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Due morti in dodici ore a San Vittore: il carcere che muore di carcere

Due detenuti morti in dodici ore. A San Vittore, dove ogni metro quadro è una resa quotidiana, il carcere ha inghiottito altri due uomini. Il primo, un cinquantunenne marocchino, è deceduto al Policlinico di Milano dopo un forte malore. Il secondo, peruviano, è crollato in cella all’alba di ieri, intorno alle 7.30: sospetta emorragia gastrica, tentativi di rianimazione inutili. Entrambi erano rinchiusi in reparti diversi. Le autopsie chiariranno le cause, ma la cronaca si somma a una statistica che non sorprende più nessuno.

Nei giorni precedenti altri due detenuti si erano sentiti male. Per prudenza la direzione ha limitato l’accesso degli operatori esterni. Una misura che racconta la paura di una contaminazione, ma anche la fragilità di una struttura in cui il malessere, fisico o mentale, è la regola.

San Vittore, un carcere col 220 per cento di affollamento

Secondo il rapporto Senza Respiro di Antigone (aprile 2025), San Vittore è il carcere più affollato d’Italia: 220 detenuti ogni 100 posti. In Lombardia, i dati del Dap registrano 8.992 presenze a fronte di 6.148 posti regolamentari. Significa brande accostate, ore d’aria ridotte, celle senza privacy né assistenza. La sanità penitenziaria regionale è in ginocchio: mancano psichiatri, infermieri, medici, persino farmaci di base.

Il 29 per cento dei detenuti in Italia è tossicodipendente. In alcune aree del Nord, la quota sale al 40 per cento. Un sistema che non cura ma sedativa, dove l’abuso di metadone, benzodiazepine e psicofarmaci è prassi quotidiana. Nel 2024 i suicidi in carcere sono stati 83, i morti complessivi 246. Nel 2025, a metà agosto, erano già 55 i suicidi e più di 100 le morti totali. Una persona ristretta si toglie la vita 25 volte più facilmente di chi è fuori.

Promesse, ritardi, ipocrisie

Il governo ha promesso 10.676 nuovi posti entro il 2027. Ma l’appalto per i moduli prefabbricati, presentato come “soluzione immediata”, è stato revocato: costi saliti da 32 a 45 milioni di euro, tempi dilatati, zero nuovi spazi. Nel frattempo i posti realmente disponibili diminuiscono per inagibilità e carenze di personale.

Il decreto “Carcere sicuro” del 2024 ha introdotto piccole modifiche – telefonate più lunghe, qualche passo verso la digitalizzazione – ma nessuna misura deflattiva. Anzi, i nuovi decreti sicurezza e il reato di rivolta penitenziaria hanno reso più difficile alleggerire le celle. La promessa di “umanizzare la pena” è rimasta un titolo da conferenza stampa.

Intanto la Polizia penitenziaria lavora sotto organico: mancano fino a ventimila agenti rispetto alla pianta teorica. I turni si allungano, il rischio aumenta, il burnout è una condizione costante. Negli ospedali, invece, le guardie giurate presidiano i detenuti malati perché il personale sanitario penitenziario non basta.

Un sistema che produce morte

San Vittore è un termometro. Le morti di queste ore non sono un incidente, ma la temperatura di un sistema che implode. Il carcere non è più un luogo di espiazione: è diventato un deposito sociale per poveri, malati, tossicodipendenti e migranti. Più della metà dei detenuti italiani è di origine straniera.

Il sovraffollamento, le dipendenze, l’assenza di cure, l’abbandono amministrativo: tutto converge verso lo stesso esito, la morte. Una morte lenta, silenziosa, che passa inosservata finché un corpo non cade in una cella. Poi si parla di “autopsia”, “accertamenti”, “cause da chiarire”. Ma le cause, in realtà, sono già chiarissime.

Le morti di San Vittore non sono due casi isolati: sono la sintesi di un fallimento istituzionale e politico. Un Paese che non riesce a garantire la vita a chi ha perso la libertà si è già condannato da solo.

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Regionali, la partita del centrodestra: Salvini cede la Lombardia, la Lega si ribella

Quando la nota di Salvini è uscita alle 20:07 di martedì sera, nei gruppi interni della Lega lombarda si è scatenato il caos. Il segretario aveva appena firmato, con Giorgia Meloni e Antonio Tajani, l’accordo che definisce le candidature per il mini-election day di novembre – Stefani in Veneto, Cirielli in Campania, Lobuono in Puglia – e che, tra le righe, assegna a Fratelli d’Italia il diritto di rivendicare la Lombardia alle prossime elezioni regionali.

La formula, cesellata a Palazzo Chigi dopo ore di trattativa, è burocratica ma inequivocabile: il candidato presidente «sarà annunciato al momento opportuno, riconoscendo il diritto al partito con il più recente maggior peso elettorale in Lombardia». In pratica, FdI. Alle Europee 2024 il partito di Meloni ha raccolto il 31,7% in regione contro il 13,1% della Lega. Il dato che chiude il cerchio e certifica la resa del Carroccio nella sua terra madre.

La rivolta del Nord

Il primo a reagire è stato Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato e vero dominus del partito in Lombardia. «Mai la Lombardia a Meloni» avrebbe detto ai suoi, rifiutando di firmare la dichiarazione congiunta e denunciando un cedimento “senza contropartite”. Fontana, che da giorni predicava calma («si vota nel 2028»), ha dovuto ammettere che la partita è ormai aperta. Tra i militanti lombardi si parla di “tradimento”, di un Salvini pronto a barattare il Pirellone in cambio del Veneto, dove la Lega manterrà la guida con Alberto Stefani, e di assessorati pesanti promessi a FdI per evitare la rottura.

Il clima nel partito è incandescente. Nei circoli del Nord si moltiplicano i messaggi ai dirigenti nazionali: «State regalando la nostra identità». Nelle chat dei consiglieri lombardi si cita Pontida, la roccaforte simbolica dove tutto era cominciato, come luogo “da riconquistare”. È il segnale di una base che non vuole consegnarsi a FdI senza combattere.

La mossa di Meloni

Dall’altra parte, Meloni gioca una partita perfetta. Senza nomi ufficiali ma con la forza dei numeri, incassa la formula che le spiana la strada al Pirellone. Nei corridoi di Palazzo Chigi circola già un nome: Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, figura civica e politicamente spendibile nel campo della destra. In estate aveva smentito ogni ambizione, ma ora il suo profilo torna nei colloqui tra Meloni e Lollobrigida. È la carta che potrebbe garantire una candidatura “di sistema”, capace di attrarre l’elettorato produttivo del Nord e rassicurare i moderati.

FdI, nel frattempo, si consolida in Veneto con un pacchetto di assessorati chiave – sanità e bilancio – o con la presidenza del Consiglio regionale, secondo i diversi scenari trapelati. Una compensazione che completa lo scambio politico: la Lega tiene il Veneto, Meloni si prende la Lombardia. 

La strategia e le crepe

Salvini prova a minimizzare: «Il Veneto non coinvolge la Lombardia», ha dichiarato, insistendo che la scelta del candidato avverrà “al momento opportuno”. Ma la formula che ha firmato sembra dire il contrario: se i rapporti di forza resteranno quelli, la Lombardia passerà a FdI senza discussione. Nella Lega qualcuno ricorda che il segretario aveva promesso di non cedere “nessuna roccaforte”, e che oggi la trattativa ha cancellato anni di narrativa sul “Nord produttivo contro Roma”.

L’ipotesi di anticipare il voto al 2027, accorpandolo alle politiche, è già sul tavolo. FdI la considera un’opzione tattica: votare prima significherebbe cogliere la Lega in piena crisi di consensi. In via Bellerio, invece, si teme il collasso organizzativo e si pensa a un rilancio sui temi identitari – autonomia, sanità territoriale, sicurezza – per contenere l’emorragia.

La posta in gioco

La Lombardia resta la regione più ricca e simbolica del Paese. Per la Lega rappresenta l’ultimo baluardo dell’identità padana, per FdI il sigillo dell’egemonia nazionale. Cederla significa ridisegnare la geografia del potere nel centrodestra e sancire la fine di una stagione politica.

Salvini oggi si trova tra due fuochi: Meloni che incassa il dividendo del suo consenso e la base lombarda che lo accusa di aver svenduto il Nord. A Pontida, la prossima volta, dovrà spiegare come si fa a difendere “le radici” mentre si firma la clausola che le estirpa.

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Spese militari, il Documento pluriennale conferma l’impennata: l’Italia entra nei Paesi Nato di fascia alta

Il nuovo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025–2027 è arrivato alle Camere con un contenuto che segna un passo deciso verso l’opacità. L’Italia, secondo il documento, avrebbe già raggiunto nel 2025 la soglia del 2% del Pil in spesa militare, obiettivo fissato dalla Nato e poi innalzato nel vertice dell’estate 2025. Ma il DPP non spiega come sia stato calcolato quel traguardo: le voci aggiuntive non vengono indicate e mancano le consuete tabelle sui conteggi inviati a OSCE e SIPRI, i principali istituti di monitoraggio internazionale.

L’Osservatorio Mil€x parla di un “taglio netto della trasparenza” rispetto ai precedenti documenti, in cui era possibile seguire l’evoluzione pluriennale dei programmi d’investimento e verificarne l’impatto economico. Ora quei dati non ci sono più: sono spariti i costi pregressi dei sistemi d’arma, impedendo un confronto con gli anni passati. La spesa cresce, ma le informazioni diminuiscono.

130 miliardi di euro per nuovi armamenti

Mil€x è riuscito comunque a ricostruire il quadro complessivo. Nei prossimi quindici anni l’Italia investirà oltre 130 miliardi di euro in nuovi sistemi d’arma, più 9 miliardi per infrastrutture militari. Di questi, 35 miliardi sono già stati stanziati e consolidati nelle leggi di bilancio precedenti. I settori che assorbiranno le maggiori risorse sono quello aereo e quello terrestre, seguiti da navi, munizioni e programmi di manutenzione. È un piano di lungo periodo, che impegna la spesa pubblica per decenni e sottrae margini alle politiche civili.

La nuova pianificazione avviene “a legislazione vigente”, cioè senza includere gli ulteriori 23 miliardi di aumento per la Difesa previsti dal Documento di Finanza Pubblica. Sommando queste cifre, il quadro del riarmo italiano diventa ancora più chiaro: un’espansione costante, non temporanea, con livelli di investimento che si proiettano ben oltre l’attuale legislatura.

Meno controllo democratico, più spesa militare

La progressiva riduzione della trasparenza nei DPP è una costante che accompagna la crescita della spesa. Nel 2018 il Ministero della Difesa pubblicava documenti di oltre 600 pagine con dettagli su programmi, fornitori, cronoprogrammi e cifre aggiornate. Nel 2025 il DPP si limita a un riepilogo sintetico senza riferimenti comparabili. I parlamentari ricevono un testo che non consente un controllo effettivo, e la società civile deve ricorrere a stime indipendenti come quelle di Mil€x.

L’Italia entra così nella fascia alta dei Paesi Nato per impegno finanziario, ma nella fascia bassa per trasparenza. Le scelte strategiche restano nelle mani del Ministero e dei vertici militari, mentre l’opinione pubblica non può valutare a quali obiettivi concreti servano quegli investimenti.

Un riarmo strutturale fuori dal dibattito

Il DPP 2025 conferma una tendenza ormai consolidata: l’Italia sta costruendo un riarmo strutturale. Gli stanziamenti pluriennali vincolano le risorse pubbliche ben oltre i mandati elettorali, mentre il dibattito politico resta marginale o assente. La spesa militare italiana era al 1,5% del Pil nei documenti precedenti: mezzo punto di Pil in più significa circa 10 miliardi di euro l’anno. Un aumento che non ha mai ricevuto una discussione parlamentare proporzionata.

Il rischio, spiega Mil€x, è “un sistema di spesa fuori controllo democratico, in cui la crescita diventa automatica e il controllo si riduce a un atto formale”. La corsa agli armamenti procede silenziosa, dentro le pieghe dei bilanci e delle tabelle cancellate. E mentre si moltiplicano le crisi internazionali che richiederebbero diplomazia, l’Italia investe sul futuro delle armi.

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Meloni, Salvini e Tajani: festa grande sulla pelle di Gaza

Poiché il circo è una cosa seria, non va usato questo paragone. Nel nostro caso gli acrobati sono goffi, cascano senza rete, anzi capitombolano sulle schiene dei cittadini italiani. Per questo non si fanno mai male. I membri del governo – Meloni, Tajani e Salvini in testa – da ieri hanno iniziato un week-end lungo festeggiando da sbronzi una pace confezionata da Donald Trump e Netanyahu su Gaza.

Lo so, suona strano che la pace non venga siglata dalle parti in causa ma dal carnefice e dal suo amico del cuore, ma del resto è il vecchio trucco occidentale: prima il colonialismo si chiamava esportazione di democrazia, oggi si chiama pace. Sofismi letterari di poco conto.

Allo scampanellio dell’intervallo chiamato pace, Meloni, Salvini e Tajani si sono lanciati folli per i corridoi della scuola attribuendosi il merito di essere stati fondamentali nell’impresa. Sono gli stessi che non sono riusciti a evitare ai loro parlamentari di beccarsi gli sputi dell’esercito israeliano. Sono gli stessi che contano come il due di picche quando c’è da difendere cittadini italiani umiliati (anche adesso, mentre ne scrivo) e illegalmente incarcerati da Israele. Ci dicono di fidarsi: è tutto merito loro.

Salvini festeggia attaccando i suoi avversari politici (che uomo di pace), Meloni festeggia insabbiando i favori fatti a un torturatore libico e Tajani festeggia condividendo sui suoi social un video storpiato dall’intelligenza artificiale: era contro il governo italiano e lui lo rivende al mercato della propaganda come video di ringraziamento.

E questo è tutto quello che c’è da dire di questa combriccola suonata.

Buon venerdì.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #39

A Gaza oggi si respira un sollievo fragile. La notizia del cessate il fuoco annunciato da Trump ha portato un attimo di respiro a una popolazione allo stremo, ma la speranza è attraversata da troppi dubbi. Come raccontano i corrispondenti di Al Jazeera, mentre qualcuno festeggia l’accordo, altri non possono nemmeno tornare alle proprie case: l’esercito israeliano blocca ancora la strada costiera e spara. A Khan Younis, nelle stesse ore dell’annuncio, un bombardamento ha ucciso almeno una persona e ne ha ferite altre.

Il piano prevede una tregua di 72 ore e uno scambio di prigionieri, ma Israele continuerà a controllare più della metà della Striscia. Nella lista degli scarcerati non c’è Marwan Barghouti, il leader politico palestinese che avrebbe potuto segnare l’inizio di un nuovo percorso di rappresentanza. La sua esclusione racconta tutto: la pace che si vuole costruire è una pace senza voce palestinese.

Intanto, nelle carceri israeliane restano anche le persone della Freedom Flotilla e Thousand Madleens che sono in condizioni di detenzione illegali nella prigione di Ketziot, dove – secondo testimonianze dirette – i prigionieri subiscono umiliazioni, schiaffi, violenze fisiche e psicologiche.

Il mondo applaude al “cessate il fuoco”, ma le armi non tacciono e i detenuti civili non vengono liberati. È il paradosso di un accordo che promette la pace continuando a occupare, che si firma sopra le macerie di Gaza.

In attesa del cessate il fuoco con l’ombra di un’occupazione legalizzata, di una mangiatoia d’affari per i governi occidentali e con l’onta di un riconoscimento di un genocidio che non può passare in secondo piano. Non esiste pace se non esiste giustizia per gli orrori commessi. Non esiste pace per un popolo se non esiste il suo Stato. Tutti gli occhi su Gaza.

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Un cessate il fuoco bugiardo

Ovviamente ci speriamo tutti. Un cessate il fuoco è una boccata di ossigeno per un popolo martoriato da un genocidio e l’idea di una pace futura sarebbe un enorme risultato umanitario, prima che politico. Ma bisogna essere onesti, non bisogna fingere di non vedere.

Il piano di pace annunciato da Donald Trump nasce come accordo bilaterale tra Stati Uniti e Israele, con Hamas davanti a un ultimatum: ostaggi da consegnare in 72 ore in cambio di 1.950 detenuti palestinesi. Prevede venti punti, ritiro dell’Idf in tre fasi e riapertura di valichi, porto e aeroporto. Nel testo i tempi sono vaghi, le verifiche assenti, le sanzioni inesistenti: lo spazio aereo e le acque restano in mano israeliana.

La governance è il cuore del problema. La ricostruzione viene consegnata a un “Consiglio della Pace” guidato da Tony Blair e da figure esterne, senza reali rappresentanti palestinesi. Un fondo da quaranta miliardi, finanziato da Usa, Ue e Paesi del Golfo, trasforma Gaza in una zona economica speciale amministrata dall’alto. È la pace del business: contratti e appalti prima dei diritti, tecnocrati prima dei cittadini, custodi armati a vigilare i confini.

Nel documento non c’è alcun meccanismo di giustizia. Nessuna indagine sui crimini di guerra, nessuna responsabilità, nessuna verità sul numero reale delle vittime. Diversi rapporti stimano oltre trecentomila vittime in due anni. E intanto, mentre i comunicati celebrano la svolta, le operazioni militari proseguono: dall’annuncio si contano altre vittime.

In Israele il piano divide: il presidente Herzog lo benedice, l’estrema destra lo osteggia, l’opposizione accusa Netanyahu di rinviare il giudizio interno. A Gaza prevale una sola parola: diffidenza. Si può respirare, ma si resta sotto tutela. E finché i confini, l’aria e il mare dipenderanno dalla volontà dell’occupante, la tregua sarà un intermezzo, non un approdo.

Allora sì, cessate il fuoco. Ma una pace che non restituisce sovranità e giustizia è solo una pausa della guerra. È questo che oggi viene chiesto di applaudire: il silenzio organizzato sopra le macerie, con i vivi conteggiati come una variabile del progetto. Per Gaza la speranza esiste, purché abbia la forma della libertà e del diritto. Tutto il resto è amministrazione del dolore.

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Il governo si autoassolve sul caso Almasri

Alla vigilia del voto in Aula, la maggioranza ha depositato la relazione che invita la Camera a negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati dal Tribunale dei ministri di Roma per favoreggiamento e peculato nel caso di Najeem Osama Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 su mandato della Corte penale internazionale e rimpatriato due giorni dopo con un volo di Stato.
Il documento, firmato dal relatore Pietro Pittalis (Forza Italia), rovescia sia l’impostazione dei giudici, sia della prima relazione, redatta dal primo relatore Federico Gianassi (Pd) che chiedeva di autorizzare il processo per i ministri, sostenendo che i membri del governo abbiano agito «nell’interesse dello Stato» e per «preminenti interessi pubblici».

I rilievi contro il Tribunale dei ministri

La relazione parla di «gravi vizi procedurali» che renderebbero «tamquam non esset» la richiesta di autorizzazione a procedere. Secondo la maggioranza, il Tribunale avrebbe violato i termini di legge per la chiusura delle indagini — prolungate per oltre sette mesi —, negato il diritto di difesa di Mantovano e respinto la sua audizione.
Viene inoltre contestato al Tribunale di aver trattato come “dichiarazioni difensive” le informative rese in Parlamento dai ministri, trasformando un dovere istituzionale in una fonte d’accusa.

Scudare anche Bartolozzi

Nella ricostruzione di Pittalis, anche la posizione della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, indagata per false informazioni, dimostrerebbe «un pregiudizio strutturale» da parte dei magistrati e una volontà di «spezzare artificiosamente l’unitarietà della vicenda». Per i magistrati Bartolozzi è indagata per un reato a sé stante, cioè staccato dall’attività di governo (avrebbe infatti dichiarato il falso agli inquirenti), e quindi non ricadrebbe sotto lo scudo della richiesta di autorizzazione al Parlamento. la vedeva così anche il primo relatore Gianassi. Per Pittalis, invece, il possibile reato di Bartolozzi sarebbe in “continuità” con l’azione di governo. E quindi “scudabile”.

Il percorso politico

La vicenda approda in Aula dopo un iter parlamentare tortuoso, segnato da settimane di scontro nella Giunta per le autorizzazioni, dove il centrodestra ha imposto il proprio orientamento con il voto contrario delle opposizioni.
Dal 30 settembre, quando la Giunta aveva già deliberato per il “no”, le opposizioni — Pd, M5S e Avs — hanno denunciato una «difesa di corporazione» e chiesto di audire i magistrati del Tribunale dei ministri, richieste poi accantonate. La maggioranza ha accelerato i tempi, fissando il voto per il 9 ottobre, a ridosso della presentazione del documento, e rinviando ogni approfondimento sulle relazioni tra governo e autorità libiche.

Le motivazioni politiche

Secondo la relazione, Nordio, Piantedosi e Mantovano avrebbero agito «per motivi di sicurezza nazionale», temendo rappresaglie della Rada Force, la milizia che controlla l’aeroporto di Mitiga e parte delle infrastrutture strategiche di Tripoli, comprese le aree vicine al gasdotto Mellitah Oil & Gas. La loro decisione di rimpatriare Almasri, si legge, avrebbe mirato a «disinnescare rischi concreti per cittadini e imprese italiane in Libia» e a proteggere «l’incolumità dei nostri connazionali».
Una linea che, per la maggioranza, giustificherebbe l’uso del volo di Stato malgrado l’esistenza del mandato della Corte penale internazionale. L’intervento del governo, sostiene il relatore, sarebbe stato «ispirato da fini pubblici e non privatistici».

Un voto dal peso politico

Il caso Almasri è divenuto un terreno di scontro istituzionale tra magistratura e governo. L’opposizione parla di “autoassoluzione preventiva”, mentre il ministro Nordio rivendica la correttezza delle scelte e accusa il Tribunale di «pregiudizio politico». Domani la Camera dovrà decidere se condividere questa tesi.
L’esito appare scontato, ma non il suo significato: la vicenda segna un precedente pesante nei rapporti tra potere esecutivo e giurisdizione, e mostra ancora una volta come il Parlamento, da sede di garanzia, possa ridursi a scudo.

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Illegittimo il fermo della nave Mediterranea, il Tribunale annulla la sanzione: la legge del mare batte il decreto Piantedosi

La giudice Federica Emanuela Lipari del Tribunale di Trapani ha sospeso il fermo amministrativo della nave Mediterranea, accogliendo il ricorso dell’organizzazione fondata da Luca Casarini. L’equipaggio era stato sanzionato per aver sbarcato dieci migranti a Trapani, disobbedendo all’ordine di dirigersi verso Genova impartito in base al decreto Piantedosi che assegna porti “sicuri” anche al Nord Italia.

Un provvedimento censurato per «illegittimità nella quantificazione della sanzione». Il 23 agosto, dopo ore in mare, il capomissione Beppe Caccia aveva dichiarato: «Disobbediamo a un ordine ingiusto, obbediamo alle leggi dell’umanità». A bordo, i medici della Sanità marittima avevano certificato il peggioramento delle condizioni psico-fisiche dei naufraghi, rendendo impossibile proseguire per altri tre giorni di navigazione. La giudice ha riconosciuto che la scelta di sbarcare a Trapani era «mossa da esclusivo spirito solidaristico» e finalizzata alla «tutela della vita e della salute in mare», principi sanciti dal diritto internazionale e dalla Costituzione.

La decisione crea un precedente di rilievo per le navi umanitarie, ridimensionando la linea governativa che criminalizza la disobbedienza solidale. Intanto, per un altro episodio del 2020, il team di Mediterranea affronterà un processo a Ragusa il 21 ottobre, ma il verdetto di Trapani segna un punto fermo: la sicurezza non può essere misurata in miglia nautiche, e il mare resta un tribunale che non ammette decreti contro la vita.

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Il piano di Trump sputtana la propaganda israeliana

Ci sono voluti tredici mesi, migliaia di morti e un mare di bugie perché qualcuno lo scrivesse nero su bianco: i valichi di Gaza non erano aperti, gli aiuti non arrivavano, e la fame non era una “percezione”. Ora è lo stesso piano di pace di Trump – quello che Israele ha finto di accettare per convenienza – a certificare che servono nuove regole per far passare cibo e medicine, che servono osservatori terzi, che servono tregue e linee di ritiro. Tutto ciò che Netanyahu e i suoi portavoce hanno negato per mesi.

Per mesi il governo israeliano ha ripetuto che non c’era alcuna carestia, che i camion entravano, che i bombardamenti erano “chirurgici”, che la sicurezza richiedeva il blocco totale. Oggi quel racconto crolla sotto la firma americana: il piano parla di cessate il fuoco, di valichi aperti, di una forza internazionale a guida araba, di una polizia palestinese formata, di ricostruzione con materiali che Israele ha sempre definito “pericolosi”.

Ogni punto del piano è una smentita: il ritiro parziale delle truppe nega la “guerra totale”, lo scambio di ostaggi e prigionieri nega la propaganda del “mai un accordo con i terroristi”, la riapertura aiuti nega mesi di negazionismo umanitario.

Il piano di Trump non è una svolta morale: è un atto di realismo. Ma basta a dimostrare che Israele e i suoi difensori hanno mentito su tutto. E che il mondo, per quanto tardi, è costretto a mettere a verbale la verità che Gaza grida da un anno: i colpevoli non sono solo a Sud della recinzione.

Buon giovedì. 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #38

All’alba di ieri l’esercito israeliano ha intercettato una nuova flottiglia umanitaria coordinata da Freedom Flotilla–Thousand Madleens e diretta a Gaza, a circa 120 miglia nautiche dalla costa. Dieci imbarcazioni, 145 persone tra medici, giornalisti e attivisti di venti Paesi, sono state sequestrate e portate ad Ashdod. È la seconda operazione in una settimana contro missioni civili che trasportavano cibo e medicinali. Israele parla di “applicazione del blocco”, ma il diritto del mare parla di pirateria: erano acque internazionali, non zona di guerra.

Le comunicazioni in diretta sono state interrotte dai militari; da Istanbul, gli organizzatori denunciano «un rapimento politico» e «la distruzione di aiuti umanitari destinati agli ospedali di Gaza».

Mentre il mare si chiude, la Striscia continua a bruciare. Ieri i bombardamenti hanno colpito Deir al-Balah e Rafah: almeno 28 morti, tra cui 11 bambini. I droni hanno centrato una scuola usata come rifugio. L’UNRWA parla di «cimitero di famiglie». Le forniture d’acqua restano interrotte da tre giorni nel nord, e i convogli umanitari bloccati al valico di Kerem Shalom.

Sul fronte diplomatico, a Sharm el-Sheikh prosegue la farsa del negoziato. Il piano egiziano–americano prevede una tregua di sei settimane, ma senza garanzie sul ritiro israeliano né sul ritorno degli sfollati. Israele pretende il controllo permanente dei valichi e il “filtraggio” degli aiuti: un armistizio condizionato che perpetua l’assedio sotto altra forma.

La legalità internazionale resta la prima vittima di questa guerra. Chi cattura navi civili e bombarda scuole mentre parla di pace non cerca sicurezza: impone l’impunità.

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