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Astensione: il buon giudizio

Tra le miriadi di analisi forse vale la pena di leggere Fabrizio Barca. Ed eleggerlo, anche:

“Tutto va ben madama la marchesa”… o quasi: questa è la reazione dominante delle classi dirigenti del paese di fronte al crollo del numero di votanti in Calabria e soprattutto in Emilia-Romagna. “In Emilia-Romagna? Beh, ma cosa ti aspettavi dopo gli scandali! In Calabria? Ma, “loro” votano pure in troppi (un po’ di razzismo non fa mai male)! E poi senza opposizione credibile … perché andare a votare? E, per dircela fra di noi, è un bene che a votare siano in meno … come in tutti i ‘paesi civili'”.

Intendiamoci. Prima di tutto un augurio ai neo-Presidenti eletti, e la speranza che in Calabria sia l’inizio del cambiamento: quella terra può farcela. Ma a livello nazionale il tema è un altro. Nessuno deve nascondere la testa sotto la sabbia. Alla marchesa della canzone dobbiamo spiegare perché il marito si è suicidato e perché la casa è andata a fuoco.

Il crollo dei votanti non è, caro Pierluigi (Battista) – che hai il merito di essere allarmato -, la “reazione ritorsiva dei corpi intermedi”, ma la “reazione ritorsiva dei cittadini disintermediati”. E delusi anche dall’ultimo tentativo, quello (per versi generoso, per versi autoritario) di Cinque Stelle, di offrire loro una “relazione diretta con il Palazzo”. I fatti sono chiari. Fra Stato e cittadini, singoli o organizzati, si è aperta da tempo una faglia che ora si allarga. Perché, ovunque, trenta anni di liberismo hanno minato la capacità dello Stato di rispondere in modo discrezionale e partecipato ai bisogni dei cittadini. Perché in Europa ciò è aggravato dall’insostenibilità di un’Unione Monetaria che non si completa in Unione Politica.

Perché in Italia pesa uno Stato normo-centrico che non presidia l’attuazione degli interventi, succube di azzeccagarbugli e progettifici, incapace al suo interno di premiare il merito; uno Stato a cui i cittadini si rivolgono per “aiuto”, non per fare valere diritti, e che dunque essi disprezzano. E perché, unici nel mondo occidentale, abbiamo preso sul serio l’idea che “i partiti sono un residuo del novecento”; abbiamo vissuto la loro identificazione con lo Stato (e la corruzione e decadimento che ne sono discesi) come l’annuncio della loro fine, non come il campanello di allarme per la loro ricostruzione.

La rinunzia al diritto di voto avviene in misura assai più grave che in contesti simili di Germania o Spagna, simile solo a quella statunitense o britannica (guardatevi i numeri, ne vale la pena). Ma soprattutto da noi è ben più pericolosa. Per tre ragioni. Perché, soprattutto nei paesi anglosassoni, ai cittadini viene offerta la possibilità di giudicare i propri eletti sulla base dei risultati del loro operato, e di punirli, disertando i loro servizi: un metodo che produce ineguaglianza, ma che risponde a criteri almeno astratti di giustizia. Perché in altri paesi – si pensi alla Germania – ai cittadini e ai lavoratori sono offerte e riconosciute piattaforme di partecipazione che “li tirano dentro” nei processi decisionali; e che essi hanno imparato a usare. Perché solo da noi incombe l’Anti-Stato, ossia la criminalità organizzata: quando annusa il distacco fra Stato e cittadini, si fa avanti con i propri “servizi”; come avviene in questi giorni.

E allora, si eviti, per carità, di minimizzare questo brutto giorno della democrazia italiana. E se ne eviti anche un uso strumentale, addossando la responsabilità solo alle nuove classi dirigenti che guidano il paese, come se l’ideologia della semplificazione, del partito leggero, del leader che dialoga con i cittadini, della demolizione dei corpi intermedi non costituiscano la farina dell’ultimo ventennio. E si prenda di petto il tema di ricostruirli, questi benedetti partiti. Il PD ha l’occasione di farlo. Porteremo nella Commissione di studio che il Partito ha avviato il contributo dei mille volontari che, consapevoli dei propri limiti, ma anche della propria forza, stanno sperimentando una nuova forma di partito, proprio nel PD. Leggete e fate leggere!

 

Eravamo stranieri anche noi, un tempo.

Miei concittadini americani, questa sera, vorrei parlare con voi di immigrazione.

Per più di 200 anni, la nostra tradizione di accoglienza a immigrati provenienti da tutto il mondo ci ha garantito un enorme vantaggio sulle altre nazioni. E ci ha tenuti giovani, dinamici e dalla mentalità imprenditoriale. Ha formato il nostro carattere come popolo con possibilità illimitate – un popolo non intrappolato nel passato, ma in grado di rimodellare se stesso come noi crediamo.

Però, oggi, il nostro sistema di immigrazione non funziona più – e tutti lo sanno.

Le famiglie che entrano nel nostro Paese nel modo giusto e si comportano secondo le regole vedono altri non rispettare le regole. Proprietari di aziende che offrono ai loro lavoratori buoni salari e benefici vedono la concorrenza sfruttare gli immigrati senza documenti, pagando molto meno di loro. Tutti noi ci indigniamo di fronte a chi raccoglie i frutti della vita in America senza assumersi le responsabilità della vita in America. E gli immigrati privi di documenti che disperatamente vogliono abbracciare queste responsabilità vedono altra scelta che rimanere nell’ombra, o il rischio di vedere lacerate le loro famiglie.

E andata così per decenni. E per decenni, non abbiamo fatto molto a riguardo.

Quando ho assunto l’incarico, mi sono impegnato a rimettere in sesto il malfuzionante sistema di immigrazione. E ho cominciato facendo quello che ho potuto, per proteggere i nostri confini. Oggi, utilizziamo più agenti e tecnologia per garantire il nostro confine meridionale che in qualsiasi altro momento della nostra storia. E nel corso degli ultimi sei anni, gli attraversamenti di frontiera illegali sono stati ridotti di oltre la metà. Anche se questa estate si è verificato un breve picco di minori non accompagnati fermati al nostro confine, il numero di questi bambini è ora effettivamente inferiore a quello che è stato in quasi due anni. Nel complesso, il numero di persone che cercano di attraversare illegalmente il nostro confine è al suo livello più basso dal 1970. Questi sono i fatti.

Nel frattempo, ho lavorato con il Congresso su una completa riforma, e l’anno scorso, 68 democratici, repubblicani e indipendenti si sono riuniti per approvare una legge bipartisan al Senato. Non è stato un accordo perfetto. E ‘stato un compromesso. Ma rifletteva il senso comune. Sarebbe raddoppiato il numero di agenti di pattugliamento delle frontiere dando agli immigrati clandestini un percorso alla cittadinanza se avessero pagato una multa, cominciando a pagare le tasse, e ricominciando daccapo. E gli esperti indipendenti hanno detto che avrebbe fatto crescere la nostra economia e ridurre il nostro deficit.

Qualora la Camera dei Rappresentanti avesse concesso questo tipo di disegno di legge un semplice voto sì-o-no, sarebbe passato con il supporto di entrambe le parti, e oggi sarebbe legge. Ma per un anno e mezzo ormai, leader repubblicani alla Camera hanno rifiutato di permettere quel semplice voto.

Ora, io continuo a credere che il modo migliore per risolvere questo problema sia quello di lavorare insieme per superare questo tipo di diritto del senso comune. Ma finché questo non accade, ci sono azioni che ho l’autorità legale di prendere come presidente – lo stesso tipo di azioni intraprese da presidenti democratici e repubblicani prima di me – che contribuiranno a rendere il nostro sistema di immigrazione più equo e più giusto.

Stasera, annuncio quelle azioni.

In primo luogo, noi continueremo a costruire il nostro progresso al confine con risorse aggiuntive per le nostre forze dell’ordine in modo che possano arginare il flusso di attraversamenti illegali, e accelerare il ritorno di coloro che attraversano.

In secondo luogo, per gli immigrati altamente qualificati, laureati e imprenditori renderò più semplice e veloce la possibilità di rimanere e contribuire alla nostra economia, come tanti imprenditori hanno proposto.

In terzo luogo, prenderemo provvedimenti per affrontare in modo responsabile il tema dei milioni di immigrati clandestini che già vivono nel nostro paese.

Voglio dire di più su questo terzo numero, perché genera più passione e polemiche. Anche se siamo una nazione di immigrati, siamo anche una nazione di leggi. Lavoratori privi di documenti hanno violato le nostre leggi sull’immigrazione, e credo che vadano essere ritenuti responsabili – in particolare quelli che possono essere pericolosi. Ecco perché, nel corso degli ultimi sei anni, deportazioni di criminali arrivano all’80 per cento. Ed è per questo che abbiamo intenzione di continuare a concentrare le risorse di polizia sulle minacce reali alla nostra sicurezza. Criminali, non le famiglie. I criminali, non i bambini. Membri delle gang, non una mamma che sta lavorando duramente per mantenere i suoi figli. La renderemo la priorità, così come l’applicazione della legge fa ogni giorno.

Ma anche se ci concentriamo su deportare i criminali, il fatto è che milioni di immigrati in ogni stato, di ogni razza e nazionalità vivono ancora qui illegalmente. E siamo onesti – rintracciare, arrotondando per eccesso, e deportando milioni di persone non è realistico. Chi suggerisce il contrario non è sincero con voi. Neanche rispecchia ciò che siamo in quanto americani. Dopo tutto, la maggior parte di questi immigrati vivono qui da molto tempo. Lavorano duro, spesso in posti di lavoro difficili e a bassa retribuzione. Sostengono le loro famiglie. Pregano nelle nostre chiese. Molti dei loro figli sono nati in America o hanno speso la maggior parte della vita qui, e le loro speranze, i sogni, e il patriottismo sono proprio come il nostro. Come il mio predecessore, il presidente Bush, una volta disse: “Sono una parte della vita americana.”

Dunque, ecco quanto: ci aspettiamo che le persone che vivono in questo paese si comportino secondo le regole. Ci aspettiamo che chi hanno passato il segno, non vengano ingiustamente premiati. Quindi, arriviamo a offrire il seguente accordo: se siete stati in America per più di cinque anni; se si hanno bambini che sono cittadini americani o residenti legali; se vi registrate, passate un controllo dei precedenti penali, e siete disposti a pagare la giusta quota di tasse – sarete in grado di applicare a rimanere in questo paese in modo temporaneo, senza timore di essere espulsi. È possibile uscire dall’ombra e mettersi a posto con la legge. Questa è la base dell’accordo.

Ora, cerchiamo di essere chiari su ciò che questo accordo non comprende. Questo accordo non si applica a chi è venuto in questo paese di recente. Non si applica a chiunque possa venire in America illegalmente in futuro. Esso non concede la cittadinanza, o il diritto di stare qui in modo permanente, o gli stessi vantaggi che i cittadini ricevano – solo il Congresso può farlo. Tutto quello che stiamo dicendo è che non abbiamo intenzione di rimandarvi indietro.

So che alcuni dei critici di questa azione la chiamino amnistia. Beh, non lo è. Amnistia è il sistema di immigrazione che abbiamo oggi – milioni di persone che vivono qui senza pagare le tasse o senza comportarsi secondo le regole, mentre i politici usano la questione per spaventare la gente e montare voti al momento delle elezioni.

Questo è il vero condono – lasciando questo sistema danneggiato così com’è. Un’amnistia di massa sarebbe ingiusta. Le espulsioni di massa sarebbero impossibili e contrarie al nostro carattere. Quello che sto descrivendo è la responsabilità – un buon senso, una via di mezzo: se soddisferai i criteri, potrai uscire dall’ombra e metterti a posto con la legge. Se sei un criminale, verrai espulso. Se avete intenzione di entrare negli Stati Uniti illegalmente, le vostre probabilità di essere scoperti e rispediti indietro sono aumentate.

Le azioni che sto prendendo non solo lecite, sono il tipo di azioni intraprese da ogni singolo presidente repubblicano e ogni presidente democratico per mezzo secolo. E a quei membri del Congresso che mettono in dubbio la mia autorità per rendere il nostro sistema di immigrazione più efficiente, oppure si interrogano sulla mia saggezza che agisce dove il Congresso non è riuscito, ho una risposta: approvate un disegno di legge.

Voglio lavorare con entrambe le parti a passare una soluzione legislativa più duratura. E il giorno in cui firmerò per tramutare quel disegno in legge, le azioni che prendo oggi non saranno più necessarie. Nel frattempo, non lasciate che un visioni diverse su una singola questione compromettano l’accordo nella sua totalità. Non è così che funziona la nostra democrazia, e il Congresso di certo non dovrebbe bloccare di nuovo il nostro governo solo perché non siamo d’accordo su questo. Gli americani sono stanchi dello stallo. Ciò che il nostro paese ha bisogno di noi in questo momento è uno scopo comune – uno scopo più alto.

La maggior parte degli americani sostengono il genere di riforme di cui ho parlato questa sera. Ma capisco il disaccordo di molti di voi a casa. Milioni di noi, me compreso, possono tornare indietro per generazioni in questo paese, con gli antenati che hanno messo nel lavoro scrupoloso di diventare cittadini. Quindi, non ci piace l’idea che chiunque possa ottenere un pass gratuito per la cittadinanza americana.

So che alcuni temono l’immigrazione cambierà il tessuto stesso di ciò che siamo, o ci farà perdere i nostri posti di lavoro, o un farlo pesare sulle famiglie della classe media in un momento in cui già si sentono di aver subito ingiustizie per oltre un decennio. Comprendo queste preoccupazioni. Ma non è quanto questi passi realizzeranno. La nostra storia ed i fatti dimostrano che gli immigrati sono un vantaggio per la nostra economia e la nostra società. E credo che sia importante che tutti noi abbiamo questo dibattito senza impugnare il personaggio di qualcun altro.

Perché per tutto l’andirivieni da Washington, dobbiamo ricordare che questo dibattito riguarda qualcosa di più grande. Si tratta di ciò che siamo come paese, e che vogliamo essere per le generazioni future.

Siamo una nazione che tollera l’ipocrisia di un sistema in cui i lavoratori che raccolgono la nostra frutta e rammendano i nostri letti non hanno la possibilità di mettersi a posto con la legge? O siamo una nazione che dà loro la possibilità di mettersi in regola, di assumersi le responsabilità, e dare ai loro figli un futuro migliore?

Siamo una nazione che accetta la crudeltà di strappare i bambini dalle braccia dei loro genitori? O siamo una nazione che valorizza le famiglie, e lavora insieme per tenerli insieme?

Siamo una nazione che educa i migliori e più brillanti del mondo nelle nostre università, solo per rimandarli a casa per creare imprese nei paesi che competono con noi? O siamo una nazione che li incoraggia a rimanere e creare posti di lavoro qui, creare imprese qui, creare industrie proprio qui in America?

Questo è tutto ciò che riguarda questo dibattito. Abbiamo bisogno di più di politica come al solito quando si tratta di immigrazione. Abbiamo bisogno di un motivato, premuroso, compassionevole dibattito che si concentri sulle nostre speranze, non le nostre paure. So che la politica di questo problema sono duri. Ma lasciate che vi dica il motivo per cui sono arrivato a convincermi così fortemente su di esso.

Nel corso degli ultimi anni, ho visto la determinazione dei padri immigrati che hanno lavorato due o tre posti di lavoro senza prendere un centesimo da parte del governo, e a rischio ogni momento di perdere tutto, solo per costruire una vita migliore per i propri figli. Ho visto il cuore spezzato e l’ansia dei bambini le cui madri potrebbero essere portate via da loro solo perché non possiedono le giuste carte. Ho visto il coraggio di studenti che, fatta eccezione per le circostanze della loro nascita, sono americani come Malia e Sasha; gli studenti che coraggiosamente escono allo scoperto senza documenti, nella speranza di poter fare la differenza nel paese che amano.

Queste persone – i nostri vicini, i nostri compagni di classe, i nostri amici – che non sono venuti qui in cerca di un giro gratis, o una vita facile. Sono venuti a lavorare, e studiare, e servire nel nostro esercito, e, soprattutto, a contribuire al successo degli Stati Uniti.

Domani, mi recherò a Las Vegas e incontrare alcuni di questi studenti, tra cui una giovane donna di nome Astrid Silva. Astrid è stata portata in America quando aveva quattro anni. I suoi unici beni erano una crocifisso, la sua bambola, e il vestito variopinto che aveva indosso. Quando ha iniziato la scuola, lei non parlava inglese. Si è legata ad altri ragazzi leggendo i giornali e guardando PBS, e divenne un bravo studente. Suo padre lavorava nel giardinaggio. Sua madre puliva case di altri. Non avrebbero lasciato Astrid fare domanda per una scuola di tecnologia dei magneti, non perché non l’amassero, ma perché avevano paura che gli impiegati dell’ufficio li avrebbero la avrebbero denunciata come immigrato senza documenti. Così ha applicato in segreto, riuscendo a entrare. Quindi, lei ha per lo più vissuto nell’ombra – finché sua nonna, che visitava ogni anno dal Messico, morì, e lei non poteva recarsi al funerale senza il rischio di essere scoperta ed espulsa. E ‘stato in quel periodo in cui prese la decisione di iniziare a difendere se stessa e gli altri come lei, e oggi, Astrid Silva è uno studente di college al lavoro per la sua terza laurea.

Siamo una nazione che butta fuori determinati, fiduciosi immigrati come Astrid, o siamo una nazione che trova il modo di accoglierla? La Scrittura ci dice che non dobbiamo opprimere un estraneo, perché conosciamo la vita del forestiero – anche noi eravamo stranieri, una volta.

Miei concittadini americani, siamo e saremo sempre una nazione di immigrati. Eravamo stranieri anche noi, un tempo. E se i nostri antenati erano forestieri che hanno attraversato l’Atlantico o il Pacifico, o il Rio Grande, siamo qui solo perché questo paese li ha accolti, insegnando loro che essere americano è di qualcosa di più di quello che sembriamo, o ciò che sono i nostri cognomi, o del modo in cui preghiamo. Ciò che rende noi americani è il nostro impegno comune per un ideale – che tutti noi siamo creati uguali, e tutti noi abbiamo la possibilità di fare della nostra vita ciò che vogliamo.

Questo è il paese che i nostri genitori e nonni e le generazioni prima di loro hanno costruito per noi. Questa è la tradizione che dobbiamo difendere. Questa è l’eredità che dobbiamo lasciare per coloro che verranno.

Grazie. Dio vi benedica. E Dio benedica questo paese che amiamo.

#TorSapienza un’analisi storica e urbana

[di Adriana Goni Mazzitelli su Comune Info]

tor-sapienzaStoria di una periferia romana che grida la sua separazione. Dal quartiere operaio della prima metà del Novecento alle occupazioni abitative degli anni Duemila, Tor Sapienza ha attraversato l’era dei palazzoni e quella dei campi rom senza poter curare le profonde lacerazioni del suo tessuto sociale. Una periferia composta di insediamenti casuali e frammentari, di enclave vissute nella cultura dell’emergenza e mai messe in condizione di poter comunicare o interagire, di crescere insieme per diventare società. Quando la situazione s’è fatta esplosiva, istituzioni lontane anni luce dalla vita reale di buona parte della città, le stesse istituzioni che in passato hanno favorito la sovrapposizione “temporanea” di strati sociali abbandonati al degrado e all’isolamento, hanno improvvisato un frettoloso e indecente sgombero dei ragazzi fuggiti dalle devastazioni che investono i loro paesi e tanto commuovono finché restano sul piccolo schermo. Un tentativo goffo quanto illusorio di calmare rabbiosi sentimenti nazionalisti e identitari che ben altre risposte dovranno trovare. Quello che generalmente non si racconta, quando si dice che la cittá è il futuro dell’umanitá, è che la chiusura di zone intere (e la decisione di condannarne altre al degrado e all’abbandono) induce le persone a credere che nella guerra tra benestanti e poveri tutto sia ammesso. C’è tuttavia anche un’altra storia di Tor Sapienza, quella delle persone che hanno scritto sulla maglietta: scudo umano contro il razzismo. Che è poi la stessa delle famiglie che dopo aver occupato le case hanno pulito le terre abbandonate, creato degli orti didattici, offerto cene al quartiere e animato la sola speranza di futuro che ci resta

Sono lontana da Roma, in questo momento. Qui a Montevideo sto studiando le politiche che il governo uruguayano ha messo in campo per combattere la miseria attraverso progetti di autorecupero delle periferie e delle case abbandonate in città. Seguo con amarezza quello che sta accadendo a Tor Sapienza, periferia est di Roma, dove ho lavorato negli ultimi quattro anni. Leggo di notti di scontri e attacchi contro il centro di accoglienza che da anni riceve rifugiati in transito nel pezzo di quartiere chiamato Tor Sapienza II, ovvero nel complesso di edilizia sociale Giorgio Morandi.

Da tempo associazioni, comitati di quartiere, università e gruppi di cittadini italiani – ma anche peruviani, eritrei, marocchini, rumeni, sudanesi e rom – provano a bucare l´indifferenza di istituzioni di governo lontane dai territori. Chiedono azioni concrete contro l’abbandono e il sovraffollamento delle periferie. Non che non ci sia posto per tutta questa popolazione. Fino a qualche decennio fa, Tor Sapienza era una borgata in mezzo al verde, poi, con il passar degli anni, s’é trasformata in città. Chiudendo, molte fabbriche hanno lasciato ampi spazi per progetti di “densificazione” abitativa, lo stesso vale per molte altre aree verdi dove gli insediamenti informali marcano la tendenza a una crescita demografica che da qualche parte deve pur trovare posto.

La domanda di soluzioni abitative è dunque cresciuta in modo progressivo ma la risposta delle istituzioni non è mai arrivata. Non poteva che conseguirne un susseguirsi di figure definite, di volta in volta, informali, illegali e in altri modi simili. Non sono altro che risposte concrete all’emergenza di vivere per strada con la propria famiglia, italiana o straniera che sia.

L’urban divide

Nel loro programma internazionale sulle cittàUN Habitat, le Nazioni Unite avvertono che l’urban divide, il divario urbano che si sta creando tra la città ricca e quella povera è in aumento vertiginoso: 800 milioni di persone circa vivono negli slums (favelas,bidonville, baraccopoli). Le città statunitensi hanno anticipato la forma della metropoli del futuro. Gli studiosi hanno capito che la crescita vertiginosa avrebbe portato intere porzioni di città ad essere ghetti di povertà, con centinaia di senza tetto e quartieri dediti alla malavita (Angotti 2009). Le cittá latinoamericanehanno mostrato una tendenza che poteva essere complementare o anche opposta: i ricchi si attrezzano sempre più per “rinchiudersi” nel benessere costruendo quartieri esclusivi e “gatted communities” (quartieri privati, blindati, chiusi con delle mura e sorvegliati 24 ore su 24) (Grimson: 2019) .

Nel resto delle cittá del mondo, si confermano entrambi i fenomeni ma non sono così evidenti o, meglio, non si vuole vederli e accettarli. Quello che generalmente non si racconta, quando si dice che la cittá è il futuro dell’umanitá, è che la chiusura di zone intere (e la decisione di condannarne altre al degrado e abbandono) induce le persone a sviluppare una forte convinzione che nella guerra tra benestanti e poveri tutto sia ammesso. In questo modo, si alzano notevolmente i livelli di violenza, mentre scende il rispetto per la vita di chi sta dall’altra parte della barricata. Nessun sofisticato sistema tecnologico sarà sufficiente a garantire la sicurezza, ovunque esisterà sempre un margine per superarlo. E quando questo accadrà, non ci sarà pietà, perché questi sistemi di segregazione urbana sono una dichiarazione di guerra fatta da chi “si vuole proteggere” a chi viene “escluso” (Rossal:2009).

La città europea moderna ha sempre vantato la sua sensibilità nell’evitare di emarginare le popolazioni e nel fare attenzione alla qualità della vita sociale pubblica, ambientale ed estetica dei territori urbani. Per questo ci si è tanto interrogati sul “diritto alla città” e le disuguaglianze sociali (Lefebre 1968). Negli ultimi decenni, però, la capacità di affrontare le disuguaglianze è diminuita e ora ci troviamo di fronte alla crescita di conflitti sociali dovuti in gran parte a un non riconoscimento della diversità culturale e alla marginalità urbana.

Di conseguenza, molti governi si affannano a mostrarsi fermi nel respingere l’immigrazione o nel chiudere le frontiere, piuttosto che nell’iniziare a studiare politiche e programmi per attenuare il disagio e la separazione sociale. In Europa, le città francesi e inglesi ne pagano i prezzi da tempo, come si è visto nelle banlieuparigine (Merklen:2009) e nei quartieri popolari londinesi (Dines&Cattell: 2006).

In Italia alcune città sono più virtuose che altre. A Roma gli ultimi veri interventi per ripensare le periferie in forma integrale risalgono agli anni ’90, con i progetti URBAN (Allegretti: 2004), e al 2002 con i Contratti di Quartiere. Nonostante questa immobilità nello sviluppo di politiche urbane, le periferie romane sono in permanente cambiamento e per l’urbanistica, per i governi e per la societá tutta è fondamentale osservarle con attenzione. Come segnalano Ilardi e Scandurra, guardare Roma è come osservare un’anticipazione dei mutamenti a livello nazionale. “Dalle borgate dei “ragazzi di vita” di Pasolini ai centri sociali occupati, dai territori abbandonati dei rave illegali al movimento ultras, fino, in questi anni 2000, alle tristi e sempre uguali aggregazioni abitative sorte intorno ai centri commerciali, le periferie romane hanno sempre lavorato come grandi laboratori di sperimentazioni culturali, come cantieri di nuove alchimie sociali, come formidabili macchinari che producono metropoli e i suoi potenti immaginari dove sono precipitati molto spesso i simboli dell’intera comunità nazionale” (Ilardi e Scandurra: 2009).

Se questo è vero, si può dire che le periferie di Roma, più di altri quartieri della città, stanno anticipando l’Italia che verrà. Per esempio con un’enorme ricchezza e pluralità culturale, con pezzi di città informale che rivendicano i diritti negati attraverso strategie di controllo e sospensione esplicita delle libertà – come avviene nei campi o nei centri di permanenza temporanea – ma anche con le popolazioni “storiche” ostaggio di un’immobilità politica e della perdita di capacità d’innescare processi locali di dialogo e costruzione di una nuova città. Purtroppo, le periferie romane sono anche i luoghi dove prende il sopravvento un nuovo sentimento nazionalista identitario. Si tratta di un sentimento che sta incubando molta violenza e una netta chiusura verso le migrazioni, è alimentato da movimenti xenophobi e razzisti come Forza Nuova.

Tor Sapienza e dintorni. La periferia est di Roma

Nella nostra presenza-ricerca-azione-vissuto, abbiamo visto come – nonostante questo sia stato all’inizio un quartiere operaio e una borgata con una scala spaziale e sociale a misura umana – Tor Sapienza sia poi diventata una “periferia d’enclave”, una periferia di frammenti che non riescono a interagire. Da qualche anno poi, i frammenti sono in permanente tensione e accendono conflitti che vanno verso la violenza vista in questi giorni, una violenza che purtroppo si respira anche nei gesti quotidiani degli uni verso gli altri.

Non è una storia recente. Quando la situazione si fa esplosiva, la politica prova a calmare gli animi con qualche sgombero fatto a caso, con una pulizia AMA di qualche giornata, oppure promettendo presidi militari. Non si guarda mai alle cause profonde, perché per farlo bisogna studiare la storia di queste periferie, capire quali sono stati i fattori che hanno portato le cose fino a far esplodere la rabbia e la voglia di farsi giustizia da soli. All’esasperazione, la parola che scelgono tanti di quelli che vivono lì, si somma l’ira di chi ne ha viste di tutti i colori. Tutti i partiti hanno attraversato questi territori, tutti hanno fatto promesse che servivano a spegnere incendi, nessuno ha cercato davvero di cambiare il volto di questi luoghi in modo progressivo e con una tempistica sensibile ai tempi di vita delle persone e ai cambiamenti sociali locali.

Nella storia di Tor Sapienza, abbiamo identificato almeno quattro tipologie d’insediamenti che illustrano la crescente separazione fisica e sociale delle popolazioni con difficoltá economiche e quella della popolazione migrata qui da altri continenti. La prima è il quartiere originario, case basse e una fisonomia da piccola città, la seconda è quella dei “palazzoni” per gli ex- baraccati del centro di Roma costruiti negli anni ’70 e ´80, come il Complesso ATER Giorgio Morandi; la terza è quella delle strutture per le migrazioni o le popolazioni “temporanee” e “tollerate”, come i campi rom (per i profughi della guerra dei Balcani) costruiti negli anni ’90 o i Centri di Prima Accoglienza (CPA) per rifugiati e richiedenti di asilo, ricavati da edifici già esistenti negli anni 2000 e gestiti dalla Croce Rossa e da cooperative sociali; e infinela quarta, quella delle occupazioni per il diritto all’abitare, che costituiscono uno dei fenomeni più importanti e interessanti degli ultimi dieci anni a Roma.

Se la situazione attuale delle periferie italiane, e romane in particolare, rappresenta una sfida per la costruzione di una città equa, bisogna analizzare le conseguenze di questa stratigrafia di “enclave” (frammenti), costruite per le popolazioni disagiate e considerate in eccesso o di passaggio. Quasi tutti questi spazi si sono rivelati fallimentari (tranne le occupazioni spontanee, vedi ricerca Pidgin City Careri, Goni Mazzitelli :2012), sia dal punto di vista spaziale che sociale. La raccolta di testimonianze di prima mano sul divenire urbano e socio-culturale di questa zona ci fa comprendere perché queste popolazioni non sono riuscite ad amalgamarsi e a continuare una tradizione di accoglienza di migranti, italiani e non, in questo territorio.

  1. Dalle borgate al quartiere operaio della prima metà del ‘900. Nasce Tor Sapienza

La denominazione del quartiere Tor Sapienza trae origine dalla presenza di una torre, detta “la sapienza nuova”, sorta nel XII secolo e affidata agli studenti di Perugia, grazie alla disponibilità dell’arcivescovo di Fermo. Attualmente, ne rimane il basamento quasi irriconoscibile. Questa torre era un punto di passaggio noto per chi arrivava a Roma e faceva parte di una “cintura storica” di casali e torri medievali. Michele Testa, ferroviere molisano antifascista, viene considerato il fondatore di Tor Sapienza come nucleo urbano. In seguito ai contrasti con il regime, nei primi anni Venti del secolo scorso, creò la Cooperativa Tor Sapienza dell’Agro Romano, che realizzò 25 abitazioni, seguite subito dopo da un altro centinaio.
 Il quartiere nasce così: un piccolo agglomerato di case che si consolida nel 1923, quando la ferrovia costruisce una stazione per i treni, dandole la forma di borgata, ancora semiurbana. Negli anni ’60, anche a Tor Sapienza arriva il boom economico, con il trasferimento delle aree industriali dalla zona Ostiense verso la periferia est. Alcune delle fabbriche più importanti di Roma erano poste in quest’area della città. C’erano la Voxon, la Peroni, la Litograf e la Fiorucci. E con le fabbriche arriva l’immigrazione interna, soprattutto dal Sud ma anche dall’Umbria, dalle marche e da altre regioni.

Sono anni di un benessere diffuso, dove le differenze culturali tra Italiani provenienti da diverse regioni sono sanate dalla situazione economica favorevole e dalla crescita di un quartiere a misura umana. Tor Sapienza viene considerato un quartiere operaio e il Partito comunista sostiene battaglie per la creazione di luoghi da dedicare allo “svago” dopo le molte ore di pesante lavoro. Nelle foto d’epoca, si vedono i campi di bocce ma anche l’occupazione del casale dove ha sede il Centro culturale, ora municipale, Michele Testa.

Il valore fondamentale è il lavoro. Gli uomini mostrano orgogliosi le mani con i calli dopo il carico e lo scarico dei sampietrini che venivano prodotti in uno degli stabilimenti vicini. Ci sono poi i laboratori artigianali, che davano servizi a tutto il quartiere, si fa una vita “casa e bottega”: nell’organizzazione sociale della famiglia, gli uomini sono impegnati nei mestieri manuali e le donne restano a custodire le cucine e la casa. Questo periodo, o epoca “fondante” (Gravano :2003) è rimasto nella memoria e nella costruzione collettiva della cultura locale come quello dei momenti più felici di questa comunità. All’epoca, la diversa provenienza degli italiani che popolavano le campagne romane trasformandole poco a poco in città non era importante, tant’è che, a differenza che in altre regioni italiane, gli immigranti dal Sud venivano detti “meridionali” e non “terroni” come in altre grandi città del nord. Tutt’ora alcuni anziani, quando chiediamo loro da dove provengono, si presentano come “meridionali”.

Dopo l’epoca “d’oro” fondante, anche a Tor Sapienza arrivano le crisi. C’è quella del petrolio, poi la graduale chiusura delle fabbriche, che alla fine degli anni ’70 cominciano a ridurre il personale, fino a trasferirsi lentamente in altri luoghi oppure direttamente chiudere. Questa lenta agonia è stata piuttosto sofferta dalla popolazione che, in molti casi, ha dovuto trasferirsi inseguendo la ricerca di nuovi lavori. Così ci racconta un cittadino di 63 anni: “Le famiglie storiche del quartiere saranno rimaste una quindicina. Le coppie con figli, per la mancanza di case, sono andate verso la zona di Colle Prenestino. Il quartiere è stato sempre di classe media operaia con un po’ di media borghesia. C’era anche qualche ingegnere e qualcun altro con titoli di studio ma erano quasi tutti operai quelli che prendevano casa qui vicino al lavoro”. Con la chiusura delle fabbriche, e il primo abbandono della popolazione locale diretta verso altri luoghi della città, chiudono anche tanti negozi e il quartiere entra in una fase di depressione. “ Per la gente di Tor Sapienza, questi cambiamenti avevano creato un forte senso di delusione. C’è stato anche un calo nel senso della collaborazione alla polis, alla costruzione della città e alla vita politica”. (Intervista a Carlo Gori, di Tor Sapienza in Arte)

  1. I palazzoni, il quartiere entra nella Roma “moderna” degli anni ’70 e ´80

Si arriva così alla costruzione dei “palazzoni”, ovvero al complesso edilizio di case popolari Morandi, che verrà costruito di fronte al quartiere originale collegando quello che fino ad allora era un quasi-paese, isolato dalla città, a una crescente espansione urbana della Roma “moderna”. Anche come tipologia edilizia, l’impatto è notevole. Rispecchia gli interventi modernisti della tendenza dell’epoca acostruire alti palazzi per risparmiare cementificazione al territorio. Gli alloggi costruiti saranno dati agli ultimi baraccati della città (Pallotini&Modigliani 1997). Come ci racconta un operatore della associazione Antropos, che lavora nella mediazione sociale con giovani e bambini del comprensorio: “Queste sono case date a persone che vivevano negli ultimi residui di baracche degli anni ’70, venivano dalla stazione Prenestina e dagli scantinati del Porticciolo. Questa era una collinetta, e qui è stato realizzato il comprensorio: 504 appartamenti su questa collinetta. Se calcoli 4 persone a famiglia, hai più di un comune qua dentro”.

L’urbanista Bernardo Secchi segnalava così il grande fallimento di questa strategia volta ad affrontare la povertà: “Si era stati troppo superficiali a pensare di dare casa, senza fermarsi a capire che si stava raggruppando tutto il disagio sociale nelle periferie” . Chiaramente, questo significava anche la riattivazione dell’industria delle costruzioni con fondi pubblici. Non si tratta di un fenomeno isolato ma di una modalità ben nota per riattivare l’economia in tutto il mondo attraverso la costruzione di città, secondo le analisi di David Harvey (Harvey:2012). In questo modo, la città ha però aumentato le sue disuguaglianze sociali creando i primi ghetti “pianificati”, dove il “capitale sociale” a disposizione era sempre quello di famiglie che avevano difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

Molti paesi europei hanno riconosciuto negli anni il grande errore commesso.Queste opere sono state duramente condannate, visti i pessimi risultati conseguiti nelle generazioni successive in tutta Europa. In alcuni casi, in Germania e Francia, sono state addirittura demolite. È sembrata quella la sola possibilità di disgregare le bande e la criminalità organizzata che si erano formate al loro interno.

Per l’area storica di Tor Sapienza, negli anni ‘70 e ‘80 il Morandi è stato un corpo estraneo intorno al quale creare una cultura di resistenza, o meglio di difesa. Un quartiere tradizionale dove il lavoro era stato il principale valore di coesione della comunità, vedeva emergere un comprensorio di case popolari con famiglie che vivevano di sostegni sociali dello stato, segnato da tassi di delinquenza crescente:un mondo con il quale sembrava impossibile poter dialogare. Anche all’interno del comprensorio, però, non mancavano certo le difficoltà: “In questa architettura, dici una parola e rimbomba ovunque, tutto è in comunicazione. Da ogni punto, puoi vedere tutto, sembra un carcere. Qui intorno non c’era niente, solo prati, quindi la sera i ragazzi si riunivano qua sotto, sulle panchine di cemento. Le persone che non volevano essere disturbate dal rumore hanno iniziato a metterci la colla e l’olio bruciato, il livello di conflittualità interno è diventato altissimo”. (operatore associazione Antropos).

Sotto i palazzoni erano stati creati dei negozi, come in tante altre banlieu europee. L’idea era di ricostruire la dimensione di un intero quartiere in un comprensorio di edilizia popolare. Intorno al complesso c’è la chiesa e ci sono le scuole, cosi come un parco pubblico. All’inizio in quell’area c’era anche una biblioteca comunale ma all’intervento urbanistico non sono state accompagnate politiche permanenti di sostegno economico. Le diverse attività pubbliche, cosi come i commercianti, sono state abbandonate subito al loro destino. Non appena chi gestiva quegli spazi ha capito che doveva fare i conti con la microcriminalità che si stava creando e con l’apertura di centri commerciali della grande distribuzione che schiacciava la possibilità di creare un’economia locale, tutti hanno chiuso lasciando la spina centrale abbandonata.

Negli anni ’90, malgrado le sperimentazioni di animazione sociale e culturale e gli sforzi di riqualificazione fisica del comprensorio avessero stimolato l’interesse dell’amministrazione comunale, gli interventi rimanevano settoriali, senza riuscire a disinnescare logiche di malavita e criminalità organizzata. Sono gli anni delle teorie del “broken windows”, ovvero il degrado chiama il degrado e la criminalità, visto che a quest’ultima conviene che tutto sia abbandonato e “minaccioso” per mantenere lontani i “curiosi” e poter portare avanti il proprio business. Come segnala Daniela De Leo nei suoi studi sulla criminalità organizzata a Napoli: “A ben guardare le forme più evidenti si coagulano in aree ben circoscritte sebbene l’estensione delle aree d’influenza cambi considerevolmente da zona a zona, per un gran numero di variabili nelle quali il potere criminale è esplicito e visibile, cosi come lo sono le forme consentite di “microdevianza”. (De Leo: 2008)

A Roma, per dare risposta alla consapevolezza di avere sacche di povertà dove si stava creando una criminalità organizzata, negli anni ’90 si mettono in atto costosi programmi europei di rigenerazione urbana come gli URBAN. Il tentativo è di combattere la violenza mediante la lotta al degrado fisico e il coinvolgimento della comunità. In particolare, si sviluppano a Tor Bella Monaca ma, a parte pochi isolati miglioramenti, la mancanza di diversità sociale e culturale e la discontinuità degli interventi, ripropone oggi una situazione complessa di degrado generalizzato. La spina centrale del Morandi, abbandonata dai negozianti, è stata occupata a metà degli anni 2000 da famiglie in emergenza abitativa del Movimento di lotta per la casa.

Sono trascorsi quarant’anni e i quartieri, Tor Sapienza I e Tor Sapienza II (così viene chiamato il Complesso Morandi), non si sono ancora accettati. “In questi anni si è provato a riannodare questa catena di relazione tra i due pezzi di quartiere che prima si annusavano e si sopportavano con estrema diffidenza, ma la crisi ci ha riportato alla situazione di desolazione iniziale”. (operatore associazione Antropos).

3. Strutture temporanee per migranti internazionali, anni ’90 e 2000

A questi fenomeni prodotti nei complessi di edilizia popolare delle periferie, che rappresentano lo sviluppo urbano scelto negli anni ’70 dalle grande città europee per fare fronte alla povertá, si aggiunge nuova complessità con l’arrivo dell’immigrazione globale. Nel caso di Tor Sapienza, vengono identificati comeprime migrazioni importanti quelle provenienti dall’est europeo, con gli Albanesi e i Romeni. Dalle testimonianze si evince che all’inizio questi lavoratori riescono a inserirsi nel tessuto urbano tradizionale. Poi però, crescendone il numero e con la comparsa delle prime “emergenze umanitarie” dovute alla guerra dei Balcani, si decide di creare strutture ad hoc; sono i campi rom, che verranno regolarizzati in tutta Italia dalle leggi regionali. “All’inizio sono arrivati i Rumeni che si sono istallati negli appartamenti, durante gli anni ’80 e ‘90. Gli uomini lavorano come muratori, le donne come colf e badanti, ma anche nelle imprese di pulizia. Verso di loro c’è sempre stata una tolleranza, ancora oggi vivono in piccole case nei vicoli interni del quartiere storico. La chiesa ha aiutato la loro integrazione offrendo anche, in alcuni momenti di particolare necessità, viveri e denaro per le bollette della luce e del gas” (cittadino di Tor Sapienza).

Grazie alle ricerche del professor Marco Brazzoduro, possiamo ricostruire la storia del graduale arrivo dei Rom in quest’area.

Campo della Martora

I primi segnali dell’arrivo dei Rom sono gli insediamenti informali, avvenuti prima dagli anni ’90, che dopo si trasformano in un campo tollerato detto “della Martora”. “Vi si sono insediati da almeno 30 anni dei Rom appartenenti alla comunità dei Rudara, di cittadinanza jugoslava. Negli anni ’90 fu devastato da un furioso incendio, tanto che parte dei suoi abitanti furono generosamente accolti in una scuola del municipio (era luglio). Il campo venne poi ristrutturato e ai suoi abitanti furono assegnate delle roulotte. Negli ultimi anni, il campo si era notevolmente espanso con l’arrivo di molti Rom romeni che vi avevano insediato poverissime baracche. Il 5 luglio 2007 è stato oggetto di un’operazione di polizia che ha espulso tutti i residenti non inclusi nel censimento. Nel novembre dello stesso anno, in seguito allo sgombero degli insediamenti di Ponte Mammolo sulle rive dell’Aniene, cinque famiglie con 70 persone vi sono state trasferite. I residenti erano diventati 350”(Brazzoduro:2011). Il campo è stato sgomberato definitivamente nel 2010, come previsto dal Piano Nomadi, molti dei residenti sono stati trasferiti a Castel Romano.

A metà degli anni ’90 si crea il campo Salviati I. Nel quartiere raccontano cheall’inizio l’integrazione è stata pacifica, i bambini frequentavano le scuole del quartiere e gli adulti lavoravano e interagivano con il territorio. Con la creazione di Salviati II, alla fine degli anni ’90, iniziano a verificarsi seri problemi di convivenza. Negli anni 2000, nella stessa area, si arrivano a registrare circa 800 Rom, tra Martora, Salviati I, II e gli altri insediamenti informali vicini.

“Il Salviati è stato installato nel 1995 ed è il primo campo dotato di servizi comuni e centralizzati. Accoglie una piccola comunità di Rom Rudara che prima abitava sulle sponde dell’Aniene. I Rudara presenti a Roma provengono quasi tutti dalla città serba di Kraguievac, dove c’era un impianto Fiat per la produzione di automobili. Molti Rom del campo erano stati assunti proprio come operai Fiat. Gran parte dei Rom è in Italia da circa quarant’anni e quindi parla l’italiano correntemente. In Italia sono nate anche le seconde e le terze generazioni. Praticano commerci vari, vendono fiori la sera nel centro di Roma, qualche donna fa la badante, diversi suonano e cantano in matrimoni e ricorrenze varie ma anche sulle metropolitane e gli autobus.

Alla fine degli anni ’90, viene inaugurato il campo di Salviati II, il primo di una nuova generazione. Infatti, è stato il primo ad essere attrezzato con container dotati di bagno interno, angolo cottura, stufa a legna, corrente elettrica, acqua corrente calda e fredda. Il campo occupa un’area contigua alla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Napoli, prima adibita a deposito giudiziario, ed era composto di 45container di 33 mq ciascuno. Salvo i primi tre, assegnati a Rudara, parenti della comunità contigua di Salviati I, gli altri accolgono una comunità di Xoraxanè trasferiti dal campo di Casilino 700 quando ne è stato deciso lo smantellamento. In origine, il Salviati II accoglieva 273 persone con una media di sei individui percontainer equivalenti a 5 mq procapite.

Dato l’elevato tasso di natalità – ogni anno nascono da dieci a venti bambini – l’affollamento è altissimo, tanto che quasi ogni famiglia ha costruito un’estensione del container per migliorare una difficile condizione. I Xoraxanè del campo provengono tutti dalla Bosnia e dal Montenegro, da dove sono fuggiti all’inizio degli anni ’90 quando le loro terre sono state devastate dalla guerra civile. I Rom, non riconoscendosi in alcuna delle due fazioni in lotta, hanno preferito abbandonare tutto e fuggire precipitosamente anche senza documenti. Vista la tragica situazione, i Paesi dell’UE hanno deciso di rilasciare a questi profughi un permesso di soggiorno umanitario, poi, a guerra finita e a pacificazione conseguita, i titolari sono stati invitati a trasformare in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’attività economica prevalente di questa comunità è quella della compravendita di rottami metallici; altre attività praticate sono quella della pulizia delle cantine, dei piccoli trasporti e del commercio di oggettistica di cui si muniscono frugando nei cassonetti della spazzatura. Alcuni fanno i meccanici, attività nella quale eccellono, anche perché usando per lavoro furgoni molto malridotti sono costretti a continue riparazioni”. (Brazzoduro:2011)

Insediamenti informali

Abbiamo rilevato infine molti insediamenti informali sparsi in tutta la zona. È un fenomeno diffuso tra i Rom ma non solo, anche tra chi non trova soluzioni abitative e spesso scappa dalle strutture inadeguate dei campi e dai centri di raccolta e accoglienza. Uno dei piú segnati da conflitti si trova di fronte al Moranti, nel cosiddetto canalone all’interno del prato. Si sgombera e si ricrea con una velocitá incredibile. Come spiega l’Associazione 21 Luglio, queste forme dell’abitare sono diffuse in tutta Europa: “Consistono in piccoli o piccolissimi insediamenti, sono per lo più abitati da famiglie di Rom comunitari provenienti dalla Romania, che hanno subìto diversi sgomberi forzati nel corso degli ultimi anni”.

Strutture temporanee per rifugiati: centro di prima accoglienza al Morandi anni 2000

Negli ultimi due anni, un grande centro di prima accoglienza per i rifugiati politici, gestito dalla Croce Rossa italiana, viene insediato nel complesso Morandi a Tor Sapienza. Una nuova sfida per la complessità di una già molto difficile convivenza nel territorio.
 Il centro di prima accoglienza A.M.I.C.I. (accogliere, mediare, informare, curare, integrare) è gestito dall’Università cattolica del Sacro Cuore e dalla Croce rossa italiana. Tra i suoi obiettivi dichiara di offrire “assistenza ai soggetti vulnerabili che hanno richiesto asilo in altri paesi europei, o che sono già titolari di protezione internazionale, ma che vengono trasferiti in Italia in applicazione del Regolamento di Dublino. È a queste persone che il Centro A.M.I.C.I. vuole garantire un inserimento socio-economico veloce ed effettivo assicurando loro la tutela dei diritti fondamentali (sanitari e giuridici) e la mediazione con le istituzioni competenti. L’intervento dell’Università Cattolica ha anche scopi di ricerca: mira a evidenziare le criticità del sistema di accoglienza internazionale, e a studiare la vulnerabilità per ridurre i fattori che la cronicizzano facendola trasformare in effettivo disturbo psichico. Il Centro è pronto ad assistere almeno 200 richiedenti/titolari di protezione internazionale vulnerabili, in particolare donne e minori, che rispondono alla categoria di “Dublino di rientro”, attraverso un’azione che si snoda lungo tre macro aree: la tutela della salute e della vulnerabilità; le procedure legali; la mediazione sociale e l’integrazione”.

Il principale problema derivante dal centro di prima accoglienza oggetto delle proteste e degli attacchi di questi giorni è stato quello di riversare un’elevata quantità di persone nello stesso momento, quasi tutti giovani maschi, nel quartiere di Tor Sapienza. Sebbene il programma miri ad occupare i giovani con lavori e formazione, le testimonianze degli abitanti del quartiere parlano di una vera e propria “invasione” degli spazi pubblici: il parco Barone Rampante, le strade, i bar, ecc. La città, in questo caso, come segnala Giorgio Agamben, viene usata come uno spazio di “sospensione”, senza capire bene “verso” dove si sta andando. Inoltre, come raccontano le nostre interviste, la diversità religiosa, linguistica e delle abitudini spaventa le persone del quartiere, che si sentono ulteriormente minacciate da “ondate” massicce di facce nuove.

  1. Occupazioni abitative anni 2000

Dal 2000 ad oggi, alla realtà che abbiamo visto si sono aggiunte le occupazioni abitative, una risposta ormai piuttosto diffusa a quella “emergenza casa” causata dai prezzi raggiunti dal mercato privato e dalla mancanza di risposte istituzionali: le liste e le graduatorie delle case popolari sono bloccate da anni. Le occupazioni assorbono un doppio fenomeno sociale, da una parte la povertà urbana e dall’altra la mancanza di programmi abitativi per le migrazioni. Le popolazioni immigrate affrontano questa mancanza di soluzioni abitative da molti anni, ma le grandi ondate migratorie degli anni 2000 trovano completamente impreparati governi e servizi locali. Questo significa che gli immigrati non trovano alcun riconoscimento né giuridico ne sul piano dei diritti, devono quindi arrangiarsi per sopravvivere e dare un tetto alle proprie famiglie. I governi locali lo sanno e per questo fanno “accordi” con le occupazioni che riducono il danno consentendo di dare una residenza ad abitanti che possono in questo modo mandare i figli a scuola e usufruire della sanità e dei sostegni pubblici.
 A tutto ciò, si aggiunge l’impoverimento di intere fasce della popolazione italiana e straniera (ma radicata da anni in Italia), che perdono il lavoro e non riescono a pagare gli affitti “gonfiati” da un mercato immobiliare speculativo (Sebastianelli: 2009).  A Tor Sapienza ci soffermeremo, a titolo esemplificativo, su una sola occupazione abitativa particolare. Va precisato, tuttavia, che, con il perdurare della crisi che colpisce in modo tanto pesante le famiglie italiane e straniere, negli ultimi tre anni le occupazioni abitative nella zona est di Roma sono triplicate.

Nel 2009 alcune famiglie senza residenza occupano una fabbrica abbandonata da anni, la ex Fiorucci. Hanno origini italiane, eritree, marocchine, peruviane e di altre nazionalità. Danno all’occupazione il nome di Metropoliz, “la città meticcia”, per la diversità di etnie e culture che si registra al suo interno. È un’occupazione piuttosto particolare, anche perché mette in luce molti dei temi chiave utili a comprendere il senso di queste forme di lotta: il riuso degli immobili abbandonati attraverso l’auto-recupero e l’auto-costruzione con finalità abitativa, il riuso del patrimonio industriale dismesso (in questo caso è un patrimonio privato ma invita a riflettere anche sulle potenzialità di quello pubblico), la concentrazione nelle aree con servizi e uno stop al consumo di suolo. Tutti temi che i movimenti di lotta per il diritto alla casa e all’abitare di Roma hanno sollevato negli ultimi anni, sia in forma teorica che pratica. Questa è inoltre la prima occupazione romana che, con il sostegno degli attivisti dei Blocchi precari metropolitani (Bpm) e dell’Associazione Popica Onlus, è disposta ad accogliere i Rom che rifiutano di andare nei campi. Così, queste famiglie rom iniziano un lungo percorso di convivenza e vita in comunità.

Le famiglie che entrano nella ex fabbrica sono novanta, in prevalenza sono composte di immigrati. Vengono da Perù, Sudan, Eritrea, Marocco, Romania e altri paesi. In un secondo momento, come detto, si aggiunge una comunità rom che, sgomberata dal Canalone di Centocelle, rifiuta le sistemazioni offerte dal Comune: andare nei campi o nei residence (Goni Mazzitelli & Broccia: 2011). A Metropoliz inizia un lungo percorso di auto-recupero della fabbrica per ricavare abitazioni dagli enormi spazi in disuso da anni. L’Università di Roma Tre, con vari corsi di architettura, sostiene queste sperimentazioni, si crea inoltre un movimento urbano di sostegno a questo spazio grazie alla visibilità che diversi artisti, riuniti nel MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove, danno all’avventura delle famiglie occupanti.

Nonostante la visibilità acquisita a livello cittadino, nel quartiere si crea un malessere dovuto alla “disinformazione” e alla mancanza d’intermediazione da parte di figure di governo capaci di aprire canali di comunicazione tra le diverse realtà e le famiglie all’interno. Negli anni successivi, nella periferia est sono stati occupati altri palazzi dai movimenti per il diritto alla casa, il fenomeno ha continuato a crescere e sono nate polemiche sulla legittimità delle occupazioni e la loro “illegalità”. Nel frattempo, le famiglie hanno trovato un tetto e i bambini riescono a fare vite… quasi normali, lasciando per un momento da parte la minaccia ossessiva di potersi svegliare ogni giorno circondati da forze dell’ordine che impongono uno sgombero.

Un quartiere frammentato

In tutte le tipologie citate, dai palazzoni ai campi rom, dal centro di prima accoglienza alle occupazioni, le istituzioni hanno considerato queste popolazioni di passaggio, temporanee, tollerate, informali e, soprattutto, problematiche. Quasi tutte le situazioni descritte si sono invece dimostrate permanenti, perché non rispondevano veramente a realtà di passaggio (tranne il centro di prima accoglienza) ma a soluzioni abitative di fortuna che, in mancanza di politiche per la casa, sono diventate soluzioni finali.

La ricerca etnografica ha permesso di comprendere questa complessità derivante da una popolazione eterogenea e da barriere altissime tra popolazione immigrata e residenti originari. Le permanenti trasformazioni con famiglie immigrate che s’insediano nel tessuto locale – negozi cinesi, ristoranti di kebab, fruttivendoli indiani, banchi del mercato egiziani, ecc., presenze ormai frequenti in ogni metropoli del mondo – colgono di sorpresa una periferia che per decenni è stata invece omogenea e a prevalenza italiana. Sebbene l’insediamento di queste nuove popolazioni sia un fenomeno decennale, certo non ha avuto adeguata risposta da parte delle istituzioni. È evidente la mancanza di mediazione culturale e di strutture di prossimità con dispositivi adatti a favorire lo scambio culturale e la costruzione di convivenza.

Per questo la sfida dei programmi urbani e sociali oggi è doppia. Da una partebisogna puntare ad ascoltare e a comprendere le nuove popolazioni non partendo più dal presupposto che siano transitorie ma fornendo loro gli strumenti utili a radicarsi nel tessuto urbano romano e a “liberare” le loro risorse a favore della comunità. Grazie alla collaborazione dei centri culturali municipali e al volontariato (i centri non ricevono fondi dai municipi), in questi ultimi tre anni le famiglie delle occupazioni hanno pulito terre abbandonate, creato orti didattici, offerto cene ispirate alla loro cucina tradizionale al quartiere, animato il carnevale e le feste con i loro abiti e le loro musiche. Quando uno spazio, seppur piccolissimo, viene aperto, questa gente lo occupa con piacere e intelligenza. Purtroppo i progetti che l’hanno consentito non sono permanenti, uno o due anni non sono certo sufficienti a fare il lavoro culturale in profondità che sarebbe necessario – soprattutto in questi anni di crisi – ad affrontare in modo efficace i problemi della convivenza e a prevenire i conflitti più sterili e pericolosi.

Dall’altra parte, è fondamentale comprendere il profondo cambiamento spaziale e socioculturale avvenuto in questi territori negli ultimi trent’anni. La mancata pianificazione territoriale ha creato barriere fisiche e simboliche tra una popolazione e l’altra, con il conseguente abbandono degli spazi di “confine”, cioè degli spazi pubblici, dove ora spesso si ha paura d’incontrare la diversità, l’altro.

Le barriere urbanistiche dell’area del Morandi, situato, come si diceva, su una collina, la mancanza di marciapiedi in tutta l’area intorno a Tor Sapienza, il cattivo funzionamento dell’illuminazione pubblica e l’abbandono di strutture come la stazione di Tor Sapienza, fanno crescere il senso d’insicurezza. Ci viene riferito dai vicini che le ragazze non escono la sera, se non con i fratelli o con altri familiari ma anche dei ragazzi giovani dicono che devono uscire in gruppo, altrimenti vengono derubati in continuazione. La segregazione fisica e la “marginalità” urbana si stanno sedimentando, ormai si possono contare generazioni intere con tanto di nonni, genitori e figli che nascono in queste strutture e in queste condizioni. Si comincia a interiorizzare la convinzione che quello è il posto che è stato “loro” assegnato nell’organizzazione sociale e tale deve restare.

I fenomeni di auto-esclusione sono fortissimi. Eppure le testimonianze che abbiamo raccolto mostrano tutto il timore ma anche il fascino delle bambine e dei ragazzi rom nell’entrare in un luogo pubblico del quartiere e riappropriarsi del diritto a “vivere la città”. Sono la prova evidente della sfida da lanciare per ritessere spazi e relazioni spezzati da tanti anni tra queste comunità.

L’immaginario urbano del quartiere

Il ruolo della stampa nella comunicazione ha sostituito gradualmente il dialogo locale. È un fatto molto pericoloso, perché riporta una dimensione negativa della convivenza culturale con gli immigrati, rafforzata notevolmente dall’uso dei socialmedia (facebook e altri). Prima dell’esplosione del “caso” Tor Sapienza, abbiamo raccolto le notizie nei giornali su quest’area. Si tratta quasi solo di notizie di cronaca: prostituzione, spaccio di droga, omicidi, aggressioni e furti nelle case o di automobili. Se si prova ad analizzare i protagonisti di questi reati per comprenderne la composizione sociale e fare luce su uno dei problemi delle periferie si scopre, ad esempio, una sostanziale parità tra italiani e immigrati regolari. Lo conferma Franco Pittau nel dossier dell’UNAR, che sottolinea come non siano gli immigrati ma la povertà e la mancanza di politiche occupazionali che danno il via alla crescita di organizzazioni criminali: “A far lievitare il numero delle denunce è la criminalità organizzata, attiva ormai anche su base etnica e pronta ad assoldare la manovalanza tra gli immigrati irregolari e a stringere un rapporto di collaborazione con le organizzazioni malavitose italiane, collocate ai livelli più alti”.Pittau dice con chiarezza che in base agli studi antimafia “… non risulta statisticamente fondato etichettare gli immigrati come più delinquenti degli italiani”.

Un’analisi dei problemi e delle contraddizioni presenti condotta dalle istituzioni insieme ai cittadini avrebbe potuto probabilmente contrastare “la propensione a considerare gli immigrati più un pericolo dal quale difendersi che dei soggetti da tutelare. Spinge in tal senso anche il clima d’insicurezza, acuito dal contrasto tra la popolazione italiana soggetta ad invecchiamento e diminuzione e quella straniera più giovane e in forte crescita” (Pittau:2013).

Che fare? Buone pratiche in Italia. Le case di quartiere a Torino. Resilienzia comunitaria

Negli anni ’90 e all’inizio del 2000, Roma ha avuto per un periodo la consapevolezza del bisogno di capire le cause profonde dei problemi sociali. Ha scelto dunque di non delegare a una gestione repressiva, di polizia, il tema della convivenza e sono stati promossi progetti di mediazione sociale e di sicurezza urbana nel Forum europeo per la sicurezza. Si è prestata attenzione soprattutto alla qualità della convivenza e delle relazioni delle persone, in particolare nelle periferie. Come segnalano Leonardo Carocci e Antonio Antolini, dopo il loro lavoro decennale nelle periferie romane “di fronte all’acutizzarsi dei conflitti locali, delle tensioni relative ai problemi dell’immigrazione, all’aumento della povertà, alla distruzione e al degrado dell’ambiente locale e urbano (…) Nella dicitura politiche di sicurezza urbana, attualmente possono essere comprese una serie di prassi di integrazione sociale, di community care, di empowerment, di mediazione dei conflitti, di progettazione partecipata, di ricerca di strumenti atti a favorire l’integrazione, il confronto sociale e il dialogo tra cittadini e istituzioni per migliorare le condizioni ambientali” (Antolini & Carocci: 2007).

I loro ragionamenti sembrano molto attuali in quanto si richiamano al bisogno di confronto, di dialogo e di pianificazione strategica a livello locale. Dobbiamo accrescere le opportunità per le persone che vivono la marginalità urbana, piuttosto che reprimerle. Allora, dopo vent’anni di una periferia segnata dai grandi palazzi di edilizia sociale, si valutavano gli effetti nefasti per i residenti. Si metteva in prima linea la necessità di ridare un’identità positiva, e delle opportunità, a queste popolazioni. Purtroppo idee e interventi molto interessanti come questi hanno anche bisogno di poter sedimentare, hanno bisogno di continuità, mentre a Roma sono stati cancellati a causa dell’alternanza politica e della mancanza di visione strategica. La mancata continuità delle politiche pubbliche s’è trascinata nel tempo, tra scelte arbitrarie che spazzano decenni di sperimentazioni virtuose, comitati volenterosi o anche famiglie che timidamente si mettono in gioco per poi ritornare in silenzio nel proprio campo rom, o nel proprio insediamento abusivo, appena si capisce che non “tira più aria di tolleranza”.

Mentre a Roma muore la consapevolezza del bisogno di un salto di qualità nelle politiche sociali, a Torino, nasce una buona pratica che ci sembra meriti di essere segnalata. Si chiamano Case di quartiere e considerano soprattutto la dimensione culturale ed artistica, visto che è centrale nelle attuali dinamiche di superamento del degrado, delle discriminazioni e delle disparità.

Le Case di quartiere ospitano iniziative diverse e promuovono un livello di co-progettazione con il governo della città orientato alla convivenza pluriculturale e al rafforzamento delle capacità locali di analisi della realtà e delle reti di soggetti che promuovono azioni concrete. Segnano un passaggio rivoluzionario nel pensare i sistemi di welfare: l’investimento pubblico innesca una collaborazione e aiuta a “liberare” le energie delle persone per migliorare la vita quotidiana del proprio territorio. Queste nuove modalità di intendere gli investimenti sociali sono riconducibili a un nuovo paradigma: la costruzione di territori resilienti dove i luoghi di confronto sono centrali.

In alcune città, come a Torino, si è creata una consapevolezza diffusa del bisogno di portare avanti politiche di comunità rivolte alla creazione di reti territoriali di accoglienza, che riescano a mitigare il disagio e a “liberare” energie e risorse locali.Il segreto di Torino è accumulare in forma virtuosa gli investimenti ricevuti dalla città e dai programmi europei, accrescere le attrezzature dei territori più disagiati,sperimentare nuove azioni che daranno risultati visibili non in una legislatura ma quando diventeranno prassi e cultura diffusa, almeno dieci anni dopo.

*Antropologa   Dipartimento di Architettura Università degli Studi Roma Tre Laboratorio arti civiche

**Articolo pubblicato su Comune-Info, 16 novembre 2104

A Gaza la nuova scuola Vittorio Arrigoni

585x780x8-768x1024-585x780.jpg.pagespeed.ic.RvJIO21zuoChe gioia poter comunicare che una nuova scuola è stata aperta a Gaza ed è a nome di Vittorio Arrigoni. L’Associazione per lo sviluppo “Ghassan Kanafani” comunica questa bellissima notizia dicendo che sono ben 98 i bambini registrati nella scuola materna e che possono contare su sette maestre assunte per l’ occasione. La lettera comunicato inizia così ” Compagni e amici in Italia, I nostri calorosi saluti a tutti voi da Gaza, dalla terra della fermezza e dell’eroismo.Calorosi saluti dai bambini della scuola materna “Vittorio Arrigoni” per l’anima di Vittorio Arrigoni, quei ragazzi ai quali, con il vostro sostegno, siamo riusciti a disegnare un sorriso sui volti….” e si conclude con un “promettiamo a tutti voi di tenere fede e mantenere i principi per i quali Vittorio il Ribelle ha vissuto e combattuto e vi promettiamo di insegnare ai nostri figli il patriottismo, il rispetto per l’umanità ed a resistere all’oppressione ovunque si trovi.”

Alla fine potrete trovare tutte le indicazioni per il contatto. L’asilo è stato costruito grazie anche alla raccolta fondi tramite la vendita del dvd “Restiamo umani – the reading movie”, scritto dallo stesso Vittorio Arrigoni.

Scrive Mariagiulia Agnoletto, psichiatra e coordinatrice dell’Associazione Salaam Ragazzi dell’Olivo Milano-Onlus, che dal 2001 collabora con l’associazione palestinese socio-educativa Remedial Educatioon Center con progetti di affido a distanza dei bambini/e dei villaggi e del campo profughi del nord della striscia di Gaza: “La mia esperienza nella striscia di Gaza è nell’incontro con i bambini/e e le loro famiglie e nel rapporto con i volontari e gli operatori (educatori, insegnanti, psicologi, clown, animatori) delle associazioni palestinesi psico-educative, che quotidianamente “resistono”, cercando di trasmettere, condividere con i bambini un attaccamento alla vita, una speranza per il futuro.A Gaza tutti i diritti del’infanzia sono negati quotidianamente: alla vita, alla libertà, alla salute fisica e psichica, alla casa, all’istruzione, al gioco, alla libertà di movimento. I bambini appaiono passivi, ritirati o più spesso tesi, con atteggiamenti di sfida, rabbia, che nascondono dolore, paura, frustrazione. Infatti “i bambini delle pietre non sono di pietra, soffrono, hanno paura”, come diceva un amico psichiatra palestinese. Sono bambini continuamene traumatizzati, quindi gli educatori palestinesi devono intervenire “durante il trauma” e cercare di aumentare la resilienza dei bambini: identificare il trauma, dare un senso all’evento e alla propria reazione emotiva, cercare di garantire loro una protezione di fronte agli eventi traumatici successivi, per evitare che il disagio psichico si strutturi in patologie. Permettere ai bambini di esprimere emozioni, bisogni, disagi, dare un significato alle proprie paure, angosce, aiutarli ad uscire dalla alienazione/rabbia, trovare soluzioni costruttive e specialmente riconoscere e stimolare le loro risorse positive (con teatro, danza, pittura, narrazione, clowneria, psicodramma, tecniche di rilassamento).Ho visto le maestre accogliere i bambini terrorizzati (come loro stesse), dopo una notte sotto le bombe, proponendo una narrazione singola e collettiva, come valore terapeutico della testimonianza e condivisione. Una possibilità di distinguere i fatti reali da quelli amplificati e deformati dalla paura, piuttosto che il disegno, come occasione per proiettare le conseguenze emotive del trauma. Ho visto costruire con i bambini le lanterne e gli aquiloni, con scritti e disegnati sopra messaggi di pace, giustizia, desideri, speranze … da far navigare in mare o volare in cielo, oltre l’isolamento di Gaza. Ho visto incontri tra madri e insegnanti per costruire, ideare, immaginare, imparare giochi, canzoni, racconti da utilizzare per sé e i propri bimbi nelle successive situazioni di paura, terrore.”

Restiamo umani

Doriana Goracci
Associazione per lo sviluppo “Ghassan Kanafani”- GKD
Indirizzo: Bait Hanoun – Al Shawa suburb
Email: Ghassan_k1972@hotmail.com
Telfax 2482540

(fonte)

Cemento e asfalto come idea stessa di “progresso”

A proposito di elezioni regionali in Liguria (ne parlavo qui), Roberto Della Seta ripercorre le Burlandiadi cementizie:

Prima da assessore, vicesindaco e sindaco di Genova (1981-1993), poi da ministro dei trasporti (1996-1998) e infine da presidente della Liguria (dal 2005), Burlando nelle sue scelte di governo ha sempre dimostrato di identificare con cemento e asfalto l’idea stessa di “progresso”. Che si tratti di mega-porti turistici o di centri commerciali, di nuove autostrade più o meno inutili o di villette a schiera, per Burlando l’eccessivo consumo di suolo è un non-problema e gli scrupoli per l’impatto della cementificazione su ambiente e territorio sono temi secondari. Come nel caso dell’outlet della Val di Vara costruito in piena area di esondazione, o del progetto-Marinella nel comune di Sarzana, immenso piano di cementificazione a due passi dalla foce del Magra (fortunatamente per ora bloccato). Nel 2009, la maggioranza “burlandiana” in consiglio regionale propose poi un Piano casa all’insegna della più spericolata deregulation edilizia: case e capannoni potevano essere liberamente aumentati fino al 50% della cubatura originaria, e il “premio” avrebbe riguardato anche gli immobili condonati. Alla fine venne approvato un testo più moderato, che in ogni caso prevedeva la possibilità per moltissime case di ampliamenti tra il 10% e il 30%.

Questo sono state le scelte di Burlando. Adesso tra un’alluvione e l’altra il suo mandato sta per scadere, ma il governatore vorrebbe che a succedergli sia Raffaella Paita, sua fedelissima e attuale assessore regionale alla protezione civile. Per intenderci, la stessa che il 9 ottobre, poche ore prima che esondassero il Bisagno, il Fereggiano e lo Sturla, “dimenticò” di diffondere l’allarme meteo già presente su molti siti web che annunciava tempesta. La speranza e l’auspicio è che i liguri questa volta mostrino più saggezza di chi finora ha governato, malissimo, il loro territorio.

Stefano Cucchi: cosa è successo nella caserma di Tor Sapienza?

Tor Sapienza è un quartiere periferico di Roma, frenetica zona di gare notturne clandestine e di cocaina nonostante le ripetute rimostranze di alcuni cittadini che hanno segnalato le piazze di spaccio, Piazza Giuseppe Raggio. Alcune fonti parlano di un’ampia indagine antidroga che riguarderebbe anche molti “intoccabili”, stimabili professionisti e insospettabili. La caserma dei carabinieri di Tor Sapienza è uno degli interrogativi da sciogliere obbligatoriamente nella vicenda di Stefano Cucchi:

“Procederemo a una rilettura di tutte le carte dell’inchiesta con riferimento alle posizioni che non sono state oggetto di indagine”: non potendo fare molto di più, in attesa della Cassazione e in virtù del principio giuridico del ne bis in idem (non si giudica una persona due volte per lo stesso reato), il procuratore capo di Roma ha annunciato di voler andare a spulciare gli atti che riguardano persone non toccate dall’inchiesta. In sei giorni 140 persone hanno avuto a che fare con lui. Per esempio i carabinieri. Già la sentenza di primo grado andava in questa direzione: “Non è certamente compito della Corte – prosegue – indicare chi dei numerosi carabinieri che quella notte erano entrati in contatto con Cucchi avesse alzato le mani su di lui”. Proviamo allora a ripercorrere quei terribili giorni. Cominciamo dalla notte dell’arresto.

“Il giorno 16/10/2009 ricevevo una telefonata alle ore 00.00 da personale del Gruppo di Roma che preannunciava l’accompagnamento presso le nostre celle di un detenuto poi identificato con Stefano Cucchi”. A parlare è il carabiniere scelto Gianluca Colicchio, impiegato presso la stazione di Tor Sapienza. Stefano era appena stato fermato all’uscita del Parco degli Acquedotti. Accanto a lui, su un’altra vettura, il suo amico Emanuele Mancini: “A entrambi due carabinieri chiedevano se avevamo droga. Io rispondevo che ero pulito ma non so se Stefano abbia risposto lo stesso. All’esito della perquisizione sulla macchina di Stefano i carabinieri trovavano hashish e altre pillole che loro pensavano fosse stupefacente, mentre invece Stefano gli diceva che erano pillole di ‘rivotril’ e lassativi. Sono a conoscenza che Stefano, che conosco da 11 anni, soffriva di epilessia”.

I due ragazzi vennero condotti nella stazione Appia. Ancora Emanuele: “I carabinieri in borghese mi dicevano che avrei dovuto firmare una dichiarazione che avevo acquistato lo stupefacente da Stefano, pur non essendo vero, in modo tale da uscire pulito da questa storia”. Così fu: Emanuele tornò a casa, Stefano rimase in camera di sicurezza. “Al momento dell’arresto – scrisse il carabiniere Francesco Tedesco – il Cucchi, di corporatura molto magra, camminava bene e non presentava alcun segno particolare sul volto se non delle occhiaie verosimilmente dovute all’eccessiva magrezza”.

Alle 3,20 del 16 ottobre Cucchi venne “tradotto” dalla stazione Appia a quella di Tor Sapienza. “Durante l’accompagnamento – mise a verbale il maresciallo Davide Antonio Speranza – il prevenuto non lamentava nessun malore, né faceva alcuna rimostranza in merito”. E invece poco dopo l’arrivo a Tor Sapienza, fu necessario chiamare il 118. “Trascorsi 20 minuti circa – riferì ancora Colicchio – il Cucchi suonava al campanello di servizio e dichiarava di avere forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia”.

Stefano però si rifiutò di farsi visitare e si mostrò “poco collaborativo”. Erano le 4,50 del mattino. Alle 9:05, il carabiniere scelto Francesco Di Sano aprì la cella: “Il Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare”. L’arrivo nelle celle di sicurezza del Tribunale di piazzale Clodio, quando il ragazzo fu preso in consegna dagli agenti penitenziari, avvenne alle 9,30. Il padre Giovanni lo vide per l’udienza di convalida, e lo trovò col viso gonfio, i lividi sotto gli occhi. Nel verbale d’arresto i militari scrissero che Cucchi era “nato in Albania il 24.10.1975, in Italia senza fissa dimora”.

L’assistente capo della penitenziaria Bruno Mastrogiacomo, in servizio presso Regina Coeli, dichiarò ai pm: “Io ho fatto spogliare il Cucchi, ho visto che aveva segni sul viso, sugli zigomi, rossi, tipo livido, e quando gli ho detto di piegarsi lui mi ha detto che non riusciva a fare la flessione perché gli faceva male all’altezza dell’osso sacro. Gli ho chiesto che cosa era successo e il Cucchi mi ha detto che era stato malmenato dai carabinieri quando è stato arrestato”. Un altro poliziotto, Fabio Tomei, mise a verbale che il detenuto Mario Torrenti, “che non è mai stato in cella insieme a Cucchi” riferì alla collaboratrice dell’onorevole Pedica, durante una sua ispezione, che “dovevano indagare sui carabinieri, che Cucchi era stato picchiato a Tor Sapienza”. I pm Barba e Loy hanno ritenuto, però, di non doverlo fare.

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Mancano i sogni

Non c’è solo l’aspetto culturale, non solo quello, che spegne il Paese: manca la speranza.

Era l’ultima certezza: nonostante tutto siamo un popolo resiliente e tenace, capace di reagire alle difficoltà! Il timore è che non sia più così. Forse stiamo perdendo anche l’ottimismo. Il rapporto Prosperity Index 2014, appena pubblicato dal Legatum Institute, ogni anno mette a confronto 142 Paesi. Nell’indice di prosperità siamo scesi al 37° posto, perdendo cinque posizioni rispetto al 2013. L’Italia registra i picchi negativi alle domande «L’economia andrà meglio?» e «È un buon momento per trovare lavoro?»: siamo 134° su 142 Paesi. Siamo più pessimisti di spagnoli (132°), francesi (120°) e ucraini (107°). Uscendo dall’Europa, più di peruviani (36°) e thailandesi (quarti!). Le grandi masse cinesi e indiane (rispettivamente 54° e 67°) sono più ottimiste di noi.

Sorprendente? Non tanto. L’ottimismo delle nazioni non è legato ai numeri, ma alle prospettive. Non ai fatti, ma alle percezioni e alle aspettative. Gli umani sono esseri sognatori e misurano la felicità sul progresso. È un grande sabato del villaggio globale: e in Italia stiamo perdendo il gusto del dopo. Kazaki (30°) e uruguayani (43°) non stanno meglio di noi, oggettivamente; ma sono convinti che oggi sia meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi. Queste cose contano, nella vita delle persone, delle famiglie e delle nazioni.

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Il contratto di Scientology

Perché di vero e proprio contratto si tratta:

La presente richiesta d’iscrizione contiene alcune Informazioni fondamentali che devono essere conosciute. comprese e che riguardano la tua partecipazione ai servizi religiosi di Scientology. Dovresti quindi leggere e comprendere questa richiesta e confermare, tramite firma da apporre alla fine della stessa, il tuo accordo con isuoi termini.

l. Scientology è una religione volta allo studio ed ai miglioramento dello spirito in relazione a se stesso, all’universo ed alle altre forme di vita. Dianetics, tecnologia di guarigione spirituale. è una parte di Scientology.

2. Il Fondatore di Scientology è lo studioso e filosofo L. Ron Hubbard. i suoi scritti e le sue conferenze registrate su Sdentoiogy e Dianetics. che costituiscono le Scritture dl Scientoiogy, sono la documentazione delle sue osservazioni e ricerche sulla natura e condizione dello spirito umano, e non sono espressioni di alcun vanto da parte della Chiesa 0 dei signor Hubbard stesso. Quindi la Chiesa non si fa alcun vanto di risultati che potrebbero derivare dal servizio. La Poiîcy Direttiva cli Scientology (Scientology Policy Directive) del13 marzo 1996 “Affermazioni da parte di membri dello staff” che e disponibile su richiesta. rende chiaro che espressioni di vanto sulla religione da parte dello staff non sono valide.

Tali Scritture contengono una guida volta ad aiutare l’individuo a divenire più consapevole di se stesso come essere spirituale. aumentarne il rispetto per sé e per gli altri. ai fine del conseguire la totale libertà spirituale per se stesso e per gli altri e non sono volte a curare o diagnosticare disturbi fisici o ad insegnare o praticare arti o scienze mediche.

3. I più importanti servizi religiosi della religione di Scientoiogy sono l’auditing ed il training. L’auditing consiste di una forma di consulenza spirituale unica nel suo genere che aiuta l’individuo ad esaminare la sua esistenza e a migliorare la sua abilita a stare di fronte a ciò che lui è. e dove lui e nella vita. ii training consiste di studio intensivo della teoria e dell’applicazione delle Scritture. Anche se da una parte la Chiesa sostiene la speranza di una vita migliore tramite la conoscenza ed applicazione della tecnologia cii Scientology. dall’altra la Chiesa tiene a precisare che il miglioramento spirituale dell’individuo presuppone la sua partecipazione onesta e devota. Quindi. la Chiesa non dichiara nè garantisce che uno qualsiasi dei servizi di Scientology produrrà un particolare risultato.

4. l servizi religiosi di Scientology di solito richiedono l’uso dell’Elettro- psicometro Hubbard o “E-Meter”. manufatto religioso che serve ai Ministri della Chiesa come guida per individuare rapidamente aree di sofferenza o disagio spirituale. Di per sé l’E-Meter non fa nulla ed il suo è uno scopo esclusivamente spirituale.

5. Ai parrocchiani viene chiesto cll sostenere la Chiesa tramite donazioni e contribuzioni relative alla loro partecipazione ai servizi religiosi di auditing e di training. A volte può succedere che uno dei parrocchiani decida di non voler più partecipare alle attività della Chiesa o che la Chiesa stessa non si senta di poter aiutare la persona al punto desiderato. In entrambi i casi, l’individuo può richiedere la restituzione delle sue contribuzioni ben sapendo di non poter più cosi partecipare ai servizi religiosi di Sclentology.

Una restituzione di contribuzioni può essere ottenuta in determinate circostanze previste dalle direttive ecclesiastiche pubblicate. includendo specificamente la Poiicy Direttiva di Scientology (Scientoiogy Pollcy Directlve) del 13 marzo 1996 “Restituzione di contribuzioni”, disponibile su richiesta, ed in base alla procedura della Chiesa stabilita dal Consiglio di Verifica dei Reclami, tramite lo stretto adempimento alle procedure e direttive di cui sopra. Tali procedure prevedono la partecipazione diretta dell’interessato con l’esclusione di qualunque terza parte. includendo. ma non limitandosi a un rappresentante legale. Tali restituzioni di contribuzioni avvengono esclusivamente con l’autorità ecclesiastica del Consiglio di Verifica del Reclami e solo a discrezione della Chiesa. inoltre comprendo. riconosco ed accetto che qualunque violazione o deviazione da parte mia da tali direttive ecclesiastiche pubblicate, rende nulla qualunque mia possibilità di ricevere qualsiasi restituzione. Mi è chiaro che in ogni caso la restituzione e una scelta ecclesiastica della Chiesa e non un mio diritto.

6. La Chiesa possiede procedure di Etica e Giustizia descritte nelle Scritture, ideate al fine di aiutare l’individuo a vivere una vita più onesta ed etica ed a risolvere inoltre le difflcolta e le dispute con altri parrocchiani e con la Chiesa stessa. È policy della Chiesa che le dispute nell’ambito della Chiesa o con altri Scientologist debbano essere risolte tramite tali procedure di arbitrato, senza il ricorso all’ordinaria autorità civile. In base alla natura religiosa dei servizi forniti riconosco comprendo ed accetto che, in nessun caso. qualsiasi disputa, reclamo o controversia relativa alla mia partecipazione ai servizi religiosi di Scientoiogy, possa venire rimessa alla decisione di un tribunale.

7. Le persone che soffrono di malattie fisiche o che sono in uno stato fisico non ottimale devono informare il Registrar (Addetto alle iscrizioni) di ciò e rivolgersi ad un medico, affinché un completo esame medico e qualsiasi trattamento necessario vengano fatti. prima di poter iniziare i servizi nella Chiesa.

8. La Chiesa tiene registrazioni scritte delle sedute di auditing come pure altri archivi che contengono informazioni relative al parrocchiano e ai suoi progressi in Sclentology. il contenuto di tali fascicoli è coperto dal segreto confessionale e nessuno può avervi accesso. eccetto le persone specificamente incaricate di dette funzioni e solamente allo scopo di amministrare ulteriori servizi religiosi. I fascicoli sono cii esclusiva proprietà della Chiesa.

9. Ci si aspetta che prima di iniziare il servizio seguente, la persona sia completamente soddisfatta dei servizi ricevuti in precedenza. Se non lo è. ci si aspetta che informi di questo il membro dello staff interessato alla questione. in modo che questa possa essere risolta prima che la persona continui con un altro servizio.

I0. Alcuni individui hanno difficoltà nel progredire nel training e nell’auditing e non sono quindi di norma accettati per questi servizi di Scientoiogy, incluse tra questi, sono persone che non stanno partecipando ai servizi di propria volontà o per propria scelta, persone che hanno un passato di internamento psichiatrico, persone con passato criminale, persone che sono malate in modo terminale e persone che cercano di indagare su Scientoiogy o che si siano costitute in giudizio contro Scientology.

Attesto di aver letto e compreso quanto sopra e cii aver avuto l’opportunità di fare domande e di aver ricevuto ogni ulteriore informazione di cui necessitava. Attesto inoltre di non ricadere in alcuna delle categorie elencate nel paragrafo precedente. Accetto le regole sovra estese della Chiesa e mi impegno ad osservarle.

Ho visto il film intitolato “Orientamento” e sono ora informato e consapevole che Scientology è una religione. che i suoi insegnamenti sono religiosi e che le sue affermazioni sono di natura religiosa. Comprendo che se desidero partecipare ai servizi di Scientology, lo faccio essendo pienamente consapevole che sono servizi religiosi, e che vl prendo parte secondo i principi ecclesiastici della religione di Scientology.

Comprendo, riconosco ed accetto che la presente richiesta d’iscrizione consacra unicamente le intese, gli accordi e gli impegni fra me e la Chiesa in relazione a tutti l servizi religiosi che la Chiesa mi fornirà.

‘ Desidero partecipare ai servizi di Sclentology. Data Firma

Nome in stampatello

Indirizzo

Firma del genitore o tutore Testimone (se minore}

Il documento in originale è qui.

Il rumore là fuori

1393775838_TECH_rumoreRispondendo ad un utente sulla propria pagina Facebook Bono degli U2 parlando della promozione del loro ultimo disco ha scritto: “c’è un sacco di rumore là fuori. Penso che sia necessario fare un po’ di casino per superarlo”. Sto scrivendo L’amico degli eroi, lo spettacolo e libro sulla vicenda inumana di Marcello dell’Utri e i suoi poco onorevoli compari di vita e sono rimasto incastrato dal silenzio qui dentro e anch’io dal rumore là fuori. Dopo lo spettacolo su Giulio Andreotti ho avuto grandi difficoltà a scrivere e produrre, non lo nascondo, per motivi che probabilmente non mi sono ancora del tutto chiari: mettici la paura, la stanchezza, mettici la malattia nera che hai sempre il sospetto di non avere superato del tutto e mettici l’indolenza che mi ha lasciato addosso. Abbiamo inventato qualcosa, sì, messo in scena giullarate, scritto articoli ma tutti questi ultimi anni si sono svolti con una dinamica granulosa e molle che ha perso la spinta dei primi anni di produzione. Con poca speranza, forse, principalmente faticando ad accendere quella vecchia energia. Ecco: il “rumore là fuori” comincia a farti paura quando hai paura di avere perso quell’equilibrio che avevi, ti salvava e non hai mai capito bene come ricrearlo quasi se ti fosse arrivato sempre un po’ per caso oppure perché non ci hai dedicato abbastanza tempo per carpirne gli ingredienti. Solo un pensiero. Tutto qui. Torno a scrivere, eh.

Non solo F35: le spese folli della Difesa

zona-militareTagliategli tutto, ma non le medaglie. E non quelle che premiano atti di coraggio “sopra e al di là del dovere” o l’estremo sacrificio al fronte. No, i militari italiani sembrano più affezionati alle decorazioni di San Maurizio, il “protettore delle nostre armi”, che suggellano cinquant’anni di carriera in uniforme, calcolata in modo più virtuale che virtuoso: onorificenze inventate da Carlo Alberto nel 1839 e sopravvissute indenni attraverso guerre e repubbliche. Sono realmente medaglie d’oro: quest’anno costeranno ai contribuenti oltre un milione e 200 mila euro, che si aggiungono al milione e 800 mila euro spesi nel 2013. Più di tre milioni per un riconoscimento dorato. E pensare che su eBay c’è chi le offre, di dubbio conio, a soli quindici euro.

Medaglie, cene di gala e privilegi di rango sono sempre più un’eccezione nei bilanci della Difesa. Certo, ammiragli e generali restano maestri di mimetismo e tattiche evasive, anche quando si tratta di occultare qualche lusso nelle pieghe della contabilità: gli stati maggiori conservano quasi un milione e 600 mila euro per “impieghi riservati”, che ogni tanto si trasformano in buffet, brindisi e feste di rappresentanza. Ma gli sfarzi, come i tre milioni stanziati nel 2010 per il nuovo circolo ufficiali della capitale o la pioggia di campi da tennis realizzati nelle caserme di Roma e dintorni, appartengono al passato. Il mantra del ministro Roberta Pinotti è «ripensare, rivedere, ridurre». Non a caso gli interventi per “sport, benessere e qualità della vita” dei militari hanno subito l’assalto più duro nella battaglia dei risparmi: dai 60 milioni del 2014 ai quindici previsti per il prossimo anno. Una robusta sforbiciata, ma poca cosa rispetto ai venti miliardi che si tireranno fuori per le forze armate, carabinieri inclusi.

Il problema è che questi soldi vanno quasi tutti a stipendi. Dei 14 miliardi destinati alla funzione Difesa, ossia senza l’impatto dei carabinieri, ben 9700 milioni ossia il 67 per cento servono per le paghe del personale e limare il resto diventa sempre più difficile. In questi giorni negli alti comandi si combatte a sciabolate per difendere ogni aereo, ogni nave e ogni carrarmato dal tritacarne della spending review. Il diktat di Renzi è chiaro: nel 2015 bisogna eliminare il 3 per cento dello stanziamento totale, ossia 600 milioni. Una somma lontanissima dal miliardo e mezzo sbandierato nelle slide del commissario Cottarelli che hanno illuso gli italiani sulla speranza di abbattere in fretta gli esborsi bellici.

I programmi più costosi – dai caccia Eurofighter ai sottomarini U-212 – hanno corazze a prova di taglio: annullare i contratti implica penali a nove cifre. La lista dello shopping per il 2015 comprende 1180 milioni per gli aerei, 487 milioni per gli apparati elettronici di comunicazione e controllo, 184 milioni per le navi, 162 per i missili e 158 per armamenti assortiti. Ma è un campo minato: non c’è modo di disinnescare questi ordini senza finire intrappolati in cause legali destinate a una cara sconfitta. Al massimo si può dilatare l’impegno su più anni, con la prospettiva alla fine di ritrovarsi in mano sistemi ormai obsoleti. Oppure aggrapparsi ad appigli tecnico-politici per negoziare sconti: quello che in questi giorni stanno facendo tedeschi e spagnoli, che contestano problemi strutturali agli Eurofighter per cercare di abbassarne il prezzo stratosferico. A noi italiani i 96 esemplari dell’intercettore europeo costeranno 21,1 miliardi: 219 milioni l’uno, includendo pure gli investimenti per lo sviluppo. Un record assoluto.

Dilemma supoercaccia – Certo, si può intervenire sugli F-35, le icone dello spreco militare, che vengono comprati di volta in volta. Per quest’anno l’investimento è stato congelato mentre per il 2015 sono stati ipotizzati 644 milioni. La Pinotti ha però annunciato che entro dicembre firmeremo altri due ordini. Una decisione che pare ispirata dalla volontà di salvare capra e cavoli: rallentare al massimo gli esborsi per il supercaccia senza chiudere lo stabilimento di Cameri, dove si spera che novanta imprese nazionali possano fare affari con l’assemblaggio e la manutenzione del jet. Parte degli accordi sottoscritti con gli Usa dal governo Berlusconi è ancora top secret e sembra di capire che ci siano clausole drastiche: se l’Italia prosegue nella moratoria la prospettiva di perdere le ricadute industriali diventa concreta. Ed ecco che nel racimolare i nuovi 600 milioni di tagli è inevitabile sfoltire il personale. Far scattare subito la riduzione degli organici che dovrebbero passare da 175 mila a 140 mila militari nel prossimo futuro. I primi a cadere potrebbero essere generali e ammiragli, che il ministro vuole portare da 443 a 310: l’avanguardia di una potatura dei comandi che prevede il sacrificio di 4200 ufficiali e 7000 marescialli. Come avverrà la decimazione non è chiaro: licenziare gli statali non si può, gli incentivi alle uscite hanno scarso appeal e quindi resta la mobilità volontaria con il trasferimento in altre amministrazioni.

L’avanzata dei contratti invisibili – Si cerca poi di trovare un modo per vendere una parte delle decine di caserme inutilizzate: immobili talvolta in pieno centro storico, che non trovano acquirenti. Finora, nell’impossibilità di piazzarle all’asta, si è scelta la cessione gratuita – come è accaduto a Firenze – ad altri enti pubblici. Il che comporta un risparmio, tra elettricità, tasse e manutenzione, ma nessuna nuova entrata. Un faro speciale è stato acceso sui contratti che la Difesa assegna senza fare gare, per trattativa diretta o procedura negoziata: una montagna di quattrini, spesso fuori controllo. “L’Espresso” ha esaminato gli ultimi bilanci, adesso integralmente consultabili sul sito web del ministero, dove le sorprese non mancano. Per la manutenzione degli immobili e la manovalanza “straordinaria” nel 2013 sono stati spesi 4 milioni e 285 mila euro, affidati di anno in anno sempre alle solite imprese. Il caso più clamoroso però sono i noleggi di navi e aerei per il trasporto di uomini e mezzi. La Avandero soltanto negli ultimi mesi ha incassato contratti che possono valere fino a 292 milioni di euro (vedi articolo a pagina 36): più di quanto il bilancio preveda per la logistica nel prossimo anno. Ma negli elenchi si trova di tutto. Nessuna gara per la gestione di mense e cucine, che nel 2012 è costata 153 milioni. Ben 372 mila per il noleggio di autobus da una società campana, che al momento del contratto era sotto inchiesta della magistratura, mentre le forze armate possiedono centinaia di pulmann. Gli acquisti di beni e servizi attraverso Consip – la centrale statale che dovrebbe garantire prezzi calmierati – sono un’eccezione. Non solo. Spesso negli accordi trattati direttamente con le industrie si riconosce pure “l’aumento quinto”: un ritocco extra che copre ulteriori costi del produttore in maniera pressoché automatica. Così la Beretta ha avuto due milioni e 400 mila euro in più per fucili e lanciagranate e altri 100 mila per binocoli laser, l’Aerosekur un milione e mezzo, la Rheinmetall 350 mila, l’Iveco 205 mila euro per “revisione prezzi”, la Vitrocisiet un aumento di 233 mila.

Il missile flop da 600 milioni – Accordi piccoli e grandi capaci di sfuggire ai monitoraggi. Ci sono programmi che si trascinano per decenni, fino a perdersi per strada. Come il missile anti-aereo Meads. Un ordigno invisibile: è costato già 2,7 miliardi ma non esiste nemmeno un prototipo completo. Il progetto è stato concepito assieme a Germania e Stati Uniti: l’Italia finora ci ha messo circa 600 milioni. Gli studi sono partiti alla fine negli anni Novanta e non si vede ancora il traguardo. Due anni fa Washington ha detto basta. I politici di Berlino e i generali di Roma non si sono ancora arresi – anche perché l’Aeronautica nel frattempo è rimasta senza batterie terra-aria – e cercano una maniera per rivitalizzare il missile distruggi-quattrini: l’hanno proposto invano alla Polonia, che ha declinato l’invito. Ora bisogna decidere se staccare la spina dei finanziamenti oppure proseguire nell’accanimento terapeutico a carico dei contribuenti. I tedeschi si pronunceranno il prossimo anno, mentre al momento nel nostro bilancio non si materializzano altri fondi. Quei 600 milioni rischiano di essere solo un regalo di Stato alle aziende coinvolte, prima fra tutte Finmeccanica, per fare ricerca tecnologica.

Il programma dall’origine più misteriosa è decisamente quello dell’Aermacchi M-345: un jet per la formazione dei piloti spuntato dal nulla nell’estate 2013. Non se n’era mai parlato prima, ma improvvisamente si decide di rivoluzionare le scuole di volo dell’Aeronautica adottando questa nuova creatura del gruppo Finmeccanica. L’allora ministro Mario Mauro ne è talmente innamorato da annunciare nel settembre 2013 che diventerà il prossimo velivolo delle Frecce Tricolori. Un’exploit sorprendente, soprattutto nell’era delle amputazioni di bilancio. Già si stava faticando per comprare, sempre dall’Aermacchi, un altro aereo da addestramento molto più potente e costoso, l’M-346. E gli stormi dove si insegna a pilotare non sembravano a corto di macchine.

Trenta aerei fermi a terra – In realtà, negli stessi mesi in cui nasceva il nuovo jet negli hangar dell’Aeronautica si è verificato un grosso guaio. Tutti i trenta velivoli scuola sono stati messi a terra: il motore si surriscaldava e rischiava di fermarsi in mezzo alle nuvole. I comandi saggiamente hanno scelto di non correre pericoli e bloccato i decolli. Il problema è che quei trenta aerei SF-260 EA sono semi-nuovi, consegnati sempre dall’Aermacchi tra il 2005 e il 2007. Per avere un’idea, i loro predecessori sono rimasti in servizio per trent’anni di fila e sono ancora ambiti dagli appassionati. Come è stato possibile non accorgersi dei difetti di una macchina tecnologicamente semplice e sbagliarne l’acquisto? Di fatto, gli aerei sono ancora fermi: si è corsi ai ripari facendo istruire gli allievi con vetusti monomotori per il traino di alianti e altri velivoli noleggiati dagli aeroclub. Dopo un anno i tecnici hanno trovato una soluzione per rimettere in aria i trenta aerei azzoppati, tempi e costi però restano dubbi. E nel frattempo si è inventata la necessità di un nuovo reattore.

Il governo Renzi ha finora rotto le ali all’M-345. Con l’arrivo della Pinotti al posto di Mauro, il progetto è stato escluso dalle priorità: nelle ultime previsioni triennali del ministero non viene neppure citato. Aermacchi invece continua a credere nella bontà dell’M-345: il prototipo è stato esibito due mesi fa al salone di Londra con i prestigiosi colori delle Frecce, proclamandone l’ingresso nelle file della nostra aviazione nel 2017. Chissà se alla fine non riuscirà nell’intento.

Spesso nello shopping militare la volontà dell’industria ha la meglio sulle esigenze delle forze armate, imponendo apparati di scarsa utilità o invecchiati precocemente: sistemi che difficilmente si riesce ad esportare. Non è un caso se l’unico blockbuster sui mercati esteri è il fuoristrada blindato Lince, creato in proprio dall’Iveco e venduto in mezzo mondo. D’altronde, i fondi del ministero Sviluppo Economico per armamenti nel 2014 hanno superato i due miliardi di euro. È lo Sviluppo Economico a pagare i supercaccia Eurofighter e i jet d’addestramento M-346, i blindati Freccia e le fregate Fremm. È sempre lo stesso dicastero a farsi carico di Forza Nec, il piano per digitalizzare i soldati con una spesa di 800 milioni per dotare di gadget hi-tech studiati da Selex (Finmeccanica) due sole unità di fanteria. Con il gran finale delle sovvenzioni a scatola chiusa per la flotta: 5,8 miliardi di euro con cui costruire 6 pattugliatori, una nave anfibia, un rifornitore e due vedette per gli incursori. Milioni stanziati senza nemmeno un disegno di massima degli scafi, con l’obiettivo di dare fiato a Fincantieri e garantire un futuro alla Marina: insomma, un finanziamento sulla fiducia. Tante rate, da qui al 2032, che lasceremo sulle spalle dei nostri figli.

(Gianluca Di Feo da L’Espresso)