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Lo sciopero come problema d’ordine pubblico: dalle destre il solito copione pure sulla Flotilla

Lo sciopero generale del 3 ottobre, indetto dopo l’attacco israeliano alla Global Sumud Flotilla e la gestione del governo Meloni, è già diventato terreno di battaglia politica. Giorgia Meloni ha liquidato la protesta con una battuta («weekend lungo e rivoluzione non stanno insieme»), mentre Matteo Salvini ha minacciato la precettazione sostenendo che «non esiste diritto al caos». Nelle stesse ore, da Forza Italia a Azione, si è ripetuto il mantra della farsa e dell’inutilità, riducendo la mobilitazione a un fastidio per chi lavora o a un gesto velleitario “contro Netanyahu”.

Un secolo e mezzo di delegittimazioni

Il copione non è nuovo. Da oltre un secolo e mezzo ogni sciopero viene delegittimato evocando i disagi per i cittadini, come se l’esercizio di un diritto costituzionale dovesse essere innocuo e invisibile. Già negli anni Cinquanta lo strumento fu bollato come “arma di minoranze”, negli anni Settanta come “ricatto delle piazze”, e oggi torna la versione aggiornata: un atto che disturba la normalità.

L’articolo 40 della Costituzione definisce lo sciopero un diritto individuale, non un favore concesso dal governo di turno. Ed è la stessa giurisprudenza a ricordare che anche lo sciopero politico, volto a incidere sulle scelte di governo e sulle politiche pubbliche, è legittimo se rispettoso dei limiti di legge. La propaganda di queste ore finge di non sapere che esistono regole precise: nei servizi essenziali la legge 146 del 1990 impone preavvisi, rarefazioni e servizi minimi. Trenitalia ha già pubblicato la lista dei treni garantiti, smentendo la narrazione del caos generalizzato.

Sciopero, il bersaglio è il governo, non Netanyahu

Un altro passaggio chiave riguarda il tentativo di spostare l’obiettivo della protesta. A destra si ripete che scioperare contro Netanyahu non ha senso, ma è un espediente retorico: le proclamazioni ufficiali parlano chiaramente del governo italiano. La Cgil ha definito l’attacco alla Flotilla «un colpo all’ordine costituzionale» e «un attentato all’incolumità dei cittadini italiani», chiamando alla mobilitazione in difesa della democrazia e del diritto internazionale. L’Usb ha parlato di «complicità politica del governo Meloni» e di responsabilità dirette nell’avere abbandonato gli attivisti in mare. In questo quadro, ridurre lo sciopero a un’iniziativa “contro Israele” serve a depotenziarne il messaggio e a costruire un alibi politico.

La posta in gioco democratica

Il diritto di sciopero non è un orpello né un rituale folkloristico: è la più antica forma di conflitto sociale, strumento con cui lavoratori e cittadini possono opporsi a decisioni che li riguardano direttamente. Presentarlo come un capriccio da weekend lungo, come ha fatto la presidente del Consiglio, significa rimuovere le ragioni di chi protesta e ribaltare le responsabilità.

Così come brandire la precettazione come arma politica è una forzatura: la legge la prevede solo in casi eccezionali, quando uno sciopero mette in pericolo diritti fondamentali e sempre dopo il pronunciamento della Commissione di garanzia. È un meccanismo di equilibrio, non uno strumento di intimidazione. Ed è bene ricordare che ogni abuso di questa minaccia indebolisce la stessa architettura democratica: se il diritto di sciopero diventa oggetto di propaganda e non di tutela, la Costituzione rischia di ridursi a una cornice ornamentale.

Domani 3 ottobre i cittadini che scioperano non saranno “contro Netanyahu”, come sostiene la destra, ma contro un governo che ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Ed è questa la verità che si cerca di oscurare: trasformare la legittima protesta in un diversivo, fingendo di non sapere che la posta in gioco non è il traffico del venerdì, ma la tenuta di un diritto costituzionale. E quando un governo prova a minimizzare o a ridicolizzare l’uso di quello strumento, non colpisce solo i sindacati ma la società nel suo complesso, perché nega la possibilità stessa di conflitto come motore di cambiamento.

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Von der Leyen, sotto accusa il servizio dei portavoce: la comunicazione come braccio politico della presidente

La seconda presidenza di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea rischia di trasformarsi in un boomerang politico. A Bruxelles non si fermano le critiche sul suo sistema di comunicazione: giornalisti, lobbisti e persino funzionari della stessa Commissione denunciano difficoltà crescenti nell’ottenere informazioni attendibili. Non è un dettaglio tecnico, ma un problema politico in piena regola, perché riguarda la trasparenza di un’istituzione già in affanno.

Le accuse si concentrano sul portavoce service, lo “SPP”, una struttura di circa ottanta persone che risponde direttamente alla presidente. In teoria dovrebbe garantire il flusso di notizie tra Commissione e opinione pubblica. In pratica viene accusato di fornire informazioni contraddittorie o fuorvianti, di ritardare le risposte e di alimentare diffidenza. Il presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa, Dafydd ab Iago, ha denunciato mesi di “comunicati sterilizzati” e l’assenza dei documenti necessari per verificare i contenuti.

Il caso Ribera e gli altri inciampi

La lista delle gaffe è lunga. A settembre la commissaria alla concorrenza Teresa Ribera ha disertato la conferenza stampa sulla maxi-sanzione a Google. Ai giornalisti fu detto che aveva un volo anticipato: notizia rivelatasi falsa. Sempre nello stesso mese, sulla presunta interferenza russa al GPS dell’aereo di von der Leyen, i portavoce fornirono versioni opposte. Altre volte, come nel webinar sull’intelligenza artificiale, l’evento fu presentato come “off the record” e poi trasmesso integralmente su YouTube.

Le proteste non riguardano solo la gestione degli imprevisti. Quando in luglio è stato presentato il piano da 2.000 miliardi per il bilancio pluriennale, l’Associazione della Stampa internazionale ha parlato apertamente di tentativo di “strumentalizzazione e confusione”, visto che la proposta era priva persino di una tabella numerica di base. Lo stesso era accaduto pochi mesi prima, con il silenzio sulla malattia della presidente: i portavoce negarono aggiornamenti mentre von der Leyen era già ricoverata.

La centralizzazione del potere

Dietro questa catena di errori c’è una struttura sempre più accentrata. Von der Leyen ha ridotto il numero dei portavoce e ogni informazione passa dal vaglio del suo gabinetto. I funzionari parlano di un sistema “avverso al rischio” che rallenta tutto e indebolisce la credibilità della Commissione. In sostanza, più che un servizio di comunicazione, l’SPP appare come un braccio politico della presidenza, con margini ridotti di autonomia.

L’arrivo, a giugno, di Alexandra Henman – ex portavoce del Partito popolare europeo – come consigliera per la comunicazione interna, ha rafforzato questa impressione. Un doppio canale, tra SPP e gabinetto, che aumenta la confusione. Non è un caso che diversi osservatori abbiano parlato di una “Commissione più politica”, ma anche più opaca.

Già la settimana scorsa su La Notizia raccontavamo la tendenza di Bruxelles a copiare il modello comunicativo di Giorgia Meloni: interviste senza contraddittorio, controllo del messaggio e riduzione degli spazi critici. Le vicende di queste settimane mostrano che quella lettura era tutt’altro che azzardata.

Una credibilità in bilico

La presidente affronta ora due mozioni di sfiducia al Parlamento europeo, mentre cresce il peso delle forze euroscettiche. In un contesto in cui l’Unione è chiamata a reggere scosse geopolitiche ed economiche, la debolezza comunicativa non è un dettaglio: è la prova di un assetto istituzionale che preferisce blindarsi invece di aprirsi.

L’errore non è solo di forma, ma di sostanza. Senza trasparenza e chiarezza, la Commissione rischia di perdere definitivamente l’egemonia del racconto sull’Europa, lasciandolo a chi lavora per smontarla.

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Sciopero generale: la lezione che Salvini non vuole imparare

Ancora una volta, Matteo Salvini ha scelto la strada sbagliata. Dopo il fermo della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, i sindacati hanno proclamato uno sciopero generale. La risposta del ministro? Minacciare la precettazione. Un riflesso condizionato, che ignora la legge, la Commissione di garanzia e persino i precedenti giudiziari che hanno già bollato come abuso le sue ordinanze.

La legge 146 del 1990 prevede eccezioni precise al preavviso: in caso di gravi eventi lesivi della sicurezza, i lavoratori possono scioperare senza attendere i dieci giorni. Ed è difficile negare che un attacco a una missione civile italiana in mare, senza che il governo abbia mosso un dito per tutelare i suoi cittadini, non rientri in quella fattispecie. Non solo: lo sciopero del 3 ottobre era già stato regolarmente proclamato dal S.I. Cobas, con i tempi corretti, e dunque perfettamente legittimo.

Salvini però insiste. E non è la prima volta. Negli ultimi anni ha usato la precettazione come manganello politico, dimenticando che dovrebbe essere un rimedio eccezionale, da applicare solo in presenza di un pericolo imminente per i diritti fondamentali. Lo ha detto anche il Tar del Lazio, sospendendo una sua ordinanza e certificando l’abuso.

Lo sciopero non è un capriccio né un fastidio da contenere: è il sale della democrazia, il contropotere che obbliga chi governa a rispondere. Ridurlo a cavillo procedurale significa disprezzare la sua funzione. Se oggi i lavoratori scendono in piazza, è perché avvertono l’assenza di un governo capace di difendere i diritti. E se Salvini vuole davvero meno scioperi, la soluzione non è la precettazione: è la politica.

Buon giovedì.

Immagine dalla manifestazione spontanea di Roma dopo l’assalto della marina israeliana alla Global Sumud Flotilla, dalla bacheca di Ilaria Cucchi

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Intercettata la Flotilla ma la missione è compiuta

La La Global Sumud Flotilla è stata intercettata dall’esercito israeliano Gli abbordaggi richiederanno ancora tempo, ma tutti gli equipaggi sono in posizione, pronti a favorire le operazioni. Non è un imprevisto, era previsto: da mesi si sono esercitati anche per questo. Perché non sono esagitati, non sono avventurieri in gita: sono donne e uomini che rappresentano la parte migliore di questo mondo, quella che crede nel valore delle missioni civili e della non violenza. La Global Sumud Flotilla aveva due obiettivi dichiarati. Il primo: aprire gli occhi del mondo su Gaza, sottolineando la complicità dei governi che da anni tollerano e sostengono il blocco mentre si consuma un genocidio. Questo obiettivo è stato raggiunto. Oggi nessuno può più dire di non sapere, nessuno può più nascondersi dietro il silenzio. Gaza è diventata il termometro dell’umanità e della democrazia: lo specchio di un mondo in cui la forza piega la legge e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo. Il secondo obiettivo era aprire un canale umanitario permanente. Questo, per ora, è fallito a metà. Il mondo sa che Gaza ha fame, che Gaza ha bisogno di cure, e ha ascoltato i governi – come quello italiano – mentire, balbettare di corridoi umanitari che esistono solo nelle dichiarazioni, che non sfamano e non curano. È bene dirlo con chiarezza: quella della Global Sumud Flotilla è una missione politica. Non c’è nulla di più politico che liberare gli oppressi, salvare i bambini, sfamare gli affamati. La politica non è fatta solo di palazzi e di trattative: è anche decidere di stare dalla parte della vita. La missione in mare è finita. Ma la missione continua a terra, con chi non si arrende e con chi chiede di bloccare tutto finché i governi non saranno costretti a guardare Gaza negli occhi. Perché la verità, stanotte, è passata comunque.

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Sulla Flotilla si consuma lo strappo tra governo e Paese. Delia: “L’abbordaggio da parte di Israele? Sarebbe un atto di pirateria”

Roma, 1 ottobre. Alla Camera dei deputati la portavoce della Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia, ha messo in fila fatti e responsabilità davanti a sindacati, parlamentari e stampa. Ha ricordato che la rotta è in acque internazionali e che un eventuale abbordaggio «sarebbe un atto di pirateria». Poi l’affondo sul governo: «È surreale dire che un arresto illegale sarebbe per noi l’opzione migliore, purché vivi». È accaduto oggi, con la Flotilla in navigazione e gli equipaggi pronti a documentare ogni passo.

Manovre notturne e la scelta dell’Alpino

Nella notte le navi civili Alma e Sirius sono state da unità militari israeliane e costrette a una brusca manovra per evitare la collisione frontale: «Manovre pericolose e intimidatorie» ai danni di «civili disarmati da oltre 40 Paesi», ha denunciato la missione. È un passaggio chiave che fissa il contesto giuridico evocato dagli organizzatori. Sul fronte italiano, la fregata Alpino ha diramato «l’ultimo avviso»: non ha oltrepassato la linea delle 150 miglia dalla costa di Gaza. Tradotto: nel tratto decisivo l’unità italiana non c’è più e non accompagna la Flotilla nella zona a massimo rischio.

Da Copenaghen, intanto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha bollato la missione come «iniziativa irresponsabile», sostenendo che, se fosse “solo umanitaria”, avrebbe accettato la consegna mediata degli aiuti. Dalla sala stampa della Camera, Delia ha replicato che «chi è a bordo ha già assunto la propria responsabilità» e che il segnale arrivato dall’esecutivo è quello di una legge «non più uguale per tutti».

La diplomazia che chiede di consegnare altrove

La nota congiunta dei ministri degli Esteri di Italia e Grecia chiede a Israele di «garantire la sicurezza e l’incolumità» dei partecipanti e invita gli attivisti ad «accettare la disponibilità del Patriarcato Latino di Gerusalemme» per la consegna degli aiuti. Nello stesso testo si accredita il “piano Trump” come «concreta possibilità» per chiudere il conflitto e si sollecita di evitare iniziative «strumentalizzabili». È la cornice che, nei fatti, spinge a spostare la destinazione degli aiuti e a sterilizzare l’obiettivo politico dichiarato dalla Flotilla: rompere l’assedio navale.

Diversa, per sfumature, la posizione spagnola: Madrid mantiene la nave Furor in «raggio operativo» per eventuali soccorsi e definisce «encomiabile e legittima» la missione, ma raccomanda di non entrare nella “zona di esclusione” fissata da Israele. Nel campo del diritto, la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha ribadito che intercettare la Flotilla in acque internazionali costituirebbe una violazione del diritto marittimo e internazionale.

Sul terreno politico interno lo scontro è frontale. Il senatore M5S Marco Croatti, imbarcato, ricorda il carico di «alimenti energetici per bambini – marmellate, biscotti, miele – ritenuti illegali da Israele»; per il Pd Alessandro Zan, se il governo «si tirerà indietro si renderà complice» di eventuali azioni dell’esercito israeliano. Da Avs è arrivata la richiesta di un sostegno politico chiaro agli attivisti italiani in mare. Dalla maggioranza, Fratelli d’Italia invita a «fermarsi», mentre nel dibattito entra anche un esposto dell’Istituto Friedman che evoca presunte “complicità”: un repertorio retorico che prova a delegittimare la componente civile della missione.

Piazze, scuole e porti: la pressione sociale

Oltre al Parlamento oggi si muove il Paese reale. Sui canali social circola l’invito: «Se attaccano la Flotilla, blocchiamo tutto», con presidio immediato al Colosseo e chiamata a sciopero generale il giorno successivo. A Napoli collettivi studenteschi annunciano cortei e rivendicano rallentamenti nei porti; da più città si organizzano pullman per la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma. È la pressione di terra che accompagna le navi e chiede due cose elementari: proteggere cittadini italiani e osservare il diritto internazionale.

Il punto, oggi. La conferenza stampa alla Camera si è svolta e ha fissato le posizioni; in mare la Flotilla documenta manovre ostili e un quasi impatto in acque internazionali; la fregata Alpino non oltrepasserà le 150 miglia e quindi non accompagna più il tratto decisivo; Italia e Grecia chiedono garanzie a Israele e propongono la consegna al Patriarcato; la presidente del Consiglio parla di irresponsabilità; le opposizioni chiedono protezione per i connazionali a bordo; le piazze si preparano a scendere in strada. La cronaca è questa. Il resto – il senso politico – lo racconta una fotografia: in mare una flotta civile, a terra un Paese che discute se guardare, intervenire o voltarsi dall’altra parte.

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Hydra, nuove indagini di “straordinaria rilevanza”: slitta la requisitoria sul maxi-processo alle mafie in Lombardia

Milano, 30 settembre 2025. Doveva essere la giornata della requisitoria dei pubblici ministeri, con Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane pronti a esporre davanti al gup Emanuele Mancini le conclusioni dell’accusa. Al contrario, la maxi-udienza dell’inchiesta “Hydra” si è trasformata in un passaggio sospeso: la Dda ha chiesto e ottenuto un rinvio perché, come ha spiegato Cerreti, «è in corso un’attività di indagine di straordinaria rilevanza». I nuovi accertamenti, il cui contenuto rimane riservato, saranno depositati entro il 17 ottobre. L’udienza è stata aggiornata al 24 ottobre.

Il procedimento, uno dei più ampi degli ultimi anni, riguarda 146 imputati complessivi: 77 hanno scelto il rito abbreviato, 59 sono in udienza preliminare e altri hanno chiesto di patteggiare. Al centro del fascicolo c’è l’ipotesi di un’alleanza stabile fra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, capace di operare come un unico “sistema mafioso lombardo” con basi tra Milano e Varese. Un impianto che la procura milanese, diretta da Marcello Viola, ha difeso con forza davanti ai diversi gradi di giudizio cautelari, ottenendo la convalida del Riesame e della Cassazione.

I nomi e la struttura del “consorzio”

Tra i protagonisti della vicenda spiccano i nomi di Giuseppe Fidanzati, figlio del boss di Cosa nostra Gaetano, e dei fratelli Bernardo, Domenico e Michele Pace, indicati come parte del mandamento trapanese legato a Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro. Errante Parrino, arrestato a gennaio dopo una decisione della Suprema Corte, è in udienza preliminare. La lista degli imputati comprende figure riconducibili anche alla camorra romana della famiglia Senese e a cosche della ’ndrangheta attive tra Lombardia e Piemonte.

Secondo l’accusa, il “consorzio” non si sarebbe limitato a occasionali affari comuni ma avrebbe creato una struttura con regole condivise, una cassa comune e una capacità autonoma di intimidazione. Un passaggio decisivo, perché sposta il piano da una cooperazione tra clan a una nuova associazione mafiosa autonoma radicata al Nord.

Le tensioni in aula e la sicurezza dei magistrati

La dimensione del processo non è solo giudiziaria. Durante le udienze estive, nell’aula bunker di Opera, la pm Cerreti è stata oggetto di gesti ritenuti intimidatori da parte di un imputato, Giuseppe Sorci, che le avrebbe rivolto più volte un segno della croce. L’episodio, documentato in una relazione investigativa, ha portato al rafforzamento delle scorte sia per Cerreti sia per il procuratore Viola. È un segnale della delicatezza di un procedimento che tocca reti mafiose ancora attive e con capacità di pressione.

La scelta della procura di fermare la requisitoria conferma che il quadro accusatorio è in movimento. Nuove prove, nuove intercettazioni o nuovi riscontri documentali potrebbero modificare l’assetto delle imputazioni e incidere sulle strategie difensive. Le opposizioni dei legali alla richiesta di rinvio testimoniano la tensione crescente: i difensori temono che il processo possa dilatarsi ulteriormente, con effetti sulle posizioni dei loro assistiti.

Prospettive e posta in gioco

Il 24 ottobre si aprirà dunque una fase decisiva. La Dda di Milano punta a dimostrare che in Lombardia si sia insediato un soggetto mafioso composito, capace di unire tradizioni criminali diverse in un’unica regia. Se la tesi reggerà in aula, si tratterebbe di un passaggio giurisprudenziale e investigativo di rilievo nazionale: la certificazione dell’esistenza di un’alleanza stabile tra Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra fuori dai territori d’origine.

L’inchiesta “Hydra” prende il nome dal mostro mitologico dalle molte teste, un’immagine scelta non a caso per descrivere un’organizzazione che muta, si adatta e continua a espandersi. Il rinvio racconta che una di quelle teste non è stata ancora individuata del tutto. Saranno i nuovi atti a rivelare fino a che punto il “sistema” lombardo fosse radicato e quali interessi economici abbia realmente controllato.

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Italia–Libia, verso il rinnovo del Memorandum che conferma la scelta politica: esternalizzare il controllo delle frontiere

Il 2 novembre 2025 scadrà la finestra utile per fermare la proroga del Memorandum Italia–Libia. Nessun segnale è arrivato da Palazzo Chigi: tutto lascia intendere che l’accordo si rinnoverà automaticamente il 2 febbraio 2026 per altri tre anni, fino al 2029. Una continuità che conferma la scelta di legare la gestione della rotta del Mediterraneo centrale alla cooperazione con Tripoli, nonostante i dati, le cronache e le sentenze abbiano messo a nudo gli effetti concreti di questa strategia.

Un rinnovo senza dibattito

Il Memorandum, firmato il 2 febbraio 2017, ha trasformato la cosiddetta guardia costiera libica nel perno delle politiche italiane. Roma ha fornito motovedette, manutenzione, formazione e assistenza tecnica, con l’obiettivo dichiarato di fermare le partenze. Bruxelles ha rafforzato il dispositivo con il Fondo fiduciario per l’Africa e poi con lo strumento Ndci.

In otto anni questo sistema ha intercettato decine di migliaia di persone riportandole in Libia, in centri di detenzione descritti dalle missioni Onu come luoghi di torture, stupri, esecuzioni sommarie. L’Unhcr e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni hanno ribadito che la Libia non può essere considerata un “luogo sicuro”, ma il dispositivo continua a essere finanziato e rinnovato senza un vero passaggio parlamentare.

Le sentenze che smontano Tripoli

Le aule di giustizia italiane hanno iniziato a incrinare la narrazione ufficiale. L’11 giugno 2025 la Corte d’appello di Catanzaro ha confermato l’illegittimità del fermo della nave Humanity 1, affermando che il centro di coordinamento di Tripoli e la guardia costiera libica non possono essere considerati attori Sar legittimi. Una decisione che mina le basi giuridiche dell’intera architettura.

L’8 luglio la Corte costituzionale ha richiamato i limiti alle prassi di fermi e porti lontani per le ONG. Anche la Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Hirsi Jamaa del 2012, aveva già chiarito che l’Italia non può sottrarsi alle proprie responsabilità quando delega a terzi il controllo dei migranti in mare. Eppure il rinnovo procede come se queste pronunce non avessero mai avuto luogo.

Spari, morti e silenzi istituzionali

Gli episodi degli ultimi mesi raccontano una realtà che stride con la formula della “cooperazione per salvare vite”. Ad agosto la nave Ocean Viking è stata presa di mira in acque internazionali da una motovedetta libica donata dall’Italia; a fine settembre la Sea-Watch 5 è stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati dalla Ubari 660, una Corrubia trasferita a Tripoli con decreto del 2018; appena ieri un nuovo inseguimento si è concluso con un naufragio e un morto. Intanto le statistiche confermano che il Mediterraneo centrale resta il confine più letale: oltre 2.400 morti o dispersi nel 2024, già più di 1.500 nei primi nove mesi del 2025. La Libia continua a essere il principale punto di partenza, Lampedusa il primo approdo sotto pressione.

Le reazioni non mancano. Quarantadue organizzazioni hanno chiesto alla Commissione europea di interrompere i finanziamenti al dispositivo libico. A fine settembre un appello internazionale ha invocato lo stop al rinnovo e mobilitazioni sono annunciate a Roma. Ma i governi europei difendono il Memorandum come strumento contro i trafficanti e a favore del soccorso. Il risultato, nei fatti, è l’opposto: spari contro navi civili, naufragi, respingimenti verso abusi.

Il rinnovo automatico del Memorandum è ormai una certezza. Dal 2 febbraio 2026 e fino al 2029 l’Italia resterà legata a un accordo che, al di là delle formule diplomatiche, significa continuare a esternalizzare il controllo delle frontiere a un Paese che la comunità internazionale non considera sicuro. Le cronache e le sentenze raccontano già cosa significa: altri tre anni di morti, spari e silenzi.

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Come lo sbarco sulla luna

Scrivo questo buongiorno con colpevole ritardo dopo una notte passata in una veglia laica che ha tenuto insieme il Paese, le piazze, i social e un’infinita diretta sui canali di Global March To Gaza Italia, la componente italiana della missione Global Sumud Flotilla. 

Qualche giorno fa, il 22 settembre, scrivevano i giornali – quelli che non spacciano calunnie – che mai negli ultimi anni si erano viste le piazze così piene e variegate. Ieri sera il cuore di quelle piazze – mai stanco e mai domo – si è rimesso in moto seguendo le barche. È stata la notte in cui la fregata italiana ha scelto di fermarsi di fronte a una linea rossa immaginaria tracciata da Israele e inesistente per il diritto internazionale. È stata la notte in cui artisti, intellettuali e attivisti hanno ringraziato una missione civile per avere toccato i nervi di una comunità che si è riconosciuta sognante e attiva. E stata la notte in cui un pezzo di Paese s’è sentito imbarcato. 

Nell’Italia che non vota cinquanta barche in mezzo al mare portano con sé le Costituzioni, i diritti, la storia “e il vangelo”, come ha detto a notte fonda lo storico Tomaso Montanari. E così s’è celebrata una veglia laica che non ha niente a che vedere con il ricordo ma che sa di movimento – per mare e per terra – e che si ostina a combattere l’infingardia e la vigliaccheria di una politica complice. 

Gli equipaggi della Global Sumud Flotilla – quelli di terra e quelli di mare – vengono dal futuro. Si sono scrollati di dosso la cortese diplomazia che calpesta il diritto internazionale. Sarà per questo che un pezzo di Paese li segue con la stessa apprensione dello sbarco sulla luna. 

Buon mercoledì. 

La missione umanitaria in diretta qui

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #30

Scriviamo queste righe dal futuro. È il trentesimo giorno di navigazione e la notte che ci attende può diventare il “giorno zero”: la fregata italiana abbandonerà la scorta per non disturbare un governo che chiude gli occhi sul genocidio a Gaza. Questa notte – per voi che leggete è già ieri – la Flotilla entrerà nella cosiddetta “zona rossa”, dove Israele da anni agisce impunemente contro il diritto internazionale.

Il punto non sono le barche, né i pettegolezzi della politica italiana. Il punto è Gaza. Nelle ultime ore almeno 31 persone sono state uccise dai raid israeliani. Il nuovo piano firmato da Trump e Netanyahu parla di ricostruzione e disarmo, ma disegna ancora una prigione a cielo aperto, con il carceriere che decide tempi e modi della sopravvivenza.

La Commissione d’inchiesta dell’ONU ha già qualificato le azioni di Israele come genocidio: distruzione sistematica, fame usata come arma, dichiarazioni dei leader che parlano di “spoliazione”. Ogni governo che tace si rende complice.

La Global Sumud Flotilla è lo specchio che costringe a guardare questa vergogna. Decine di imbarcazioni da 44 paesi portano aiuti e chiedono libertà di passaggio. L’Italia ha deciso di ritirare la sua fregata a 150 miglia dalla costa, invocando “esaurimento del rischio”. Ma in quelle 150 miglia si gioca il senso della nostra presenza: resistere dove gli altri si voltano, testimoniare ciò che accade nella zona proibita.

Se stanotte il mare coprirà le voci di sirene e bombe, almeno resterà questo diario: la prova che qualcuno non ha accettato il silenzio. Domani, se resisteremo, il mondo saprà che c’era chi ha avuto il coraggio di guardare.

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Marche, il giorno dopo il centrosinistra è davanti al bivio: Schlein assediata dentro il Pd e i dubbi crescenti tra i 5 Stelle

Il risultato delle regionali nelle Marche non è soltanto una conferma locale ma un segnale politico di portata nazionale. Francesco Acquaroli ha ottenuto il 52,4% dei voti contro il 44,4% di Matteo Ricci, con Fratelli d’Italia primo partito al 27,4% e il Pd fermo al 22,5%. La Lega, ridotta al 7,3%, perde quasi centomila voti rispetto al 2020, ma la coalizione di centrodestra resta solida grazie alla crescita di Forza Italia, che con l’8,6% rivendica di essere «forza centrale» come ha detto Antonio Tajani. L’affluenza crollata al 50% ha pesato soprattutto sulle opposizioni, incapaci di mobilitare un elettorato sfiduciato.

Schlein assediata e il peso della sconfitta

Per Giorgia Meloni la riconferma di Acquaroli dimostra che «il buon governo paga» e rafforza la leadership nazionale. Per Elly Schlein, invece, la sconfitta apre un fronte interno difficile da gestire. La segretaria dem ha parlato di «sfida difficile» invitando a guardare alle prossime regioni, ma dentro il partito il clima è tutt’altro che sereno. Pina Picierno ha accusato i vertici di non saper «interpretare la crisi del ceto medio», mentre i riformisti lavorano a una piattaforma alternativa con la convention del 24 ottobre a Milano. Francesco Boccia ha tentato di minimizzare, definendo quello marchigiano un «voto locale», ma le voci critiche si moltiplicano e la tenuta della segretaria torna in discussione.

Matteo Ricci, sconfitto ma fedele al progetto, ha ammesso che «l’unità non basta ma senza non si compete». Il problema è che il Pd aveva considerato le Marche contendibili e il distacco di otto punti segna un fallimento strategico. Ricci non è riuscito a spostare consensi nelle province più ostili, mentre il centrodestra ha sfruttato la forza dell’incumbency e il sostegno diretto della premier. Per molti dirigenti dem la lezione è chiara: il campo largo, così com’è, non è sufficiente.

Conte frena, il campo largo vacilla

Giuseppe Conte ha parlato di «scelta di continuità» da parte degli elettori e ha definito «preoccupante» il calo dell’affluenza. Non una rottura, ma un chiaro segnale che l’alleanza non è un dogma. La linea dei 5 Stelle resta quella delle intese a geometria variabile: in Toscana il movimento resta all’opposizione, in Campania la candidatura di Roberto Fico è già minata dalla guerra sotterranea con Vincenzo De Luca. La fragile fiducia reciproca tra Pd e M5S, dopo la prova marchigiana, rischia di sgretolarsi nei prossimi mesi.

Intanto Avs riconosce la sconfitta parlando di «unità necessaria ma non sufficiente». Una formula che riassume la difficoltà di un progetto che non riesce a tradursi in un’offerta attrattiva per gli astenuti.

Centristi in agguato

Sul fronte centrista, le reazioni sono di segno opposto. Carlo Calenda definisce il campo largo «un’accozzaglia che provoca astensionismo», Davide Faraone di Italia Viva chiede «più riformismo e meno ideologia», mentre Maurizio Lupi osserva che «il campo largo si è rivelato stretto». Sono posizionamenti che puntano a erodere ulteriormente il consenso progressista, proponendo un’alternativa moderata e distinta.

Le Marche, considerate contendibili dal centrosinistra, hanno restituito un verdetto netto che pesa più del singolo risultato. Il centrodestra consolida la sua presa e rafforza Meloni, mentre il Pd si ritrova con una segretaria assediata e un partito diviso, il M5S con dubbi crescenti e i centristi pronti a occupare lo spazio lasciato libero. La Campania, con la frattura tra Fico e De Luca, appare come la vera prova decisiva: un altro passo falso potrebbe trasformare la sconfitta marchigiana nell’inizio di una crisi strutturale del campo largo.

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