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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #26

Mattarella ha lanciato un imperativo: «consegnate gli aiuti in sicurezza», invitando la Flotilla ad accettare la mediazione del Patriarcato Latino di Gerusalemme per far arrivare il materiale a Gaza. In altri termini, consegnare a Cipro e rinunciare al mare aperto.

Ma qui sta il punto: non è questione di modalità o di sicurezza, è questione di cosa stiamo parlando. Si parla ossessivamente delle barche, come se fossero il nocciolo del problema; mai si nomina il massacro sistematico, lo sterminio di una popolazione assediata. L’ossessione diventa quella dell’attraversamento “da non rischiare”, mai quella dell’ecatombe quotidiana.

Eppure il diritto internazionale è chiarissimo: la navigazione in acque internazionali non può essere ostacolata, men che meno da attacchi armati. Pretendere che la Flotilla cambi rotta equivale ad ammettere che Israele possa violare la legge senza conseguenze, mentre chi la rispetta deve cedere. Il centro del discorso si sposta così dal genocidio all’“incertezza” del viaggio. È il solito cortocircuito: si discute delle barche per non discutere delle bombe.

Intanto a Gaza la morte non concede tregua. Nelle ultime 24 ore ottantacinque persone sono state uccise dai bombardamenti israeliani, tra cui numerosi bambini. A Gaza City un raid ha colpito una casa che ospitava sfollati: almeno diciannove vittime. Decine sono rimaste intrappolate sotto le macerie nei quartieri assediati. Così, mentre i palazzi del potere parlano delle imbarcazioni, sotto quei cieli di fuoco si consuma un massacro silenzioso, una pulizia pianificata. Nessuna esitazione: a vele spiegate, verso il genocidio, è lì che si punta.

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All’Onu parla Trump, ma con la voce di Meloni

All’Assemblea generale dell’Onu Giorgia Meloni ha recitato un copione già scritto: quello di Donald Trump. Sedici minuti di discorso in italiano, davanti a una platea semivuota, per ripetere le litanie del trumpismo tradotte in salsa tricolore. Sul genocidio a Gaza, la formula è la più comoda per Tel Aviv: Israele avrebbe «superato il limite del principio di proporzionalità». Non un crimine di guerra, ma un eccesso di difesa, così si diluisce la strage di decine di migliaia di civili in un inciampo tecnico.

Dalla guerra all’ambiente: qui Meloni diventa perfetta ventriloqua. L’“ecologismo insostenibile” colpevole di aver distrutto l’industria automobilistica europea, l’Onu inadeguata, le convenzioni sui migranti “anacronistiche” da riscrivere perché ostacolate da giudici politicizzati. Ogni concetto riprende parola per parola il lessico della Casa Bianca trumpiana. Con una costante: mai citare i diritti, sempre invocare i confini, la forza, la sovranità.

Il paradosso è che mentre invoca «pace, dialogo e diplomazia», in patria governa con l’economia di guerra e firma forniture di armi. Meloni si fa chiamare “madre cristiana” sul palco dell’Onu, ma scambia la fede con l’ideologia dei crociati contemporanei: l’Occidente assediato, i migranti come minaccia, i palestinesi ridotti a pedine sacrificabili.

Resta l’immagine: una premier che usa l’arena internazionale non per costruire ponti, ma per inseguire il suo padrino politico d’Oltreoceano. Un ventriloquo ha bisogno di un pupazzo: qui il pupazzo è l’Italia.

Buon venerdì.

Foto Gov

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Trump alza i dazi: scure su farmaci, camion e mobili. Colpiti settori strategici del Made in Italy

Dal 1° ottobre gli Stati Uniti inaugureranno una nuova stagione di tariffe. Donald Trump ha annunciato dazi del 100% sui farmaci di marca, del 25% sui camion pesanti, del 50% sui mobili per cucina e bagno e del 30% sugli imbottiti. Non si tratta di mosse marginali: colpiscono settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana, dalla sanità alla logistica fino all’arredo della casa. La formula è sempre la stessa: “Made in Usa first”, anche a costo di scaricare il prezzo sulle famiglie americane e sugli alleati commerciali.

L’eccezione promessa ai produttori farmaceutici che “stanno costruendo” stabilimenti negli Stati Uniti conferma la logica punitiva e ricattatoria. Non è un mistero che l’industria europea, per bocca della federazione Trump alza i dazi: la scure su farmaci, camion e mobili, parli di scenario “peggiore”: aumento dei costi, catene del valore frammentate, rischio sull’accesso ai medicinali e freno alla ricerca. La Casa Bianca giustifica la scelta richiamando la Section 232 sulla “sicurezza nazionale”, lo stesso strumento con cui erano stati giustificati i dazi sull’acciaio. È un meccanismo che consente al presidente di bypassare il Congresso. Il risultato è una politica commerciale che usa l’emergenza come grimaldello permanente.

L’Europa del 15% e il paradosso della resa

La tempistica non è casuale. L’annuncio arriva a poche ore dall’entrata in vigore dell’accordo Usa-Ue che fissava al 15% la gran parte dei dazi americani sulle merci europee. Un compromesso fragile che Bruxelles aveva venduto come successo diplomatico, pur lasciando acciaio e alluminio inchiodati al 50%. Ora, con la nuova stretta settoriale, quel 15% appare un guscio vuoto. La Commissione prova a salvare il salvabile parlando di “corridoi tariffari da difendere”, ma i fatti dicono che Washington può colpire a piacimento. Bruxelles si limita a promesse di “misure di riequilibrio” che raramente diventano realtà.

Per l’Italia i rischi sono immediati. Le esportazioni di cucine e imbottiti, settori trainanti del made in Italy, si troveranno a fronteggiare dazi del 50% e del 30%: una tassa mascherata che riduce la competitività proprio in un mercato, quello statunitense, che è il primo extra-UE per molti distretti. Sui farmaci pesa la minaccia del 100%, con conseguenze per gruppi multinazionali che hanno stabilimenti e centri di ricerca in Europa. Anche la filiera dei camion, in cui l’Italia ha una posizione rilevante con Iveco, rischia ricadute indirette.

Politica cieca e consenso a comando

Negli Stati Uniti i democratici denunciano l’ennesimo regalo all’inflazione e ai monopoli interni. Ron Wyden, presidente dem della commissione Finanze del Senato, ricorda che i dazi «sono una tassa nascosta sui consumatori». I repubblicani sostengono Trump quasi in blocco, pur con imbarazzi: il senatore John Kennedy ha ammesso che i mercati hanno reagito male, ma ha comunque difeso l’obiettivo di riportare la produzione “on shore”. I mercati, intanto, hanno segnato ribassi e la Federal Reserve dovrà misurarsi con l’ennesima fiammata di inflazione dei beni, mentre gli investimenti restano sospesi nell’incertezza.

Dal lato europeo, le reazioni sono di facciata. Bruxelles promette tavoli di dialogo e contromisure, ma in realtà cerca soltanto di non far deragliare il fragile accordo firmato a fine agosto. Anche partner tradizionali degli Stati Uniti, come l’Australia, hanno definito i dazi «non l’atto di un amico». L’Unione, che per anni ha rivendicato il ruolo di “capitano globale” del libero commercio, appare oggi come spettatrice disarmata.

E in Italia Giorgia Meloni continua a presentarsi come partner privilegiata di Trump, anche di fronte a mosse che colpiscono direttamente i settori chiave dell’economia nazionale. Nessuna critica, nessuna presa di distanza, soltanto l’allineamento al nuovo ordine imposto da Washington. L’immagine è quella di un Paese che applaude mentre vede erosi i propri margini commerciali.

L’esito: i cittadini pagano due volte

I cittadini finiscono per pagare due volte: con i rincari delle merci importate e con l’impotenza delle istituzioni che dovrebbero difendere i loro interessi. Trump usa la leva dei dazi per rafforzare il consenso interno, l’Europa balbetta e l’Italia si accoda. Il risultato è un’asimmetria crescente, in cui le promesse di cooperazione transatlantica si trasformano in monologhi unilaterali.

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Crosetto in Parlamento, scontro sulla Flotilla: equilibrismi dalla maggioranza per condannare l’attacco senza irritare Israele

L’informativa urgente del ministro della Difesa Guido Crosetto sugli attacchi subiti dalla Global Sumud Flotilla ha aperto alla Camera un confronto che ha subito mostrato fratture profonde. Crosetto ha parlato di «episodio totalmente inaccettabile» e di «ferma condanna» per gli attacchi avvenuti in mare aperto contro un convoglio umanitario. Ha annunciato l’invio della fregata Fasan e della nave Alpino per «tutelare i connazionali e fornire soccorso», specificando però che «una volta uscite dalle acque internazionali, nessuno potrà garantirne la sicurezza». Un passaggio che ha acceso le polemiche: da un lato l’impegno a proteggere gli italiani, dall’altro la rinuncia dichiarata a difendere la missione nel momento più delicato.

Crosetto ha ribadito che «l’obiettivo è far arrivare gli aiuti a Gaza e che nessuno a bordo subisca danni», rilanciando la proposta della premier Giorgia Meloni di sbarcare il carico a Cipro per poi trasferirlo nell’enclave. Una proposta definita «di buon senso» dal ministro, ma che gli organizzatori hanno già respinto perché aggira il vincolo del blocco imposto da Israele. «Noi non inviamo navi da guerra per fare guerra a un Paese amico» ha sottolineato il ministro, cercando di rassicurare Tel Aviv e al tempo stesso l’Aula.

Le opposizioni: dal PD al M5S, accuse al governo

Il Partito democratico ha chiesto di voltare pagina. «La voce delle piazze italiane non può essere ignorata» ha detto la segretaria Elly Schlein, denunciando che «la Flotilla sta facendo ciò che i governi europei avrebbero dovuto fare». Schlein ha attaccato Giorgia Meloni per avere riservato «parole durissime» contro gli attivisti senza mai rivolgere la stessa severità a Benjamin Netanyahu. Ha inoltre invitato l’esecutivo a «smettere di criminalizzare il dissenso» e a convocare l’ambasciatore israeliano. Laura Boldrini ha parlato di «irresponsabilità» della premier, accusata di trasformare la vicenda «in un processo politico contro chi non si allinea».

Il Movimento 5 Stelle ha usato toni altrettanto netti. Francesco Silvestri ha parlato di «governo matrioska» con «tre posizioni diverse» tra Crosetto, Meloni e Salvini. Per i pentastellati «le acque davanti a Gaza sono palestinesi, non israeliane», e l’Italia dovrebbe sostenere il riconoscimento dello Stato di Palestina. Silvestri ha attaccato la Lega accusandola di stare «con un genocida e assassino come Netanyahu» e ha denunciato «l’ipocrisia di chi oggi si indigna e ieri ha voltato la testa».

Alleanza Verdi e Sinistra ha insistito sulla natura internazionale della Flotilla. Elisabetta Piccolotti ha ricordato che a bordo ci sono delegazioni di 44 Paesi, definendo «ridicolo» sostenere che si tratti di un’operazione contro il governo italiano. Benedetta Scuderi, attivista di Avs imbarcata sulla Morgana, ha sottolineato che «colpire una nave che batte bandiera italiana significa colpire lo Stato italiano».

La maggioranza: pragmatismo e difesa dei rapporti con Israele

Dalla maggioranza, Fratelli d’Italia ha ovviamente difeso la linea di Crosetto. Federico Mollicone ha ringraziato il ministro per «tempestività, serietà e pragmatismo», invitando gli attivisti ad accettare lo scarico a Cipro per «evitare provocazioni» e sottolineando che «la vera missione della Flotilla non può essere la guerra». Andrea Delmastro e Galeazzo Bignami hanno accusato le opposizioni di «becera propaganda» e di «strumentalizzare una tragedia per attaccare il governo».

Forza Italia ha mantenuto un profilo più prudente. Roberto Bagnasco ha condannato l’attacco «che non ha giustificazione alcuna», chiarendo però che ciò «non significa mettersi contro Tel Aviv». Una posizione che cerca di bilanciare il rapporto con Israele e la necessità di proteggere i connazionali.

Italia Viva ha espresso preoccupazione attraverso Maria Elena Boschi, che ha parlato di «una passione civica crescente nel Paese rispetto all’orrore di Gaza», chiedendo al governo di garantire l’incolumità delle persone a bordo. Dal centro, Carlo Calenda ha sollecitato l’esecutivo a «vigilare affinché gli italiani sulle imbarcazioni siano rimpatriati in sicurezza», evitando rischi aggiuntivi.

Un governo diviso e un Parlamento spaccato

Sul dibattito hanno pesato le parole pronunciate da Giorgia Meloni all’ONU, che ha definito «irresponsabile usare Gaza per colpire il governo». Una dichiarazione che ha provocato la replica di Schlein («Meloni fa la vittima da tre anni») e di altri esponenti dell’opposizione, che hanno denunciato il silenzio della premier su Netanyahu. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, ha ribadito la condanna dell’attacco ma ha insistito sul «diritto di Israele alla sicurezza», accentuando la distanza tra le diverse voci della stessa maggioranza.

Il risultato è un governo che condanna gli attacchi ma, di fronte a cittadini italiani sotto minaccia in acque internazionali, non offre garanzie oltre i limiti formali. Un esecutivo che propone soluzioni di ripiego come Cipro, invece di rivendicare il diritto alla protezione dei civili. E un Parlamento che, pur unanime nel giudicare «inaccettabile» l’attacco, resta diviso sulla sostanza: difendere il carattere umanitario della missione o allinearsi alle esigenze di Tel Aviv. La distanza tra dichiarazioni di principio e scelte concrete, anche questa mattina, è apparsa evidente a tutti.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #25

Le parole del governo italiano sulla Global Sumud Flotilla continuano a oscillare tra la condanna rituale e il paternalismo. Il ministro Crosetto ha detto che «nessuno può garantire sicurezza fuori dalle acque internazionali» e che gli aiuti «potrebbero essere scaricati a Cipro». Una formula che traduce in pratica l’ignavia: fingere di proteggere, mentre si accetta la riscrittura israeliana del diritto internazionale.

Dal mare arriva invece la chiarezza della Flotilla. Ieri Mandla Mandela ha ricordato che «non ci fermeremo finché il genocidio non sarà fermato e gli aiuti non fluiranno liberamente». Yasmin Al-Qadhi, giornalista e attivista yemenita, ha denunciato la fabbrica di menzogne che accompagna ogni aggressione: come nel 2010 con la Mavi Marmara, così oggi Israele diffonde accuse inventate per giustificare la violenza. E l’avvocata palestinese Lamis J. Deek ha ribadito che il blocco di Gaza «non ha alcuna base legale», e che l’intercettazione di navi civili in acque internazionali è un crimine.

Le ultime ore da Gaza raccontano l’urgenza di questa missione. Secondo il ministero della salute, i raid israeliani hanno ucciso almeno 17 persone, tra cui 10 bambini, solo nella notte scorsa. Il bilancio complessivo ha ormai superato i 65.400 morti e i 167.000 feriti, con più di 20.000 bambini uccisi dall’inizio dei bombardamenti. In una sola settimana, dal 17 al 24 settembre, si sono aggiunti 357 morti e oltre 1.400 feriti.

Il genocidio intanto continua. Il governo di Israele è un governo assassino. L’affidabilità di Israele si misura sul sangue e sulle macerie di Gaza. Queste sono le notizie su cui tenere gli occhi.

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Leadership climatica in saldo: Pechino ringrazia

L’Unione europea si è presentata al Climate Ambition Summit di New York con le mani vuote. Dopo mesi di litigi interni, la Commissione ha portato soltanto una dichiarazione d’intenti e la promessa di chiudere un accordo sul clima entro la COP30 di novembre in Brasile. L’ONU chiedeva un target al 2035, ma l’Europa non l’ha avuto. Al suo posto, una forchetta di riduzione compresa tra –66,3% e –72,5% sulle emissioni rispetto ai livelli del 1990, priva però di valore politico senza l’ok dei governi. È il segno di un ripiegamento che segna il tramonto dell’immagine Ue come “capitano” globale della transizione.

Le cause del blocco

Le ragioni di questa paralisi sono molteplici. Il caro-energia, acuito dalla guerra in Ucraina, ha gonfiato i costi della transizione e reso più difficile difendere obiettivi ambiziosi in economie già in affanno. La stagnazione industriale pesa soprattutto su Germania e Polonia, che continuano a difendere l’auto e il carbone. A frenare c’è anche la spinta alla militarizzazione: l’aumento delle spese per la difesa sottrae risorse ai fondi del Green Deal e riduce lo spazio di manovra per nuovi investimenti climatici. Infine, l’avanzata delle destre radicali, da Varsavia a Berlino, fornisce sponda politica a chi vuole rallentare.

Dentro questa cornice, la Francia di Emmanuel Macron lavora per diluire i nuovi obiettivi, mentre Germania, Polonia e Repubblica Ceca hanno alzato barriere esplicite. Il commissario europeo al clima Wopke Hoekstra ha provato a rivendere il compromesso come «un grande passo avanti», ma la formula ha imbarazzato molti partner internazionali, che si aspettavano dall’Europa la definizione di un percorso credibile verso la neutralità al 2050.

Il problema è anche di coerenza interna: Bruxelles si era costruita la reputazione di leader con il Green Deal del 2019 e la legge europea sul clima che impone il taglio del 55% delle emissioni al 2030. Oggi però, mentre si avvicina quella scadenza, gli strumenti di attuazione sono incompleti, i fondi insufficienti e i governi divisi sulla direzione da prendere. Senza obiettivi intermedi al 2035, l’intero percorso verso il 2050 rischia di trasformarsi in un annuncio senza cassetta degli attrezzi.

L’occasione di Pechino

Il prezzo geopolitico è già evidente. L’asse con i piccoli Stati insulari, storicamente alleati dell’Europa, si è rotto: diversi governi caraibici e del Pacifico guardano ora a Pechino come interlocutore più affidabile. La Cina è pronta a riempire il vuoto. Secondo i dati del ministero dell’Ecologia, le sue emissioni potrebbero raggiungere il picco già nel 2025. Dal 2022, Pechino ha investito oltre 210 miliardi di dollari in rinnovabili in giro per il mondo, rafforzando l’immagine di leader operativo mentre Bruxelles resta impantanata.

La diplomazia climatica cinese, rafforzata anche dalla Belt and Road verde, offre finanziamenti e tecnologie ai Paesi vulnerabili, creando legami politici che un tempo erano patrimonio europeo. Se la Cina dovesse tradire le aspettative, l’Ue avrebbe poca credibilità per criticarla: come può impartire lezioni chi non riesce a mettere d’accordo i propri membri su un obiettivo intermedio?

Gli analisti cinesi parlano ormai dell’Ue come di una “media potenza” climatica, declassata dal ruolo di “front wheel” del tricycle globale. Persino funzionari ONU hanno richiamato Bruxelles: «Non è il momento per l’Ue di cedere la leadership», ha detto un portavoce del segretariato UNFCCC. Ma la realtà è che senza un obiettivo intermedio al 2035 o al 2040, l’Unione non guida più il gioco. Resta formalmente impegnata alla neutralità climatica entro il 2050, ma non siede più in cabina di regia: da motore della transizione è scivolata in panchina, con la Cina pronta a occupare il campo.

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Flotilla, Crosetto allude alle acque israeliane, ma quelle davanti a Gaza sono territorio palestinese: lo dicono le convenzioni e le risoluzioni Onu

Guido Crosetto oggi, parlando alla Camera, ha dichiarato che l’Italia non potrà garantire la sicurezza della Global Sumud Flotilla se entrerà «nelle acque di un altro Stato, che considera questa operazione quasi un atto ostile». L’altro Stato in questione è, ovviamente, Israele. Una frase detta con l’aria di chi mette un punto fermo, e che invece rivela la disinvoltura con cui questo governo ribalta il diritto internazionale per coprire la strategia di Israele. Perché quelle acque, davanti a Gaza, non sono israeliane. Non lo sono mai state e nessuna risoluzione delle Nazioni Unite ha mai riconosciuto tale status.

La Convenzione Onu sul diritto del mare del 1982 stabilisce che ogni territorio costiero possiede dodici miglia nautiche di mare territoriale. Gaza, pur privata della possibilità di esercitare una piena sovranità a causa dell’occupazione militare, resta territorio palestinese riconosciuto dalle Nazioni Unite e, dunque, ha diritto a quel tratto di mare. Subito oltre cominciano le acque internazionali, delle quali nessuno Stato può appropriarsi. Considerarle acque israeliane significa riscrivere le carte geografiche e pretendere che la forza sostituisca il diritto.

Le sentenze dimenticate e la propaganda del governo

Il blocco navale imposto da Israele è stato più volte condannato. La risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza nel 2009 ne ha chiesto la fine. Dopo l’assalto alla Mavi Marmara nel 2010, in cui furono uccisi attivisti in acque internazionali, la missione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani qualificò l’intervento come illegale. Nel 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di garantire il libero accesso degli aiuti umanitari a Gaza. Queste decisioni non sono dettagli secondari, ma definiscono il perimetro che separa la legalità dall’arbitrio.

Giorgia Meloni, a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, ha definito la Flotilla «un’iniziativa irresponsabile», mentre Antonio Tajani prova a mascherarsi da mediatore, chiedendo a Israele di assicurare l’incolumità degli italiani imbarcati. Nessuno dei due ha usato l’espressione “acque israeliane”. È Crosetto a spingersi oltre, a fare da interprete zelante del linguaggio di Tel Aviv. Che le sue parole siano una svista Di sicuro, legittimano il blocco e trasferiscono nel linguaggio diplomatico l’idea che Gaza sia mare chiuso e che Israele abbia il diritto di respingere chiunque vi si avvicini.

Una resa preventiva spacciata per diplomazia

Intanto il governo annuncia l’invio di un’altra fregata, l’Alpino, che si aggiungerà alla Fasan. Ma la missione non ha lo scopo di garantire il passaggio degli aiuti: il compito delle navi italiane è limitarsi a proteggere e ad assistere i cittadini italiani a bordo.

La realtà resta semplice. Le navi umanitarie navigano in acque internazionali, con destinazione un territorio che ha diritto al suo mare. Non violano alcuna legge. Chi le attacca commette un atto di guerra. Considerare quelle acque israeliane significa riprodurre la propaganda di uno Stato che usa la forza per trasformare l’occupazione – della terra e del mare – in sovranità.

E ogni volta che un rappresentante del governo italiano lascia intendere che quelle acque siano israeliane, un pezzo della nostra credibilità internazionale affoga.

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Global Sumud Flotilla. La prudenza italiana che fa comodo a Israele

L’Italia sceglie ancora la linea della prudenza, che in diplomazia spesso è solo un altro nome per subalternità. A Parigi e Londra si è deciso di riconoscere la Palestina, assumendosi il rischio di incrinare i rapporti con Israele. Roma, invece, ha scelto la via condizionata: lo farà solo se Hamas scomparirà dalla scena. Una formula che ripete parola per parola l’impostazione di Washington, molto più che quella di Bruxelles.

La fregata inviata a sud di Creta per “soccorrere” la Flotilla sembra più un gesto simbolico che un atto politico. Un avvertimento a Gerusalemme, certo, ma calibrato con la cura di chi non vuole mai davvero rompere. Il messaggio è chiaro: l’Italia non intende seguire fino in fondo la scelta francese, né assumere il peso politico di un riconoscimento unilaterale. Preferisce muoversi sotto l’ombrello americano, anche a costo di apparire isolata nel Mediterraneo che pure la riguarda più di altri.

L’argomento usato da Giorgia Meloni – «prima la liberazione degli ostaggi» – suona come la clausola perfetta per rimandare sine die qualsiasi decisione. Una prudenza che non è neutrale: di fatto rafforza la linea di chi vuole congelare ogni ipotesi di Stato palestinese. Così Roma si ritrova a metà del guado, costretta a gestire piazze sempre più infuocate e la pressione di capitali europee che hanno già rotto gli indugi.

Il governo italiano rivendica autonomia. In realtà la sua bussola resta a Washington. E mentre il Mediterraneo brucia, l’Italia continua a guardare oltreoceano in attesa che qualcuno le dica da che parte stare.

Buon giovedì.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #24

Nella notte, a sud di Creta, la flotta è stata circondata e colpita da droni: esplosioni in serie, interferenze radio, polveri urticanti. Almeno undici imbarcazioni danneggiate, nessun ferito grave, equipaggi in assetto di sicurezza. È il terzo attacco in poche settimane: la Spectre ha registrato un bagliore netto in mare alle 1.43. La missione ribadisce che proseguirà la rotta verso Gaza.

La politica italiana, travolta dai fatti, ha dovuto finalmente esporsi. Guido Crosetto, dopo essersi coordinato con lo Stato Maggiore, ha ordinato alla Marina di dirottare la fregata Fasan nell’area: «assistenza ai cittadini italiani», «condanna più dura» per gli attacchi. È una svolta rispetto ai giorni delle cautele e dei “vedremo”: quando la cronaca bussa con il metallo dei droni, l’ambiguità non regge.

Antonio Tajani ha chiesto a Israele «tutela» e «rispetto del diritto internazionale» per chi è a bordo. Giorgia Meloni, che fin qui aveva bollato la traversata come inutile e simbolica, è costretta a inseguire: parla di responsabilità altrui, ma la sola irresponsabilità oggi è quella di chi continua a finanziare e coprire un genocidio. La Flotilla non è una bravata: è un promemoria di legalità sul mare aperto.

Intanto, a Gaza, il conto delle ultime 24 ore è l’ennesima ferita aperta: almeno 37 morti aggiunti alla cifra mostruosa che ha superato i 65 mila, ospedali al collasso, corridoi trasformati in reparti. Il mondo discute, le cancellerie sfumano, ma nelle corsie restano bambini senza analgesici e feriti senza ossigeno. È a loro che guardano le barche colpite stanotte. Ed è su di loro che si misurano verità e menzogne della politica.

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Visti ai disperati di Gaza, ignorate le decisioni del Tribunale: rischio di “violazioni irreparabili” dei diritti fondamentali

Il Tribunale di Roma ha ordinato, tra il 6 e il 10 agosto e poi il 9–10 settembre 2025, di rilasciare entro sette giorni visti d’ingresso a famiglie palestinesi bloccate nella Striscia. Al 24 settembre non risulta alcun visto effettivamente rilasciato. Per le ordinanze di agosto il ritardo ha toccato fino a quarantuno giorni oltre il termine; per quelle di settembre siamo tra sette e otto giorni oltre la scadenza. In mezzo a questo scarto, la protezione promessa rimane sulla carta.

Le ordinanze qualificano l’urgenza richiamando il rischio di «violazioni irreparabili» dei diritti fondamentali: vita, salute, unità familiare. I giudici hanno riconosciuto un diritto rafforzato all’ingresso per cinque nuclei, circa quaranta persone, con molti minori, anziani e malati, e parenti di cittadini italiani. In un’area assediata, con ospedali al collasso e accesso intermittente a beni essenziali, ogni giorno accumula pericolo.

Ordini esecutivi, termini scaduti

La pubblica amministrazione non può scegliere se eseguire: deve farlo, e in fretta. Gli ordini sono immediatamente esecutivi e non lasciano margini sul “se”, solo sul “come” organizzare i passaggi. Eppure nulla è visibile. Mancano i dati minimi: quanti visti di lungo soggiorno siano stati stampati, quando siano partite le richieste ai varchi, quali risposte siano arrivate da Israele e Giordania.

Senza trasparenza la tesi dei «lasciapassare esterni» resta un alibi non verificabile. Il governo rivendica di aver snellito le procedure per studenti e ricongiungimenti e ricorda la necessità dei permessi di transito. Ma il punto logico è un altro: il rilascio del visto è una competenza italiana e costituisce il presupposto per ogni successivo passaggio. Finché non si vede il primo atto, il resto è ipotesi. Gli avvocati parlano di un’amministrazione che mantiene i provvedimenti «sulla carta», mentre i giorni corrono oltre i termini fissati dai giudici.

Studenti bloccati, atenei in allarme

La stessa criticità grava su circa centocinquanta studenti palestinesi dei programmi Iupals e Crui, selezionati e finanziati da Italia e Unione europea. I corsi dovevano iniziare a settembre: senza visti e senza canali di uscita, la finestra accademica si chiude e le borse rischiano di evaporare. Rettori e docenti hanno lanciato appelli, in Parlamento interrogazioni: finora non c’è traccia di ingressi né di un piano operativo. Nel frattempo lo Stato finanzia talenti che non può far entrare e disperde capitale umano che chiede solo di poter studiare in sicurezza. Anche qui serve verificabilità: numeri sui visti, date delle richieste, risposte dai varchi, responsabilità per ogni passaggio.

Davanti a ordini giudiziari inascoltati e a un calendario universitario che non aspetta, le associazioni indicano tre priorità misurabili: esecuzione immediata delle ordinanze con rilascio dei visti ai beneficiari; attivazione di corridoi e coordinamento con i partner internazionali; pubblicazione periodica dei dati su visti emessi, richieste di transito, esiti. Non slogan, ma atti: firme, timbri, responsabilità. Qui non si discute di preferenze politiche: si tratta di ottemperare a decisioni giudiziarie e proteggere vite vulnerabili.

Al 24 settembre 2025 il quadro resta fermo: ordini esecutivi disattesi da sei a quarantuno giorni; nessun visto D risulta consegnato ai ricorrenti; nessuna evidenza pubblica di transiti autorizzati. Nel mezzo stanno cinque famiglie e circa centocinquanta studenti in attesa di uscire da Gaza. Tra diritto sancito e pratica amministrativa si è aperto un vuoto che non si colma con comunicati. Si colma con decisioni che lasciano tracce: protocolli, date, ingressi. E con una scelta politica limpida: far prevalere la legge sui calcoli. Ogni ora senza risposta pesa su malattie da curare, su famiglie da ricongiungere, su studenti che hanno già vinto una chance. Il resto sono scuse. Le famiglie aspettano lo Stato, non promesse. Ora.

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