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Premierato, il treno della stabilità deraglia a Parigi: la crisi politica in Francia è un allarme anche per la riforma del governo Meloni

In Francia, dove il presidente viene eletto direttamente dal popolo, il sistema è paralizzato. Dopo le elezioni anticipate del 2024, l’Assemblea nazionale è divisa in tre blocchi inconciliabili. Emmanuel Macron ha bruciato in pochi mesi tre governi, l’ultimo durato appena quattordici ore. Il nuovo premier Sébastien Lecornu, rinominato per trovare un equilibrio impossibile, si è già ritrovato sotto minaccia di sfiducia. Il bilancio 2026 rischia di saltare e i mercati si preparano a prezzare l’instabilità. È la dimostrazione empirica che l’elezione diretta del capo dello Stato non garantisce la governabilità.

L’architettura semi-presidenziale francese, che da sessant’anni affascina i fautori del “capo scelto dal popolo”, si regge sulla stessa promessa che Giorgia Meloni ha scolpito nella riforma del premierato: stabilità e trasparenza, anche se in questo sarebbe il primo ministro ad essere eletto direttamente. Ma la Francia mostra cosa accade quando il voto non produce maggioranza: il vertice resta forte solo sulla carta, i governi si logorano sulle fiducie e le leggi si negoziano pezzo per pezzo. Non è un incidente: è la natura di un sistema che personalizza il potere e, insieme, dipende interamente dall’aritmetica d’Aula. Senza cultura di coalizione e senza una legge elettorale che costruisca maggioranze praticabili, la promessa si svuota.

Il governo italiano sostiene che l’elezione diretta del premier «favorirà la stabilità per cinque anni». Lo ha ripetuto Meloni il 3 novembre 2023, presentando la riforma come «madre di tutte le riforme». Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra delle Riforme, ha ribadito che il premierato sarà «leva economica e garanzia di stabilità». Antonio Tajani ha aggiunto che «non toglie poteri al Quirinale, ma rafforza la governabilità». E Carlo Nordio lo ha definito «strumento per evitare crisi e ribaltoni». Intanto, a Parigi, la Quinta Repubblica convive con mozioni di censura seriali e governi lampo.

Una riforma ferma, una lezione ignorata

Dopo la dissoluzione dell’Assemblea voluta da Macron nel giugno 2024, nessun partito ha superato il 30 per cento. Il Nuovo Fronte Popolare guida un’opposizione compatta; la coalizione presidenziale Ensemble è minoranza; il Rassemblement National ha trasformato ogni voto in un plebiscito contro l’Eliseo. L’uso del 49.3 ha sfiancato i rapporti; Lecornu ha promesso di non ricorrervi, ma il Parlamento resta ingovernabile. La Banca di Francia stima un freno alla crescita dovuto all’incertezza; i quotidiani economici parlano apertamente di crisi strutturale del semi-presidenzialismo. La politologa Mabel Berezin lo riassume: personalizzazione senza maggioranze solide genera scontri e governi a termine.

A Roma, la riforma Casellati è ferma alla Camera. Dopo l’approvazione al Senato nel giugno 2024, l’iter si è arenato tra audizioni e rinvii. Il referendum evocato a ogni comizio è scivolato ai margini dell’agenda politica. Eppure, la narrazione resta identica: «stabilità», «mandato chiaro», «fine dei ribaltoni». La realtà francese dice altro. L’elezione diretta non elimina la frammentazione, la rende solo più visibile; non spegne i veti, li sposta; non semplifica la democrazia, la concentra in un vertice che poi deve comunque cercare i numeri in Parlamento. Il risultato è un cortocircuito: un capo forte senza maggioranza è un capo debole.

Il presidenzialismo – nel caso della riforma italiana il premierato – non è una scorciatoia, è un moltiplicatore di responsabilità. In Francia, oggi, non si riesce a varare con certezza un bilancio; in Italia, basterebbe guardare oltre le Alpi per capire che «stabilità per legge» è uno slogan, non un progetto istituzionale. Se davvero l’obiettivo è la governabilità, il punto non è il nome sulla scheda, ma la capacità di costruire alleanze, regole e rappresentanza che riducano l’attrito. Tutto il resto è promessa a costo zero, smentita dai fatti. E forse anche dalle reali intenzioni della maggioranza, visto che la riforma è ferma da mesi e viaggia tutt’altro che spedita.

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Sangiuliano, tra politica e Tv: la possibile candidatura dell’ex ministro in Campania apre un nuovo caso in Rai

Gennaro Sangiuliano è tornato al centro della scena politica e mediatica. Dopo le dimissioni da ministro della Cultura nel settembre 2024, all’indomani del cosiddetto “caso Boccia”, e il successivo rientro in Rai come corrispondente da Parigi, il suo nome compare ora come possibile capolista di Fratelli d’Italia alle prossime regionali in Campania. Una parabola che unisce giornalismo, politica e servizio pubblico in un intreccio sempre più difficile da separare.

Da direttore del Tg2 a ministro, poi di nuovo giornalista del servizio pubblico, Sangiuliano è stato al centro di una delle più rapide rotazioni di ruoli della politica recente. L’Usigrai parla apertamente di “porte girevoli”, chiedendo che «chi sceglie la politica lasci la Rai o prenda un’aspettativa formale». L’interessato, interpellato dal Corriere della Sera, si è detto «lusingato» dall’ipotesi e ha ammesso di «stare riflettendo». Nessuna smentita.

Il fronte sindacale e la replica della destra

La polemica è esplosa in pieno clima elettorale. L’Usigrai ha diffuso una nota severa: «La Rai non è un tram su cui si sale e si scende a piacimento. Se Sangiuliano vuole candidarsi, chiarisca la sua posizione prima del deposito delle liste». Le parole hanno trovato eco nelle opposizioni, che parlano di “strumentalizzazione del servizio pubblico” e ricordano come il ritorno a Parigi fosse già stato accompagnato dalle polemiche per i suoi editoriali pubblicati su quotidiani dell’editore e parlamentare leghista Antonio Angelucci.

Dalla maggioranza è arrivata una difesa compatta. Fratelli d’Italia definisce la polemica «un tentativo di censura», richiamando il Media Freedom Act europeo e sostenendo che la libertà d’opinione di un giornalista non possa essere condizionata da un eventuale futuro politico. Ma il nodo resta: la candidatura di un corrispondente della Rai rischia di aprire un precedente, in un’azienda che già fatica a rivendicare la propria indipendenza editoriale.

La Campania come trampolino politico

Nel frattempo, il centrodestra ha confermato Edmondo Cirielli come candidato presidente in Campania. Dentro questo schema, la figura di Sangiuliano serve a dare spessore nazionale a una competizione che la destra vuole trasformare in test politico per il governo Meloni. Ex direttore del Tg2 e volto noto nei talk, Sangiuliano porterebbe un pacchetto di consensi urbani e il profilo di “intellettuale di governo”, con focus su cultura, turismo e valorizzazione dei beni archeologici, i dossier che da ministro aveva usato per costruire la propria immagine di efficienza amministrativa.

Sui social, la sua comunicazione si è già spostata verso temi territoriali: Napoli, il patrimonio culturale campano, le infrastrutture turistiche. L’idea è quella di presentarsi come candidato “tecnico” prestato alla politica, capace di legare il governo Meloni al rilancio della regione. Un posizionamento che lo stesso Sangiuliano coltiva con cura, mentre la Rai continua a essere travolta dalle accuse di lottizzazione.

Il peso del passato e la partita aperta

Sul piano giudiziario, il caso Boccia — da cui nacquero le dimissioni ministeriali — sembra per ora giocare a suo favore. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio della ex collaboratrice, con l’ex ministro costituito parte civile. Il procedimento, tuttavia, mantiene un’ombra sul percorso politico del giornalista, diventato per la destra simbolo della “cultura che produce consenso”.

In viale Mazzini, invece, cresce l’imbarazzo. Se la candidatura verrà confermata, Sangiuliano dovrà scegliere tra la poltrona di corrispondente e quella di candidato. Una scelta che vale più della singola vicenda personale: mette a nudo il rapporto sempre più ambiguo tra il servizio pubblico e la politica di governo, in un momento in cui la Rai appare più strumento di potere che bene comune.

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Sigari e champagne e il massacro si fa show

Gli ostaggi sono stati liberati. È una buona notizia, in un mare di notizie che non lo sono da troppo tempo. Hamas ha rilasciato venti persone ancora in vita dopo 738 giorni di prigionia. Le immagini da Tel Aviv mostrano genitori e figli che si riabbracciano, mentre a Ramallah la folla accoglie i palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane, molti dei quali avevano trascorso anni dietro le sbarre senza accuse formali. Sono anche loro ostaggi: di uno Stato che ha fatto della detenzione amministrativa una normalità giudiziaria. A proposito di giustizia, ieri Benjamin Netanyahu ha parlato in diretta sulle televisioni di tutto il mondo. Non dal banco degli imputati della Corte penale internazionale, dove dovrebbe rispondere delle migliaia di civili uccisi a Gaza, ma dalla Knesset, insieme al suo amico Donald Trump. Il tycoon americano, accolto con una standing ovation, lo ha definito «uno dei più grandi presidenti in tempo di guerra», chiedendo persino al presidente israeliano Herzog di concedergli la grazia. «Sigari e champagne, a chi diavolo importa» ha aggiunto, trasformando il massacro in uno spettacolo di nostalgia bellica e impunità. Intanto Trump, interrogato dai giornalisti sull’idea della “Gaza Riviera”, ha risposto: «È devastata, come un cantiere di demolizione. Ma col tempo diventerà bellissima». È la stessa frase che accompagna ogni colonizzazione: cancellare, ripulire, costruire sopra. In Israele si applaude, in Occidente si sorride di circostanza, e in Rai qualcuno si affanna per riscrivere la storia e rendere digeribile l’osceno. Ma le macerie restano lì, come testimoni di una verità che nessun talk show può occultare.Ora lo spettacolo è finito, gli amici se ne vanno, e se consentiamo che si spengano le luci su Gaza arriveranno gli avvoltoi pronti ad abbuffarsi.

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La pace non conviene a Netanyahu, altro che Pro-Pal: sono i suoi ministri che vogliono prolungare la guerra

Da giorni il nuovo piano di pace firmato da Donald Trump è diventato un esercizio di propaganda. Nei talk show italiani si racconta che i «propal» sarebbero delusi dalla tregua, che le piazze chiedano la guerra infinita per principio ideologico. È un racconto utile, ma falso. Perché il vero nemico della pace oggi siede a Gerusalemme, e si chiama Benjamin Netanyahu.

Dopo l’annuncio del cessate il fuoco e dello scambio tra ostaggi e prigionieri, il premier israeliano ha evitato di pronunciare la parola “fine”. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ministri chiave della sua coalizione, hanno votato contro il piano e minacciato la crisi di governo se l’intesa dovesse «lasciare in piedi Hamas». In consiglio dei ministri, la destra radicale ha definito l’accordo «una sconfitta nazionale» e chiede la prosecuzione della guerra. Netanyahu, che senza di loro non ha maggioranza, finge di cercare la pace ma vive del suo contrario.

La trappola della coalizione

Dal 2024 il premier governa grazie all’ultradestra religiosa, dopo l’uscita di Benny Gantz dal gabinetto di guerra. Ogni tregua rischia di far crollare il suo esecutivo, ogni passo verso la pace gli costa potere. È un equilibrio instabile che Trump e i suoi consiglieri fingono di ignorare. Gli stessi commentatori italiani che inneggiano al “modello presidenziale” americano dimenticano che Washington non può imporre né giustizia né riconoscimento reale della Palestina. Gli Stati Uniti hanno sanzionato i magistrati della Corte penale internazionale che indagano su Gaza, dimostrando che il loro concetto di “pace” esclude ogni accountability.

L’Unione europea, a sua volta, si è affrettata ad applaudire il piano americano e a rilanciare il riconoscimento dello Stato di Palestina. Ma sa bene che senza una volontà israeliana il riconoscimento resterà simbolico. I governi europei sostengono l’idea di una “ricostruzione coordinata”, evitando di nominare i crimini di guerra o la distruzione sistematica di Gaza. È una diplomazia che ripara le macerie senza nominare i responsabili.

La guerra che fa guadagnare

C’è poi un dettaglio che nessuno cita: la guerra è stata un affare. Nel 2023 le cento maggiori aziende di armamenti del mondo hanno registrato ricavi per oltre 630 miliardi di dollari, record storico. Le industrie israeliane e statunitensi hanno visto aumentare ordini e commesse, e anche l’Italia ha beneficiato di un’ondata di autorizzazioni all’export militare per più di 7,6 miliardi di euro, secondo Rete Pace e Disarmo. Una pace duratura taglierebbe parte di questi guadagni e ridurrebbe la domanda internazionale di armamenti.

La retorica e la realtà

In questo scenario, la destra italiana — e non solo — preferisce prendersela con chi manifesta per la Palestina. È più semplice raccontare che siano i “propalestinesi” a temere la pace, che ammettere che l’alleato israeliano non la vuole. Eppure sono i ministri di Netanyahu, non gli attivisti, a dichiarare che la guerra deve continuare «finché Hamas non sarà cancellata dalla terra».

Il resto è propaganda da esportazione: Trump che si accredita come pacificatore, Netanyahu che sopravvive al suo stesso governo, l’Europa che applaude fingendo di non sapere. Intanto Gaza è in rovina, la giustizia è esclusa dal tavolo e l’unica pace realmente giusta — quella fondata sul diritto — resta la più temuta da chi della guerra ha fatto un mestiere e un profitto.

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Gite ad Auschwitz, scontro Roccella-Segre: se la senatrice a vita ricorda le responsabilità del fascismo, la destra ammutolisce

Hanno passato mesi a brandire il nome di Liliana Segre come lasciapassare morale. Bastava evocarla per bollare come “antisemita” ogni critica alla guerra a Gaza, tacitare le piazze, squalificare gli atenei. Poi la ministra Eugenia Roccella ha detto, dal palco dell’Ucei, che «le gite scolastiche ad Auschwitz sono state incoraggiate e valorizzate perché servivano a dirci che l’antisemitismo era una questione fascista e basta», trasformando i viaggi della memoria in un espediente ideologico. E la destra che chiamava Segre a testimone si è zittita di colpo.

La replica della senatrice a vita è stata netta: «Stento a credere che una ministra della Repubblica possa definire “gite” i viaggi di istruzione ad Auschwitz… La memoria della verità storica fa male solo a chi conserva scheletri negli armadi». Non è un giudizio qualsiasi: è la voce di chi quell’orrore lo ha attraversato. Davanti a quelle parole, nessuna assunzione di responsabilità politica. Nessuna presa di distanza della presidente del Consiglio. Nessun chiarimento del vicepremier leghista. Nessun sussulto in Forza Italia. Solo un riflesso di routine: Roccella ha parlato di «parole strumentalizzate», ha sostenuto di aver «toccato un nervo scoperto», ha promesso che andrà «in Commissione Segre» a spiegarsi. Intanto la platea pubblica ha già capito il punto: quando la memoria non è utile a colpire l’avversario, la si accantona.

Il silenzio che racconta tutto

A sinistra le reazioni sono state immediate e documentate. Elly Schlein ha definito «indecente» l’uscita della ministra e ha chiesto a Giorgia Meloni di prendere le distanze. Francesco Verducci ha parlato di «parole deliranti» che violano una verità storica elementare: la Shoah come responsabilità del nazifascismo. Pina Picierno le ha giudicate «un’offesa a decenni di impegno, studio e testimonianza». Annalaura Orrico ha denunciato il «tentativo di riscrivere la storia». Da Avs, Angelo Bonelli ed Elisabetta Piccolotti hanno definito l’uscita un «insulto alla memoria», ricordando che i treni della memoria non sono un rito, ma un argine civile. Persino dal centro, Matteo Renzi ha scritto: «Io sto con Liliana Segre, sempre».

Il controcanto della maggioranza è rivelatore. Un deputato di Fratelli d’Italia si è limitato a dire che Roccella sarebbe stata «fraintesa» e che «il nazismo è il male assoluto», formula così generica da evitare il nodo. Al resto provvede il silenzio tattico: quello che nei mesi scorsi non c’era quando bisognava stigmatizzare gli “studenti estremisti”, i “professori ideologici”, i “giornalisti faziosi”, spesso brandendo il nome di Segre come marchio d’ordine. Oggi che la senatrice ricorda il nesso storicamente fondato tra Shoah e responsabilità del fascismo italiano, l’improvvisa afonia racconta più di mille comunicati.

La memoria piegata alla convenienza

Il cortocircuito riguarda l’uso politico della memoria. Nella narrazione di governo, l’antisemitismo diventa una categoria da agitare contro chi contesta il massacro di civili palestinesi; la storia del Novecento si sfronda del suo impianto fattuale per far spazio all’emergenza del giorno. Ma la memoria non è un utensile: è una responsabilità. E proprio perché lo è, le parole di Roccella feriscono. Non perché “vietato toccare i simboli”, ma perché toccano il cuore di un patto civile: la scuola che visita i luoghi dello sterminio non “assolve” il presente, lo attrezza a riconoscere l’odio quando si ripresenta.

Qui sta l’ipocrisia. La stessa destra che ha agitato Segre come scudo contro chi chiedeva giustizia per Gaza, oggi non trova un minuto per dirle «ha ragione». Preferisce parlare d’altro: “parole travisate”, “strumentalizzazioni della sinistra”, “antisemitismo di oggi” declinato come manganello ideologico. È un alibi che non regge. Perché se l’antisemitismo è «una mala pianta sempre rigogliosa», lo è anche quando si falsifica la memoria, quando si relativizza la responsabilità del fascismo, quando si confonde l’educazione civica con la propaganda.

Si può sbagliare una frase e chiedere scusa. Si può correggere un intervento pubblico e ristabilire i confini della storia. Quello che non si può fare è piegare la memoria a convenienza e abbandonarla quando non serve. Liliana Segre non ha cambiato posto: sta sempre lì. È la destra che ha perso la sua bussola, e con essa l’autorevolezza per pronunciare quel “mai più” che pretendeva di amministrare.

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Auschwitz come talk show

Eugenia Roccella ha detto che «le gite ad Auschwitz» sono servite solo a far credere che l’antisemitismo fosse «una questione fascista e basta». Ha usato il campo di sterminio come terreno per il suo piccolo gioco ideologico, come se la memoria potesse essere piegata a un dibattito da talk show. Liliana Segre le ha risposto con una frase che dovrebbe bastare a chiudere ogni discussione: «La memoria della verità storica fa male solo a chi conserva scheletri negli armadi».

Ma questi sono gli stessi che evocano Segre solo quando serve, che agitano la sua storia come scudo morale contro chi chiede giustizia per Gaza e poi, appena si distraggono un secondo, lasciano uscire la loro vera natura. Per loro tutto – la Shoah, la Resistenza, la pace – è materia prima per la propaganda, per lo storytelling di un potere che vuole riscrivere la realtà.

Roccella ha parlato di Auschwitz come se fosse un fastidio, un rito retorico da superare. E così, nel tentativo di negare la responsabilità del fascismo, ha mostrato quanto profonda sia la continuità culturale con quel passato che finge di condannare. Gli stessi che negli ultimi due anni si sono autoeletti maestri di antisemitismo, oggi rovesciano la Storia per salvarsi la coscienza.

Auschwitz non è un’idea. È un luogo. È il confine morale che divide la civiltà dalla barbarie. Chi lo relativizza non ha solo smarrito la memoria: ha deciso di schierarsi dall’altra parte. Ed è lì che oggi si colloca una destra che confonde la giustizia con l’oblio. 

Buon lunedì. 

In foto la ministra Eugenia Roccella, foto di Quirinale.it,

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Occhi su Gaza, diario di bordo #42

Oggi, a Sharm el-Sheikh, andrà in scena la liturgia della “pace”: tavolo lucido, bandiere allineate, firme che scivolano sul foglio. È un cessate il fuoco vestito da trattato, senza una riga sulla giustizia. Chi sale sul palco ha parlato di camion, cantieri, governance; nessuno ha chiesto tribunali, prove, responsabilità.
Donald Trump rivendica una «nuova Gaza» fatta di infrastrutture e «600 camion al giorno» di aiuti. Abdel Fattah al-Sisi insiste sulla «stabilizzazione» e sulla ricostruzione immediata con una presenza internazionale. Giorgia Meloni ringrazia Trump e annuncia che l’Italia «è pronta a contribuire a stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo». Keir Starmer parla di «implementare senza ritardi» e di far entrare gli aiuti. Emmanuel Macron evoca una «forza di stabilizzazione» e una Autorità Palestinese riformata. Tutti dicono “prima i lavori”. Nessuno dice: prima i processi.
Sul tavolo non c’è l’accertamento dei crimini di guerra, non c’è la cooperazione con la Corte penale internazionale, non c’è il nome dei responsabili. C’è un manuale di project management: rimozione macerie, corridoi logistici, porti e aeroporto, il lessico delle grandi opere che arriva sempre un minuto prima della verità.
Gaza intanto conta i morti, i mutilati, le case spianate, i campi bruciati. Il ritorno dei profughi avviene tra cumuli e promesse. La «pace» presentata oggi non restituisce le vite, non ripara le colpe, non riconosce la vittima. È un condono politico ed economico calato dall’alto su un popolo a cui si chiede di ripartire senza giustizia. Finché la giustizia resta fuori dalla sala, quella firma resta una scenografia. Tutti gli occhi su Gaza.

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Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica – Lettera43

Dopo l’inchiesta per corruzione, il parlamento europeo aveva tagliato i rapporti col colosso cinese. Che però è rientrato dalla finestra e ha continuato a influenzare il settore del fotovoltaico. Così Bruxelles evidenzia un problema di autonomia industriale e strategica.

A marzo 2025 la polizia federale belga aveva perquisito 21 sedi e arrestato tre persone in un’inchiesta per corruzione legata alle attività di lobbying di Huawei, colosso cinese delle telecomunicazioni, a Bruxelles (indagine che ha sfiorato anche un eurodeputato italiano). Pochi giorni dopo il parlamento europeo revocava i badge d’accesso ai rappresentanti dell’azienda, e la Commissione Ue sospendeva qualsiasi incontro con Huawei o con associazioni che la rappresentano. Sembrava la fine di un’epoca di influenza, e invece è stato solo un intermezzo.

Huawei e la possibilità di pagare una quota da sponsor

SolarPower Europe (Spe), la più potente lobby del fotovoltaico europeo, aveva espulso Huawei il 28 aprile 2025, in un gesto definito «senza precedenti». Ma nei verbali interni dell’associazione — confermati da più fonti del settore — il colosso cinese sarebbe stato riammesso a settembre con lo status di “membro passivo”: nessun diritto di voto, nessuna partecipazione ai gruppi di lavoro o al comitato advocacy, ma con la possibilità di pagare una quota da sponsor e di comparire come sostenitore agli eventi del settore.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Huawei coinvolta in un’inchiesta per corruzione a Bruxelles (foto Ansa).

Nel lessico delle lobby europee, “passivo” non significa invisibile. Con 60 mila euro l’anno, un’azienda può comunque accedere a spazi di sponsorizzazione, documenti, minute e momenti di networking che contano più di qualsiasi tavolo ufficiale. Spe nega condizionamenti, ma la decisione è arrivata a ridosso della riunione del 29 settembre, quando il board ha deciso di non adottare un position paper esterno che chiedeva alla Commissione di replicare per il fotovoltaico la “toolbox 5G” — cioè un set di barriere contro fornitori considerati a rischio.

Una prudenza che sembra più diplomatica che tecnica

In parallelo, nel rapporto interno “Solutions for Pv Cyber Risks to Grid Stability” — pubblicato in aprile e curato dalla società norvegese Dnv — i riferimenti alla Cina e agli accessi remoti sono scomparsi dall’executive summary. La versione finale raccomanda «standard di settore e limitazioni agli accessi esterni», ma senza indicare chi debba essere limitato. Anche qui, la prudenza sembra più diplomatica che tecnica.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Il parlamento europeo (foto Ansa).

Nove dei 10 principali produttori globali del “cervello” del fotovoltaico sono cinesi

Il vero nodo è la dipendenza industriale. Secondo Wood Mackenzie, azienda di consulenza e analisi specializzata in dati, insight e ricerche sui settori dell’energia, nove dei 10 principali produttori globali di inverter — il “cervello” dei sistemi fotovoltaici — sono cinesi. Huawei è il primo. In Europa i produttori cinesi controllano circa il 65 per cento della capacità installata. Gli inverter gestiscono flussi di energia e dati, regolano la tensione e comunicano con la Rete: un accesso remoto malevolo, un firmware manipolato o un aggiornamento pilotato da server esterni possono spegnere intere porzioni del sistema elettrico.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Inverter e altri prodotti Huawei.

Da mesi viene chiesto un protocollo vincolante per la filiera energetica

Il rapporto Dnv avverte che la vulnerabilità degli inverter è già oggi il principale rischio per la stabilità delle Reti. Nel documento si parla di «catene di fornitura non trasparenti» e della necessità di «un controllo europeo della cybersecurity». È lo stesso allarme rilanciato da vari centri di ricerca, da Entso-E all’Agenzia europea per la cybersicurezza (Enisa), che chiedono da mesi un protocollo vincolante per la filiera energetica. Ma la Commissione continua a rinviare la “toolbox” per il solare, lasciando che il vuoto normativo si riempia di scelte opache.

L’Europa proclama autonomia strategica, ma nei fatti non è così

La Commissione afferma di voler «ridurre i rischi nella catena di fornitura» e di «non allentare la vigilanza» verso le aziende sotto indagine. Ma accetta di fatto che la principale lobby del settore tenga dentro — seppure “a bordo spento” — l’attore più controverso della filiera. L’effetto è politico: l’Europa proclama autonomia strategica e contemporaneamente dipende da un fornitore che controlla il cuore digitale della transizione.

Sicurezza affidata alla buona volontà delle aziende

Nel board di SolarPower Europe siedono gruppi con partnership attive in Cina e interessi incrociati nella produzione di celle, moduli e componentistica. È lo stesso cortocircuito che ha segnato la politica industriale europea negli ultimi anni: sovranità proclamata, filiere delocalizzate e un perimetro di sicurezza affidato alla buona volontà delle aziende.

Il caso Huawei e la contraddizione dell’Ue sull’indipendenza energetica
Pannelli fotovoltaici (foto Ansa).

La domanda resta: il “passivo” basta davvero a schermare l’influenza quando rimangono aperti canali di sponsorizzazione, accesso ai documenti, relazioni commerciali e rapporti con i distributori? Oppure è solo una formula di comodo per riportare Huawei nel giro che contava prima dello scandalo?

L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter

Oggi il divieto formale di contatti non si accompagna a un dispositivo tecnico che protegga la Rete. L’Ue non ha ancora un modello di mitigazione per gli inverter, e la “toolbox 5G” resta confinata al settore delle telecomunicazioni. Nel frattempo la dipendenza cresce, e il mercato europeo continua a essere alimentato da forniture e aggiornamenti gestiti da cloud esterni.

La transizione verde europea passa dalle decisioni delle lobby

La storia del rientro di Huawei in SolarPower Europe, anche se ridotta a un ruolo marginale, mette a nudo questa contraddizione: Bruxelles vieta le porte d’ingresso ma lascia aperte quelle laterali, proprio nel settore che più dovrebbe incarnare l’indipendenza energetica. La transizione verde europea passa da inverter cinesi e da decisioni prese nei board delle lobby. È lì, non nei comunicati ufficiali, che si misura la sovranità reale dell’Unione.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #40

I bambini di Gaza sono tornati bambini. Gli stessi che fino a ieri i giornali occidentali chiamavano «terroristi» e oggi mostrano sorridenti in prima pagina, per usare le loro fotografie come strumenti di propaganda della pace. Bastano quelle immagini per misurare l’ipocrisia di chi racconta la guerra a giorni alterni, scegliendo di vedere l’infanzia solo quando serve a ripulire le coscienze. Nelle ore successive all’annuncio del cessate il fuoco, decine di migliaia di palestinesi hanno iniziato a rientrare a piedi nel nord e a Gaza City, tra colonne di sabbia e macerie. La Croce Rossa ha parlato di «accesso umanitario urgente» e del recupero di 35 corpi. 

Da Roma, il presidente Sergio Mattarella ha chiesto che «gli aiuti arrivino in modo immediato e massiccio» e che il piano di pace «preveda pieno accesso umanitario e coinvolga l’Onu». Parole che valgono come un’ammissione implicita: fino a ieri, gli aiuti non arrivavano davvero, contrariamente a quanto hanno ripetuto Israele, Meloni e molti altri. Mattarella ha aggiunto che «la pace dovrà coinvolgere i giovani palestinesi» che però non ci sono nel cosiddetto piano di pace. Ha ricordato anche che «una pace vera esiste solo con due popoli e due Stati», lo stesso impegno che Meloni aveva promesso “subito dopo la liberazione degli ostaggi”. Attendiamo, dunque, la prossima settimana per il suo decreto.

Intanto gli italiani della Freedom Flotilla sono rientrati nel Paese: parte dell’equipaggio è stata liberata e ha lasciato il Negev. Le umiliazioni e le violenze sono sempre le stesse.  Questa pace inflitta conterà sul condono delle responsabilità del genocidio. Per questo tutti gli occhi devono restare su Gaza.

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Nobel per la Pace, Oslo sceglie Machado: cala il sipario sul teatrino di Trump, ma sul riconoscimento alla venezuelana non mancano le ombre

Quando il Comitato norvegese per il Nobel ha annunciato che il Premio per la Pace 2025 andava a María Corina Machado, l’attivista che da oltre vent’anni sfida il regime di Maduro con metodi nonviolenti, a Washington e a Tel Aviv qualcuno è rimasto senza parole. Donald Trump, che reclamava il premio come coronamento della sua «tregua» a Gaza, ha perso anche questa battaglia: quella per la narrazione. La destra mondiale — e la sua succursale italiana — aveva costruito una campagna sguaiata: Salvini parlava di «Nobel a Trump», Tajani lo definiva «non scandaloso», mentre l’entourage di Netanyahu spingeva apertamente sul nome del presidente americano. A Oslo però il nome era già deciso: i criteri restano la democrazia e i diritti, non il clamore mediatico.

La realtà dei fatti

Machado è stata premiata per aver unito un’opposizione frammentata, per la mobilitazione civile e per la scelta di restare in Venezuela nonostante minacce e inabilitazioni. È il riconoscimento a una resistenza nonviolenta in un sistema illiberale. Secondo l’Istituto Nobel e l’agenzia Associated Press, rappresenta «uno dei più straordinari esempi di coraggio civile in America Latina».

Le criticità che vanno dette

Il profilo di Machado non è privo di ombre politiche. Sul versante internazionale ha coltivato un rapporto stretto con Israele: nel 2019 ringraziò pubblicamente Benjamin Netanyahu per il riconoscimento di Juan Guaidó e parlò di «nemici comuni» con lo Stato ebraico; l’anno successivo il suo partito, Vente Venezuela, siglò un’intesa con il Likud su cooperazione politica e sicurezza. È per questo che molti osservatori in America Latina la definiscono da tempo «filoisraeliana».

Sul piano economico, Machado è una convinta sostenitrice delle politiche di mercato. Le sue dichiarazioni pubbliche e i programmi del suo movimento indicano una linea di ampie privatizzazioni, deregolamentazione e apertura agli investimenti esteri, compresa la cessione parziale della compagnia petrolifera statale PDVSA. È un orientamento ultraliberista che la avvicina agli ambienti economici statunitensi e che le ha garantito il sostegno di think tank conservatori a Washington.

I rapporti con gli Stati Uniti

C’è poi la lunga controversia sui rapporti con gli Stati Uniti. La Ong Súmate, da lei co-fondata nel 2002, ricevette fondi dal National Endowment for Democracy, un fatto rivendicato apertamente negli Stati Uniti ma usato dal governo venezuelano come prova di «ingerenza straniera». Nel 2005 la questione sfociò in un procedimento giudiziario e in un incidente diplomatico, dopo un suo incontro con George W. Bush alla Casa Bianca.

A ciò si aggiunge la sua firma al decreto Carmona del 2002, documento che accompagnò il tentativo di colpo di Stato contro Hugo Chávez: un episodio che ancora oggi i detrattori le contestano come macchia indelebile del suo percorso politico.

Infine, la sua vicinanza all’agenda di Washington resta evidente. Machado ha più volte definito «necessarie» le pressioni statunitensi sul regime di Maduro e ha sostenuto che la linea dura della Casa Bianca rappresentasse «la migliore occasione per una transizione pacifica». È una posizione che le ha procurato forti critiche, anche in ambienti democratici sudamericani, che la accusano di dipendere troppo dalla protezione americana.

La caricatura della pace di Trump

Sul fronte opposto resta la farsa trumpiana. Il pressing per un «Nobel a Trump» ha scambiato la cronaca per la procedura: nomine tardive, risoluzioni parlamentari simboliche e slogan sulla «pace mondiale». Persino un ministro maltese aveva ammesso di aver presentato la candidatura il giorno prima dell’annuncio, ignorando che le iscrizioni si chiudono a gennaio.

In Israele, il premier Netanyahu aveva attaccato Oslo per la scelta su Machado, ma la decisione era già presa da giorni. La “campagna per la pace” di Trump si è rivelata un’operazione di propaganda personale, condotta a suon di post, comizi e frasi roboanti sulle «otto guerre risolte in otto mesi».

La lezione di Oslo

Il Nobel 2025 è un messaggio netto contro il mito dell’“uomo forte pacificatore”. Premia chi costruisce diritti in un contesto di oppressione, non chi li negozia come moneta di scambio geopolitica. Ma impone anche a Machado una responsabilità: dimostrare che la pace democratica che incarna non sia solo quella dei mercati o degli alleati forti. Perché la pace vera — quella che Oslo ha voluto riconoscere — resta tale solo se non diventa il paravento di nuove disuguaglianze o di nuove dominazioni.

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