Spese militari

Nell’uovo, le armi

Quatti quatti, zitti zitti, i signori delle armi entrano nella proposta di Pnrr che il governo Draghi si prepara a stilare per la consegna del Recovery Plan alla Commissione europea. Il comparto militare, settore precedentemente ignorato dal governo precedente, sorride sotto i baffi intravedendo la luce.

Il governo Conte aveva presentato le linee guida del Piano nazionale di ripresa e di resilienza il 15 settembre del 2020, poi formalizzato con la proposta del 31 gennaio 2021. Il testo aveva tre assi di intervento, già condivisi in ambito europeo: digitalizzazione, transizione ecologica e inclusione sociale. Già durante la crisi di governo il Parlamento ha continuato a lavorarci con audizioni di operatori economici. Ebbene: il 9 febbraio si tiene alla Camera, davanti alle Commissioni riunite di Bilancio e Attività produttive, l’audizione informale della Leonardo S.p.A., azienda partecipata che si occupa di difesa, aerospazio e sicurezza. Subito l’insediamento del governo Draghi, poi, il 23 febbraio, la Commissione Difesa del Senato ascolta una rappresentanza di Anpam, Associazione Nazionale di Produttori di Armi e Munizioni, la settimana successiva è il turno dell’Aiad (Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), il cui presidente è il fedelissimo di Giorgia Meloni, Guido Crosetto.

Ecco la novità: le Commissioni Difesa di Camera e Senato propongono l’utilizzo di fondi «per promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca» e per «valorizzare il contributo a favore della Difesa sviluppando le applicazioni dell’intelligenza artificiale e rafforzando la capacità della difesa cibernetica e incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare».

Le osservazioni delle Commissioni Difesa vengono recepite nel parere della Commissione Bilancio ma anche il governo sembra essere d’accordo: nel resoconto della seduta del 17 marzo della Commissione Difesa del Senato, infatti, si legge che il sottosegretario Mulè «ringrazia il relatore per il lavoro svolto ed esprime apprezzamento per la bozza di parere della Commissione, che, nei contenuti e perfino nella scelta dei vocaboli, corrisponde alla visione organica che del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha il Governo».

Dove siano innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale in tutto questo potrebbe spiegarcelo Draghi, magari ricordandosi che sono stanziati per i prossimi quindici anni ben 36,7 miliardi di euro in spese militari, più del 25% dei fondi pluriennali per l’investimento e lo sviluppo infrastrutturale dell’Italia.

Buon lunedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il maggior aumento di spese militari nel 2016? In Italia. Bum.

In Italia si registra il più forte aumento delle spese militari d’Europa occidentale. Lo confermano i nuovi dati appena diffusi dall’istituto SIPRI di Stoccolma (qui la tabella Excel), che mostrano un aumento (in termini reali) di oltre il 10 per cento della spesa per le forze armate nel nostro paese nel 2016 rispetto al 2015, a fronte di aumenti del 3 per cento in Germania e dello 0,6/0,7 per cento in Francia e Gran Bretagna. Un incremento maggiore anche rispetto a Stati Uniti (+1,7 per cento), Russia (+5,9 per cento) e Cina (+5,4 per cento), e che conferma quello stimato dalla NATO l’estate scorsa.

In termini di cifre, il SIPRI calcola per il 2016 una spesa militare italiana che suepra i 25 milioni di euro, distanziandosi fortemente dalle cifre calcolate dalla NATO e del Ministero della Difesa italiano (entrambi sui 20 milioni). Molto maggiore anche il dato riguardante il rapporto spese militari/PIL, che per l’Italia, secondo l’istituto svedese, risulta nel 2016 superiore all’1,5 per cento, in linea con l’1,4 per cento calcolato dall’Osservatorio MIL€X, mentre per la NATO e la Difesa è all’1,2/1,1 per cento.

La tendenza in crescita per le spese militari italiane si conferma anche per il 2017, come mostrano i dati dell’Osservatorio MIL€X pubblicati nel Primo rapporto annuale sulle spese militari italiane, così come i bilanci previsionali del Ministero della Difesa.

(fonte)

Nel merito. A proposito del taglio dei costi con il Senato il Parlamento ha votato 1 miliardo in tank e elicotteri. Un miliardo di euro.

Il Parlamento ha dato il via libera alla spesa di un miliardo di euro per l’acquisto di nuovi carri armati ed elicotteri da attacco per l’Esercito. Lo rende noto Mil€x, il neonato Osservatorio sulle spese militari italiane. Le commissioni Difesa e Bilancio di Camera e Senato hanno concluso l’esame dei nuovi programmi di acquisizione armamenti presentati dal Ministero della Difesa esprimendo parere favorevole (contrario solo il gruppo Cinquestelle). L’Esercito può quindi procedere con l’acquisto dei primi carri armati Centauro 2 prodotti dal consorzio Iveco-Oto Melara al costo di 530 milioni di euro e dei prototipi degli elicotteri da attacco Mangusta 2 prodotti da Leonardo Elicotteri per 487 milioni.

Come di consueto ormai per quasi tutti i maggiori programmi d’armamento della Difesa, a pagare sarà il ministero dello Sviluppo economico, integralmente per quanto riguarda gli elicotteri e prevalentemente per i carri armati. Per i carri Centauro 2 è stata finanziato solo l’acquisito della prima tranche di 50 mezzi (di cui 11 prototipi) ma l’Esercito ne vuole comprare 136. Per gli elicotteri Mangusta 2 il finanziamento riguarda solo 3 prototipi, ma il programma prevede in tutto 48 velivoli. Parliamo quindi di programmi che impegneranno i futuri governi a spendere diversi miliardi di euro.

Molte le perplessità che riguardano questi nuovi mezzi. Innanzitutto i costi elevatissimi, anche tenendo conto dell’inserimento dei costi di “supporto logistico decennale” a carico del produttore. Il Centauro 2 costa quasi 11 milioni a macchina: una cifra altissima, non solo rispetto ai 2 milioni di euro del Centauro 1 e ai 4,4 milioni del carro Ariete (entrambi mezzi degli anni ’90), ma perfino ai 6,6 milioni degli omologhi blindati Freccia (in servizio da pochi anni e ancora in fase di acquisizione). Il Mangusta 2 costa addirittura 162 milioni, quasi dieci volte tanto il Mangusta 1: uno sproposito anche considerando i costi di manutenzione.

I principali dubbi riguardano la reale necessità di comprare queste nuove costosissime macchine da guerra. I 136 carri Centauro 2 si andranno a sommare ai 630 nuovi blindati da combattimento Freccia, a 181 carri armati Ariete e Leopard e 200 carri ‘Dardo’ (per citare solo i mezzi pesanti). Una forza corazzata sovradimensionata rispetto alle esigenze operative nazionali, che infatti risponde ad esigenze di natura diversa, industriale e commerciale.

Come si legge nel documento della Difesa relativo al programma, “la produzione estensiva di sistemi per il cliente nazionale è il prerequisito di referenza indispensabile ad ogni opportunità di vendita all’estero”. Cioè: ne dobbiamo comprare tanti non perché servono all’Esercito, ma per poter lanciare il prodotto sul mercato internazionale. In sostanza lo Stato si mette al servizio dell’industria militare nazionale, prima assumendosi il rischio d’impresa tramite il finanziamento di tutta la fase di progettazione, sviluppo e realizzazione dei veicoli prototipali pre-serie, poi garantendo tramite grosse commesse il finanziamento della fase di industrializzazione e produzione su vasta scala, infine agendo come procuratore di commesse estere.

Stesso discorso per gli elicotteri Mangusta 2, la cui esigenza risulta incomprensibile se si considera che i Mangusta 1 sono stati appena aggiornati alla versione ‘Delta’ compiendo – parole della Difesa – “un salto generazionale” rispetto alla precedente versione in termini di prestazioni e armamento. La logica, anche qui, è puro marketing: “Lo sviluppo del nuovo velivolo – si legge nel documento della Difesa presentato al Parlamento – collocherebbe l’industria nazionale in posizione di vantaggio sul mercato internazionale in una finestra temporale nell’ambito della quale potrebbero essere concretizzate ottime opportunità di collaborazione e/o vendita”.

Il documento cita addirittura l’esempio virtuoso del Mangusta 1 “sulla base della quale è stata sviluppata una versione per l’estero che è stata acquistata dalla Turchia” – che ora, per inciso, li usa per bombardare i villaggi curdi.

(fonte)

L’istinto guerrafondaio che attraversa tutti i governi

Tra le uscite più funzionali e poetiche del primo Renzi c’era il continuo rimando alle troppe spese per la Difesa e alle poche risorse riservate agli asili. Ve lo ricordate? Anche lui si era espresso chiaramente sugli F35 (smentendosi poi ovviamente nei fatti) e allo stesso modo sembrava finalmente aprire alla cooperazione. Bene: le cose non sono andate esattamente come ci venivano prospettate e il focus pubblicato da Openpolis con ActionAid (che trovate qui) smaschera l’ennesima promessa non mantenuta. Del resto si sa bene come le spese militari siano un argomento intoccabile in Italia ed è un peccato che il rottamatore non abbia avuto il coraggio di rottamare. Ecco tutti i dati:

La collana MiniDossier si arricchisce di una sezione di approfondimento: Agenda Setting. Il primo focus, realizzato con ActionAid, riguarda la cooperazione italiana allo sviluppo. Una panoramica sia dei lavori parlamentari che dei progetti nel mondo.

Mai priorità. La cooperazione allo sviluppo ha fatto fatica a trovare spazio nelle aule parlamentari , non rientrando fra gli argomenti più trattati durante nessuno degli ultimi 4 Esecutivi. 27° con il Governo Berlusconi IV, 49° con il Governo Monti, 47° con il Governo Letta. Solamente con l’Esecutivo Renzi è entrato nella Top15, grazie soprattutto all’approvazione della Legge n. 125/14 del 11 agosto 2014 che modifica la disciplina generale in materia.

Decreto Missioni. Ne è conferma lo spazio sempre minore che viene riservato alla discussione del decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali e degli interventi di cooperazione allo sviluppo. Un tempo al centro del dibattito e anche dello scontro fra le forze politiche, è ora derubricato a una semplice prassi a cui – nell’ultimo passaggio riguardante la prima rata 2015 – non è stato neanche concessa una trattazione in un atto dedicato ma è stato inserito nel decreto anti-terrorismo 2015.

Ampia maggioranza. Una prima motivazione la si può trovare nel carattere “bipartisan” che ormai contraddistingue il provvedimento, che stabilmente riceve il consenso dei principali partiti anche quando questi sono su schieramenti contrapposti. In particolare, sotto il Governo Berlusconi IV il Pd ha votato a favore pur stando all’opposizione, stessa cosa a parti invertite con FI che ha dato il suo assenso sotto il Governo Renzi.

Organizzazioni Internazionali. La parte maggior parte (nel 2013 oltre il 76%) delle risorse che l’Italia destina alla cooperazione non vengono gestite direttamente dal nostro Paese ma attraverso le organizzazioni internazionali di cui fa parte. All’Unione Europea per esempio è andato un miliardo e mezzo di euro per portare a termine azioni a favore dei paesi in via di sviluppo. A seguire l’Agenzia Internazionale per lo sviluppo (oltre 300 milioni) e le banche regionali di sviluppo (172 milioni).

Interventi diretti. 3.287 sono state le iniziative italiane di aiuto allo sviluppo nel mondo nel 2013 . Distribuite in 113 paesi in tutti i continenti hanno comunque visto una concentrazione in alcuni paesi: Albania (28 milioni di euro impiegati), Afghanistan (27,9) e Etiopia (18,2) i principali. Da sottolineare come il 43% dei fondi bilaterali in realtà non abbia mai lasciato l’Italia essendo destinato alla gestione dei rifugiati politici in Italia.

Meno fondi. Negli ultimi dieci sono costantemente diminuiti i fondi per la cooperazione allo sviluppo, dai 4,5 miliardi di euro del 2005 si è arrivati ai 2,9 miliardi del 2014. L’Italia quindi si sta allontanando sempre più dal raggiungimento dell’obiettivo ONU che chiede ai paesi donatori di destinare lo 0,7% del reddito nazionale lordo. Se eravamo già distanti nel 2005 (quando destinavamo lo 0,29%) inevitabilmente lo siamo ancor di più nel 2014 (0,16%).

Spesa militare. Se il Decreto Missioni nel corso degli anni ha aumentato la percentuale delle risorse destinate alla cooperazione dobbiamo ricordare che con quell’atto viene stanziato appena il 4% del budget totale per difesa e aiuto allo sviluppo. Un’analisi complessiva invece rileva come la tendenza sia di una diminuzione della parte dedicata alla cooperazione, che in dieci anni è passata dal 14% all’11%.

MiniDossier Openpolis. “Agenda Setting: La cooperazione italiana” è il numero 7/2015 della collana di approfondimento MiniDossier. L’impostazione di data journalism prevede la verifica, l’analisi e la comparazione dei dati provenienti da fonti ufficiali per fare emergere notizie e proporre un altro punto di vista. Anche per dare continuità a questo lavoro durante l’anno è fondamentale sostenere openpolis attraverso la campagna di adesione.

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La continua presa in giro sulle spese militari

Interrogato ogni volta il Governo risponde che verranno riviste le spese militari e invece, di questi tempi, aumentano. Sì: aumentano.

Le spese militari non conoscono austerità. All’interno del budget del ministero dello Sviluppo economico per il 2015, nel capitolo “Partecipazione al Patto atlantico e ai programmi europei aeronautici, navali, aerospaziali e di elettronica professionali”, sono stati stanziati 2 miliardi 800 milioni (200 milioni in più rispetto all’anno scorso) per i caccia Eurofighter e altri investimenti aeronautici (in totale 1,4 miliardi), per le fregate Fremm (778 milioni più 60 di mutui) e il programma di blindati Vbm.

Nonché 140 milioni per il programma pluriennale da 6 miliardi per le nuove navi della Marina. Le organizzazioni Sbilanciamoci e Rete Disarmo hanno calcolato una spesa complessiva, per quest’anno, di 23 miliardi e mezzo.

Dettaglio finale: il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato di 850 milioni (per 2015 e 2016), avrà un canale preferenziale. A differenza degli anni scorsi, infatti, i soldi arriveranno subito, senza bisogno dell’approvazione del Parlamento.

(fonte)

Non solo F35: le spese folli della Difesa

zona-militareTagliategli tutto, ma non le medaglie. E non quelle che premiano atti di coraggio “sopra e al di là del dovere” o l’estremo sacrificio al fronte. No, i militari italiani sembrano più affezionati alle decorazioni di San Maurizio, il “protettore delle nostre armi”, che suggellano cinquant’anni di carriera in uniforme, calcolata in modo più virtuale che virtuoso: onorificenze inventate da Carlo Alberto nel 1839 e sopravvissute indenni attraverso guerre e repubbliche. Sono realmente medaglie d’oro: quest’anno costeranno ai contribuenti oltre un milione e 200 mila euro, che si aggiungono al milione e 800 mila euro spesi nel 2013. Più di tre milioni per un riconoscimento dorato. E pensare che su eBay c’è chi le offre, di dubbio conio, a soli quindici euro.

Medaglie, cene di gala e privilegi di rango sono sempre più un’eccezione nei bilanci della Difesa. Certo, ammiragli e generali restano maestri di mimetismo e tattiche evasive, anche quando si tratta di occultare qualche lusso nelle pieghe della contabilità: gli stati maggiori conservano quasi un milione e 600 mila euro per “impieghi riservati”, che ogni tanto si trasformano in buffet, brindisi e feste di rappresentanza. Ma gli sfarzi, come i tre milioni stanziati nel 2010 per il nuovo circolo ufficiali della capitale o la pioggia di campi da tennis realizzati nelle caserme di Roma e dintorni, appartengono al passato. Il mantra del ministro Roberta Pinotti è «ripensare, rivedere, ridurre». Non a caso gli interventi per “sport, benessere e qualità della vita” dei militari hanno subito l’assalto più duro nella battaglia dei risparmi: dai 60 milioni del 2014 ai quindici previsti per il prossimo anno. Una robusta sforbiciata, ma poca cosa rispetto ai venti miliardi che si tireranno fuori per le forze armate, carabinieri inclusi.

Il problema è che questi soldi vanno quasi tutti a stipendi. Dei 14 miliardi destinati alla funzione Difesa, ossia senza l’impatto dei carabinieri, ben 9700 milioni ossia il 67 per cento servono per le paghe del personale e limare il resto diventa sempre più difficile. In questi giorni negli alti comandi si combatte a sciabolate per difendere ogni aereo, ogni nave e ogni carrarmato dal tritacarne della spending review. Il diktat di Renzi è chiaro: nel 2015 bisogna eliminare il 3 per cento dello stanziamento totale, ossia 600 milioni. Una somma lontanissima dal miliardo e mezzo sbandierato nelle slide del commissario Cottarelli che hanno illuso gli italiani sulla speranza di abbattere in fretta gli esborsi bellici.

I programmi più costosi – dai caccia Eurofighter ai sottomarini U-212 – hanno corazze a prova di taglio: annullare i contratti implica penali a nove cifre. La lista dello shopping per il 2015 comprende 1180 milioni per gli aerei, 487 milioni per gli apparati elettronici di comunicazione e controllo, 184 milioni per le navi, 162 per i missili e 158 per armamenti assortiti. Ma è un campo minato: non c’è modo di disinnescare questi ordini senza finire intrappolati in cause legali destinate a una cara sconfitta. Al massimo si può dilatare l’impegno su più anni, con la prospettiva alla fine di ritrovarsi in mano sistemi ormai obsoleti. Oppure aggrapparsi ad appigli tecnico-politici per negoziare sconti: quello che in questi giorni stanno facendo tedeschi e spagnoli, che contestano problemi strutturali agli Eurofighter per cercare di abbassarne il prezzo stratosferico. A noi italiani i 96 esemplari dell’intercettore europeo costeranno 21,1 miliardi: 219 milioni l’uno, includendo pure gli investimenti per lo sviluppo. Un record assoluto.

Dilemma supoercaccia – Certo, si può intervenire sugli F-35, le icone dello spreco militare, che vengono comprati di volta in volta. Per quest’anno l’investimento è stato congelato mentre per il 2015 sono stati ipotizzati 644 milioni. La Pinotti ha però annunciato che entro dicembre firmeremo altri due ordini. Una decisione che pare ispirata dalla volontà di salvare capra e cavoli: rallentare al massimo gli esborsi per il supercaccia senza chiudere lo stabilimento di Cameri, dove si spera che novanta imprese nazionali possano fare affari con l’assemblaggio e la manutenzione del jet. Parte degli accordi sottoscritti con gli Usa dal governo Berlusconi è ancora top secret e sembra di capire che ci siano clausole drastiche: se l’Italia prosegue nella moratoria la prospettiva di perdere le ricadute industriali diventa concreta. Ed ecco che nel racimolare i nuovi 600 milioni di tagli è inevitabile sfoltire il personale. Far scattare subito la riduzione degli organici che dovrebbero passare da 175 mila a 140 mila militari nel prossimo futuro. I primi a cadere potrebbero essere generali e ammiragli, che il ministro vuole portare da 443 a 310: l’avanguardia di una potatura dei comandi che prevede il sacrificio di 4200 ufficiali e 7000 marescialli. Come avverrà la decimazione non è chiaro: licenziare gli statali non si può, gli incentivi alle uscite hanno scarso appeal e quindi resta la mobilità volontaria con il trasferimento in altre amministrazioni.

L’avanzata dei contratti invisibili – Si cerca poi di trovare un modo per vendere una parte delle decine di caserme inutilizzate: immobili talvolta in pieno centro storico, che non trovano acquirenti. Finora, nell’impossibilità di piazzarle all’asta, si è scelta la cessione gratuita – come è accaduto a Firenze – ad altri enti pubblici. Il che comporta un risparmio, tra elettricità, tasse e manutenzione, ma nessuna nuova entrata. Un faro speciale è stato acceso sui contratti che la Difesa assegna senza fare gare, per trattativa diretta o procedura negoziata: una montagna di quattrini, spesso fuori controllo. “L’Espresso” ha esaminato gli ultimi bilanci, adesso integralmente consultabili sul sito web del ministero, dove le sorprese non mancano. Per la manutenzione degli immobili e la manovalanza “straordinaria” nel 2013 sono stati spesi 4 milioni e 285 mila euro, affidati di anno in anno sempre alle solite imprese. Il caso più clamoroso però sono i noleggi di navi e aerei per il trasporto di uomini e mezzi. La Avandero soltanto negli ultimi mesi ha incassato contratti che possono valere fino a 292 milioni di euro (vedi articolo a pagina 36): più di quanto il bilancio preveda per la logistica nel prossimo anno. Ma negli elenchi si trova di tutto. Nessuna gara per la gestione di mense e cucine, che nel 2012 è costata 153 milioni. Ben 372 mila per il noleggio di autobus da una società campana, che al momento del contratto era sotto inchiesta della magistratura, mentre le forze armate possiedono centinaia di pulmann. Gli acquisti di beni e servizi attraverso Consip – la centrale statale che dovrebbe garantire prezzi calmierati – sono un’eccezione. Non solo. Spesso negli accordi trattati direttamente con le industrie si riconosce pure “l’aumento quinto”: un ritocco extra che copre ulteriori costi del produttore in maniera pressoché automatica. Così la Beretta ha avuto due milioni e 400 mila euro in più per fucili e lanciagranate e altri 100 mila per binocoli laser, l’Aerosekur un milione e mezzo, la Rheinmetall 350 mila, l’Iveco 205 mila euro per “revisione prezzi”, la Vitrocisiet un aumento di 233 mila.

Il missile flop da 600 milioni – Accordi piccoli e grandi capaci di sfuggire ai monitoraggi. Ci sono programmi che si trascinano per decenni, fino a perdersi per strada. Come il missile anti-aereo Meads. Un ordigno invisibile: è costato già 2,7 miliardi ma non esiste nemmeno un prototipo completo. Il progetto è stato concepito assieme a Germania e Stati Uniti: l’Italia finora ci ha messo circa 600 milioni. Gli studi sono partiti alla fine negli anni Novanta e non si vede ancora il traguardo. Due anni fa Washington ha detto basta. I politici di Berlino e i generali di Roma non si sono ancora arresi – anche perché l’Aeronautica nel frattempo è rimasta senza batterie terra-aria – e cercano una maniera per rivitalizzare il missile distruggi-quattrini: l’hanno proposto invano alla Polonia, che ha declinato l’invito. Ora bisogna decidere se staccare la spina dei finanziamenti oppure proseguire nell’accanimento terapeutico a carico dei contribuenti. I tedeschi si pronunceranno il prossimo anno, mentre al momento nel nostro bilancio non si materializzano altri fondi. Quei 600 milioni rischiano di essere solo un regalo di Stato alle aziende coinvolte, prima fra tutte Finmeccanica, per fare ricerca tecnologica.

Il programma dall’origine più misteriosa è decisamente quello dell’Aermacchi M-345: un jet per la formazione dei piloti spuntato dal nulla nell’estate 2013. Non se n’era mai parlato prima, ma improvvisamente si decide di rivoluzionare le scuole di volo dell’Aeronautica adottando questa nuova creatura del gruppo Finmeccanica. L’allora ministro Mario Mauro ne è talmente innamorato da annunciare nel settembre 2013 che diventerà il prossimo velivolo delle Frecce Tricolori. Un’exploit sorprendente, soprattutto nell’era delle amputazioni di bilancio. Già si stava faticando per comprare, sempre dall’Aermacchi, un altro aereo da addestramento molto più potente e costoso, l’M-346. E gli stormi dove si insegna a pilotare non sembravano a corto di macchine.

Trenta aerei fermi a terra – In realtà, negli stessi mesi in cui nasceva il nuovo jet negli hangar dell’Aeronautica si è verificato un grosso guaio. Tutti i trenta velivoli scuola sono stati messi a terra: il motore si surriscaldava e rischiava di fermarsi in mezzo alle nuvole. I comandi saggiamente hanno scelto di non correre pericoli e bloccato i decolli. Il problema è che quei trenta aerei SF-260 EA sono semi-nuovi, consegnati sempre dall’Aermacchi tra il 2005 e il 2007. Per avere un’idea, i loro predecessori sono rimasti in servizio per trent’anni di fila e sono ancora ambiti dagli appassionati. Come è stato possibile non accorgersi dei difetti di una macchina tecnologicamente semplice e sbagliarne l’acquisto? Di fatto, gli aerei sono ancora fermi: si è corsi ai ripari facendo istruire gli allievi con vetusti monomotori per il traino di alianti e altri velivoli noleggiati dagli aeroclub. Dopo un anno i tecnici hanno trovato una soluzione per rimettere in aria i trenta aerei azzoppati, tempi e costi però restano dubbi. E nel frattempo si è inventata la necessità di un nuovo reattore.

Il governo Renzi ha finora rotto le ali all’M-345. Con l’arrivo della Pinotti al posto di Mauro, il progetto è stato escluso dalle priorità: nelle ultime previsioni triennali del ministero non viene neppure citato. Aermacchi invece continua a credere nella bontà dell’M-345: il prototipo è stato esibito due mesi fa al salone di Londra con i prestigiosi colori delle Frecce, proclamandone l’ingresso nelle file della nostra aviazione nel 2017. Chissà se alla fine non riuscirà nell’intento.

Spesso nello shopping militare la volontà dell’industria ha la meglio sulle esigenze delle forze armate, imponendo apparati di scarsa utilità o invecchiati precocemente: sistemi che difficilmente si riesce ad esportare. Non è un caso se l’unico blockbuster sui mercati esteri è il fuoristrada blindato Lince, creato in proprio dall’Iveco e venduto in mezzo mondo. D’altronde, i fondi del ministero Sviluppo Economico per armamenti nel 2014 hanno superato i due miliardi di euro. È lo Sviluppo Economico a pagare i supercaccia Eurofighter e i jet d’addestramento M-346, i blindati Freccia e le fregate Fremm. È sempre lo stesso dicastero a farsi carico di Forza Nec, il piano per digitalizzare i soldati con una spesa di 800 milioni per dotare di gadget hi-tech studiati da Selex (Finmeccanica) due sole unità di fanteria. Con il gran finale delle sovvenzioni a scatola chiusa per la flotta: 5,8 miliardi di euro con cui costruire 6 pattugliatori, una nave anfibia, un rifornitore e due vedette per gli incursori. Milioni stanziati senza nemmeno un disegno di massima degli scafi, con l’obiettivo di dare fiato a Fincantieri e garantire un futuro alla Marina: insomma, un finanziamento sulla fiducia. Tante rate, da qui al 2032, che lasceremo sulle spalle dei nostri figli.

(Gianluca Di Feo da L’Espresso)

Se armi la pace, ami la guerra

Siamo convinti che anche l’impegno sottoscritto dalla mozione approvata ieri in parlamento di limitarsi alla realizzazione dei tre F35 già acquistati è una decisione errata perché sottrae risorse necessarie ai settori di primaria importanza per la nostra società come educazione, sanità, welfare, ambiente, cultura e occupazione.

Crediamo inoltre che il conseguimento della pace non si raggiunge attraverso l’impiego di nuovi e sofisticati sistemi d’arma, al contrario esige un processo di disarmo e di riduzione delle spese militari, la promozione della giustizia e lo sviluppo sociale, l’impiego di metodi di non violenza attiva e il dialogo. Tutto ciò è suggerito anche dall’insegnamento della dottrina sociale della chiesa cattolica ripetutamente sottolineato anche dai pontefici in questi ultimi cinquant’anni. “La guerra è avventura senza ritorno” – ammoniva Papa Giovanni Paolo II – parole a cui fanno eco quelle di Papa Francesco “La guerra è il suicidio dell’umanità”.

Le risorse impiegate per il riarmo non solo hanno un enorme e ingiustificato costo sociale, sono un ostacolo per la sicurezza e la pace tra le nazioni che mai si possono realizzare con l’uso della forza e la violenza.

Poche parole, chiare da quelli di Nigrizia.