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Aporofobia e viltà

Che un governo guidato da Giorgia Meloni con Salvini e berluscones come scherani potesse odiare i poveri con tutte le sue forze era prevedibile. Non l’avevano previsto e si sono scordati di esercitare la memoria quei media (tra giornali e televisioni) che per servilismo verso il potente in fieri hanno passato settimane a dirci che Giorgia Meloni era “cambiata”, unta dalla mano santa di Mario Draghi che per un astruso motivo avrebbe dovuto sanificarla.

Che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi odino i poveri lo sappiamo da quando il trio in tempi diversi ha cominciato a fare politica. Matteo Salvini odia i poveri perché gli rovinano l’immagine del Paese puro, della razza splendida e vincente e perché rimane ancorato al “Roma padrona” da cui ha preso i natali politici. Silvio Berlusconi i poveri non li odia per davvero, è solo il risultato del suo spasmodico amore per i ricchi, la ricchezza e per i padroni che vuole conquistare per essere il presidente tra i presidenti. Giorgia Meloni odia i poveri perché non sa amministrare nemmeno gli sgarbi di un condominio e poiché è solo narrazione, quei cenciosi le rovinano la favola da presidente del Consiglio.

Ma la direzione presa dal nuovo governo non è solo figlia dei suoi leader politici. Lì dentro ci sono le responsabilità enormi di chi ha concimato l’aporofobia parlando a vanvera di “merito”, di “fatica” educativa, di precarietà come un valore. La bancarotta morale del sedicente Terzo polo ha apparecchiato la tavola per la grande abbuffata di Meloni e compagnia cantante. Il balbettio del Pd su una misura argine della povertà riuscita a far apparire il sostegno alla povertà come un obiettivo solo della sinistra extraparlamentare riuscendo – come spesso gli accade – a figurare come il partito che avrebbe difeso gli interessi di chi non lo voterebbe mai. Lì dentro ci sono anche le responsabilità del Movimento 5 Stelle che avrebbero dovuto migliorare una misura per salvarla.

Ci sono poi i mezzi di informazione (giornali e televisioni) che in questi ultimi anni si sono impegnati per raccontare i poveri come fannulloni, mafiosi, furbi. Hanno intervistato imprenditori che per anni hanno truffato la democrazia parandosi dietro al Reddito di cittadinanza per non dover ammettere di essere alla ricerca di schiavi e per non dover riconoscere di offrire salari d fame. Stamattina su quegli stessi giornali e in quelle stesse trasmissioni fioccano le storie di chi ovviamente è sul bordo della disperazione perché non sa come potrebbe fare a salvarsi. Una scena abominevole.

Il mix di aporofobia e di viltà di tutti gli attori ha prodotto questo risultato. I responsabili sono molti di più dei partiti di governo. Conviene tenerlo a a mente.

Buon mercoledì.

Nella foto: la presentazione della Legge di bilancio, 22 novembre 2022

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La manovra della Meloni frega i poveri ma anche i ricchi

Arriva la manovra e le settimane passate in campagna elettorale spargendo propaganda si sciolgono come neve al sole anche se sull’Italia piove a secchi. Giorgia Meloni presenta il primo atto politico del suo governo e osservandolo da fuori sembra un governo Draghi, la stessa tiepidezza, con qualche spunto da regalare alla narrazione.

Così la prima Manovra approvata dal Governo Meloni ha tradito tutte le promesse, sia ai ricchi che ai poveri

La rivoluzione promessa non c’è, i conti contano per la Meloni come imbrigliavano i governi venuti prima di lei solo che questa volta è più difficile millantare il cambiamento perché le misure sono scritte nero su bianco, i bilanci sono verificabili con i fogli in mano. “Aboliremo il Reddito di cittadinanza” hanno ripetuto in campagna elettorale Meloni e Salvini, andando di piazza in piazza sospinti dal vento del cosiddetto Terzo polo che è stato fondamentale per innescare la guerra tra poveri e poveracci.

Il Reddito di cittadinanza in realtà non hanno nemmeno avuto il coraggio di abolirlo del tutto, terrorizzati dalla povertà che quando stringe se ne fotte delle buone maniere e riempie le piazze e incapaci di proporre un’alternativa in tempo utile. Così le promesse della campagna elettorale diventano otto mesi di Rdc per gli abili al lavoro nel 2023 e una presunta cancellazione nel 2024. Meloni e compagnia cantante dicono che a salvare le persone dalla disperazione ci penseranno le nuove politiche attive per il lavoro. Quali? Non si sa.

Da Quota 100 a 103 sulle pensioni. E l’Iva che resta su pane e latte

“Il Reddito di cittadinanza verrà sostituito da un’altra misura”, ripetono. Quale? Non si sa. La misura presa in Consiglio dei Ministri permette intanto di dire tutto e il contrario di tutto. “Quota 100” sventolata in campagna elettorale è diventata Quota 103. Anche qui funziona come sopra: la decisione è presa solo per il 2023 e poi si vedrà. Una legge di Bilancio con uno sguardo così corto che sembra un tentativo di restare a galla almeno per scavallare il 2023. È un gioco di promesse da fare annusare più che mantenere.

Così la “flat tax” (che non è una flat tax) per le partite Iva che Salvini prometteva a 100mila euro escono ridimensionate a 85mila. I pensionati, lambiccati durante tutta la campagna elettorale, possono mettersi il cuore in pace: si conferma il taglio delle rivalutazioni per le pensioni più alte, ossia a partire dai 2.100 euro lordi al mese ossia 1.670 euro netti. L’adeguamento all’inflazione fissato al 7,3%, sarà ridotto in misura via via più significativa. Altra promessa non mantenuta.

Anche qui doveva esserci un’inversione di marcia e invece sembra una manovra scritta d un qualsiasi Governo Draghi terrorizzato dai vincoli. A proposito di grandi classici nelle bugie a destra. Matteo Salvini ogni giro promette di togliere le accise sui carburanti al primo Consiglio dei Ministri. Non accade mai. Qualcuno però sperava che, visti i tempi e vista la crisi energetica, qualcosa potesse accadere.

Si è materializzato lo scenario peggiore: il governo dimezza gli sconti sui carburanti e valuta un “aumento limitato” delle imposte su sigarette e tabacco. Sul primo fronte, il primo dicembre si passerà dall’attuale taglio di 25 centesimi, che considerando l’Iva equivaleva a uno sconto al distributore di 30,5 centesimi, a una riduzione di 18,3 centesimi complessivi. Ma le bugie sono tante: Salvini e Meloni urlavano contro Draghi per chiedere l’azzeramento dell’Iva su pane e latte. “Una proposta di buonsenso”, ripetevano. C’è stato? No, per niente.

Salvini proponeva l’assunzione di 10mila tra poliziotti e carabinieri. Ci sono? No. L’abolizione della legge Fornero? No. La pensione minima a mille euro promessa da Berlusconi? No. Perfino gli evasori sono rimasti scontenti perché volevano un condono migliore. “Ma avremmo dovuto fare tutto in un mese?”, si difendono i membri di governo. No, non lo diciamo noi, eravate voi a prometterlo.

Noi semplicemente segnaliamo che questa manovra è un brodino caldo che non assomiglia alla vostra propaganda. Anche se fare i giornalisti innervosisce la presidente Meloni che in conferenza stampa non ha mancato di esibire il solito vittimismo.

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Terzo Polo e M5S sono incompatibili. Ma Bonaccini finge di non vederlo

Infine venne l’ora di Stefano Bonaccini. Il presidente della Regione Emilia Romagna lancia la sua candidatura al prossimo congresso del Partito democratico e scegli di farlo dal circolo della sua Campogalliano, nel modenese.

Il governatore emiliano Stefano Bonaccini punta alla segreteria Pd e snobba le correnti. Poi però cerca Conte e Calenda per accontentarle tutte

Decide di farlo prendendo subito le distanze dalle correnti del Pd: “Non chiederò ad alcuna corrente di sostenermi né vorrò il sostegno di qualsivoglia corrente. Non possiamo più permetterci di selezionare le classi dirigenti attraverso le correnti, basta”, spiega, non rinunciando a una stoccata contro le scelte dell’ultima campagna elettorale: “Mi ha impressionato vedere tutti i nostri dirigenti candidati nei listini – spiega – invece che nei collegi uninominali a strappare voto su voto, come fanno i sindaci. Non possiamo selezionare il gruppo dirigente attraverso le correnti. Basta. Questo metodo non seleziona il merito ma la fedeltà, e ci toglie consensi. Io non chiedo il sostegno di nessuna corrente”.

Ha ragione da vendere il candidato segretario sugli effetti catastrofici dei caminetti interni tra i Dem. Resta da capire però cosa intenda: “Io non ho mai fatto parte di correnti – ha insistito -. Ho coordinato la campagna elettorale in cui Renzi vinse le primarie, ho sostenuto l’elezione di Bersani, ma non sono mai stato della corrente bersaniana o renziana.

Può essere. Di certo Bonaccini ha sostenuto convintamente Matteo Renzi nelle primarie dell’8 dicembre 2013, per eleggere il nuovo segretario nazionale al punto da diventare il coordinatore della campagna elettorale renziana. Forse non era “iscritto” alla corrente ma di certo l’essere stato così vicino all’ex segretario avrà influito sulla sua nomina a Coordinatore degli Enti Locali e al fatto di essere stato a un passo dal posto di responsabile dell’organizzazione del partito.

Niente correnti dice Bonaccini ma intanto la corrente Base riformista (formata dagli ex renziani guidati da Lotti e Guerini) ha già annunciato la propria convinta adesione. Ed è un fatto politico che all’annuncio della sua candidatura fossero presenti Graziano Delrio, il presidente della regione Toscana Eugenio Giani, Alessia Morani e l’ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci.

Sarà per questo che ospite di Lucia Annunziata ha aggiustato il tiro chiarendo che “le correnti in sé non sono per forza un male, ma negli ultimi anni sono diventate più un elemento di presenza territoriale per delle classi dirigenti che per fedeltà arrivavano anche in Parlamento”. Valutare la composizione della sua lista di candidati all’assemblea nazionale sarà la cartina tornasole. Sulle alleanze, come già ripetutamente ha spiegato in queste settimane, Bonaccini promette attenzione sia al M5S (a cui non vuole “delegare di rappresentare da soli la sinistra”) e il cosiddetto Terzo polo (che non devono essere “da soli i moderati”) rilanciando quindi l’idea di un Pd come asse “imprescindibile del panorama politico”.

Anche in questo caso al di là dei propositi e della teoria resta da capire cosa il Pd intende fare quando M5S e Terzo polo si escluderanno a vicenda perché lì c’è tutto l’incagliato imbarazzo del Pd: dovendo scegliere da che parte di deciderebbe di stare il Pd? Perché a oggi Renzi e Calenda non hanno nessuna intenzione di dialogare con Conte e vale anche il contrario.

Nel momento in cui ci si ritrova di fronte a una scelta (come sta accadendo nel Lazio e nella Lombardia) i propositi di trovare una sintesi non sembrano funzionare. A meno che qualcuno non sia un nuovo Gandhi. Ma Bonaccini non è Gandhi e anzi di Gandhi in giro, di questi tempi, non se ne vedono proprio. Su questo fraintendimento continua a caracollare il Pd.

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‘Ndrangheta, decapitata la locale di rho: i nomi e cognomi

La Polizia di Stato, coordinata dalla Procura della Repubblica – direzione distrettuale antimafia di Milano, sta eseguendo 49 misure cautelari per associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, minacce, violenza privata, incendio, detenzione e porto illegale di armi aggravati dal metodo e dalla finalità mafiosa nonché per il reato di intestazione fittizia di beni.
L’indagine condotta dalla squadra mobile di Milano ha svelato la ricostituzione di una struttura territoriale di ‘ndrangheta, denominata «Locale di Rho», già oggetto dell’indagine «Infinito» condotta dalla dda di Milano nel 2010, da parte del promotore, condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso, una volta scontata la sua pena.

I nomi

Sono in tutto 55 gli indagati dalla Dea di Milano. 48 in carcere: 

Abdelatik Akachab, nato in Marocco; Gaetano Bandiera 74 anni di Cropani; Cristian Leonardo Bandiera 46 anni di Rho; Antonio Lorenzo Bandiera 21 anni di Rho; Luigi Capitanio 47 anni di Rho; Agazio Cosimo Carioti 47 anni di Guardavalle; Vincenzo Carvelli 48 anni di Rho; Giovanni Castaldi 46 anni di Napoli; Domenico Curinga 74 anni di RosarnoFrancesca Curinga 66 anni di Rosarno; Gustavo De Angelis 68 anni di Napoli; Fabio De Ciechi 47 anni di Varese; Nicola De Cristofaro di Giffoni 62 anni; Luca De Giorgio 39 anni di Rho; Victor Mariano De La Cruz Cuevas 35 anni Repubblica Dominicana; Giuseppe Di Liddo 62 anni di Milano; Said Elhomran nato in Marocco; Mouloud El Mansouri nato in Marocco; Angelo Fabiani 46 anni di Rho; Rolando Franco 37 anni di Catanzaro; Alessandro Furno 48 anni di Varese; Vito Galati 48 anni San Vito sullo Jonio; Marco Galliano 34 anni di Rho; Matteo Galliano 27 anni di Rho; Caterina Giancotti 46 anni di Triggiano; Marco Giordano 52 anni di Rho; Lorenzo Antonio Guzzo 25 anni di Rho; Barbara Lacerenza 49 anni di Milano; Antonio La Torre 51 anni di Foggia; Fabrizio Maggioni 51 anni di Rho; Salah Mahahoul nato in Marocco; Vito Maisano 30 anni di Rho; Vittorio Marchio 72 anni di Belcastro; Gianluca Martino 44 anni di Milano; Tiziano Mazza 50 anni di Busto Arsizio; Onofrio Melito 65 anni di Centrache; Matteo Moretti 47 anni di Rho; Franco Moscato 62 anni di Niscemi; Davide Orlando 50 anni di Rho; Marco Palmabella 58 anni di Rho; Ivano Piperissa 46 anni di CatanzaroAntonio Procopio 62 anni di Isca sullo JonioAntonio Procopio 50 anni di Isca sullo Jonio; Laura Procopio di Rho; Antonio Sansotta 51 anni di Rho; Silvano Santini 44 anni di Varese; Franco Serrao 63 anni di Centrache; Fernando Sutera 39 anni di Milano; Salvatore Tomarchio 49 anni di Paternò.

“Ti mangio il fegato”, le minacce clan nel Milanese

«Io ti mangio il fegato a te e questi due infami di mer.., hai capito?». «Oggi vengo a casa tua e ti ammazzo di botte, capito o no?». «Ti faccio vedere io chi sono io, forse non mi conosci bene, non giocare, non me ne fotte un ca… che mi stanno ascoltando, non voglio neanche più i soldi però a casa mia ti ricordi che mi portano un pezzo di te!». Sono solo alcuni dei dialoghi, che dimostrano la forza e la violenza delle intimidazioni e delle minacce estorsive, intercettati nell’inchiesta della Squadra mobile e della Dda di Milano che stamani ha smantellato, con 49 misure cautelari, un clan della ‘ndrangheta, quello dei Bandiera, che aveva ricostruito la ‘Locale di Rho’, nel Milanese, già finita, assieme a molte altre ‘locali’, al centro dello storico maxi blitz ‘Infinito’ della Dda milanese nel 2010.

Nel Nord Italia come in Calabria

«L’operazione eseguita oggi testimonia che l’agire mafioso della ‘ndrangheta in Nord Italia ha assunto da tempo caratteristiche assolutamente sovrapponibili a quelle che ne caratterizzano l’azione nei territori in cui il fenomeno è endemico» dichiara il prefetto Francesco Messina, Direttore Centrale Anticrimine della Polizia di Stato.

«La narrazione, talvolta sostenuta, di una ‘ndrangheta evolutasi al punto da abbandonare l’aspetto militare in favore di strategie criminali più sofisticate non è del tutto precisa. A Milano la Polizia di Stato e la magistratura – continua Messina – continuano ad affrontare la minaccia mafiosa ben consapevoli che il contrasto dell’ala militare della ‘ndrangheta deve continuare ancora a lungo e deve essere affiancato da una sistematica aggressione all’accumulo dei patrimoni illeciti, che ne costituiscono la linfa vitale. Peraltro, gli esiti investigativi odierni attestano ancora una volta come sovente la detenzione carceraria non riesca a recidere il legame tra affiliato e struttura mafiosa di appartenenza. La Direzione centrale anticrimine, con le squadre mobili e con il Servizio centrale operativo – conclude – continuerà in questa azione indifferibile di contrasto, sotto il coordinamento della magistratura delegante».

(fonte)

Il Governo taglia il Welfare per armarsi fino ai denti

Immaginate di intervistare sulla pace qualcuno che per mestiere si occupa di armi, fondatore di un partito (Fratelli d’Italia) che nel solco della destra italiana ritiene l’esercito con le sue munizioni il presidio naturale della stabilità politica, nel bel mezzo di una guerra in Ucraina che troppi utilizzano come clava per questioni politiche interne (se non addirittura personali) e aggiungeteci che quel qualcuno sia diventato ministro alla Difesa: vi sembra possibile?

Per i sovranisti il Reddito di cittadinanza è un costo mentre le armi sono considerate un investimento

Accade qui, in Italia, dove Guido Crosetto dopo essere stato lobbysta per le industrie delle armi viene intervistato dal quotidiano Il Foglio. Il pezzo è pura antologia bellicista. Crosetto si scaglia contro i “finti pacifisti” che di questi tempi sono tutti coloro che non esultano per il rumore di bombe e cannoni e chiedono uni mmediato cessate il fuoco e una soluzione diplomatica.

Ma non c’è solo la criminalizzazione di chi non vede nelle armi una soluzione nelle parole del ministro, c’è anche e soprattutto la promessa di fare ancora peggio per le spese militari: “Come ho spiegato ai miei colleghi ministri, la strategia del governo non può che essere quella di perseguire l’obiettivo del 2% della spesa militare in rapporto al Pil, come del resto hanno ritenuto di dover fare un po’ tutti gli esecutivi che ci hanno preceduto. Ovviamente, è un traguardo che va raggiunto con gradualità, in modo tale che l’aumento di spesa nel settore sia compatibile con le necessità di equilibrio della finanza pubblica”.

Si va spediti verso il maggior aumento di spese militari (già cominciato con Guerini ministro) della storia repubblicana. Tutto ciò accade nel bel mezzo di una pericolosa crisi con inflazione che cresce, problemi di costi delle bollette, crisi energetica, i risvolti di una pandemia non ancora superati, una mancata attenzione alla povertà: la soluzione è comprare cannoni.

Ma Crosetto si spinge oltre: “Anzi a tal proposito, nel recente Consiglio europeo ho annunciato ai miei colleghi un’iniziativa che intendo intraprendere. Proporrò formalmente l’esclusione delle spese per gli investimenti della Difesa dal computo del deficit nell’ambito del Patto di stabilità. Non è una trovata del momento, ne ho parlato coi colleghi ministri della Difesa, mi sono confrontato al riguardo anche col commissario Paolo Gentiloni.

Spero che pure Giancarlo Giorgetti, dal Mef, sollevi il tema. Alcuni paesi, ma non vi dirò quali, effettivamente si sono mostrati molto favorevoli”. Insomma per il governo Meloni il Reddito di cittadinanza che ha salvato un milione di persone dalla povertà durante la pandemia è un “costo” mentre la spinta agli armamenti è un investimento che meriterebbe di uscire dal patto di stabilità con l’Europa.

Tutto questo Crosetto riesce a dirlo fingendo di occuparsi del benessere e della dignità dei suoi cittadini. Dopo il pronome della presidente del Consiglio, dopo l’innalzamento del tetto dei contanti, dopo la favola del Ponte sullo Stretto ora la priorità di questo governo è acquistare armi per essere più credibili nel mondo.

La linea è chiara ed è tracciata. Rimangono almeno due dubbi: quanta pazienza potranno avere ancora gli italiani nel risparmiare qualche euro per arrivare a fine mese mentre si spendono miliardi per le armi e quanto ci metterà l’opposizione a capire che usare la guerra per arricchire i ricchi sfruttando il dolore degli ucraini è un gioco infame.

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Anche a Kobane c’è chiaramente un aggredito e un aggressore. Che si fa

Ha ragione Valerio Renzi. C’è stato un tempo in cui le donne yazide, curde, circasse e arabe campeggiavano sulle prime pagine di tutte le riviste patinate in Italia. Erano quelle che ci avevano aiutato a sconfiggere l’Isis, liberando Kobane. A Kobane ora cadono le bombe. Per Erdogan è stato fin troppo facile: l’attentato avvenuto a Istanbul lo scorso 13 novembre ha spinto l’autocrate turco ad additare il Pkk, formazione di guerriglia curda socialista, come colpevole. Da lì il passo è stato breve. Secondo Erdogan le bombe sono il modo migliore per creare una “zona cuscinetto” per garantire i propri confini.

Le bombe turche sono cadute su Kobane e altri territori curdi nel Nord della Siria e dell’Iraq, provocando vittime, tra cui anche un giornalista. Al momento, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, le vittime sarebbero quindici, di cui nove membri delle Forze democratiche siriane e sei militari siriani. Altre fonti, invece, preannunciano un bilancio più pesante: almeno quarantacinque morti, tra forze siriane e miliziani curdi. Farhad Shami, portavoce delle Forze democratiche siriane, su Twitter, ha scritto che tra i morti ci sarebbe anche un giornalista. E ha aggiunto: «L’occupazione turca sta prendendo di mira i giornalisti, cercando di coprire i suoi crimini».

In nome della propria sicurezza e sulla base di prove non verificate dalla comunità internazionale la Turchia ha aggredito. Anche a Kobane c’è chiaramente un aggredito e un aggressore. Solo che in questo caso l’aggressore è un Paese Nato ed è uno dei migliori clienti dell’industria delle armi italiana.

Ora che si fa L’evento è significativo. Si potrebbe organizzare un aperiguerra a Milano e urlare la necessità di armare il più possibile gli aggrediti. Ci ritroveremmo nella situazione di spedire armi a un Paese che si difende dalle armi che noi abbiamo venduto all’aggressore. Lo vedete il tilt?

Qualcuno è riuscito anche in una situazione del genere a dare addosso ai “pacifisti”. I pacifisti (di cui tutti parlano ma che in pochi hanno ascoltato) risponderebbero sempre allo stesso modo poiché da sempre tengono la stessa linea senza modificarla in base all’amicizia con una delle parti. Chiederebbero una pressione internazionale per un cessate il fuoco immediato (e con la Turchia è molto più facile che con la foga assassina di Putin perché la Turchia senza i soldi dell’Europa rimarrebbe molto prima in mutande) e chiederebbero che non si usino le armi per risolvere una tensione tra Stati. Attenti, quelli che chiedono una “resa unilaterale” dell’Ucraina – che verranno citati strumentalmente in questi giorni per giustificare le bombe sulla Siria e sull’Iraq – sono un’invenzione di sedicenti politici e commentatori. Non esistono, sono al massimo una decina di squinternati.

Ora basta osservare gli eventi per notare limpidamente l’ipocrisia.

Buon martedì.

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Soumahoro sta sbagliando tutto: qualcuno gli dica di fermarsi

Qualcuno che tiene alle importanti battaglie di Aboubakar Soumahoro e alla sua straordinaria esperienza di lotta e di politica gli dica per favore di fermarsi. Soumahoro insiste e sbaglia ancora. Dopo avere minacciato querela contro i giornalisti che hanno riportato la notizia dell’indagine sulla cooperativa di sua suocera e in cui lavorava sua moglie, il parlamentare di Sinistra Italiana e Verdi decide di parlare sbagliando quasi tutto quello che si poteva sbagliare in termini di comunicazione politica.

Soumahoro non poteva non sapere delle vicende giudiziarie delle cooperative

Prima pubblica un video sui suoi canali social in cui si mostra naturalmente ferito riproponendo l’ennesima tesi della montatura giornalistica contro di lui orchestrata dai giornali di destra. Falso, falsissimo: la notizia dell’indagine è stata data da Clemente Pistilli di Repubblica e di vicende giudiziarie riguardanti quelle cooperative se ne sa da almeno un anno. Soumahoro non può non saperlo e non può non rendersi conto che in una situazione che sarebbe stata facile da districare si sta letteralmente incagliando.

Non c’è ragione per non credere alla versione di Soumahoro, ma non dica che la notizia era falsa

Soumahoro sa che molti elettori ripongono in lui una grande fiducia (mi ci metto anche io tra questi) e dovrebbe sapere che quando dice «mi vogliono uccidere» e «vogliono seppellire le mie idee» per il ruolo pubblico che riveste deve dare risposte concrete. Se la risposta è «non so cosa faccia mia suocera», «non chiedo il casellario giudiziario a mia moglie» e comunque «Liliane non possiede nessuna cooperativa, non fa parte di nessun Cda e non è mai stata all’interno del consorzio Aid» e anche se è stata «una dipendente della Karibu, allo stato attuale è disoccupata», i suoi elettori non hanno alcun motivo per non credergli ma non hanno certo la sensazione di assistere a una smentita di una notizia che è stata additata come falsa.

La stessa sinistra fluida che Soumahoro critica è la stessa che lo ha fatto eleggere

C’è poi un altro particolare inquietante: Soumahoro nella sua intervista a Repubblica trova il tempo di dire di voler «dare un tetto, una nuova casa politica a tutti quelli che non si sentono più rappresentati da questa sinistra fluida, senza identità e senza idee». Quella «sinistra fluida» a cui fa riferimento è la lista che gli ha garantito un seggio da parlamentare con una candidatura blindata. Non vorremmo che possa pensare che la delusione dei suoi elettori (e compagni di partito) per quella frase venga letta come parte di un complotto. Soumahoro ha passato una vita di lotta, in un Parlamento che spesso non ha nemmeno idea della differenza tra i diritti e i privilegi. Non ci sono solo nemici, ci sono ostacoli da superare e nodi da sciogliere. Che stia sbagliando glielo stanno ripetendo perfino i suoi compagni di partito. Dai, su.

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Il monologo della Fifa (falso) per i mondiali di calcio

Dunque sono cominciati i mondiali in Qatar. I mondiali con i diritti calpestati. Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha deciso di aprire con un monologo che, se possibile, crea ancora più imbarazzo dei mondiali stessi.

Infantino apre così: “Oggi provo sentimenti molto forti. Oggi mi sento del Qatar. Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento disabile. Oggi mi sento un lavoratore migrante. Mi sento come loro perché so cosa si prova ad essere discriminati, ad essere vittime di bullismo come straniero in un paese. A scuola ero vittima di bullismo perché avevo i capelli rossi e le lentiggini. Sono stato vittima di bullismo, in più ero italiano, quindi immagina. Non parlavo bene il tedesco. Cosa fai allora Ti rinchiudi nella tua stanza, piangi e poi cerchi di farti degli amici. Cerchi di impegnarti… Non inizi ad accusare o litigare, inizi a impegnarti. Questo è quello che dovremmo fare”.

Paragonare i lavoratori morti perché sfruttati, i gay perseguitati perché illegali e i suoi capelli rossi da bambino è un relativismo infantile degno della peggiore retorica.

Ma continuiamo. “Non è facile leggere tutti i giorni tutte queste critiche a decisioni prese 10 anni fa quando non c’era nessuno di noi. Ora tutti sanno che dobbiamo trarne il meglio e fare il miglior Mondiale di sempre. Doha è pronto, il Qatar è pronto, ovviamente sarà il miglior Mondiale di sempre””, dice Infantino. È vero, Infantino 10 anni fa non era nel posto che occupa ora ma non era nemmeno il ragazzi addetto alla macchinetta del caffè. Era segretario generale dell’organo di governo europeo, l’Uefa. Questa roba che ogni volta è colpa dei governi precedenti è tipica italiana.

Dice Infantino: “Cominciamo dai lavoratori migranti. Ci vengono raccontate molte molte lezioni da alcuni europei, il mondo occidentale. Sono europeo. In realtà lo sono. Penso che per quello che noi europei abbiamo fatto negli ultimi 3.000 anni, in tutto il mondo, dovremmo scusarci per i prossimi 3.000 anni prima di iniziare a dare lezioni morali alle persone”.

Infantino sbaglia il punto: la questione se, e fino a che punto, le società europee contemporanee siano responsabili del passato, e debbano forse anche intraprendere una restituzione, rimane un dibattito attivo. La tecnica del “ma anche” però non attacca: non possiamo cambiare gli errori passati ma possiamo non contribuire alla loro ripetizione.

E poi: “Molte organizzazioni hanno riconosciuto che gli standard sui diritti dei lavoratori qui sono simili a quelli dell’Europa occidentale, gli standard sono simili sulla sicurezza. Vediamo cosa succede nei prossimi 10 anni”. Amnesty, nel suo ultimo aggiornamento prima della Coppa del Mondo, afferma che il lavoro forzato continua “senza sosta” in Qatar, in particolare tra i lavoratori della sicurezza e domestici. La paga viene regolarmente trattenuta dai lavoratori, mentre migliaia continuano a lavorare in modo non sicuro.

E infine, dice Infantino: “Se vuoi criticare, vieni da me. Eccomi, puoi crocifiggermi, sono qui per questo. Non criticare il Qatar, non criticare i giocatori, non criticare nessuno, criticare la Fifa, criticare me perché sono responsabile di tutto. Quante occasioni abbiamo per unire il mondo? Vogliamo continuare a sputare sugli altri perché hanno un aspetto diverso o si sentono diversi? Difendiamo i diritti umani. Lo facciamo a modo nostro”.

Se fare notare il mancato rispetto dei diritti è uno “sputare” allora tutto il lirico monologo era solo finzione. Intanto una novità c’è: il ragazzo con i capelli rossi ha imparato a fare il bullo.

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Tolgono i soldi ai poveri per addobbare le chiese

Priorità del governo: un bonus matrimonio fino a 20mila euro. Ma solo se ti sposi in chiesa. Chi opta per il Comune, zero. Fate attenzione, la famiglia per questo governo è solo tra uomo e donna, solo tra sposati (anche se i leader non sono sposati o lo sono più di volta) e solo se la cerimonia è officiata da un prete.

Come racconta Lorenzo De Cicco su Repubblica, «la proposta di legge è firmata da una sfilza di deputati: in testa il vice-capogruppo a Montecitorio, Domenico Furgiuele, poi il presidente della commissione Attività Produttive e Turismo, Alberto Gusmeroli, i parlamentari Simone Billi, Ingrid Bisa e Umberto Pretto. L’obiettivo dichiarato dell’operazione è riequilibrare il gap tra i matrimoni civili e religiosi. Secondo l’Istat, si legge nella parte introduttiva del provvedimento, le unioni con rito civile sono cresciute rispetto ai livelli pre-pandemia (+0,7 per cento nel 2021 sul 2019), mentre quelli con rito ecclesiastico continuano a calare. A sentire i deputati del Carroccio, le ragioni “che allontanano le giovani coppie dall’altare e che le portano a prendere in considerazione solo ed esclusivamente il matrimonio civile” sarebbero principalmente di natura economica: “Il matrimonio civile – sostengono – è di per sé una celebrazione meno onerosa rispetto al matrimonio religioso”. Ma avrebbero un peso anche le lungaggini procedurali delle parrocchie: “Molte coppie sono dubbiose sui corsi prematrimoniali, i quali hanno una finalità ben precisa e spesso sottovalutata: cercare di far capire alla coppia se si è realmente pronti nel prendere la decisione di sposarsi”. Ecco allora l’idea: un incentivo di Stato, solo per chi sceglie dei pronunciare il sì all’altare».

Quanto costerebbe tutto questo? 716 milioni di euro, cioè 143,2 milioni per le cinque quote annuali. Non si tratta solo della laicità calpestata delle Stato (a cui siamo abituati da tempo): qui siamo proprio all’odio per chi non bacia l’anello al suo parroco. Non c’è differenza con le più oscurantiste finte democrazie.

Poi accade una reazione che dice ancora di più la proposta. Ieri sera esce la notizia e dal governo si sbracciano per dire che no, che non è loro intenzione applicare una legge del genere, che si tratta solo di un’iniziativa personale di alcuni deputati. Esattamente come accaduto con le proposte di legge contro l’aborto, esattamente come avvenuto per le promesse stratosferiche di Salvini. Sempre così: si lancia il messaggio per vedere l’effetto che fa. Si sperimenta quanto si può osare utilizzando la stampa come termometro.

Buon lunedì.

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