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“Ambiente e Sanità pubblica” i paletti di M5S per le intese regionali. Parla il consigliere del Movimento in Lombardia, Violi: “Niente da fare se sarà un prendere o lasciare”

La domanda che si fanno quasi tutti è: cosa farà ora il Movimento 5 Stelle in Lombardia. La candidatura di Majorino infatti viene vista da molti come una reale possibilità di riavvicinamento per le elezioni regionali al partito di Conte anche se il quadro nazionale complica non poco la situazione lombarda. Na abbiamo parlato con Dario Violi, consigliere regionale del M5S.

L’ingresso in campo di Pierfrancesco Majorino è un’importante novità nello scacchiere lombardo. E adesso?

“Ma a noi cosa cambia che sia Pierfrancesco Majorino? Ai lombardi cosa cambia Un gran pezzo dei lombardi chiede modalità e visioni completamente diversi, non è interessata ai nomi”.

Però sicuramente Majorino favorisce un confronto visto che è più vicino alle vostre idee, no?

“No. Noi se noi diciamo una cosa la manteniamo. Non la diciamo per dileggio. Da tempo chiediamo una visione comune sui temi e su un progetto e non su dei nomi. Sicuramente Majorino è più vicino a noi ma non ci dimentichiamo di quello che abbiamo detto fino ad ora. È una questione di metodo, non è il gioco di cambiare il candidato per ingolosirci”.

Ma almeno questo incontro per confrontare i temi con il Pd?

“Noi andiamo avanti sulla nostra strada. A giorni lanceremo le nostre proposte programmatiche, le basi minime, elaborate anche dopo l’incontro con Conte. I temi sono sempre gli stessi: sanità pubblica, ambiente. Dobbiamo lavorare per racontare una storia diversa da quella di Fontana e di Moratti che per noi pari sono. Se la trattativa sarà un ‘prendere o lasciare’ allora per noi è meglio lasciare”.

Nel Lazio un pezzo di sinistra si è staccata dal Pd per costruire un polo con il M5S e anche in Lombardia sembra che potrebbe accadere lo stesso. Avete contatti in corso?

“In alcuni territori della Lombardia qualche consigliere è stato contattato. È un segnale interessante e indica un posizionamento abbastanza chiaro. Al momento però non c’è un coordinamento lombardo su questo. Con chi ci vede al centro della scena siamo ben contenti di dialogare. Noi siamo siamo inclusivi, così anche con Majorino anche se la base è diversa. Questi vogliono condividere una visione con noi? Ben venga. Chi ha rincorso fino a ieri Calenda e discusso con Moratti invece non ci interessa”.

Si coglie un certo fastidio nelle sue parole per il comportamento del Pd. Sbaglio?

“Decisamente. Da un mese e mezzo dico che serve un’alternativa a Fontana. Qual è la visione comune? Cottarelli? Azione? Stanno sempre a discutere di contenitori, di leader. Prima di scegliere la casa con cui andare a vivere con mia moglie me la sposo no? L’opposizione comune potrebbe essere un fidanzamento ma poi quando ci si decide di sposarsi dobbiamo essere davvero sicuri”.

Non pensa che il tempo a disposizione però sia davvero poco?

“Il tempo non è un fattore. Fontana ha vinto con il 52% 40 giorni prima del voto. Era una coalizione ampia che raccontava la sua storia. Mi chiedo: dopo 28 anni di sconfitte in cui il mantra è sempre stato il nome non è ora di un ragionamento diverso? Non conviene cambiare metodo? Prima Sarfatti, poi Ambrosoli, poi Gori che era sindaco con la sua sconfitta più incredibile della storia. Ora ci provano con la sinistra del Pd. Ma non mancano i fondamentali? Non si ripete sempre la stessa storia Farsi venire il dubbio che il problema non è la scelta del candidato? Anche perché questa volta non c’è il treno delle politiche”.

Però violi, non è che in Lombardia i 5S contino moltissimo in termini di voti…

“No. È un sfida: 5 anni fa abbiamo preso un milione di voti. Esiste una parte di Lombardia che crede noi. Abbiamo fatto degli errori. Sulla base di quelli dobbiamo raccontare storie diverse a chi è stato deluso”.

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Perché Soumahoro avrebbe dovuto spiegare e non minacciare querele

Non è facile essere Aboubakar Soumahoro sotto il governo più di destra che l’Italia abbia avuto dalla Seconda guerra mondiale. Non è facile perché Soumahoro incarna la vittima ideale della narrazione tossica dei nemici dei poveri e dei disperati. A poveri e disperati Soumahoro si dedica tutti i giorni. Non è una semplice inclinazione di sensibilità politica, Soumahoro arriva da lì. Essere nero nell’apice del bianchismo, essere dichiaratamente di sinistra in questa foga destrorsa, essere istruito in mezzo a laureati imbarazzanti ed essere un simbolo di una parte politica poco rappresentata rende Soumahoro il boccone perfetto.

L’indagine coinvolge le cooperative della moglie e della suocera del deputato

È facile immaginare la gioia negli uffici di certi social manager e di certe redazioni quando Repubblica con un articolo a firma di Celemente Pistilli ha raccontato di un’indagine che coinvolge le cooperative della moglie e della suocera di Soumahoro che si occupano di accoglienza. Gli accertamenti della Procura di Latina partono dal sindacato Uiltucs e sono l’appendice di una vicenda su presunte irregolarità amministrative già finita davanti all’Ispettorato del lavoro, conclusasi qualche settimana fa con il riconoscimento di alcuni pagamenti arretrati ai lavoratori delle cooperative Karibu e Consorzio Aid che sollecitavano il saldo. Alla fine la prefettura ha versato circa 50 mila euro ai quattro dipendenti rimasti senza stipendio e ha sollecitato gli enti locali in ritardo con i pagamenti. Che c’entrano gli enti locali? Semplice: la cooperativa attraversava problemi di liquidità perché gli enti territoriali erano in ritardo con i pagamenti privati dall’appalto. Loro si difendono dicendo che le cooperative avrebbero presentato un’incompleta rendicontazione, qualcuno parla di cronici ritardi della pubblica amministrazione.

Perché Soumahoro dovrebbe rispondere spiegando non minacciando querele
Aboubakar Soumahoro (da Fb).

Le testimonianze di ospiti e lavoratori

Oltre a questo ci sono le testimonianze di alcuni ospiti del centro e di alcuni lavoratori che raccontano di scarse quantità di cibo, dell’occasionale assenza di elettricità e acqua e di condizioni pessime generali. Si tratta di testimonianze che ovviamente andranno riscontrate. Dal 2019 circola un dossier dopo la visita di un parlamentare che descrive la struttura come «sporca con parti al limite del fatiscente. Dai pavimenti con radici che divelgono il pavimento, soffitti con macchie evidenti di muffa, malfunzionamento della caldaia a pellet, sporco generale e gli esterni (ci sono tettoie con presenza di eternit) tenute quasi a discarica». Oltre a questo c’è un’altra indagine affidata ai carabinieri su otto sacchi neri contenenti documenti contabili e schede degli immigrati che sono stati ritrovati nei pressi della sede legale di Karibu.

Il garantismo non consiste nel non dare una notizia

Aboubakar Soumahoro quando la notizia è uscita sui giornali ha reagito promettendo querele: «Falso! Non c’entro niente con tutto questo e non sono né indagato né coinvolto in nessuna indagine dell’arma dei carabinieri, di cui ho sempre avuto e avrò fiducia. Non consentirò a nessuno di infangare la mia integrità morale. Per questo, dico a chi pensa di fermarmi attraverso l’arma della diffamazione e del fango mediatico, di mettersi l’anima in pace.  A chi ha deciso, per interessi a me ignoti, di attaccarmi, dico: ci vediamo in tribunale!».

Non è facile essere Aboubakar Soumahoro ma la responsabilità di ciò che il deputato di Sinistra Italiana rappresenta richiederebbe cautela anche nelle reazioni. Capiamoci, un’indagine sulla filiera dell’accoglienza in Italia è, ahinoi, una notizia di questi tempi. Piaccia o no l’immigrazione è uno dei temi caldi che garantisce dibattito pubblico, reazioni politiche e lettori. È una notizia. Che quelle cooperative coinvolgano i famigliari di un deputato della Repubblica è una notizia. Non si tratta di accusare qualcuno di reati, si tratta semplicemente di valutare l’opportunità degli atteggiamenti, delle relazioni e degli interessi che circondano un personaggio pubblico. Il garantismo che si invoca spesso in modo peloso non consiste nel non dare notizie ma nell’avere l’onestà intellettuale di non usarle come clava nella lotta politica.

Perché Soumahoro può diventare il volto della nuova sinistra
Aboubakar Soumahoro fuori dal parlamento (da Fb).

Il capitale di fiducia che Soumahoro ha sulle spalle richiede spiegazioni, non minacce

Non è facile essere Aboubakar Soumahoro ma Soumahoro ha sbagliato completamente la reazione. Promettere querela a un giornalista che riporta una notizia è la furiosa risposta che per anni abbiamo condannato quando a farlo erano gli altri. Non si capisce, tra le altre cose, chi avrebbe intenzione di querelare il deputato: la Procura di Latina I carabinieri che indagano? Gli unici che potrebbe perseguire probabilmente sono quelli che usano contro di lui un’indagine in cui non è coinvolto ma non l’ha fatto il giornalista che ha scovato la notizia. Che quelle cooperative siano di sua moglie e di sua suocera, ripetiamolo, è una notizia. Il capitale di fiducia e di consenso che Soumahoro ha sulle spalle richiede spiegazioni, non minacce. E la storia, come descritta qui sopra, è molto più lineare di quello che si pensa. In conclusione: lui dice che “non c’entra” ma in nessun pezzo viene indicato come indagato o responsabile. Avere una funzione pubblica, ancor più da deputato, richiede di essere opportuni, oltre che legali. Dei parenti di personalità politiche si è sempre scritto proprio per questo: piaccia o no è una notizia. Promettere querela a un giornalista è un atteggiamento che si è sempre contestato. Basterebbe spiegare. Funziona meglio e rende più credibili. Che un’indagine sia “un attacco” coordinato di presunti poteri oscuri è una roba che fa sempre piuttosto ridere. Se ne ha le prove lo dica, altrimenti sembra di sentire un Berlusconi qualsiasi. Riflettici, Aboubakar.

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Il Nazareno cambia statuto per la corsa della Schlein. La modifica consentirà ai non iscritti di competere per la segreteria

Si svolge oggi a Roma l’Assemblea nazionale del Pd. All’ordine del giorno anche le modifiche allo Statuto che dovrebbero permettere agli “esterni” di correre, e per esterni si intende in particolare Elly Schlein che, nonostante sia candidata per la segreteria, non risulta ancora iscritta al partito: entra quindi in conflitto con l’art. 12 comma 5 dello Statuto Pd che impedisce ai membri non iscritti di candidarsi come Segretario di partito.

Questioni aperte

Altro problema è quello dell’appartenenza ad altri partiti o movimenti politici, che potrebbe porsi come ulteriore ostacolo alla candidatura di Schlein, a oggi parte dell’Ufficio di presidenza di Green Italia. il movimento però si è recentemente trasformato da partito ad associazione, novità che dovrebbe permettere di schivare le clausole di incompatibilità. Il Pd dovrà quindi rivedere le carte in tavola per permettere a Schlein di candidarsi, modificando lo statuto che sarà rivalutato in Assemblea nazionale.

Le eventuali modifiche però, ai termini del regolamento, necessitano della maggioranza assoluta dell’assemblea. La candidabilità di Elly Schlein però non è l’unico problema del segretario dimissionario Enrico Letta che in questi ultimi giorni, complici anche i nervosismi per le elezioni regionali, si ritrova con una parte consistente del suo partito che spinge per accelerare il percorso congressuale lamentando la mancanza di una leadership legittimata.

Per questo Elly Schlein, insieme al presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, al sindaco di Firenze Dario Nardella e agli altri candidati, potrebbero dover accelerare le proprie mosse in vista di un’anticipazione del congresso. Le candidature ufficializzate nel Lazio e Lombardia hanno scontentato una parte del partito e senza un segretario autorevole e riconosciuto sarà difficile contenere i nervosismi. Poi, lì fuori, ci sarebbero anche gli elettori. Quelli che, secondo i sondaggi, sono sempre meno.
G.C.

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L’Assemblea Pd sta con Majorino, candidato al Pirellone senza primarie. Via libera definitivo all’eurodeputato filo-M5S. Si punta sulla compattezza per la sfida a Fontana e Moratti

Pierfrancesco Majorino ora è ufficialmente candidato. L’europarlamentare del Partito democratico è stato indicato dalla coalizione come candidato presidente per la Regione Lombardia contro Letizia Moratti e Attilio Fontana. L’assemblea regionale ha ratificato il suo nome e ora inizia per il Pd una campagna elettorale non facile in cui dovrà provare a recuperare il tempo e il terreno persi.

L’imprimatur

“Credo che la sfida sia oggettivamente fra me e Fontana visto che la corsa è per arrivare primi”: ha detto al Tgr Lombardia Majorino che ha voluto chiarire fin da subito che la candidatura Moratti (contro la quale guidò l’opposizione in consiglio comunale a Milano) non la ritiene assolutamente rilevante nella sua corsa. E sulla decisione, non da tutti gradita, di non fare le primarie ha spiegato che “avevamo bisogno di lanciare subito la campagna elettorale” per battere “la destra”.

“E credo che tutti – ha concluso – ci troveremo su questo obiettivo”. Sulle primarie evitate però rimane la riflessione amara di Pierfrancesco Maran, assessore del Pd a Milano con Beppe Sala che ieri sul suo profilo Facebook ha voluto esprimere il suo pensiero. “Quando vietano di giocare la partita, vincere è impossibile”.

L’appoggio per il ‘prescelto’, dice, è scontento: “Sosterrò con impegno il candidato nominato”, scrive Maran. “è senza alcun dubbio un errore grave non averle convocate – scrive su Facebook l’assessore riferendosi appunto alle primarie -. Ancora una volta il tanto annunciato “dobbiamo aprire il partito” è rimasto lettera morta”.

Detto questo, l’esponente dem non ha intenzione di lasciare il partito ma intende “continuare a guidare un’alternativa riformista e per la partecipazione, per rompere gli schemi di un sistema correntizio che, ormai, avendo perso il polso della società e anche della nostra comunità, continua a perdere consenso e si arrocca evitando le competizioni”.

“È una partita che va affrontata nel Partito democratico, senza produrre ulteriori divisioni, anzi – ha aggiunto – ricercando il dialogo costruttivo con tutte le forze di opposizione, per questo sosterrò con impegno il candidato nominato. Vogliamo una politica rivolta al futuro, anche per questo non abbiamo mai pensato che Letizia Moratti potesse essere un’opzione”. E conclude: “Da oggi continuerò con ancora maggiore determinazione a lavorare per una politica migliore e più aperta. Sono sicuro che saremo in tanti a farlo”.

Terzo polo furioso

L’ufficializzazione di Majorino intanto ha fatto saltare i nervi, com’era prevedibile, al cosiddetto Terzo polo che ieri per bocca di Carlo Calenda: “Il @pdnetwork ha scelto di correre in Lombardia con Majorino spostando l’asse della coalizione su Agnoletto (fronte anticapitalista) Sinistra Italiana e forse 5S.

Amen. Evitate ora di incasinare anche il Lazio continuando a supplicare i 5S. Almeno una proviamo a vincerla”, ha scritto il segretario di Azione. Era facilmente prevedibile che il sedicente Terzo polo bollasse chiunque non sostenga Letizia Moratti come un dirigente maoista. Loro sono fatti così: chi non è di destra è un pericoloso brigatista.

Appoggio a Majorino è arrivato invece ieri dalla candidata al congresso del Pd Elly Schlein: “La candidatura di Majorino in Lombardia è davvero un’ottima notizia. – ha scritto Schlein -. Da sempre in prima linea sul fronte dei diritti sociali e civili, amministratore competente, di grande coerenza, capace di unire e con una visione di futuro chiara. Forza Pier, siamo con te!”.

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Sui territori c’è vita per la Sinistra con i 5 Stelle

C’è una sinistra (e un pezzo di Pd) che nelle prossime regionali si sta organizzando per andare con il M5S. Al di là degli accordi (impossibili nel Lazio e difficilissimi in Lombardia, secondo fonti pentastellate) con il Partito democratico si sta consolidando una compagine di politici che considerano i grillini l’unico polo intorno al quale costruire un’alleanza.

C’è vita a sinistra. Mentre nel Lazio ci si muove per il “polo progressista” intorno al M5S anche in Lombardia si colgono segnali simili

È di qualche settimana fa l’iniziativa lanciata da Stefano Fassina per costruire “una rete progressista” intorno a Giuseppe Conte alternativa alle destra ma capace anche di “sottrarsi all’egemonia del Pd” caratterizzandosi per il No alla guerra e col primato della questione sociale. L’assemblea dei sottoscrittori della lettera “verso il polo progressista”, promossa tra gli altri dallo stesso Fassina, Loredana De Petris, Alfonso Pecoraro Scanio, Eugenio Mazzarella, Claudio Grassi, Pina Fasciani, Paolo Cento e Maurizio Brotini ha approvato un ordine del giorno per costituire “Coordinamento 2050”, un’associazione civica, ecologista e di sinistra a cui ha partecipato anche Conte.

“Coordinamento 2050, con autonomia politica ed organizzativa, ma senza velleità di fondare l’ennesimo partitino, avvia una relazione politica con il Movimento 5 Stelle… al fine di promuovere un credibile polo progressista, adeguato alle sfide per il governo di Comuni, Regioni e dell’Italia”, si legge nel comunicato che ne sancisce la nascita. La strada parallela al Movimento potrebbe essere sperimentata già nelle prossime elezioni regionali del Lazio, dove il Pd e il Terzo polo hanno siglato il patto elettorale convergendo sul nome di D’Amato. è molto probabile quindi che la lista M5S possa essere affiancata da una lista della “sinistra” romana o che comunque si arrivi a un accordo politico in altre forme.

Mentre nel Lazio ci si muove per il “polo progressista” intorno al M5S anche in Lombardia si colgono segnali simili. Gli ex “arancioni” di sinistra che permisero a Giuliano Pisapia di sconfiggere Letizia Moratti durante le comunali di Milano nel 2011 si stanno infatti organizzando per dialogare con i 5S, nel caso in cui non corra con la coalizione guidata dal Pd, per proporre un’iniziativa politica che li veda affiancati alla lista 5 Stelle. Si tratta di attivisti (e eletti a livello comunale e regionale) che non si riconoscono nella linea del Pd e che in alcuni casi non hanno seguito la segreteria di Nicola Fratoianni in Sinistra Italiana.

Anche loro, come nel caso dei “laziali”, affermano che solo il Movimento 5 Stelle si sia occupato dei temi fondanti della sinistra (dal Reddito di cittadinanza all’attenzione per il lavoro) e nonostante non condividano tutto dei grillini vedono lì il polo naturale da costruire per capovolgere le politiche di Regione Lombardia e per portare un reale cambiamento. L’avvicinamento è stato costruito nelle ultime settimane e la possibilità che si tramuti in un’alleanza politica è data per probabile. Un Movimento 5 Stelle striato di “arancione” che inaspettatamente potrebbe ripescare volti e nomi di una campagna elettorale storica e che potrebbe tornare molto utile al partito di Conte per pescare voti anche dove fino a qualche mese fa sarebbe stato impossibile immaginare di trovarli.

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Eccoli, gli scafisti

Nessuna parola, come previsto, da parte degli sceriffi del Mediterraneo che siedono negli scranni più alti del governo sugli scafisti quelli veri, gli scafisti che rispettano in toto la narrazione della maggioranza di governo: lucrano sulle perone, sono un elemento di “pull factor” spingendo i migranti a prendere un appuntamento sule coste libiche concordato con loro, uccidono le persone se diventano un impiccio nell’organizzazione della traversata e evitano i controlli una volta arrivati a terra.

Poiché non sono Ong – come tornerebbe utile a questi una condanna che sia una di qualsiasi Ong – ieri non si è discusso dell’ordinanza del Gip David Salvucci, emessa nell’ambito dell’inchiesta “Mare aperto” della Procura di Caltanissetta, che delinea l’esistenza di un’associazione «estremamente ampia e strutturata» che svolgeva «in maniera imprenditoriale» la propria attività e che poteva vantare «plurimi contatti» con gruppi analoghi attivi «non solo in varie parti della Sicilia, ma anche in altri Paesi dell’Europa (non si dimentichino i ripetuti arrivi di scafisti dalla Francia) e dell’Africa».

Ai gruppi criminali stranieri l’associazione di carattere transnazionale si appoggiava in caso di necessità di «soggetti da adibire allo svolgimento di specifiche mansioni (gli scafisti appunto) o di beni materiali necessari all’organizzazione dei viaggi e temporaneamente indisponibili al proprio interno».

«Il costante collegamento con sodalizi gemelli disposti a sopperire alle temporanee difficoltà e mancanze dell’associazione per cui si procede – si legge ancora nell’ordinanza – da sì che la sopravvivenza di quest’ultima non sia, in effetti, mai legata alla sorte dei singoli sodali, neppure quando questi si trovino in posizione apicale, poiché, con appoggi esterni, l’attività delittuosa può comunque essere fattivamente proseguita».

Nessun dibattito sull’aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita i migranti da loro trasportati e di averli sottoposti a trattamento inumano e degradante. Nessun cenno al fatto che gli scafisti fossero disposti a buttare la gente in mare nel caso in cui avessero avuto problemi nella navigazione. Niente di niente.

Il silenzio conferma un punto semplicissimo: a questi non frega niente dell’immigrazione, non frega niente delle vite umane da salvare, non frega niente di frenare i canali criminali che ruotano intorno a questi disperati, non frega niente capire chi deliberatamente mette a rischio la vite delle persone. A questi interessa solo piegare la realtà alla loro narrazione additando le Ong come colpevoli unici (nonostante si occupano solo di una minima percentuale degli sbarchi) per incendiare i loro elettori.

Forti con i giusti e deboli con i prepotenti.

Buon venerdì.

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Il Pd si sveglia in Lombardia. Majorino sfida Fontana e Moratti

Quindi il candidato sarà Pierfrancesco Majorino. Ma bisogna raccontarlo fin dall’inizio il tumultuoso percorso del Partito democrato alle prossime elezioni regionali in Lombardia perché dentro ci sono tutti i mali del partito nazionale e perché riflette perfettamente il difficile momento di una forza politica che si ritrova schiacciata tra il Movimento 5 Stelle e il Terzo polo, sfiancata dalle correnti interne, infragilita da una segreteria nazionale dimissionaria e un congresso che arriva troppo tardi per affrontare le elezioni regionali con serenità.

Il parlamentare Ue Pierfrancesco Majorino sarà candidato presidente della Regione Lombardia. Sul suo nome spiragli d’intesa con il M5S

Forse conviene partire dalla rottura del cosiddetto “fronte progressista” con Giuseppe Conte, su cui Letta e molti dei suoi avevano investito moltissimo anche in vista delle competizioni elettorali future. C’è la caduta del governo Draghi, ci sono le accuse incrociate e i coltelli che sbucano. La rottura con il Movimento 5 Stelle ringalluzzisce – sarà un ringalluzzimento brevissimo – la cosiddetta “Base riformista” ovvero la corrente che comprende molti vicini a Matteo Renzi e considerati la parte “liberal” del partito.

Sembrava scontato che la fine di ogni rapporto politico con il Movimento 5 Stelle sarebbe stato il viatico per un accordo naturale con Carlo Calenda non solo per le scorse politiche del 25 settembre ma anche per le future elezioni regionali. Sulla Lombardia era tutto pronto per riproporre a livello regionale lo schema che aveva portato alla conferma di Giuseppe Sala sindaco di Milano con il Partito democratico fulcro di una coalizione che prevedeva le anime liberali e le anime più a sinistra in grado di dialogare per fronteggiare l’avanzata della destra. Poi il giocattolo si è rotto. Calenda abbandona Letta in piena campagna elettorale per le politiche e le ripercussioni arrivano fino al Pirellone.

Il Partito democratico, di colpo, è solo. Il “fronte largo” sognato dal segretario Enrico Letta è una striminzita compagine che prevede +Europa (moncata da Calenda), Sinistra Italiana e Verdi. Ci sono in Lombardia anche diverse realtà civiche ma chiunque mastichi un po’ di politica sa che quelle esperienze sono difficilissime da replicare al di fuori delle elezioni amministrative. Siamo a un mese fa circa. Al Nazareno e alla segreteria regionale lombarda del Pd sanno che tocca mettere le mani anche sulla Lombardia. I dirigenti nazionali e regionali sanno anche che l’impresa è improba per almeno due motivi. Innanzitutto il centrodestra in Lombardia, dagli anni di Formigoni in poi, tiene i fili di tutti i centri di potere nella regione.

Il centrodestra da queste parti è molto di più di una coalizione politica: è un sistema interconnesso di posizioni e di privilegi che garantiscono il totale controllo sulla macchina regionale e su tutti i suoi derivati. Per dirla semplice: se il centrodestra perde in Lombardia ci sono fior fiore di dirigenti pubblici lautamente pagati a cui tocca trovarsi un lavoro o, nel migliore dei casi, a cui tocca sottoporre il proprio lavoro al giudizio dei nuovi arrivati. Il secondo problema non da poco è che Letizia Brachetto, in società detta Moratti, si è messa in testa di concludere la sua carriera politica con la presidenza di Regione Lombardia.

Salvini, Berlusconi e Meloni non sono della stessa idea ma la potenza economica di Moratti può concedersi di correre anche senza l’assenso e le liste dei suoi ex alleati. Accade così che una vicepresidente decida di sfidare il suo presidente. Sarebbe un’occasione non da poco per un centrosinistra che non soffre di complessi di inferiorità e invece la candidatura di Moratti manda ulteriormente in tilt il Pd. Qualcuno invita i Dem ad allearsi con la destra (Moratti) per battere la destra, qualcuno propone di far vincere Moratti e chiedere in cambio almeno la Sanità. Letta e i suoi dicono no.

Arriviamo a oggi. Il Pd nel giro di poche settimane è riuscito a bruciare la candidatura di Cottarelli (sconfitto a Cremona e chissà perché ritenuto valido per la Lombardia), ha incassato il no del sindaco Sala (no ripetuto ciclicamente negli ultimi mesi), ha preso atto del rifiuto di Giuliano Pisapia, del sindaco di Brescia Del Bono. In compenso il Pd ha detto no a Pierfrancesco Maran, che si era detto disposto a correre per le primarie (con anche Pizzul e Bonaldi disponibili) perché serviva “un nome unitario”. Solo che il “nome unitario” che doveva essere pronto e facilissimo si è rivelato più difficile del previsto e così l’annuncio di Pierfrancesco Majorino (deputato europeo del Pd) slitta di ora in ora.

Qualcuno chiede: perché Majorino non corre per le primarie? Perché bisogna agire subito, rispondono i dirigenti regionali e nazionali che però non riescono a agire subito. Negli ultimi giorni s’è visto di tutto: +Europa spaventata dalla candidatura di Majorino (appartenente all’ala sinistra del Pd e considerato troppo “aperturista” nei confronti del M5S), il M5S che nel giro di qualche ora ha espresso due posizioni quasi opposte, i partiti della coalizione che dicono no alle primarie e perfino Bruno Tabacci (sì, quel Bruno Tabacci) ritenuto papabile per correre contro Fontana e Moratti.

Alla fine, sono quasi tutti d’accordo, i Dem riusciranno a forzare e Pierfrancesco Majorino sarà candidato. Solo che per non fare le primarie bisogna prendere almeno i due terzi dei voti all’assemblea regionale e a qualsiasi osservatore superficiale verrebbe da chiedersi come possa l’ala centrista del Pd (Base riformista, che qui ha come punto di riferimento l’ex ministro Lorenzo Guerini) accettare un “comunista” come Majorino come candidato. Una lingua velenosa ieri sera ha sussurrato: “Appoggeranno Majorino per potergli dire che la sconfitta è tutta colpa sua e per poterlo bruciare”.

Qui funziona così, per alcuni la Lombardia è solo una delle tante vittime sacrificabili sull’altare della partita più importante: il congresso nazionale. E come si convinceranno quelli di +Europa “Gli si offre qualcosa a Roma. Una vicepresidenza, una cosa qualsiasi, e alla fine staranno al gioco”, bisbigliano nei corridoi lombardi. E Guerini? “A Guerini non interessa, ormai è riuscito a prendersi il Copasir”. Per ora siamo qui. Poi là fuori c’è da convincere gli elettori.

 

Leggi anche: Majorino e l’identità che conta. L’editoriale del direttore Gaetano Pedullà

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Regionali, Pd in stallo in Lombardia. Nel Lazio la sconfitta è scontata

Le 48 ore di tempo che si erano dati per uscire dalla tragicommedia del nome “unitario” da offrire alla coalizione stanno passando. Il Pd in Lombardia non riesce a trovare la quadra tra Pierfrancesco Majorino, Fabio Pizzul, Simona Malpezzi, Stefania Bonaldi e Antonio Misiani mentre Pierfrancesco Maran insiste nel valutare come “unico scenario” le primarie che considera un passaggio obbligato.

Sinistra bloccata sui nomi per la corsa al Pirellone. E un sondaggio anticipa la débâcle per il dopo Zingaretti

Durante la giornata è tornato alla ribalta anche sul nome di Lia Quartapelle ma la deputata non ha nessuna intenzione di entrare nell’agone, confermando il suo sostegno a Maran. “Non è piacevole ogni giorno leggere sui giornali e sui media di quest’impasse – ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala -. Quello che mi dicono dei partiti è che sono vicini a una conclusione e quindi a una scelta”.

Anche perché nel frattempo la coalizione si fa sempre più piccola e difficile. Lombardi Civici Europeisti propongono Bruno Tabacci (a cui non si nega mai una candidatura a qualsiasi cosa), Sinistra Italiana e Verdi per ora stanno alla finestra. Il M5S intanto nega qualsiasi accordo sull’opzione Majorino e riporta la scelta di Giuseppe Conte che vorrebbe convergere – nel caso in cui si trovi un accordo con il Pd – su un nome terzo. Ipotesi, questa, che rimetterebbe tutto in discussione e a cui si aggiungerebbe la complicazione di +Europa che ribadisce di non voler fare parte di un’alleanza che comprenda i pentastellati.

Insomma, il caos. Per questo il segretario regionale Vinicio Peluffo vuole in giornata trovare una soluzione, qualunque sia: un nome da offrire agli alleati e che provi a dialogare con il Terzo polo oppure primarie veloci da approntare in fretta e furia. La coalizione, tutt’altro che larga, è molto meno scontato di quello che si crede. Oggi alla fine si arriverà a un nome che sarà con ogni probabilità proprio l’eurodeputato dem Pierfrancesco Majorino.

Nel Lazio invece fa discutere il sondaggio realizzato dall’istituto Izi

Nel Lazio invece fa discutere il sondaggio realizzato dall’istituto Izi fra il 12 e il 14 novembre su un campione di mille intervistati che certifica come l’assenza di un solo partito dalla coalizione larga determinerebbe la sicura vittoria della destra nel dopo-Zingaretti. Una destra che può permettersi perfino il lusso di non correre troppo per scegliere un nome (alla fine dovrebbe essere il meloniano Rampelli) e che costringe a una seria riflessione la coalizione da affiancare al candidato scelto da Partito Democratico e Terzo polo Alessio D’Amato (nella foto).

“Con quei numeri si vede che la partita è persa e i cittadini progressisti, democratici e ecologisti del Lazio devono rassegnarsi a vedere trionfare la destra. Giustamente gli girano le scatole. Come girano pure a noi”, scrive su Facebook il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni che lancia un invito: “Si azzeri tutto, si riapra un tavolo di confronto sui temi – scrive Fratoianni – senza primogeniture e senza l’ossessione di piantare bandierine o fare i primi della classe. Altrimenti l’esito è segnato”.

D’Amato assicura che sulla sua candidatura non ci sia “l’ombra di Calenda” ma appare evidente che il suo nome escluda di fatto i 5S dalla possibile coalizione. Troppo difficile ricomporre l’asse giallorosso (tra l’altro con Enrico Letta segretario, seppur dimissionario) in così breve tempo, con in mezzo ancora la spinosa questione del termovalorizzatore e con Renzi e Calenda che fanno di tutto per “marchiare” la candidatura di D’Amato. “Una coalizione la più ampia possibile che da domani deciderà anche sia gli aspetti programmatici che le modalità”, dice D’Amato ma il copione sembra già scritto.

Leggi anche: “Ma quale autonomia. La Lega vuole solo Regioni di serie A e B”. Parla la deputata M5S, Daniela Torto: “Inaccettabile spaccare il Paese in due”

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Missili ucraini in Polonia. Figuraccia di Letta e Calenda

Le bombe non erano russe. Poi quando si parla di “furia bellicista” fanno gli offesi e i più squinternati di loro accusano nel mucchio di essere filoputiniani. È passato un giorno ma non è arrivata nessuna scusa, nemmeno un rammarico da quelli che l’altro ieri sera, presi da arrapamento bellico, hanno fatto l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare un buon politico e un buon giornalista. Gira un video in cui una giornalista chiede a Biden “può dirci qualcosa sui missili caduti in Polonia” e il presidente Usa risponde semplicemente “no”. Così, come converrebbe a un politico.

Posseduti dalla furia bellica Renzi e Calenda accusano la Russia di aver lanciato i missili contro la Polonia. Poi però zero scuse

Mentre perfino il governo polacco chiedeva cautela e stava attento a non alzare i toni (che da quelle parti vengono alzati facilmente per racimolare consenso) i politici e giornalisti nostrani con le bombe ancora calde si lanciavano in dichiarazioni da Terza guerra mondiale. “A fianco dei nostri amici in questo momento drammatico, carico di tensione e di paure. Quel che succede alla #Polonia succede a noi”, twittava svelto il segretario del Partito democratico, senza curarsi nemmeno di aspettare qualche notizia ufficiale.

Non ha torto Enrico Letta: può capitare anche a noi che con una guerra sul confine si finisca per ritrovarsi bombe su qualche nostro granaio. La guerra del resto è questa, fatta di morte che si spiaccica in giro senza cura. Le bombe intelligenti – la storia dovrebbe avercelo insegnato – sono sempre molto meno intelligenti di quel che si pensa. Solo che alla luce delle dichiarazioni del giorno dopo quel tweet appare semplicemente come il risultato dell’irrefrenabile voglia di essere la prima voce che annuncia “terra!” abbarbicata sull’albero maestro.

E che in questo caso la “terra” sia una guerra ancora più vasta sembra non essere un problema. Ridicolmente straripante anche il solito Carlo Calenda che a pochi minuti dalle prime confuse notizie di agenzia sentenzia: “La follia russa generata dalle pesanti sconfitte continua. Siamo con la Polonia, con l’Ucraina e con la Nato. La Russia deve trovare davanti a se un fronte compatto. I dittatori non si fermano con le carezze e gli appelli alla pace”.

Calenda, come suo solito, riesce perfino a inserire una polemica di politica interna su un evento che avrebbe potuto essere mostruosamente spaventoso per gli equilibri del mondo. Impareggiabile è riuscito a far scorrere il giorno successivo senza nemmeno un timido rimorso. Tra i tanti giornalisti che tifano escalation svetta com’era facile prevedere Gianni Riotta: “Attacco contro Paese @NATO #Polonia con vittime conferma che deriva terrorista russa non ha guida ma segue hubrys Putin fino a rischiare la guerra mondiale. Pensare di fermare il dittatore con la resa lo scatena. Serve batterlo e isolare la sua Quinta Colonna in Italia e UE”. Basta rileggerlo il giorno dopo per capire la drammatica ridicolaggine di un’affermazione del genere.

In compenso ieri, nella giornata che avrebbe dovuto essere di scuse e mani alzate, la cerchia dei bellicisti furiosi se n’è inventata un’altra: “Quindi volete dire che siccome i missili erano ucraini allora Putin non ha nessuna responsabilità!” Scrivono in coro. No, nessuno lo dice e nessuno lo pensa, tranne quelli filoputiniani sul serio. Solo che non capire che dei missili russi avrebbero provocato una crisi politica che, essendo invece ucraini, per ora è sventata è una bella notizia. Ovviamente è una bella notizia per chi confida nella pace, quelli che tifano guerra sovraeccitati sui loro divani dovranno aspettare la prossima occasione. Tanto i messaggi – seppure sbagliati – sono arrivati a chi di dovere.

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