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Lampedusa silenziata, così i morti in mare sono diventati invisibili alla stampa – Lettera43

A fine ottobre sono sbarcati almeno quattro cadaveri e oltre 200 persone. Ma Viminale e Guardia costiera provano a censurare i fatti. E i cronisti parlano di «clima ostile al giornalismo d’inchiesta».

Negli ultimi 10 giorni di ottobre, Lampedusa ha visto sbarcare almeno quattro cadaveri assieme a oltre 200 persone. Le fonti locali lo chiamano «il via vai di morti», e non è un’esagerazione. I dispacci delle agenzie, incrociati con i dati dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, e dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, confermano una serie di sbarchi con vittime tra il 18 e il 29 ottobre. I morti sono uomini partiti dalla Libia, nazionalità tipiche della rotta Corno d’Africa, Bangladesh, Medio Oriente. Ma la frequenza è inedita. Cinque eventi con salme a bordo in meno di due mesi non si vedevano da anni, e questa concentrazione smentisce l’idea di episodi “isolati” che il governo Meloni ripete nei briefing riservati ai cronisti di Palazzo.

Non un bavaglio formale, ma una strategia di “invisibilizzazione selettiva”

Il silenzio denunciato dai giornalisti presenti sull’isola non è un’invenzione. La prefettura di Agrigento non diffonde più note sui singoli decessi, la Guardia costiera pubblica comunicati asciutti e tecnici, e la Capitaneria di porto di Lampedusa tiene transennata l’area del molo Favaloro. I giornalisti non possono documentare gli arrivi. È la “invisibilizzazione selettiva”: non un bavaglio formale, ma una strategia che cancella il dolore dai riflettori e affida il racconto solo alle veline ufficiali. In pratica, se non c’è immagine non c’è nemmeno la notizia. Il risultato è che la morte viene declassata a “evento di gestione”, al pari di un trasferimento o di uno sbarco ordinario.

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Operazione di soccorso al largo di Lampedusa.

Meno partenze, più morti: il “paradosso della letalità”

Secondo i dati del Missing Migrants Project dell’Oim, nel 2025 sono già oltre mille i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo, di cui il 70 per cento lungo la rotta centrale. Dal 2022 a oggi la probabilità di morire in mare è più che raddoppiata, passando dall’1,3 al 3 per cento circa per ogni traversata tentata. Meno partenze, più morti: il “paradosso della letalità”. Nel 2023 gli sbarchi erano stati 157.651; nel 2024 sono scesi a 66.617, nel 2025 poco più di 33 mila fino a luglio. Ma la riduzione degli arrivi coincide con l’aumento dei rischi. È l’effetto delle politiche di deterrenza: cooperazione con le guardie costiere libiche e tunisine, ostacoli alle Organizzazioni non governative, porti lontani per le navi umanitarie. La legge 50/2023, il cosiddetto Decreto Cutro, ha reso più difficile il soccorso e quasi abolito la protezione speciale, chiudendo ogni canale legale.

Persone chiuse nel sottocoperta che respirano fumi e perdono la vita

Gli operatori raccontano quasi sempre lo stesso schema: barche a due piani, motore acceso per ore, persone chiuse nel sottocoperta che respirano fumi e muoiono prima di arrivare in vista dell’isola. È una “morte da attesa”, non da naufragio. Ed è una morte direttamente collegata ai ritardi o alla distanza dei soccorsi. Ogni volta che le Ong sono costrette a sbarcare a Ravenna o a Genova, una nave in meno resta dove serve. Ogni volta che la Libia intercetta e riporta indietro, i trafficanti caricano di più. È un effetto domino, non un incidente.

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Un frame di un momento del salvataggio di migranti al largo di Lampedusa.

Una censura non dichiarata ma praticata

Dal 2022 la Guardia costiera ha rimosso dal sito i dati di dettaglio delle operazioni Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso). Il ministero dell’Interno pubblica solo un “cruscotto statistico” che somma cifre, ma non nomi né circostanze. I porti di sbarco non vengono più comunicati: «Informazioni utili ai trafficanti», ha detto il Viminale. In realtà è un cambio di paradigma: si toglie al giornalista la possibilità di associare numero di arrivi e numero di morti, cioè la chiave per misurare la letalità delle politiche. Nel frattempo, la classifica di Reporters sans frontières segna la discesa dell’Italia dal 41esimo al 49esimo posto per libertà di stampa, con un peggioramento netto degli indicatori politici ed economici. La Federazione nazionale della stampa parla di «clima ostile al giornalismo d’inchiesta». A Lampedusa, dove il molo è chiuso ai reporter, la censura non è dichiarata ma praticata.

È la versione burocratica della disumanizzazione

Le salme vengono trasferite in fretta da Lampedusa a Porto Empedocle, poi distribuite nei cimiteri agrigentini. Nessuna cerimonia pubblica, nessun rappresentante politico. Le procedure sono amministrative, non commemorative. Il lavoro di identificazione ricade su Ong e Croce Rossa, spesso senza mezzi. Molti corpi finiscono in tombe anonime, archiviati come “non identificati”. È la versione burocratica della disumanizzazione: lo Stato gestisce, ma non riconosce. E più passa il tempo, più le famiglie che chiedono notizie vengono rimandate da una prefettura all’altra, perché nemmeno l’archiviazione è centralizzata. Si perde il corpo e si perde anche la storia.

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Bare di migranti morti a Porto Empedocle prima di essere trasferiti per la tumulazione (foto Ansa).

Le immagini della tragedia del 2013 — le bare allineate nell’hangar dell’aeroporto, i ministri in visita, il lutto nazionale — appartengono a un altro tempo. Oggi i morti arrivano all’alba, in silenzio. La loro presenza è filtrata dai comunicati, non dagli occhi. La stessa isola che allora era laboratorio di accoglienza oggi è diventata laboratorio di rimozione.

Barche mai segnalate, corpi non recuperati

Il governo rivendica una riduzione del 60 per cento degli sbarchi, frutto degli accordi con Tunisia e Libia, e attribuisce a questa politica il “successo” di aver salvato vite. Ma i dati internazionali mostrano altro: la rotta centrale resta la più letale al mondo, con oltre 25 mila morti dal 2014 e un numero imprecisato di “naufragi invisibili”. Barche mai segnalate, corpi non recuperati. La narrazione ufficiale parla di ordine; la cronaca di Lampedusa parla di bare.

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Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

Pochi testimoni: crisi dei diritti e dell’informazione

Dietro i numeri ci sono le stesse storie: il ragazzo eritreo morto asfissiato sotto coperta, i bengalesi partiti da Garabulli, i somali recuperati senza nome. A Lampedusa, gli operatori umanitari raccontano un ritmo costante di arrivi con salme a bordo. Ma senza telecamere, senza dati, senza domande. La riduzione dei flussi ha prodotto un effetto collaterale preciso: meno testimoni, più fantasmi. L’Italia comunica “sicurezza”, ma ogni settimana il mare restituisce la prova contraria. Nel silenzio costruito intorno a quei corpi, si misura non solo la crisi dei diritti, ma anche quella dell’informazione.

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Rapporto segreto Usa: centinaia di violazioni dei diritti umani commesse da Israele a Gaza

Un’inchiesta del Washington Post ha svelato l’esistenza di un rapporto classificato dell’Ispettorato generale del Dipartimento di Stato statunitense. Il documento, redatto poche settimane prima della tregua tra Israele e Hamas, riconosce per la prima volta “molte centinaia” di potenziali violazioni delle leggi sui diritti umani da parte di unità dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. Si tratta della prima ammissione ufficiale, all’interno dell’amministrazione americana, che le operazioni israeliane rientrano nell’ambito delle “Leahy Laws” — la normativa federale che vieta il sostegno militare statunitense a unità straniere coinvolte in abusi gravi come torture, esecuzioni extragiudiziali o altre atrocità.

Secondo due funzionari statunitensi che hanno confermato i contenuti del rapporto, il Dipartimento impiegherà “anni” per esaminare la mole di episodi segnalati. Un arco di tempo sufficiente, osserva l’ex direttore dell’ufficio per i diritti umani Charles Blaha, «perché la memoria dell’opinione pubblica si dissolva mentre l’impunità si consolida».

Una legge disattesa

La Leahy Law, approvata nel 1997 dal senatore democratico Patrick Leahy, prevede il blocco automatico degli aiuti militari statunitensi ai reparti stranieri coinvolti in violazioni documentate. Israele riceve da Washington almeno 3,8 miliardi di dollari l’anno, cui si aggiungono finanziamenti straordinari per decine di miliardi nel biennio successivo al 7 ottobre 2023. La guerra condotta da Tel Aviv, che ha provocato quasi 70.000 morti palestinesi secondo i dati delle autorità sanitarie di Gaza, è considerata il banco di prova più grave per la tenuta della norma.

Eppure, dal 2022 a oggi, gli Stati Uniti non hanno sospeso un solo dollaro di assistenza. Lo ha confermato anche Josh Paul, ex funzionario del Dipartimento di Stato dimessosi in dissenso con la linea di Joe Biden: «Nonostante prove evidenti, nessuna unità israeliana è mai stata dichiarata inammissibile agli aiuti».

Il rapporto segreto descrive un sistema “su misura” per Israele: un processo di verifica più lento e più politico rispetto a quello applicato ad altri Paesi. Le valutazioni sono affidate a un forum interno — l’“Israel Leahy Vetting Forum” — che include rappresentanti dell’ambasciata americana a Gerusalemme e del Bureau for Near Eastern Affairs, tradizionalmente schierati a difesa di Tel Aviv. Ogni caso viene sottoposto al governo israeliano per ottenere spiegazioni o garanzie di “azioni correttive”. Solo dopo il consenso unanime del gruppo e l’approvazione del Segretario di Stato si può decidere la sospensione degli aiuti.

Gaza, gli episodi al centro delle indagini

Tra gli incidenti citati figurano la strage dei sette operatori di World Central Kitchen, colpiti da un drone israeliano il 1° aprile 2024, e il massacro del 29 febbraio 2024, quando oltre cento palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo da camion umanitari a Gaza City. Entrambi i casi erano stati già segnalati al Congresso, ma senza esiti concreti.

L’Ispettorato generale ammette che la mole di episodi raccolti “rende improbabile una conclusione in tempi utili”. La procedura americana richiede di verificare ogni singola unità coinvolta, e la cooperazione israeliana viene data per necessaria. Di fatto, il Paese accusato è parte integrante dell’inchiesta che lo riguarda.

Un precedente emblematico è quello dell’uccisione di Omar Assad, cittadino statunitense di 78 anni, morto d’infarto dopo essere stato ammanettato e imbavagliato a un checkpoint in Cisgiordania nel 2022. Il Pentagono giudicò l’episodio “un fallimento morale”, ma ritenne sufficienti le misure disciplinari interne adottate dall’IDF. Gli Stati Uniti non sospesero alcun aiuto militare.

L’ombra dell’impunità

Il nuovo rapporto arriva in un contesto politico segnato dall’erosione dei controlli interni. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca nel 2025, ha già licenziato diciassette ispettori generali nominati dai predecessori, indebolendo la rete di vigilanza interna sulle violazioni e gli sprechi federali. «Non vedo alcuna differenza tra Biden e Trump su questo fronte», osserva ancora Blaha.

Intanto, mentre il cessate il fuoco regge formalmente, le forze israeliane hanno ripreso i bombardamenti: il 29 ottobre almeno 104 palestinesi sono stati uccisi in una sola giornata, secondo le autorità locali, dopo l’uccisione di un soldato israeliano.

La combinazione tra inerzia amministrativa e pressione politica fa del dossier una bomba diplomatica. Washington riconosce di avere prove di abusi, ma nessun meccanismo effettivo per fermare i flussi di armi verso Israele. Una paralisi che trasforma la legge Leahy in un simbolo vuoto — e che, dietro la retorica dei “valori occidentali”, lascia scorrere la continuità di una politica in cui la parola “accountability” resta classificata.

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Terre rare, parte la corsa all’Artico: la strategia del governo italiano per trasformare in opportunità il cambiamento climatico

«I cambiamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacci e le nuove rotte favoriscono la corsa allo sfruttamento delle terre rare e delle materie prime». Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa, lo dice alla Prima conferenza nazionale sull’Artico al Centro Alti Studi per la Difesa. E’ la formula che racchiude l’intera visione del governo. Il disastro climatico non come minaccia, ma come opportunità geopolitica.

La corsa sul ghiaccio che scompare

L’Artico si scioglie a un ritmo doppio rispetto alla media globale. Ogni estate aumenta il numero di giorni navigabili lungo la Northern Sea Route, la rotta russa che collega l’Asia all’Europa tagliando il tempo di viaggio di due settimane rispetto al Canale di Suez. E dove si ritirano i ghiacci riaffiorano idrocarburi, metalli e terre rare. La Russia ha riaperto basi militari, la Cina investe in ricerca e infrastrutture portuali, gli Stati Uniti rafforzano la Guardia costiera. L’Italia, che di artico non ha neppure un chilometro, non vuole restare spettatrice.

Nel linguaggio della Difesa, l’Artico è «nuovo spazio di competizione globale». Non si parla di cooperazione climatica ma di posture strategiche, e l’espressione ricorre in tutti i documenti ufficiali di quest’anno. Lo stesso linguaggio è usato nei piani Nato sul fronte Nord, dove l’Alleanza immagina una “presenza coordinata” contro la militarizzazione russa. L’Italia si inserisce in questa logica, cercando di coniugare presenza militare e opportunità economiche.

Corsa alle terre rare

Dietro le parole di Rauti c’è un’agenda precisa. La Difesa e il Ministero degli Esteri stanno aggiornando la strategia artica nazionale, ferma dal 2015. Non più un dossier di cooperazione scientifica, ma un capitolo di politica industriale e militare. L’idea è usare la presenza italiana nella ricerca polare come testa di ponte per rivendicare un ruolo nelle nuove rotte, nelle infrastrutture e nei sistemi di sicurezza.

La conferenza di Roma, organizzata dal Casd, aveva un titolo esplicito: «La Difesa e il Sistema Paese nelle nuove sfide della competizione globale». E nella stessa sede il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha riconosciuto che «la Nato non dispone di una capacità artica sufficiente». Tradotto: l’Italia può offrire assetti navali, tecnologia e industria dual use, guadagnando peso politico nell’Alleanza.

Le imprese pronte al Nord

Nella partita ci sono già i grandi nomi dell’economia nazionale. Fincantieri ha linee di costruzione per navi rompighiaccio e mezzi polari. Eni e Saipem portano l’esperienza dell’offshore in acque estreme. Leonardo lavora su radar e sensori per la sorveglianza climatica e militare. Lo scioglimento dei ghiacci diventa così un nuovo mercato: meno un allarme ambientale che una piattaforma di opportunità.

A spingere in questa direzione è anche la prospettiva di fondi europei legati alla sicurezza marittima e alla ricerca sulle rotte artiche. L’Italia vuole accreditarsi per intercettare parte di queste risorse, legandole alla sua rete industriale e universitaria.

La dottrina del disastro

Nel 2026 Roma ospiterà l’Arctic Circle Forum – Polar Dialogue, una vetrina diplomatica organizzata insieme al Ministero degli Esteri e al Mur. L’obiettivo, spiegano fonti interne, è far emergere «la visione italiana dello sviluppo pacifico dell’Artico». Ma la sequenza delle parole parla da sola: prima sviluppo, poi pace.

La “tutela ambientale” arriva solo in coda, mentre al centro resta la “competizione globale”: riconoscere che il cambiamento climatico è irreversibile imparando a sfruttarne gli effetti.

Le Ong artiche avvertono che questa corsa rischia di aggravare la distruzione degli ecosistemi e di cancellare i diritti delle popolazioni indigene. Ma nella nuova grammatica geopolitica, l’Artico è già trattato come uno spazio da contendere più che da salvare.

L’Italia, che a casa frena la transizione ecologica, all’estero scopre la convenienza di un mondo che si scioglie. Nel Paese del Mediterraneo in fiamme, l’Artico diventa il fronte dove il disastro si può finalmente mettere a profitto.

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Un Nobel alla menzogna

Donald Trump sognava il Nobel per la pace. Vincerà forse, il premio nobel per la tregua meno rispettata della storia: quella che ha lasciato scorrere sangue a Gaza mentre i suoi emissari brindavano alla “stabilità” e l’esercito israeliano continuava a bombardare Rafah. Ora il “pacificatore” è pronto a un nuovo spettacolo di forza. Secondo Wall Street Journal e Miami Herald, la Marina americana si prepara a colpire le basi del Cartel de los Soles in Venezuela: tre cacciatorpediniere, una portaerei, 4.500 soldati e 90 aerei da combattimento già schierati. Trump smentisce, ma Caracas chiede aiuto a Putin, alla Cina e all’Iran. È la sua diplomazia: negare l’evidenza per moltiplicare la paura.

Il presidente che si vantava di non aver iniziato guerre ha riscritto il concetto stesso di pace. La tregua, per lui, è solo una pausa utile per ricaricare le armi o ridefinire i confini della minaccia. Ha fatto della menzogna una tecnologia del potere: dalla “verità alternativa” alla guerra preventiva, tutto ciò che non serve alla propaganda semplicemente non esiste. È la sua America, dove i fatti valgono meno del volume della voce, dove l’ideologia si misura in decibel e le istituzioni si piegano al capriccio del leader.

Nel frattempo, il mondo paga il prezzo. I dazi che minacciano l’Europa e la Cina sono la versione economica dei suoi raid: colpire per costringere, ricattare per negoziare. Il dollaro come arma, la paura come dottrina. Il sistema internazionale è diventato un’estensione del suo ego: ogni crisi è un’occasione per ribadire che senza di lui non c’è equilibrio possibile, e che la potenza americana coincide con la sua vanità.

E da lontano, quasi in controluce, c’è Giorgia Meloni. Aveva creduto di potersi costruire un profilo da statista atlantica stando all’ombra di Trump, fingendo che bastasse sorridere accanto al più rumoroso dei presidenti per diventare importante. Oggi, mentre lui prepara un’altra guerra “preventiva” e il mondo trema, la premier italiana sembra la comparsa disciplinata della comitiva: la migliore amica del bullo del gruppo, e pure la più fedele.

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Gaza, il baratto della morte: è la tregua dei resti umani

Gli Stati Uniti hanno offerto a Hamas un «passaggio sicuro» da Gaza verso le zone ancora sotto il suo controllo, scrive Axios. Non è un gesto umanitario: è l’ammissione che dopo due anni di guerra Israele non ha il controllo della Striscia di Gaza e che Washington preferisce un ordine negoziato a una sconfitta proclamata. La tregua si regge così, su un equilibrio tra il fallimento militare e la convenienza politica.

Nelle stesse ore, il Washington Post rivela che un rapporto interno del Dipartimento di Stato documenta «centinaia di possibili violazioni dei diritti umani» commesse da unità israeliane. Centinaia, ma nessuna conseguenza. La legge Leahy vieta di fornire armi a chi viola sistematicamente i diritti umani, ma per Israele si sospende anche la legge. È l’ipocrisia codificata: gli Stati Uniti registrano le prove dei crimini e allo stesso tempo continuano a fornire munizioni e copertura diplomatica.

Sul terreno, la tregua è uno scambio di cadaveri. Hamas ha restituito le salme di due ostaggi israeliani, Israele ha risposto consegnando trenta corpi palestinesi. Sacchi neri senza nome, depositati negli ospedali di Khan Yunis che non hanno nemmeno gli strumenti per identificarli. Finora sono oltre duecento i corpi restituiti in questo baratto di morte. Ogni consegna diventa un atto politico: più corpi passi, più tregua compri. È l’esatto contrario del diritto umanitario.

E l’Europa Il governo italiano si accoda, parla di «stabilità» e tace sul meccanismo che produce questi scambi, perché metterlo in luce significherebbe ammettere che non c’è un processo di pace, c’è un’amministrazione del conflitto. È questa la tregua che ci raccontano: una tregua di resti umani, mentre Washington prepara la forza internazionale che dovrà amministrare le rovine. La guerra finisce, dicono. In realtà, cambia solo chi conta i morti.

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Cori fascisti nella sede di Fratelli d’Italia a Parma, commissariata Gioventù Nazionale

Il video inizia a circolare la notte del 28 ottobre, la stessa data della marcia su Roma. Dentro la sede di Fratelli d’Italia a Parma, in Borgo del Parmigianino, un gruppo di ragazzi canta «Me ne frego», poi «camicia nera trionferà» e infine «Duce, Duce». Sullo sfondo il tricolore, le risate, un brindisi. La scena, ripresa e pubblicata su Instagram, mostra chiaramente l’insegna del partito. È la sede provinciale del movimento giovanile di FdI, Gioventù Nazionale, oggi commissariata «per incompatibilità politica» dal coordinamento regionale.

Il sindaco Michele Guerra parla di «squallida propaganda», ricordando che Parma «non ha mai ceduto all’odio che ottant’anni fa cercò di travolgerla». Il Pd locale aggiunge: «Questa città non dimentica, nel 1922 alzò le barricate contro i fascisti». E dai vertici democratici arriva la richiesta a Meloni di una condanna esplicita: «Presidente, questa volta tace o condanna» chiede l’europarlamentare Sandro Ruotolo.

Il partito e la memoria selettiva

L’episodio di Parma non è un’anomalia. È il più recente sintomo di una nostalgia che riaffiora ciclicamente nelle sezioni giovanili e locali di Fratelli d’Italia. Nel giugno 2024 l’inchiesta di Fanpage aveva documentato saluti romani, cori e inni al Duce tra gli iscritti di Gioventù Nazionale. La premier reagì denunciando il “metodo d’infiltrazione” dei giornalisti, più che i contenuti dei video.

Un anno prima, il 25 aprile 2023, alcuni militanti di FdI a Grosseto avevano celebrato la “festa della libertà” postando la foto di Mussolini con la scritta «onore al Duce». A Roma, nel 2022, durante il congresso giovanile del partito, circolavano magliette con il motto «Boia chi molla» e un busto del fondatore del MSI Giorgio Almirante campeggiava sul palco.

Dopo ogni episodio arriva una formula rituale: commissariamento, presa di distanza, silenzio della premier. È accaduto a Verona, dove un dirigente locale di FdI aveva pubblicato un selfie davanti alla tomba di Mussolini; è successo a Catania, dove il vicepresidente del consiglio comunale si era definito «fascista del terzo millennio»; è successo a Roma, quando alcuni iscritti avevano marciato al cimitero del Verano con le braccia tese.

La linea Meloni: condannare senza rompere

Da quando è a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni adotta la stessa strategia: smentire di essere nostalgica, ma senza mai usare la parola “fascismo”. In un’intervista alla Bbc del 2023 spiegò che «la destra italiana ha consegnato alla storia il fascismo da decenni». In patria, però, la fiamma tricolore nel simbolo del partito resta. Quando nel luglio 2024 le opposizioni le chiesero di rimuoverla, rispose che «rappresenta la continuità della democrazia italiana», ribaltando il senso storico di quel segno.

Il risultato è un’ambiguità funzionale: la premier rassicura i moderati e insieme evita di alienarsi quella parte di militanza che ancora considera Mussolini un “padre della patria”. Dopo i cori di Parma, da Palazzo Chigi non è arrivata (ancora) alcuna dichiarazione. L’unica voce ufficiale è stata quella del deputato Giovanni Donzelli, che ha difeso il commissariamento «avvenuto prima della pubblicazione del video» e ha accusato la sinistra di “strumentalizzare”.

Una questione di cultura politica

Il caso di Parma pesa più di un episodio locale. È la prova che, dentro un partito di governo, esiste ancora un’area che non riconosce pienamente la cultura antifascista su cui si fonda la Costituzione. Ogni volta che un militante di FdI urla «Duce» o saluta romanamente, non è solo una provocazione: è una lesione simbolica dell’identità repubblicana.

La differenza, oggi, è che quella cultura nostalgica non vive più ai margini ma all’interno del partito che guida il Paese. E la minimizzazione sistematica della presidente del Consiglio – che preferisce parlare di “ragazzate” o di “strumentalizzazioni” – finisce per legittimare un revisionismo di fatto.

Dopo Parma, il coordinamento di Gioventù Nazionale ha promesso “rigore e chiarezza”. Ma la chiarezza vera resta politica: o si dichiara incompatibile il fascismo con la destra di governo, oppure si accetta che quei cori – «Me ne frego», «camicia nera trionferà» – continuino a risuonare come una colonna sonora non ufficiale della legislatura.

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Dalla loggia al governo: il piano è compiuto

Dalla “paura della firma” all’improcedibilità, dall’abolizione dell’abuso d’ufficio al divieto di pubblicare le ordinanze: il mosaico è completo. Quello che per decenni era stato solo il «piano di rinascita democratica» della P2 oggi è diventato testo normativo, e ciò che fu la rivincita personale di Silvio Berlusconi contro la magistratura è ormai architettura di governo. Non è un incidente: è una linea.

La riforma Cartabia del 30 dicembre 2022 ha aperto la breccia con la mannaia dell’improcedibilità e la compressione delle indagini preliminari. I governi successivi, quello Meloni in particolare, ci hanno infilato dentro tutto il resto: abolizione dell’abuso d’ufficio «per eliminare la paura della firma», restringimento del traffico d’influenze, obbligo di interrogatorio preventivo che avverte l’indagato prima della misura, taglio alle intercettazioni, legge-bavaglio sulla pubblicazione degli atti. È la stessa traiettoria che il procuratore Nicola Gratteri ha definito «premessa per sottoporre il pm al controllo politico». È la stessa constatazione dell’ex procuratore Giuseppe Volpe: le riforme di oggi sono la fotocopia di quelle rivendicate da Licio Gelli nel luglio 1982.

Nel documento della P2 c’era tutto: separare le carriere, rendere il Csm dipendente dal Parlamento, responsabilizzare il Guardasigilli sull’operato dei pm. Oggi ci siamo arrivati passando dalla porta presentabile della “presunzione di innocenza” e della “giustizia più veloce”. Ma i cittadini non avranno processi più rapidi: avranno, questo sì, politici e amministratori più protetti, soprattutto con la proliferazione dei reati a querela di parte.

A ogni epoca i suoi padri ispiratori: Calamandrei e Dossetti per costruire l’indipendenza, Gelli e Berlusconi per addomesticarla. Il referendum che arriva serve a dire se quella giustizia deve restare libera o diventare domestica al potere.

Buon venerdì. 

Foto di ALEJANDRO POHLENZ su Unsplash

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Corte dei conti sotto attacco: lo scontro sul Ponte accelera la riforma che smantella i controlli dei magistrati contabili

La miccia è esplosa due giorni fa, quando la Corte dei conti ha negato il visto di legittimità alla delibera Cipess che avrebbe sbloccato 13,5 miliardi per il Ponte sullo Stretto. Ma la reazione del governo ha travolto la decisione. Giorgia Meloni ha parlato di «invasione di campo», Matteo Salvini di «scelta politica». Il diniego è diventato il casus belli per riportare lo scontro sotto i riflettori e rilanciare l’urgenza di un progetto già scritto: la riforma che punta a ridisegnare la Corte dei Conti e a ridurre i poteri di controllo della magistratura contabile.

Corte dei Conti, una riforma che viene da lontano

Non si tratta di un’ira improvvisa. Il disegno di legge S.1457,  era già stato approvato dalla Camera il 9 aprile, mesi prima dello scontro sul Ponte. Le parole della premier — «La riforma della giustizia e quella della Corte dei conti sono la risposta più adeguata a questa intollerabile invadenza» — hanno solo reso esplicito un piano preesistente.

Le prove generali si erano viste due anni prima. Nel 2023 il governo aveva sottratto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza al cosiddetto controllo concomitante della Corte dei Conti, quello che permette di monitorare i progetti mentre vengono realizzati. Raffaele Fitto, all’epoca ministro per gli Affari europei, aveva sostenuto che la vigilanza spettasse soltanto a Bruxelles.

Palazzo Chigi aveva poi istituito un «tavolo di lavoro» con la Corte, trasformando un organo di controllo indipendente in un soggetto concertativo. Nello stesso periodo lo “scudo erariale”, nato in pandemia per proteggere i funzionari che agivano in buona fede, è stato prorogato e reso strutturale. La retorica della “paura della firma” — l’idea che la burocrazia si paralizzi per timore dei giudici contabili — è diventata il grimaldello per ridurre la responsabilità amministrativa.

Il messaggio politico è stato chiaro: chi firma non deve temere le conseguenze, anche se le sue decisioni costano milioni allo Stato. Il principio di legalità si è piegato a quello dell’efficienza, e il controllo è stato ridefinito come intralcio.

L’architettura della riforma

Il ddl porta alle estreme conseguenze quella filosofia. Quattro i pilastri principali. Il primo è la ridefinizione della colpa grave: un funzionario risponderebbe solo per «violazione manifesta della legge» o «travisamento del fatto», cancellando la sanzione per negligenza o incompetenza.

La Corte ha avvertito che così si creerebbe «una zona di impunità». Il secondo è il “silenzio assenso”: se la Corte non esprime un parere entro 30 giorni – termine spesso insufficiente per valutare migliaia di pagine di atti – questo si intende favorevole. Un meccanismo che permetterebbe di inondare la magistratura di richieste per ottenere, di fatto, uno scudo automatico. Il terzo è la riorganizzazione interna: il governo si attribuisce la delega per unificare funzioni di controllo, consultive e giurisdizionali, minando la separazione che garantisce l’indipendenza dei giudici. Il quarto introduce un tetto ai risarcimenti per danno erariale, limitando al 30 per cento il contributo personale del funzionario condannato.

L’Associazione dei magistrati contabili parla di «illegalità diffusa e caos organizzativo». La Corte stessa, nel parere n. 4/2025, ha sollevato profili di incostituzionalità per violazione degli articoli 28 e 97 della Carta. Ma il governo tira dritto.

La demolizione dall’interno

La battaglia non è soltanto normativa, è simbolica. Meloni e Salvini hanno ripetuto che la Corte dei conti blocca le opere e ostacola il popolo. La narrazione rovescia il senso stesso dei controlli costituzionali, trasformandoli da garanzia a intralcio. È lo stesso schema già sperimentato con la separazione delle carriere e con gli attacchi alla magistratura ordinaria: ridurre il potere dei giudici, rafforzare quello dell’esecutivo, presentare ogni verifica come un gesto ostile verso il “governo del fare”.

Dietro la riforma contabile c’è un mutamento più profondo. Si passa da uno Stato di diritto a uno Stato di risultato, dove la legalità è subordinata all’obiettivo politico. Un sistema in cui un’amministrazione che “realizza” è protetta anche se sbaglia, anche se spreca.

La Corte dei conti, nata per garantire che il potere non spendesse senza rispondere, diventa così l’ultimo baluardo di una legalità che il governo percepisce come fastidio. E il Ponte sullo Stretto, con le sue carte incomplete e le sue regole ignorate, è solo l’occasione perfetta per accelerare la resa dei conti.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #59

Nel giorno in cui Trump e Xi si scambiano elogi per la “tregua riuscita”, a Gaza si contano altri 104 morti, tra cui 46 bambini, in 24 ore di bombardamenti. È la tregua celebrata nei palazzi: il 29 ottobre Washington parlava di «stabilizzazione» e oggi Axios rivela che gli Stati Uniti lavorano a una “forza internazionale” per gestire il dopoguerra, senza spiegare chi controllerà i territori né chi ricostruirà le case distrutte.

Sul terreno la realtà è opposta. Israele ha eretto quasi mille nuove barriere in Cisgiordania dall’inizio della guerra, secondo Peace Now e confermato dall’ANP. Ogni villaggio diventa un’isola, ogni spostamento un atto sospetto. E nel frattempo ottantuno soccorritori turchi restano fermi al valico di Rafah: Israele non ha ancora dato l’autorizzazione all’ingresso dei convogli medici.

A nord, nel Libano, un dipendente comunale è stato ucciso a Blida durante un nuovo attacco israeliano. Il presidente Michel Aoun ha ordinato all’esercito di «reagire a ogni incursione», mentre Hezbollah parla di «violazione della tregua». La missione ONU UNIFIL invita alla calma, ma ammette che la linea blu “non regge più”.

Nel frattempo, Haaretz diffonde un video di un detenuto palestinese torturato in un centro israeliano: l’IDF annuncia un’indagine “interna”, la prima in due anni.

E in Europa crescono le proteste contro le navi israeliane: a Corfù, cittadini bloccano l’approdo di una crociera; a Taranto, la USB denuncia l’arrivo della nave SeaSalvia con “un nuovo carico di morte”.

La guerra, intanto, cambia solo tono: meno visibile, più metodica. Mille barriere, convogli bloccati, prigionieri picchiati. È la pace come architettura dell’assedio.

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Dallo Stretto allo scontro: così il governo costruisce il suo nemico

La Corte dei conti ha bocciato il Ponte sullo Stretto. Non per ideologia, ma perché mancano coperture, dati affidabili e rispetto delle norme europee. Un giudizio tecnico, trasformato in nemico politico. Giorgia Meloni l’ha definito «un atto di invasione» e ha risposto minacciando la riforma della giustizia: una vendetta travestita da efficienza. Salvini, il profeta del cemento, parla di “scelta politica” e giura che andrà avanti comunque, anche senza i requisiti di legge. È l’arroganza del potere che confonde la propaganda con l’amministrazione.

La verità è che questo governo non sopporta i limiti. Ogni controllo diventa sabotaggio, ogni rilievo un complotto. La legalità è ridotta a burocrazia, i magistrati contabili a comparse da punire. Perfino l’uso di link nei documenti è diventato pretesto di scherno, come se l’informatica potesse giustificare l’illegalità. In realtà, la Corte ha ricordato solo l’ovvio: non si spendono miliardi per un sogno elettorale.

Nel governo al contrario dove Meloni e soci usano il calpestio delle regole come rumore di propaganda la giornata di ieri diventa un assist. Lo stop al Ponte diventa propaganda per la separazione delle carriere: i giudici “fermano il Paese”, quindi vanno messi al guinzaglio. È la stessa logica che Berlusconi teorizzava trent’anni fa, ma ora è tornata con il timbro istituzionale di Palazzo Chigi. 

Il Ponte non è solo un’opera impossibile: è il simbolo di un potere che non tollera ostacoli, nemmeno quelli della legge. In fondo, è questo il vero progetto: costruire un Paese dove la legittimità si misura in applausi e l’illecito si chiama visione.

Buon giovedì. 

Foto Gov

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