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Il genocidio stanca, ma non il servilismo

Il nostro governo non è ancora contento di essere prono al criminale governo di Israele nei consessi internazionali. Non basta. A Giorgia Meloni e ai suoi ministri non basta nemmeno avere chinato la testa in acque internazionali, permettendo all’esercito israeliano di assaltare come pirati cittadini italiani, poi trascinati in cella, fottendosene di qualsiasi rispetto dei diritti umani. I patrioti italiani hanno deciso ora di concedere al Mossad – agenzia di intelligence dello Stato di Israele – di farsi una scampagnata a Udine insieme alla nazionale di calcio che sfiderà l’Italia il prossimo 14 ottobre, in una delle partite di calcio che rimarranno impresse nel calendario della vergogna della Figc.

Accadrà quindi che un corpo paramilitare ma interamente criminale sarà sugli spalti a Udine, ufficialmente “per garantire sicurezza”. Quale sicurezza potrebbe garantire il servizio di intelligence di uno Stato che affama, che spiana, che deliberatamente ammazza donne e bambini, non ci è dato sapere.

Direte: il ministro Piantedosi ha smentito. Ma il governo che smentisce è lo stesso governo che aveva concesso al Mossad di passeggiare sul suolo italiano durante la visita in Italia dell’ex premier israeliano Olmert. Il ministro Piantedosi è lo stesso che ha garantito protezione ai militari israeliani in vacanza di decompressione nelle Marche e in Sardegna. Del resto, il genocidio stanca.

Così il governo di coloro che avrebbero dovuto essere patrioti, giorno dopo giorno, si smutanda in un mediocre vassallo, ponte nel Mediterraneo. E insieme al diritto internazionale anche la dignità, e fino a un certo punto.

Buon martedì.

Meloni alla festa per San Francesco, foto gov

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #36

Ieri sono atterrati gli ultimi italiani della Flotilla. Li aspettano gli abbracci e le procure: cominciano a piovere gli esposti, annunciati da Arturo Scotto che mercoledì porterà le carte in Procura a Roma per i trattamenti subiti. Yassine Lafram parla di «umiliazioni, violenze, disumanizzazione», mentre i legali già depositato diffide. Quelle voci raccontano un’unghia di ciò che i palestinesi subiscono ogni giorno. E ricordano che Israele ha scelto la violenza come linguaggio politico, l’arbitrio come legge e la disumanità come metodo.

Uno Stato che si dice democratico mentre incarcera attivisti pacifici ed esercita una guerra permanente su scuole e ospedali – denunciano le agenzie internazionali – non lo è. L’Italia che resta ai suoi piedi, con la diplomazia degli inchini, e un’Unione europea rifugiata nelle iniziative simboliche, trattengono la stessa vergogna.

Nel frattempo la destra nostrana rispolvera la tiritera provinciale: mettere a confronto le piazze per Gaza e quelle per l’Ucraina. Fingono di non vedere la differenza tra uno Stato invaso, aiutato dall’Occidente, e un popolo senza Stato schiacciato dall’indifferenza e dal piombo.

A Gaza, nelle ultime ore, nuove stragi colpiscono scuole e campi profughi nel cuore della Striscia. A Sharm el-Sheikh ripartono colloqui che odorano d’inganno: il “piano di pace” in lavorazione, benedetto dagli amici di Trump e da Netanyahu, punta a legalizzare l’occupazione e a chiamarla fine del conflitto. La pace, quella vera, resta prigioniera: noi no.

Intanto Israele prova a riscrivere i fatti come “provocazione”. Ma la verità cammina con i corpi che tornano e con piazze piene: non si archivia mai, si insiste.

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«Non sappiamo cosa abbia fatto il nostro governo in quei primi mesi»

«Non sappiamo cosa abbia fatto il nostro governo in quei primi mesi».
La voce di Armanda Trentini pesa più di qualsiasi comunicato della Farnesina. Da quasi un anno suo figlio, cooperante, è detenuto in Venezuela senza accuse formali. In dieci mesi Roma ha ottenuto una telefonata e una visita consolare. Nel frattempo il governo ha scelto la “discrezione”, parola che spesso copre l’inazione.

Tra novembre e gennaio nessuna notizia, nessun contatto, nessuna spiegazione. Quando la famiglia chiedeva aggiornamenti, le risposte: «la diplomazia è al lavoro». Solo a metà gennaio, dopo due mesi di silenzio, Palazzo Chigi convoca l’incaricato d’affari venezuelano. Troppo tardi per una madre che attendeva almeno una voce.

Oggi Armanda Trentini mostra una bandiera: «Alberto Trentini libero». È il simbolo di una solitudine che pesa quanto una cella. In un Paese che si vanta di “riportare a casa gli italiani”, un cooperante dimenticato non fa notizia. Il patriottismo non vale nulla se non diventa tutela concreta dei diritti.

Chiedere è dovere: quali passi, quali date, quali nomi? Perché l’accesso consolare è arrivato dopo dieci mesi? E perché si chiede silenzio ai familiari con risultati minimi? Presidente Meloni e ministro Tajani: questa è la vostra idea di protezione dei cittadini?

La dignità di una famiglia non può essere appaltata alla ragion di Stato. Servono trasparenza, cronologia, responsabilità. Finché quel calendario non sarà pubblico la frase della madre resta l’atto d’accusa più serio: «Speravamo. Poi nessun contatto». E il silenzio dello Stato continua a fare rumore. Ora.

Buon lunedì.

Immagine dalla pagina FB “Alberto Trentini libero”

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La sicurezza non decolla più: le ombre dell’aviazione europea – Lettera43

Un report dell’Università di Gand su 6.900 piloti e assistenti di volo fotografa un settore in cui la safety è solo una variabile negoziata sotto il peso dei bilanci.

Un’indagine dell’Università di Gand su 6.900 piloti e assistenti di volo fotografa un settore in cui la sicurezza non è più un pilastro indiscutibile ma una variabile negoziata sotto il peso dei bilanci. Il taglio dei costi ha «indebolito sistematicamente» la safety, con personale stremato, turni spinti e una cultura della paura che riduce la capacità di dire “no” di fronte a ordini aziendali. È il quadro più cupo dal 2014, quando un sondaggio simile registrava livelli di autonomia decisionale ben più alti. Secondo i ricercatori, più della metà degli intervistati dichiara di non sentirsi in grado di modificare le istruzioni operative per motivi di sicurezza. Dieci anni fa, l’82 per cento dei piloti affermava il contrario. Oggi invece un comandante su tre teme conseguenze negative sulla carriera se prende decisioni conservative, e il 42 per cento del personale rileva che i turni vengono pianificati privilegiando l’efficienza operativa sulla tutela della sicurezza.

In volo a qualunque costo per il timore di ritorsioni

La fatica non è più un’eccezione ma una condizione strutturale. Circa un terzo dei piloti e quasi la metà degli assistenti di volo ammettono di esitare a dichiararsi non idonei al volo quando sono stanchi o malati, per timore di ritorsioni. A questa pressione si aggiunge il compito di vendere a bordo profumi e alcolici: un’attività che, secondo molti membri dell’equipaggio, confligge con il ruolo di safety e aumenta ulteriormente lo stress. Sul piano del benessere il quadro è desolante: il 68 per cento del personale risulta al di sotto della soglia di salute mentale positiva e il 78 per cento dice di sentirsi «disumanizzato». È la fotografia di una cultura organizzativa che, come scrivono i ricercatori, ha adottato un «management by fear», dove la leva del timore di perdere il lavoro diventa uno strumento di controllo. La metafora scelta nel report è quella del «formaggio svizzero»: ogni difesa ha i suoi buchi, e quando i buchi si allineano, basta poco per trasformare un evento ordinario in incidente.

La sicurezza non decolla più: le ombre dell’aviazione europea
L’aeroporto di Milano Malpensa (Ansa).

Il boom dei contratti atipici

Il fattore moltiplicatore è il boom di contratti atipici. Nel complesso, il 10,3 per cento del personale opera con forme contrattuali precarie: partite IVA, agenzie interinali, contratti a termine. Ma la media nasconde squilibri drammatici. Nell’Europa orientale più della metà degli equipaggi vola in condizioni atipiche, contro il 7 per cento nel resto del continente. Sono numeri che descrivono un dumping sociale intraeuropeo: giovani under-21 costretti ad accettare condizioni più deboli, con meno voce per opporsi a pratiche rischiose. La precarietà non è solo un problema di equità contrattuale. Il report mostra che chi lavora con contratti atipici è meno propenso a segnalare situazioni di fatica o di rischio, per paura di perdere l’incarico. La spirale è evidente: condizioni più fragili generano meno reporting, meno reporting significa meno correzioni, e la sicurezza diventa un concetto sulla carta, non nella pratica.

Le denunce dei sindacati e i richiami dell’ENAC

Anche in Italia le criticità non mancano. I sindacati di categoria – Filt-Cgil, Uiltrasporti, Anpac e Anpav – denunciano da anni i turni spinti e la diffusione di contratti atipici nelle compagnie low-cost, che riducono il potere dei lavoratori di opporsi a pratiche rischiose. Gli scioperi in Ryanair e Wizz Air hanno spesso avuto come oggetto proprio la gestione della fatica e la precarietà. L’ENAC, autorità nazionale per l’aviazione civile, ha più volte richiamato gli operatori all’adozione del FRMS (Fatigue Risk Management System), il sistema integrato di monitoraggio della fatica che dovrebbe far parte del Safety Management System delle compagnie. Secondo l’ente, i vettori devono non solo pianificare i turni entro i limiti di legge, ma anche raccogliere e analizzare i Fatigue Safety Report, formare i pianificatori e promuovere una cultura del reporting. La questione è quanto queste prescrizioni siano applicate in maniera sostanziale e non solo formale.

La sicurezza non decolla più: le ombre dell’aviazione europea
Una cabina di pilotaggio (foto di Benjamin Chambon, via Unsplash).

Serve un intervento su regole e condizioni di lavoro

Gli autori dello studio avvertono che, senza un intervento sulle regole e sulle condizioni di lavoro, l’aviazione europea rischia di perdere il suo vantaggio storico in termini di sicurezza. L’Associazione europea dei piloti parla apertamente di «gara al ribasso» e chiede un’inchiesta urgente a livello comunitario. Il dato più inquietante è il confronto storico: in 10 anni, da un settore in cui l’autonomia professionale era un cardine della sicurezza si è passati a un ambiente in cui la paura prevale. Se il personale navigante non si sente libero di fermare un volo per fatica o per rischio, ogni altro sistema di difesa rischia di diventare un’illusione.

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Da Meloni una lunga serie di attacchi alla Flotilla e a chi manifesta. E poi viene a parlarci d’odio

Il 15 novembre 2023 Giorgia Meloni difendeva la precettazione degli scioperi decisa dal ministro Matteo Salvini. La definiva «una decisione assolutamente condivisa» e «non una scelta politica, ma la mediazione tra diversi diritti». È la prima tappa di una linea costante: ogni volta che i lavoratori si fermano o che le piazze manifestano, la presidente del Consiglio non contesta mai le ragioni ma colpisce la legittimità stessa della protesta.

Nel novembre 2024, in videocollegamento con la chiusura della campagna elettorale in Emilia-Romagna, torna sul tema. Rivolta a Cgil e Uil, ha affermato: «Perché non lo sciopero generale quando la disoccupazione era doppia». L’argomento è chiaro: lo sciopero viene dipinto come intempestivo, incoerente, privo di fondamento. Un ribaltamento della realtà sociale: invece di discutere delle misure del governo, il capo dell’esecutivo mette sotto accusa chi sciopera.

Dalle piazze ai cortei per Gaza

Ma il salto di qualità è arriva nel settembre scorso. A Milano le immagini delle manifestazioni per Gaza diventano il bersaglio di un post della premier, rilanciato dalle agenzie: «Indegne le immagini da Milano: sedicenti “pro-pal”, “antifa”, “pacifisti”». La ripetizione del termine “sedicenti” e la successiva definizione di «teppisti» segnano un lessico preciso. Le piazze non sono spazi di dissenso ma di devianza, non portano rivendicazioni politiche ma disordine.

Il 30 settembre, mentre la Global Sumud Flotilla si avvicinava a Gaza, Meloni diffondeva una nota ufficiale: «La Flotilla dovrebbe fermarsi ora». Secondo la premier, tentare di forzare il blocco israeliano «può offrire un pretesto» e mettere a rischio il piano di pace promosso da Donald Trump. Le parole non sono neutre: di fronte a un’operazione civile di aiuti umanitari, il capo del governo italiano si allinea alla narrativa di chi considera l’intervento pericoloso e illegittimo.

Lo sciopero contro il governo

Due giorni dopo, il 2 ottobre 2025, a Copenaghen per un vertice europeo, Meloni è tornata a parlare di piazze e scioperi. Ai giornalisti che chiedono della mobilitazione nazionale indetta da sindacati e movimenti in solidarietà con la popolazione palestinese, ha risposto: «Il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». Poi aggiunge: «Tutto questo non porta benefici ai palestinesi, porterà disagi agli italiani».

Il messaggio è duplice: da una parte si minimizza la protesta, ridotta a un’occasione di vacanza; dall’altra si ribalta il nesso tra causa e conseguenza. Non più cittadini che scendono in strada contro le scelte del governo, ma cittadini messi in difficoltà dagli stessi scioperanti. È un meccanismo comunicativo già rodato: le ragioni vengono oscurate, resta solo il danno.

Una cronologia coerente

Dal 2023 a oggi, Meloni ha usato formule diverse ma una costante identica: lo sciopero è sempre «sbagliato», la manifestazione sempre «inutile», la Flotilla sempre «pericolosa». Nel 2023 la precettazione diventa atto tecnico; nel 2024 lo sciopero generale viene bollato come anacronistico; nel 2025 i cortei per Gaza sono ridotti a “sedicenti pacifisti” e la Flotilla a una minaccia di destabilizzazione.

Dietro le sfumature resta un unico impianto. Chi dissente non esercita un diritto costituzionale, ma arreca danno. Chi protesta non rappresenta una parte del Paese, ma è accusato di voler approfittare del “ponte”. Chi parte per portare cibo e medicinali a Gaza viene trasformato in un fattore di rischio per la diplomazia internazionale.

È una sequenza documentata di parole pubbliche, pronunciate in conferenze stampa, post ufficiali, interviste e note del governo. Sono parole che pesano. Perché mentre i sindacati e i movimenti invocano la Costituzione e il diritto internazionale, la presidente del Consiglio preferisce un linguaggio che isola, squalifica e riduce il dissenso a problema di ordine pubblico o di fastidio collettivo.

Nell’Italia del 2025 questo è il repertorio di un capo di governo che, alla vigilia di ogni manifestazione o sciopero, ripete sempre la stessa accusa. Poi, con altrettanta naturalezza, viene a parlare di odio.

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Flotilla, i parlamentari già rimpatriati e gli attivisti ancora agli arresti: la diplomazia a due velocità del governo

I quattro parlamentari italiani hanno lasciato ieri il carcere israeliano di Ketziot per rientrare in Italia. Marco Croatti del Movimento 5 Stelle, Annalisa Corrado ed Arturo Scotto del Partito democratico, Benedetta Scuderi di Alleanza Verdi e Sinistra hanno viaggiato su un volo di linea dopo l’intesa raggiunta nella notte tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e l’omologo israeliano Gideon Sa’ar. La Farnesina ha parlato di “assistenza consolare” e ha ribadito la richiesta di liberare anche gli altri italiani ancora trattenuti. Nel frattempo, a Tel Aviv si studia la possibilità di un charter per gli espatri, mentre gli attivisti restano sotto identificazione e in attesa di udienza.

Il rilascio è stato presentato come un successo diplomatico. Ma l’operazione porta con sé due elementi difficili da ignorare: l’impressione che i parlamentari abbiano goduto di una corsia riservata, e il rischio che la trattativa bilaterale contribuisca a legittimare un’azione di forza avvenuta in acque internazionali e già definita da giuristi e osservatori come un atto di pirateria.

Il doppio binario della tutela consolare

La Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari stabilisce che l’assistenza a cittadini detenuti all’estero deve essere uguale per tutti. Eppure la narrazione di queste ore ha distinto nettamente i parlamentari dal resto degli italiani: i primi accolti come “salvati” da un’operazione speciale, gli altri lasciati in un limbo di udienze, decreti di espulsione e attese nei centri di detenzione.

Il messaggio implicito è chiaro: lo Stato si mobilita con urgenza se sono in gioco figure istituzionali, mentre la società civile deve affidarsi a procedure lente e incerte. Una rappresentazione che rischia di isolare chi ha scelto di imbarcarsi come attivista o giornalista, riducendo il valore politico della missione a un fatto marginale. È un effetto perverso, che contrasta con le finalità della protezione consolare.

La legittimazione implicita dell’abbordaggio

C’è poi la questione più delicata. L’intercettazione della Global Sumud Flotilla in alto mare, in nacque internazionali. Qui il diritto del mare è chiaro: la libertà di navigazione è principio cardine, limitabile solo in casi molto precisi. Israele invoca la copertura del blocco navale, ma il Manuale di San Remo prevede condizioni stringenti: proporzionalità, notifica, applicazione imparziale, tutela dei beni umanitari. Condizioni che la Flotilla rivendica di avere rispettato, caricando a bordo generi alimentari e medicinali.

Il precedente del 2010 mostra quanto la materia sia controversa: il Panel Palmer delle Nazioni Unite riconobbe in astratto la legalità del blocco, ma criticò duramente l’uso della forza; altre missioni internazionali considerarono invece illegittimo l’intero impianto. Oggi, mentre la Spagna ha annunciato un’indagine della Procura sulle intercettazioni, l’Italia sceglie la via della trattativa diretta. Se non accompagnata da una riserva formale sulla legalità dell’abbordaggio, questa scelta equivale a un riconoscimento implicito del potere di Israele di fermare navi civili in alto mare.

È il punto in cui la tutela consolare rischia di diventare complicità politica: liberare i parlamentari senza contestare l’atto che ha portato al loro fermo significa accettare di fatto la cornice israeliana, normalizzando un’operazione di forza contro imbarcazioni dirette a scopi umanitari.

Il nodo politico per il governo italiano

La trattativa Tajani–Sa’ar dimostra che la diplomazia italiana sa attivarsi rapidamente, ma espone il governo a due critiche convergenti: l’aver usato il rientro degli eletti come successo di propaganda interna e l’aver omesso di affermare la propria contrarietà a un’azione illegale.

Restano interrogativi concreti: chi pagherà i rientri degli altri italiani? Che garanzie sono state date sull’assistenza legale? Quali atti formali accompagneranno la richiesta di liberazione dei civili ancora a Ketziot? La credibilità di Roma si misura ora non sulla rapidità con cui ha liberato quattro parlamentari, ma sulla capacità di difendere il principio di libertà di navigazione e la tutela eguale dei cittadini.

L’Italia si trova davanti a un bivio: rivendicare la neutralità della protezione consolare, evitando di accreditare la giurisdizione israeliana in alto mare, oppure accettare che la vicenda passi come un incidente risolto con un’operazione diplomatica di successo. Nel primo caso difenderebbe la legalità internazionale, nel secondo si accontenterebbe di una vittoria di corto respiro che rischia di pesare sul lungo periodo.

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Quando il vuoto di rappresentanza spinge l’estrema destra: il caso tedesco dell’Afd e l’ago dell’immigrazione

Il successo dei partiti di estrema destra in Europa continua a interrogare politologi ed economisti. L’ipotesi più diffusa attribuiva il fenomeno a crisi economiche, sfiducia nelle istituzioni o paure legate alla globalizzazione. Ma un nuovo filone di studi dimostra che il fattore decisivo è un altro: il vuoto di rappresentanza.

Come ricorda Lorenzo Ruffino, in quasi tutti i Paesi europei i cittadini risultano più conservatori della classe politica sui temi culturali – immigrazione, sicurezza, identità nazionale, rapporti con l’Unione europea – mentre sui temi economici le distanze tra elettori e parlamentari sono contenute. Questa asimmetria spiega perché lo spazio politico aperto a destra continui a essere occupato e alimentato dai movimenti radicali. È la fotografia di un continente in cui le paure sociali trovano interpreti più pronti dei partiti tradizionali.

Il caso tedesco e l’esperimento sulla Cdu

Lo studio più recente, firmato dall’economista Laurenz Guenther (Toulouse School of Economics) e da Salvatore Nunnari (Bocconi), ha messo alla prova questa tesi con un esperimento sulle elezioni federali tedesche del febbraio 2025. A cinquemila cittadini tedeschi sono state fornite informazioni manipolate sulla posizione della CDU in tema di immigrazione: a un gruppo il partito veniva presentato come più liberale, a un altro come più restrittivo. L’esito è stato netto: quando gli elettori percepivano la Cdu più vicina alle loro preferenze conservatrici, il sostegno ad Alternative für Deutschland (Afd) calava bruscamente; se invece la Cdu appariva più aperta, Afd cresceva.

Le stime degli autori mostrano che se la Cdu avesse adottato la stessa posizione di Afd, quest’ultima sarebbe crollata dal 20,8 per cento del 2025 a circa il 5 per cento. Il meccanismo è chiaro: non è la “protesta irrazionale” a determinare il voto populista, ma la distanza percepita tra cittadini e partiti mainstream. La scelta di campo, anche se solo percepita, ha un effetto diretto sul consenso.

Una distanza strutturale, non episodica

Ruffino sottolinea come questa forbice non riguardi solo categorie specifiche ma attraversi l’intero corpo elettorale. Uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri, laureati e non laureati: tutti mediamente più conservatori dei loro rappresentanti. Persino molti immigrati, spesso percepiti come beneficiari di politiche aperte, chiedono maggiori restrizioni ai flussi e più obblighi di assimilazione. La distanza tra società e partiti, dunque, non è il riflesso di una stagione passeggera, ma una costante che il dibattito politico tende a rimuovere.

Il problema, dunque, non è congiunturale. Quando un tema come l’immigrazione diventa centrale nell’agenda pubblica, il divario si “attiva” e viene capitalizzato dai partiti radicali. AfD in Germania, ma anche Rassemblement National in Francia o Reform UK in Gran Bretagna, hanno costruito il proprio radicamento proprio su questa dinamica. Non è la società a spostarsi verso posizioni estreme, è la politica tradizionale a lasciare un varco che altri occupano.

La posta in gioco

L’esperimento tedesco dimostra che chiudere il gap non significa soltanto recuperare qualche voto al centrodestra: significa soprattutto sottrarre ossigeno alle destre radicali, che si nutrono di quella distanza. La simulazione elaborata da Guenther e Nunnari mostra che uno spostamento anche lieve della CDU verso posizioni più restrittive ridurrebbe di quasi cinque punti il consenso di AfD, riportando voti ai partiti tradizionali. È un effetto asimmetrico: il guadagno per la CDU è moderato, ma la perdita per AfD è consistente, segno che l’elettorato radicale è in larga parte intercettabile.

La conclusione, osserva Ruffino, è che il successo dell’estrema destra non nasce da un errore degli elettori o da un puro malessere sociale, ma da una dinamica strutturale di offerta politica. Finché i partiti tradizionali restano più a sinistra del loro elettorato su temi cruciali, lasciano un corridoio aperto che i movimenti nazionalisti percorrono con facilità. La politica europea è chiamata a misurarsi con questo nodo: non basta denunciare la retorica populista, serve interrogarsi sullo scarto che l’ha resa vincente.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #33

Le piazze oggi sono un porto di terra: cento cortei, oltre due milioni di persone, studenti e lavoratori che occupano strade e stazioni come corridoi umanitari dove la merce non passa e la coscienza sì. È la “ciurma senza nave” della Global Sumud Flotilla che continua a navigare sull’asfalto: blocchi ai binari, porti chiusi ai TIR, assemblee trasformate in carte nautiche di un Paese che non vuole essere complice. A Bologna, Milano, Torino la marea è visibile anche ai ciechi.

A Palazzo Chigi si mastica imbarazzo. Prima l’idea di far pagare il rientro agli attivisti, poi la corsa del Viminale e della Farnesina a inseguire la narrativa dei “disagi senza vantaggi” mentre le immagini dell’abbordaggio in acque internazionali fanno il giro del mondo. Perfino la tempistica dei contatti consolari e l’assistenza legale è contestata: udienze fissate senza avvertire i difensori, trasferimenti lampo. Una gestione che assomiglia più a una resa di dignità che a una politica estera. Nel porto di Ashdod la scena più raccapricciante: Itamar Ben-Gvir passeggia tra i recinti, indica i fermati e li chiama «terroristi», sale sulle navi come fossero trofei.

È il ministro che trasforma i diritti in propaganda, mentre alcuni attivisti vengono spostati a Ketziot e i legali denunciano abusi. La criminalizzazione come metodo, l’umiliazione come messaggio. Intanto Gaza sanguina. Dall’alba nuovi bombardamenti su case e “zone sicure”: decine di morti solo oggi, il bilancio complessivo supera i 66 mila. Restano famiglie sepolte, quartieri rasi al suolo, ospedali al collasso e una città svuotata a colpi di ordini di evacuazione e esplosivi radiocomandati. La ciurma di terra lo sa: la rotta non è finita finché non c’è protezione, corridoi veri, tregua, giustizia.

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Complicità di governo: le denunce fanno quello che la politica non osa

Ci sono decine di denunce pronte a riempire i tavoli della Procura di Roma. Mica un gesto simbolico: sono esposti che chiamano in causa Israele per l’assalto in acque internazionali alla Global Sumud Flotilla e il governo italiano per omissione di tutela verso i propri cittadini. È il diritto internazionale a reclamare spazio, mentre la politica italiana si esercita in equilibrismi semantici per evitare di disturbare l’alleato.
Le accuse non riguardano soltanto la violenza dei militari israeliani, ma il vuoto lasciato da Palazzo Chigi. Gli attivisti, imbarcati con il sostegno pubblico di associazioni e cittadini, si aspettavano protezione. Hanno trovato il silenzio di un esecutivo che ha scelto la convenienza diplomatica. Crosetto, per difendere l’indifendibile, si è rifugiato in rapporti vecchi di dieci anni per legittimare un blocco navale che l’Onu ha definito illegittimo.
A differenza della propaganda, le denunce hanno un pregio: impongono alle istituzioni di rispondere con atti, non con dichiarazioni. Se la Procura accoglierà le istanze, si aprirà un fascicolo che metterà a nudo la distanza tra la retorica della legalità e la pratica della ragion di Stato.
Le firme che sostengono gli esposti non chiedono favori, ma l’applicazione delle regole comuni. Perché il diritto internazionale non è un orpello da citare nei convegni: è l’unico argine che resta quando la politica decide che la vita dei cittadini vale meno delle alleanze.
Buon venerdì.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #32

Gli occhi restano su Gaza. La Croce Rossa ha sospeso le attività a Gaza City e ha ridislocato il personale più a sud per l’escalation: chi resta al nord viene spinto alla fuga da un ultimatum che parla di «ultima opportunità» per lasciare la città, con il ministro Katz che avverte che chi rimane sarà trattato da «terrorista o sostenitore». Fame, ospedali al limite, vie di fuga a singhiozzo: è la fotografia di oggi.

Intanto si chiama “pace” un piano che non promette diritti. Il progetto di Donald Trump è accolto con favore da Bruxelles e da diverse capitali europee; Roma si allinea, ringrazia Washington e si dice pronta a «fare la sua parte». È qui la frattura: le piazze chiedono un cessate il fuoco reale e corridoi umanitari veri, non una normalizzazione senza sbocco politico.

In mare, la missione è di fatto conclusa. Israele ha molte imbarcazioni e circa duecento attivisti sono stati fermati e trasferiti ad Ashdod per l’identificazione. Le espulsioni sono già in corso e il governo italiano conferma che i connazionali saranno rimpatriati. Si chiamano deportazioni. 

Resta però un gesto ostinato: la Mikeno ha toccato le acque palestinesi prima di perdere contatto. L’esercito israeliano smentisce, ma il simbolo è già lì, nella rotta che ha bucato la rassegnazione. In un Mediterraneo militarizzato, una barca civile ha ricordato che il blocco non è un destino, ma una scelta politica che produce fame.

Nella vita bisogna decidere se essere come Antonio Tajani, che balbetta sul diritto internazionale oppure come la Mikeno, piccola e testarda, che ha tenuto la prua verso Gaza per ricordarci che dignità e legalità non si espellono e non si rimpatriano.

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