16 ‘Che cosa ci aspettiamo? La verità. Dopo tanti anni è l’unica cosa che ci interessa’, ha detto Paola Caccia.

David Gentili, Presidente della Commissione Antimafia di Milano, ha organizzato il 3 ottobre 2014, presso la sala Alessi del Comune, l’incontro intitolato ‘Bruno Caccia, il diritto alla verità’. All’evento hanno partecipato Paola e Cristina Caccia, Fabio Repici, Fosca Nomis (Presidente della Commissione Antimafia a Torino) e Nando dalla Chiesa (Presidente onorario di Libera). L’incontro è stato l’occasione in cui i figli del giudice e l’avv. Repici hanno fatto il punto sugli elementi emersi dalle loro ricerche ed hanno chiesto con forza che le indagini sull’omicidio del dottor Caccia siano riaperte (per una completa rassegna stampa sull’incontro vedi rif. 17):

video-bruno-caccia-3-ottobre-2014

Il 17 giugno 2015 l’avv. Repici ha inoltrato una nuova memoria difensiva, nell’interesse dei figli del procuratore Caccia, al dottor Marcello Tantangelo, sostituto procuratore della Repubblica di Milano, e al Procuratore generale della Repubblica di Milano. Nella memoria si afferma che il dottor Caccia è stato vittima di un’unica “rete criminale che aveva pressoché fagocitato la gestione dei Casinò del nord Italia e della Costa Azzurra, sotto il controllo di esponenti delle mafie catanesi, palermitane, calabresi, corse e marsigliesi”.18 L’avv. Repici ha chiesto all’A.G. milanese di sentire nuovi testimoni sul delitto, a partire da Domenico Belfiore, cui è stata concessa nel mese di giugno 2015 la detenzione domiciliare in via provvisoria per gravissime condizioni di salute.19 Belfiore, oltre ad essere l’unico condannato per il delitto Caccia, è una delle persone che, qualora decidesse di riferire all’A.G. quanto a sua conoscenza, potrebbe consentire alla magistratura di fare un significativo passo in avanti nell’accertamento delle responsabilità di chi decise e realizzò l’omicidio dell’allora Procuratore capo di Torino.

Il 26 giugno 2015 la Commissione speciale Antimafia del comune di Torino, presieduta da Fosca Nomis, in seduta congiunta con i Capigruppo del Consiglio Comunale, ha audito la figlia del magistrato, Paola Caccia, e l’avvocato dei familiari Fabio Repici, che hanno chiesto di riaprire il caso. “Ancora oggi – ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici – non conosciamo tutti gli esecutori materiali e gli altri mandanti, oltre a Domenico Belfiore, del delitto Caccia. Questo perché nessuno indagò sui casi ai quali stavo lavorando il procuratore: temi delicati, che riguardavano anche il Casinò di Saint Vincent e l’ipotesi di riciclaggio di denaro proveniente da sequestri di persona compiuti dalla criminalità organizzata, sia siciliana che calabrese. Inoltre, ancora oggi il delitto Caccia non è mai stato collegato al tentato omicidio del procuratore di Aosta Giovanni Selis, ferito da un’autobomba il 13 dicembre 1982, sei mesi prima dell’assassinio di Caccia, mentre indagava proprio sul Casinò di Saint Vincent”. “Da anni la Commissione Antimafia della Città di Torino – ha dichiarato Fosca Nomis – segue il caso Caccia. Ora finalmente forse stiamo per arrivare alla piena verità. Per fare giustizia nei confronti dei familiari del procuratore e di una città che da sempre ha legalità e giustizia tra i propri valori fondanti. Nessuna città è immune dalla contaminazione delle mafie, ma il costante impegno di Istituzioni, associazioni e cittadini può servire a creare validi anticorpi. Lo dobbiamo anche a Bruno Caccia e ai tanti magistrati coraggiosi e integerrimi che, come lui, non sono mai scesi a compromessi, anche a costo della propria vita”.20

La richiesta dei figli di Bruno Caccia è che la Procura di Milano, ammesso che non abbia già proceduto in questa direzione, riapra le indagini sull’omicidio del padre. E’ fondamentale che i magistrati titolari del caso assumano a sommarie informazioni gli ufficiali di P.G. che effettuarono, il 18 maggio 1984, la perquisione presso il domicilio milanese di Rosario Pio Cattafi, al fine di verbalizzare quanto essi ricordano riguardo a quell’atto di indagine. Altrettanto inderogabile è l’assunzione a verbale delle dichiarazioni del dottor Olindo Canali in merito a quanto da lui conosciuto sulle indagini condotte dall’allora P.M. Francesco Di Maggio (deceduto nel 1996) per individuare gli autori dell’omicidio Caccia.
Numerosi sono inoltre gli spunti di indagine, portati alla luce dall’avv. Repici e dai familiari del giudice Caccia, che potrebbero condurre ad individuare significativi elementi di conoscenza su chi, oltre a Domenico Belfiore, decise la morte del Procuratore di Torino. La pista investigativa che individua la causale del delitto Caccia nelle indagini coordinate dal magistrato sul riciclaggio di denaro sporco presso il casinò di Saint-Vincent non contraddice per nulla quanto già accertato dalla sentenza passato in giudicato a carico di Belfiore: ne completerebbe il quadro dando lo spunto per accertare eventuali eventuali responsabilità penali.

Tocca ora alla magistratura milanese il compito di dare una risposta alla domanda di verità dei figli di Bruno Caccia. Si tratta di svolgere accertamenti investigativi finalizzati a questo obiettivo: verificare se gli spunti indiziari forniti dalla pista già affiorata dalle prime indagini sull’omicidio e rinnovati all’attenzione degli inquirenti dai familiari del dottor Caccia possano svilupparsi in elementi di prova oppure no. I magistrati, gli investigatori ed i giornalisti che seguirono l’evolversi delle indagini sul delitto Caccia, le inchieste sui casinò del nord Italia e sui sequestri di persona negli anni settanta-ottanta, possono dare informazioni indispensabili per ricostruire i vuoti presenti nella verità giudiziaria accertata fino ad oggi: ciò non significa essere a conoscenza di chissà quali segreti, ma semplicemente essere portatori di un vissuto che può aiutare a definire il contesto in cui maturò l’omicidio del dottor Caccia. Questo è un appello rivolto a chiunque possa dare un contributo in questa direzione: chi ricorda elementi che possano utili per le indagini, li trasmetta ai familiari di Bruno Caccia e agli inquirenti.

‘Bruno Caccia è stato ucciso per il futuro’,
ha detto Mario Vaudano. Il debito nei confronti del giudice Bruno Caccia sarà chiuso solo quando ognuno di noi avrà fatto, nell’ambito del proprio ruolo, tutto quanto possibile per dare una risposta di verità ai familiari del Magistrato e alla collettività.

Marco Bertelli

Tratto da: 19luglio1992.com

NOTE

1), 3), 6), 8) Sentenza emessa dalla Seconda Corte di Assise d’Appello di Milano, Proc. Pen. n. 47/91 Registro Generale, Presidente dott. Giacomo Martino (28 febbraio 1992)
2), 4), 5), 7), 11), 12) Sentenza emessa dalla Prima Corte di Assise di Milano, Presidente Camillo Passerini, Proc. Pen. N. 48/88 Registro Generale (16 giugno 1989)
9) ‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere’, documentario di Elena Ciccarello e Davide Pecorelli, con montaggio a cura di Christian Nasi (2013, produzione di Libera Piemonte e Acmos)
10) Approfondimento sulla biografia di Rosario Cattafi: ‘La peggio gioventù – vita nera di Rosario Pio Cattafi’, Fabio Repici, 12 novembre 2012, www.19luglio1992.com e Lumia: ‘Nessuno si faccia ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi, Marco Bertelli, 16 febbraio 2013, www.19luglio1992.com
13) ‘ ‘Ndrangheta, trent’anni fa a Torino l’omicidio Caccia. Ora spuntano i servizi’, Elena Ciccarello (24 giugno 2013, Il Fatto Quotidiano)
14) ‘Delitto Caccia, spunta una telefonata La famiglia: “Riaprite il processo”’, Niccolò Zancan (20 giugno 2013, La Stampa)
15) ‘Omicidio Caccia: ora spuntano nuovi indizi, indagini riaperte’, Meo Ponte (28 settembre 2014, La Repubblica)
16) ‘La figlia di Caccia e l’inchiesta riaperta. ‘Dopo tanti anni aspettiamo solo la verità’ ‘, Meo Ponte (29 settembre 2014, La Repubblica)
17) ‘Bruno Caccia, la famiglia torna a chiedere la riapertura delle indagini’, AA.VV. (19luglio1992.com)
18) ‘Bruno Caccia, “rete criminale dei casinò dietro l’omicidio del procuratore”’, Elena Ciccarello (27 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
19) ‘Bruno Caccia: scarcerato mandante omicidio del giudice : ‘Motivi di salute’ ‘, Andrea Gianbartolomei (11 giugno 2015, ilfattoquotidiano.it)
20) 26 giugno 2015 – Caccia, un anniversario alla ricerca di giustizia (Massimiliano Quirico, CittàAgorà, 26 giugno 2015)

LISTA ABBREVIAZIONI

P.M.: Pubblico Ministero
G.I.: Giudice Istruttore
R.G.G.I.: Registro Generale Giudice Istruttore
Trascr. dib.: trascrizione dibattimentale
c.p.p.: codice procedura penale

“Vittorio Mangano portava fiumi di miliardi a Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi”

berlusconi-mangano-dellutri“Vittorio Mangano negli anni Settanta portava fiumi di miliardi da Palermo a Milano. Erano soldi del traffico di droga di cosa nostra che Mangano consegnava a Marcello Dell’Utri, poi Dell’Utri li consegnava a Berlusconi che li investiva nelle sue società, mi pare anche per Milano due”. Lo ha detto il pentito di mafia Gaetano Grado parlando, in videoconferenza, al processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in corso all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. “La mafia ha bisogno di investire – continua Grado – Siccome i soldi della droga erano talmente tanti che non si sapeva più quanti fossero, Mangano esportava fiumi di denaro su a Milano”.

Il pentito aggiunge: “Li dava a Dell’Utri che li investiva nelle società di Berlusconi. Questa cosa me la disse Vittorio Mangano. Non si parla solo di alcuni miliardi ma di svariati miliardi. Mangano mi diceva che andava in macchina, ma io non chiedevo che macchina era, perché in Cosa nostra meno domande si fanno e meglio è”.

Grado spiega anche di quando conobbe Mangano, morto qualche anno fa. “L’ho allevato io Vittorio Mangano – dice – L’ho conosciuto intorno al ’69, era un poveraccio, un nullatenente, sposato con due figlie. Me lo sono messo vicino, l’ho aiutato, di tanto in tanto mi facevo accompagnare in macchina a Milano a trovare mio fratello. Quando tornavamo gli davo 1,5 milioni di lire. Si era attaccato molto a me. Lui commerciava in bestiame. Fu Girolamo Guddo a presentarmelo, insieme con Giovanni Lo Cascio. Mangano non era uomo d’onore all’epoca, lo è diventato dopo avere conosciuto me. Era una persona scaltra, aveva capito che ero un uomo d’onore. Quando andavo in giro, molta gente mi vedeva e mi faceva festa. Si era avvicinato nella speranza che venisse messo in famiglia. Poi diventò compare di mio fratello Antonino”.

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Qui dove scompaiono i bambini

pedofilia-2-4Sono 15.117 i minori di cui si sono perse le tracce in Italia dal 1974 al 2014. Scomparsi, spariti nel nulla, un piccolo esercito di bambini che in quarant’anni è scivolato via dagli adulti che dovevano vigilare su di loro e sono sprofondati in un cono d’ombra. Le cifre arrivano dal Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse del Ministero dell’Interno, Vittorio Piscitelli, in occasione della Giornata Internazionale dei bambini scomparsi, che ricorre nell’anniversario della scomparsa del piccolo Etan Patz, rapito a New York il 25 maggio 1979.

Il 51,7 per cento delle persone di cui è stata registrata la sparizione ha meno di 18 anni. Di questi, ben 13.489 sono bambini stranieri. “I minori stranieri non accompagnati sono il problema dei problemi. Si tende a non considerarli come persone scomparse, perché una volta giunti nel nostro Paese non vogliono farsi identificare per non rischiare di dover rimanere in Italia. Ma i loro diritti vanno tutelati e non ci si può lavare le mani”, dice Piscitelli. Povertà e guerra le cause più frequenti. Ricorda il commissario che il “64-65% dei casi il ritrovamento avviene nelle prime ore dopo la scomparsa, soprattutto nel caso dei minori, i quali non hanno risorse e che quindi sono spinti a chiedere aiuto”. Piscitelli annuncia anche l’intenzione di proporre al Governo di sfruttare le potenzialità di Facebook per dare notizia di minori scomparsi e facilitare le ricerche. Per arginare il fenomeno, servono ricerche più tempestive. “Una ricerca fatta nell’immediato ha una percentuale di successo di almeno l’85%, una ricerca ritardata di qualche ora potrebbe non avere mai percentuale di successo”, dice Mariacarla Bocchino, dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Anche la Caritas fa il suo: nell’ultimo anno sono stati accolti oltre 400 minori non accompagnati. “Dal 2011 sono aumentati in maniera esponenziale il numero dei minori non accompagnati accolti – spiega a margine Maria Francesca Posa, responsabile dell’area minori della Caritas di Roma – Nell’ultimo anno abbiamo accolto oltre 400 ragazzi, sfuggiti dai paesi devastati dalla guerre o dalla crisi economica. Arrivano qui in Italia con una speranza di futuro: si tratta maggiormente di ragazzi maschi con un età media di 16 anni e con un livello di scolarità di 9”.

Intanto però, il numero telefonico europeo per i bambini scomparsi (116.000) rischia di chiudere a causa dei tagli della Commissione Europea, mentre in Europa sono 270mila i bambini scomparsi ogni anno, uno ogni due minuti (8 milioni nel resto del mondo). In Italia dal maggio 2009 ad aprile 2015 il numero 116.000 ha gestito 610 casi di bambini spariti. Nel 38% dei casi si trattava di fughe da casa, nel 31% di fughe da istituti, nel 10% di sottrazioni internazionali, nel 6% di minori stranieri non accompagnati, come ricordato dal presidente di Telefono Azzurro, Ernesto Caffo. L’associazione italiana, in collaborazione con la federazione Missing Children Europe, ha lanciato la campagna “#Salvail116.000, salva un bambino”.

Il Cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo ha denunciato i molti modi attraverso i quali “con la globalizzazione dell’indifferenza, mossa dal solo profitto” i bambini vengono “vittimizzati”: “vendita di organi, avviamento alla prostituzione e alla pornografia, narcotraffico, elemosina forzata, adozioni transfrontaliere irregolari, matrimoni forzati, reclutamento di bambini soldato, schiavitù da parte di gruppi terroristici e lavoro forzato”. Per far fronte a questo dramma, ha detto, serve “una buona politica economica e ambientale e un’istruzione di qualità e universale”

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EXPO: il patetico mistero dei biglietti venduti (e del cibo sprecato)

L’ottimo Da Rold per Linkiesta:

02_breve_padiglione_italia_500x320C’è un grande mistero che continua a circolare tra i padiglioni di Expo 2015: quanti visitatori e quanti biglietti sono stati venduti fino ad ora? E soprattutto: quali saranno le ricadute economiche, dal momento che per arrivare al pareggio di bilancio dovranno essere staccati almeno 24 milioni di tagliandi, come ha spiegato l’amministratore delegato Giuseppe Sala? Sono domande alle quali gli organizzatori continuano a non voler dare risposta e su cui si avrà (forse) chiarezza alla fine di ottobre, quando calerà il sipario sull’evento. A due settimane dall’inaugurazione, Sala ha voluto ribadirlo durante una conferenza stampa, la prima, per fare il primo punto sulla manifestazione universale. Il leit motiv è sempre lo stesso: «Non vogliamo creare polemiche sul nulla». Accanto a lui, a sostenerlo, c’è pure il governo, con il ministro Maurizio Martina e, insieme, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia («Abbiamo vinto la prima tappa. Gli scettici sono molto diminuiti, gli entusiasti sono aumentati») e la regione Lombardia con il presidente Roberto Maroni.

Non solo. Altro mistero è legato alla questione del cibo sprecato dai padiglioni. Il tema è centrale perché riguarda da vicino proprio il principio sotto cui è la manifestazione universale, «nutrire il pianeta». E, come si può vedere al Padiglione Zero, «evitare sprechi». Sala anche qui si è riservato di dare dati precisi più avanti, limitandosi a rispondere che del cibo scartato si occupano Caritas e Banco Alimentare. Il caso è stato sollevato da Fanpage.

Dopo gli annunci degli scorsi mesi («Venduti già dieci milioni di biglietti»), Sala ha parlato nel dettaglio di quanti ne siano stati staccati effettivamente finora: «Abbiamo già incassato 5 milioni di biglietti, ma ce ne sono altri 6 coperti da fideiussioni, già prenotati e certi. In totale 11,3 milioni di biglietti venduti, su cui garantisco». Per andare più nello specifico i distributori minori hanno venduto 1 milione e 800 mila biglietti, 700 mila con la distribuzione diretta, 350 mila con le scuole. «Poi ci sono i Paesi partecipanti», ha detto Sala. Quindi ci sono i tre tour operator italiani: Best Tour con 2 milioni di biglietti, Duomo Viaggi con 1 milione e 800 mila biglietti, e Uvet con 800 mila. «Il restante dei biglietti è stato venduto dai nostri partner – ha spiegato Sala -. Coop ha venduto quasi 650 mila biglietti, Banca Intesa 475 mila, Telecom 250 mila e i partner di Padiglione Italia 500 mila». «Stiamo crescendo a ritmo costante, la situazione continua a essere positiva e non posso che confermare la previsione di 20 milioni di visitatori e 24 milioni di biglietti venduti» ha concluso.

Il balletto, però, continua ormai da mesi. Le dichiarazioni di Sala sono cambiate a seconda dei periodi: si è passati da 5 fino a 3 poi a 7 fino agli 11 milioni del 2 maggio. Linkiesta ne ha già scritto in passato, spiegando la differenza tra quelli effettivamente venduti e quelli coperti da fideiussione. Il punto vero, a quanto pare, è come calcolare anche i tipi di biglietti. Molti sono scontati, altri ancora sono stati offerti alle scolaresche a prezzi più bassi: gli studenti delle scuole pubbliche pagano 10 euro ad alunno. Decifrare quindi quale sarà l’incasso totale al momento non deve essere facile. Forse il numero di visitatori attuale potrebbe aiutare. Anche perché, come hanno sottolineato diversi quotidiani, tra cui il Fatto Quotidiano, i tornelli all’entrata sono di alta tecnologia, costruiti apposta per fornire e monitorare in tempo reale quanta gente entra e esce. Ma, anche qui, Expo 2015 non si scompone.

A creare ancora più confusione è l’afflusso serale, al prezzo scontato di 5 euro. Fino ad ora, ha spiegato Sala, rispondendo a una domanda in conferenza stampa, «si sono contati 100.000 visitatori dopo le 19». Ora l’obiettivo è prolungare l’apertura. Ma qui ne è nata una piccola polemica tra le istituzioni per il sovraccarico del lavoro del trasporto pubblico. In realtà, sotto si cela un’altra diatriba, legata al fatto che l’indotto su Milano è – a quanto pare – sotto le attese. A conferma, secondo gli stessi organizzatori, che Expo 2015 non è come il Salone del Mobile. Bisognerà aspettare novembre per capire se Expo è stato un successo? Probabilmente sì, nella speranza che tra sei mesi i dati e i bilanci siano finalmente certi.

(PS Siamo in dirittura d’arrivo del nostro crowdfunding per il mio prossimo spettacolo e libro. Se volete darci una mano potete farlo qui. E passatene parola. Se potete e se volete. Grazie.)

A 13 giorni da Expo. Nonostante l’ottimismo a cannonate.

Di Gianni Barbacetto e Marco Maroni

Meno 13. Mancano solo 13 giorni e poi i cancelli si apriranno per la manifestazione più celebrata, attesa, contrastata e discussa degli ultimi anni in Italia. “Expo 2015sarà certamente inaugurata il primo maggio”, assicura Piero Galli, il direttore generale della divisione sales and entertainment. “Il tema del rinvio dell’inaugurazione non si pone proprio. Abbiamo già mandato gli inviti ai capi di Stato e alle istituzioni”. Già doverlo ribadire segnala però che “il tema del rinvio” è tutt’altro che campato per aria, visti i ritardi accumulati e le opere ancora non terminate. Certo, i cancelli dovranno essere aperti la mattina del 1 maggio. Expo, Milano e l’Italia non possono permettersi una figuraccia planetaria. Ma intanto il capo di Stato del Paese ospitante non ci sarà: Sergio Mattarella verrà a Milano il 25 aprile, per celebrare la Resistenza, e si terrà invece fuori dalle incertezze dell’esposizione universale. L’apertura, infatti, si farà, ma con tre incognite: le incompiute, la sicurezza, il dopo Expo.

Il cantiere eterno: perfino i giornali cinesi parlano di ritardi. Non tutto sarà finito
Tutto pronto, dice il commissario Expo Giuseppe Sala. Ma l’expottimismo strategico dei vertici cozza perfino con i dati pubblicati sul sito ufficiale Openexpo. L’ultimo aggiornamento, del 10 aprile, dice che è finito solo il 25 per cento dei lavori di responsabilità di Expo (dunque tutto meno i padiglioni stranieri). Su 20 aree, sono ultimate solo quattro. E alcune aree, tra cui proprio Palazzo Italia e gli edifici del Cardo, sede delle eccellenze made in Italy, hanno ritardi ormai irrecuperabili per il 1 maggio. Saranno aperti, ma solo parzialmente.
Un brutto colpo lo hanno avuto anche gli industriali dell’associazione “Sistema Brescia per Expo”. Hanno “salvato” loro l’Albero della vita, il simbolo dell’esposizione che stava per essere archiviato per i costi troppo alti, per l’opaca gestione degli appalti e per l’arresto del responsabile dei lavori Antonio Acerbo. Il loro consorzio “Orgoglio Brescia” ha realizzato l’opera in poco più di tre mesi e mettendoci 3 milioni di euro, meno della metà del costo previsto. Però ora Expo ha comunicato che il 7 maggio non potranno celebrare la prima delle sei giornate dedicate a Brescia: perché gli spazi di Palazzo Italia non saranno pronti. Se ne riparla il 4 giugno. “Non c’è alcuna intenzione di rivalsa economica per il danno”, ha reagito il direttore di “Sistema Brescia”, Piero Costa, “a meno di ulteriori rinvii”. Che le cose nel cantiere non siano messe bene, del resto, lo hanno capito anche i cinesi (1 milione i visitatori attesi dalla Cina, anche se i visti richiesti tra gennaio e marzo erano solo 13 mila in più dell’anno scorso). Sentite che cosa scriveva quattro giorni fa il China Daily, quotidiano cinese in lingua inglese: “A meno di tre settimane dall’apertura dell’Expo Milano, il 1 maggio, il sito dell’evento è ancora una massa di camion che solleva polvere e di lavoratori con l’elmetto in corsa per finire le costruzioni tra ritardi, corruzioni e costi fuori controllo”.
Sicurezza: 1.200 militari, agenti e carabinieri Ma non c’è tempo per fare i test
Forse non si arriverà ai 29 milioni di ingressi promessi, ma comunque le persone che nei prossimi sei mesi entreranno nel sito Expo, tra visitatori e personale, saranno milioni. Questo pone due problemi nel campo della sicurezza. Il primo è connesso ai controlli e alla vigilanza. Dopo i morti al Palazzo di giustizia di Milano, ha fatto impressione sapere che l’azienda chi vigila sugli ingressi degli uffici giudiziari, laAllSystem, è la stessa che controlla gli accessi a Expo. Chi ha sparato a Milano era però entrato dall’unico accesso non controllato dalla AllSystem (che peraltro ha ottenuto un incarico che vale più di 2,3 milioni di euro con il metodo della “procedura ristretta semplificata”, che permetterebbe invece affidamenti per cifre non superiori al milione e mezzo: ma questa è un’altra storia). Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha comunque promesso che servizi segreti, polizia e carabinieri veglieranno su Expo, anzi hanno già cominciato a farlo, affiancati anche da 1.200 militari impegnati a Milano nell’operazione “Strade sicure”. E l’altroieri il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, presieduto dal prefetto Francesco Paolo Tronca, ha “disposto un’intensificazione massima degli interventi di prevenzione generale e di controllo del territorio”. Il secondo problema che attiene alla sicurezza di visitatori e lavoratori di Expo si chiama collaudi. L’esposizione è una grande macchina fatta di edifici stabili, edifici temporanei, strade, passerelle, tendoni, ristoranti, chioschi… Come ogni opera, pubblica e privata, dopo la fine dei lavori e prima di essere utilizzata deve essere collaudata. Con collaudi statici per gli edifici e per gli impianti, piuttosto complessi poiché ogni padiglione avrà elettricità, acqua calda e fredda, gas, scarichi, cucine. E perché ci sarà un grande afflusso di pubblico. Per i collaudi sarebbero necessario almeno un paio di mesi. Non ci sono. Anche perché molte opere non sono ancora finite. La soluzione trovata: l’autocertificazione, ogni oste dirà che il suo vino è buono. E poi incrociamo le dita, e niente gufi: speriamo che tutto funzioni e che Mercurio , il dio dai piedi alati del commercio e delle esposizioni, protegga Expo da incidenti e incendi.
Il dopo: nessuno, per ora, s’è fatto avanti per sviluppare l’area (deve sborsare 314 milioni)
È l’incognita più aperta: che cosa succederà dell’Expo dopo Expo? Chi vigilerà, nei mesi successivi all’esposizione, perché l’area non si trasformi in una landa desolata tipo “Fuga da New York”, occupata da senzatetto e disperati? Tra 13 giorni l’esposizione aprirà, ma ancora non si sa che cosa succederà dopo che i padiglioni saranno smontati. Con un problemino: non si è fatto avanti nessuno disposto a pagare i 314 milioni di euro necessari per assicurarsi la possibilità di “sviluppare” l’area (cioè costruirci su). La gara, nel novembre 2014, è andata deserta. Così non si sa chi pagherà a Comune di Milano e Regione Lombardia i 160 milioni (più oneri e interessi) messi sul piatto per comprare un’area privata: è il peccato originale di Expo, il primo realizzato su terreni non pubblici. Le banche che hanno prestato i soldi – Intesa, Popolare di Sondrio, Veneto Banca, Credito Bergamasco, Bpm eImi   – avrebbero voluto già cominciare a incassare le restituzioni del debito. Invece rischiano di restare con l’area sul groppone, a meno di provocare il fallimento di Comune e Regione. Il rettore della Statale di Milano, Gianluca Vago, vorrebbe farci la nuova Città Studi per le facoltà scientifiche: costo previsto 400 milioni. Gianfelice Rocca di Assolombarda ipotizza una Silicon Valley padana. Ma bisogna trovare i soldi: per le aree e per costruirci su. Dei 160 milioni per le aree, 45 dovrebbero andare nelle casse del “centauro”: la Fondazione Fiera che è, nello stesso tempo, venditrice (in quanto proprietaria iniziale di due terzi del terreno) e compratrice (in quanto socia di Expo spa). “Mi interessa che il governo entri e metta soldi”, dice chiaro il presidente della Regione Roberto Maroni. Il vicesindaco Ada Lucia De Cesarischiede “una forte regia pubblica”. Il ministro delegato a Expo, Maurizio Martina, e quello alle Infrastrutture, Graziano Delrio, stanno studiando il dossier e venerdì 24 aprile avranno un incontro per affrontare la questione. La speranza è che arrivi, con i suoi soldini, la Cassa depositi e prestiti, come la fata buona capace di dissolvere il cattivo sortilegio e garantire il lieto fine. Ma sarà dura anche per la magica creatura presieduta da Franco Bassanini.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 aprile 2015

 

Non vanno d’accordo antimafia e imprese

Un gran pezzo di Riccardo Orioles:

220px-Riccardo_Orioles“Fior di viola, splendente,
vivi nei canti, Atene,
tu che hai difeso l’Ellade, tu ardita,
tu città degli dei…”

Ma insomma, come faccio a distin­guere l’antimafia fasulla da quella di cui fidarsi? Facilissimo: quella povera è quella vera. L’antimafia, difatti, è gra­tis. Perciò non puoi farci soldi o carrie­ra. Puoi rischiare la pelle, questo sì, puoi farti emarginare dap­pertutto, puoi – ovviamente – restare senza lavo­ro, puoi anche fare la fame se occorre. Tutte queste belle cose puoi fare, e altre ancora. Ma soldi e carriera no.

Ci spiace, ma non l’abbiamo messa noi questa regola. A noi piacerebbe di più ricevere – in un paese civile – soldi, onori, car­riere felici e tranquille, e magari qualche buona parola.

Ci piace­rebbe anche di più poter pro­mettere tutte queste belle cose ai ra­gazzi che, un anno dopo l’altro, arrivano freschi e decisi: “Vo­glio dare una mano all’anti­mafia”. Ma, in un paese civile.

In questo, la prima cosa che insegnamo è: “Ragazzi, l’antimafia si paga”. Eppure, non restia­mo mai soli.

Al servizio dei grandi imprenditori

La mafia, in Sicilia, nasce storica­mente al servizio dei grandi imprendi­tori del comparto agricolo e successiva­mente in­dustriale. Già nel 1920, a Paler­mo, giu­stiziò per loro conto il sindacalista Fiom Giovan­ni Or­cel; negli anni ’40-’60, per conto dei lati­fondisti, venne assassina­to un centi­naio di dirigenti contadini.

“Impren­ditore”, in Sicilia, non è una gran bella pa­rola, e co­munque con l’anti­mafia ha sem­pre avuto poco a che fare. Così, de­sta poca sorpresa la “scoperta” che le pro­clamazioni di questo o quell’ esponente dell’imprenditoria “anti­mafia” andavano in realtà prese cum gra­no salis.

In realtà, la vera sorpresa è data dalla facilità con cui tutta una serie di perso­naggi del genere ha potuto essere presa sul serio dall’antimafia“perbene”, quella almeno di provenienza non popolare.

I motivi son tanti. Primo, l’approssima­zione politica di gran parte della nuo­va anti­mafia, dove la ripetizione di buoni princi­pi sostituisce spesso la lucidità delle analisi e la radicalità delle azioni. Secon­do, è molto più facile pren­dere a interlo­cutori (finché non sma­scherati) i vari Montante e Haeg che non gli Umber­to Santino, i Pino Maniaci o i Siciliani. I primi han­no denari da mettere nei vari “rinnovamen­ti”, e i se­condi no; i primi non minacciano in alcun modo l’assetto sociale “perbene”, e i se­condi sì. Ma così va il mondo; e noi per­doniamo volentieri agli amici perbene quella che non è certo ma­lafede ma solo disattenzio­ne e pigrizia.

Noi, all’antimafia dei simboli, preferia­mo quella palpabile e concreta. Che fare dei beni confiscati? Affidarli ai Montante o magari (come gl’immigrati) ai Castiglione? Questo, or­mai è pacifico, non si può fare più. Metterli all’asta, come dice il capo della com­missione “anti­mafia” siciliana, Musume­ci? Allora tanto varrebbe ridarli diretta­mente ai mafiosi.

Invece bisogna farne beni sociali, distri­buirli con equità, farne economia sana. Que­sto è ciò che so­stiene Libera da metà anni ’90, e noi da dieci anni prima. E fra il buon ele­fante e le formichine, sarà ben difficile per le be­stie feroci – gattopardi e iene – ri­mettere le zampe sulla preda.

Que­sta è la nostra antimafia. Antimafia utile a tutti, anti­mafia vera. Certo: alla tv e sui giornali non la troverete, trove­rete quella urla­ta. I vari Buttafuoco e Mer­lo (sempre amici dei Berlusconi e dei Cian­cio, e ora improvvisamente grandi antima­fiosi) hanno molta più udienza, las­sù, dei no­stri poveri Giacalone, Ester Ca­stano e Ca­pezzuto. Ma ha davvero impor­tanza? I punti si contano alla fine, diceva­no i mae­stri di tres­sette, e a Sedriano e a Trapani la borghe­sia mafiosa, grazie ai nostri croni­sti, i suoi bravi colpi li ha pur presi.

La vera antimafia è “politica”

Quest’antimafia è politica: in un sistema dove i poteri mafiosi sono tanto inseriti nell’economia, è ovvio che la vera lotta alla mafia sia condizione primissima per cambiare qualcosa. Avete già sentito ‘sta tiritera, se siete vecchi lettori dei Siciliani.

Non si può dire che abbia avuto molto successo: la destra, ovviamente, ha avuto ben altro da fare. Il centrosinistra, col suo partito-nazione, in queste settimane sta re­clutando generali e soldati di tutto il vec­chio Sistema non esattamente antimafio­so. E la sinistra “pura”, gli alternativi? Non sembra che il potere mafioso (e in Si­cilia abbiamo avuto due presidenti di fila o condannati o inquisiti) sia esattamente in cima ai suoi pensieri. Con belle e lode­voli eccezioni, certamente: ma certo non proprio al centro della strategia.

Perciò per noialtri monotoni all’improv­viso, è stata una bella sorpresa vedere che qualcun altro cominciava a percepire que­ste cose. Che lo scontro, in Italia, non è più tanto politico quanto sociale. Che è la società civile, non i partiti e partitini, a dovere portar­lo avanti.

Parliamo, come avrete capito, di Libera, di Emergency, della Fiom, della “coalizio­ne sociale” a cui, con gran diffidenza, vor­remmo affidare una speranzella, dar fidu­cia in qualcosa.

La diffidenza nasce (oltre che dalle ca­tastrofiche esperienze con altri sindacali­sti: vedi Cofferati) dal fatto che per “so­cietà civile” s’intendono ancora solo le grosse e un po’ verticistiche organizzazio­ni. La speranza, dal fatto che tutta ‘sta ba­racca nasce fra gli operai. La (moderata) fiducia dalla modestia e dai limiti fissati dai promotori. “Fare altri partiti? – dicono – Dio ce ne scansi. Vogliamo una rete so­ciale, mettere in comunicazione. Noi sia­mo la società, quella vera. Non c’interessa il Palazzo. Noi siamo semplicemente il Quarto Stato”.

E’ un bel progresso rispetto alle inge­gnerie precedenti (arcobaleni, azione civi­li, fors’anche altreurope) che si presenta­vano con bellissimi progetti chiavi-in-mano, cer­cando disperatamente di farli gestire in­sieme da tutte le vecchie sette precedenti (carbonari, giacobini, seguaci degli statuti di Spagna e narodniki) le quali, per loro natura, difficilmente pote­vano invece accordarsi su qualcosa. “Invece ri­partiamo dalle origini, dai soggetti so­ciali”. Questo, secondo noi, comincia a essere buonsenso.

Il governo reale? Marchionne

Anche dall’altra parte ragionano nudo e crudo, senza tante illusioni. Hanno fatto governi (tre, uno dopo l’altro, tecnici, più tecnici ancora e infine “riformatori”) che – a parte la fuffa mediatica – non hanno go­vernato granché. Hanno coperto, in so­stanza, l’emergere del governo reale, quel­lo direttamente “sociale” – ma della parte alta della società, dei Marchionne. E sono stati attentissimi, agendo sul corpo socia­le, a smantellare via via proprio i ceti so­ciali che potevano fargli opposizione.

Prima è toccato agli operai, privati di sindacati e statuti, sospinti (tatcheriana­mente) nelle curve sud e abilmente divisi, con opportune campagne mediatiche e le­ghiste, dai loro omologhi neri, che dopo anni d’Italia non sono che operai come tutti gli altri. Adesso stanno attaccando l’altra colonna della vecchia Repubblica, la scuola. Il preside-comandante, i prof soldati semplici ai suoi comandi, non sono solo un rigurgito degli Anni Trenta. Sono un progetto abilissimo e preciso, di­struggere ogni luogo sociale e lasciarci ciascuno solo davanti alla sua tv o al suo monitor. Se i Landini e i don Ciotti lo capiranno, potranno contare su molte forze ora sparse e divise.

Il laboratorio-Sicilia

In Sicilia, nel paese-laboratorio in pro­vincia di Messina, la sindaca “antimafio­sa” di due anni fa, la Maria Teresa Colli­ca, è stata buttata giù dalle forze congiun­te dei vecchi padroni di destra e nel “nuo­vo” Pd (escluso, a suo onore, un diri­gente che s’è ribellato). A Messina, lo stesso gioco si va preparando per Accorinti.

Nè lui né la Collica, in questi due anni, sono stati all’altezza del ruolo: simbo­lismi moltissimi, tutti belli e civili e degni di gran lode. Ma politique d’abord, mobilita­zione dei bisogni della gente, fiacca e poca. Nè i “compagni” li hanno granché educati, né sostenuti: ap­plausi ma non cri­tiche all’ini­zio, maledi­zioni ma non mano tesa alla fine – cioè adesso.

* * *

Il Sud, il Mediterraneo, il mondo pove­ro intanto vanno avanti. La Grecia (altro che calimeri) affronta la trattativa coi ge­nerali tedeschi, i Brest-Livotsk, e la sta af­frontando bene. Fra gl’islamici splende, per la prima volta nei secoli, la libertà del­le donne, delle ragazze-partigia­ne di Ko­bane, in prima linea col fucile. Fermano i nazifascisti di Isis, abbandonate dall’Occi­dente ipocrita, ma vittoriose.

 

REATO DI MIMOSA

Le “Mamme No Muos” l’otto marzo l’han­no festeggiato con un corteo a Niscemi, alla base Us Navy del Muos, recentemen­te dichiarata il­legale dal­le compe­tenti au­torità italiane. Alla fine del corteo hanno deposto delle mi­mose sul cancello d’ingresso della base. Ora sono indagate per reati vari, con l’accusa di aver tagliato un pezzetto della rete di recinzione della (illega­le) base stra­niera.

 

Promemoria

Dieci obiettivi dell’antimafia sociale

● Abolire il segreto bancario;

● Confiscare tutti i beni mafiosi o frut­to di corruzione o grande evasione fi­scale;

● Assegnarli a cooperative di giovani lavoratori; aiuti per chi le sostiene;

● Anagrafe effettiva dei beni confiscati;

● San­zionare le delocalizzazioni, l’abuso di pre­cariato e il mancato ri­spetto dello Statu­to dei Lavoratori o di accordi di lavoro.

● Separazione di capitale finanziario e in­dustriale; tetto alle partecipazioni nell’edito­ria; To­bin tax;

● Gestione pubblica dei servizi pubbli­ci es­senziali (scuola, università, difesa, ac­qua, energia, strutture tecnologiche, credi­to in­ternazionale);

● Progetto nazionale di messa in sicurez­za del territorio, come volano eco­nomico so­prattutto al Sud; divieto di altre cementifi­cazioni; divieto di industrie inquinanti; ri­strutturazione di quel­le esistenti e bonifica del territorio a spese di chi ha inquinato;

● Controllo del territorio nelle zone ad alta in­tensità mafiosa.

● Applicazione dell’articolo 41 della Costi­tuzione.

Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 41 – “L’iniziativa economica privata è li­bera. Non può svolgersi in contrasto con l’utili­tà socia­le o in modo da recar­e dan­no alla si­curezza, alla li­bertà, alla di­gnità uma­na. La legge determi­na i pro­grammi e i con­trolli opportuni perché l’atti­vità econo­mica pubblica e priva­ta possa essere indi­rizzata e coordinata a fini so­ciali”.

(fonte)