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Volkswagen taglia, l’Italia festeggia: più autoprodotte nei primi 6 mesi 2026 rispetto all’anno precedente, cioè il peggiore da decenni

Martedì scorso, nel capannone dello stabilimento Volkswagen di Wolfsburg, più di diecimila dipendenti hanno accolto l’amministratore delegato Oliver Blume con fischi e cartelli, mentre la presidente del Comitato aziendale, Daniela Cavallo, metteva in fila i conti che lui aveva evitato di fare: i 25 mila tagli annunciati per la Germania, i 50 mila già concordati in precedenza fra Vw, Audi, Porsche e Cariad, i 40 mila appesi a quattro stabilimenti per i quali lo stesso Blume ammette che non esiste un impiego competitivo per gli anni Trenta.

Totale secondo Cavallo, 115 mila posti di lavoro. Blume ha replicato che i cinquantamila sono una grandezza teorica ricavata dai costi. Chiamare teorica una fabbrica che chiude è già una netta posizione politica, se ci pensate.

Sono in bilico Emden, Hannover, Zwickau e la fabbrica Audi di Neckarsulm, e il segretario territoriale dell’Ig Metall, Thorsten Gröger, ricorda che solo sul costo del lavoro i dipendenti versano già 1,5 miliardi di euro, e altri sacrifici sono un esercizio di memoria corta. Blume promette prospettive solide entro sei-dodici mesi, cioè entro l’estate del 2027, sempre che qualcuno resti ad aspettarle.

Il rimbalzo che parte dal fondo

Chi guarda i numeri italiani trova invece il segno più, e il governo lo esibisce. Secondo il rapporto della Fim-Cisl del 3 luglio, gli stabilimenti Stellantis hanno prodotto 252.223 veicoli nel primo semestre del 2026, il 13,7% in più delle 221.885 del primo semestre 2025. Solo che il metro di paragone è l’anno peggiore da decenni: l’Anfia contava 591 mila autoveicoli nel 2024, già a meno 32,3%, e stimava circa 500 mila unità per il 2025.

La stessa Fim-Cisl prevede di chiudere quest’anno appena sopra il mezzo milione, metà del milione di veicoli che il governo indica come obiettivo al 2030 e che a maggio Stellantis ha negato di avere mai ufficializzato. A Cassino, intanto, la produzione perde un altro 36,2%. Rimbalzo, lo chiamano.

Ma sotto le carrozzerie c’è la filiera: l’Osservatorio Anfia-Camera di commercio di Torino censisce 2.134 imprese della componentistica, 168 mila addetti e 55,5 miliardi di fatturato, con i ricavi giù del 6% nel 2024 e l’occupazione dello 0,7%. Sono le stesse aziende che vendono ai tedeschi. Quando Wolfsburg tossisce, il conto lo pagano a Torino.

Il 2027 che nessuno vuole leggere

Le previsioni ufficiali dicono una cosa sola. Nel Bollettino economico del 17 luglio la Banca d’Italia stima il Pil in crescita dello 0,6% quest’anno e dello 0,4% nel 2027: l’anno prossimo va peggio di questo. Il Centro studi Confindustria, il 24 luglio, contava il Brent a 91 dollari al barile e il gas a 60 euro per megawattora, la produzione industriale in calo dello 0,3% a maggio, gli investimenti in frenata.

Intesa Sanpaolo e Prometeia hanno calcolato che se la chiusura dello stretto di Hormuz si prolunga il fatturato manifatturiero perde l’1,5% medio annuo nel biennio e i margini scendono al 7,4% nel 2027, contro il 9,7 previsto in condizioni normali. Badate bene: li firmano istituti prudenti.

Poi c’è il dato che smonta il sollievo. Nel primo semestre le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps sono scese a 248,6 milioni, meno 17,5%, però l’analisi dell’associazione Lavoro e Welfare di Cesare Damiano conta 203 imprese chiuse per cessazione di attività, il 36,2% in più dell’anno scorso, con la straordinaria che ha superato l’ordinaria. Le ore calano anche perché le fabbriche chiudono. È un altro modo di uscire dalla crisi.

Il 29 luglio il Mimit ha aperto lo sportello dell’ecobonus per i veicoli commerciali e in poche ore era finito tutto: il ministero ha diffuso una nota per celebrare la grande partecipazione. Il DPCM Automotive del 10 giugno stanzia 1,343 miliardi fino al 2030 per una filiera che di fatturato ne fa 55,5 ogni anno. Un governo che festeggia l’esaurimento di un fondo ha già deciso come passerà l’autunno: a leggere i comunicati che arrivano da Wolfsburg sperando che restino tedeschi.

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Emergenza migranti a Ceuta, la destra italiana applaude mentre paga il conto

Alla cerimonia per la nascita del profeta, era lunedì sera nel palazzo reale di Rabat, il ministro degli Affari islamici Ahmed Toufiq ha citato davanti a Mohammed VI due dotti nati a Ceuta e ha evocato la lotta sacra per “liberare le città occupate”. Quattro giorni prima il ministro della Giustizia Abdellatif Ouahbi aveva chiesto a Madrid una commissione di dialogo sul ritorno di Ceuta e Melilla “in seno alla patria”, rivendicando un diritto storico e geografico. In mezzo alle due uscite stanno i 72 mila ingressi di fine luglio, che il governo spagnolo ha contato e che Rabat attribuisce alle bufale sui social.

Tra le righe delle due immagini c’è la destra nostrana . Il 31 luglio il governo ha sospeso la libera circolazione con la Spagna sui collegamenti aerei e marittimi, e Giorgia Meloni l’ha presentata come misura straordinaria a tutela della sicurezza nazionale, mentre Antonio Tajani aveva già scritto che regolarizzare oltre 500 mila stranieri era una scelta profondamente sbagliata che incentiva il traffico di esseri umani, tanto che Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano.

La Lega ha parlato del “fallimento eclatante delle politiche di sinistra sull’immigrazione”. Nessuno di loro ha speso una riga sulla domanda vera, e cioè come mai una frontiera presidiata da anni si sia aperta in quarantotto ore. Il rubinetto sta a Fnideq, certo, ma la mano che lo gira sta altrove e ora si intravede.

La ricevuta del 2022

Era già successo nel maggio 2021, quando circa 8 mila persone entrarono a Ceuta in due giorni dopo che i controlli marocchini si erano allentati, per ritorsione contro il ricovero in Spagna di Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario. Quella crisi si chiuse l’anno dopo con la lettera di Pedro Sánchez a Mohammed VI, che riconosceva il piano di autonomia marocchino sul Sahara Occidentale come la base più credibile, e quasi mezzo secolo di neutralità spagnola finì lì. Sánchez pagò, e la quietanza è durata quattro anni. Poi il conto è tornato più alto, e stavolta riguarda due città spagnole invece di un territorio conteso.

I soldi vanno nella stessa identica direzione. Fra il 2021 e il 2024 l’Unione europea ha impegnato 222 milioni di euro per la gestione migratoria in Marocco, altri 190 sono previsti entro il 2027, e il 20 agosto Euronews ha scritto che dopo Ceuta Bruxelles si prepara ad aumentarli ancora. Il meccanismo è tutto qui: si subisce la pressione, si firma un assegno più grosso, si chiama partenariato.

Il biglietto di istruzioni

L’Italia sta proprio lì dove stava la Spagna nel 2021, solo che adesso il fornitore è messo peggio. Dal 1° gennaio al 17 agosto sono sbarcate 17.800 persone, il 54 per cento in meno dell’anno scorso, e la Libia resta la rotta principale: pesava per l’85 per cento degli arrivi al 5 maggio, secondo le elaborazioni di Agenzia Nova sul cruscotto del Viminale. Il memorandum firmato il 2 febbraio 2017 si rinnova da sé ogni tre anni e nessuno lo ha toccato entro la scadenza del 2 novembre 2025: vale fino al 2029.

Che la leva sia già in mano altrui l’abbiamo visto in diretta. L’8 luglio 2025, all’aeroporto di Benina, il governo di Bengasi ha dichiarato persone non grate il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il commissario europeo Magnus Brunner e i colleghi di Grecia e Malta, arrivati proprio per parlare di partenze, e li ha rispediti indietro senza farli uscire dalla pista. Un anno dopo lo stesso ministro sospendeva Schengen con Madrid per una frontiera che sta in Africa.

Il biglietto di istruzioni è stampato e leggibile: chi paga un vicino perché tenga chiusa la porta gli consegna anche la maniglia. Il giorno in cui a girare il rubinetto sarà Tripoli, o Tunisi, questi stessi signori spiegheranno che è un atto ostile e che la colpa sta fuori. Avranno perfino ragione. Peccato che il conto lo abbiano firmato loro, in contanti e con ricevuta.

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Sospettano i poveri, amministrano gli evasori

Ricordatevelo bene: il ministero dell’Economia è della Lega dal 2022 e oggi nel 2026 la Lega ci spiega che lo Stato deve imparare a diventare insensibile di fronte alle differenze di reddito. Claudio Borghi, senatore del partito, ha liquidato così gli aiuti sui carburanti legati al reddito: «C’è in Italia una marea di bonus, e vanno per la maggior parte a stranieri ed evasori». Attenti…

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Stop al commercio con le colonie, dopo Olanda e Spagna c’è Londra nel mirino di Israele

Restare seduti al tavolo di Kiryat Gat è la pagella dei rapporti con Israele. Il Financial Times ha scritto il 27 agosto che Israele ha discusso nelle ultime settimane l’espulsione dei funzionari britannici dall’International Gaza Support Center, l’ex Civil-Military Coordination Center dove siedono con gli statunitensi una cinquantina fra Paesi e organizzazioni, e che la stessa misura è stata valutata per Italia e Germania. L’Italia quel posto lo conserva.

Il criterio l’aveva scritto due giorni prima Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, quando ha annunciato l’espulsione immediata dei due rappresentanti olandesi, con una settimana di tempo per lasciare il Paese, perché l’Aja ha approvato una legge che dal 22 settembre vieta il commercio dei prodotti delle colonie in Cisgiordania, a Gerusalemme est e sul Golan. “Chi agisce contro Israele non avrà appigli nella regione”, ha scritto.

È il secondo Paese cacciato dopo la Spagna ad aprile, e Londra, che a quella legge si prepara, è la prossima in discussione. Il 20 agosto l’Italia aveva firmato la dichiarazione congiunta dei leader sul piano E1, dove si legge che “Il diritto internazionale è chiaro, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali”, e sei giorni dopo, al Meeting di Rimini, Antonio Tajani ha ripetuto «siamo contro gli insediamenti» e ha detto che l’Italia «vuole essere presente». La firma è rimasta una firma.

Il 26 agosto il ministero della Sanità di Gaza ha contato cinque morti in ventiquattro ore, 1.303 dal cessate il fuoco e 73.438 dal 7 ottobre 2023, e la mattina dopo la Farnesina ha diffuso la sua notizia, che Israele non intende espellere i funzionari italiani. Al Financial Times un funzionario israeliano ha spiegato il metro dell’elenco: “Israele ha buoni rapporti con la Germania e l’Italia”.

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Primarie, il Pd litiga sul regolamento dei gazebo: quando il metodo prevale sul merito il rischio è perdere alle urne

Un milione e novantottomila. Tanti erano i votanti l’ultima volta che il Partito democratico si è contato ai gazebo, il 26 febbraio 2023, quando Elly Schlein superò Stefano Bonaccini per 587.010 voti a 505.032. Alle primarie che nel 2005 incoronarono Romano Prodi si erano presentati 4.311.000 elettori, e in vent’anni quel popolo si è ridotto a un quarto. Sarebbe un dato da congresso, mentre il gruppo dirigente dem impiega l’estate del 2026 a discutere se le primarie si debbano fare oppure no.

La settimana si legge in pochi minuti e vale un manuale di politicismo. Il 25 agosto, sul Corriere della Sera, il deputato dem Roberto Speranza ha bocciato i gazebo perché “sono un errore politico e vanno evitati”, e per aggirare l’obbligo di indicare il premier ha suggerito “una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano”.

Il giorno dopo Graziano Delrio li ha voluti dopo un progetto, la deputata Lia Quartapelle a doppio turno, mentre Bruno Tabacci li ha liquidati su Repubblica come un’”ordalia”. Ieri Goffredo Bettini ha temuto sul Fatto Quotidiano una “tarantella” infinita su metodi e regole, mentre la senatrice Sandra Zampa chiedeva sul Resto del Carlino di convocare la direzione. Sei interviste in tre giorni, sei metodi.

Il regolamento al posto del programma

Messe in fila, le proposte sono procedura pura, dove il metodo prende il posto del merito: doppio turno, voto online, comitato di garanzia, ritorno alle regole del 2012, tavolo sulla politica estera. Nessuna riguarda quello che questa coalizione farebbe al governo. Dal Meeting di Rimini il presidente del Pd Stefano Bonaccini ha avvertito che parlarne adesso vuol dire “mettere il carro davanti ai buoi”, e sul disinteresse degli elettori ha ragione. Solo che il carro e i buoi sono fermi entrambi, perché quel programma resta da scrivere, e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte porterà il suo a Nova il 19 e 20 settembre.

Il paradosso è che questa discussione l’ha convocata l’avversario. La riforma elettorale approvata dalla Camera il 16 luglio con 217 sì e 152 no obbliga liste e coalizioni a depositare il nome del candidato premier col contrassegno, pena l’inammissibilità, e assegna 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42 per cento.
Al Senato gli emendamenti scadono il 1° settembre, l’aula apre il 9, il voto finale cade il 15. La norma è cucita addosso al centrosinistra per costringerlo a scoprirsi prima delle urne, e funziona: la coalizione si scopre, e si scopre a litigare sul regolamento. Il centrodestra che quella soglia l’ha scritta viaggia intanto al 41,6 per cento nella Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio, appena sotto.

I nomi che hanno già detto no

Poi c’è la giostra dei nomi terzi. Silvia Salis, eletta sindaca di Genova nel maggio 2025 al primo turno con il 51,5 per cento, a giugno ha chiuso la faccenda dicendosi sicura che non cambierà mai idea, come ha riportato Il Post. Antonio Decaro, presidente della Puglia da gennaio, si era già chiamato fuori su Il Mattino, dove ha ripetuto che continuerà a fare il presidente di Regione. I due nomi circolano lo stesso, con quelli dell’eurodeputato Giorgio Gori, di Gaetano Manfredi e del federatore Pier Luigi Bersani, e l’Ansa riferisce il criterio: servirebbe una figura autorevole e incontestabile, mai la carta di questa o quella corrente. Il campo largo cerca qualcuno che non esiste.

Fuori da questa conversazione c’è un Paese dove, secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9 per cento delle persone ha rinunciato a una visita o a un accertamento, 5,8 milioni in tutto, e la causa prima sono le liste d’attesa, dal 6,8 contro il 2,8 per cento del 2019. Su quel Paese il Pd tace da mesi, perché è occupato a stabilire con quale procedura sceglierà chi parlerà. La stessa Supermedia lo dà al 21,2 per cento, cinque punti e mezzo sotto Fratelli d’Italia, e si vota fra un anno. Chi resta a casa ha già votato.

Leggi anche: Schlein evita Milano: alla Festa de L’Unità di settembre presenti tutti i big del partito, tranne la segretaria

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La nemesi del generale Vannacci

Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.

Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.

L’archivio che nessuno rilegge

Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.

Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.

L’aritmetica che cancella gli insulti

Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.

Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.

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La nemesi di Vannacci, da eroe a reietto sulla stampa di destra: vittima dello stesso metodo che ha contribuito a normalizzare

Roberto Vannacci sta imparando dal vivo il mestiere che ha contribuito a rendere normale in questo Paese, quello in cui l’avversario politico smette di essere un avversario e diventa un bersaglio da inseguire fino a casa. Il 3 febbraio 2026, il giorno dopo l’addio alla Lega, i quotidiani amici del governo lo battezzavano “Disertore” sul Giornale e “Alto tradimento” su Libero, mentre il Tempo gli pronosticava che dietro la collina il generale avrebbe trovato il nulla. Tre testate, tre coltellate. Un editore solo.

Quell’editore è Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega, che attraverso le sue società controlla il Giornale, il Tempo e Libero. Il generale aveva appena lasciato il partito nelle cui liste siede il suo editore, e la mattina dopo si è ritrovato in prima pagina su tre giornali su tre. Una coincidenza La sostanza è la stessa, a cambiare è soltanto la testata in alto a sinistra.

L’archivio che nessuno rilegge

Vale la pena rileggerli, gli archivi di quelle redazioni. L’8 luglio 2024, sul Giornale, Vittorio Feltri dedicava la sua rubrica a difendere il generale dai suoi odiatori, ricordando che le accuse contro di lui erano state tutte archiviate e che a votarlo era stato oltre mezzo milione di italiani. Diciannove mesi più tardi, sulle stesse pagine, quel perseguitato per le sue opinioni è diventato un disertore, e nelle idee di Vannacci intanto era rimasto tutto identico, parola per parola, perché a cambiare era stata soltanto la tessera.

Il metodo, però, va oltre i titoloni di prima pagina. Il 9 agosto 2026 il Giornale ha dedicato a Futuro Nazionale un’inchiesta sul caos organizzativo, con i 1.914 comitati e i 130mila tesserati descritti come un’anarchia in cui gerarchia e ordine, cioè i due principi che il generale rivendica dal mondo militare, sono diventati i punti più deboli del suo partito. Il 25 agosto è toccato a Libero aprire il fronte interno, dando spazio ai dirigenti vannacciani che contestano la svolta del programma su aborto e famiglia, cioè il programma del loro stesso partito.

L’aritmetica che cancella gli insulti

Poi c’è il fronte politico. Giorgia Meloni, sul settimanale Chi in edicola dal 12 agosto, ha liquidato il generale come “un’operazione costruita per favorire la sinistra”. Il 26 agosto, dal Meeting di Rimini, Fratelli d’Italia ha escluso ogni apertura a un partito che “sta dando una mano ai nostri avversari”, e nello stesso pomeriggio Antonio Tajani ha bollato il passaggio di un consigliere regionale calabrese a Futuro Nazionale come “un tentativo maldestro di aiutare la sinistra”. La ministra Eugenia Roccella ha aggiunto sul Foglio che il programma vannacciano è “un testo fortemente ideologico” e che dietro le proposte sulla famiglia c’è soltanto la caccia al consenso. Quattro voci, una frase sola, sempre la stessa frase: il generale lavora per il nemico.

Poi però c’è l’aritmetica, che è una brutta bestia e ha una memoria peggiore. La Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio dà Futuro Nazionale al 7,1 per cento, Fratelli d’Italia al 26,7, il centrodestra senza il generale fermo al 41,6 e il campo largo avanti al 44,3. Con questi numeri, alle politiche del 2027, la stessa coalizione che oggi lo chiama disertore dovrà sedersi al tavolo con lui, contrattare i collegi e sorridere per la foto di gruppo. Quel giorno i titoli del 3 febbraio saranno spariti negli archivi e Vannacci verrà presentato come una risorsa della nazione. Servirebbe un minimo di vergogna, per impedirlo. Ed è esattamente la facoltà che a questa destra manca dalla nascita: si vergogna soltanto di perdere.

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Al porto di Bari la fotografia dell’Europa armata fino ai denti

Un concetto facile facile: le armi si fabbricano per essere usate, e lo sanno meglio di tutti quelli che le fabbricano. Al porto di Bari un furgone con targa francese scende dal traghetto di Patrasso, la Guardia di finanza apre i cinque contenitori per sistemi anticarro che ci trova e in tre ci sono i missili Akeron, che per la perizia dell’Esercito sono armi da guerra. Sui tubi c’erano le bande…

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La guerra a Gaza non risparmia neppure la scuola

“Oggi facciamo la storia. Questa mattina cominciamo il lavoro per rimuovere l’Unrwa da Kafr Aqab”, ha scritto su Telegram il 25 agosto il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, arrivato al centro di formazione dell’Unrwa a Qalandiya, Gerusalemme est. Il centro sta a Kafr Aqab dal 1952, per un accordo col governo giordano che l’Unrwa dice ancora in vigore, e ogni anno forma 340 studenti rifugiati della Cisgiordania. All’arrivo della polizia le iscrizioni per l’anno scolastico che comincia il 1° settembre erano aperte.

Nel pomeriggio Benjamin Netanyahu ha rivendicato l’ordine: “In conformità con la mia direttiva e in applicazione della legge che abbiamo approvato, oggi è cominciato lo sgombero del complesso dell’Unrwa”.

António Guterres, nella nota del portavoce Stéphane Dujarric, ha fatto il conto: quinto ingresso non autorizzato nello stesso edificio da maggio, dopo il sequestro e la demolizione del complesso Unrwa di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, e ha ricordato che il parere della Corte internazionale di giustizia del 22 ottobre 2025 obbliga Israele a rispettare l’inviolabilità dei locali ONU nei territori occupati. Il coordinatore ONU ad interim Ramiz Alakbarov ha scritto che il sequestro priva quei 340 studenti del diritto all’istruzione.

Sullo stesso terreno, che il ministero degli Esteri israeliano dice del Fondo nazionale ebraico dal 1937, il Comune di Gerusalemme ha aperto il cantiere di un complesso di scuole e servizi da oltre 40 milioni di shekel. Il Jerusalem Post scrive che la prima tappa è una scuola superiore maschile del Comune, che apre la settimana prossima col programma israeliano. “Mentre l’Unrwa fa politica, il Comune di Gerusalemme migliora la vita quotidiana di tutti i suoi residenti, ebrei e arabi”, chiude la nota. Stesso anno scolastico, altri studenti.

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Un pieno da 1,8 miliardi

Quindi ieri è arrivata a Bruxelles una lettera partita da Roma: l’Italia chiede 8,9 miliardi di prestiti del Safe, il fondo europeo per gli acquisti militari, sui 14,9 prenotati e tenuti in sospeso un anno fra tremolanti annunci e sbiadite smentite. Lo stesso giorno, mentre a Roma si contavano i miliardi, sull’A22 del Brennero il Codacons rilevava una pompa che vendeva il gasolio servito a 3,159 euro al litro. Supreme, si chiama, supreme anche nel prezzo.

Un caso isolato, certo, perché la media nazionale del self sta a 2,137: solo che il termometro segna fin lì e la febbre ce l’abbiamo tutti. L’ultimo rapporto dell’Istat conta quasi undici milioni di persone a rischio di povertà, il 18,6 per cento, 5,7 milioni in povertà assoluta e 5,4 milioni che dichiarano di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni, mentre la povertà energetica è salita dal 7,7 al 9,1 per cento fra il 2022 e il 2024. Il pieno di luglio e agosto è costato 1,8 miliardi più dell’anno scorso, calcola Confesercenti. Nove miliardi di debito per le armi invece si trovano con uno schiocco di dita.

Del resto dentro la maggioranza ormai si litiga su tutto e su tutto si rinvia. Sempre ieri, al Meeting di Rimini, il vicepremier Antonio Tajani ha bocciato la tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere: «Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria», e comunque quella parola lì a lui sa di Unione Sovietica, povero ragazzotto ipersensibile. La Lega, che una tassa la vorrebbe eccome ma sulle banche, ha risposto entro sera, mentre il senatore Claudio Borghi il Safe lo chiama “il Pnrr del razzo” da un anno. Anzi si rinvia pure il rinvio: lo sconto sull’accisa del gasolio è stato prorogato di due giorni il 23 agosto e di nuovo col decreto portato ieri sera in Consiglio dei ministri, in attesa di quell’intervento strutturale che prima o poi arriverà.

I conti veri li ha fatti Transport & Environment: dallo scoppio della guerra in Iran le compagnie ricavano 46 centesimi in più su ogni litro di gasolio, mentre lo Stato dall’accisa ne toglie 17,1. Insomma, il margine ai petrolieri e a noi le briciole, per giunta pagate con soldi nostri. E questi sulle briciole litigano.

Agli sgoccioli ci sono loro, si vede a occhio nudo. Il guaio è che il serbatoio è uno solo e agli sgoccioli ci sono anche gli italiani.

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