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‘Ndrangheta, la scalata dei rampolli (spennati) dei Tegano

(il solito bravissimo Lucio Musolino, qui)

A Reggio Calabria, ormai, li conoscono tutti come i “Teganini”. Sono le giovani leve del clan Tegano, ragazzi cresciuti con il mito dei genitori e degli zii, protagonisti della seconda guerra di mafia che, dal 1985 al 1991, ha lasciato a terra quasi mille morti ammazzati. Giovani rampolli, nati tra la prima e la seconda metà degli anni novanta, che quei padri possono vederli solamente in carcere, se non li hanno visti morire ammazzati nel periodo della mattanza.

Come Domenico Tegano, 25 anni ancora da compiere e un carisma “fuori dal comune che, nonostante la sua giovane età, – scrivono gli investigatori – gli garantisce il massimo rispetto sia da parte dei suoi fiancheggiatori, che dai soggetti estranei alla propria organizzazione”. Domenico, conosciuto con il diminutivo di “Mico”, è il primogenito di Pasquale Tegano. Quest’ultimo,  per gli inquirenti è un “elemento verticistico della cosca”: al momento è detenuto al 41 bis nel carcere “di Spoleto, a seguito della cattura avvenuta nel 2004 dopo anni di latitanza”.

LA RISSA DEI “TEGANINI” E IL PESTAGGIO DI DUE POLIZIOTTI

Scena della rissa

Assieme al cugino Giovanni (altro rampollo di 21 anni) e ad 11 coetanei, Mico Tegano ha ricevuto nei giorni scorsi un avviso diconclusione indagini per rissa e lesioniai danni di due poliziotti che, il 5 giugno 2016, sono stati pestati a sangue dal branco. Il tutto era avvenuto sotto le telecamere nel centro di Reggio dove i “teganini” non hanno esitato ad accerchiare i due poliziotti in borghese che avevano cercato di sedare la rissa scoppiata con un gruppo di coetanei di Rosarno, alcuni dei quali sospettati di essere vicini ai clan della Piana di Gioia Tauro. Il caos era scoppiato per un motivo banalissimo: un complimento che i rosarnesi avevano fatto ad una ragazza.

Durante l’aggressione è spuntato un coltello e, se non fossero intervenuti gli agenti, la rissa poteva avere un bilancio ben più grave. Risultato: entrambi i poliziotti hanno riportato un trauma cranico, fratture delle ossa nasali e trauma toracico. Un pestaggio del quale Mico Tegano si è vantato qualche giorno dopo con gli amici: “Quello biondo…sto cornuto… – sono le sue parole – è venuto a dirmi: sono della Polizia. Appena mi ha detto così: E a te chi cazzo… me ne fotto che sei della Questura. Ma vedi che gli ho tirato due calci in faccia fermo… ma sai come? fermo…a quello biondo… mancu li cani Signuri”.

La squadra Mobile aveva chiesto l’arresto ma il codice penale per questo tipo di reato non consente al sostituto procuratore Roberto Di Palma di procedere con la misura cautelare. Per la rissa saranno dunque processati a piede libero, ma nel fascicolo dell’indagine la squadra mobile, diretta da Francesco Rattà, è riuscita a ricostruire il gruppo di rampolli capeggiato da Mico e Giovanni Tegano. Sono loro che, almeno dal 2015, terrorizzano la movida reggina costringendo questore e comandante provinciale dei carabinieri a predisporre in estate controlli serrati nei locali vicini al lungomare.

IL TERRORE ABITA AD ARCHI

Una foto inserita nell’informativa

Gare tra baby mafiosi per chi prende la bottiglia di champagne più costosa ma anche selfie rigorosamente pubblicati su facebook (e poi finiti nelle carte degli inquirenti), risse, spaccio di cocaina e controllo quasi militare dei lidi. Intrecciando i verbali del pentito Mariolino Gennaro (che accusa Mico Tegano di aver piazzato una bomba in una delle sue sale giochi), le carte dell’inchiesta sulla rissa e quelle dell’operazione “Eracle” (che nei mesi scorsi ha portato all’arresto deibuttafuori della ‘ndrangheta) spunta anche una relazione di servizio della questura sulle “giovani leve dei Tegano” in cui si fa esplicito riferimento a “ungruppo malavitoso di 40 persone tutti facenti parte della zona di Archi i quali durante le serate organizzate del sabato sera entravano con violenza e forza aggredendo il personale ed in alcuni casi ferendolo gravemente, distruggendo quanto trovavano davanti ed asportando le casse coi relativi incassi”. La squadra mobile ha identificato tutti anche grazie alle fotografie che gli stessi indagati hanno postato su Facebook. E proprio nei giorni in cui la Procura ha notificato ai “teganini” l’avviso di conclusione indagini, ecco l’account di molti di loro è sparito dal social network: una curiosa coincidenza.

I BOSS AL 41 BIS: I GIOVANI SCALPITANO

Fin qui è quanto viene fuori dagli atti giudiziari. La realtà di quello che sta accadendo a Reggio Calabria, stando ad alcune indiscrezioni, è però ancora più complessa e per comprenderla occorre tenere sempre presente che nelle frizioni tra cosche di ‘ndrangheta i morti – quando ci sono – arrivano dopo. Intanto, le giovani leve delle cosche reggine si muovono apparentemente sul filo delle regole ma soprattutto all’interno di una strutturafluida” ed “evanescente” che consente a rampolli dei clan il tentativo di ritagliarsi uno spazio per poter ridiscutere gli accordi sulle estorsioni e recuperare la fetta di torta che da tempo qualcuno considera troppo piccola. Malumori che affondano le radici alla fine degli anni novanta e che ora sono pronti a riesplodere: negli anni, infatti, le numerose inchieste della Dda sul gothadella ‘ndrangheta hanno fatto finire in carcere i boss più esperti, capaci di tenere a bada le teste calde. L’unico libero, da appena un mese e mezzo, è Carmine De Stefano, figlio del boss don Paolino (ucciso nella guerra di mafia) e fratello del mammasantissima Peppe De Stefano.

Mico Tegano

ESTORSIONI, DANNEGGIAMENTI E GESTI DIMOSTRATIVI
Solo negli ultimi mesi le forze dell’ordine hanno registrato strane richieste di estorsione a storici “protetti” di altri clan, ma anche colpi di pistola nelle auto degli “amici” di Mico Tegano e gesti dimostrativi come quello avvenuto poche settimane fa nella storica gelateria “Sottozero” dove un ragazzo, armato di fucile, è entrato solo per sparare alle bottiglie sul bancone. Per non parlare dei vari arsenali che polizia e carabinieri scovano sparsi per Reggio dove la ‘ndrangheta ha la disponibilità anche di armi da guerra come i kalashnikov.

Il rischio è che dai “messaggi” tra clan si passi a episodi più seri.  La sensazione, tanto in Procura quanto negli ambienti investigativi, è che a fronte di una solida tenuta delle alleanze – caratteristica che sempre risolto sul nascere ogni divergenza tra cosche (anche ricorrendo a omicidi eccellenti) – c’è chi può avere interesse a mischiare le carte, fare confusione e approfittare di assenze importanti. A quel punto lo scontro tra famiglie mafiose un tempo alleate diventerebbe un rischio più che concreto.

Le fratture ci sono sempre state. In casa Tegano la ferita più fresca è la scomparsa nel 2008 del reggente Paolo Schimizzi. Una lupara bianca in piena regola, un omicidio che, secondo pentiti e inquirenti, è maturato all’interno della stessa famiglia perché il nipote del boss Giovanni Tegano stava iniziando a “contare” troppo. C’è chi all’interno del clan non ha gradito e la frattura si percepisce anche da alcune frasi pronunciate dal giovane rampollo Mico Tegano in risposta a chi gli faceva notare che “sono cazzi della sua famiglia”: “Non mi interessa, non mi interessa più un cazzo. Sono cazzi suoi compare! Mio papà ha detto: io non c’entro niente’”.

D’altronde Mico Tegano,insieme ad altri ragazzi (anche loro figli della ‘ndrangheta reggina) si è ritagliato un spazio importante nel business del gioco d’azzardo. Un business che coinvolge anche altre cosche e che consente al figlio del boss Pasquale Tegano di viaggiare ogni tanto nell’Est Europa dove c’è chi cura gli interessi degli “arcoti”.

Per quanto riguarda i De Stefano, invece, nell’inchiesta “Meta” è emerso che il casato di Archi “si è sempre posto all’esterno come un cartello criminale solido e unitario, pur mantenendo al suo interno due ceppi facenti capo a De Stefano Orazio da un lato e De Stefano Giuseppe dall’altro”. Zio e nipote che adesso sono in carcere insieme ai vertici della famiglia, Paolo Rosario e Giovanni De Stefano, e a luogotenenti come Vincenzino Zappia. La loro assenza, così come quella dei boss Tegano, evidentemente ha aperto la strada a giovani rampolli (e non) delle due famiglie mafiose tra cui ci sarebbero delle frizioni che ancora devono essere risolte.

La sicurezza di Luigi Bonaventura?

Mi ero ripromesso di non parlarne più ma disattendo la promessa per una piccola (per niente) nota di servizio.

Le indagini sulle dichiarazioni del pentito di Luigi Bonaventura sono tutt’ora in corso e non mi sembra opportuno parlarne, certo, se non per le persone che in questa indagine sono coinvolte. I testi ascoltati in questi ultimi mesi (che si sono allargati anche ad altri collaboratori di giustizia) stanno rilasciando dichiarazioni che inevitabilmente determineranno anche il loro futuro: se verranno riconosciuti credibili e riscontrati avranno il peso di essersi esposti su un campo politico mafioso di proporzioni importanti e invece se saranno riconosciuti bugiardi inevitabilmente avranno ripercussioni nel loro programma di protezione. Comunque la si voglia vedere c’è poco da scherzare (e filosofeggiare, eh) sugli esiti dell’indagine.

Luigi Bonaventura, al momento, è in una località protetta che tutti conoscono, celato dietro un falso nome a cui non corrispondono tutti i documenti necessari e con la propria famiglia che deve percorrere curve di minacce e intoppi burocratici.

La sua sicurezza in questo momento è indispensabile, per lui e per chi vicino a lui è chiamato a testimoniare. Su questo non posso fare silenzio. Sul resto, invece, a indagini concluse avrò molto da dire. Molto.

Le intercettazioni dimenticate in traghetto

La ‘ndrangheta non ha bisogno di sparare, no. La ‘ndrangheta sarebbe solo un accolita di stronzi se non succedessero fatti che passano (troppo) in silenzio e che dipingono perfettamente il livello di collusione con ambienti altri che di mafioso non hanno nulla, ad occhi nudi.

Se il faldone delle intercettazioni di uno dei processi chiave in corso in questi giorni a Reggio Calabria viene “ritrovato” dimenticato su un traghetto, aperto, significa che tutto il lavoro della Procura è appeso ad un filo. Eppure il processo “Meta” è fondamentale per dimostrare che le grandi famiglie De Stefano, Tegano, Libri e Condello – messe da parte le rivalità della seconda guerra di mafia – hanno deciso di unirsi in una sorta di “direttorio” per controllare in maniera oppressiva ogni settore cittadino (e non solo).

Il pubblico ministero della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, all’apertura dell’udienza di ieri del processo “Meta” ne ha dato comunicazione: i quattro plichi “dimenticati” su un traghetto sarebbero stati trovati integri e solamente uno risulterebbe “aperto”. Quelle stesse intercettazioni, tra l’altro, guarda il caso, dovrebbero essere già state trascritte ma, guarda il caso, il compito non è ancora stato svolto nonostante l’incarico sia stato dato diversi mesi fa.

In un Paese curioso una notizia del genere rimbalzerebbe in ogni angolo. In ogni angolo.