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Siate onesti, ammettetelo

Sarebbe dignitoso almeno aspettarsi l’ammissione che la frottola delle decisioni “prese solo sulla base di dati scientifici” è un proposito decaduto. Mario Draghi potrebbe comodamente sedersi in sala conferenza stampa questa sera e avere l’onestà intellettuale di dire: «Cari italiani, tra Pil e salute pubblica i poteri che rappresento e quelli che mi hanno promesso la più veloce progressione verticale nella storia della Repubblica con la medaglia del Quirinale mi hanno dato mandato di preferire il primo alla seconda. La storia della politica da sempre è un equilibrio tra denaro e diritti, tra fatturato e salute, è il gioco grande della politica fin dai tempi della rivoluzione industriale e io ho fatto la mia scelta».

Sarebbe duro da accettare, ovvio, ma almeno si avrebbe la sensazione di giocare a carte scoperte, con quella serietà onesta che ci si aspetta da un capo di governo. Del resto basta guardare i numeri del Parlamento per capire che alla maggioranza dispiace più un calo di scontrini nel bar sotto gli uffici piuttosto che un fragile deve pregare che il vaccino sia ancora abbastanza in circolo per non prendersi una botta definitiva con questo “raffreddore” che è stato per qualche settimana un raffreddore e che ora non è più un raffreddore secondo l’Oms e addirittura secondo Bassetti (che del raffreddore è l’alfiere).

Mario Draghi potrebbe anche ammettere che la panzana di un governo impolitico ha mostrato tutte le sue lacune: ogni “governo di tutti” finisce tristemente per essere “il governo di nessuno”. Così accade che ci ritroviamo con quarantene demolite per vaccinati e ex ammalati a contatto con positivi (decisione senza nessun fondamento scientifico visto che da nessuna parte sta scritto che non si contagino e non siano contagiosi), ci ritroviamo con regole per la scuola che addirittura cambiano in base al grado, ci ritroviamo con una vaccinazione obbligatoria dai 50 anni in su per trovare una mediazione tra le proposte dei partiti e ci ritroviamo con un’ammenda che fa ridere.

Sarebbe chiaro che per seguire questa linea la narrazione deve evidentemente trasformare tutto quello che non sia Pil in questioni secondarie a cui dare poco peso (sperando che tutti ci credano) e sarebbe chiaro che Mario Draghi è effettivamente il presidente del Consiglio che molti sognavano perché riesce a fare ciò che gli altri si vergognano di dire per non perdere troppi voti.

Forse si potrebbe anche trovare il coraggio di dire che la politica sotto Draghi, quella che avrebbe dovuto “compattarsi”, ormai stia andando per conto suo con Salvini che non aspetta altro che rompere con il governo mentre è in guerra con i suoi alleati di centrodestra, con il Movimento 5 Stelle che sembra non riuscire a rallentare il suo dissanguamento, con il Pd che ancora si arrabatta per le scorie renziane che infestano i gruppi parlamentari e con Berlusconi che in questo disagio generale riesce addirittura a essere in corsa per il Quirinale.

Ammettetelo. Vi si stima di più.

Buon lunedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi alla conferenza stampa di fine anno, 22 dicembre 2021

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Requiem per Draghi

Andrà a finire così, indipendentemente dal fatto che Mario Draghi salga o meno al Quirinale, dove i partiti potrebbero concedergli di andare con il loro solito snobismo per cui credono che più in alto si parcheggi qualcuno di scomodo e più lo si renda inoffensivo. Un errore che si ripete ogni volta, in ogni occasione, sempre con interpreti diversi ma con le stesse dinamiche. Andrà così. La Lega di Matteo Salvini e compagnia cantante (che non può permettersi di diventare improvvisamente responsabile e moderata poiché la funzione di Giancarlo Giorgetti e la sua cerchia esiste solo in modalità di contrappeso, ma una Lega moderata è un partito che andrebbe contro la sua stessa natura) dirà di essersi messa «al servizio della responsabilità nazionale» ma comincerà a martellare i provvedimenti di Draghi uno a uno, prendendone le distanze se non addirittura rinnegandoli con la stessa scioltezza con cui ha cambiato opinione più volte sullo stesso tema nel giro di pochi mesi (LEGGI ANCHE: Decreto anti Covid, tutte le novità).

Matteo Salvini (foto Getty Images).

La Lega pronta a mollare Draghi

Ci sono già le leve: Draghi non si è preoccupato della povera gente che non ha i soldi per pagare le bollette, Draghi ha permesso he continuasse l’invasione facendo finta di niente, Draghi ha lasciato quel comunista di Roberto Speranza come ministro, Draghi ha sputato troppi decreti troppo confusi per limitare la libertà degli italiani e così via. Non è difficile: per sapere già in anticipo cosa dirà Salvini appena scenderà dal carro di Draghi basta scorrere le dichiarazioni di Giorgia Meloni. E se qualcuno gli farà notare di esserne stato alleato la risposta è già pronta: «Noi dobbiamo avere i voti per poter governare senza avere bisogno di alleati che ostacolino i propositi della Lega». Lo diranno esattamente così, forse solo sbagliando il congiuntivo.

Matteo Renzi (foto Getty Images).

Da Forza Italia Viva al Pd, il riposizionamento sarà veloce

Forza Italia Viva, con l’ammucchiata spicciola che sta al centro dirà, che con Draghi si è persa una grande occasione ma che non è stata colpa del premier ma dei partiti. Ovviamente di tutti i partiti tranne loro. Draghi non lo sporcheranno nemmeno con uno schizzo (perché rischierebbero di sporcare se stessi) ma ci diranno che il liberismo con Draghi ha vissuto una stagione d’oro, peccato che non si sia ancora trovato un modo per negare l’accesso al parlamento ai non liberali. Il Partito democratico parlerà del «bene del Paese» e ci farà l’elenco di tutte le proposte dem che non sono state accettate. Però ci terrà a dire che le intenzioni erano ben diverse. Qualcuno farà notare che avere fiducia nelle intenzioni e farsela bastare non porta risultati decenti. E ci si riavvia di nuovo, e via.

Giorgia Meloni (foto Getty Images).

L’Aventino della Meloni e le capriole dei commentatori politici

Giorgia Meloni rivendicherà di essere stata fuori dal «gioco grande» e di essere rimasta sola sull’Aventino a combattere come ci si aspetta dalla buona destra, sempre arrabbiata, sempre digrignata, sempre Meloni, insomma. Lo spettacolo più indecente saranno i commentatori. I commentatori che già in questi giorni provano di soppiatto a infilare qualche tenue critica nei loro articoli grondanti di applausi. Diranno anche loro di avere chiuso gli occhi «per il bene del Paese», qualcuno gli farà notare che non è il ruolo della stampa quello di diventare cantrice ma loro (in questo sono dei fenomeni) ci ammoniranno a non pensare troppo al passato ma di rivolgersi al futuro. E per loro il futuro non sarà nient’altro che la spaventata ricerca di un immediato padrone di cui diventare schiera. Niente di nuovo. Una commedia triste già vista e già sperimentata.

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Davvero il Governo pensa di convincere le persone a vaccinarsi con la minaccia di 100 euro di multa?

In Italia se guidi senza cintura di sicurezza ti prendi fino a a 323 euro. Se parli al telefono mentre guidi ti può andare perfino peggio: si va dai 165 ai 661 euro. Se bestemmiate in pubblico sono 309 euro. Attenzione, ognuna di queste sanzioni va pagata ogni volta che ti beccano. Se invece non ti sottoponi all’obbligo vaccinale omeopatico partorito dal tiepido governo Draghi paghi 100 euro una tantum. Non male. Basterebbe questo confronto per rendersi conto di quanto sia risibile, fallimentare e solo di facciata la decisione del governo dei migliori che ancora una volta decidono di affrontare un problema svicolando, adagiandosi ai tentacoli eterogenei dei suoi partiti di maggioranza (che sono quasi tutti) per decidere di non decidere.

Siamo alle solite. Il governo non ha la forza per riuscire a inforcare una strada che sia chiara, perseguita con fermezza e insiste con decreti che sono un’accozzaglia di mezze decisioni. Tra l’altro sorge anche un dubbio di natura costituzionale: quanto è lecito ipotizzare due diverse sanzioni in base allo status lavorativo del “colpevole”? Se “l’illecito” compiuto è lo stesso quanto è lecito secondo Costituzione punirlo con pene e sanzioni diverse?

E poi: davvero si pensa di spingere le persone a vaccinarsi sventolando una possibile multa di 100 euro senza tenere conto che sono le stesse persone che spendono centinaia di euro in tamponi o cifre intorno ai 500 euro per avere un Green Pass falso?

Ma il vero capolavoro politico di un obbligo vaccinale che è solo a metà e che si riesce a scavalcare con una banconota da 100 euro è quello di avere scontentato tutti: sono scontenti i pro vaccino che irridono la misura (Burioni la definisce una «buffonata grottesca da Governo che si credeva serio») e ovviamente si soffia su chi vede nel governo un presunto artefice di una “dittatura sanitaria”. Ma a stupirsi del pessimo risultato sono solo quelli stoltamente convinti che il governo Draghi potesse essere davvero ciò che si raccontava. Un governo con dentro forze così diverse (e sempre pronte alla campagna elettorale) inevitabilmente sarebbe finito per sciogliersi come neve al sole di fronte alle differenze. E, piaccia o no, non è certo Mario Draghi a poter mantenere a lungo lo status quo di un “tutti d’accordo” che è politicamente innaturale e perfino dannoso. La lezione quindi vale per tutti gli apostoli del taumaturgo: fare politica significa avere a che fare con la politica e assumersi responsabilità politiche. Ogni “governo di tutti” finisce sempre malamente per essere il governo di nessuno e solo un uomo con un troppo alto giudizio di se stesso può credere di usare il Parlamento e le diversità dei suoi partiti come cani ammaestrati da tenere a cuccia.

A proposito non so se avete notato che lentamente qualche fervido sostenitore di Draghi e del suo governo sta abbandonando la nave cercando di non farsi notare troppo. Sono gli stessi che nelle scorse settimane accoglievano scandalizzati qualsiasi articolo critico nei confronti del loro santone. Teneteli bene a mente: sono gli stessi pronti ad accorrere al prossimo padrone.

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Addio al bonus psicologo, Sales a TPI: “Chiedere aiuto in Italia è difficile, perché domina ancora il patriarcato”

Il “bonus psicologo” è stato escluso dalla legge di bilancio scatenando un acceso dibattito. Sono in molti a lamentare la scarsa attenzione verso la salute mentale, soprattutto in questa lunga e sfiancante pandemia. Ne abbiamo parlato con Andrea Sales, psicologo, psicoterapeuta, formatore e docente che dirige il Centro Paradoxa di Carbonera (TV).

Il governo fa marcia indietro sul bonus salute mentale, mentre rimane in essere il bonus terme e il bonus rubinetti. Perché non si riesce a considerare la salute mentale una priorità?

Mi sono interrogato molto su questo. Credo che esista una difficoltà di misurabilità e di efficacia. Mi spiego: se io vado dal dentista riesco a prevedere un numero di incontri, se vado dal fisioterapista so che c’è un ciclo. Nel supporto psicologico non è così prevedibile. Ci sono approcci terapeutici che possono richiedere 5 incontri e ci sono approcci che ne possono chiedere 30. Credo che questo possa essere un problema di misurabilità. Certo dal punto di vista dell’attenzione al cittadino quello che emerge è che sembra che ci sia più attenzione per i rubinetti che per la salute mentale. Secondo me c’è anche un serio problema di comunicazione: chi sta là dovrebbe comunicare perché è stata presa questa decisione.

Si parla molto di impatto economico della pandemia. Ma quali sono i risvolti sociali e l’impatto psicologico di una situazione così prolungata?

Quando parliamo di impatto economico della pandemia si deve includere anche tutto quello che la salute mentale va a generare da un punto di vista economico. La pandemia è stata un amplificatore delle situazioni: le persone che erano in difficoltà o con un equilibrio precario hanno visto cadere le proprie certezze e amplificare le proprie incertezze e insicurezza. Le persone con maggiore solidità sono riuscite a trovare una misura diversa per stare in questa situazione. È sempre questione di atteggiamento mentale. Chi è abituato a vivere le situazioni come opportunità spesso ci è riuscito anche in questo caso, altri stanno soffrendo molto e hanno sicuramente bisogno di supporto. È lo stesso meccanismo delle aziende: le più fragili, soprattutto in alcuni settori, hanno avuto enormi difficoltà mentre le aziende più solide e con una visione più ampia sono riuscite a sopportare la situazione addirittura migliorandosi. L’impatto economico apre ancora di più la forbice tra chi è forte e strutturato e chi lo è meno. E dico questo senza voler squalificare chi è più debole: ricordiamoci sempre che l’essere umano è vulnerabile e fallibile per natura.

In Italia è ancora difficile riconoscere di avere bisogno di aiuto per la propria salute mentale?

In Italia facciamo ancora molta fatica, a differenza di alcuni Paesi europei, penso al Nord Europa. Negli Usa è più normale chiedere supporto, anche se si tratta di un supporto diverso perché il sistema è diverso. Perché si fa fatica a chiedere aiuto? Perché la cultura del macho e del “forte” è ancora imperante. Il patriarcato ne è una matrice importante e la reazione di alcuni maschi che non sanno gestire la frustrazione è un’evidente indicatore di questa fragilità. Manca l’abitudine a stare nell’incerto. Non siamo abituati a chiedere aiuto quando abbiamo dei dubbi. Uno dei passaggi più importanti sarebbe crescere giovani adulti che si interroghino sugli strumenti che servono per stare nelle relazioni. Ci alleniamo in palestra, ci alleniamo per essere migliori nel nostro lavoro ma non ci alleniamo per avere pensieri migliori. Per farlo servono figure che offrano supporto. Poi c’è il tema della psicologia che è vista come uno spazio che tutti possono maneggiare: il marketing è intriso di psicologia, lo sono i social. Ci siamo convinti tutti di poter essere psicologi di noi stessi.

Quali sono gli effetti più evidenti che ha riscontrato?

Parlare dei miei pazienti conta relativamente perché non sarebbe rappresentativo. Mi interessa più quello che accade in Italia e la cosa interessante è che i miei pazienti rispecchiano quello che sta accadendo nel Paese: vulnerabilità più forti legate all’incertezza (che è uno degli spazi che abitiamo con più difficoltà), la confusione e la paura che attanaglia tutti (no vax, pro vax, incerti). Tutti abbiamo paura di essere contaminati, anche gli estremismi sono guidati dalla paura. La grande famiglia Stato non è riuscita a dare informazioni rassicuranti. Che non vuole dire che le informazioni debbano essere “giuste”: si può rassicurare anche della poca certezza. Abbiamo sentito troppe volte “certezze scientifiche” quando la scienza invece è composta da variabili su ogni singola persona. Le statistiche ci servono ma ci devono mettere nella condizione di avere consapevolezza che non esiste nulla di certo.

Come ci si può preparare a questa nuova ondata che sembra allontanare ancora una volta la fine?

Bisognava dare continuità agli accorgimenti e alle precauzioni. Prepararsi significa sapere che l’atteggiamento è sempre quello della tutela di sé, che diventa anche tutela dell’altro. L’atteggiamento di salvaguardia personale deve diventare salvaguardia della collettività. Serve anche rispetto per le posizioni contrastanti consapevoli che la paura è il denominatore comune.

Cosa può fare la politica per valorizzare la cura della salute mentale? Quali sono i provvedimenti che servirebbero?

La politica dovrebbe aiutare i cittadini a sapere che alcune figure sono utili all’equilibrio del proprio sviluppo e della propria consapevolezza. Servono strumenti di maggior consapevolezza offerti da professionisti formati e informati, al di là della pandemia. Purtroppo le strutture pubbliche non sono all’altezza delle richieste per l’esiguo numero di professionisti. Tra l’altro in questo momento la politica sta strumentalizzando tutto e ne consegue una poca credibilità. La politica amplifica l’incertezza e quindi la precarietà mentale.

Come possono essere utili i media?

Essere meno faziosi, meno orientati politicamente. Mi piacerebbe che i media spiegassero le procedure che adottano per raccogliere le informazioni e per ritenere una fonte attendibile. Servono divulgatori preparati. Molto spesso invece ascoltiamo invece persone non competenti.

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Vieni avanti decretino

Quando Mario Draghi è diventato presidente del Consiglio aveva il compito chiaro di elaborare una strategia per arginare la pandemia. La scelta è ricaduta sull’utilizzo del Green Pass per provare a limitare i contagi e per costringere la gente a vaccinarsi. Da queste parti, fin dall’inizio, abbiamo contestato l’utilizzo surrettizio del certificato verde ma i sostenitori di Draghi la rivendicavano. Benissimo.

In un momento di impennata del virus (impennata che non sta solo nel numero dei contagi, come dicono in molti, ma è visibile negli ospedali in affanno) il governo poteva prendere due strade: continuare sulla strada del Green Pass oppure scegliendo l’obbligo vaccinale. Ha scelto di non scegliere. E questo è il primo punto politico.

Draghi è sempre riuscito a imporre la propria linea ai partiti con il sottaciuto ricatto di andarsene. Ora il ricatto non funziona più: l’elezione del presidente della Repubblica (a cui Draghi si è autocandidato con un’ineleganza tutt’altro che migliore) lo ha indebolito. Questo è un altro punto politico.

Draghi aveva promesso chiarezza nell’azione, chiarezza ai cittadini. Missione fallita. La successione di decreti e regole è stata confusa e confusionaria. Non spiegare le misure in un momento come questo significa alimentare ancora più il caos. A proposito, vi ricordate quando Draghi promise che non sarebbero più girate bozze con lui al governo? Missione fallita.

Che le misure prese vengano spiegate ai giornalisti da alcuni ministri in mezzo alla strada non aiuta a fare chiarezza. Fa specie leggere da Corriere della Sera che Draghi avrebbe voluto spiegarsi ai giornalisti ma «l’aria elettrica delle riunioni deve averlo convinto a desistere». Un presidente del Consiglio che desiste per l’aria elettrica di una riunione non è un buon esempio per chi prova a resistere all’aria qui fuori. Anche perché, diciamocelo, le conferenze stampa di Draghi sono tutt’altro che difficili con quell’insopportabile profluvio di sorrisi e di applausi.

Va così. Buon venerdì.

 

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Ong salva 150 migranti ma Malta non lo vuole: altro respingimento illegale

Martedì è tornata in mare la Louise Michel, la nave umanitaria finanziata dall’artista britannico Banksy che prende il nome dall’anarchico francese del XIX secolo. Banksy, il più famoso artista di strada del mondo, nelle sue opere ha sempre affrontato il tema della crisi migratoria e ha voluto contribuire personalmente al sostentamento dell’imbarcazione che è anche una sua “opera”: dipinta di rosa e bianco riporta una ragazza che indossa un giubbotto di salvataggio e tiene in mano una boa a forma di cuore. La Louise Michel non attraversava la zona di ricerca e salvataggio dall’estate del 2020, quando aveva salvato 150 esuli al largo della Libia.

Dopo una lunga assenza in mare, “la Louise Michel è di nuovo operativa”, ha annunciato l’equipaggio su Twitter lunedì 3 gennaio. Poche ore dopo la nave ha salvato la vita a circa 110 persone nella zona di ricerca e salvataggio (SAR) di Malta nel Mediterraneo centrale su «una barca di legno che imbarcava acqua a causa del maltempo». È stato il Seabird, un aereo da ricognizione gestito dai soccorritori Sea-Watch, che per primo ha individuato i rifugiati in difficoltà, e ha passato la loro posizione sul Louise Michael. L’equipaggio della Louise Michel è riuscito a portare 31 rifugiati a bordo della loro nave, ma gli altri sono saliti sulla vicina piattaforma di gas offshore Miskar, che Shell gestisce per conto del governo tunisino.

La stessa Shell Tunisia Upstream ha confermato in una nota che alcuni migranti sono saliti sulla piattaforma offshore ieri intorno alle 20 e che hanno ricevuto «aiuti, in particolare acqua, cibo e vestiti asciutti». In un caso come questo, dove un’imbarcazione si trova in difficoltà nella zona di ricerca e soccorso maltese, dovrebbe essere Malta a coordinare il soccorso e fornire un porto sicuro. Dopo 14 ore dalla Louise Michel arriva la comunicazione che i profughi si trovano ancora sulla piattaforma «e che le autorità maltesi, che sono legalmente responsabili del coordinamento del loro salvataggio, si rifiutavano di comunicare». Siamo a martedì tardo pomeriggio, sulla scena si presentano due navi da guerra tunisine e una nave della cosiddetta Guardia costiera libica. Dalla nave Louise Michel assistono al trasbordo delle 80 persone su una delle due navi militari tunisine. L’operazione ha un nome ben preciso: è un respingimento illegale in piena regola. Solo che questa volta gli attori sono due: Malta, che come spesso accade finge di non vedere per lasciare campo libero nel suo spazio marittimo ai sequestratori libici travestiti da guardacoste (e in questo caso anche a delle non identificate navi della marina militare tunisina) e il colosso petrolifero Shell che è complice di violazione dei diritti umani.

«C’è da sperare che [i rifugiati] non siano stati restituiti all’inferno della Libia, ma nemmeno si può presumere che la Tunisia sia un paese terzo sicuro. Spettava a Malta salvare queste persone», ha spiegato Jacon Berkson, attivista dell’organizzazione di assistenza telefonica Alarm Phone: «in qualsiasi mondo sano, le forze armate di Malta interverrebbero in modo rapido e professionale per salvare le persone in difficoltà, indipendentemente dal motivo per cui hanno preso il mare in primo luogo. In un mondo normale sarebbe raro che le persone in cerca di rifugio abbiano bisogno di essere salvate perché viaggerebbero su una nave commerciale ben tenuta verso un paese a loro scelta».

Da Shell uno stringato comunicato in cui fanno sapere di avere «informato le autorità tunisine e lavorato a stretto contatto con loro per garantire la sicurezza delle persone a bordo della barca. Da allora sono stati trasferiti in sicurezza sulla nave della marina tunisina il 4 gennaio». Cosa si intenda per “in sicurezza” in quel lembo di mare in cui solo durante il periodo tra Natale e Capodanno sono state salvate più di 1.100 persone e dove oltre 32.400 persone sono state intercettate in mare e restituite in Libia nel 2021 è un mistero orribile ancora tutto da verificare.

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Fonte

L’agenda dell’aspirante Presidente

L’agenda di gennaio di Silvio Berlusconi l’hanno messa in fila su Repubblica i giornalisti Giuliano Foschini e Fabio Tonacci ed è utilissima per tastare lo spessore del candidato del centrodestra al Quirinale che molti trattano come se fosse davvero un’ipotesi non offensiva e scellerata.

«Il 19, cinque giorni prima che i Grandi elettori si riuniscano in Parlamento, a Milano si tiene l’udienza del processo Ruby ter: il Cavaliere è alla sbarra insieme ad altre 28 persone per corruzione in atti giudiziari e induzione alla falsa testimonianza. Il 21 gennaio i suoi avvocati si devono spostare a Bari per l’udienza sul caso Tarantini dove – particolare non secondario – la presidenza del Consiglio si è costituita contro di lui. Il 26 gennaio, a urne presidenziali probabilmente ancora aperte, li vedremo tornare in fretta a Milano di nuovo per il Ruby ter».

A questo si aggiunge (vale la pena ricordarlo) una condanna definitiva per frode fiscale (2013, vicenda diritti Mediaset). Un Presidente della Repubblica condannato e con processi in corso sarebbe una prima volta per l’Italia. E forse primeggerebbe anche per vergogna.

Il fatto che all’interno del centrodestra non si accorgano dell’oscenità di essere qui ancora a discutere di Berlusconi al Quirinale non stupisce: quei partiti, come i molti collaboratori e dipendenti delle aziende di Berlusconi, leccano il capo senza il quale non esisterebbero, non sarebbero mai esistiti. La gratitudine sconsiderata verso il padrone è l’unico elemento che gli viene richiesto.

Ciò che atterrisce è la schiera di commentatori (alcuni che si autodefiniscono perfino progressisti) che per apparire all’altezza della normalizzazione di quest’epoca vogliono convincerci che Berlusconi sia potabile. Qui non è un problema di destra e di sinistra (il Presidente della Repubblica si elegge con la maggioranza che c’è in Parlamento, piaccia o non piaccia) ma si tratta di avere rispetto per le figure dello Stato.

Non fa nemmeno paura Berlusconi in quanto Berlusconi candidato. Non ce la farà. A fare paura è questa “bocca buona” che molti esibiscono con grande fervore. Se diventa commestibile Berlusconi pensate con che papille potranno scegliere la futura classe dirigente.

Buon giovedì.

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Cartabellotta a TPI: “Con Omicron il ‘rischio ragionato’ non funziona più. Il governo riveda i parametri”

Perfino membri dell’OMS ieri hanno chiarito ai Paesi che no, che la variante Omicron non è un raffreddore. Eppure la suggestiva narrazione della “raffredorizzazione” è molto in voga e molto utile per appannare il default dei servizi sanitari territoriali. Ne abbiamo parlato con Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe che dall’inizio della pandemia analizza i dati e le evidenze scientifiche.

Quindi è solo un raffreddore? Va tutto bene e siamo noi che creiamo falsi allarmi?
Il virus del raffreddore ha un R0 inferiore a 2, mentre la variante omicron intorno a 7-8. Il raffreddore ha un tasso di letalità inferiore allo 0.04%, la COVID-19 intorno all’1%. Direi che il caso è chiuso. Tuttavia, dati preliminari raccolti in vari paesi (Regno Unito, Sudafrica, Australia, Canada) dimostrano che il rischio di ospedalizzazione nelle persone infette dalla variante omicron si riduce di circa il 30-40%. Ma se una malattia meno severa è sempre un vantaggio per il singolo individuo, la contagiosità molto elevata è un problema enorme per la risposta dei servizi sanitari. E i numeri parlano chiaro: il 27 dicembre avevamo 537.504 attualmente positivi, il 3 gennaio 1.125.052, ovvero in 7 giorni i contagi sono aumentati di oltre il 109%. Nello stesso periodo i posti letto occupati in area medica sono aumentati da 9.723 a 12.333 (+26,8%) e quelli in terapia intensiva da 1.126 a 1.351 (+20%), ovvero lo scudo della vaccinazione e, in particolare della terza dose, riducono nettamente la probabilità di malattia grave e “ammortizzano” l’impatto sugli ospedali. Ma con una media di 110 mila nuovi casi al giorno i 2 milioni di positivi, con il relativo sovraccarico ospedaliero, sono dietro l’angolo.

A cosa torna utile una narrazione così tranquillizzante da apparire scollegata dalla realtà?
Bisogna chiederlo a chi la racconta… Durante una pandemia trasferire i risultati della ricerca di base, o di quella clinica preliminare, alla gestione dei servizi sanitari è avventuroso e pericoloso perché abbassa il livello di attenzione della popolazione e convince la politica a sottovalutare i rischi. È evidente che i servizi sanitari territoriali sono già in tilt (tamponi, tracciamento, etc) e che la saturazione negli ospedali, seppur più lenta e silenziosa, rispetto alle ondate dell’era pre-vaccinale, rischia di mandare in zona arancione varie regioni entro qualche settimana. A tal proposito utile ribadire che le percentuali di occupazione in area medica e in terapia intensiva rappresentano un’unità di misura ormai anacronistica per almeno tre fattori. Innanzitutto, le Regioni possono aumentare la disponibilità dei posti letto, in particolare in area medica, per abbassare il tasso di occupazione. In secondo luogo, la “cannibalizzazione” dei posti letto riduce l’offerta sanitaria a pazienti non COVID e ritarda prestazioni essenziali. Infine, professionisti e operatori sanitari sono ormai allo stremo.

Le misure adottate fin ad ora dal Governo sono misure più economiche o sanitarie?
Il “rischio ragionato” che ha portato alle riaperture irreversibili ha funzionato benissimo da aprile a metà ottobre per la progressiva copertura vaccinale della popolazione e il declino dell’efficacia del vaccino non ancora evidente durante la favorevole stagione estiva. Poi è arrivato l’inverno, la certezza di dover somministrare il richiamo a tutta la popolazione e, soprattutto, il virus più contagioso della storia: una congiuntura astrale che impone al Governo di rivedere i parametri del “rischio ragionato”. Purtroppo, la somministrazione delle terze dosi è partita un po’ in ritardo, rispetto al via libera di metà settembre e, di fatto, il “cambio di passo” si è visto solo a metà novembre. Anche perché nel frattempo molte Regioni avevano chiuso diversi hub vaccinali e, più in generale, rallentato la “macchina organizzativa” che aveva permesso di superare 3,5 milioni di somministrazioni giornaliere. Con la progressiva estensione del green pass e la successiva istituzione del green pass rafforzato si è cercato di convincere gli indecisi a vaccinarsi, ma con risultati modesti, visto che ancora – fatta eccezione per la fascia 5-11 – oltre 5 milioni di persone non hanno fatto nemmeno una dose di vaccino. In tal senso, è mancata, a parte alcune eccezioni, una strategia di comunicazione e persuasione individuale per aiutare le persone a superare la paura di vaccinarsi.

Cosa si dovrebbe fare (per l’ennesima volta) che non è stato fatto?
Cose non fattibili nel breve-medio periodo perché richiedono programmazione strategica, allocazione di risorse, e anche coraggiose riforme sanitarie. Dall’emanazione di norme per standardizzare i sistemi di aerazione e ventilazione nelle scuole e nei luoghi pubblici al chiuso al rinforzo del personale dei servizi di sanità pubblica; dal potenziamento e riorganizzazione dei servizi sanitari territoriali, in particolare attraverso una profonda revisione del ruolo del medico di famiglia, alla gestione dei dati della pandemia e delle vaccinazioni in maniera open e interoperabile.

Non ha la sensazione che si faccia di tutto per prevedere un obbligo vaccinale “di sponda” senza avere il coraggio di imporlo con chiarezza?
Il green pass rafforzato è un obbligo vaccinale di fatto. Ma stiamo pagando cara la mancanza di coraggio, perché adesso, con le imminenti elezioni del Presidente della Repubblica, temo che il tempo per istituire l’obbligo sia scaduto.

Come si rientrerà (se si rientrerà) a scuola e sul lavoro? Cosa ne pensa delle parole di Brunetta e di chi assicura la scuola in presenza?
Questo lo deciderà il Consiglio dei Ministri. Io posso solo ribadire tre cose. Innanzitutto, con gli attuali tempi di raddoppiamento dei contagi le decisioni politiche non possono essere subordinate all’andamento dei numeri, peraltro già ampiamente prevedibili, ma devono essere molto più tempestive di quanto fatto in passato. In secondo luogo, ci stiamo rapidamente avvicinando ad una pericolosa condizione di sovraccarico dei servizi ospedalieri. Infine, rispetto a scuola e lavoro, bisogna fare delle scelte: sia perché omicron non consente di tenere tutto aperto, sia perché “sperare, non è una strategia” (T. Ryan Gregory)

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Europa razzista: in un anno respinti 12mila tra donne, bambini e vittime di violenze

La realtà la fotografano perfettamente i numeri. Tra gennaio e novembre 2021 sono stati documentati quasi 12mila respingimenti da parte di polizia di frontiera, forze dell’ordine o altre autorità degli Stati membri dell’Ue. Si tratta di uomini, donne e bambini che spesso hanno subito violenza fisica e sessuale, molestie, estorsioni, distruzione di proprietà, furto, separazione forzata di famiglie e alla fine la negazione del diritto di chiedere asilo. C’è tutto nel rapporto «Human dignity lost at EU’s borders», curato da Protecting Rights at Borders (Prab), un’iniziativa che riunisce 6 organizzazioni della società civile in 6 paesi lungo la rotta balcanica e 3 diversi uffici del Danish Refugee Council.

Tra le pagine si legge di “respingimenti illegali, ma apparentemente tollerati e continui” che sono «una perdita dei valori fondamentali europei della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone». Il rapporto mostra che finora i più alti tassi di respingimenti sono stati registrati al confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina. In generale, i cittadini afgani sono la popolazione che denuncia maggiormente i respingimenti (sempre a proposito dell’aiuto all’Afghanistan che tutto il mondo aveva finto di promettere): il 32% dei respingimenti riguarda persone provenienti dall’Afghanistan, il 60% di loro si sono visti negare il diritto di chiedere asilo. Nel 10% degli episodi di respingimento sono stati coinvolti dei bambini. «Stiamo parlando di persone in una posizione estremamente vulnerabile. Rubare o distruggere i loro pochissimi oggetti di valore, non ultimi i loro telefoni che per molti sono un’ancora di salvezza essenziale, è una vergogna assoluta.

Il fatto che questa appaia una pratica diffusa e persino normale è estremamente preoccupante e richiede indagini per garantire che i colpevoli siano assicurati alla giustizia», ha dichiarato alla presentazione del rapporto Charlotte Slente, Segretario Generale del Consiglio danese per i rifugiati, aggiungendo: «che avvengano al confine dell’UE con la Bielorussia, in Croazia o nel Mediterraneo, i respingimenti sono illegali. I funzionari delle forze dell’ordine hanno il diritto di proteggere i confini degli Stati, tuttavia, i diritti umani devono essere rispettati. Le violazioni dei diritti alle frontiere dell’Ue sono una macchia nera sulla reputazione dell’Ue come sostenitrice della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone». Con l’arrivo dell’inverno inevitabilmente la situazione è peggiorata: al confine tra Ungheria e Serbia i migranti “vivono senza accesso ai servizi di base e senza assistenza sanitaria”, al confine tra Bosnia-Erzegovina e Croazia le persone «rimangono principalmente in edifici abbandonati, in rovina o in accampamenti di fortuna, senza acqua, elettricità o mezzi per farli per procurarsi un riparo resistente alle intemperie».

Ma nel report si racconta anche di condizioni disumane nei confini interni dell’Ue come a Ventimiglia (dove mancano “cibo, acqua e servizi sanitari, strutture umanitarie” e le donne sono spesso vittima di violenze) o a Oulx dove i migranti sono rimasti bloccati per giorni nei pressi di un rifugio. «Con l’inverno alle porte – si legge nel rapporto – temperature che scendono sotto lo zero e neve, i bisogni delle persone aumenteranno mentre l’accesso all’assistenza umanitaria è spesso ostruito. L’accesso umanitario non dovrebbe essere politicizzato né compromesso. Assistenza salvavita e aiuti umanitari dovrebbero essere messi a disposizione di tutti coloro che sono bloccati alle frontiere dell’Ue, indipendentemente da giochi di potere politico che potrebbero essere in corso. La limitazione dell’accesso ai servizi di base provocherà problemi di protezione e le persone non avranno altra scelta che rivolgersi ai contrabbandieri e a percorsi più pericolosi».

Sulle violazioni sistematiche dei diritti umani dei migranti tunisini c’è anche l’importante racconto del documentario La via del ritorno firmato da Giovanni Culmone, Youssef Hassan Holgado e Matteo Garavoglia, finalista del Premio Morrione 2021: racconta di giovani disillusi dal proprio Paese che vengono respinti per il semplice fatto di provenire dalla Tunisia. “Merito” degli accordi che Italia e Tunisia hanno firmato nell’agosto del 2020 che hanno accelerato la procedura di rimpatrio e incrementato le intercettazioni nelle acque tunisine. Da allora circa 1700 persone sono state rimpatriate senza poter nemmeno presentare domanda d’asilo, in violazione alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati che prevede una valutazione della storia individuale per stabilire se la persona che presenta richiesta di asilo rischia una forma di persecuzione nel paese di origine. La stessa Convenzione vieta di discriminare “in base alla razza, alla religione o al paese d’origine” ma i trattati evidentemente qui da noi non valgono quando diventano un impiccio al razzismo di Stato. Del resto il 2021 non è stato un buon anno per il Diritto e per i diritti.

L’articolo Europa razzista: in un anno respinti 12mila tra donne, bambini e vittime di violenze proviene da Il Riformista.

Fonte

Il ministro della transizione agli amici

Che il ministro Cingolani abbia delle strambe idee su ambiente e transizione ecologica ormai è noto a tutti (tranne ovviamente ai cantori del governo dei migliori) ma che abbia il coraggio di spostare 575 milioni inizialmente destinati alle bonifiche dell’ex Ilva (soldi sequestrati dal tribunale alla famiglia Riva) alle casse di Acciaierieitalia (il nuovo nome dell’ex Ilva, controllata da ArcelorMittal e Invitalia) era imprevedibile persino per i commentatori più pessimisti.

Nel decreto Milleproroghe licenziato durante l’ultimo Consiglio dei ministri infatti si è deciso di utilizzare quei soldi che dovevano essere utilizzati per «risanamento e bonifica ambientale» per le casse di Acciaierieitalia che sarebbe in crisi di liquidità. Se n’era accorto per primo il coportavoce nazionale di Europa Verde Angelo Bonelli (che l’aveva definito «un golpe contro la salute») ma poi pian piano per fortuna ci sono arrivati anche il Pd con Francesco Boccia e il M5s con Mario Turco. «La norma – dice Boccia – non è né accettabile né giustificabile. Voglio sperare che si sia trattato di un equivoco nel governo e si faccia immediata chiarezza attraverso un chiarimento del ministero dello Sviluppo economico. Le bonifiche interne ed esterne sono in ritardo a causa dell’incapacità dei diversi protagonisti che rispondono al Governo, ma i ritardi non giustificano in alcun modo un’azione di questo tipo. Se non funziona l’amministrazione straordinaria si interviene sulle procedure oppure si cambia, ma non si spostano le risorse». Anche Turco è andato dritto al punto: «Modificare la destinazione di queste importanti risorse per dirottarle su investimenti nel ciclo produttivo dell’acciaio, spacciandoli per progetti di decarbonizzazione, non è solo uno schiaffo alle future generazioni tarantine ma rischia di divenire anche un aiuto di Stato non concedibile».

A questo si aggiunge che perfino gli uffici di Palazzo Chigi ritengono che la norma non supererebbe il controllo dell’Ue. In tutto questo a Taranto si lotta da tempo contro i 6 milioni di tonnellate d’acciaio da produrre all’anno nei programmi dell’acciaieria che Arpa e Asl ritengono eccessive e su cui Cingolani (ma va) tergiversa da tempo.

Per dirla semplice: il governo decide di usare soldi destinati alla salute ambientale per coprire le difficoltà di un gruppo che pervicacemente vorrebbe superare le soglie di tutela ambientale. Semplice, chiaro, lineare. No? Chissà se Draghi ha qualcosa da dire.

Buon mercoledì.

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