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Abbandono scolastico, il record che si ferma a Catania: il 26,5 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni non va oltre la licenza media

Sono il 68,6 per cento i giovani con cittadinanza non italiana che a Catania si sono fermati alla licenza media fra i 18 e i 24 anni, e contando tutti si sale al 26,5 per cento, il più alto dei quattordici capoluoghi metropolitani nei dati Istat per la Commissione periferie ripresi da Openpolis. Cifre del 2021, e servono a leggere quelle nuove, perché nel 2025l’abbandono scolastico italiano è sceso all’8,2 per cento, sotto il 9 che l’Unione europea aveva fissato per il 2030, e il governo ha intestato il risultato alle sue politiche scolastiche. Il record c’è. Poi si guarda dentro la media e si vede benissimo chi è rimasto fuori.

La media intanto capovolge la geografia europea, perché nell’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat l’uscita precoce nelle città dell’Unione scende all’8 per cento e sale al 9,6 nelle aree rurali, mentre qui da noi vale il 9,5 in città contro il 7,3 delle aree intermedie. Il monitoraggio della Commissione europea, con i dati 2024, dava il Mezzogiorno all’11,3 per cento e le isole al 15.

Abbandono scolastico, quello che la media non dice

Sul dato nazionale pesa poi la cittadinanza, visto che fra gli studenti stranieri l’abbandono nel 2025 vale il 26,2 per centoe che nelle città metropolitane arriva al 60 per cento a Bari nei numeri di Openpolis. La risposta politica sta scritta nel codice penale, perché il decreto Caivano ha introdotto con la legge 159 del 2023 l’articolo 570-ter, che punisce con la reclusione fino a due anni chi non iscrive il figlio a scuola e fino a un anno chi ne tollera le assenze oltre i quindici giorni. E si sospende l’Assegno di inclusione. Lo Stato ha studiato il problema e ha deciso di togliere il sussidio a chi lo subisce.

Nel frattempo la rete si accorcia, perché il dimensionamento fissa un coefficiente di 938 alunni per istituzione autonoma e a gennaio 2026 la Sardegna commissariata ha perso altre nove autonomie dopo le 38 dei tre anni precedenti. Succede proprio lì dove l’abbandono, nelle isole, resta al 15 per cento. Anche i soldi che quel record lo hanno prodotto sono finiti, perché l’investimento 1.4 del Pnrr, un miliardo e mezzo e il tutoraggio di 820mila ragazzi, si è chiuso il 31 agosto, una settimana prima della campanella.

Tre cose che l’Europa ha già provato

I Paesi Bassi nel 2024 stavano al 7 per cento e ci sono arrivati contando. Dal 1994 il paese è diviso in 39 regioni Rmc, i punti regionali di segnalazione e coordinamento che tengono il registro di ogni ragazzo fino a 23 anni uscito dal sistema e hanno il compito di riportarlo dentro, mentre ogni studente ha un numero identificativo che permette a scuola, comune e servizi sociali di leggere lo stesso elenco di nomi. In Italia l’obbligo di istruzione si ferma a 16 anni e l’anagrafe serve a certificare, non a inseguire.

La Finlandia ha alzato l’asticella e ha pagato il conto, perché dal 1° agosto 2021 l’obbligo arriva a 18 anni e la secondaria superiore è gratuita, con libri, materiali e trasporto oltre i sette chilometri compresi. Il Portogallo ha scelto le persone e nei Teip, i territori educativi di intervento prioritario, tiene psicologi, assistenti sociali e mediatori nelle scuole dei quartieri più fragili, e fra il 2015 e il 2025 ha abbattuto l’abbandono di 7,4 punti, secondo Eurostat.

Un’anagrafe che chiama per nome, un obbligo più lungo pagato dallo Stato e adulti stabili nelle scuole difficili costano personale e bilancio ordinario. L’Italia intanto destina all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica, ultima in Europa contro il 14,3 della Svezia, come ha riportato Eunews dalla relazione della Commissione europea. Qui si è preferito il codice penale per i genitori e la calcolatrice per le autonomie. Il resto lo ha pagato Bruxelles. Lunedì riapre Bolzano e il 15 settembre tocca a Catania, dove la campanella suonerà uguale anche nei quartieri in cui più di un ragazzo su quattro ha smesso di sentirla.

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Vertice spaziale di Parigi, Trump vende ma non condivide: se compri sicurezza americana, l’interruttore resta a Washington

Si può pretendere che gli alleati portino la spesa militare al 5 per cento del Pil e insieme telefonare alle proprie aziende perché non si siedano allo stesso tavolo con quegli alleati. Alla Casa Bianca è bastato poco più di un anno per dimostrarlo. Il 27 agosto l’Office of Science and Technology Policy, l’ufficio scientifico della presidenza americana, ha convocato una call con le imprese spaziali che avevano in agenda il vertice di Parigi del 9 e 10 settembre, spiegando che presentarsi al Grand Palais poteva somigliare a un sostegno tacito alle posizioni europee: lo ha raccontato Politico, lo ha confermato Reuters su quattro fonti. Il 3 settembre il ministero francese dell’Istruzione superiore, della Ricerca e dello Spazio ha registrato le rinunce di SpaceX, Blue Origin, Stoke Space e Starcloud.

Il portavoce del ministero ha detto all’Agence France-Presse che il collegamento con le voci di pressione è difficile da evitare, e che Parigi vuole continuare a lavorare con i partner americani anche quando i cambi di rotta complicano il compito oltre il necessario. Tradotto: è successo quel che sembra. Il funzionario americano, sempre secondo la ricostruzione di Politico, aveva accusato la Francia di aver organizzato tutto senza Washington, aveva parlato di “pratiche anticoncorrenziali” e si era detto preoccupato per la presenza cinese al tavolo.

Vertice spaziale, il conto lo pagano gli alleati

Al vertice dell’Aia del 24 e 25 giugno 2025 i 32 paesi della Nato si sono impegnati a portare la spesa militare al 5 per cento del Pil entro il 2035, 3,5 punti di difesa in senso stretto e 1,5 di infrastrutture e resilienza. Da luglio dello stesso anno gira il Purl, il meccanismo con cui gli alleati versano denaro al Pentagono perché compri armi americane e le spedisca a Kiev, e in dodici mesi ventinove paesi ci hanno messo 5,8 miliardi di euro. Il Sipri misura il resto: il 64 per cento delle importazioni di armi dei paesi europei dell’Alleanza fra il 2020 e il 2024 arrivava dagli Stati Uniti, quota scesa al 58 per cento nel quinquennio successivo. Sei punti in tre anni di allarmi.

Su quel versante Washington non ha mai avuto esitazioni: le fatture partono, i Patriot arrivano, i contratti si firmano. La difesa dell’Europa ha smesso di essere una spesa americana ed è diventata un mercato americano, il modo educato per dire che Donald Trump ha trasformato la garanzia atlantica in un listino.

La sicurezza come scaffale

Sull’altro versante, quello in cui la sicurezza si condivide invece di vendersi, il registro cambia di colpo. Nel marzo 2025 l’amministrazione ha sospeso la condivisione di intelligence con l’Ucraina, e Maxar ha confermato che la National Geospatial-Intelligence Agency aveva disattivato gli account ucraini sul Gegd, il portale delle immagini satellitari commerciali comprate dal governo americano. Il rubinetto è rimasto chiuso finché è servito. Promemoria recepito. Chi compra sicurezza americana si porta a casa anche l’interruttore, e l’interruttore resta a Washington.

La Francia, dal canto suo, il 12 novembre 2025 a Tolosa aveva annunciato 4,2 miliardi di euro in più per lo spazio militare fra il 2026 e il 2030, portando a 10,2 miliardi l’impegno complessivo: proprio lì dove un alleato prova a costruirsi una capacità sua, l’alleato grande preferisce che i suoi fornitori restino a casa. Al Grand Palais i funzionari del Dipartimento di Stato, del Commercio, della Nasa e della stessa Ostp ci saranno lo stesso, davanti alle circa 120delegazioni convocate da Emmanuel Macron, mentre le aziende danno forfait. Washington manda i diplomatici a parlare di cooperazione e tiene i venditori lontani dal banco, perché la sicurezza è uno scaffale e lo scaffale rende finché il cliente resta cliente. L’Europa, che quel conto lo paga per intero, si presenta comunque con la lista della spesa in mano.

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Soldi ai Paesi che accolgono i gazawi, by Ben-Givr

Sta scritto in una riga di spesa: Israele pagherà i Paesi che accolgono i palestinesi di Gaza, e li pagherà in proporzione alle persone accolte. Si intitola “Disimpegno 710” ed è il programma con cui Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, si presenta al voto del 27 ottobre. Il titolo unisce il ritiro da Gaza del 2005 e il 7 ottobre 2023.

Ogni obiettivo ha una scadenza: 250.000 persone fuori da Gaza il primo anno, 1,11 milioni entro tre, 1,86 milioni entro sette, su una popolazione che il Times of Israel stima in 2,3 milioni. Otto residenti su dieci. A chi accetta il partito Otzma Yehudit promette un “pacchetto di accoglienza” di ventiquattro mesi con viaggio, primo alloggio, formazione professionale e lavoro, mette a preventivo 10 miliardi di shekel per avviare la macchina e fino ad altri 50 miliardi legati alla partecipazione internazionale, e indica come destinazioni Turchia, Etiopia, Congo e paesi arabi che il partito lascia senza nome.

Ben-Gvir insiste che tutto questo è emigrazione volontaria. E pretende un ministero apposta come condizione per entrare nella prossima maggioranza, dopo aver riassunto la proposta in conferenza stampa il 3 settembre: «Tempo di fare le valigie». L’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta i trasferimenti forzati di persone protette fuori dal territorio occupato “quali che siano i motivi”, e la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del 19 luglio 2024, ha ricordato che Gaza resta territorio occupato. Il precedente lo ha nominato lui: Rehavam Ze’evi, fondatore nel 1988 di Moledet, il partito che chiedeva il trasferimento dei palestinesi verso i Paesi arabi in cambio di incentivi economici. Trentotto anni dopo quel trasferimento ha un pacchetto di accoglienza e una scadenza annuale.

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Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

«Buonasera, Bari. Sono 1.413 giorni che governiamo e nessuno prima di noi ha resistito tanto, e siccome un record va onorato per intero stasera vi leggo l’altra metà dell’opuscolo, quella rimasta fuori dalle 28 pagine dove stanno soltanto i record che ci piacciono.

Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

Partiamo dal lavoro, che è la nostra bandiera: occupati ai massimi storici e disoccupazione ai minimi, e stipendi reali più bassi del 6,1 per cento rispetto al 2021, il record peggiore fra le grandi economie dell’Ocse, che l’ha tradotto in venti giornate di lavoro gratis all’anno per ogni italiano. Abbiamo messo l’Italia al lavoro e poi l’abbiamo pagata meno, e anche questo è un record. Sulle tasse abbiamo restituito 21 miliardi agli italiani, sta scritto nell’opuscolo, e negli stessi anni la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento del Pil nel 2025, dal 41,7 del 2022.

Restituiamo con una mano e incassiamo con l’altra, e lo scrive l’Istat, mica l’opposizione. Rivendico la povertà assoluta: 5,7 milioni di persone e 1,28 milioni di minori, l’incidenza più alta dal 2014. Rivendico la sanità, dove nel 2024 hanno rinunciato a curarsi 5,8 milioni di italiani contro i 4,5 milioni dell’anno prima, perché le liste d’attesa si accorciano anche così, convincendo i malati a lasciar perdere.

Rivendico Gjadër: 74,2 milioni di contratti per i centri in Albania, 400 posti a oltre 153mila euro l’uno, quando gli stessi posti a Porto Empedocle ne costavano 21mila. Nelle carceri a fine luglio c’erano 64.741 persone dentro 46.343 posti veri, affollamento al 139,7 per cento e 38 suicidi in sette mesi: la nostra idea di certezza della pena. Il 23 marzo vi ho chiesto di votare sì alla riforma della giustizia e il 53,74 per cento ha votato no. Grazie lo stesso».

Questo è il discorso che ieri sera al porto non avete sentito da Giorgia Meloni ma è l’unico che si potrebbe leggere con onestà intellettuale, perché sono gli stessi quattro anni e le stesse fonti. Cambia soltanto la pagina da cui si copiano i numeri. Ieri mattina la presidente del Consiglio ha scritto che “la stabilità non è un record da esibire”. Ha ragione lei e infatti quello che ha esibito ieri davanti alle persone e a un corridoio di luminarie è l’unica cosa che le è riuscita per intero in 1.413 giorni, cioè il tempo. Ma con quello non si mangia, non si lavora, non si sopravvive.

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Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

«Buonasera, Bari. Sono 1.413 giorni che governiamo e nessuno prima di noi ha resistito tanto, e siccome un record va onorato per intero stasera vi leggo l’altra metà dell’opuscolo, quella rimasta fuori dalle 28 pagine dove stanno soltanto i record che ci piacciono.

Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

Partiamo dal lavoro, che è la nostra bandiera: occupati ai massimi storici e disoccupazione ai minimi, e stipendi reali più bassi del 6,1 per cento rispetto al 2021, il record peggiore fra le grandi economie dell’Ocse, che l’ha tradotto in venti giornate di lavoro gratis all’anno per ogni italiano. Abbiamo messo l’Italia al lavoro e poi l’abbiamo pagata meno, e anche questo è un record. Sulle tasse abbiamo restituito 21 miliardi agli italiani, sta scritto nell’opuscolo, e negli stessi anni la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento del Pil nel 2025, dal 41,7 del 2022.

Restituiamo con una mano e incassiamo con l’altra, e lo scrive l’Istat, mica l’opposizione. Rivendico la povertà assoluta: 5,7 milioni di persone e 1,28 milioni di minori, l’incidenza più alta dal 2014. Rivendico la sanità, dove nel 2024 hanno rinunciato a curarsi 5,8 milioni di italiani contro i 4,5 milioni dell’anno prima, perché le liste d’attesa si accorciano anche così, convincendo i malati a lasciar perdere.

Rivendico Gjadër: 74,2 milioni di contratti per i centri in Albania, 400 posti a oltre 153mila euro l’uno, quando gli stessi posti a Porto Empedocle ne costavano 21mila. Nelle carceri a fine luglio c’erano 64.741 persone dentro 46.343 posti veri, affollamento al 139,7 per cento e 38 suicidi in sette mesi: la nostra idea di certezza della pena. Il 23 marzo vi ho chiesto di votare sì alla riforma della giustizia e il 53,74 per cento ha votato no. Grazie lo stesso».

Questo è il discorso che ieri sera al porto non avete sentito da Giorgia Meloni ma è l’unico che si potrebbe leggere con onestà intellettuale, perché sono gli stessi quattro anni e le stesse fonti. Cambia soltanto la pagina da cui si copiano i numeri. Ieri mattina la presidente del Consiglio ha scritto che “la stabilità non è un record da esibire”. Ha ragione lei e infatti quello che ha esibito ieri davanti alle persone e a un corridoio di luminarie è l’unica cosa che le è riuscita per intero in 1.413 giorni, cioè il tempo. Ma con quello non si mangia, non si lavora, non si sopravvive.

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Vannacci, il partito con le divise dentro

Si sorprende solo chi non ha mai aperto un libro di storia: dopo l’esposto del Sindacato dei Militari di Luca Marco Comellini, la Procura militare di Roma ha aperto accertamenti preliminari sui militari in servizio che siedono nella struttura di Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci. Il procuratore Marco De Paolis cerca “fatti di propria stretta competenza”.

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Quattro anni di governo Meloni, tra promesse e fatti: ecco il bilancio del record di longevità dell’esecutivo

Rimettiamo in fila tutto. Cinque milioni e ottocentomila persone hanno rinunciato a visite ed esami in un anno, e la Fondazione Gimbe ha rimesso quel numero in fila con gli altri due giorni fa, alla vigilia della legge di bilancio: spesa sanitaria pubblica al 6,2 per cento del Pil nel 2025, ultima fra i paesi del G7, con un divario dalla media europea che Gimbe quantifica in 36,1 miliardi. Oggi al porto di Bari Fratelli d’Italia festeggia il record del governo più longevo della storia repubblicana, e la festa l’ha annunciata Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute e coordinatore regionale del partito. Il governo ha giurato il 22 ottobre 2022 e il 31 agosto ha scavalcato il secondo governo Berlusconi. Il record c’è. Il resto va contato.

Il lavoro che cresce e la busta paga che scende

Il dossier di ventotto pagine con cui il partito ha preparato la serata parte dal lavoro, e sul lavoro ha numeri veri: 24,37 milioni di occupati a luglio 2026, un milione in più rispetto al novembre 2022, con i contratti a tempo indeterminato saliti da 15,25 a 16,58 milioni. Poi c’è quello che di quel lavoro arriva a casa. L’Employment Outlook 2026 dell’Ocse misura i salari reali italiani 6,1 punti sotto il livello del primo trimestre 2021, il risultato peggiore fra le grandi economie dell’organizzazione, e per l’anno in corso prevede un ulteriore arretramento dello 0,9 per cento. Si lavora di più e si compra di meno. L’Istat conta 5,7 milioni di persone in povertà assoluta e 1,28 milioni di minori, il valore più alto dal 2014, mentre l’Inail ha chiuso il 2025 con 1.093 denunce di infortunio mortale, tre più dell’anno prima e cinquantadue più del 2023, e con 98.463 malattie professionali, l’11,3 per cento in più. Un mercato del lavoro che assume e impoverisce nello stesso trimestre.

Quello che era stato promesso, quello che è stato speso

Sui conti pubblici il governo rivendica il deficit sceso dall’8,1 per cento del 2022 al 3,1 del 2025, e quel dato gli appartiene. Sulla crescita la Commissione europea ferma l’Italia allo 0,5 per cento nel 2026, con il debito che risale al 139,2 per cento del Pil nel 2027. Il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza che di quella crescita doveva essere il motore, è arrivato alla scadenza del 30 giugno con i progetti conclusi al 36,7 per cento, quota che crolla al 6,2 se misurata in valore finanziario, e con 24,2 miliardi di spesa destinati a slittare oltre il 2026 secondo la Corte dei conti. Le accise che andavano abolite sono state riallineate al rialzo sul gasolio. La flat tax fino a centomila euro è sparita dai testi, la legge Fornero è ancora dov’era, e dal 2027 l’età pensionabile sale ancora, perché l’adeguamento alla speranza di vita è rimasto in vigore.

Anche la contabilità dell’Albania ha smesso di tornare. Al 14 luglio 2026 nel centro di Gjadër risultavano trasferiti 685 cittadini stranieri e rimpatriati 101, meno di uno su sei, in un progetto che il Tavolo Asilo e Immigrazione, sulla stima del governo, quantifica in oltre 670 milioni fino al 2028. La spesa militare del 2026 tocca intanto il record di 33,9 miliardi, e Mil€x calcola in 498 miliardi l’aumento necessario per arrivare al 5 per cento del Pil nel 2035. Alla sanità ne mancano trentasei. Alle armi ne sono stati messi in conto cinquecento. Il blocco navale è rimasto dov’era, nei comizi.

Lo Stato di diritto, capitolo a parte

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale della giustizia con il 53,7 per cento di No e un’affluenza del 58,9 per cento, e nelle quarantotto ore successive hanno lasciato il governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e la ministra del Turismo Daniela Santanchè, quarto e quinto membro dell’esecutivo a dimettersi in quattro anni dopo Vittorio Sgarbi, Augusta Montaruli e Gennaro Sangiuliano. Sul caso Almasri il Tribunale dei ministri di Roma aveva scritto nelle carte riprese da Adnkronos che Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano avevano “scientemente e volontariamente aiutato” il generale libico a sottrarsi alla Corte penale internazionale. Il 9 ottobre 2025 la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere. Processo finito prima che cominciasse.

Da fuori, dove il record conta meno, il conto è stato fatto lo stesso. Sulla legge sicurezza del 2025 e sul decreto del febbraio 2026 sono intervenuti l’Odihr dell’Osce, la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e sei relatori speciali delle Nazioni Unite, e Amnesty International li ha rimessi in fila il 30 giugno. Come ricorda la Fondazione Gimbe, il 10 luglio il Consiglio dell’Unione europea ha raccomandato all’Italia di garantire un accesso più tempestivo a cure economicamente sostenibili e di colmare la carenza di personale sanitario. Reporter senza frontiere ha fatto scivolare l’Italia dal 49° al 56° posto su centottanta nell’indice del 30 aprile. Il 2 maggio Meloni aveva scritto che il primato di longevità “non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani”. Quattro mesi dopo la festa si fa al porto, e a organizzarla è proprio il sottosegretario alla Salute che si sta sgretolando.

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Emigrazione forzata da Gaza, Katz congela il Piano

«Lo ha congelato»: Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha scelto questo verbo il 2 settembre, a una conferenza di Ynet e Yedioth Ahronoth, per dire che fine ha fatto il piano di emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza. Congelare è un modo di conservare.

La Direzione per le migrazioni del ministero della Difesa esiste dal febbraio 2025, istituita dopo la proposta di Donald Trump di trasferire altrove gli abitanti della Striscia, e secondo il suo ministro è pronta a far uscire i palestinesi «via mare, via aria» e con ogni mezzo utile, salvo che l’Egitto rifiuta il transito dal proprio territorio e i Paesi disposti ad accoglierli aspettano l’appoggio di Washington. Katz sostiene che «l’80 per cento vuole emigrare», sulla base di sondaggi mai pubblicati. E mette in conto il momento in cui quell’ufficio tornerà operativo. Quando sarà chiaro che Hamas viene meno agli impegni, dice, arriverà il via libera per procedere militarmente e territorialmente.

Nelle stesse ore Benjamin Netanyahu, in visita a un avamposto dell’Idf a ridosso della Linea Gialla, ripeteva che l’esercito israeliano controlla il 60 per cento della Striscia e che da lì nessuno si ritira finché Hamas resta armato. Il cessate il fuoco di ottobre 2025 ne assegnava il 53. Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale elenca fra i crimini la deportazione o il trasferimento forzato di una popolazione civile. Il ministro parla in campagna elettorale, e si vota il 27 ottobre.

L’accordo che Katz dice congelato porta la firma del suo governo, e al punto 12 è scritto: “Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza… Incoraggeremo le persone a restare e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore”. Undici mesi dopo l’ufficio incaricato di svuotarla ha ancora le luci accese.

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Caro scuola, stangata da 1.478 euro per un figlio in prima superiore. E intanto il bonus libri è ancora fermo

Tenetevi forte, 1.478,75 euro: tanto costa quest’anno mandare un figlio in prima superiore, secondo l’Osservatorio nazionale Federconsumatori, ed è la somma di 805,15 euro per libri di testo e quattro dizionari e di 673,60 euro di corredo e ricambi. Il corredo cresce del 2,3 per cento sul 2025, i testi delle superiori calano dello 0,5, il totale sale lo stesso, e se serve il computer che la scuola dà per scontato si aggiungono 421 euro di dispositivi.

Poi c’è la serie storica dello stesso osservatorio, che è molto più chiara di una fotografia. Nel 2023 la stessa prima superiore costava 1.302,60 euro, nel 2024 era salita a 1.362,30, nel 2025 a 1.467,10: fanno 176 euro in tre anni su una spesa che nessuna famiglia può rinviare, perché i testi li adotta il collegio dei docenti e la lista arriva già chiusa. Il solo corredo è passato dai 606,80 euro del 2023 ai 673,60 di oggi, undici per cento, mentre il ministero aggiorna i tetti all’1,5 di inflazione programmata. Chi compra lo zaino quel numero non lo vede.

Scuola, il fondo che c’è e non arriva

La legge di bilancio 2026, la 199 del 2025, al comma 518 ha istituito un fondo da 20 milioni l’anno presso il Ministero dell’interno, da ripartire fra i comuni per i libri delle superiori alle famiglie con Isee fino a 30.000 euro. Serve un decreto di Interno, Istruzione ed Economia che ne fissi criteri e riparto, e a otto mesi dall’entrata in vigore quel decreto non è firmato, mentre le lezioni ricominciano e le famiglie i libri li hanno già comprati.

Il comma successivo, il 519, stanzia altri 20 milioni con la stessa soglia Isee per chi iscrive i figli alla scuola paritaria, fino a 1.500 euro a studente. Quel comma il decreto ce l’ha, il 140 del 14 luglio, l’avviso è uscito il 31 luglio e le domande si chiudono il 21 settembre. Stessa manovra, stessa cifra, due commi consecutivi: uno operativo prima di agosto, l’altro fermo. La priorità sta tutta nell’ordine con cui si firmano le carte.

C’è pure la detrazione, valutata e mai arrivata. Nel settembre 2025 il Forum delle associazioni familiari registrava la disponibilità del governo a esaminare le detrazioni scolastiche, poi il Consiglio dei ministri ha varato la manovra senza, dall’Associazione italiana editori è arrivato un «siamo fortemente delusi». Si detraggono mensa, trasporti e gite, mentre la spesa che lo Stato rende obbligatoria resta intera a chi la sostiene.

I tetti pensati per essere superati

Il decreto ministeriale 51 del 26 marzo 2026 fissa i tetti della dotazione libraria, 303 euro per la prima media, ridotti del 10 per cento sul misto e del 30 sul digitale, e ammette incrementi fino al 20 per cento purché il collegio dei docenti deliberi e motivi. Un tetto che prevede una deroga di un quinto è un tetto che il ministero ha già messo in conto di veder superare.

L’Antitrust ha chiuso il 12 gennaio 2026 l’indagine conoscitiva IC57: il nuovo vale circa 800 milioni l’anno, l’usato 150, lo sconto in libreria è fermo per legge al 15 per cento, e oltre il 95 per cento delle classi adotta il misto mentre risulta attivo appena il 16 per cento delle licenze digitali. Le famiglie pagano un digitale che resta lì. L’Autorità ha spedito al ministero una segnalazione formale, ed era gennaio.

Resta il fai da te delle regioni. Il buono del Veneto, previsto dall’articolo 27 della legge 448 del 1998, si ferma da anni a 200 euro per la fascia Isee più bassa. Duecento euro su millequattrocentosettantotto. L’Istat per il 2024 ha misurato una spesa in istruzione pari al 4 per cento del Pil contro il 4,8 della media europea. Il fondo statale sui libri esiste da otto mesi dentro una riga di bilancio e in nessun comune d’Italia. Alle paritarie, invece, il modulo è già online.

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4.217 fuori casa, 157 rientrati: Pozzuoli un mese dopo

Le emergenze italiane durano giusto il sospiro dell’attenzione che le circonda. Poi quando la diretta smonta il collegamento il terremoto risulta finito. Ai Campi Flegrei no. Ieri al tavolo della prefettura di Napoli il Comune di Pozzuoli ha aggiornato la conta che non fa notizia: 4.217 persone fuori casa per ordinanza di sgombero, 157 rientrate in un mese dopo la scossa del 31 luglio, magnitudo 4.

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