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Israele abborda la nave umanitaria Conscience: medici e giornalisti sequestrati in mare aperto

Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 2025, a circa cento miglia da Gaza, la marina israeliana ha bloccato la Conscience e le otto barche che la scortavano nella missione umanitaria organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition e dall’associazione Thousand Madleens. Prima dell’abbordaggio, un fitto sciame di droni ha sorvolato le imbarcazioni, seguito da elicotteri e gommoni d’assalto. Le telecamere di bordo sono state distrutte a colpi di mitra e le comunicazioni azzerate con i jammer israeliani.

A bordo della Conscience viaggiavano oltre cento persone, tra cui novanta tra medici, infermieri e soccorritori, insieme a giornalisti internazionali. Portavano diciotto tonnellate di medicinali e materiale sanitario destinato agli ospedali di Gaza, dove mancano perfino gli anestetici. L’operazione, condotta a ridosso delle acque territoriali egiziane, è stata definita dal ministero degli Esteri israeliano come “un tentativo inutile di violare il blocco navale legittimo”.

Il linguaggio e la legge

Le organizzazioni promotrici parlano invece di «atto di pirateria». Michele Borgia, portavoce italiano della Freedom Flotilla, ha denunciato un «blitz a luci spente» in acque internazionali e il sequestro di navi civili impegnate in una missione pacifica. Anche la Turchia ha definito l’operazione «un atto di pirateria contro una missione umanitaria», mentre diversi parlamentari europei chiedono l’intervento delle istituzioni Ue.

Il diritto del mare, regolato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982, vieta esplicitamente l’abbordaggio di navi civili in acque internazionali se non in caso di traffici illeciti o minaccia armata. Nessuna di queste condizioni ricorreva nella spedizione: le imbarcazioni avevano notificato rotta e carico, e avevano dichiarato la natura umanitaria della missione. Israele continua però a rivendicare un blocco navale su Gaza – in vigore dal 2007 – che l’Onu ha più volte definito “una punizione collettiva”.

I dieci italiani e il silenzio europeo

Tra i fermati ci sono una decina di cittadini italiani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che l’ambasciata e il consolato a Tel Aviv stanno seguendo il caso, garantendo «l’assistenza consolare necessaria» e chiedendo «il rispetto dei diritti individuali fino all’espulsione». Dall’opposizione, Arturo Scotto (Pd) – reduce dalla missione a bordo della nave Karma fermata la settimana scorsa – ha denunciato che «si ripete lo stesso copione: navi umanitarie bloccate in acque internazionali, governi immobili e un corridoio marittimo che resta chiuso dal 2007».

Le immagini inviate prima del blackout mostrano gli incursori che salgono a bordo con visori notturni e distruggono le telecamere. Un messaggio inviato da Vincenzo Fullone, portavoce italiano della spedizione, alle 23.30 raccontava: «Ci sono droni ovunque, temiamo che questo possa essere l’ultimo video». Poche ore dopo, le comunicazioni si sono interrotte definitivamente.

Il precedente e la reazione

È il secondo episodio in meno di una settimana. Il 1° ottobre era stata la volta della Karma, appartenente alla Global Sumud Flotilla, intercettata e sequestrata con a bordo parlamentari e giornalisti. Le organizzazioni internazionali denunciano che Israele stia agendo in totale impunità, approfittando dell’inerzia diplomatica occidentale.

L’azione di stanotte avviene mentre in Egitto si discute un piano di pace che, secondo fonti diplomatiche, potrebbe vedere una prima fase di attuazione entro venerdì. Ma mentre si parla di “accordo”, la realtà nei fatti è quella di un assalto armato contro chi trasportava medicine.

Dalla Conscience non arrivano più segnali. Gli attivisti chiedono che i governi europei chiamino le cose con il loro nome: pirateria in acque internazionali, violazione del diritto umanitario, sequestro di civili. Perché, come ricordano loro stessi, le parole sbagliate sono l’ultimo rifugio delle complicità.

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L’assalto alla nostra coscienza

Durante la notte l’esercito israeliano ha commesso l’ennesimo atto di pirateria, questa volta ai danni della nave Conscience delle otto barche che navigavano con lei in una missione congiunta della Freedom Flotilla e dall’associazione ThounsandMadleens. Non si tratta di un intercettamento, come si legge in giro. È un atto illegale in acque internazionali e ha bisogno della parola giusta: pirateria. Il decadimento morale imposto da Israele al mondo richiede anche un’argine lessicale. 

La nave Conscience trasportava più di cento persone tra medici, infermieri e giornalisti e portava con sé i medicinali che a Gaza mancano da mesi negli ospedali. I medici si erano detti disposti a “dare il cambio” ai colleghi palestinesi che negli ospedali diroccati operano incessantemente i feriti. Lì il piano di pace che riempie le prime pagine e le bocche dei politici non è mai arrivato. Le bombe continuano. 

“Abbiamo lanciato l’allerta generale”, dice nel suo ultimo messaggio Vincenzo Fullone, portavoce per l’Italia sulla Conscience mentre si dispera per rabbia. Per Israele il mare Mediterraneo è suo. Per Israele la striscia di Gaza è una sua proprietà da sfibrare e riutilizzare a piacimento. Per Israele la Cisgiordania è un boccone da prendersi gradualmente. Per Israele il diritto internazionale è un ingombro da scavalcare alla bisogna.

Eppure le navi che cercheranno di rompere il blocco continueranno, partiranno ancora. Perché ogni volta a rimanere in mutande non sono gli attivisti abusati dall’esercito israeliano: sono i governi nazionali e l’Europa. E la politica dignitosa solo fino a un certo punto, come piace al nostro ministro Antonio Tajani. 

Buon mercoledì. 

In foto una fase dell’atto di pirateria degli incursori israeliani nei confronti della Freedom Flotilla Coalition – che include le barche di Thousand Madleens to Gaza and Conscience

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In Calabria Fratelli d’Italia non è di… Ferro: non eletta la coordinatrice regionale di FdI, segnale d’allarme per Meloni

È l’immagine più eloquente del voto calabrese: Wanda Ferro, sottosegretaria all’Interno e coordinatrice regionale di Fratelli d’Italia, resta fuori dal Consiglio regionale. Capolista nella circoscrizione Centro (Catanzaro–Crotone–Vibo), ha raccolto 10.406 preferenze, superata dal compagno di lista Antonio Montuoro, che si è fermato più in alto a quota 11.920. Dietro di lei anche Giovanni Calabrese, 11.351 voti nel collegio Sud.

Un dato che da solo basterebbe a raccontare la misura della sconfitta: la leader regionale del partito della premier battuta in casa propria, nel momento in cui la coalizione di centrodestra conferma Roberto Occhiuto presidente con oltre il 57 per cento dei voti.

Fratelli d’Italia si ferma all’11,6 per cento, dietro Forza Italia (18) e la civica “Occhiuto Presidente” (12,4). La Lega, in alcune aree, supera i meloniani. L’affluenza al 43,1 per cento — minimo storico — ha moltiplicato il peso delle reti clientelari e delle fedeltà personali: i voti veri, quelli delle preferenze, premiano ancora gli azzurri.

La sconfitta politica e le sue cause

La candidatura di Ferro era stata presentata come un gesto di forza. In campagna elettorale aveva rivendicato la scelta di scendere in campo “per dare il segno della presenza del governo”. L’esito ha prodotto l’effetto contrario.
Il risultato mostra che la Calabria resta impermeabile all’“effetto Meloni”.

Fratelli d’Italia non sfonda e paga la fragilità del suo radicamento territoriale, costruito più su simboli che su strutture. La macchina di Forza Italia continua invece a essere quella che catalizza consenso, ruoli e risorse: la vittoria di Occhiuto è anche il trionfo del suo modello presidenzialista, che accentra attorno al suo nome e alla sua civica.

Nel confronto diretto, Ferro ha pagato la mancanza di una rete locale solida. Montuoro e Calabrese hanno capitalizzato il lavoro amministrativo e il rapporto diretto con i territori, in un’elezione dove contavano i pacchetti di preferenze più che le appartenenze ideologiche.

Un colpo per Fratelli d’Italia

Per la sottosegretaria al Viminale la mancata elezione evita l’imbarazzo del doppio incarico, ma lascia il partito senza rappresentanza diretta della sua coordinatrice in Aula. È una perdita di peso politico e di visibilità. Già si parla di una resa dei conti interna: i vertici locali chiedono un rinnovamento della classe dirigente, con il rischio di commissariamento “morbido” da Roma.

Nel frattempo, gli eletti Montuoro e Calabrese guadagnano margine d’influenza nel gruppo consiliare. Loro gestiranno il rapporto con la Giunta Occhiuto, sempre più sbilanciata verso Forza Italia, che controlla le principali commissioni e le leve della sanità regionale.

La sconfitta della coordinatrice regionale pesa anche sull’immagine nazionale del partito. In Calabria, FdI doveva mostrare la forza del brand di governo, e invece si ritrova terza forza della coalizione. Un risultato che alimenta l’impressione di un Sud restio alla penetrazione meloniana e ancora legato ai circuiti di potere moderato.

Le prospettive

A Roma, la linea è quella di ridimensionare l’impatto politico della sconfitta, sottolineando la vittoria del centrodestra. Ma nei fatti la leadership di Ferro è in discussione. Le prossime settimane diranno se Fratelli d’Italia sceglierà di riorganizzarsi con nuovi referenti territoriali o se tenterà di rafforzare l’attuale coordinatrice con un incarico più visibile al governo.

In Calabria, intanto, l’onda azzurra continua a controllare seggi, assessorati e consenso, mentre FdI resta intrappolato tra l’ambizione nazionale e l’assenza di strutture locali. E la fotografia di Wanda Ferro, sconfitta a casa sua, racconta più di qualsiasi analisi il paradosso di un partito che guida l’Italia ma non riesce a governare la sua regione più debole.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #37

A Gaza si continua a morire anche oggi. Nelle ultime ore i bombardamenti israeliani hanno colpito Khan Yunis, Rafah e il campo profughi di Nuseirat: decine di vittime, molte delle quali bambini. Gli ospedali ormai al collasso segnalano nuovi blackout elettrici e carenze di carburante per i generatori, mentre le squadre della Mezzaluna Rossa sono costrette a sospendere i soccorsi in più aree del Sud della Striscia. Fonti locali parlano di interi isolati rasi al suolo e corpi intrappolati sotto le macerie.

Nel frattempo, in mare, la Conscience continua la sua rotta verso Gaza. A bordo ci sono cento persone da venticinque Paesi, tra cui sei italiani, con carichi di medicinali e farmaci salvavita. «Domani saremo nella zona rossa», ha annunciato il medico trentino Riccardo Corradini, invitando le piazze a «restare pronte alla mobilitazione in caso di intercettamento». Il Movimento 5 Stelle ha chiesto al governo di «proteggere i connazionali a bordo», mentre da Bruxelles Benedetta Scuderi (Verdi) ha denunciato il silenzio dell’Unione Europea. L’8 ottobre, secondo gli attivisti, sarà la data ad alto rischio: Israele ha già dispiegato motovedette nel tratto di mare dove si prevede il contatto.

A Sharm el-Sheikh, intanto, proseguono i negoziati sul cosiddetto “piano Trump”, presentato il 29 settembre. Il Qatar e l’Egitto assicurano che «mancano ancora dettagli da concordare», ma l’aria che si respira è quella di un copione già scritto. Trump ha ordinato a Israele di fermarsi, ma i raid continuano. Una messa in scena di diplomazia in giacca e cravatta mentre la polvere delle macerie copre i corpi.

Per terra e per mare la pressione per Gaza non si ferma.

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Il calcio emigra, la Serie A va dove la porta il business: prima i soldi, poi i tifosi

A febbraio 2026 Milan e Como giocheranno a Perth, in Australia. La Lega Serie A lo definisce un esperimento, la Uefa una deroga concessa «con riluttanza». È il primo match di campionato italiano disputato fuori dall’Europa, giustificato dall’indisponibilità di San Siro per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Ma la ragione logistica copre un progetto politico e commerciale più ampio: trasformare il campionato in un prodotto da esportare, non più un rito di appartenenza territoriale.

L’Optus Stadium, sessantamila posti nell’estate australe, dista tredicimila chilometri dal cuore della Serie A. Il viaggio durerà oltre venti ore, con sette fusi orari di differenza. A febbraio, quando la temperatura a Perth sfiora i quaranta gradi, Milan e Como saranno nel pieno del calendario: coppe europee, Coppa Italia, turni infrasettimanali. Fifpro denuncia da anni l’aumento di infortuni dovuti ai carichi e ai voli intercontinentali. La “partita di casa” diventa così una trasferta estrema che svuota di senso l’equità della competizione.

I tifosi esclusi dal loro stesso campionato

La Uefa, nel concedere l’eccezione, ha ricordato che i campionati nazionali devono restare nel territorio d’origine per tutelare integrità e tifosi. La Lega ha risposto con entusiasmo, presentando l’evento come «un’occasione per espandere il brand». È la stessa logica che muove LaLiga spagnola, pronta a portare una gara a Miami: il calcio europeo tenta la conquista di nuovi mercati mentre perde consenso nelle curve di casa.

Per gli abbonati del Milan la gara “casalinga” all’estero significa un diritto negato. Non esiste ancora una politica ufficiale di rimborso o compensazione. La curva rossonera ha già annunciato protesta, rivendicando che «un campionato non è una tournée». Anche l’Associazione tifosi europei (Fse) parla di “tradimento del pubblico locale”.

Un precedente che svuota il senso del gioco

L’operazione è discutibile anche sul piano economico. Un biglietto in Australia costerà tra i 60 e i 100 euro; l’orario serale di Perth corrisponde alle prime ore del pomeriggio in Italia, fascia televisiva debole e fuori dal prime time dei broadcaster nazionali. Si moltiplicano i costi di viaggio, sicurezza e assicurazioni, mentre l’impatto ambientale di due squadre in volo per mezzo mondo contraddice le dichiarazioni di sostenibilità del calcio europeo.

Dietro la vetrina australiana si intravede la direzione del nuovo business: trasformare ogni partita in un evento globale e sradicare il legame territoriale che ha fondato il calcio. La Lega parla di “promozione del marchio”, ma nei fatti sancisce la fine del campionato come competizione comunitaria. La Serie A, che fatica a riempire gli stadi italiani, si illude di trovare pubblico e profitti altrove.

A Perth si giocherà probabilmente di sera, con break per il caldo e regole adattate al clima. La promessa è di uno spettacolo internazionale; il rischio, di un precedente che renda ordinario l’eccezionale. Se l’esperimento riuscirà, nulla impedirà che in futuro un derby o una sfida scudetto si disputi a Dubai, a New York o a Singapore.

Il Milan Club di Perth festeggia, i tifosi italiani no. Perché un campionato che viaggia verso l’altro emisfero smette di essere un gioco di casa. Diventa un format da esportare, come un reality globale con lo sponsor in primo piano. E quando il calcio smette di appartenere ai suoi luoghi, non resta che la confezione: patinata, redditizia, ma senz’anima.

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Salis salva per un voto: il Parlamento Ue conferma l’immunità. E la destra si spacca: Salvini grida al tradimento

È bastato un solo voto per decidere il destino politico e giudiziario di Ilaria Salis. Con 306 voti a favore, 305 contrari e 17 astensioni, il Parlamento europeo ha confermato la sua immunità, respingendo la richiesta di revoca presentata dalle autorità ungheresi. Un verdetto ottenuto a scrutinio segreto che ha spaccato i popolari europei e innescato una tempesta politica nella destra italiana.

Alla vigilia, il capogruppo del Ppe Manfred Weber aveva ribadito che «le regole sono chiarissime» e che, poiché i reati contestati a Salis sarebbero precedenti al mandato, «è giusto revocare l’immunità». Il messaggio era netto: linea giuridica, non politica. Ma l’esito della plenaria ha ribaltato le previsioni. Una parte del Ppe, in dissenso, ha scelto di non seguire la consegna di gruppo.

Il co-presidente dei Verdi Bas Eickhout lo aveva previsto: «Sarà un voto serrato e imprevedibile. Tutto dipenderà dalle delegazioni di Ppe ed Ecr». La spaccatura si è aperta puntualmente. Mentre i conservatori di Ecr, con l’italiano Procaccini di Fratelli d’Italia, chiedevano di togliere la protezione perché «chi crede nello Stato di diritto vota contro l’immunità», il voto segreto ha consegnato un esito opposto. Quando la presidente d’Aula ha annunciato il risultato, Salis ha ricevuto fiori e abbracci dai banchi di sinistra. Nelle file del centrodestra, invece, si è scatenata la caccia al “colpevole”.

Popolari spaccati, Salvini parla di “vergogna”

Da Roma, Matteo Salvini ha reagito in diretta: «Con il trucchetto del voto segreto, qualcuno che si dice di centrodestra ha salvato la Salis. Vergogna». Solo poche ore prima, aveva espresso la speranza che «nessuno tradisse nel centrodestra europeo». Ma i numeri del voto mostrano che il blocco conservatore non è monolitico, e che nel Ppe diversi deputati hanno scelto in autonomia.

La destra italiana aveva fatto del caso Salis un test politico, accodandosi alla linea di Budapest. Ma il Parlamento europeo ha confermato la decisione già assunta dalla Commissione giuridica (JURI), che aveva segnalato il rischio di fumus persecutionis nel procedimento ungherese: l’ipotesi di un’azione giudiziaria motivata da ragioni politiche. Weber aveva chiesto di «non politicizzare» la questione. Ma l’intera vicenda si è caricata di significato politico, diventando uno scontro tra due visioni opposte di Europa: quella che considera lo Stato di diritto un principio negoziabile e quella che lo difende come fondamento democratico.

La destra e la memoria corta

Le reazioni in Italia raccontano l’imbarazzo. Il generale Vannacci ha parlato di «vergogna». Procaccini ha accusato la sinistra di «legittimare la violenza». Ma l’indignazione stride con la memoria recente. La stessa destra che oggi invoca la revoca dell’immunità in nome della giustizia è quella che per anni ha difeso Silvio Berlusconi, sostenendo che «era stato votato dal popolo» e che quindi meritava protezione. Allora l’immunità era sinonimo di mandato popolare. Oggi, per un’avversaria politica, diventa un abuso. Il doppio standard è evidente: si esalta il voto quando garantisce impunità, lo si condanna quando tutela un principio.

Ilaria Salis, in Aula a Strasburgo, ha definito l’esito «una vittoria per la democrazia, per lo Stato di diritto e per l’antifascismo». Non un gesto di autoassoluzione, ma un richiamo all’Europa dei diritti, quella che ancora resiste sotto la superficie delle alleanze.

Nel centrodestra europeo resta la crepa. Il voto segreto ha rivelato che, dietro le formule sull’unità e sull’“alternativa alle sinistre”, convivono due linee inconciliabili: chi accetta la subordinazione politica all’Ungheria di Orbán, e chi riconosce che l’immunità parlamentare è una garanzia di libertà, non un privilegio.

Un solo voto di scarto ha messo in crisi la retorica dell’unità. E ha ricordato, anche a Roma, che la coerenza non si misura con gli slogan, ma con la tenuta davanti alle regole.

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Gaza, medici e cronisti nel mirino: così chi cura e chi informa è diventato un bersaglio

A Gaza non si muore solo sotto le bombe: si muore per aver curato e per aver raccontato. Dal 7 ottobre 2023 a oggi, secondo il Committee to Protect Journalists, sono stati uccisi 195 reporter palestinesi: è il dato più alto in un singolo teatro di guerra degli ultimi decenni. Reporters Sans Frontières ne censisce oltre duecento; il sindacato dei giornalisti palestinesi supera 250. Molti sono stati colpiti mentre filmavano, altri con le famiglie, dentro abitazioni identificate e poi colpite dopo la comunicazione delle coordinate. Ong denunciano i «double tap» e le restrizioni all’ingresso per la stampa internazionale.

Sul fronte della sanità, il Ministero della Salute di Gaza e l’Organizzazione mondiale della sanità parlano di quasi 1.800 operatori sanitari uccisi. L’Oms registra più di 800 attacchi contro ospedali, ambulanze e cliniche: un picco inedito. Mezzaluna Rossa elenca squadre colpite in servizio, ambulanze incendiate o bloccate ai checkpoint. Il collasso della rete ospedaliera, insieme a fame e mancanza di carburante, trasforma ferite curabili in condanne a morte.

Medici e giornalisti sono i veri obiettivi

Le storie hanno nomi e date. Hamza al-Dahdouh, Al Jazeera, ucciso a gennaio 2024. Samer Abu Daqqa, cameraman, ferito a Khan Younis e lasciato morire senza soccorsi. I soccorritori della PRCS che cercavano la piccola Hind Rajab, ritrovati senza vita accanto all’ambulanza. Sono episodi-simbolo di due pratiche ricorrenti denunciate dalle ONG: colpire chi documenta e impedire i soccorsi.

Il confronto storico è netto: per i giornalisti il biennio 2023-2025 è il più mortale degli ultimi decenni; per i sanitari, nessun conflitto recente mostra una simile combinazione di attacchi ripetuti, evacuazioni forzate, e assedio agli aiuti. La Corte internazionale di giustizia, dal 26 gennaio 2024 con ordinanze seguenti, riconosce «plausibile» il rischio di genocidio e impone misure. L’Alto Commissario Onu Volker Türk parla di «war crime upon war crime».

In Italia Fnsi, Emergency e Medici Senza Frontiere chiedono protezione dei corridoi e accountability effettiva. Quando chi cura e chi racconta diventa bersaglio, la guerra diventa una macchina che spezza cure, voce e prove. Senza testimoni e senza medici, le prove vengono meno: a quel silenzio puntano i bombardamenti. Accade sotto gli occhi del mondo.

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Posizionamenti, dribbling e contorsioni: i partiti italiani davanti al genocidio di Gaza

Dal 7 ottobre 2023 a oggi, Gaza ha travolto la politica italiana. Tutti i partiti, chi più chi meno, hanno inseguito il vento. Nelle prime settimane dopo gli attacchi di Hamas, la linea era quasi unanime: «Israele ha il diritto di difendersi». Un mantra che Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e il cosiddetto Terzo polo hanno ripetuto per mesi, rifiutando la parola genocidio e riducendo il dibattito a un esercizio di equilibrio. Poi sono arrivate le immagini dei bambini senza nome, i dati Onu, i rapporti delle Ong, le piazze. E la narrazione è cambiata.

Fratelli d’Italia ha oscillato tra la fedeltà atlantica e la paura dell’opinione pubblica. Giorgia Meloni, che all’inizio rivendicava «solidarietà piena a Israele», oggi parla di «risposta sproporzionata» e apre al riconoscimento della Palestina «a determinate condizioni». Antonio Tajani, dopo aver garantito che «non sarebbe stata usata violenza» contro la Flotilla, si è trovato a giustificare l’abbordaggio, le percosse, i fermi. Il governo ha promesso lo stop alla vendita di armi, ma i dati Istat e Dogane hanno registrato spedizioni per milioni di euro anche nel 2024. E la Lega, fedele al riflesso muscolare, continua a criminalizzare le manifestazioni pro-Palestina, invocando la precettazione degli scioperi.

Riposizionamenti più che ripensamenti

Nel Terzo polo la postura è stata coerente ma perdente. Carlo Calenda e Matteo Renzi, dopo mesi di difesa a oltranza di Israele e sostegno al piano Trump-Blair, hanno scelto platee separate il giorno delle grandi piazze del 7 giugno. Azione e Italia Viva restano l’ultima trincea del “due popoli, due Stati” senza cessate il fuoco.

M5S e Avs sono stati i primi a parlare apertamente di genocidio. Mentre il Partito democratico ha cambiato rotta più volte. Prima la cautela, poi la mozione per il cessate il fuoco e infine la presenza accanto ai movimenti e ai parlamentari saliti sulla Flotilla. Ma la spaccatura resta: l’area riformista accusa Schlein di aver ceduto alla piazza, mentre la base le riconosce di aver finalmente scelto un campo.

Il governo, intanto, è prigioniero delle sue stesse parole. Ha provato a negare, poi a giustificare, poi a correggere. Ma di fronte alle piazze, ai dati e alle immagini di Gaza, anche la propaganda ha smesso di reggere. La sensazione finale è che più che ripensamenti siano andati in scena riposizionamenti, nemmeno ben riusciti. 

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Gaza, sdoganata la parola proibita: ecco come «genocidio» è diventato dicibile

Per mesi, dire «genocidio» è stato un atto di coraggio. Chi lo pronunciava veniva accusato di antisemitismo di “offendere la memoria della Shoah”, di voler ridurre la complessità. La politica lo evitava con cura i giornali lo correggevano in «tragedia umanitaria», gli opinionisti lo bollavano come parola “impropria”. Eppure, già a novembre 2023 diversi relatori delle Nazioni Unite parlavano di «grave rischio di genocidio» e chiedevano un cessate il fuoco per prevenirlo. Nelle stesse settimane, alti esponenti del governo israeliano usavano un lessico disumanizzante e proclamavano l’«assedio completo» a Gaza.

Dalla prudenza alla prova

Il 26 gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che le accuse di genocidio presentate dal Sudafrica erano “plausibili” e ha imposto a Israele obblighi immediati di prevenzione. Quel passaggio giuridico ha cambiato il perimetro del discorso pubblico: non era più una disputa semantica, ma una questione di diritto e di doveri erga omnes. Il 25 marzo la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha depositato «Anatomia di un genocidio», individuando atti tipici del crimine nella condotta militare e politica israeliana. A giugno 2024 la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha accertato crimini di guerra e contro l’umanità, parlando di “sterminio” e di uso della fame come arma.

Nei talk show italiani, però, la prudenza è rimasta una foglia di fico. Si è preferito parlare di “autodifesa illimitata” o di “guerra chirurgica” mentre si moltiplicavano i morti, gli sfollati, la distruzione di scuole, ospedali, luoghi di culto. Antonio Tajani ha ripetuto per mesi che «non si può parlare di genocidio», salvo riconoscere che «la guerra ha superato il limite». Giorgia Meloni ha oscillato fra il sostegno alla legittima difesa e la condanna rituale delle stragi di civili. Molte redazioni hanno dettato linee lessicali: evitare «genocidio», scegliere eufemismi, sottrarre la parola a titoli e occhielli. Quando il lessico internazionale ha alzato l’asticella, gli stessi commentatori hanno iniziato a citare la parola solo come citazione altrui, preparando il terreno al riposizionamento.

Il tabù che cade nelle piazze

Nel 2024 e poi nell’autunno 2025 le piazze italiane e mondiali si sono riempite. Manifestazioni, scioperi, blocchi portuali, reti studentesche e sindacali hanno imposto l’evidenza che la politica eludeva. Intanto gli organismi specializzati nella prevenzione dei genocidi, dal Lemkin Institute a Genocide Watch, parlavano apertamente di genocidio; e il 31 agosto 2025 l’International Association of Genocide Scholars approvava una risoluzione che qualifica la condotta israeliana a Gaza come genocidio ai sensi della Convenzione del 1948. Da quel momento, l’argine simbolico è crollato. Le stesse testate che ammonivano contro l’“uso improprio” hanno iniziato a interrogarsi sull’ipotesi genocidaria; le stesse firme che bollavano gli attivisti come estremisti oggi scrivono di «annientamento di un popolo». È la grammatica dell’ipocrisia: negare finché diventa sicuro dire.

Il punto, allora, è la responsabilità. Quando la massima corte dell’ONU afferma la plausibilità del genocidio e ordina misure di prevenzione, chi continua a zittire la parola non è prudente: è complice di un indebolimento del diritto. Quando i rapporti ONU parlano di “sterminio” e di fame come metodo di guerra, l’evitamento lessicale serve solo a proteggere la politica dal proprio fallimento. Le piazze hanno spezzato l’incantesimo perché hanno messo in fila i fatti: distruzione sistematica, spossessamento, punizione collettiva. Oggi quella parola risuona negli striscioni e nei tribunali, nelle aule universitarie e nei consigli comunali. Nessuno può più fingere di non sapere. Il ritardo con cui la politica e molti media l’hanno accettata misura la distanza fra la realtà e chi avrebbe dovuto nominarla per primo. Non è un problema di stile: è la differenza fra l’archiviazione e la prevenzione, fra l’indifferenza e il diritto.

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Gaza, due anni di distruzione totale: dall’attacco di Hamas alle accuse di genocidio ad Israele

Il 7 ottobre 2023 è diventato una data spartiacque. All’alba, Hamas lancia l’operazione «Alluvione di Al-Aqsa»: migliaia di razzi, incursioni terrestri, centinaia di civili uccisi nei kibbutz e al festival Nova. Israele risponde poche ore dopo dichiarando guerra e promettendo di «cancellare Gaza». L’«assedio totale» annunciato dal ministro della Difesa Yoav Gallant («niente cibo, niente acqua, niente carburante») segna l’inizio di una rappresaglia senza precedenti.

L’escalation e la distruzione sistematica

Dal 27 ottobre 2023 inizia l’invasione di terra. Le forze israeliane avanzano da nord, bombardando scuole, ospedali, campi profughi. Gaza City viene isolata, un milione di persone costrette a fuggire verso sud. L’ONU denuncia una «punizione collettiva» vietata dal diritto internazionale.
Nel novembre arriva un primo cessate il fuoco, durato sette giorni: 105 ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Il 1° dicembre le ostilità riprendono. A gennaio 2024 Israele attacca nuovamente i centri urbani, e a maggio l’assedio di Rafah provoca l’esodo di 600 mila civili nonostante gli ordini della Corte internazionale di giustizia di fermare l’offensiva.

Secondo l’Onu (settembre 2025), i morti palestinesi superano i 67 mila e i feriti sono oltre 167mila; le donne e i minori rappresentano circa il 70% delle vittime. Oltre 1,9 milioni di persone, il 90% della popolazione, sono state sfollate più volte. Le immagini satellitari UNOSAT mostrano più di 160 mila edifici distrutti o gravemente danneggiati: il 70% delle abitazioni e l’80% delle scuole. Trentaquattro dei trentasei ospedali risultano fuori uso. «Gaza è quasi inabitabile», scrivono Le Monde e Financial Times.

I cessate il fuoco violati e la diplomazia fallita

Il conflitto attraversa due tregue, entrambe fallite. Dopo quella del novembre 2023, un secondo cessate il fuoco viene negoziato nel gennaio 2025 e crolla il 18 marzo, quando Israele lancia l’operazione «Might and Sword» uccidendo oltre 400 persone in un solo giorno.
Le trattative di Doha, Il Cairo e Sharm el-Sheikh si susseguono senza risultati. Israele accetta solo pause tattiche; Hamas chiede un ritiro permanente. Nel settembre 2025 Donald Trump presenta un piano in venti punti che prevede la smilitarizzazione di Gaza e la cessione del controllo a un’amministrazione civile palestinese: il 4 ottobre, dopo la firma parziale, i bombardamenti continuano.

Durante questi due anni Israele ribadisce la linea di «nessuno Stato palestinese» e di «controllo di sicurezza su tutto il territorio a ovest del Giordano». Netanyahu conferma l’obiettivo di «eliminare Hamas» e occupa Gaza City nell’agosto 2025. Gli Stati Uniti, dopo mesi di sostegno militare, ritirano i negoziatori a luglio, accusando Hamas di ostacolare la tregua.

Gaza, laboratorio della disumanità

La fame è diventata un’arma. Il sistema Ipc ha certificato la carestia nell’agosto 2025: oltre 500 mila persone in fame catastrofica e più di un milione in emergenza alimentare. L’Oms documenta 697 attacchi a strutture sanitarie e solo 2 mila posti letto disponibili per due milioni di abitanti. Oltre 360 operatori dell’Unrwa e centinaia di medici sono stati uccisi. L’Unicef definisce Gaza «il luogo più pericoloso al mondo per un bambino»: più di 18 mila sono morti, migliaia mutilati.

La Corte internazionale di giustizia ha imposto a Israele misure per «prevenire atti di genocidio», mentre la Commissione d’inchiesta Onu parla esplicitamente di «intenti genocidari». L’86% degli studiosi dell’Olocausto consultati dall’International Association of Genocide Scholars concorda con questa definizione.

Oggi, mentre i negoziati si trascinano al Cairo, Gaza è una distesa di macerie, un esperimento di sopravvivenza sotto occupazione. Due anni dopo il 7 ottobre, la guerra non ha portato sicurezza né pace: solo un cratere di disumanità che il diritto internazionale osserva, impotente, dalle rovine.

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