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Aggressioni in Cisgiordania, l’unico sanzionato è un attivista britannico

L’elenco dei provvedimenti presi dalle autorità israeliane dopo il fine settimana di violenze in Cisgiordania contiene un nome solo, e appartiene a un aggredito: sabato 29 agosto, a Umm al-Kheir, nel Masafer Yatta, coloni armati hanno preso l’attivista britannico Finn Joughin, arrivato per proteggere il villaggio, lo hanno rinchiuso in un capanno e consegnato alla polizia, che lo ha arrestato per sospetto atto osceno su un minore. Domenica la polizia ha ritirato la richiesta di proroga e disposto l’espulsione immediata, e l’avvocata Inbar Shaked Vardi ha detto a Haaretz che gli aggressori non risultano interrogati.

Lo stesso sabato, a Qusra, decine di coloni hanno occupato una casa in costruzione con la famiglia dentro, e a Jalud coloni a volto coperto hanno colpito con bastoni Aida Ahmed Abdullah, 51 anni, e la troupe di Nbc News che la intervistava sulla casa da cui era stata cacciata. In serata è arrivata la condanna. Benjamin Netanyahu ha rotto settimane di silenzio e chiesto l’arresto dei responsabili. Lunedì 31 agosto il Times of Israel scriveva che nessun arresto era stato effettuato, benché nei video compaiano volti riconoscibili.

La scheda dati di Yesh Din del dicembre 2025 misura la costante: dei 1.701 fascicoli aperti dalla polizia israeliana dal 2005 per reati ideologici di israeliani contro palestinesi in Cisgiordania, il 93,6 per cento si è chiuso senza incriminazione, il 3 per cento con una condanna. In 16 delle quasi trenta aggressioni di massa censite dal 2023 c’erano soldati o agenti. Nella dichiarazione di sabato Netanyahu elenca chi la violenza danneggia: “La comunità ebraica rispettosa della legge”, l’esercito nelle sue missioni, “la posizione di Israele nel mondo”. La famiglia rimasta dentro casa a Qusra mentre i coloni salivano sul balcone da quell’elenco manca.

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«Gaza è stata usata come laboratorio per scardinare il diritto internazionale»

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«La rivolta è sempre stata artistica». Così Giulio Cavalli, sul palco domani sera, martedì 1 settembre, alla Festa dell’Unità di Ravenna con la lezione-spettacolo Come siamo arrivati fino a qui?, dedicata alla storia del conflitto arabo-israeliano prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Scrittore, attore, giornalista, vincitore del Premio Selezione Campiello – Giuria dei Letteratinel 2019, da anni si occupa di grandi battaglie politiche e sociali, tra le quali quella per Gaza in primo piano. È stato anche nell’ufficio stampa della Global Sumud Flotilla. Lo abbiamo intervistato.

Perché portare oggi uno spettacolo così? A quale necessità risponde?
«Credo di aver scritto forse trecento editoriali a tema Gaza. Sapevo che a un certo punto, sia politicamente sia tra i giornali, si sarebbero abbassate le luci. E poi mancava una storia pre-7 ottobre. Mi sono reso conto, negli incontri e nelle manifestazioni, che anche molte persone che avevano abbracciato la causa palestinese avevano dubbi sui fatti accaduti tra il 1948 e il 2023. Allora ho pensato a questo. Sto preparando uno spettacolo su Gaza: domani sera avremo un entrée di quello che sarà un testo più lungo».

Qual è lo stato della mobilitazione in Italia, a livello pubblico? Si potrebbe fare di più?
«Le grandi manifestazioni dell’anno scorso hanno mosso gli spiriti dei gazawi, il morale è cresciuto. Io credo però che, in un momento come questo, non si possa pretendere di più dalle persone. Salari, inflazione, caldo: la cittadinanza sta già avendo a che fare quotidianamente con pressioni e stress di ogni genere. Si sta facendo il possibile».

Siamo alla Festa del Pd. Il Pd sta facendo abbastanza? E il governo, invece, che posizione dovrebbe prendere? Cosa deve cambiare?
«La segreteria del Pd è chiara nella sua postura, ma credo che la struttura, la macchina del partito, non sia sufficientemente “porosa” per assorbire le direttive e trasformarle in atti. Il governo invece ha scelto dove stare: con Trump e Netanyahu. Dovremmo dichiarare l’interruzione di ogni contatto con quel Paese, non bastano le sanzioni. La diplomazia qui non si può permettere di avere posizioni intermedie. Gaza e Israele sono lo specchio di due visioni del mondo. Noi, per ora, abbiamo deciso».

L’arte drammatica, il racconto, possono cambiare il mondo?
«Sì, e sempre di più. Solo che gli attori sono sfiniti. Berlusconismo, marketing, politiche anti-artistiche, brevità e scrolling: non abbiamo più spazio. Credo che oggi ci sia un’opportunità per far rinascere lo spettacolo dal vivo. La complessità, l’armonia torneranno di moda».

Ma sono mai state di moda? In passato siamo veramente riusciti a convogliare sentimenti e idee attraverso l’arte per cambiare il mondo?
«Penso a Danilo Dolci, penso ai movimenti culturali di una ventina di anni fa, a cui partecipavo, per denunciare la presenza della mafia anche al Nord. La rivolta è sempre stata artistica. Oggi l’abbiamo persa. È chiaro che, dall’avvento della tv commerciale – ma ho una visione molto lombarda su questo, potrei sbagliare – la complessità, la grammatica stessa non sono più state necessarie. Il teatro semplicemente diventava tv dal vivo e abbiamo cominciato a semplificare tutto, fino ai social, ai bit di oggi. Il punto è che queste spinte, questi movimenti, queste storie non si trasformano in politica, in partito, e non possono diventare classe dirigente: chi ha il potere in Italia è ricattabile o conservatore, se non entrambi. Chi agita, chi non si ferma, chi cambia viene espulso».

Di questa storia, che cosa resterà? Un Israele vincitore o un popolo martoriato in una guerra dei cent’anni che ancora non si arrende?
«La storia parlerà di un imperialismo israelo-americano che ha usato Gaza come laboratorio per scardinare definitivamente il diritto internazionale, ma non solo. A Gaza vogliono la gente e la terra, in Venezuela il petrolio. Potrei continuare a lungo».

Raduno del Fronte Skinheads di Pietramurata: con l‘evento organizzato in forma privata lo Stato (e le sue leggi) restano fuori dal cancello

Dal 3 al 6 settembre l’Hotel Ciclamino di Pietramurata dovrebbe ospitare “Ritorno a Camelot“: quattro giorni di concerti organizzati dal Veneto Fronte Skinheads con militanti da tutta Europa.

Ieri (31 agosto) una delegazione di Acli, Anpi, Arci, Cgil, Cisl e Uil ha consegnato alla commissaria del governo, il prefetto Isabella Fusiello, un appello che chiede a lei e al presidente della Provincia autonoma Maurizio Fugatti (Lega) di non autorizzare il raduno e ha annunciato per giovedì un presidio. Due giorni dopo Sergio Mattarella sarà al Teatro Sociale di Trento per la cerimonia “1946-2026: 80 anni di una Repubblica e di una Autonomia speciale” dopo la mattinata di Merano. Ottant’anni di un’autonomia nata dalle macerie dell’occupazione nazifascista. E il calendario, da solo, è già un editoriale.

Le tre parole su cui poggia tutto

Il quadro normativo e giurisprudenziale è chiaro. Include anche una pena: reclusione fino a tre anni. È prevista dall’articolo 5 della legge Scelba, la 645 del 1952, per chi “partecipando a pubbliche riunioni” compie le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista o di organizzazioni naziste. Accanto alla Scelba c’è l’articolo 2 della legge Mancino, la 205 del 1993, che punisce chi in pubbliche riunioni ostenta emblemi di gruppi che incitano alla discriminazione razziale. Nell’aprile 2024 le Sezioni unite della Cassazione con la sentenza 16153 hanno chiarito che il saluto romano è reato quando crea il pericolo concreto di riorganizzazione del partito fascista. L’impianto è solido, e poggia tutto su tre parole, “in pubbliche riunioni”, ed è proprio lì che questi raduni si sono spostati da tempo in forma privata, come ha ricostruito Euronews, per evitare le autorizzazioni che una riunione pubblica comporta.

Struttura privata su suolo privato: nessun preavviso al questore, nessuna licenza da negare. La macchina preventiva dello Stato si ferma al cancello dell’albergo e le due leggi arrivano dopo sul singolo braccio alzato, a concerti finiti e pullman ripartiti. Il Commissariato del Governo dopo il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica del 28 agosto ha messo per iscritto che la proprietà privata resta soggetta alle leggi dello Stato e che le eventuali misure interdittive sono “in corso di attenta e rigorosa valutazione”.

Le firme arrivate e quella che manca

Il Comune di Dro la sua firma l’ha messa e come ha scritto il Dolomiti ha concesso la deroga all’inquinamento acustico per quattro giorni di palco e tendone senza chiedere chi salisse sul palco. La sindaca, Ginetta Santoni, ha rotto il silenzio venerdì con una nota contro ogni forma di estremismo e ha convocato per stasera un consiglio comunale informale. Tre giorni prima dei concerti, e tre giorni prima del presidio.

E il presidente della Provincia Fugatti ha fatto sapere all’Ansa che c’è piena fiducia e collaborazione con le autorità dello Stato preposte alla sicurezza sotto il coordinamento del Commissariato del governo. Raccordo istituzionale perfetto: se il Trentino debba ospitare quel raduno, Fugatti lo tiene per sé. Fugatti si affida allo Stato, e lo Stato si affida alla proprietà privata. Chi rivendica l’autonomia dodici mesi l’anno, messo davanti a questo, scopre di essere un ufficio periferico.

Il precedente, del resto, lo conosciamo. Nel settembre 2016 a Revine Lago in provincia di Treviso lo stesso raduno si chiuse con la fotografia di un gruppo di bambini che salutavano a braccio teso, e il 20 aprile 2019 il Veneto Fronte Skinheads riempì un padiglione della fiera comunale di Cerea con circa mille persone da tutta Europa nel giorno di nascita di Adolf Hitler. Sabato, al Teatro Sociale di Trento, si celebreranno ottant’anni di un’autonomia che esiste perché quell’occupazione nazifascista è stata sconfitta. Nella stessa provincia, dentro l’albergo di Pietramurata, si canterà. E lo Stato resterà fuori dal cancello a prendere nota.

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Climateflation, il caldo del 2026 lo paghiamo a tavola: al 16 agosto, danni all’agricoltura per oltre 1,5 miliardi

Tre miliardi di euro è il conto che Coldiretti ha messo in fila il 16 agosto 2026 per i danni all’agricoltura italiana fra caldo estremo, siccità, grandine e roghi, e resta una stima provvisoria perché la pioggia è arrivata tardi. Confagricoltura e Cia si fermano sopra 1,5 miliardi, perché contano la sola estate e ci mettono dentro le ore di lavoro saltate col caldo.

Sul termometro non si discute: il servizio europeo Copernicus ha misurato nell’Europa occidentale un giugno-luglio a 21,62 gradi di media, 2,79 sopra il riferimento 1991-2020. Fra qualche settimana tornerà il fresco e la questione climatica sparirà dai talk della destra come sparisce il condizionatore dalle vetrine. Il caldo continueremo a pagarlo per mesi. A tavola.

L’inflazione che la Bce ha battezzato nel 2022

Il nome tecnico esiste dal 17 marzo 2022, quando Isabel Schnabel, del comitato esecutivo della Banca centrale europea, separò le spinte che stavano muovendo i prezzi e chiamò climateflation quella che nasce dagli eventi climatici in sé. Due anni dopo lo stesso istituto ci ha messo i numeri: in uno studio del 2024 su Communications Earth & Environment, firmato da Maximilian Kotz con la Bce e il Potsdam Institute for Climate Impact Research su ventisettemila rilevazioni di prezzi al consumo, il riscaldamento atteso al 2035 spinge secondo Kotz l’inflazione alimentare mondiale di 0,92-3,23 punti l’anno. Kotz e i coautori calcolano che la sola estate del 2022 in Europa valse 0,67 punti di inflazione alimentare.

Lo stesso gruppo nel 2025, su Environmental Research Letters, ha contato sedici impennate in diciotto paesi, dall’olio d’oliva europeo salito del 50 per cento in un anno dopo la siccità iberica al cacao arrivato al 280 dopo l’ondata di calore del 2024 in Costa d’Avorio e Ghana. Il meccanismo non chiede permesso all’ideologia: il caldo arriva nella settimana sbagliata della fioritura, la resa cala, il prezzo sale. Lo paga chi compra. Coceral, l’associazione europea del commercio di cereali, a giugno stimava per Unione e Regno Unito 295,5 milioni di tonnellate contro le 311,3 del 2025, poi ha tagliato ancora a 286,6, e la britannica Energy and Climate Intelligence Unit quantifica quel buco in circa 2 miliardi di euro.

Il conto italiano, e un piano fermo per due anni

Qui il conto ha già una faccia. Confagricoltura calcola per l’estate 2026 rese scese del 9 per cento, con il grano duro che finisce nella pasta a meno 9 e il riso a meno 10. Coldiretti aggiunge il mais, che fra Piemonte e Lombardia perde oltre il 30 per cento con punte del 70, e il latte calato fino al 10 per cento al giorno.

Il carrello, per ora, tiene. L’Istat ha registrato a luglio un’inflazione al 2,9 per cento e, come ha scritto il Sole 24 Ore, un carrello della spesa rallentato al più 1 per cento. Conviene leggerla lentamente questa calma, perché la climateflation salta luglio e arriva con il ritardo delle filiere, quando il raccolto mancato di giugno diventa listino di gennaio.

E proprio lì dove servirebbe uno Stato attrezzato l’Italia ha la sua specialità. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato con decreto del 21 dicembre 2023, affidava la propria attuazione a un Osservatorio nazionale che andava istituito entro tre mesi e che doveva individuare le fonti di finanziamento, e quell’Osservatorio è nato con il decreto del 16 dicembre 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 gennaio 2026, mentre a Bruxelles i partiti della stessa maggioranza smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause. Due anni per un organo di coordinamento.

Fra un mese farà più fresco e il clima uscirà dall’agenda politica fino alla prossima ondata, poi tornerà in silenzio a gennaio, dentro il prezzo della pasta e dell’olio, e nessuno lo chiamerà con il suo nome. La destra italiana ha smesso di negare il caldo, si è limitata a ricordarsene mentre lo sente addosso. È l’unico adattamento che le sia riuscito.

Leggi anche: Stangata d’autunno per gli italiani, il Codacons lancia l’allarme: 633 euro in più a famiglia tra luce, gas e carburanti

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Asili nido, tutte le promesse mancate del governo Meloni: ecco la fotografia dei numeri

Nei nidi ci sono 31,6 posti ogni cento bambini. È la fotografia dell’Istat sull’anno educativo 2023/2024, pubblicata il 2 febbraio 2026: 14.570 servizi attivi, quasi 378.500 posti autorizzati, e un divario che si accorcia perché i bambini spariscono, visto che nel 2025 ne sono nati 355 mila, minimo dal dopoguerra, come ha contato la Fondazione per la Natalità con l’Istat. La copertura sale mentre le culle si svuotano. Un traguardo per sottrazione.

Il 25 ottobre 2022, chiedendo la fiducia alla Camera, Giorgia Meloni si impegnava a sostenere i Comuni perché garantissero «asili nido gratuiti e aperti fino all’orario di chiusura di negozi e uffici», promessa scritta anche nel programma di Fratelli d’Italia. Della gratuità è avanzato un rimborso che arriva, ovviamente, solo a chi il posto lo ha già trovato.

Il taglio che si chiama rimodulazione

Il Pnrr prometteva 4,6 miliardi e 264.480 nuovi posti fra nidi e scuole dell’infanzia entro dicembre 2025. La revisione concordata con la Commissione europea alla fine del 2023 ha portato i posti a 150.480 e le risorse a 3,8 miliardi, mentre la scadenza slittava a giugno 2026: oltre centomila posti in meno, spiegati con il rincaro delle materie prime. Al 26 febbraio 2026, ultimo aggiornamento pubblicato su Italia Domani, il comparto istruzione aveva speso il 45,6 per cento delle risorse contro il 55,6 dell’intero Piano, e il 62 per cento dei fondi assegnati stava ancora su progetti in affidamento o in esecuzione, come ha calcolato la Fondazione Agnelli. Quattro mesi prima del collaudo.

La legge 234/2021, ultima manovra della legislatura precedente, aveva fatto dei nidi un livello essenziale delle prestazioni: 33 posti ogni cento bambini entro il 2027, con risorse che salivano dai 120 milioni del 2022 a 1,1 miliardi l’anno. Poi, in un allegato del Piano strutturale di bilancio spedito a Bruxelles nell’autunno 2024, è comparso un obiettivo diverso: copertura minima del 15 per cento su base regionale. La sottosegretaria Paola Frassinetti, riferisce Orizzonte Scuola, ha assicurato che il 33 per cento nazionale resta intatto. Peccato che sotto il 15, contano su lavoce.info, restassero ormai i comuni di aree come la provincia di Enna. Un obiettivo che si centra stando fermi.

I soldi finiti dentro le rette

Il bonus nido è la misura su cui il governo ha puntato davvero: come ricostruisce il rapporto Cgil sui nidi, la legge 213/2023 lo ha portato a 3.600 euro l’anno per i nati dal 2024 con Isee fino a 40 mila euro, se in casa c’era un altro figlio sotto i dieci anni, requisito cancellato solo con la legge 207/2024 nel Paese dei figli unici. Nel 2023 il bonus erogato dall’Inps valeva 662 milioni, dice l’Istat, mentre il fondo per attivare posti nuovi nei Comuni ne valeva 175. Si finanzia la retta e si lascia scoperto il servizio, che è il modo più elegante di spingere i bambini verso il privato.

E i Comuni restano soli con il conto. Il terzo bando, che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato il 17 marzo 2025 con 819 milioni, è stato riaperto tre volte fino al 29 luglio, come ha scritto Edilportale, e il Piano paga i muri mentre educatrici, bollette e manutenzione restano ai sindaci. L’Istat conta il resto: il 78,4 per cento dei posti aggiunti nel 2023/2024 è finito al privato, e il 59,5 per cento delle strutture non riesce ad accogliere tutte le iscrizioni, contro il 49,1 di due anni prima.

Il risultato ha una geografia: 40,4 posti ogni cento bambini al Centro, 39,1 al Nord Est, 19,5 nelle Isole, 19,0 al Sud. A Interris la ministra per la famiglia e la natalità Eugenia Roccella dice che il governo sta costruendo nidi “per raggiungere i parametri richiesti dall’Europa”. I parametri europei chiedono il 45 per cento entro il 2030. Il ministero della natalità ne ha messi per iscritto 15. E a settembre le liste d’attesa riaprono puntuali, con dentro le stesse famiglie di sempre.

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Islanda, no all’Ue: il voto della pesca e gli alibi italiani

Il 40 per cento del valore delle merci che l’Islanda ha venduto all’estero nei dodici mesi fino a luglio 2026 è pesce (lo scrive l’istituto di statistica islandese) e quella cifra spiega il referendum di sabato meglio delle analisi sull’irrazionalità degli elettori islandesi. Il 52,8 per cento ha detto no alla ripresa dei negoziati con l’Unione europea, il 47,2 ha detto sì. Alle urne è andato l’82,5 per cento degli aventi diritto: 225.031 persone su meno di quattrocentomila abitanti, 118.040 schede contrarie e 105.399 favorevoli. Un’affluenza che qui ce la sogniamo.

Il sì ha vinto in due circoscrizioni su sei, tutte e due dentro Reykjavík, mentre fuori dalla capitale il no ha superato il 60 per cento nelle aree rurali. La solita frattura fra città e campagna, si è detto subito. Solo che le campagne islandesi sono i moli dove si scarica il merluzzo, e chi ci lavora sapeva benissimo su che cosa stesse votando. Il fronte del no lo guidava Guðrún Hafsteinsdóttir, del Partito dell’indipendenza.

Il paese che le regole le applica senza votarle

L’Islanda sta nello Spazio economico europeo dal 1994 e dentro Schengen, cioè applica il grosso del diritto del mercato interno restando fuori dalle stanze in cui viene scritto, senza un seggio al Consiglio né al Parlamento europeo: l’Efta, che l’accordo lo amministra, conta oltre 9.500 atti europei entrati nell’accordo negli anni, di cui circa 5.000 ancora in vigore. La sovranità in discussione sabato era già ceduta per la parte più corposa, e ceduta senza voto. Restava aperta l’unica materia pesante che l’accordo lascia fuori, la politica comune della pesca, e gli islandesi si sono tenuti quella. È aritmetica pura: si conservano le quote e ci si tiene le regole altrui.

Poi è arrivato il coro italiano, che il referendum l’ha letto senza aprire un dato. “In Islanda il popolo ha scelto: questa si chiama Democrazia”, ha scritto la Lega sui social, “se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?”. Come ha registrato l’Ansa, l’eurodeputato Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, ha spiegato che gli islandesi rifiutano di “dire addio alla loro identità” e di farsi dire da Bruxelles quale energia usare, in un paese che l’energia se la produce in casa, da acqua e geotermia, mentre Carlo Fidanza (FdI), capodelegazione al Parlamento europeo, ha attribuito il voto degli islandesi alle “politiche scellerate” europee sulla pesca, proprio quelle che l’Italia scrive da dentro, sedendo al tavolo che gli islandesi hanno evitato. Sulla pesca, appunto: la sola materia su cui gli islandesi potevano davvero votare.

La colpa, insomma, è degli islandesi

La spiegazione più sbrigativa, del resto, l’hanno data i suoi avversari. Bernard Guetta, eurodeputato francese di Renew, alla Stampa ha detto che l’isola ha deciso di “rimanere in disparte dal mondo e dalle sue sfide” e che la sconfitta riguarda gli islandesi prima di Bruxelles. Sandro Gozi, di Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo, sul Corriere della Sera ha archiviato gli argomenti vincenti come “tutti molto emotivi, poco razionali, poco corrispondenti alla realtà, in alcuni casi notizie false”. Il senatore Filippo Sensi (Pd) è stato più spiccio: “mi fanno pena”. L’Europa ha perso un referendum e il colpevole l’ha trovato in mezz’ora, cioè chi ci ha votato.

La premier Kristrún Frostadóttir, che quel voto l’aveva voluto e per il sì si era spesa, ha definito il risultato «una vittoria per la democrazia» e ha chiuso la questione fino al 2028: la domanda di adesione era del 2009, i negoziati si erano congelati nel 2013, e adesso restano lì. Il 16 settembre Ursula von der Leyen terrà il discorso sullo stato dell’Unione. Difficilmente citerà il merluzzo degli islandesi. Peccato che le percentuali si contino sui moli, e non nelle sale dove si spiega alla gente che ha votato male.

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Il petrolio del Venezuela e la lista di chi chiamò democrazia una rapina

Sarebbe bastato ascoltarlo. «We’re going to run the country», il Paese lo gestiamo noi, disse Donald Trump il 3 gennaio, poche ore dopo che i suoi avevano rapito Nicolás Maduro dal letto. Ora sappiamo che cosa voleva dire, perché venerdì Washington si è presa il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili venezuelani, “il più grande accordo petrolifero della storia”…

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Zuwara, 73 dispersi al largo della Libia. Intanto il soccorso (e la sorte degli scomparsi) è un segreto militare

Da Zuwara, in Libia, la sera del 26 agosto 2025 è salpata un’imbarcazione con almeno 73 persone a bordo, in prevalenza somali, e l’ultimo segnale è della mattina dopo, quando un familiare ha ricevuto la posizione: 64 miglia a nord di Zuwara, 95 a sud-ovest di Lampedusa. Poi il silenzio.

Nessuna autorità libica, tunisina, maltese o italiana ha soccorso quel gruppo, nessuna lo ha intercettato, e le ong che incrociavano lì hanno escluso di averlo visto, ricostruiscono ASGI Medea e Alarm Phone. Quando le famiglie hanno chiesto allo Stato italiano cosa sia stato fatto in quelle ore, si sono sentite rispondere che le carte riguardano attività operative.

Le istanze di accesso sono due, depositate a febbraio e a maggio 2026 all’Italian Maritime Rescue Coordination Centre, la centrale romana del soccorso in mare, e respinte con la stessa motivazione: i documenti riguardano la pianificazione, la programmazione, la condotta e l’analisi di attività operative, e mostrarli pregiudicherebbe sicurezza nazionale e relazioni internazionali. Il secondo diniego è finito davanti al Tribunale amministrativo di Roma, che discute il caso il 7 ottobre. Tradotto: le ore che seguono una chiamata di soccorso sono materia riservata, gli annegati sono un segreto di Stato.

La lingua del regolamento militare

Quelle parole hanno un indirizzo. Stanno nell’articolo 1048 del dpr 90 del 2010, alla lettera q, dove «programmazione, pianificazione, condotta e analisi di attività operative-esercitazioni Nato e nazionali» resta invisibile per cinquant’anni, cioè per sempre. Nella lingua di quel regolamento una barca sparita con settantatré persone dentro e una manovra dell’Alleanza atlantica stanno sotto la stessa voce, e il travestimento lo consente l’ordinamento: la Guardia costiera che coordina i soccorsi è un corpo della Marina Militare, articoli 132 e seguenti del Codice dell’ordinamento militare. Chi salva porta una divisa.

Il soccorso diventa operazione, e l’operazione diventa segreto.

Poi c’è la beffa. Il diritto alla verità su cui poggia il ricorso sta scritto proprio nel diritto di guerra: l’articolo 32 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, ratificato dall’Italia con la legge 762 del 1985, impegna gli Stati a muoversi anzitutto in base al diritto che hanno le famiglie di conoscere la sorte dei loro membri.

Vale nei conflitti armati, cioè nel posto più buio che il diritto conosca. L’Italia quel testo lo ha firmato, e a una madre somala che chiede dove sia finito suo figlio Ayuub lo Stato italiano risponde con il lessico delle esercitazioni militari.

Venti corpi a cinquanta miglia da Zuwara

Intanto quel mare restituisce quello che nessuno va a prendere: dal 14 agosto gli aerei di Sos Méditerranée e Sea-Watch e la barca di Resqship hanno contato venti corpi alla deriva a circa cinquanta miglia da Zuwara, e la Guardia costiera ha spiegato a Domani di avere girato la segnalazione ai libici, «non siamo noi competenti su quell’area». Un anno esatto, lo stesso mare, la stessa formula. Della competenza si discute parecchio, dei morti in mare meno.

E i numeri crescono in fretta: secondo l’Oim il 19 agosto, dall’inizio del 2026 nel Mediterraneo centrale si contano 872 fra morti e dispersi, il 24 per cento in più dello stesso periodo del 2025, e oltre due terzi di chi muore in quel mare resta senza nome.

Qui la questione precede qualunque opinione sull’immigrazione, ed è la pietà, quella cosa elementare che vale da vivi e pure da morti. Settantatré uomini e donne sono spariti in mare senza lasciare un atto, e le loro madri chiedono un foglio, un orario, il segno che quella notte qualcuno abbia almeno guardato lo schermo. Lo Stato italiano, pur di tacere, ha messo il soccorso in mare fra le attività operative. Il 7 ottobre un giudice dirà se annegare sia un segreto militare, e che lo si debba domandare a un giudice amministrativo è già una risposta.

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Un cimitero palestinese spianato, per un campo di addestramento

A Shujaiyeh l’esercito israeliano ha spianato un grande cimitero palestinese e ci ha costruito un campo di addestramento, che serve alla milizia armata palestinese la cui base sta lì accanto. Lo scrive Haaretz. L’inchiesta è del 26 agosto, su testimonianze di soldati israeliani, dati delle Nazioni Unite e immagini satellitari.

I gruppi armati sono cinque, a Beit Hanoun, Deir al-Balah, Khan Younis, Rafah e Shujaiyeh, ciascuno in un’area che l’esercito israeliano controlla. Hanno un nominativo sulla rete radio militare, compaiono sulle mappe di briefing, i loro uomini sono segnati nei sistemi di comando e controllo, e quando escono in operazione l’esercito che ha costruito i loro presìdi li copre con artiglieria e droni.

Poi c’è quello che fanno ai civili. Un ufficiale dell’Aeronautica ha raccontato a Haaretz i pick-up che arrivano, gli uomini che sparano sulla gente, le case svuotate e poi bruciate, mentre un altro militare ha riassunto così il compito che gli tocca: lo Stato, l’esercito e lo Shin Bet mandano «milizie addestrate a commettere crimini di guerra, e io sono quello che deve proteggerle durante le operazioni perché non si facciano male».

Il 27 agosto quattro palestinesi sono morti sotto i colpi israeliani, secondo i sanitari di Shifa e Nasser citati dall’Associated Press. Lo stesso giorno Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno smentito per iscritto ogni ordine di riaprire il valico di Erez alle merci: “Non ci sarà alcuna ricostruzione prima dello smantellamento dell’organizzazione terroristica Hamas e della completa smilitarizzazione della Striscia di Gaza”. Fonti di Hamas hanno intanto detto a Haaretz che le armi non verranno consegnate finché quelle milizie restano armate e protette. Il campo di addestramento sul cimitero di Shujaiyeh sta dentro quella Striscia.

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Indignarsi a costo zero

Ottomila uomini e ragazzi ammazzati e buttati nelle fosse comuni intorno a Srebrenica, luglio 1995, e adesso chi ha ordinato quel massacro avrà un bel funerale con tutti gli onori militari e di Stato. Lo ha annunciato alla radio K1 il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić, che ha anche svelato una lettera all’Aja perché si accerti se il generale sia stato curato a dovere fino all’ultimo. Di invecchiare, intorno a Srebrenica, però non ebbe modo nessuno. Giusto indignarsi. Solo che l’indignazione, appena la spremi, cola ipocrisia.

Perché Ratko Mladić è morto nell’ospedale del carcere dell’Aja, e la salva d’onore gliela concede il suo erede. Aleksandar Vučić entra nel Partito radicale di Vojislav Šešelj nel 1993, e nel luglio 1995, in Parlamento, poco dopo il massacro, avverte che per ogni serbo ucciso ne sarebbero stati ammazzati cento di musulmani. Dal 1998 al 2000 fa il ministro dell’Informazione di Slobodan Milošević e firma la legge che multa i cronisti e chiude i giornali. Oggi è il presidente che la Commissione europea vorrebbe premiare aprendo il cluster 3 del negoziato di adesione, con 1,59 miliardi già iscritti per la Serbia nel Piano di crescita per i Balcani occidentali. Il morto lo condanniamo e invece all’allievo apriamo il portafoglio.

E poi c’è casa nostra, dove sui criminali di guerra funziona il servizio a domicilio. Osama Almasri Njeem, colpito da un mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità su migranti detenuti in Libia, è stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 e due giorni dopo rimesso in libertà e riportato a Tripoli con un volo di Stato. L’Aja ha accertato l’inadempienza italiana a ottobre dell’anno scorso e lo scorso gennaio ci ha deferiti all’Assemblea degli Stati parte, anche se da noi la pratica era già chiusa: la Camera aveva negato l’autorizzazione a procedere per Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. Poi ci sarebbe Benjamin Netanyahu, ricercato dalla stessa Corte dal 21 novembre 2024. Un minuto dopo la condanna Matteo Salvini lo disse subito: in Italia sarebbe il benvenuto.

Indignarsi per Belgrado costa zero, perché il criminale è morto, è straniero, e non ci firma contratti. Agli altri, quelli vivi, il portellone dell’aereo lo teniamo aperto noi.

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