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Vietato parlare di genocidio, la crociata di Trump non risparmia neppure le parole

ll 6 febbraio 2025, con l’ordine esecutivo 14203, Donald Trump ha inaugurato una stagione nuova e pericolosa: dichiarare «minaccia alla sicurezza nazionale» ogni tentativo della Corte penale internazionale di indagare cittadini statunitensi o israeliani. È la formula che consente di colpire chiunque trasformi Gaza in un fatto giuridico.

A giugno sono stati sanzionati quattro giudici della Corte dell’Aia, a luglio la relatrice speciale Onu Francesca Albanese, accusata di «lawfare» contro Israele, in agosto un nuovo pacchetto ha colpito procuratori e giuristi. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di attacco senza precedenti all’indipendenza della giustizia internazionale. Intorno a Washington nasce un lessico nuovo: anti-lawfare strategy. Applicare la Convenzione sul genocidio diventa un gesto sospetto, e difendere il diritto universale a essere giudicati secondo la legge appare come un atto ostile.

Dal tribunale ai testimoni: il caso Lemkin

Nel mirino ora c’è il Lemkin Institute for Genocide Prevention, fra i primi a qualificare come genocidio le condotte israeliane a Gaza. Il 14 ottobre 2025 l’istituto ha denunciato una campagna di delegittimazione partita da un editoriale di Fox News che lo accusava di «sostenere Hamas». Da allora le minacce si sono moltiplicate, insieme ai tentativi di de-platforming e alle pressioni sui donatori.

Non esistono ancora provvedimenti ufficiali, ma il segnale politico è chiaro: chi applica il linguaggio del diritto internazionale rischia di essere trattato come un nemico. Alcuni familiari di Raphael Lemkin, il giurista che coniò il termine “genocidio”, hanno avviato un’azione legale per impedirne l’uso del nome, sostenendo una “distorsione della memoria”. Intanto il Dipartimento di Stato ha annunciato che anche le ONG straniere «direttamente impegnate» nel “targeting illegittimo di Israele” potranno essere sanzionate. Nessun elenco, nessun decreto: basta l’annuncio a produrre un effetto gelo tra università, centri di ricerca e fondazioni.

L’istituto, nato per monitorare i segnali di genocidio nel mondo, vede oggi sospesi alcuni finanziamenti privati. Le sue pagine sono state oscurate per ore da attacchi informatici. Un mese fa la direttrice Sara Cobb ha parlato di «clima d’intimidazione senza precedenti». E chi lavora a Washington lo conferma: bastano una parola o un report per essere schedati come “filo-terroristi”. Nel frattempo cresce l’attenzione sulle liste sanzionatorie dell’OFAC e sulle note del Dipartimento di Stato: finché il nome non compare lì, la guerra è soprattutto reputazionale. Ma è proprio questa la leva che incide su inviti accademici, bandi, sponsorizzazioni. Università e think tank si cautelano: convegni rinviati, panel “ribilanciati”, abstracts accettati e poi respinti. È il chilling effect che trasforma la prudenza in autocensura.

Zittire la legalità internazionale

Nel suo ultimo rapporto alle Nazioni Unite, Francesca Albanese ha parlato di «pressione sistemica per silenziare la legalità internazionale». La catena è visibile: prima si colpiscono i giudici, poi i funzionari Onu, infine chi elabora gli strumenti giuridici. La forza non si limita più a violare il diritto: prova a ridefinirlo.

È il rovesciamento della promessa del diritto internazionale. Dove il diritto limitava la forza, ora la forza pretende di limitare il diritto. L’ordine esecutivo 14203 non punisce i crimini, punisce chi li nomina. E il caso del Lemkin Institute mostra che l’offensiva non si ferma ai tribunali, ma scende nel terreno più profondo: la costruzione del linguaggio giuridico.

A un anno dall’assedio di Gaza, l’America trumpiana allarga il perimetro del nemico: non più solo i combattenti, non più solo i giudici, anche i testimoni. La cartina di tornasole sarà se e quando il nome del Lemkin Institute entrerà in un atto amministrativo. Fino ad allora, l’obiettivo resta evidente: rendere costoso nominare i crimini. È qui che si misura la tenuta dell’idea di giustizia universale — nelle parole che resistono, nei luoghi che ancora le ospitano, nella responsabilità di chiamare le cose col loro nome.

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Sette aggressioni neofasciste in un mese: l’ottobre “nero” smentisce la retorica di Giorgia Meloni sulla “violenza della sinistra”

A metà settembre, dal palco della convention di Vox a Madrid, Giorgia Meloni aveva detto che «la violenza è a sinistra». Un refrain ripetuto anche in Italia, dove la premier accusava l’opposizione di “minimizzare l’odio politico”. Un mese dopo, la cronaca le ha risposto da sola: ottobre 2025 è diventato l’elenco più fitto di aggressioni neofasciste degli ultimi anni.

La sequenza delle aggressioni

Il 5 ottobre, nel quartiere Esquilino di Roma, una trentina di uomini con caschi e bastoni irrompe in un bar frequentato da manifestanti appena usciti da un corteo per la Palestina. «Boia chi molla», gridano, picchiano e si dileguano. Pochi giorni dopo, durante un sit-in “Luci per la Palestina”, un medico dello Spallanzani viene colpito alla testa. La Digos definisce entrambi gli episodi «riconducibili a circuiti dell’estrema destra capitolina». Il 6 ottobre, nella stessa zona, un pub in via Leopardi è devastato da un gruppo organizzato: vetri in frantumi, arredi distrutti, scritte fasciste sui muri.

Il 18 ottobre, la violenza si sposta a Cesena. Due ragazzi, uno albanese e uno marocchino, vengono presi a calci e pugni da una quarantina di persone identificate dagli inquirenti come appartenenti a gruppi neofascisti locali. L’aggressione dura pochi minuti ma lascia i due feriti a terra, davanti a decine di testimoni.

Due giorni dopo, a Rieti, un episodio ancora più grave: il secondo autista del pullman degli ultras della squadra ospite viene ucciso, dopo tensioni sugli spalti tra le due tifoserie, con un sasso lanciato contro l’autobus in corsa sulla via del rientro. Alcuni degli arrestati, accusati di omicidio volontario, risultano legati ad ambienti dell’estrema destra.

Simboli, bersagli e silenzi

Il 25 ottobre, a Roma, il giornalista Alessandro Sahebi viene aggredito in via Merulana mentre cammina con la compagna e il figlio di sei mesi. «Volevano che mi togliessi la felpa con scritto “azione antifascista”», racconta. Lunedì successivo presenta denuncia. L’episodio provoca indignazione tra le associazioni stampa, ma nessuna parola dal governo.

Il giorno dopo, a Genova, una quarantina di uomini con caschi e spranghe entra nel liceo “Leonardo da Vinci”, occupato dagli studenti. Spaccano vetri, imbrattano muri con svastiche e gridano «viva il Duce». Gli investigatori parlano di una spedizione punitiva contro un’occupazione pro-Palestina. È il settimo episodio violento in meno di trenta giorni.

La mappa di ottobre disegna un Paese in cui la violenza politica ha una matrice riconoscibile. Le vittime sono manifestanti, studenti, giornalisti, cittadini stranieri. Gli aggressori agiscono in gruppo, spesso a volto coperto, lasciando dietro di sé un linguaggio preciso: simboli fascisti, slogan, saluti romani. Un repertorio che appartiene a un solo lato della storia.

La distanza tra la retorica e i fatti

Mentre la premier insiste nel rappresentare la sinistra come fonte dell’intolleranza, l’Italia si confronta con una realtà opposta. Le aggressioni non avvengono ai margini ma nei centri urbani, davanti a testimoni, in contesti di impegno civile. Il silenzio politico che le accompagna — nessuna condanna netta, nessun piano di contrasto — finisce per normalizzare una presenza che non è più solo nostalgica.

Ottobre 2025 è stato un mese di nomi, feriti e simboli. E nel racconto di chi lo ha vissuto, l’unico tratto comune è la certezza di essere stati scelti come bersaglio per ciò che rappresentano: antifascisti, palestinesi, stranieri, giornalisti. Tutto il contrario di quella “violenza della sinistra” evocata da Palazzo Chigi.

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L’interruttore della tregua in mano a Israele

A Gaza la tregua è diventata un interruttore. Israele la spegne, la riaccende, la sospende, la rinomina. Stanotte, mentre il governo annunciava la “ripresa” del cessate il fuoco, i raid avevano già ucciso più di cento persone, tra cui trentacinque bambini. Poi, alle nove del mattino, la tregua è tornata in vigore. Così dicono i comunicati. Ma i corpi non hanno avuto il tempo di essere contati.

La giustificazione è sempre la stessa: «Hamas ha violato l’accordo». Un soldato israeliano ucciso a Rafah, un frammento di verità sufficiente a far ripartire i bombardamenti. Poi, quando la polvere si posa, la stessa autorità militare comunica che la tregua è ripristinata. È la pace a orologeria, con un dito solo sul pulsante.

Il premier Benjamin Netanyahu guida un governo che decide unilateralmente cosa significhi “cessate il fuoco”, mentre resta formalmente ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra. Eppure gli Stati Uniti parlano ancora di «diritto alla difesa». Il linguaggio resta sempre lo stesso: amministrare la guerra fingendo la tregua.

Nelle ultime ventiquattr’ore sono morte oltre cento persone, ventiquattro solo bambini, in quello che Israele chiama “azione lecita”. Gli ospedali di Gaza — già distrutti, senza corrente, senza farmaci — continuano a ricevere resti umani.

Ogni volta che il governo israeliano proclama la fine dei raid, lo fa per poche ore, giusto il tempo di rivendicare la calma. Poi ricomincia. E allora ci si chiede cosa resti della parola “accordo”, se un esercito può accenderla e spegnerla come un faro. A Gaza la tregua non è un patto: è un privilegio concesso e revocato da chi bombarda.

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Perché in Italia ci sono così pochi laureati e le politiche non hanno funzionato

Nel 2025, mentre il dibattito pubblico si divide su tutto, i numeri sull’istruzione restano muti e implacabili. Lorenzo Ruffino, analista di dati, ha ricordato che tra i giovani italiani di 25–34 anni solo il 32% possiede una laurea, contro il 44% della media europea. Un divario che ci colloca al penultimo posto in Europa, appena sopra la Romania. Ma l’aspetto più grave, scrive Ruffino, è che nessuna regione italiana è oggi vicina all’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2030: il 45% di laureati. Lazio ed Emilia-Romagna sfiorano il 37%, Sicilia e Puglia non raggiungono il 25%. È una geografia della rinuncia, più che del ritardo.

Le radici di un dislivello sociale

Il sistema universitario italiano è cresciuto negli ultimi trent’anni — dal 8% di laureati tra i trentenni nel 1993 al 32% attuale — ma la disuguaglianza resta strutturale. Chi nasce nel Mezzogiorno ha meno probabilità di arrivare alla laurea, e chi proviene da famiglie con basso titolo di studio difficilmente rompe il ciclo. Le politiche di orientamento introdotte dal Pnrr — con moduli obbligatori già nelle scuole superiori — cercano di colmare il divario di partenza, ma senza un reale sostegno economico l’effetto resta modesto.

La laurea continua a essere percepita come un investimento incerto. In un’economia che domanda ancora lavoro a bassa qualifica, il “premio salariale” per i laureati non basta a invertire la tendenza. E il costo della vita universitaria pesa più delle tasse. Le rette, pur calmierate dalla no-tax area introdotta nel 2017 e ampliata nel 2020, restano alte per chi supera i 22mila euro di Isee. Ma il vero ostacolo, osservano gli studi ministeriali, è l’alloggio: 447mila fuorisede per poco più di 54mila posti letto disponibili. Il Pnrr promette 60mila nuovi posti entro il 2026, ma la Corte dei conti ha già segnalato ritardi e appalti bloccati.

Le misure che non bastano

L’aumento delle borse di studio è stato uno dei pochi interventi concreti: nell’anno accademico 2023/24 l’importo per i fuorisede è salito a 6.656 euro, e gli “idonei non beneficiari” si sono ridotti al 2,3%. Un progresso reale, ma insufficiente: l’inflazione degli affitti universitari ha annullato parte del beneficio.

Intanto i tassi di abbandono restano alti. Secondo l’Anvur, il 14,5% degli studenti lascia l’università tra il primo e il secondo anno; dopo tre anni, uno su cinque ha abbandonato. È un’emorragia silenziosa, che non appare nelle statistiche europee ma spiega perché il numero di laureati cresca così lentamente.

Eppure chi si laurea lavora. Il rapporto AlmaLaurea 2025 mostra che il 90% dei laureati triennali trova impiego entro tre anni, e il 93% entro cinque. Il problema, come scrive Ruffino, è che «l’Italia continua a non produrre abbastanza laureati per la sua stessa modernizzazione». È un Paese che si lamenta della bassa produttività, ma non investe abbastanza nell’istruzione che la renderebbe possibile.

Il circolo vizioso del disinteresse

Da anni le riforme inseguono i sintomi senza curare la malattia: si aggiungono corsi professionalizzanti, si riformano gli ITS, si sperimentano nuovi orientamenti, ma non si agisce sulle condizioni materiali che rendono possibile studiare. L’università resta un privilegio di chi può permettersi il tempo e il luogo per farlo.

Ruffino non scrive con toni moralistici, ma la sua fotografia è politica: il deficit di laureati non è un difetto di cultura, è un effetto della disuguaglianza. E senza un investimento stabile in borse, alloggi e didattica di qualità, l’Italia continuerà a formare una classe dirigente piccola e omogenea, incapace di rappresentare la società che pretende di guidare.

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Riforma della caccia in Manovra, 55 associazioni animaliste e ambientaliste chiedono a Mattarella di fermarla

Caccia… alla riforma. Cinquantacinque sigle ambientaliste e animaliste firmano una lettera urgente al Quirinale. L’accusa è netta: il governo e la sua maggioranza starebbero tentando di introdurre nella legge di Bilancio gli stralci del disegno di legge AS 1552, la proposta che allenta i vincoli della 157/1992 sulla tutela della fauna e l’attività venatoria. L’operazione, definita «clamorosa e gravissima», sposterebbe la discussione dalla sede naturale del Parlamento a un veicolo finanziario, comprimendo il confronto pubblico e i passaggi istruttori.

Nel merito, gli emendamenti puntano a legalizzare la caccia durante la migrazione preriproduttiva e a riaprire la cattura dei piccoli uccelli selvatici per l’uso come richiami vivi. È il nervo scoperto della normativa europea: la Direttiva Uccelli tutela in modo rafforzato i periodi migratori e consente deroghe solo se motivate, proporzionate e selettive. Su questi punti l’Italia ha già conosciuto procedure d’infrazione e condanne della Corte di giustizia. Tornarci sopra significherebbe riproporre il medesimo contenzioso, con danni di immagine e costi potenziali per l’erario.

55 associazioni chiedono a Mattarella di intervenire sulla riforma della caccia

La mobilitazione è ampia e trasversale. Fra i firmatari compaiono WWF, Greenpeace, LAV, ENPA, Lipu, Pro Natura, Marevivo, Oipa, Mountain Wilderness, Rewilding Apennines, ISDE e molte realtà scientifiche e civiche. Un fronte che non si limita a rivendicare la protezione della fauna: chiede trasparenza delle regole, responsabilità istituzionale, coerenza con gli impegni europei. In controluce c’è l’idea di Paese che si vuole riconoscere nella riforma: se un principio delicato come la tutela della biodiversità può essere ritoccato a colpi di emendamenti nella manovra, nessun argine appare davvero solido.

Il precedente pesa. Nella manovra 2023, la stessa maggioranza inserì modifiche alla disciplina venatoria: da lì partì la procedura di infrazione INFR(2023)2187. Le associazioni lo ricordano per marcare il punto: non si tratta di un dibattito ideologico ma di un fascicolo già aperto a Bruxelles. E se la nuova forzatura includesse periodi e pratiche vietati, l’Italia si presenterebbe con un’aggravante.

Sul terreno sociale la scena è più sfumata. Il mondo agricolo denuncia danni crescenti da fauna, in particolare dai cinghiali, e chiede interventi rapidi. I cacciatori reclamano «gestione» contro «proibizionismo». Ma la lettera non nega il problema: contesta che lo si affronti con scorciatoie e riaperture generalizzate su specie migratrici protette, invece che con strumenti mirati e dentro cornici legali stabili. È la differenza tra intervenire e sdoganare.

La forma delle leggi e il ruolo del Colle

L’altro nodo è il metodo. Le associazioni parlano di «espediente» per l’approvazione, perché la legge di Bilancio, per definizione, dovrebbe trattare materie economico-finanziarie. L’inserimento di norme venatorie non connesse alla manovra espone a un giudizio di estraneità di materia e, più in generale, altera l’equilibrio tra governo e Parlamento. Non è un sofisma regolamentare: la forma è contenuto quando disegna il perimetro della decisione pubblica.

Il richiamo alla Costituzione è esplicito. Con la riforma del 2022, l’articolo 9 ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi fra i principi fondamentali. Significa che il legislatore deve misurare ogni intervento con un livello di scrupolo più alto, non abbassarlo per via amministrativa. Qui la controversia assume un profilo istituzionale: non si discute solo se e quanto si possa cacciare, ma se il governo possa usare il bilancio per riscrivere, a latere, pezzi di una legge di sistema.

Alla fine la palla arriva al Quirinale. Gli estensori della lettera chiedono a Sergio Mattarella di esercitare il ruolo di garante: «fare quanto in suo potere per dissuadere» la maggioranza dal procedere. È un invito a fermare una deriva, prima che si traduca in norme approvate all’ultimo comma dell’ultima notte. Se la politica scegliesse comunque la via breve, resterebbero gli strumenti di controllo successivi: l’ammissibilità degli emendamenti, il vaglio di costituzionalità, il contenzioso europeo. Ma sarebbe già un arretramento della qualità democratica.

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A Gaza la finta tregua è finita

Israele non riesce nemmeno a fingere una pace finta. La tregua che doveva segnare la “normalità” dopo mesi di genocidio è saltata al primo pretesto. Nella notte le bombe sono tornate su Jenin e Rafah, e la Cisgiordania è teatro di rastrellamenti: tre palestinesi uccisi, case sventrate, arresti a decine. I ministri Ben Gvir e Smotrich invocano di «distruggere Hamas», l’ex premier Bennett applaude. Netanyahu, stretto fra i falchi, riunisce il gabinetto di sicurezza: la pace serve solo a prendere tempo, non a cambiare rotta.

Il patriarca Pizzaballa avverte che «con i leader di oggi la pace non ha futuro». Intanto i leader restano. Gaza vive nell’emergenza: oltre 70mila malati di epatite C, ospedali senza anestetici, corridoi che diventano obitori, bambini evacuati in Europa come trofei umanitari di una guerra che si ostina a chiamarsi tregua.

Gerusalemme revoca lo stato d’emergenza per mostrare normalità, ma normalità è il rumore delle bombe, i checkpoint riaperti, le incursioni a Jenin, le granate al confine libanese, l’Egitto che spedisce camion di aiuti che restano fermi ai valichi.

La verità è semplice: non c’è volontà politica di pace, c’è gestione del conflitto. Lessico bellico, contabilità dei cadaveri, propaganda che si traveste da diplomazia. La tregua era la pausa della menzogna. Oggi il copione ricomincia da capo: stessi attori, stesso finale sospeso. Fino alla prossima sirena, finché qualcuno scambierà per pace l’istante tra due esplosioni. E noi, qui, dobbiamo nominarlo senza giri di parole: punizione collettiva, occupazione, apartheid. Finché il diritto non varrà anche a Gaza, ogni tavolo negoziale sarà un set fotografico. E ogni bambino salvato, un promemoria dei molti lasciati indietro. Le sirene non tacciono. Ancora.

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Difesa sì, difesi mai

L’Italia si arma in silenzio, ma con disciplina contabile. Secondo l’Osservatorio Mil€x, la spesa militare “pura” salirà nel 2026 a 33,9 miliardi di euro: un miliardo in più in un solo anno. Non è un’urgenza, è una scelta politica. Il governo che taglia fondi a ospedali e scuole trova sempre un bilione in più per le armi.

Nel 2017 il bilancio della Difesa era di 19,7 miliardi. Oggi, sotto la direzione di Guido Crosetto, è cresciuto del 63%. Nel solo 2026 oltre 13 miliardi andranno in nuovi sistemi d’arma: droni, fregate, F-35, missili, progetti di “innovazione” che somigliano a un gigantesco sussidio alle industrie del settore. Il personale operativo costerà 12,3 miliardi, le pensioni 4,5, le missioni all’estero 1,18.

E non è finita. Mil€x ricorda che nel Documento di programmazione pluriennale sono già pronti altri 23 miliardi da attivare appena Bruxelles chiuderà la procedura per deficit eccessivo. Tradotto: austerità per i cittadini, ma nessun limite per i generali. La “difesa europea” diventa il paravento perfetto di un riarmo senza dibattito.

Il governo parla di sobrietà, ma la sobrietà vale solo per gli altri. Il rapporto spesa militare/Pil resta all’1,46%, ma solo perché le spese indirette – basi Nato, cybersecurity, fondi Ue – vengono lasciate fuori dal conteggio. Il trucco è antico: basta cambiare etichetta per far sparire le cifre.

Così il bilancio dello Stato diventa un arsenale a cielo aperto, lucido e in ordine. Le guerre si programmano come i piani di investimento, e l’unica certezza è che in Italia l’efficienza pubblica funziona solo quando si tratta di comprare armi. Tutto il resto può attendere.

Buon mercoledì.  

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Ambiente, tutte le scelte del governo contro la transizione ecologica

Nella Sala della Regina di Montecitorio, durante la presentazione del “Rapporto europeo 2025 sull’ambiente” e del nuovo “Stato dell’Ambiente” dell’Ispra, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di «progressi significativi» e di una «bussola chiamata scienza». Nel videomessaggio ha rivendicato la riduzione dei gas serra, un’aria più pulita e una politica “razionale” che avrebbe restituito equilibrio tra sviluppo e tutela. Ma i dati che cita, e quelli che tace, raccontano un’altra storia: un Paese che avanza di un passo mentre l’Europa ne fa tre, e che in quasi tutte le sedi internazionali ha scelto la via dell’arretramento.

Il nuovo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente riconosce una riduzione media delle emissioni nell’Ue, ma avverte che «solo due obiettivi su ventidue» sono sulla buona strada per il 2030. In Italia, spiega Ispra, le emissioni 2023 sono calate del 26% rispetto al 1990, ma il ritmo resta insufficiente. I trasporti e il riscaldamento civile restano fuori controllo, il consumo di suolo cresce, le risorse idriche si riducono. È un miglioramento di inerzia, non il frutto di una strategia.

L’Italia che vota contro

Mentre il ministro parla di “scienza come guida”, la diplomazia italiana è diventata il freno ecologico d’Europa. A giugno 2024 l’Italia è stata tra i pochi Paesi a votare contro la Legge europea sul ripristino della natura, che impone il recupero del 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030. Pochi mesi prima aveva fatto altrettanto sulla direttiva Case Green, opponendosi ai limiti sulle emissioni degli edifici e alla riqualificazione energetica obbligatoria.

Sul fronte industriale, Roma ha guidato la resistenza contro lo standard Euro 7, ottenendo un regolamento più debole grazie all’alleanza con Polonia e Ungheria. Ha chiesto di riaprire la partita dello stop ai motori termici nel 2035, sostenendo i biocarburanti come “soluzione nazionale”. Ha infine votato a favore del rinnovo del glifosato per altri dieci anni, ignorando le raccomandazioni del Parlamento europeo e dell’Oms.

Scelte interne: la natura come ostacolo

Sul piano nazionale, la coerenza non migliora. Il governo ha riaperto le trivellazioni in Adriatico con il decreto “Aiuti-quater” e ha inserito la costruzione del Ponte sullo Stretto tra le opere di “pubblica utilità”, esentandolo dalle valutazioni ambientali ordinarie. La Plastic tax, pensata per ridurre gli imballaggi monouso, è stata rinviata ancora una volta, al 2026. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel 2024, resta privo di fondi: un elenco di buone intenzioni senza bilancio.

Sul fronte della biodiversità, la bozza di riforma della caccia prevede l’allargamento dei periodi venatori e l’uso dei richiami vivi, mentre l’Ispra certifica un declino costante della fauna selvatica. Persino le procedure di valutazione ambientale sono state “semplificate” con un decreto che riduce i controlli preventivi: lo Stato si affida alla discrezionalità delle imprese e alle strutture commissariali.

L’aria che uccide, i silenzi del ministro

Nonostante il calo di alcuni inquinanti, l’Italia è sotto condanna della Corte di giustizia europea per le violazioni croniche dei limiti di PM10 e NO₂. Nel 2024 la Commissione ha aperto nuove procedure su aria e acque reflue. Secondo l’Oms, l’inquinamento atmosferico provoca ogni anno oltre 50 mila morti premature nel Paese. Pichetto cita “progressi significativi”, ma non menziona che i progressi sono imposti da sentenze, non da politiche.

Il suo ministero rivendica “razionalità” nelle scelte, ma la razionalità dei dati dice che l’Italia è in ritardo sui target europei: il 30% di aree protette, la riduzione delle emissioni, la neutralità climatica al 2050. Il governo Meloni, in tre anni, non ha introdotto una sola riforma strutturale in campo ambientale. Ha preferito la retorica dell’equilibrio alla sostanza delle misure.

Il conto con la realtà

Alla fine, resta la distanza tra il linguaggio e i fatti. Si parla di «scienza come bussola», ignorando la scienza quando suggerisce di uscire dai fossili, di ridurre il traffico, di tassare la plastica, di ricostruire la natura. Dietro la parola “razionalità” si nasconde un modello che considera l’ambiente un costo, non un’infrastruttura del futuro.

I rapporti presentati a Montecitorio – dell’Agenzia europea e dell’Ispra – dicono che l’Italia è in ritardo, che gli ecosistemi si degradano, che il clima corre più veloce della politica. Eppure il governo continua a dichiararsi virtuoso. È la nuova frontiera del greenwashing istituzionale: la scienza come ornamento, non come guida.

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Caso Shireen Abu Akleh, le rivelazioni del New York Times: la verità insabbiata ben prima del 7 ottobre

L’11 maggio 2022, a Jenin, la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh cade sotto i colpi di un tiratore. A distanza di tre anni, un colonnello statunitense rompe il silenzio e racconta che la versione ufficiale fu attenuata per non irritare Israele. Non è un dettaglio di cronaca: è un tassello che incrina la narrazione comoda secondo cui «tutto comincia» dopo il 7 ottobre. La catena di decisioni, omissioni e coperture è precedente e ben visibile. Lo ricostruisce un’inchiesta del New York Times (27 ottobre 2025), basata su testimonianze interne all’Office of the United States Security Coordinator, l’ufficio che seguì per Washington la revisione del caso.

Cosa dicono i documenti americani

Nel luglio 2022 il Dipartimento di Stato rese pubblica una valutazione: «probabile» responsabilità israeliana, «nessuna ragione» per ritenere l’uccisione intenzionale, «tragiche circostanze». Parole calibrate. Secondo i funzionari che lavorarono al dossier, però, dentro l’amministrazione la spaccatura fu netta: alcuni erano convinti che il soldato israeliano sapesse di colpire giornalisti riconoscibili, altri sostenevano la prudenza della nota ufficiale.

A parlare oggi è il colonnello Steve Gabavics, allora alto ufficiale dell’USSC: racconta di rilievi balistici sul posto, visuali libere su reporter con pettorine «Press», assenza di fuoco proveniente dal gruppo dei giornalisti, rosate di tiro troppo precise per essere “nebbia di guerra”. Per lui, la condotta fu deliberata. Il superiore, il generale Michael Fenzel, difese invece la linea della cautela e firmò la cornice di «fatalità». L’Fbi aprì un’indagine nel novembre 2022; non ha ancora reso note le conclusioni. Il risultato, politico prima che giudiziario, è una nota diplomatica che addomestica i fatti e preserva la relazione con l’alleato.

Una storia che comincia prima

L’inchiesta del Times racconta anche il dietro le quinte: bozze irrigidite da chi chiedeva di scrivere ciò che i rilievi indicavano, interventi per smussare, l’ufficiale più intransigente allontanato dal fascicolo. Dettagli burocratici? No, anatomia di una priorità politica. La «tutela del rapporto» con l’esercito israeliano pesa più della verità scomoda su un’icona del giornalismo arabo, uccisa mentre lavorava. La sequenza — uccisione (11 maggio 2022), perizia condivisa con Israele, comunicato del 4 luglio 2022, indagine federale ancora senza esito — è una cronologia che anticipa di oltre un anno ogni giustificazione post-7 ottobre: mostra come l’impunità non sia un incidente ma un ecosistema, dove le parole ufficiali diventano anestetico per i fatti.

C’è di più. Le circostanze tecniche descritte (angoli di tiro, colpi mirati, sequenza contro produttore, giornalista, soccorritore) negano la tesi del fuoco casuale. E quando un apparato di sicurezza civile, non investigativo in senso stretto, viene chiamato a “valutare” e non a “indagare”, il perimetro dell’esito è già segnato: niente interrogatori a testimoni, nessuna autonomia probatoria, massima deferenza per i partner sul terreno. Il lessico scelto — «probabile», «nessuna ragione per credere», «tragico» — diventa l’arma diplomatica per diluire responsabilità operative precise. È così che una verità fattuale scivola nella zona grigia della plausibile negazione.

Questa vicenda non riguarda solo la memoria di Shireen Abu Akleh. Riguarda la catena causa-effetto che ha normalizzato pratiche e coperture ben prima dell’autunno 2023. Se un caso emblematico, con la pressione dell’opinione pubblica mondiale e la cittadinanza statunitense della vittima, viene “raffreddato” in nome dell’equilibrio strategico, cosa accade ai mille casi che non fanno titolo? La domanda è politica: quali comportamenti è indotto a mantenere un esercito quando sa che il costo diplomatico resterà tollerabile, che la parola «intenzionale» potrà essere sempre rimandata

Nel dossier americano c’è anche la lezione per il giornalismo: i dettagli contano. La distanza dal mezzo israeliano, la visibilità delle pettorine, i colpi sul carrubo, la sequenza contro chi soccorre. Sono elementi che trasformano un “incidente” in una condotta, e una condotta in una politica di fatto. È su questi dati che si misura la sincerità delle alleanze e la qualità dell’informazione. E sono questi dati, raccolti il giorno stesso della morte di Abu Akleh, a dire che la storia non comincia il 7 ottobre. Comincia prima, quando la verità viene messa in coda alle priorità geopolitiche.

Chi oggi pretende di azzerare il contatore al calendario della guerra rimuove questa cronologia scomodissima. Il punto, invece, è tenerla ferma: per la giustizia dovuta a una reporter e per la sostanza di un dibattito pubblico che non sia un esercizio di rimozione. Per chiamare le cose con il loro nome, senza più rifugi semantici.

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Sovranisti in seduta di autoconsolazione: Meloni ritrova Orbán

L’incontro tra Giorgia Meloni e Viktor Orbán a Roma è stato un esercizio di retorica diplomatica travestito da dialogo politico. La premier italiana si è presentata come garante dell’unità europea, ma ha evitato accuratamente ogni confronto reale con le posizioni di Budapest su Ucraina e Russia. Orbán continua a sostenere che «le sanzioni sono un errore», Meloni ripete che «l’Italia resta dalla parte di Kiev» – eppure entrambi sanno di convergere su un pragmatismo che guarda agli interessi economici e alle mosse di Donald Trump.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, resta l’ambiguità. L’Italia non spinge più, da tempo, per un rafforzamento delle sanzioni, e la premier ha accolto l’alleato ungherese proprio mentre Bruxelles discute il nuovo pacchetto di misure contro Mosca. Orbán difende i suoi rapporti energetici con il Cremlino, Meloni li tollera in nome del “realismo”.

Sul piano politico, l’intesa è evidente: entrambi coltivano un’idea di Europa ridotta a somma di nazioni autosufficienti, utile solo quando finanzia l’industria della difesa o concede margini al potere interno.

Meloni parla da europeista, ma agisce da nazionalista opportunista. Cerca di compiacere Washington, non irritare Budapest e restare visibile a Bruxelles. È una politica che non decide: misura le convenienze, cambia lessico a seconda dell’interlocutore e chiama “coerenza” ciò che è soltanto calcolo.

In questo equilibrio instabile, l’Italia finisce per apparire come l’anello debole dell’Unione: cortese con chi la isola, silenziosa con chi la comanda. Una postura che non costruisce peso politico, ma solo dipendenza.

Buon martedì. 

 

Foto Gov

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