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Politica

I temi e le news della politica in Lombardia e in Italia. L’attività politica di Giulio Cavalli in consiglio regionale della Lombardia.

L’abiura di Milei sul Papa. Ultima capriola sovranista

L’antropologia politica del presidente argentino di destra e ultra-liberista Javier Milei assomiglia ogni giorno di più all’archetipo sovranista dell’urlatore acquiescente appena indossa una giacca e una cravatta disposto a fare il contrario di quel che ha detto. Domenica il presidente argentino ha incontrato il suo connazionale Papa Francesco che solo due mesi fa aveva definito “un imbecille”, un “gesuita che promuove il comunismo”, il “rappresentante del Male nella Casa di Dio”, una “persona nefasta”.

Il presidente argentino Javier Milei ha incontrato il suo connazionale Papa Francesco che solo due mesi fa aveva definito “un imbecille”

Otto settimane fa per Milei Papa Francesco dimostrava “forti affinità” con “comunisti assassini” stando dalla parte “delle dittature sanguinarie” e della “sinistra anche quando è fatta di veri criminali”. Il presidente argentino, all’epoca candidato alle presidenziali, spiegava agli argentini che la giustizia sociale professata dal pontefice consisteva in “frutti del lavoro di qualcuno” che “vengono rubati e vengono dati a un altro”.

Per Milei si trattava di un’apologia di furto, “vietato dai dieci comandamenti”. Allo scontro in Vaticano che i suoi elettori si aspettavano, viste le premesse, Milei si è presentato con biscotti, dolci e un’abbondante profusione di sorrisi e di abbracci. Dopo l’incontro durato più di un’ora il presidente argentino ha definito il Papa “l’argentino più importante della storia”, presagendo un futuro di “dialogo molto fruttuoso”.

Un’inversione a u, nel solco della tradizione sovranista dove i leader invitano gli elettori a fare quello che dicono ma a non fare quello che fanno. Milei ha parlato semplicemente di “pacificazione e fraternità”, che sono i nomi con cui i populisti si augurano di preservarsi al potere il più a lungo possibile, appena arrivati lì.

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Lo scempio è sotto gli occhi del mondo, altro che Sanremo

La precipitevolezza con cui la politica italiana affronta le guerre in giro per il mondo, sempre preoccupata di coglierne l’opportunità del momento come se non avessero un prima e un dopo ha spinto l’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio (nella foto) a inserirsi nella cagnara per le parole del cantante Ghali durante la serata finale di Sanremo.

La precipitevolezza con cui la politica italiana affronta le guerre in giro per il mondo ha spinto l’ad della Rai Sergio a inserirsi nella cagnara per le parole del cantante Ghali

Il dirigente di viale Mazzini ha voluto esprimere solidarietà per il popolo di Israele dopo che l’ambasciatore israeliano Alan Bar ha lamentato l’inopportunità della frase di Ghali “stop al genocidio”. Per Bar chiedere di smetterla di ammazzare donne e bambini che sono la stragrande maggioranza dei 28mila finora uccisi a gaza sarebbe un “diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile”.

Sono d’accordo con lui anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, il dem Piero Fassino. Così è toccato a un cantante osservare che il profumo di genocidio contestato al governo di Netanyahu è roba che viene ben prima del 7 ottobre (“fin da quando ero bambino”): «la gente ha sempre più paura di dire “stop alla guerra” o “stop al genocidio”, perché sente di perdere qualcosa se dice “viva la pace”: è assurdo», dice Ghali.

Intanto accade che Netanyahu strozzi nella morsa di Rafah circa 600mila minori palestinesi che si trovano accampati con le loro famiglie sfollate nelle tendopoli. Una tragedia umanitaria che secondo il Washington Post farebbe inorridire perfino il presidente Usa Joe Biden per la sua “esagerata” risposta a Gaza dopo il 7 ottobre.
Lo scempio è sotto gli occhi del mondo, altro che Sanremo.

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La tragica farsa intorno al sequestro della Ocean Viking

Le tragedia va a braccetto con la farsa. In mare in mezzo al Mediterraneo c’è una nave, la Ocean Viking, che il 5 febbraio a tarda notte esegue l’ordine del Comando delle capitanerie di porto di Roma (Mrcc) e salva 110 persone strappandole al naufragio. Ci sono 11 donne, di cui due incinte come molte delle donne che passano dagli stupri dei loro carcerieri, trenta minori non accompagnati ovvero senza nessuno e altri dieci minori. 

Lo stesso ordine arriva poco dopo, questa volta i salvati sono 58. Anche qui donne incinte e minori non accompagnati. Per la terza volta la nave delle odiosissime Ong viene attivata dal Comando di Roma per salvare altre 49 persone. Le operazioni di salvataggio, come quasi sempre accade, sono ostacolate dalla cosiddetta Guardia costiera libica che fa di tutto per mettere in pericolo i quasi naufraghi e per accalappiarne il più possibile da riportare nell’inferno delle prigioni libiche. La cosiddetta Guardia costiera libica è addestrata, pagata e rifornita di mezzi dallo stato italiano da cui dipende anche il Comando delle capitanerie di porto ma il rispetto degli ordini ufficiali cozza con gli ordini ufficiosi che non compaiono in nessun memorandum nonostante siano testimoniati dai numeri: ai libici l’Italia e l’Europa chiedono di fare da tappo fottendosene del diritto internazionale.

Ocean Viking nell’anarchia in mezzo al mare nota una barca in vetroresina in difficoltà, sta lì a pochi metri. Gli occupanti urlano, vogliono buttarsi in mare pur di non tornare nei lager. La Ong decide di salvarli, sono altri 44. Risultato: secondo il decreto Piantedosi Ocean Viking viene multata e fermata appena arriva a Brindisi. È accusata di non avere rispettato gli ordini di una motovedetta libica che non era nemmeno sulla scena del salvataggio. 

Buon lunedì. 

 

 

in foto Ocean Viking foto di Daniel Leite Lacerda – http://volfegan.deviantart.com/art/Anchor-Handling-Ocean-Viking-216153190, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26895208

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Il saccheggio di Gaza: Israele lucra pure sul gas della Palestina

La compagnia petrolifera italiana Eni è tra le sei aziende alle quali Israele ha concesso esplorazioni per il gas naturale in acque palestinesi, in territori che le convenzioni internazionali indicano sotto la sovranità di Gaza. Per questo lo scorso 6 febbraio lo studio legale Foley Hoag LLP, con sede a Boston, negli Stati Uniti, ha inviato un avviso ad Eni S.p.A. perché non intraprenda attività nelle aree marittime della Striscia di Gaza che appartengono alla Palestina. Come racconta Eliana Riva per Pagine Esteri insieme alle società inglese Dana Petroleum Limited (una filiale della South Korean National Petroleum Company), all’israeliana Ratio Petroleum e altri tre enti, l’Eni ha ottenuto la licenza di operare all’interno della zona G, un’area marittima adiacente alle rive di Gaza. Il 62% della zona G rientra nei confini marittimi dichiarati dallo Stato di Palestina nel 2019, in conformità con le disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (Unclos), di cui la Palestina è firmataria.

Gaza, sovranità zero

Il governo di Netanyahu ha annunciato la concessione il 29 ottobre del 2023, nemmeno tre settimane dopo l’inizio del conflitto con Hamas e la successiva invasione di Gaza. Le associazioni umanitarie palestinesi Adalah, Al Mezan, Al-Haq e Pchr avevano fatto appello alle aziende coinvolte, Eni in causa, parlando di “un atto di saccheggio delle risorse naturali sovrane del popolo palestinese” dando mandato allo studio legale Foley Hoag LLP. Per i ricorrenti “l’emissione della gara d’appalto e la successiva concessione di licenze per l’esplorazione in questo settore costituiscono una violazione del diritto internazionale umanitario (IHL) e del diritto internazionale consuetudinario“, poiché Israele non ha nessun diritto sulle risorse naturali delle regioni occupate militarmente.

Le associazioni hanno sottolineato “le offerte, emesse in conformità con il diritto interno israeliano, equivalgono effettivamente all’annessione de facto e de jure delle aree marittime palestinesi rivendicate dalla Palestina, in quanto cercano di sostituire le norme applicabili del diritto internazionale applicando invece la legge interna israeliana all’area, nel contesto della gestione e dello sfruttamento delle risorse naturali. Ai sensi del diritto internazionale applicabile, a Israele è vietato sfruttare le risorse finite non rinnovabili del territorio occupato, a scopo di lucro commerciale e a beneficio della potenza occupante, secondo le regole di usufrutto, di cui all’articolo 55 del Regolamento dell’Aia. Invece, Israele come autorità amministrativa di fatto nel territorio occupato non può esaurire le risorse naturali per scopi commerciali che non sono a beneficio della popolazione occupata”.

Cosa loro

Israele dal canto suo ha risposto sventolando il principio secondo cui “solo gli Stati sovrani hanno il diritto alle zone marittime, compresi i mari territoriali e le zone economiche esclusive, nonché di dichiarare i confini marittimi”. Non riconoscendo lo Stato di Palestina quindi Netanyahu ritiene quelle risorse a sua completa a disposizione. Niente di nuovo rispetto alla storia recente. Adalah, Al Mezan, Al-Haq e Pchr infatti sottolineano come “la demarcazione unilaterale di Israele dei suoi confini marittimi per includere le aree marittime della Palestina e le lucrose risorse naturali non solo viola il diritto internazionale, ma perpetua anche un modello di lunga data di sfruttamento delle risorse naturali dei palestinesi per i propri guadagni finanziari e coloniali. Israele cerca di saccheggiare le risorse della Palestina, sfruttando quella che è già una semplice frazione delle risorse naturali legittime dei palestinesi”. Ai sensi del diritto internazionale per l’articolo 55 del Regolamento dell’Aia è vietato sfruttare le risorse finite non rinnovabili di un territorio occupato, a scopo di lucro commerciale e a beneficio della potenza occupante. Ma il diritto internazionale ad Israele non sembra interessare, non solo sulle questioni di gas.

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Querele pure al Giornale e al Tempo: i media di destra scoprono l’allergia alle critiche di Giorgia & C.

Dicevano dalle parti della destra al governo – lo scrivono i loro amici e lo ripetono i parlamentari di maggioranza – che gli attacchi alla stampa da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei suoi ministri fosse completamente un’invenzione dei loro avversari. Che la politica percepisca i giornalisti come avversari è già di per sé un concetto curioso, qualcosa dal sapore vagamente ungherese poiché politica e giornalismo nei paesi democratici svolgono funzioni diverse e complementari. Alcuni dei componenti del governo e della maggioranza invece sono fortemente convinti che i giornalisti critici siano assoldati dai loro avversari politici, senza essere sfiorati dall’idea che il diritto e il dovere alla critica sia uno dei pilastri della professione. L’ossessione del governo verso il giornalismo da ieri è diventata un’emergenza anche per la stampa di destra, quella che ironizzava fino a qualche minuto prima.

Benvenuti nel club

Il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti e il direttore de Il Tempo Davide Vecchi hanno incrociato le penne per scrivere un addolorato editoriale a quattro mani dal titolo significativo: Se i ministri di destra ci querelano. “La stampa di sinistra sostiene che il governo vorrebbe imbavagliarla”, attaccano Vecchi e Sallusti, rassicurandoci che “non c’è pericolo” perché “non è vero” e “perché anche volendo non troverebbe il bavaglio”, spiegandoci che “quella dei giornalisti è una categoria che si imbavaglia già da sola o per conto terzi”, riferendosi non si sa bene a chi. Dall’incipit verrebbe da pensare che sia l’ennesimo editoriale cucinato per accarezzare il governo. Subito dopo arriva la sorpresa.

“Certo – scrivono Vecchi e Sallusti – a volte anche a noi capita di trattenerci dall’affondare il coltelo nella piaga quando le cose non girano come dovrebbero”, ci fanno sapere i due direttori. Li tranquillizziamo: a noi non capita, capisco che sia difficile da digerire. Ma perché i due direttori ci tengono a farci sapere di avere omesso magagne del governo per amicizia Ecco subito dopo il gnegneismo: “Risultato di tanto sforzo e comprensione?”, scrivono i due, usando sforzo e comprensione come eufemismi per non dire altro: “Importanti ministri di questo governo – Guido Crosetto e Adolfo Urso – procedono a colpi di querela contro i pochi giornali non di sinistra – Il Giornale e Il Tempo – lamentando presunte inesattezze in articoli che li hanno riguardati”.

Sembra incredibile ma è proprio così: due direttori di giornali scrivono al governo per lamentarsi di essere stati chiamati in giudizio da due ministri nonostante siano stati amichevoli. Sembra una distopia. I due direttori comunque assicurano che non denunceranno “ridicoli e inesistenti bavagli”, ma lasciano intendere che i ministri in questione abbiano “l’idea maturata nella testa di arrotondare con qualche decina di migliaia di euro i non faraonici stipendi pubblicI” poiché “ognuno tiene famiglia e magari pure casa da ristrutturare”, riferendo evidentemente al ministro alla Difesa Crosetto.

Il boccone amaro dopo le querele

Il finale è commovente: “Che un governo di destra – scrivono Vecchi e Sallusti – provi a estorcere soldi a giornali che per loro, e direi nonostante loro, hanno combattuto e combattono gratis battaglie epocali contro chi li voleva e li vorrebbe morti, è il segno di quanto il potere possa dare alla testa e fare perdere lucidità”. Insomma, Sallusti e Vecchi ci dicono di stare tranquilli che non c’è nessun bavaglio, semplicemente ci sono “estorsioni” (testuale) di ministri nei confronti dei giornalisti. In effetti ora possiamo stare tutti molto più sereni. Sul fatto che i due direttori rimarchino di avere combattuto “gratis” le loro battaglie non c’è bisogno nemmeno di commentare. Il lamento dei direttori “di destra” – come si auto-definiscono – si aggiunge alla pioggia di querele e di reazioni di una legislatura che passerà alla storia per lo scarso senso del giornalismo.

Dalle nostre parti, alla redazione de La Notizia, abbiamo ricevuto querele e minacce di querela da parte di esponenti di primo piano del governo e della maggioranza. Soltanto per ricordare le più recenti, una richiesta di mediazione è stata presentata dal ministro Matteo Piantedosi per l’articolo del 21 settembre 2023 che, secondo lui “attribuiva erroneamente all’istante, Ministro dell’Interno, l’utilizzo dell’espressione ‘carico residuale’ riferita ai migranti deceduti a seguito del noto naufragio di Cutro”. Altra istanza di mediazione arrivata da Galeazzo Bignami che si è sentito diffamato “dal contenuto dell’articolo del 17 ottobre 2023 avente titolo ‘Le destre danno lezione di antisemitismo e poi intitolano strada ad Almirante”. Leggendo l’articolo, la frase incriminata dovrebbe essere quella in cui viene ricordato una foto, diventata virale, del viceministro ai Trasporti: “Del viceministro alle Infrastrutture di questo governo che si travestiva da nazista ‘per gioco’ (Galeazzo Bignami, Fratelli d’Italia) s’è detto e scritto”. Solo per citare due casi. C’è una differenza sostanziale: noi non “omettiamo”, non ci aspettiamo gratitudine non avendo nessuna delicatezza verso nessuno e non combattiamo battagli epocali “gratis”. Rispondiamo ai nostri lettori.

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Migranti, è passato un anno dalla tragedia di Cutro e l’indignazione si è spenta – Lettera43

Il dolore è declinato al passato. La giustizia ci ha consegnato un colpevole: uno scafista che però si dice innocente. Mentre da un rapporto Frontex emerge che l’Italia acconsentì nel sottovalutare l’emergenza. Il che è diverso dal «non essere stati avvisati» di cui parlò Meloni. Quisquilie. Ormai ci si può permettere di non difendersi nemmeno dall’accusa di ipocrisia.

Migranti, è passato un anno dalla tragedia di Cutro e l’indignazione si è spenta

Siamo vicini all’anniversario della tragedia di Cutro. Nelle notte tra il 25 e il 26 febbraio di un anno fa un caicco partito dalla Tunisia carico di un numero imprecisato di migranti si schiantò contro  una secca a poche decine di metri dalla costa, non lontano dalla foce del fiume Tacina. Novantaquattro i morti accertati, di cui 35 minori. Ottanta i sopravvissuti. I dispersi nel Mediterraneo invece non si contano più. Contare di notte su una barca o nei momenti concitati dell’imbarco è una pratica difficile di questi tempi per i fuggitivi. Qualcuno dice che sulla barca ci fossero 200 persone, qualcuno suggerisce 180. Chi manca è morto e mai ripescato. Per questo dare numeri è difficile.

Migranti, è passato un anno dalla tragedia di Cutro e l'indignazione si è spenta
Le bare delle vittime della tragedia di Cutro (Getty Images).

A ogni naufragio che ci sanguina in salotto il «mai più» viene ripetuto con meno vigore

Un anno dopo la tragedia Cutro sembrano passati 100 anni. Ai vivi si sono asciugati i polmoni e quei morti non sanguinano più, sono numeri senza identità, nomi e cognomi che non hanno mai meritato un elenco sulla pagina di un giornale. Lutti cortissimi dedicati ai parenti stretti. Il dolore collettivo, finanche l’indignazione, sono declinati al passato. Ogni volta che un barchino si rovescia troppo vicino alle nostre coste e ci sanguina in salotto, il «mai più» viene ripetuto con meno vigore, come una litania stanca. Ci promettiamo che serva di lezione ma non serve. Non è nemmeno una lezione, a pensarci bene, poiché non insegna. Il bello degli annegamenti nel Mediterraneo è che sono raccontabili come qualcosa che avviene all’orizzonte, lontano da noi. Il mare che per secoli è stato di tutti, ricchezza irrinunciabile di popoli e Paesi, in quel lembo non è più di nessuno. Il mar Mediterraneo è uno dei pochi luoghi del mondo in cui gli Stati cedono volentieri il proprio territorio al vicino per non doversene occupare. A noi basta la spiaggia per la lunghezza che serve a un campo da pallavolo e un chiosco di bibite e gelati e il mare utile per farci il bagno e schizzare con un gommone. Il resto è un bidone liquido dell’umido abbandonato in una strada buia.

Migranti, è passato un anno dalla tragedia di Cutro e l'indignazione si è spenta
Le operazioni di recupero dopo il naufragio del barcone a Cutro nel 2023 (Getty Images).

La giustizia italiana ci ha consegnato un colpevole che però dice di essere innocente

Le responsabilità della strage di Cutro che stuzzicavano la politica, le televisioni e i giornali sono state sepolte dalle indignazioni successive. Ora è il tempo dei trattori, prima era il tempo delle guerre, poi ci sarà il tempo della lotta alla lotta al cambiamento climatico. Gli esperti di quei giorni hanno dismesso gli abiti dei marinai ed esperti d’Africa e ora discettano di carburante agricolo e dell’Europa cattiva. La giustizia italiana qualche giorno fa ci ha consegnato un colpevole della strage. Gun Ufuk ha 29 anni ed è turco. Scafista, dice la sentenza. Per tutto il processo Ufuk ha detto di non avere mai toccato un timone in tutta la sua vita. Ha raccontato di essersi improvvisato meccanico di bordo per poter pagare meno il viaggio. Non gli hanno creduto. È colpa sua, quindi. Tanto ormai Steccato di Cutro è un ricordo talmente sfocato che un cognome del genere potrebbe perfino bastare.

Migranti, è passato un anno dalla tragedia di Cutro e l'indignazione si è spenta
La conferenza stampa dopo il cdm di Cutro, il 9 marzo 2023 (Getty Images).

Secondo l’ultimo rapporto Frontex, anche l’Italia sottovalutò l’emergenza 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sei giorni dopo la strage ha chiarito le responsabilità. Meglio, ha voluto chiarire che le responsabilità non erano sicuramente del governo italiano: «Nessuna comunicazione di emergenza da Frontex ha raggiunto le nostre autorità. Non siamo stati avvertiti che questa barca era in pericolo di affondare», disse. È la presidente del Consiglio, come possiamo permetterci di non crederle, di mettere in dubbio la sua parola soprattutto di fronte a quell’ammasso di morti. L’agenzia europea Frontex in un rapporto che abbiamo potuto leggere solo qualche giorno fa scrive in realtà che l’Italia, rappresentata da due suoi militari, era proprio nella stanza dell’agenzia a Varsavia con il dovere di sorveglianza. Dice Frontex che quando ha deciso – colpevolmente, questo ci permettiamo di dirlo noi – di non classificare quel barchino arenato come un’emergenza gli italiani hanno acconsentito. Acconsentire nel sottovalutare un’emergenza è sostanzialmente diverso dal «non essere stati avvisati» di cui parla Giorgia Meloni. Quisquilie, certo. La tragedia ormai è blanda e quindi ci si può permettere di non difendersi nemmeno dall’accusa di ipocrisia. Steccato di Cutro è diventato tema per appassionati e professionisti. La parola Cutro è diventata sinonimo di un decreto firmato dal governo con cui si puniscono le navi delle Ong che si permettono di fare più di un salvataggio. La parola Cutro è nella decisione politica di assegnare porti sempre più lontani alle navi che salvano vite per tenerle il più lontano possibile dai luoghi di salvataggio. Meno testimoni ci sono meglio è per tutti. I morti di Cutro lo insegnano. Se quei corpi non fossero arrivati sulla spiaggia avremmo potuto non accorgercene e l’Italia e l’Europa ne sarebbero state felici. Un anno dalla strage di Cutro e noi ce ne siamo dimenticati. Qualcuno potrebbe chiamarla resilienza: in fondo ci siamo abituati all’orrore per non doverci fare i conti troppo a lungo.

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Smaila a parlare di Foibe: Colpo grosso… di La Russa

Come tutti gli anni avvicinandosi al Giorno del ricordo sulle Foibe lo storico Eric Gobetti finisce sotto la polemiche della destra che da sempre lo accusa di negazionismo. Ieri al liceo D’Azeglio di Torino all’inizio della lezione di Gobetti un piccolo drappello di militanti di Gioventù Nazionale si sono presentati davanti all’entrata del liceo con uno striscione e alcuni fumogeni. Poi hanno esposto uno striscione con su scritto “Gobetti, firmi anche tu la proposta per revocare l’onorificenza conferita dalla Repubblica Italiana a Tito?”. Non è la prima volta che l’autore del libro “E allora le foibe?” viene attaccato.

Ogni anno la destra ci riprova. A febbraio del 2022 a Verona Casa Pound aveva diffamato lo storico torinese, definendolo “sociopatico e disturbato”, cercando di impedire l’incontro che si sarebbe dovuto tenere in città. Nel 2021 erano stati presi di mira i suoi social con insulti e minacce anche contro i suoi figli. La colpa di Gobetti è che fa seriamente lo storico, e – come dice giustamente Marco Grimaldi, deputato Verdi Sinistra – racconta tutta la storia della complessa vicenda del confine orientale: non soltanto quello che avvenne alla fine della seconda guerra mondiale, con la tragedia delle foibe e quella dell’esodo di oltre 300 mila persone dalle terre di Istria e Dalmazia, ma anche quello che avvenne durante l’epoca fascista, quando furono posti in essere continui soprusi ai danni della popolazione slava.

Quale studioso dovrebbe parlare di Foibe? Il presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa due giorni fa ha avuto un’idea: invitare a Sanremo per parlare del Giorno del ricordo Umberto Smaila, showman diventato famoso con il programma tv Colpo Grosso e figlio di esuli fiumani.

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Chi c’è dietro la protesta dei trattori?

Ma chi c’è dietro la protesta dei trattori? Chi sono i personaggi accarezzati dalla maggioranza del governo? Un nome su tutti è quello di Danilo Calvani, già noto per essere stato in sella alla cosiddetta rivolta dei “forconi”. Posato il forcone e a cavallo del trattore ora Calvani guida la sigla Cra, acronimo di Comitato degli agricoltori, che in queste ore sono a Roma, anche se in quantità assai ridotta rispetto alle promesse rivoluzionarie.

Ma chi c’è dietro la protesta dei trattori? Chi sono i personaggi accarezzati dalla maggioranza del governo?

“A Roma contiamo di fare arrivare migliaia di mezzi”, diceva Calvani in un’intervista al Qn. Non è andata esattamente così. “Siamo contro le politiche green europee, il governo non ha fatto nulla per tutelarci – spiega ancora -. Chiediamo l’annullamento di tutti i patti bilaterali. Contestiamo il Green corridor perché permette di importare prodotti da paesi che non rispettano le norme fito-sanitarie” che ce l’ha anche con Coldiretti colpevole di “avere avvallato queste scelte”. A capo dei forconi nel 2013 Calvani si spostava su un’elegante Jaguar in difesa “della povera gente oppressa”.

Nel movimento anche frange No Vax e No Green Pass

Una popolarità effimera che gli ha fatto guadagnare comunque più di 80mila seguaci su Facebook dove Calvani esprime la sua lotta. ***…Eppur si muove…*** Ho visto la mia Patriagovernata per anni da criminali e corrotti!!, scrive (rigorosamente in maiuscolo) nella sua bio. Ieri annunciava il primo giorno di “assedio su Roma” augurandosi la benedizione di Dio. La sua bacheca è un concentrato di populismo no vax e no green pass, con l’ex premio Nobel Montagnier come profeta, no euro, e difesa della famiglia patriarcale “dove mamma e papà ti amano davvero tanto fino a darti ceffoni quando serve”.

Non manca nella sterminata letteratura populista di Calvani anche la difesa “di Gesù” e di Babbo Natale usati ovviamente come roncola contro gli italiani che “dovrebbero lasciare l’Italia” e contro gli stranieri colpevoli di “invasione”. Odiatissime le auto elettriche: “Compreremo auto elettriche quando i vostri carri armati saranno elettrici, psicopatici!”, strilla sul suo profilo social. Tra i nemici ci sono ovviamente gli scienziati, i politici definiti “pletora di vili parassiti” e la Chiesa. Anzi, contro l’istituzione cattolica vale anche riprendere le parole del boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro: “Perché Messina Denaro non voleva i funerali della chiesa se era cattolico?”, chiede furbescamente Calvani.

L’ex Forza Nuova Castellino partecipa con la sigla Ancora Italia

“Stato, Mafia, Chiesa, tirate voi le somme”, gli risponde prontamente un suo lettore. Non serve nemmeno dire che tra i miti di Calvani figuri “un grande generale, un grandissimo italiano” come Roberto Vannacci che “sta mettendo a rischio la carriera per difendere il suo Paese”. Calvani è sostanzialmente il sussidiario della destra populista italiana. Sotto la sigla “Ancora Italia” c’è invece Giuliano Castellino (nella foto), ex esponente di Forza Nuova. “Con gli agricoltori, con il popolo della terra, popolo unito contro Bruxelles” è il suo grido di battaglia in un video postato in rete.

Tra le sigle della protesta spicca anche “Riscatto agricolo”, il movimento guidato dal toscano Salvatore Fais celebrato come “l’agricoltore che tappa la bocca alla pennivendola rossa di Repubblica” perché in una diretta televisiva ha invitato la giornalista Tonia Mastrobuoni “a zappare prima di aprire la bocca”. Ecco perché Salvini ci tiene così tanto ai contestatori. Alcuni sono esattamente come lui, anche se non ha mai zappato nella vita.

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Dubbi sulla cauzione per i migranti. La Cassazione si rimette alla Corte Ue

Dalle parti del governo dove speravano di ottenere il suggello della Corte di Cassazione sono rimasti delusi. La garanzia finanziaria richiesta agli immigrati reclusi inserita nel cosiddetto decreto Cutro va trasmessa alla Corte di giustizia europea, affinché si pronunci in via d’urgenza. Sospesi quindi i procedimenti sui 10 migranti trattenuti nel Cpr di Pozzallo che qualche tempo fa avevano sollevato un polverone per la decisione dei giudici di disapplicare il decreto firmato dal ministro Matteo Piantedosi.

In base alle norme europee il tribunale di Catania liberò 10 migranti dai Cpr scatenando le ire del vice premier Salvini

In quell’occasione la giudice Iolanda Apostolico venne brutalmente attaccata dal ministro Matteo Salvini e da diversi membri della maggioranza, anche per la sua partecipazione a una manifestazione in difesa dei migranti. La decisione è delle Sezioni Unite Civili della Cassazione che con una ordinanza interlocutoria hanno di fatto accolto la prospettazione della Procura generale. Gli ermellini sono intervenuti sulla base di un ricorso dell’Avvocatura dello Stato per il ministero dell’Interno in relazione ai provvedimenti con cui il tribunale di Catania non convalidò i trattenimenti, disposti dal questore di Ragusa in applicazione del decreto Cutro. La Cassazione rimette alla Corte di giustizia europea affinché si decida sulle norme europee del 2013, e la garanzia finanziaria richiesta. Deve essere in misura fissa (4.938 euro) oppure variabile “senza consentire alcun adattamento dell’importo alla situazione individuale del richiedente”.

La Cassazione chiede alla Corte di giustizia europea se può essere “in misura variabile” perché la normativa non consente “alcun adattamento dell’importo alla situazione individuale del richiedente, né la possibilità di costituire la garanzia stessa mediante intervento di terzi, sia pure nell’ambito di forme di solidarietà familiare, così imponendo modalità suscettibili di ostacolare la fruizione della misura alternativa da parte di chi non disponga di risorse adeguate, nonché precludendo la adozione di una decisione motivata che esamini e valuti caso per caso la ragionevolezza e la proporzionalità di una siffatta misura in relazione alla situazione del richiedente medesimo”.

Si tratta della stessa osservazione avanzata da alcuni giuristi durante la discussione della legge: così com’è scritta la norma consente solo ai ricchi di “comprarsi” la libertà, contravvenendo le leggi internazionali nonché la nostra Costituzione. Giovanni Zaccaro, segretario di Area Democratica per la Giustizia – l’associazione che riunisce le toghe progressiste – sottolinea come le Sezioni Unite non hanno smentito i giudici catanesi ma hanno confermato le criticità esistenti nel cosiddetto decreto Cutro e la possibile contrarietà alla normativa europea”.

Magistratura democratica: “Gli attacchi nei confronti della giudice Apostolico erano privi di senso anche sul piano giuridico”

Mentre la presidente di Magistratura democratica Silvia Albano sottolinea come la decisione della Cassazione “conferma che gli attacchi nei confronti della giudice Apostolico erano privi di senso anche sul piano giuridico”: “c’è un problema di conformità – aggiunge Albano – alla direttiva delle norme che prevedono una garanzia finanziaria come alternativa alla detenzione nei centri. Quando il giudice rileva profili di illegittimità delle norme per la non conformità al diritto della Ue o alla Costituzione, non lo fa certo per fare opposizione al Governo, ma esercita la funzione che la Costituzione e i trattati gli attribuiscono”.

La giudice Apostolico e i suoi colleghi quindi non erano “toghe rosse” che remavano contro il governo ma semplici giudici che hanno avuto gli stessi dubbi che oggi gli ermellini chiedono alla Corte Ue di risolvere. Ma il fango intanto è già stato versato.

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La vera domanda da porsi sui Cpr

Qualche giorno fa è apparso in rete un video girato all’interno della struttura di Pian del Lago – Caltanissetta che testimoniava le condizioni in cui sono costretti a vivere numerosi cittadini stranieri in attesa di essere rimpatriati. In contemporanea alle rivolte nel Centro per il rimpatrio (Cpr) di Milo a Trapani anche a Pian del Lago le proteste si sono fatte largo tra i detenuti che lamentano percosse, torture, persone che dormono su cartoni srotolati su letti di cemento.

L’avvocato Arturo Raffaele Covella per Melting Pot ha raccolto la testimonianza di un ospite: «Sto dormendo da 13 giorni fuori, senza materassi, senza niente (…) Dormiamo all’aperto perché il posto è bruciato tutto (….) Sono tredici giorni che dormo fuori senza materasso e con una coperta che mi sono portato io». «La situazione è bruttissima … è brutta…. Sto male, ho anche chiesto di andare all’ospedale per fare visita ma non c’è niente (….) la mia salute è peggiorata (….) dormo fuori, troppo, troppo, troppo freddo». «Il bagno non c’è (….) è tutto rovinato (….) non posso spiegarti avvocato (…) è bruttissimo».  

Nella mattinata di domenica 4 febbraio, tra le 5 e le 6 del mattino, dentro al Cpr di Ponte Galeria (Roma) un giovane 22enne di nome Ousmane Sylla è stato ritrovato esanime: si è impiccato con un lenzuolo annodato a una grata. Come scriveva ieri Adriano Sofri su Il Foglio non bisognerebbe interrogarsi «tanto sulle ragioni che hanno spinto Ousmane Sylla a uccidersi; dovrebbero chiedersi soprattutto come mai tante altre e altri come lui non si uccidano». 

Buon venerdì. 

Nella foto: frame del video girato nella struttura di Pian Del Lago, Caltanissetta

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