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Occhi su Gaza, diario di bordo #46

Pace? No. Tregua A Gaza la tregua è solo una parola svuotata, un atto di propaganda. Nelle ultime ore Israele ha ucciso sette persone, ne ha rapite nove, e ha restituito decine di corpi torturati alla Croce Rossa. Mani legate, corde al collo, segni di bruciature e tagli profondi sulla schiena: sono le prove di un sistema che non conosce vergogna. Quarantacinque cadaveri riconsegnati senza nome, come oggetti smarriti di una guerra disumana.

Il Times of Israel racconta l’indagine su quattro riservisti accusati di aver violentato a morte un medico palestinese con una sbarra di ferro. I loro avvocati parlano di “autodifesa”. Autodifesa da chi? Da un prigioniero nudo, legato, in un campo di tortura. È la stessa logica che giustifica tutto: i corpi distrutti, le case rase al suolo, i bambini senza volto.

Nel frattempo il valico di Rafah resta chiuso, e i giornalisti non possono entrare. Mosab Abu Toha, poeta palestinese, lo ha detto su Sky News: «Questo non è un cessate il fuoco». Rula Jebreal denuncia che Israele ha violato gli accordi bloccando gli aiuti umanitari e usando come pretesto il ritardo nel recupero dei resti degli ostaggi. Ogni scusa è buona per ricominciare.

A Gaza la pace non è arrivata. Ha solo cambiato nome. I camion restano fermi, i corpi si accumulano, le parole si sporcano. E l’Occidente, che si crede civilizzato, osserva in silenzio.

Perché qui non c’è tregua: c’è solo la pausa tra due bombardamenti.

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Pamela e l’educazione che non vogliamo insegnare

Pamela Genini aveva 29 anni. È stata uccisa a coltellate dal compagno, a Milano. Lui non ha accettato la sua libertà. Una donna punita per avere espresso la propria volontà. È cronaca che ritorna: un «no» trasformato in condanna.

Non è gelosia. È la cultura del possesso che scambia l’amore con il dominio e la libertà femminile con una minaccia. È il lessico che addolcisce la violenza, titoli che parlano di raptus, interviste che cercano attenuanti, giornali che raccontano il carnefice come una vittima del momento.

Ogni femminicidio accade dentro un sistema che ancora non riconosce il rifiuto come diritto. Il «no» di una donna è percepito come affronto. Prevenire significa credere alle donne, costruire reti che funzionino prima e dopo la denuncia, formare chi ascolta le loro parole, proteggere chi decide di uscire.

Intanto la politica imbocca una scorciatoia: un emendamento che cancella dalle scuole medie l’educazione sessuale e affettiva. Si toglie ai ragazzi lo spazio in cui si impara il consenso, si nominano i confini, si riconosce la violenza. È un arretramento culturale profondo. Chi rimuove quella lezione rinuncia a fare prevenzione e preferisce tornare alla rassegnazione.

Ogni volta che l’Italia spegne la voce dell’educazione, lascia parlare la cronaca nera. Ricominciare da lì – dall’educazione affettiva obbligatoria, con docenti formati e programmi verificati – non è ideologia: è sopravvivenza civile. Cancellarla è scegliere l’ignoranza come politica pubblica.

Foto di Xavi Cabrera su Unsplash

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Ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi: in Palestina è il linguaggio che decide chi è umano

Lunedì 13 ottobre 2025 Hamas ha liberato gli ultimi venti ostaggi israeliani vivi, mentre Israele ha avviato il rilascio di circa millenovecento prigionieri palestinesi. Il giorno dopo la Croce Rossa ha preso in consegna quattro salme di ostaggi e ha segnalato che il recupero degli altri corpi richiederà tempo per la distruzione diffusa a Gaza. La notizia ha dominato le prime pagine, ma la simmetria dello scambio si è dissolta appena aperti i giornali: gli israeliani restano “ostaggi”, i palestinesi “prigionieri”. Gli uni hanno volti e nomi, gli altri numeri e sospetti.

Le parole che separano le vittime

Un’analisi dei principali media italiani mostra una regola costante: empatia per gli israeliani, linguaggio burocratico per i palestinesi. I primi sono descritti come «ostaggi rapiti», «vittime innocenti», «persone da salvare»; i secondi come «detenuti», «scarcerati», talvolta «condannati». Nei titoli, la sproporzione è netta: «Liberati venti ostaggi israeliani» accanto a «Rilasciati 1.950 detenuti palestinesi». Nessuna biografia, nessuna foto, nessuna famiglia da mostrare.

Secondo l’Osservatorio di Pavia e Cospe, nel periodo 11–15 ottobre il 93% delle voci nei servizi televisivi su Gaza era italiano: i giornalisti palestinesi, oltre duecento dei quali uccisi secondo l’Onu, restano invisibili anche nel racconto della tregua. Eppure i dati forniti da B’Tselem e HaMoked parlano chiaro: oltre 11.000 palestinesi in custodia, di cui 3.500 senza processo e centinaia di minori detenuti sotto regime amministrativo. Ma nei telegiornali diventano “scarcerazioni per la pace”, un eufemismo che cancella la realtà della detenzione arbitraria.

La grammatica dell’empatia

Il lessico non è neutro. “Ostaggi” evoca innocenza e vulnerabilità; “prigionieri” suggerisce colpa e legalità. In Italia questa dicotomia è ripetuta fino alla saturazione, trasformando un fatto politico in un atto linguistico: si umanizzano i primi e si spersonalizzano i secondi. I servizi televisivi moltiplicano i primi piani dei ricongiungimenti familiari israeliani, mentre i rilasciati palestinesi sono mostrati in massa, come folle indistinte.

Gli studi più recenti – da Communication, Culture and Critique all’Institute for Palestine Studies – documentano lo stesso meccanismo: il pubblico riconosce come vittime solo coloro di cui conosce il volto. Gli altri diventano “rumore statistico”. L’empathy gap, il divario di empatia, è il risultato più tangibile di questa asimmetria: non c’è uguale diritto al dolore, né uguale diritto alla narrazione.

Gli israeliani vengono «uccisi» o «massacrati» da Hamas; i palestinesi «muoiono» o «perdono la vita». La differenza grammaticale coincide con una differenza morale: la violenza israeliana viene depotenziata, quella palestinese enfatizzata. Il massacro di Nuseirat dell’8 giugno 2024, con 274 palestinesi uccisi e 698 feriti per liberare quattro ostaggi, fu raccontato come «operazione di salvataggio». Le vittime, solo un dettaglio di contesto.

Il condizionamento politico della stampa

L’allineamento politico italiano con Israele resta saldo. Giorgia Meloni ha parlato di «pace giusta», ma non ha mai pronunciato la parola “genocidio”, nonostante la Commissione d’inchiesta Onu abbia riconosciuto a settembre «atti di natura genocidiaria». Antonio Tajani ha ribadito che «Israele ha diritto a difendersi» senza mai citare le torture e le detenzioni illegali documentate da Amnesty International.

Questo orientamento si riflette nella copertura mediatica. Il rapporto Illuminare le periferie mostra che il termine “genocidio” è comparso nei telegiornali solo come citazione, mai come formulazione redazionale. I talk show ospitano quasi esclusivamente analisti occidentali e politici italiani; le voci palestinesi vengono relegate a testimonianze marginali. Persino dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre, le telecamere restano puntate sugli “ostaggi liberati”, non sui 250 corpi palestinesi estratti dalle macerie nei primi giorni di tregua.

La disumanizzazione non è un effetto collaterale ma un metodo. Come spiegava il giornalista Raffaele Oriani dopo le sue dimissioni da il Venerdì di Repubblica, «la grande stampa ha accompagnato il massacro». E la politica ha fornito la cornice. L’Italia intrattiene rapporti economici e cooperazione anche militare con Israele. La distanza tra opinione pubblica e potere è profonda: un sondaggio Ipsos di settembre mostrava che il 58% degli italiani considera l’offensiva israeliana «una catastrofe umanitaria che una democrazia non può causare».

Il valore diseguale della vita

La disparità narrativa fra “ostaggi” e “prigionieri” è la stessa che attraversa tutto il racconto di Gaza. Dei 20.000 bambini palestinesi uccisi in ventitré mesi, non conosciamo i nomi. Degli israeliani sì, uno per uno. Come ricordava Francesca Albanese, Relatrice speciale Onu, «la disumanizzazione è il preludio dell’impunità». E in Italia quell’impunità passa per la grammatica.

Quando 20 israeliani sono “ostaggi” e 1.900 palestinesi “detenuti”, quando 67.000 morti vengono riassunti in un titolo passivo, quando le vittime di una parte hanno biografie e le altre restano numeri, si è già scelto da che parte stare. Il linguaggio non descrive la realtà: la costruisce. E oggi la realtà costruita dai media italiani è un mondo in cui l’umanità ha un passaporto.

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Tajani, tra gaffe e propaganda: la “lezione telematica” ai palestinesi e la politica estera dell’annuncio sine die

Nel punto più controverso della sua informativa al Parlamento Antonio Tajani ha rivendicato l’idea di «coinvolgere le università telematiche per la formazione degli studenti palestinesi in loco», liquidando le obiezioni con un «la formazione a distanza si fa così» rivolto a Pier Ferdinando Casini, tra i più critici in Aula. Il brusìo che ne è seguito fotografa il limite politico e culturale della proposta: non è un piano, è una scorciatoia. Dentro Gaza l’elettricità resta intermittente, le dorsali di rete sono state ripetutamente interrotte, migliaia di studenti e docenti sono sfollati; la priorità rimane ricostruire spazi sicuri, garantire energia e connettività stabile, riattivare servizi minimi.

Presentare l’e-learning come soluzione sostitutiva significa normalizzare l’emergenza e rovesciare il nesso causale: si finge di “portare l’università” dove non ci sono le condizioni minime per fare scuola. Non è solo tecnicamente fragile; è un messaggio politico che sposta la responsabilità dalle condizioni materiali imposte dal conflitto agli strumenti didattici, e trasforma un diritto in un login. Le stesse parole del ministro – «proposta del ministro Bernini», «formazione in loco» – mostrano l’assenza di ogni architettura: nessun accreditamento, nessun protocollo d’esame, nessuna tutela dei dati, nessun corridoio fisico per i laboratori. È annunciata come gesto di cura; somiglia a un maquillage tecnologico.

La pace condizionata e l’asimmetria come metodo

La promessa del «riconoscimento dello Stato di Palestina più vicino» è costruita su una condizione che la rende, di fatto, rinviabile: «un’Autorità nazionale palestinese profondamente rinnovata negli uomini e nei metodi», «Gaza affidata provvisoriamente a un controllo internazionale con partecipazione dei Paesi islamici». Manca qualsiasi definizione di chi certifichi tali “condizioni”, con quali indicatori, in che tempi e con quale base giuridica. È la prospettiva di due Stati, ma solo dopo.

Nello stesso passaggio Tajani parla di «primo grande tassello» a Sharm el-Sheikh e di «svolta storica grazie a Trump», pur ammettendo che molte variabili «sono ancora legate a un filo». Quando il lessico è trionfale e gli strumenti sono vaghi, la politica estera si riduce a comunicazione. E infatti sui capitoli che trasformano un annuncio in politica – mandato e regole d’ingaggio di una forza di stabilizzazione, protezione dei civili, costi, clausole di uscita – non arriva alcun dettaglio operativo, solo l’invito all’«unità del Parlamento». La fotografia di quei minuti, con i banchi del governo semivuoti, racconta meglio delle parole la gerarchia reale delle priorità.

Il racconto autoassolutorio dell’Italia “ponte”

C’è, nell’insieme dell’intervento, una torsione autoassolutoria. L’Italia «ha costruito ponti» mentre «pochissimi Paesi» avrebbero mantenuto canali aperti con Israele e Anp. È un’affermazione smentita dalla realtà europea: l’intera architettura dell’Unione dialoga con entrambe le parti da anni. Rivendicare un’eccezionalità che non esiste serve a giustificare il seguito del ragionamento: se l’Italia è “ponte”, allora la conferenza per la ricostruzione al Cairo diventa il palcoscenico per il “sistema Paese”, il pacchetto da 60 milioni per sicurezza alimentare, sanità e formazione il salvacondotto morale, la tregua olimpica un brand internazionale.

Nulla di tutto questo è sbagliato in sé; lo è l’assenza di governance, criteri, partner attuatori, indicatori e meccanismi anti-speculazione. Anche qui, l’elenco di nomi illustri – ospedali, atenei, filiere – sostituisce l’istruttoria pubblica: chi decide cosa, con quali fondi, a quali condizioni, con quale controllo terzo? L’idea di “ricostruzione” diventa così un catalogo, non una politica.

Il passaggio sulle missioni completa il quadro. Tajani accredita i «Carabinieri presenti in Palestina dal 2013» come prova di una “profonda conoscenza” da mettere «al servizio della popolazione di Gaza». L’errore cronologico non è il punto; il punto è l’uso strumentale della memoria istituzionale per coprire l’assenza di un mandato attuale e di una cornice legale internazionale per qualsiasi presenza sul terreno. Se la prova della nostra competenza è una data, significa che non c’è un progetto da spiegare. Se la cornice è «ci inchiniamo a Pizzaballa» e «giorno della speranza», significa che alla complessità del diritto internazionale si preferisce la rassicurazione del simbolo.

La coerenza si misura nelle scelte, non nelle frasi. Dire «riconoscimento più vicino» e insieme rinviarlo a condizioni non definite trasferisce sui palestinesi il peso della prova; annunciare “formazione a distanza in loco” senza infrastrutture né tutela significa scaricare sugli studenti la resilienza che spetta alla politica; invocare «unità» mentre si costruisce una pace condizionata e una ricostruzione senza architettura pubblica è chiedere una delega in bianco.

In Aula, tra un applauso bipartisan alle forze dell’ordine e l’ennesimo richiamo agli “estremisti pro Pal”, non c’era un piano italiano per la pace: c’era un racconto che pretende di bastare a sé stesso. Il resto – governance, diritto, responsabilità – è rinviato alla prossima conferenza, al prossimo annuncio, alla prossima “speranza”. La politica estera, però, non è un comunicato: è catena delle decisioni, verifiche, impegni misurabili. Oggi da Tajani non sono arrivati.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #45

A Gaza la pace continua a essere un modo elegante per dire che la guerra ha cambiato forma. Oggi, mentre a Palazzo Chigi si discute di «ricostruzione» e il ministro Tajani la chiama «svolta storica», le autorità locali aggiornano il bilancio a 67.938 morti. Poche ore fa due palestinesi sono stati uccisi a est di Gaza City, altri corpi sono stati consegnati senza nome, e il valico di Rafah è rimasto chiuso. Quattrocento camion di aiuti aspettano ancora il permesso di entrare, mentre le famiglie restano accampate tra le rovine, in attesa di sacchi di farina che non arrivano.

Nella Striscia la fame e la sete hanno preso il posto dei droni. L’acqua resta sotto i sei litri al giorno per persona, gli ospedali funzionano al sedici per cento, la carestia è totale. È la definizione esatta di genocidio a bassa intensità, come lo chiamano i giuristi dell’Onu: una morte lenta, calcolata, con la burocrazia al posto delle bombe. L’assedio è diventato la nuova normalità, una prigione amministrata da chi decide chi può respirare e chi no.

Eppure da Roma si parla di «ripartenza». Il governo annuncia un inviato speciale e promette «scuole nuove» dove non ci sono più bambini. L’Europa si limita a riattivare missioni “in standby” e a ripetere che serve una pace “giusta e duratura”. Ma la giustizia non è nei dossier: è sepolta sotto le macerie insieme ai nomi delle vittime. Nelle stesse ore, a Khan Younis e Rafah si continua a scavare con le mani, tra le tende e la polvere, per ritrovare corpi che nessuno registra più.

Gaza non è in ricostruzione. È ancora sotto assedio. E ogni volta che qualcuno pronuncia la parola “pace” mentre l’acqua resta chiusa, quel silenzio fa più rumore di un bombardamento. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

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La povertà non cala perché il lavoro vale sempre meno

In Italia ci sono più di un milione di occupati in più rispetto all’inizio della legislatura, eppure la povertà resta esattamente dov’era. L’Istat fotografa un Paese che lavora di più ma vive peggio: 5,7 milioni di persone in povertà assoluta nel 2024, pari al 9,8% dei residenti, contro il 9,7% dell’anno precedente. Cresce anche la povertà relativa, che riguarda quasi 9 milioni di italiani.

È la smentita più chiara alla narrazione del governo Meloni, che da due anni celebra il “record di occupazione” come segno di benessere diffuso. I numeri raccontano altro: il 7,9% delle famiglie con un occupato è povero, come lo era nel 2023 e nel 2022. Tra gli operai il tasso sale al 15,6%, e nel Mezzogiorno tocca il 10,5%. Un terzo delle famiglie composte solo da stranieri è in povertà assoluta.

Mai così tanti, poi, i minori poveri: 1,3 milioni, il 13,8% del totale. È il dato più alto della serie storica. L’Italia del “lavoro che cresce” è anche l’Italia in cui le famiglie numerose sopravvivono con salari che non coprono l’inflazione, dove l’intensità della povertà resta inchiodata al 18,4%, e dove chi lavora spesso è solo un povero con meno tempo libero.

Dietro la retorica dell’occupazione, c’è la realtà del salario minimo mancato, dei contratti precari e del costo della vita che corre. Il lavoro non basta più a vivere: in un Paese che si illude di crescere, la vera emergenza è che la fatica non paga. E che il merito, tanto evocato dal governo, vale solo finché serve a giustificare le disuguaglianze, non a correggerle.

Buon mercoledì. 

 

Foto di Shivendu Shukla su Unsplash

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Toscana, il flop alle Regionali apre la resa dei conti nella Lega: il generale Vannacci in ritirata e Salvini sotto assedio

Il giorno dopo il voto, nella Lega si parla di resa dei conti. Il partito si è fermato al 4,38% in Toscana, la peggiore performance nella regione e una delle peggiori della storia recente. Roberto Vannacci, cui Matteo Salvini aveva affidato la regia della campagna, è diventato il bersaglio di un fuoco incrociato che attraversa tutto il Carroccio. «Chi vota ha sempre ragione», ha commentato a caldo, accusando l’astensione: «Un toscano su due non ha votato». Ma dentro il partito la diagnosi è diversa: il disastro è suo, e con lui quello di Salvini.

Susanna Ceccardi, commissariata dal generale, si è limitata a dire che «l’analisi andrebbe chiesta a lui e a Salvini». Giovanni Galli, escluso dalle liste, è stato più netto: «Vannacci ha impostato una campagna sbagliata, costruita su se stesso. Ora deve prendersi la valigia e ammettere di aver fallito». A Viareggio il direttivo cittadino si è dimesso in blocco, mentre la consigliera Maria Domenica Pacchini ha denunciato di essersi sentita «tradita da Vannacci e Salvini» per aver «imposto un linguaggio inaccettabile verso le donne».

Il generale, intanto, aveva gestito in autonomia la campagna, scegliendo personalmente i candidati e riservando all’ex portaborse Massimiliano Simoni l’unico collegio sicuro. La sua gestione “militare” del partito toscano ha escluso dirigenti storici e alimentato fratture che si sono riflesse sul risultato finale. Ora, tra le macerie elettorali, le correnti locali chiedono una verifica politica immediata.

Il partito spaccato

Dietro il tracollo si consuma una resa dei conti più ampia. La “Lega Salvini Premier”, già indebolita da mesi di tensioni tra l’ala nordista e quella identitaria, vede riaprirsi la faglia tra chi difende il profilo autonomista e chi spinge sulla linea nazional-populista di Vannacci. In Lombardia il governatore Attilio Fontana ha ribadito che «nessuno vannaccizzerà la Lega», mentre Massimiliano Romeo rilancia la “Carta della Lombardia”, centrata su autonomia e competenze locali.

In Veneto, Luca Zaia medita l’addio dopo che via Bellerio ha escluso il suo nome dal simbolo elettorale. «Se sono un problema, renderò reale il problema. Cercherò di rappresentare fino in fondo i veneti», ha detto, lasciando intendere la possibilità di una lista autonoma. Nelle stesse ore, i governatori del Nord hanno accolto con sollievo la disfatta toscana, letta come la fine della pretesa egemonica del generale. In controluce, riaffiora la frattura tra il partito amministratore del Nord e quello identitario costruito da Salvini.

La leadership di Salvini in bilico

La sconfitta toscana non è solo un problema di percentuali: segna il logoramento del tandem Salvini-Vannacci e riaccende le ambizioni di chi, nel partito, punta a una svolta post-salviniana. L’ex deputato Paolo Grimoldi, oggi leader del “Patto per il Nord”, ha parlato di un partito «che ha abbandonato il Nord e cerca voti con Vannacci e Mussolini».

Nel quartier generale leghista prevale la linea del silenzio. Salvini, apparso teso e sfuggente, si limita a dire che «Vannacci resta un valore aggiunto», ma la base non ci crede più. Dalle Europee 2024, quando la Lega aveva superato il 9%, al voto regionale di ottobre, il crollo è stato verticale. Il Carroccio non tocca più la doppia cifra in nessuna regione chiave e resta schiacciato tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Perfino tra gli eurodeputati, dove Vannacci siede da aprile, crescono i dubbi sulla compatibilità tra la sua retorica identitaria e la linea ufficiale del partito.

Pontida 2025 doveva essere la vetrina del nuovo equilibrio tra il capo e il generale; oggi somiglia al preludio di una scissione. Nelle sezioni si parla di “errore strategico”, nei territori di “deriva personale”. La sconfitta toscana non è solo un incidente: è diventata il simbolo di un partito che ha perso la bussola.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #44

Non hanno fatto in tempo ad asciugare i bicchieri del prosecco che la cosiddetta pace a Gaza già si mostra per quello che è. Sei civili palestinesi, secondo l’agenzia Wafa, sono stati uccisi ieri a Shuja’iyya da droni israeliani mentre tornavano tra le macerie delle loro case. Israele sostiene che si trovassero in una “zona vietata”. Come se l’intera Striscia non fosse ormai un’unica zona vietata alla vita.

Netanyahu, intanto, fa l’unica cosa che sa fare: minaccia. È l’unico linguaggio del suo governo, quello della violenza e dell’oppressione. Ma mentre i droni riprendono a colpire, un’altra offensiva, più silenziosa, si consuma in rete: Instagram ha cancellato l’account del giornalista Saleh al-Jafarawi, ucciso nei giorni scorsi. Aveva oltre 4 milioni e mezzo di follower. Le sue immagini, le testimonianze del genocidio, sparite anche dagli archivi. Una rimozione sistematica, più rapida delle stesse ruspe chiamate alla “ricostruzione”.

A Jabalia si continua a combattere: scontri tra forze di sicurezza di Hamas e gruppi armati sostenuti da Israele, riferisce Al Jazeera. All’ospedale di Khan Yunis arrivano nuovi feriti. A Shuja’iyya i corpi vengono recuperati da chi non aveva più nulla da perdere.

Questa non è una pace, perché non c’è giustizia. Non quella del diritto internazionale, con la Croce Rossa trattata come un fastidio, né quella morale, negata a un popolo ridotto all’apolidia e al silenzio.

Non è fragile la pace. Quella non esiste. È fragile la sopravvivenza e la libertà di Gaza, semplicemente perché l’una non è garantita e l’altra non è contemplata in quel piano che tutti celebrano. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

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Ponte Morandi, i pm chiedono 18 anni e 6 mesi per Castellucci: “Gestiva Autostrade come la sua gallina dalle uova d’oro”. La difesa: “Inaccettabile”

A sette anni dal crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto 2018 costò la vita a 43 persone, la Procura di Genova ha chiesto la condanna a 18 anni e sei mesi per l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci. È la pena più alta tra le richieste formulate nel processo che vede imputate 57 persone tra ex dirigenti di Aspi e Spea, la società di ispezione del gruppo, oltre a funzionari del Ministero delle Infrastrutture.

Il pubblico ministero Walter Cotugno, titolare dell’inchiesta insieme a Marco Airoldi, ha parlato di un’«enciclopedia di responsabilità» a carico dell’ex manager. Secondo la ricostruzione della Procura, Castellucci sapeva dal 2009 delle condizioni critiche del viadotto sul Polcevera ma scelse di rinviare gli interventi, seguendo una logica di risparmio e profitto. «Si è comportato così – ha detto Cotugno in aula – per prestigio, benefit personali, carriera. Gestiva Autostrade come la sua gallina dalle uova d’oro».

Le parole dei pm

La requisitoria, chiusa oggi dopo quattro mesi di udienze, ha ricostruito un sistema in cui la manutenzione della rete veniva sistematicamente sacrificata per aumentare i dividendi. «Per vent’anni – ha aggiunto Cotugno – Castellucci ha compiuto scelte sistematicamente a sfavore della sicurezza. È il massimo esempio di dolo eventuale». La procura ha chiesto l’assoluzione per l’imputazione di attentato alla sicurezza dei trasporti, ritenendo tuttavia gravissimi i capi d’accusa per omicidio colposo plurimo e disastro colposo.

Tra le altre richieste, i pm hanno chiesto 17 anni per l’ex direttore delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli, 16 per l’ex dirigente Paolo Berti e pene tra 7 e 12 anni per vari funzionari e tecnici coinvolti, a seconda dei ruoli e delle responsabilità.

Durante l’arringa, il pm ha evocato il clima interno ad Autostrade, definendo Castellucci «come un innominabile lord Voldemort»: un capo di cui non si poteva nemmeno scrivere il nome, tanto era forte la sua influenza. L’accusa ha ricordato anche la continuità gestionale dopo la strage dell’autobus di Avellino del 2013, in cui morirono 40 persone: «Neppure allora cambiò nulla», ha detto Cotugno.

Le reazioni delle vittime

Per Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime del Ponte Morandi, la richiesta è «un passo fondamentale». «La pena elevata è importante – ha dichiarato – perché riconosce la gravità delle responsabilità. Sappiamo che, data l’età dell’imputato, potrà beneficiare di misure alternative, ma l’essenziale è che ci sia una condanna». Possetti ha aggiunto che «la cecità di fronte ai rischi del ponte era perfettamente nota, e oggi questo è stato finalmente riconosciuto in aula».

Le società Aspi e Spea, uscite dal processo dopo il patteggiamento, hanno versato complessivamente 29 milioni di euro, risarcendo la quasi totalità dei familiari delle vittime e contribuendo alla costruzione del nuovo viadotto.

La difesa

Dura la replica dei legali di Castellucci, gli avvocati Guido Carlo Alleva e Giovanni Accinni, che hanno definito la richiesta «spaventosa e inaccettabile». Secondo la difesa, i pm avrebbero oltrepassato i limiti del processo penale, entrando in valutazioni «sulla personalità e sulla vita privata» dell’imputato. «È un procedimento – ha detto Alleva – in cui l’ingegnere Castellucci si trova già in una condizione di minorata difesa, detenuto nel carcere di Opera dopo la condanna definitiva per la strage di Avellino. Quelle espressioni sul suo conto non appartengono a un processo penale civile e razionale».

Il processo e le prossime tappe

Il procedimento, aperto nel 2022, è uno dei più vasti mai celebrati in Italia per disastro infrastrutturale. Le udienze proseguiranno nelle prossime settimane per gli altri 56 imputati. Secondo l’accusa, il crollo del viadotto Polcevera non fu una fatalità ma l’esito di un sistema di omissioni diffuse in cui Aspi, Spea e il ministero avrebbero dovuto vigilare e non lo fecero.

L’obiettivo è arrivare a sentenza entro l’estate 2026. Intanto, la richiesta di 18 anni e sei mesi per Castellucci – la massima prevista dal codice – resta un segnale: la prima volta in cui la giustizia italiana tenta di fissare una responsabilità penale individuale per una tragedia che ha segnato la storia del Paese.

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Vannacci scopre di essere la minoranza che disprezza

Tra le molto scassate idee dell’ex generale Roberto Vannacci, vicepresidente di Salvini, c’è quella secondo cui tutte le minoranze non sarebbero “normali”. L’europarlamentare leghista – salito alla ribalta per avere avuto lo stomaco di scrivere un libro a forma di rutto al bancone del bar – spiega in tutte le salse che le minoranze in Italia hanno troppo spazio nel dibattito pubblico, monopolizzano giornali e televisioni e soprattutto vorrebbero imporre le proprie idee “alla maggioranza degli italiani”.

Viene naturale pensare quindi che Vannacci sia convinto di rappresentare una larga fetta della popolazione italiana. Sarà per quello che sfila da una rete televisiva all’altra con il suo incedere militare, spargendo basso paternalismo che aspira a essere politico, spaziando su tutti i temi dello scibile umano con la leggerezza di un frate laico che porta i suoi elettori a un campo scuola permanente.

L’ex generale Vannacci ha preteso – con non pochi mal di pancia all’interno del suo partito – di prendere la guida della Lega per le elezioni regionali toscane. Ha deciso gran parte dei candidati, ha diffuso significativi video elettorali (imperdibile quello con un pesce in braccio) e ha collezionato il peggior risultato della Lega in Toscana, finendo ben dietro a Forza Italia e perfino alla candidata di sinistra Antonella Bundu.

Vannacci da ieri quindi è un “anormale” che, pur essendo risibile minoranza, pretende di infestarci con le sue opinioni per imporre un mondo al contrario. Dietro di lui, sullo sfondo, il suo segretario Salvini, che sta riuscendo nel capolavoro politico di trasmettere al suo partito la stessa credibilità di un treno annunciato senza arrivare.

Buon martedì.

Foto di Vannacci da wikipedia

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