Lo spettacolo osceno
Uno spettacolo osceno. Uno spettacolo che avviene fuori scena. Una cosa così.
Uno spettacolo osceno. Uno spettacolo che avviene fuori scena. Una cosa così.
Non credetegli. Mai. Il mare non uccide. Le persone uccidono. Anche l’indifferenza uccide, sì, anche quella: i morti per indifferenza li riconosci perché quando muoiono se gli apri gli occhi, con le dita, come si aprono due lembi, dentro ci trovi la pupilla di chi l’aveva capito da tempo che sarebbe finita così. Non sono mica come i morti improvvisi, quelli con lo sguardo interrotto che non ha nemmeno fatto in tempo di stringersi per il buio che gli veniva addosso: se avessero un minuto, un minuto ancora, un minuto di quelli che un minuto prima di andarsene uno torna e dice – ah! Scusa, un’ultima cosa – se avessero avuto quel minuto lì ve l’avrebbero raccontato anche loro che il mare, il mare non uccide. Uccide trascinarsi per il deserto come una mandria zoppa in balìa di pastori a forma di soldati; uccide farsi porto a forza di pregarne uno e provare a farsi legno per non bollire di sole e sale; uccide nascere dalla parte sbagliata del mondo, come una mela che casca dalla parte del dirupo; uccide l’indifferenza. Sì, l’indifferenza uccide, eccome se uccide. Ci sono più morti di indifferenza della somma di tutte le guerre mondiali, anche delle guerre dei tempi passati. Solo che i morti di indifferenza muoiono che non se ne accorge nessuno. Si spengono come lampadine di una strada deserta in cui non passa nessuno.
Il vicolo deserto in cui non passa nessuno, trattato come un sacco dell’umido da chiudere stretto senza nemmeno guardarci dentro, per non rovinarsi l’appetito, è la Libia di cui tutti parlano e nessuno legge, la Libia che è diventata la discarica dei nostri errori e dei nostri orrori. E invece lì dentro ci sono storie che vanno prese a piene mani e portate in giro. Con pazienza, cura. Come quando si cambia una lampadina, appunto.
(dal mio spettacolo “A casa loro”, scritto insieme a Nello Scavo, che è uno spettacolo teatrale ma forse sarebbe il caso che fosse un bigino da tenersi in tasca durante questa brutta campagna elettorale. Buon venerdì:)
Anche stasera. A San Didero, che è un comune a forma di gioiello pendente appeso al collo della Val di Susa. Qui dove la montagna è una religione laica da indossare con un certa fierezza. Essere montanari significa avere a cuore la propria terra, qui. La questione TAV non è una disquisizione tra tifosi, qui ti mangia il giardino e, se ti va male, la casa, anche.
Siamo andati in scena con Mafie Maschere e Cornuti davanti a un pubblico che non si aspettava mica uno spettacolo che schiaffasse in faccia quello che non vediamo per stare tranquilli. Qui, anche qui, si aspettavano di vedere “l’animale minacciato”, un tipico esemplare di personaggio televisivo che facesse il triste. E invece no.
In fondo, ci pensavo adesso che sto andando a dormire, faccio il lavoro più bello del mondo: racconto storie e mi diverto nell’appoggiarle in modo inaspettato. Dall’inaspettato, se siamo bravi, si accende la sorpresa e poi la sorpresa partorisce la meraviglia.
Non so dire bene quando mi sono messo intesta di smetterla di fare “l’uomo lupo”, prodotto circense da portare in tournée per sfruttare il filone degli scortati.
Io sono io. Non sono le mie minacce (ho provato a raccontarlo in Santamamma). E ogni volta che qualcuno, sorpreso, mi dice che lo spettacolo è stato un bello spettacolo e che lo spettacolo non ero io mentre lo recitavo mi convinco di avere reso onore al privilegio che mi è capitato: raccontare storie.
E niente. Ve ne sono grato. Ecco. E fanculo le minacce e la scorta. Tutto qui.
Ci siamo messi in testa una cosa che non si era mai vista. Ma, si sa, a me piace così. Quando mi viene. E poiché da tempo mi dicono che il mio teatro è troppo “politico” (me lo dicono di solito i detrattori avviliti, quelli che hanno bisogno che non ci siano in giro tipi diversi dai falsi cortesi che sono) allora mi sono detto che è vero: che sono terribilmente politico in quelli che scrivo e che recito. Per scelta.
E allora ci siamo detti che in fondo sarebbe proprio una cosa mai vista che la politica entri in teatro. Senza infingimenti. E alla fine lo facciamo davvero: lo spettacolo si intitolerà “Sono tutti uguali” e in scena ci sarà anche un politico, davvero. Che tra l’altro è un amico. E una gran bella penna. Pippo Civati.
E ieri ci siamo permessi di parlarne e mostrare un’anteprima piccola piccola. Ecco: se avete voglia è tutto qui.
Sipario. Poi ne parleremo.
(di Milene Mucci, fonte, la scheda dello spettacolo è qui)
Il teatro di Giulio Cavalli, un’amara risata sulla Mafia per una matura riflessione
A pochi metri dal palco, seduti in platea le “parole” ti piovono addosso. Dirette, come missili, come schegge di verità che, altrove, devi intravedere e faticosamente cercare. Ecco, questo realizzi immediatamente mentre ascolti Giulio Cavalli dire sul palcoscenico che “la parola contro le mafie funziona”. Questo realizzi quando ascolti che il teatro fa paura, il teatro dà fastidio.
Il suo teatro, dà fastidio. Perché il teatro, quello fatto cosi, è diretto, senza mediazione, senza nessun possibile, conciliatorio, tramite. Noi in platea e lui sul palco, che racconta. Non “solo” nomi e cognomi, verissime storie. Racconta di parole che ci hanno “portato via”, snaturandole, come “onore”per esempio.
Racconta di parole come armi, “antimafia culturale” per smontare e deridere quello che ci fanno credere invincibile ed invece non lo è.
“Non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo e'” ci dice, citando Mark Twain, inoltrandosi come un giullare del ‘500 contro il potere, nello smontare icone mafiose, da Riina a Provenzano. Facendoci capire così, fra un sorriso ed una battuta, che quello che appare non è che dietro, neanche molto distante, niente è a caso e il quadro è molto, molto più grande.
Ci fa capire che “commemorare” è praticare memoria ed è praticare memoria ciò che dà fastidio, così come dà fastidio riderne di mafia e di boss perché “la risata sbriciola ciò che ci hanno fatto sempre credere vero”, compresi certi miti.
Così scopriamo che Provenzano quando viene arrestato viveva in mezzo a cacche di capre, pentolini incrostati, collezioni di santini, pasta senza glutine e non nel bunker di Guerre Stellari che l’immaginario ci farebbe credere.
O che è inutile parlare di minacce ricevute perché fa, invece, bene sorridere, demolendola, sulla bara inviata in teatro e rivenduta perché lui, Giulio il destinatario, non sapeva dove sistemare.
Insomma, durante questa “giullarata” di “Mafie, maschere e cornuti” che sta andando in scena con ascolti storie che sono cresciute da sole, nonostante il silenzio complice e ignavo di Stato, silenzio che tutti tranquillizza e rassicura.
Storie come il funerale “oscenamente privato” di Ambrosoli a Milano, sepolto in fretta d’estate solo con la moglie, i figli e l’amico maresciallo della Guardia di Finanza, o quella dei nomi che non si possono fare nelle storie dei mercati ortofrutticoli o quella dimenticata, e ancora da chiarire, di Bruno Caccia, magistrato ucciso a Torino nel 1983 nell’attimo di libertà in cui passeggiava col cane.
Storie come quella di Denise, figlia di Lea Garofalo o di altri testimoni di giustizia, gente che in Italia troppo spesso deve sparire, mimetizzarsi, dimenticare la propria vita invece di poterla riprendere orgogliosamente in mano, come sarebbe naturale dopo tanto coraggio.
Perché “siamo un paese che si innamora delle fragilità sbagliate”, che non sa proteggere chi merita,un paese che ci fa intendere le intercettazioni come pratica brutale contro la privacy dei potenti “, un paese dove “se hai uno spettacolo antimafia non esci neanche sul gazzettino della parrocchia, mentre se sei al 41 bis ti ascoltano”.
Insomma, il tempo passa veloce mentre Giulio e Francesco Spina, il suo musicista, sono sul palco.
Passa veloce mentre ti scorrono nella mente le immagini della tua città, delle tante città in Italia dove vedi materiaizzati quei soldi di cui sta raccontando, quei “soldi che non devono avere più la forma di soldi”, che diventano ristoranti inspiegabilmente sempre vuoti, centri commerciali stranamente uno accanto all’altro, bar, casermoni di appartamenti deserti o file di capannoni fantasma in aeree industriali di città impoverite.
Ritornano a bomba queste parole nella nostra mente e ci toccano proprio per la semplicità estrema, la forza con cui sono dette. La stessa con cui dobbiamo trattenerle. Perché è un dovere farlo, un dovere portarsele a casa.
Un dovere ricordare quella seconda parte, dimenticata e così poco in luce, dell’art. 4 della nostra Costituzione che ci viene ricordata.
Quella sommersa dalla prima, così fondamentale sul valore del lavoro ma in cui si recita straordinariamente che come cittadini abbiamo il dovere di svolgere secondo le nostre possibilità “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”!
Il dovere. Insomma, dove ci viene detto chiaramente che “l’indifferenza è incostituzionale” e che è un dovere, quindi ,essere di parte, scegliere da che parte stare. Essere “partigiani”, sempre ,ancora, nel senso autentico della parola.
Essere partigiani chiedendosi cosa abbiamo fatto e cosa facciamo, alla fine, per Denise, per Lea e per tutte queste altre storie che commemoriamo e che ci sono state raccontate.
Si ritorna a questo teatro, che poi teatro alla fine poi non è, perché vivo vero, irridente e demolitore. A questo teatro che ” funziona solo se ce ce lo portiamo a casa”.
Le luci si spengono, la platea si svuota, la convinzione che Giulio ce l’abbia fatta anche stasera a lasciare ancora qualcosa. La capacità di deridere quello che ci fanno vedere e di cercare, invece, seriamente ed ogni giorno quello che ci nascondono.
Insieme all’immagine evocata che, prima o poi, dal fondo della platea si alzi Denise, la figlia di Lea, che salutandoci serena possa dire: “Io sono qui. E sono IO”.
Semplicemente.
(fonte)
(recensione di Fabio di Todaro)
Ne L’Amico degli eroi, andato in scena al Teatro della Cooperativa, Giulio Cavalli ripercorre l’ascesa sociale del politico siciliano, riconosciuto dalla giustizia come un trait d’union tra Cosa Nostra e l’alta finanza.
La storia dell’Italia dell’ultimo ventennio in un intreccio ferale tra mafia e politica, è così che Giulio Cavalli, accompagnato dalle musiche di Cisco Bellotti, ci ricorda cos’è avvenuto nel nostro paese tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del nuovo millennio. Ne L’Amico degli eroi, al Teatro della Cooperativa di Milano, l’attore, da sempre impegnato in rappresentazioni di teatro civile, ripercorre la storia giudiziaria e le relazioni di Marcello Dell’Utri con Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi. Passando da un monologo all’altro, Cavalli coinvolge il pubblico e lo guida per mano nella drammaticità vissuta (e soltanto di rado portata a galla) lungo la Penisola sul finire del ventesimo secolo.
Lo sfondo è, con la proiezione di documenti, interviste e video che suffragano quanto raccontato dal protagonista, un valido accompagnamento, Dell’Utri viene descritto come «un giovane siciliano arrampicatore sociale che decide di essere l’anello di congiunzione di due mondi totalmente differenti: l’imprenditoria milanese estrema e l’arrembante mafia siciliana». In mezzo ci finisce la politica, con la nascita di Forza Italia e l’ascesa di Berlusconi. Cavalli riporta i passaggi conclusivi della storia giudiziaria di Dell’Utri, «un’attività volontaria, consapevole e specifica che ha contribuito al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa Nostra, alla quale è stata offerta l’opportunità di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza», sempre con la mediazione di Dell’Utri.
Lo spettacolo è interessante e coinvolgente, Cavalli si conferma un’eccellente narratore delle vicende di mafia di questo Paese, come peraltro già dimostrato con Nomi, cognomi e infami. Al Cooperativa toccherà probabilmente inserire questo spettacolo nella prossima stagione, per evitare che risulti penalizzato dalla messa in scena in coda a quella appena conclusa.
(fonte)
Al Teatro della Cooperativa, fino allo scorso sabato 28 maggio è andato in scena, per la prima volta a Milano “L’Amico degli Eroi, Parole Opere e Omissioni di Marcello Dell’Utri”. Il testo è stato scritto, diretto e interpretato da Giulio Cavalli. Musiche di Cisco Bellotti.
Il termine, quasi d’obbligo in calce ad ogni spettacolo, “liberamente tratto” mi sembra andare un po’ stretto a quest’ultimo lavoro di Giulio Cavalli in cui viene analizzato l’intreccio tra mafia e politica, tratto dalle vicende giudiziarie (e dalle amicizie consolidate) di Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi.
E’ un succedersi incessante di monologhi proposti da un Giulio Cavalli decisamente coinvolgente e capace di calare il pubblico nella drammaticità di una realtà con la quale il nostro Paese si confronta tristemente da oltre vent’anni. I monologhi sono proposti con un linguaggio diretto, sobrio e al tempo stesso divertente. Sullo sfondo e con ritmo sapiente ecco proiettati i documenti, le interviste e i video che testimoniano momenti di verità e palesi intrighi di potere.

Sulle tavole del Teatro della Cooperativa è stata di scena, come si legge nella presentazione dello spettacolo, “ la vicenda (dis)umana di un giovane siciliano arrampicatore sociale che decide di essere l’anello di congiunzione di due mondi totalmente differenti (l’imprenditoria milanese estrema e l’arrembante mafia siciliana) passando indenne dal cambio dei vertici mafiosi, dei vertici politici: praticamente indenne dalla Storia d’Italia fino alla condanna per concorso esterno in associazione mafiosa”.
“La pluralità dell’attività posta in essere da Dell’Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l’altro offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici”, così conclude la sentenza definitiva, sottolineando come la vicenda giudiziaria testimoniata da Cavalli rappresenti un passaggio fondamentale per comprendere la storia italiana degli ultimi tempi e forse, purtroppo anche di parte dell’immediato futuro.
Spettacolo interessante e coinvolgente con il limite, involontario, di essere stato inserito nella coda del ricchissimo programma proposto dal Teatro di via Hermada, uno spettacolo che spero possa essere ripresentato nella stagione 16/17 perché merita di essere visto da un grande pubblico.
Claudia Notargiacomo
Io lotterò fino allo stremo questa moda arrogante e intellettualmente sciatta di credere che gli anaffettivi siano i forti, i più affidabili per i ruoli dirigenziali e i meglio preparati per affrontate questo tempo. Preferisco piuttosto rischiare di essere goffo, patetico, melenso oppure ridicolo ma racconterò in ogni mio spettacolo, in ogni mio libro e in ogni incontro nelle scuole quanto sia troppo facile imparare a diventare insensibili.
Scorgere le battaglie più dimesse: vorrei riuscire a diventare un esploratore capace di starmi giorni interi in apnea nel cuore. Ogni tanto mi viene voglia di buttarmi in un esercizio così.