Vai al contenuto

Indipendenza ma fino a un certo punto: la privacy con tessera politica

Il 22 ottobre 2025, il componente del Garante per la protezione dei dati personali, Agostino Ghiglia, entra nella sede nazionale di Fratelli d’Italia in via della Scrofa 39. La sera stessa il collegio del Garante vota per la maxi-multa da 150 mila euro nei confronti della trasmissione Report e del suo giornalista Sigfrido Ranucci. 

Ghiglia spiega che il motivo dell’incontro era una presentazione libraria con Italo Bocchino e che ha soltanto «incrociato» Arianna Meloni. La sera successiva, l’autorità che dovrebbe garantire imparzialità sancisce però contro una trasmissione colpita da intimidazioni: Ranucci è stato attaccato, il giornalismo è sotto pressione. Eppure quel voto arriva. Ghiglia precisa che il procedimento è stato istruito, che c’è contraddittorio, che il diritto alla riservatezza dell’articolo 15 della Costituzione è coinvolto.

Apparentemente tutto nella norma. Ma restano due domande. Primo: quanto pesa l’immagine del membro dell’authority che entra nella sede del partito che quel giorno approva la sanzione? Secondo: quando la distanza istituzionale non è solo formale, ma sostanza, quali garanzie restano? Le associazioni dei giornalisti definiscono «inquietante» la coincidenza.

Chi difende la multa (come il direttore Gennaro Sangiuliano) la considera inevitabile. Ma l’apparato delle garanzie non è solo un contenitore tecnico: è anche una percezione pubblica. E se la percezione è che la prossimità politica precede un provvedimento sanzionatorio, la fiducia nella decisione si frantuma. Il diritto alla riservatezza, vitale, non si conterrà in un foglio tecnico: ha bisogno di istituzioni che non diano l’impressione di aver preso il caffè prima di deliberare.

In democrazia non basta che le regole vengano rispettate: occorre che si veda che la regola ha valore indipendente dai soggetti. Perché quando l’authority visita il partito e il partito vede l’authority, la normalità diventa simbolo — e il simbolo conta assai più dei pezzi di carta.

Buon lunedì. 

 

Foto WP

L’articolo proviene da Left.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #55

Nelle ultime ore il futuro di Gaza e Cisgiordania si sta scrivendo lontano dalle macerie, nei palazzi del potere. Benjamin Netanyahu ha scandito che sarà Israele a decidere «chi colpire» e quali forze internazionali potranno entrare nella Striscia, rivendicando un diritto di veto che trasforma la tregua in una gestione coloniale della pace. Parallelamente, il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich ha invitato a una “campagna popolare” per spingere Donald Trump ad accettare l’annessione della Cisgiordania. La mappa del domani viene tracciata come se i palestinesi non esistessero.
Hamas, dal canto suo, dichiara tramite le agenzie che è pronta a consegnare le armi solo «se finirà l’occupazione». La frase suona come la fotografia di un conflitto che non è una parentesi ma una struttura permanente.
Intanto, i coloni continuano a impadronirsi della terra con la violenza quotidiana. Nella stagione della raccolta delle olive, le organizzazioni internazionali registrano oltre 150 attacchi contro contadini palestinesi solo in Cisgiordania. A Tulkarem un agricoltore crolla in lacrime dopo che il suo uliveto è stato raso al suolo: «Hanno rubato la nostra identità», racconta in un video. La distruzione dell’ulivo non è un danno economico: è un messaggio politico.
Da Roma, nei summit sulla pace, si parla di «perseveranza» e «ascolto reciproco», mentre in terra palestinese la “normalizzazione” passa attraverso bulldozer, cani sguinzagliati e veti sul futuro.
La tregua continua a essere solo una cornice diplomatica vuota: i padroni del campo restano gli stessi, e decidono perfino chi avrà il permesso di gestire la calma che segue la violenza. Anche oggi, per capire la verità, basta guardare un ulivo abbattuto.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #55 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo – Lettera43

L’inchiesta che ha travolto il mondo del basket USA racconta un rischio globale: le scommesse sportive legalizzate e digitalizzate aprono nuove strade agli affari dei clan.

L’NBA si sveglia dentro un incubo che non è solo sportivo. È giudiziario, criminale, persino culturale. In un’operazione congiunta, l’FBI e la Procura federale di Brooklyn hanno arrestato oltre 30 persone, tra cui Chauncey Billups, allenatore dei Portland Trail Blazers, e Terry Rozier, giocatore dei Miami Heat. Il direttore dell’FBI, Kash Patel, ha parlato di «una frode di proporzioni sconcertanti», mentre la lega ha congelato i tesseramenti e ha aperto un’indagine interna. Il paragone con il caso dell’arbitro Tim Donaghy – condannato nel 2008 per aver scommesso su partite che lui stesso arbitrava fornendo informazioni ai bookmaker – è inevitabile, ma qui la scala è diversa: coinvolti un coach in attività, un atleta sotto contratto e una rete criminale che gli inquirenti collegano direttamente alle famiglie Gambino, Genovese e Bonanno, con il possibile interesse dei Lucchese.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
Chauncey Billups (Ansa).

Gli schemi della rete criminale tra basket e poker

Secondo i procuratori, il primo filone riguarda scommesse su prop bet NBA, quelle puntate che non toccano l’esito della gara ma le prestazioni individuali: punti segnati, minuti giocati, assist. Gli investigatori sostengono che i membri dell’organizzazione ottenessero informazioni privilegiate su infortuni o minutaggi prima dell’annuncio ufficiale, alterando il mercato delle giocate. In un caso chiave, l’uscita anticipata di un giocatore su cui era stato costruito un flusso massiccio di puntate sarebbe seguita a comunicazioni interne arrivate in anticipo a intermediari legati alla rete mafiosa. Il secondo schema si sposta lontano dai parquet: partite di poker esclusivo in ville e casinò privati, manipolate attraverso carte truccate e supporti tecnologici. Una doppia fonte di reddito che unisce insider knowledge e controllo del gioco, con un unico denominatore: la garanzia mafiosa sul pagamento delle puntate, il riciclaggio dei profitti e l’intimidazione verso chi provava a sottrarsi.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
(foto di Michal Parzuchowski via Unsplash).

La Cosa Nostra d’Oltreoceano si è aggiornata

Il contesto è quello degli Stati Uniti dopo la sentenza Murphy v. NCAA del 2018, che ha spalancato le porte alla liberalizzazione del betting sportivo. Un mercato legale che oggi supera i 100 miliardi di dollari annui, con il basket tra gli sport con più scommesse e le prop bet come terreno ideale per manipolazioni chirurgiche: un crampo, una panchina anticipata, e milioni di dollari cambiano direzione. La presenza delle famiglie mafiose italo-americane – Gambino, Genovese, Bonanno – riporta l’immaginario al gangsterismo d’epoca, ma gli atti raccontano un’organizzazione moderna, capace di infiltrarsi tra gli algoritmi dei bookmaker e le chat cifrate tra insider e allibratori. È un promemoria: la Cosa Nostra d’Oltreoceano è sopravvissuta perché si è aggiornata. E ha capito che lo sport professionistico, nell’era del betting globale, è una miniera da cui estrarre valore non alterando i risultati finali, ma monetizzando ciò che accade prima.

Le inchieste italiane e il confronto con gli USA

Il confronto con l’Italia non è solo inevitabile: è necessario. Perché nel Paese che ospita le mafie più strutturate d’Europa, la Serie A – almeno in apparenza – non ha prodotto un caso paragonabile a quello americano. Le mafie italiane controllano il gioco, lo dirigono, lo sfruttano, ma agiscono soprattutto nell’indotto: sale scommesse, piattaforme online illegali, circuiti di riciclaggio, bagarinaggio, curve. Operazioni come “Galassia” hanno documentato il dominio della ’Ndrangheta sul betting online internazionale con hub a Malta. Le inchieste “Dirty Soccer” e “I treni del gol” hanno mostrato come le combine prosperino nelle serie minori, dove una partita può essere comprata con poche migliaia di euro. Il procedimento “Alto Piemonte” ha rivelato rapporti tra ’Ndrangheta e gruppi ultras della Juventus per il controllo dei biglietti e della narrazione da curva. Perché allora le mafie italiane restano fuori dal vertice calcistico, mentre negli USA il sistema è arrivato fino a un coach NBA? Perché l’élite sportiva italiana è un ambiente blindato, costoso da inquinare e troppo esposto a controlli incrociati, finanziari, mediatici, istituzionali. Semplice, perché per un clan italiano manipolare una partita di Serie A è poco conveniente rispetto al guadagno stabile garantito da piattaforme di gioco e appalti collegati. La vera frontiera non è il risultato del match: è la gestione del flusso economico dello sport. E lì le mafie italiane sono già presenti.

Insider betting, mafia e NBA: l’ultima frontiera del crimine sportivo
(foto di Amit Lahav via Unsplash).

Se le informazioni vengono trasformate in valuta sonante

Il caso NBA racconta un rischio globale: il betting sportivo, legalizzato e digitalizzato, ha aperto un nuovo corridoio tra insider del sistema e criminalità organizzata. Che si tratti di un allenatore o di un trequartista di Lega Pro, l’obiettivo è lo stesso: trasformare l’informazione anticipata in valuta sonante. Negli Stati Uniti, il crollo della fiducia minaccia una lega che ha costruito la propria identità sulla trasparenza. In Italia, la domanda resta sospesa: quanto manca perché un caso di insider betting di vertice esploda anche da noi? E soprattutto: lo riconosceremo quando accadrà, o lo archivieremo come un’altra anomalia da dimenticare? Perché quando una panchina diventa un desk di trading mafioso, lo sport non è più un gioco. È un mercato di cui la criminalità conosce già le regole.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/nba-scommesse-fbi-arresti-mafia-insider-betting/

Consumo di suolo, in Italia ogni ora scompare un campo da calcio

Ogni ora, in Italia, sparisce un campo da calcio. Diecimila metri quadrati di suolo fertile diventano capannoni, piazzali, data center. Il nuovo rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) certifica un’accelerazione del fenomeno: solo nel 2024 la logistica ha occupato oltre 6.000 ettari dal 2006 a oggi, con nuovi picchi in Emilia-Romagna (+107 ettari), Piemonte (+74) e Lombardia (+69). A questi si sommano 37 ettari divorati dai data center, spinti dalla corsa alle infrastrutture digitali. Non è un incidente statistico, ma la fotografia di un modello economico che sacrifica territorio in nome della velocità delle merci e del potere dei server.

Consumo di suolo: le aree a rischio

Il consumo di suolo non colpisce in modo neutro: cresce dove il territorio è già fragile. Nel 2024 si registrano +1.303 ettari cementificati in zone a pericolosità idraulica media e +600 nelle aree a rischio frana. Significa che si costruisce dove frane e alluvioni sono più probabili, aumentando il costo sociale dei disastri futuri. Anche le coste vengono erose dal cemento: nei primi 300 metri dal mare il suolo consumato tocca il 22,9%, più del triplo della media nazionale. Nelle aree protette si contano ulteriori 81 ettari impermeabilizzati, di cui il 73% dentro parchi nazionali e regionali. Nel frattempo, la superficie rinaturalizzata cala dagli 8,2 chilometri quadrati del 2023 ai 5,2 del 2024. Sono numeri che dicono una cosa semplice: l’Italia impermeabilizza, non ripara.

La narrazione ufficiale parla di “tutela”, ma le scelte vanno altrove. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha definito la legge nazionale sul suolo “una priorità”; la priorità, però, non è mai arrivata in Aula. L’unico strumento sbandierato è il “Fondo per il contrasto al consumo di suolo”: 160 milioni in cinque anni, dedicati soprattutto a interventi ex post di rinaturalizzazione. Una scala minima, pensata più per rassicurare l’opinione pubblica che per fermare le cause della cementificazione. Il risultato è la solita promessa che si scioglie al primo sole dei cantieri.

La spinta della logistica e il ruolo del Mit

L’esecutivo non si limita a non fermare il fenomeno: lo alimenta. Il Ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini continua a spingere nuovi poli logistici, scali merci e opere ad alto impatto. È la stessa filiera che il Snpa indica come motore principale del consumo di suolo: la coincidenza non è casuale, è politica. Nel frattempo, la retorica delle “grandi opere identitarie” – dal Ponte sullo Stretto ai nuovi hub – sottrae risorse alla manutenzione del territorio e alla rigenerazione dell’esistente, mentre le superfici naturali in città arretrano e le periferie si riempiono di “scatole” che generano traffico e costi ambientali aggiuntivi.

Il vuoto legislativo non è un incidente della storia parlamentare: è un perimetro funzionale. Senza una legge-quadro sul suolo, resta ampia discrezionalità per nuove colate su suolo vergine; con una legge forte, servirebbero obiettivi, tappe, sanzioni e il principio del riuso prima del nuovo. La maggioranza sceglie il primo scenario e, a Bruxelles, chiede di annacquare gli obiettivi sul ripristino della natura, proprio mentre il Parlamento europeo approva la prima Direttiva sul suolo che punta a “suoli sani” in tutta l’Unione. L’Italia resta senza una norma nazionale e con dati che peggiorano.

Effetto boomerang: tra profitto e rischio

C’è poi l’effetto-boomerang: costruire in zone esposte significa socializzare i rischi e privatizzare i profitti. Ogni ettaro impermeabilizzato in aree a pericolosità idraulica aumenta il deflusso, amplifica i danni degli eventi estremi e apre falle nei bilanci pubblici futuri, tra somma urgenza, ristori e ricostruzioni. È una contabilità che non compare nei comunicati, ma che torna puntuale nelle settimane di pioggia. E quando si invoca il “ripristino”, i numeri ricordano che si sta correndo all’indietro: rinaturalizziamo meno di ieri, mentre costruiamo più di oggi.

Il punto è qui: il cemento non è un effetto collaterale, è la conseguenza diretta di scelte politiche. L’assenza di una legge, la spinta alla logistica, il fondo cosmetico. Un triangolo perfetto che produce un Paese più fragile e più ingiusto, perché i costi della fragilità li pagano cittadini e territori, mentre i benefici si concentrano nelle filiere che “divorano” suolo. Se davvero “la priorità è il suolo”, lo si dimostra fermando la perdita, non comunicandola. Finché non accade, l’orologio continuerà a segnare: un campo da calcio ogni ora. E il conto, come sempre, lo pagheremo noi.

L’articolo Consumo di suolo, in Italia ogni ora scompare un campo da calcio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Onu festeggiata ma pure delegittimata: il doppio registro dell’Italia sulle Nazioni Unite

Ieri, 24 ottobre 2025: l’Italia veste di blu i palazzi del potere. La bandiera delle Nazioni Unite sventola sul Quirinale, Montecitorio si illumina, i comunicati istituzionali parlano di pace, cooperazione, difesa dell’umanità. Il presidente Sergio Mattarella definisce l’Onu «asse portante della politica estera italiana» e respinge l’idea che sia un «superfluo orpello diplomatico». È la rappresentazione solenne di un Paese che si proclama custode del multilateralismo. Ma dietro la facciata cerimoniale vive un’altra storia, fatta di attacchi sistematici, delegittimazioni, sospetti alimentati e un linguaggio politico che ha scavato nell’autorità dell’Onu fino a indebolirne la credibilità.

Il doppio registro del potere: celebrare e diffidare l’Onu

Negli ultimi due anni la scena italiana ha offerto due voci distinte. Da una parte la postura del Quirinale, che si richiama all’articolo 11 della Costituzione e alla cooperazione internazionale come fondamento della Repubblica. Dall’altra il linguaggio del governo Meloni, che nelle sedi Onu ha parlato di fallimento del multilateralismo. Alla tribuna dell’Assemblea generale, la presidente del Consiglio ha chiesto di «riformare in modo pragmatico e realistico» l’Organizzazione, domandandosi retoricamente se essa abbia mantenuto la pace e concludendo che «la risposta è impietosa». In quel lessico, la riforma è una forma di sfiducia, l’istituzione appare come un contenitore inefficace, e la sovranità degli Stati viene indicata come principio da difendere anche contro il diritto internazionale condiviso.

Parallelamente, Matteo Salvini ha trasformato la critica in attacco aperto: ha accusato l’Onu di «finanziare sprechi, ruberie e mangerie», minacciando di tagliare i contributi italiani e dipingendo l’istituzione come un attore ostile che «vorrebbe venire a dare lezioni agli italiani». Quando l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha sollevato dubbi sul decreto Sicurezza, il vicepremier lo ha definito «pretestuoso» e ha chiesto una «dura presa di posizione» contro Ginevra. In altri casi, membri della maggioranza hanno rilanciato fake news smentite dall’Unhcr, sostenendo che l’Onu distribuisse «carte di credito ai migranti per favorire l’immigrazione clandestina».

Dalle urne di New York ai fondi congelati: la diplomazia a intermittenza

La linea italiana nelle votazioni Onu ha seguito una logica variabile. Nell’ottobre 2023 Roma si è astenuta sulla risoluzione per una tregua umanitaria a Gaza, prendendo le distanze dai partner europei che votarono a favore. Nel luglio 2025 ha sostenuto una risoluzione dell’Ecosoc che condannava selettivamente Israele sui diritti delle donne, vergando il voto al fianco di Paesi come il Qatar e l’Afghanistan. Solo nel settembre 2025 l’Italia è tornata a cosponsorizzare la soluzione dei due Stati, rientrando nel solco europeo dopo settimane di polemiche. Nel frattempo, in piena emergenza umanitaria a Gaza, i finanziamenti a Unrwa sono stati sospesi dopo accuse israeliane mai comprovate, e riattivati solo in forma ridotta e vincolata, mentre la quasi totalità degli aiuti veniva indirizzata a un dispositivo controllato da Roma. Il messaggio politico è chiaro: l’Onu è tollerata solo se risponde a condizioni dettate dall’esterno.

Il caso della relatrice speciale Francesca Albanese, sanzionata dagli Stati Uniti nel luglio 2025 per le sue analisi sulle violazioni dei diritti umani a Gaza, ha rappresentato un altro banco di prova. L’Ufficio per i diritti umani dell’Onu ha denunciato «una minaccia al sistema delle Nazioni Unite», l’Unione europea ha «deplorato» la scelta di Washington, ma dal governo italiano non è arrivata nessuna difesa istituzionale del mandato Onu di una funzionaria italiana. Il silenzio ha avuto il peso di una presa di distanza.

Il coro mediatico e l’eco internazionale

Una parte della stampa nazionale ha costruito per anni una narrazione in cui l’Onu diventa un «baraccone inutile», accusato di essere politicizzato, ostile a Israele, ostaggio di «burocrati globalisti». Il racconto ha risuonato con le campagne sovraniste internazionali, da Donald Trump che bolla l’istituzione come «affare in perdita» a Viktor Orbán che sfida apertamente le agenzie Onu accusandole di intromettersi nella sovranità degli Stati. L’Italia ha assorbito quel vocabolario, adattandolo alle dinamiche interne: la critica alla burocrazia multilaterale è diventata un modo per giustificare ogni distanza, ogni taglio, ogni sospensione.

L’80° anniversario dell’Onu non cancella questo percorso. Lo avvolge in una scenografia rassicurante, ricoperta da dichiarazioni solenni e palazzi illuminati. Ma sotto la superficie resta l’immagine di un Paese che celebra l’istituzione che, poco prima, ha accusato di inefficacia, condizionato finanziariamente, contraddetto nei voti e abbandonato quando colpita da sanzioni politiche. La bandiera blu, in questa scenografia, non copre le crepe: le rende più visibili.

L’articolo Onu festeggiata ma pure delegittimata: il doppio registro dell’Italia sulle Nazioni Unite sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salvini lancia una legge sull’Islam: così non si parla delle falle dei trasporti

«Prima una legge sull’Islam, poi rivinceremo le elezioni». Matteo Salvini lo rilancia sui suoi social, come se fosse un programma di governo e non un segnale di emergenza elettorale. Quella frase non nasce ora: risale a Pontida, quando il leader della Lega aveva legato il trionfo delle urne alla costruzione di un nemico religioso. Ora ritorna, in piena crisi di consensi, come parola d’ordine per evitare di parlare di ciò che non funziona nei cantieri, nei treni, nei conti pubblici.

Islam, il vocabolario (variabile) di Salvini

Nel tempo, questa “legge sull’Islam” ha assunto forme variabili: chiusura delle moschee “irregolari”, censimento dei luoghi di culto, registro nazionale degli imam, divieto del velo integrale, blocco dei finanziamenti provenienti dall’estero. Salvini ha dichiarato che «l’Islam è una legge, non una religione», per tentare di spostare il dibattito fuori dalle tutele costituzionali.

Nessuna di queste misure è mai arrivata a essere un provvedimento organico. Le leggi regionali “anti-moschee”, soprattutto in Lombardia, sono state più volte travolte dalla Corte Costituzionale che ha ricordato che la pianificazione urbanistica non può essere usata come strumento per reprimere la libertà di culto.

La legge di Salvini che non può esistere

Il motivo è scritto nella Costituzione: l’articolo 3 vieta discriminazioni basate sulla religione; l’articolo 8 dichiara tutte le confessioni egualmente libere; l’articolo 19 garantisce il diritto di pregare in pubblico e in privato; l’articolo 20 vieta ogni legge che imponga oneri specifici a gruppi religiosi. Dalla sentenza n. 63 del 2016 alla n. 254 del 2019, la Consulta ha ribadito che non è possibile costruire barriere legali contro una singola fede.

La Corte europea dei diritti umani ha stabilito che eventuali limiti a simboli religiosi, come il velo integrale, devono fondarsi su motivazioni proporzionate e non discriminatorie. L’unica strada percorribile dallo Stato è l’intesa prevista dall’articolo 8, come nel Patto nazionale con l’Islam del 2017, mai sviluppato a causa della scelta di mantenere il tema nello spazio della propaganda.

Non è una legge, è un diversivo. Non è un progetto normativo, è un confine emotivo disegnato per raccogliere consenso nei momenti di difficoltà.

Islam, il nemico perfetto per non parlare d’altro

La difficoltà è concreta. Nel 2023, il Ministero delle Infrastrutture guidato da Salvini ha speso solo il 3,3% dei fondi Pnrr disponibili. La Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti sul progetto del Ponte sullo Stretto, segnalando falle procedurali e costi non giustificati.

I disservizi ferroviari del 2024 e 2025 hanno alimentato proteste diffuse: ritardi, linee bloccate, accuse di assenza di strategie. I fondi per le infrastrutture locali sono stati tagliati per concentrare risorse sulle grandi opere simboliche. Ogni volta che i numeri del ministero emergono, la battaglia identitaria viene riaperta. Non sull’efficienza, ma sull’appartenenza. Non sulla spesa, ma sulla paura.

Il meccanismo è chiaro e noto agli studiosi di comunicazione populista: spostare il baricentro dell’attenzione da un terreno tecnico verificabile a uno emotivo polarizzante. Una dinamica che ricade nella cosiddetta dead cat strategy: lanciare un tema esplosivo, irrilevante dal punto di vista legislativo ma capace di occupare il ciclo mediatico fino al prossimo incidente.

Le crepe dentro la Fortezza

Anche dentro la Lega qualcosa si muove. Dai territori del Nord arrivano segnali di malcontento: amministratori locali contestano la centralità del ponte mentre le strade provinciali restano abbandonate; iscritti parlano di perdita di identità e di disaffezione militante; i sondaggi mostrano un partito fermo sotto le due cifre, lontano dal 34% del 2019. L’egemonia comunicativa non sempre produce consenso, e la retorica anti-islamica rischia di risultare logora di fronte a chi misura il fallimento guardando il binario di un treno fermo.

La legge che non arriverà mai è già servita. È servita a proiettare un nemico quando il vero problema erano i numeri dei cantieri. È servita a rimettere Salvini al centro del dibattito quando il dossier sul trasporto regionale lo stava lasciando senza voce. È servita a spostare l’asse della discussione dal costo della vita ai “tribunali della sharia” evocati nei comizi.

Il leader della Lega non sta proponendo una legge: sta evocando un campo di battaglia che non richiede verifiche, solo applausi. E ogni volta che quel campo viene riaperto, la realtà delle infrastrutture ferme può attendere un altro giro.

L’articolo Salvini lancia una legge sull’Islam: così non si parla delle falle dei trasporti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Acqua, cibo e medicinali bloccati ai valichi per Gaza

Nella tregua che ci raccontano come fragile promessa di pace, la fame continua a essere l’arma più disciplinata. Tra il 10 e il 21 ottobre, Israele ha negato l’ingresso a 17 organizzazioni umanitarie internazionali che da anni lavorano nella Striscia di Gaza. Lo denuncia Oxfam insieme ad altre quaranta ong, indicando con precisione le forniture bloccate: acqua potabile, cibo, tende, medicinali. Cinquanta milioni di dollari di aiuti fermi ai valichi, imballati, congelati dall’arbitrio di un controllo che ha smesso di fingere neutralità.

Il 94% dei rifiuti ha colpito ong internazionali, persino quelle registrate e autorizzate dalle stesse autorità israeliane. In tre quarti dei casi la motivazione è stata la più burocratica e violenta: “non autorizzate”. Anche quando lo erano. Novantanove richieste di accesso respinte in undici giorni, più sei presentate dalle agenzie ONU. La fame diventa un modulo respinto, un timbro negato, un registro che non viene controfirmato. La tregua, invece, diventa un recinto in cui il tempo si usa per fiaccare i corpi.

Secondo Oxfam, il blocco sistematico degli aiuti è una scelta politica. È iniziato già a marzo, con l’assedio totale e la nuova procedura di registrazione imposta alle ong internazionali. Non un eccesso securitario: un disegno. Chi controlla il pane controlla il respiro. Chi decide quanta acqua entra decide chi può sopravvivere.

Persino raccontare questa fame diventa sospetto: stamattina, un portavoce militare israeliano ha definito la maggior parte dei giornalisti della Striscia “terroristi”. Fame e silenzio: il genocidio a bassa intensità travestito da tregua ha bisogno di entrambi. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

L’articolo Acqua, cibo e medicinali bloccati ai valichi per Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il coraggio promesso, la resa firmata: così l’Europa svende il suo futuro verde

È tempo di chiamare le cose con il loro nome: l’Unione europea mostra una vigliaccheria strutturale nei confronti dell’ambiente, ritirandosi dietro la solita scusa della “competitività”. Il Consiglio europeo ha ufficializzato la frenata nell’attuazione del Green Deal: gli obiettivi climatici diventano «mezzi pragmatici e realistici», la riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040 viene svuotata da clausole di revisione e crediti internazionali, pronti a coprire ritardi strutturali.

La retorica ambientale cede il passo alla deregolamentazione. Diciannove Stati membri, Italia in prima fila, hanno chiesto una “semplificazione” normativa che si traduce nello smantellamento delle tutele ambientali e sanitarie. I governi rivendicano il prolungamento del motore a combustione oltre il 2035 e nuovi margini per i biocarburanti: la transizione ecologica viene trattata come un vezzo costoso da sacrificare sull’altare delle lobby industriali.

In pochi anni l’emergenza climatica, che era stata il cuore politico dell’Unione, è stata inghiottita da una sequenza di crisi: pandemia, guerra in Ucraina, fiammate sovraniste. Il Green Deal sopravvive come reliquia verbale mentre l’Europa firma contratti per il gas liquefatto americano, riapre centrali a carbone, indebolisce i vincoli sull’agricoltura. È un ritorno all’ideologia che nega la scienza, pur sapendo che l’attuazione piena delle normative ambientali esistenti potrebbe garantire risparmi annuali per 180 miliardi in costi sanitari e ambientali, contro gli appena 8 miliardi promessi dalla “semplificazione”.

La vigliaccheria europea non è assenza di dichiarazioni, ma rinuncia sistematica. Il tradimento non è episodico: è un metodo. L’Europa che si vantava di essere faro climatico ha preferito l’ombra corta dei compromessi, scegliendo di arrendersi proprio mentre la scienza chiedeva coraggio.

Buon venerdì.

Meloni al Consiglio europeo, foto gov

L’articolo proviene da Left.it qui

L’illusione dei 27 miliardi e la favola del Sud locomotiva

«La ZES unica ha generato un giro d’affari di quasi 27 miliardi». Lo scrive la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel messaggio inviato al Forum organizzato a Napoli da Il Mattino sul ruolo dell’Italia e del Mediterraneo. È il biglietto da visita della narrazione ufficiale: il Mezzogiorno come nuova frontiera della crescita, la ZES come moltiplicatore di ricchezza, l’occupazione che sfonda i record, gli Accordi di coesione che “attivano” miliardi. Il problema è che i numeri veri sono meno entusiasti e più testardi.

I conti della ZES e la realtà della spesa

La cifra dei “27 miliardi” non sta in un consuntivo pubblico: è una stima di impatto complessivo (diretto-indiretto-indotto) confezionata da consulenze e rilanciata da Palazzo Chigi. Nei conti, quelli che si pagano, il 2024 registra 2,551 miliardi di credito d’imposta riconosciuto per 6.885 domande. Per il 2025 le prenotazioni superano i 22 miliardi, ma il plafond effettivo è attorno ai 2,2-2,3 miliardi: significa overbooking, graduatorie, tagli. La Corte dei Conti, nel giudizio sul Piano strategico approvato solo a inizio 2025, parla di «potenzialità da consolidare» e di governance da irrobustire. È la distanza tra lo slogan del “giro d’affari” e la cassa disponibile.

C’è poi l’estensione dell’incentivo a Marche e Umbria, politicamente spendibile, economicamente ambigua: se le risorse non crescono in proporzione, l’intensità dell’aiuto nel perimetro storico del Mezzogiorno si diluisce. Infine, gli “oltre 45 miliardi” rivendicati sugli Accordi di coesione sono impegni amministrativi del Fondo sviluppo e coesione 2021-2027 (78,1 miliardi complessivi), non cantieri. I report MEF di aprile 2025 classificano molte linee “in fase iniziale”: significa che la spesa vera è ancora da costruire.

Sud: crescita congiunturale, divari strutturali

Meloni scrive che il Sud «non è più fanalino di coda ma locomotiva». È successo nel 2024, con un Pil meridionale leggermente sopra la media nazionale (+0,9% contro +0,7%) grazie alla spinta del PNRR. Ma le stime 2025 ribaltano il cartello: Sud più lento del Centro-Nord. La Banca d’Italia (QEF 951/2025) lo riassume con freddezza: produttività bassa, capitale per addetto insufficiente, infrastrutture materiali e digitali incomplete, credito più caro e selettivo. Senza una correzione di struttura, la convergenza non parte.

Sull’occupazione il record c’è: nel secondo trimestre 2025 il tasso 15-64 del Mezzogiorno supera per la prima volta il 50%. Manca però il resto della frase: la media italiana è al 62,6%, il divario resta di oltre dodici punti. Tra i 25-34 anni il tasso è 75,6% in Italia e 63,1% nel Sud; per le donne coetanee si resta poco sopra la metà. L’ISTAT certifica che nel 2024 la povertà assoluta colpisce il 10,5% delle famiglie meridionali (Nord 7,9%). E il drenaggio di capitale umano continua: in vent’anni più di 500 mila laureati hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord o l’estero, con un saldo negativo che svuota competenze e futuro.

La qualità dello sviluppo è il punto cieco della propaganda. Crescere di Pil senza recuperare salari, produttività e servizi significa accumulare fragilità. Se il lavoro aggiuntivo è a bassa paga e bassa produttività, i divari sociali si incrostano. Se i servizi pubblici restano lenti, la competitività d’impresa evapora nei costi di contesto: giustizia, sanità, scuola, trasporti, logistica portuale. È qui che si misura l’effetto ZES nel tempo: non sul comunicato, ma sul salario netto, sull’investimento privato, sulla permanenza dei giovani qualificati.

Chi entra nelle pieghe dei numeri vede un’altra storia. La ZES unica consente semplificazioni e un credito d’imposta utile a spostare decisioni marginali d’investimento. Però la scala resta modesta rispetto al fabbisogno e alla domanda effettiva; l’allargamento geografico senza risorse aggiuntive fa aritmetica, non politica industriale. Gli Accordi di coesione “attivano” perché impegnano: fino a quando non diventano progetti esecutivi, cronoprogrammi, avanzamenti misurati, restano promesse con scadenza.

Il Mezzogiorno cresce quando lo Stato spinge e decelera quando la spinta finisce. Le stime Svimez e i quaderni di Bankitalia non sono editoriali dell’opposizione: sono diagnosi ripetute. Se Napoli ospita la celebrazione del “Sud locomotiva”, a Napoli bisognerebbe anche dire che le locomotive si valutano a fine corsa, non alla partenza. La differenza tra una stima e un risultato è tutta nei binari: spesa che diventa cantiere, cantiere che diventa produttività, produttività che diventa salario. Senza questa catena, i 27 miliardi restano un numero in cerca d’autore. E al Sud viene chiesto, ancora una volta, di credere a una convergenza che nei conti, per ora, non c’è.

L’articolo L’illusione dei 27 miliardi e la favola del Sud locomotiva sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Supporto militare e copertura politica: così scatta la corresponsabilità nel genocidio. Ora è nero su bianco in un documento ufficiale trasmesso all’Onu

Era stato annunciato nel marzo 2024, quando Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite – aveva parlato di «genocidio plausibile». Ora, nel documento A/80/492 del 20 ottobre 2025, trasmesso all’Assemblea generale in versione “advance unedited”, quel quadro viene formalizzato: il genocidio a Gaza è «un crimine collettivo» e ha potuto dispiegarsi grazie alla «complicità sostenuta di Stati terzi influenti». La responsabilità non riguarda solo gli autori materiali, ma include chi ha fornito armi, legittimità diplomatica e copertura politica. Il report elenca quattro forme di sostegno – diplomatico, militare, economico e umanitario distorto – che hanno consentito a Israele di perpetuare violazioni del diritto internazionale «nonostante gli avvertimenti della comunità giuridica e gli ordini della Corte internazionale di giustizia».

La svolta giuridica è chiara: dal 26 gennaio 2024, quando la Corte dell’Aia riconosceva l’«esistenza di un rischio serio di genocidio», gli Stati erano obbligati a prevenirlo. Chi ha continuato a fornire armamenti o sostegno politico, secondo Albanese, non può invocare ignoranza. Il report parla di «conoscenza effettiva o costruttiva» del genocidio e dunque di possibile corresponsabilità.

Complicità certificata

Nel dossier si legge che senza «partecipazione diretta, assistenza materiale e protezione diplomatica» da parte di Stati terzi, il genocidio non avrebbe potuto proseguire per due anni. Albanese elenca l’uso sistematico del veto statunitense al Consiglio di Sicurezza, la fornitura di armi da parte di Washington, Berlino e Roma, gli accordi energetici che hanno sostenuto l’economia di guerra israeliana, l’abbandono di richieste di cessate il fuoco permanente in favore di «pause umanitarie» utili solo a guadagnare tempo. Il riferimento all’Italia si inserisce in questo contesto: la continuità delle forniture militari autorizzate dal governo Meloni dopo gennaio 2024, insieme alle dichiarazioni di «pieno sostegno al diritto di Israele a difendersi», integra esattamente il paradigma di assistenza proibita.

Secondo il report, la responsabilità internazionale scatta quando uno Stato «contribuisce materialmente a un crimine sapendo che ciò agevola la commissione del genocidio». E le forme di sostegno non si limitano alle armi: anche il mantenimento di relazioni economiche senza misure restrittive e la protezione diplomatica nelle sedi multilaterali configurano complicità.

Le obbligazioni mancate

Il documento ricorda che il diritto internazionale impone non solo di non partecipare, ma di adottare «tutte le misure disponibili» per fermare il genocidio. La Corte internazionale aveva già stabilito che gli Stati non devono fornire aiuti che possano «sostenere l’operazione genocidaria». Albanese richiama inoltre il dovere di imporre un embargo sulle armi, sospendere trattati che mantengano la situazione illegale e attivare la giurisdizione penale universale. Nulla di tutto ciò è accaduto in Italia, dove la linea governativa ha continuato a giustificare l’azione israeliana come necessità di sicurezza, contestando come «offensivo e infondato» ogni richiamo al genocidio.

La relatrice osserva che «la distinzione tra territorio israeliano e territori occupati è divenuta giuridicamente insostenibile», motivo per cui i rapporti complessivi con Israele ricadono direttamente nel quadro di complicità. Una tesi che smonta la retorica di chi sostiene di aiutare «solo la difesa di uno Stato democratico».

Il governo nella zona rossa della storia

In questo schema, il report A/80/492 colloca l’Italia tra coloro che, pur a conoscenza dell’esistenza di un genocidio in corso attestato dalla Corte e dalle principali agenzie Onu, hanno continuato a fornire assistenza «sotto forma di supporto militare, copertura politica, partecipazione a narrative delegittimanti le vittime». Ogni riferimento a chi ha definito «vergognose» le accuse di genocidio non è esplicito, ma l’inquadramento giuridico è inequivocabile: l’articolo 16 sugli atti internazionalmente illeciti considera corresponsabile uno Stato che contribuisce, anche indirettamente, a un crimine sapendo che la condotta concorre al suo compimento.

La conclusione è priva di ambiguità: se il genocidio è un crimine collettivo, ogni governo che ha proseguito nel sostegno a Israele dopo gli ordini della Corte ne è parte. Le conseguenze non sono solo morali: la relatrice parla di «futuri obblighi di giustizia e punizione». La storia è già scritta nei documenti dell’Onu. Il resto lo scriveranno i tribunali.

L’articolo Supporto militare e copertura politica: così scatta la corresponsabilità nel genocidio. Ora è nero su bianco in un documento ufficiale trasmesso all’Onu sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui