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Teatro popolare a chi?

C’è questa santa mania di chiamarlo teatro popolare in tutte le diverse inclinazioni che possano essere commerciabili, come se fosse un alibi sulla forma. Se il teatro popolare avesse sull’olimpo un guardiano dell’arte avrebbe vinto tante di quelle cause da farlo costruire sul serio il Teatro Cantoregi a Carignano a quelli del PROGETTO CANTOREGI, perchè il palco, le quinte e il graticcio ce le hanno già tutte nella testa e nella tensione per l’emozione. Da vedere per chi è stufo dei treatanti con le movenze da arcipreti e il sottovuoto della falsa sperimentazione.

Come ci vengono sempre bene i funerali

Come ci vengono sempre bene i funerali. Matrimoni e funerali: dove c’è da mangiare fino a slacciarsi i pantaloni siamo i primi della classe. Ho aspettato a scrivere su Giovanni Falcone perché volevo sedimentare insieme alla commemorazione che, come nelle previsioni, è riuscita fantasticamente nei modi, nella comunione d’intenti, nelle parole, nei tempi, nella trasversalità politica e nelle scene e i costumi.

Mi fanno paura tutte le manifestazioni che mettono tutti d’accordo, come se fosse veramente solo il tempo di ricordare perché su tutto il resto abbiamo già tutte le risposte: un anniversario di funerale così ben fatto in diretta tv è la ciliegina sulla “normalizzazione” della mafia in Italia. Io, Giovanni, non ci sono andato, ma ho riletto la preghiera laica di Antonino Caponnetto.

UNA PREGHIERA LAICA MA FERVENTE

di Antonino CAPONNETTO*

Queste sono le parole di un vecchio ex magistrato che e’ venuto nello spazio di due mesi due volte a Palermo con il cuore a pezzi a portare l’ultimo saluto ai suoi figli, fratelli e amici con i quali Leggi tutto »Come ci vengono sempre bene i funerali

Emergenza sicurezza

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht

Le diverse declinazioni

Quando ti guardi indietro ma proprio di un poco quasi di un niente. Sta finendo la prima stagione del Teatro Nebiolo. E pensare che era iniziata così il 28 ottobre 2007: con un pezzo che mi porto volentieri in tasca. L’avevamo scritto io e Francesco Lanza, come al Teatro Parenti sulla coda delle stagioni.

Sammy Church Uanciùfrì

Sammy Church Uanciùfrì al paese lo chiamavano tutti “l’americano”: Sammy Church Uanciùfrì. Lo chiamavano l’americano perché come diceva Brooklyn lui, giù al bar non ci riusciva nessuno. Come diceva lui brooklin con tutto quell’attorcigliamento di lingua, quella faccia tanto americana e tutto quello sputacchiamento…. (continua) Leggi tutto »Le diverse declinazioni

Lo sapete che si sparava?

Il 25 aprile in orario di cena tarda ero appena giù dal palco a tavola con la scia del sipario chiuso e un partigiano di lunga data. Lui era con gli occhi vivi, lo sguardo veloce e il karaoke che gli rimbalzava nelle orecchie. Si parlava di 25 aprile dimenticandosi di avere a tavola qualcuno che li ha visti tutti.

Poi Frà Diavolo (il suo nome di battaglia) si è inserito nel discorso raccontando del suo allontanamento forzato dalla sua Lerici. – perchè se ci prendevano – dice – ci avrebbero sparato. Lo sapete che si sparava? –

In quella domanda c’è tutto il niente del 25 aprile di marketing “neo democratico”, del revisionismo prepotente e c’è il sospetto sessant’anni dopo che loro pensino che noi non si sia capito nulla.

In mezzo al tavolo c’era un vassoio di fritto scaldato male.

Partecipare, da parte

Essere partigiano vuol dire prendere una parte. Scegliere. Condividere. Portare avanti. Resta da vedere se si tratta di una partecipazione o di uno stare in disparte. Le parti degli altri non si cancellano e non si riscrivono; in democrazia ci si oppone, ci si confronta. Riscrivere la resistenza è una frase che cola ignoranza. Continuiamo a scriverla e raccontarla ognuno con la propria sintassi e il proprio angolo di osservazione. Riscrivere è l’eufemismo di cancellare. Il rogo dei libri è il barbecue della pochezza.

Mio padre è morto partigiano a 18 anni

Mi’ padre e’ morto partigiano
a diciottani fucilato nel nord, manco so dove;
percio’ nun l’ho mai visto, so com’ era da quello che mi madre me diceva:
giocava nella roma primavera.

Mo l’antra notte, mentre che dormivo, sara’ stato due o tre notti fa,
m’e’ parso de svejamme all’improvviso e de vedello, come fusse vero;
sulla faccia c’aveva un gran soriso, che spanneva ‘na luce come un cero.

– Ammazza, come dormi – m’ha strillato,
era proprio lui, ne so’ sicuro,
lo stesso della foto che mi’ madre ciaveva sur como’,
dietro na fronda de palma tutta secca, benedetta,
un rigazzino, che ride in camiciola, col fazzoletto rosso sulla gola.

Ma siccome sognavo i sogni miei, pe’ la sorpresa jo chiesto – Ma chi sei?-
– So’ tu padre – ma detto lui ridenno – forse che te vergogni alla tua eta’
de chiamamme cor nome de papa’? –

– No, papa’, te chiamo come hai detto, me fa ride vedette ar naturale,
scuseme tanto se me trovi a letto, che voi sape’ ? Nun me posso lamenta’,
nun so’ un signore, trentadu anni, davanti c’ho na vita,
ancora nun e’ chiusa la partita. –
– Lo sai, da quanno mamma s’e’ sposata co’ mi padre, che invece er mi patrigno… credo sett’anni dopo la tua morte… –

A ‘ste parole ho visto che strigneva un poco l’occhi, come quanno se sta ar sole troppo forte.- Scusa papa’, credevo lo sapessi –
Ma lui, ridenno senza facce caso spavardo, spenzierato, m’ha risposto:
– Ma che ne so io de quello che è successo, io so’ rimasto come v’ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo…
giocavo a calcio e mica me stancavo, giocavo co’ tu madre e l’abbracciavo,
giocavo co’ la vita e nun volevo, co’ li nazzisti io pero’ nun ce giocavo,
perche’ io lottavo, lottavo, lottavo. –

Poi m’ha toccato i piedi dentro al letto e ha fatto un cenno, come da di’ –
Sei alto! –
– E dimmi – dice – prima d’anna’ via, che n’hai fatto della vita che t’ho
dato giocanno co la mia… Vojo sape’ sto monno l’hai cambiato?
Sto gran paese l’avete trasformato? L’omo novo e’ nato o non e’ nato?
In qualche modo c’avete vendicato? – e rideva co’ l’occhi, coi capelli
sembrava quasi lo facesse apposta. Me sfotteva, capito, quer puzzone
rideva e aspettava la risposta.

– Ma tu che voi co’ tutte ‘ste domanne? Mo’ perche’ sei mi padre t’approfitti.
Tu m’hai da rispetta io so’ piu’ grande!
Va beh adesso accampi li diritti perche’ sei partigiano fucilato… ma se me
fai sveja io t’a risponno mabbasta solo che a ripjo fiato.
Certo che la vita e’ migliorata! Avemo pure fatto l’avanzata.
Travolgente hanno scritto sui giornali. –

– Mejo cosi’ – me fa – se vede che servito… vedi quanno che m’hanno fucilato
Nun ho strillato le frasi de l’eroi pensavo a voi che sullo stesso campo avreste
certo vinto la partita pure che io eprdevo er primo tempo. –

– No un momento papa te spiego mejo… nu n’e’ che avemo proprio gia’ risolto
nella misura in cui ci sta il risvolto emh… – e allora quel ragazzo de mi padre che
stava a pettinasse nello specchio sa rivolta me fissa e me domanna
– Ma insomma, adesso il popolo comanna?-

A sta domanda so zompato dar mio letto, co’ na mano m’ areggevo le mutanne,
co’ l’altra cercavo de toccallo, e nun potevo.
Allora j’ho parlato, perche’ m’aveva preso come na malinconia e nun volevo
che se ne annasse via prima de sape’ bene come è stato
– Sei ragazzo, papa’ come te spiego nun poi capi come e’ cambia er
monno.. Ce vole tempo, il tempo se li magna i sogni nostri, io, sai che
faccio, aspetto! Tutto quello che viene, io l’accetto, semo contenti si la
Roma segna, li compagni so’ tanti e li sordi pochi…e nun ce sta piu’
tempo pe’ li giochi! –

– Ma so’ sempre quelli te strappano le pene, ma tu nun poi capi’ papa’, sei
minorenne, si eri vivo te daveno trent’anni, mejo che torni da dove sei
venuto, perche’ quelli che t’hanno fucilato, proprio quelli li’ qui te fanno
mori’ tutti li giorni! Lassa perde papa’, qui nun e’ aria, semo cresciuti…
nun semo piu’ bambini, torna a gioca’ co’ l’artri regazzini
che hanno fatto come hai fatto tu, noi semo… seri.
E nun giocamo piu’-

A ‘sto punto mi padre s’e’ stufato, ha fatto du’ spallucce, un saluto,
s’e’ rimesso in saccoccia la sua gloria e voltanno le spalle se n’e’ annato
ripetendo nel vento la sua storia:
– Ma che ne so io de quello che e’ successo, io so’ rimasto come v’ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo…
giocavo a calcio e mica me stancavo, giocavo co’ tu madre e l’abbracciavo,
giocavo co’ la vita e nun volevo, co’ li nazzisti io pero’ nun ce giocavo,
perche’ io lottavo, lottavo, lottavo… –

monologo di Magni
recitato da Proietti
nello spettacolo “A me gli occhi, please” 1976