Vai al contenuto

Meloni all’Onu: la premier senza mandato parlamentare che rincorre Trump

Giorgia Meloni atterra a New York per la 79ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il suo intervento in plenaria è previsto per il 24 settembre, ma l’Italia si presenta già in posizione di debolezza. La premier parte senza un mandato parlamentare, mentre i principali partner europei si muovono in direzione opposta: Francia, Spagna e altri Paesi intendono formalizzare il riconoscimento dello Stato di Palestina all’Onu. Un passaggio storico, che rischia di segnare l’isolamento politico dell’Italia, ferma a un’ambiguità tattica che appare sempre più come sudditanza a Donald Trump.

L’Italia in coda all’Europa

Il 12 settembre Roma ha votato a favore della “New York Declaration”, risoluzione che riafferma la soluzione a due Stati. Ma Meloni, a fine luglio, aveva definito «controproducente» un riconoscimento immediato, bloccando sul nascere l’opzione politica più attesa. Emmanuel Macron, al contrario, ha già annunciato che Parigi presenterà il riconoscimento in sede Onu, costruendo una coalizione di “volenterosi” per accelerare il processo. Madrid, Dublino e altri governi europei sono pronti a seguirlo.

L’Italia, pur avendo riconosciuto la gravità della crisi umanitaria a Gaza e sollecitato a Netanyahu il rispetto del diritto internazionale, resta su una linea attendista che la esclude dal fronte più dinamico. Una contraddizione evidente, che la priva della possibilità di giocare un ruolo centrale nella definizione della posizione europea.

Le accuse dell’opposizione

In patria la premier viene attaccata per la partenza senza una cornice politica condivisa. «Meloni va all’Onu senza passare dal Parlamento, senza un mandato chiaro e senza credibilità», accusa Riccardo Magi (+Europa), parlando di una strategia «allineata agli Usa di Trump» e incapace di prendere posizione sul riconoscimento della Palestina.

Elly Schlein ha annunciato che il Partito democratico «bloccherà i lavori finché Meloni non riferirà in Aula», chiedendo un voto parlamentare sulla linea di governo. Giuseppe Conte ha parlato di «vergogna nazionale», denunciando la “maschera caduta” del governo sulle responsabilità di Israele. Da Alleanza Verdi e Sinistra arrivano pressioni per un riconoscimento immediato, mentre anche Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni denunciano la «subalternità» italiana. L’opposizione si ritrova così unita nel denunciare il “viaggio senza mandato”, trasformandolo in un caso politico interno.

Una strategia sbagliata

La scelta di seguire la rotta tracciata da Trump è il segnale più evidente di una linea fragile. Il leader americano, tornato alla Casa Bianca, ha messo in agenda una serie di bilaterali e promette di «fare più di chiunque altro per la pace». Meloni si presenta senza uno strumento parlamentare che ne rafforzi la posizione, e così rischia di trasformare l’incontro con Washington in una dinamica a senso unico.

L’Italia non ha presentato iniziative proprie sulla riforma Onu, limitandosi a dichiarazioni di principio. Manca un testo, manca una coalizione, manca la capacità di incidere. In questo vuoto, il bilaterale annunciato con il presidente sudcoreano Lee appare come un’operazione di facciata: utile a segnalare l’impegno multilaterale, ma incapace di colmare il ritardo accumulato sui dossier più rilevanti.

Le conseguenze dell’isolamento

Il prezzo politico di questa strategia rischia di essere alto. Sul piano europeo, Francia e Spagna si candidano a guidare la coalizione mediterranea sulla Palestina, relegando Roma a un ruolo di spettatore. Nei rapporti con i Paesi arabi, la mancanza di un segnale concreto toglie credibilità all’Italia come interlocutore per il “day after” di Gaza. All’interno, l’assenza di un mandato parlamentare offre all’opposizione un’arma comunicativa potente, rafforzata dal fatto che il governo non ha voluto passare da un voto né prima né dopo la partenza.

La narrazione interna di Meloni, costruita sull’asse privilegiato con Washington, rischia così di produrre l’effetto opposto sul piano internazionale: l’immagine di un’Italia subalterna, incapace di giocare la propria partita in autonomia. Una linea che potrebbe far guadagnare consenso alla premier nella sua base, ma che all’Onu la consegna a un isolamento che altri leader europei stanno già trasformando in leadership.

Un’occasione persa

L’Assemblea generale di New York era l’occasione per rimettere al centro l’Italia come ponte tra Europa e Mediterraneo, valorizzando il peso storico e geografico del Paese. Ma senza iniziative concrete e con l’ombra di un mandato mai cercato in Parlamento, Meloni arriva con il profilo di chi ha scelto di fare il secondo di Trump.

Quando Macron salirà sul podio per annunciare il riconoscimento della Palestina, il contrasto sarà evidente. Roma resterà con un piede in due scarpe: ufficialmente a favore della soluzione a due Stati, ma contraria al passo che può renderla credibile. È in questa incoerenza che si misura la distanza tra le ambizioni proclamate e la realtà di un’Italia sempre più isolata.

L’articolo Meloni all’Onu: la premier senza mandato parlamentare che rincorre Trump sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tajani, ministro dell’impotenza

Le dichiarazioni di Antonio Tajani al Festival di Open hanno il sapore della resa. Davanti alla possibilità che la Flotilla diretta a Gaza venga intercettata da Israele, il ministro degli Esteri ha parlato di «impotenza». È una scelta politica, un calcolo: rinunciare al diritto internazionale per non incrinare i rapporti con Tel Aviv. È una resa secca. Punto.

Lo ricorda il comunicato del Global Movement to Gaza: il blocco navale imposto da Israele dal 2007 è illegale. Se le navi pacifiste venissero fermate, sarebbe un atto di pirateria e sequestro di persona. La portavoce Maria Elena Delia è chiara: «Non chiediamo protezione militare, chiediamo l’applicazione delle regole». Una richiesta elementare che il ministro capovolge difendendo anche l’inerzia dello Stato.

La domanda è: fino a che punto un Paese democratico può sacrificare la legalità internazionale sull’altare delle convenienze diplomatiche ed economiche? Per questo l’organizzazione, insieme al senatore Marco Croatti e all’europarlamentare Benedetta Scuderi, chiede una Commissione parlamentare d’inchiesta sui rapporti istituzionali ed economici tra Italia e Israele: trasparenza e responsabilità.

Il punto è qui. Ammettere «impotenza» mentre civili vengono schiacciati da un assedio illegale equivale ad abdicare; prudenza qui è un alibi. La tutela dei cittadini italiani imbarcati e il rispetto del diritto internazionale non sono favori da contrattare, sono obblighi. Se il governo non li esercita, è giusto che il Parlamento e l’opinione pubblica pretendano memoria dei fatti, controllo degli atti e un cambio di rotta.

Buon lunedì. 

In foto Greta Tumberg alla presentazione dell’iniziativa della Global Sumud Flottilla

Foto wcommons

L’articolo proviene da Left.it qui

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del centro di Modica e Pozzallo – Lettera43

Sebbene non ospiti più nessuno da tempo, il centro costato 1,6 milioni di euro ha spese di manutenzione e vigilanza che continuano a gravare sulle casse pubbliche. Ma a differenza di Gjader, in Albania, modello rivendicato dal governo nonostante i numeri esigui, in Sicilia è calato un imbarazzante silenzio.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del Cpr di Modica e Pozzallo

Doveva essere il laboratorio della nuova stagione dei rimpatri accelerati, un modello esportabile per gestire con rapidità i richiedenti asilo provenienti da Paesi definiti “sicuri”. A distanza di due anni, il Centro per procedure accelerate di frontiera di Modica-Pozzallo è un guscio vuoto, costato 1,6 milioni di euro, presidiato da militari e forze dell’ordine ma privo della funzione per cui era stato creato. Le prime espulsioni veloci presentate dal questore sono state rigettate dai tribunali, che hanno smontato pezzo per pezzo la tenuta giuridica del meccanismo.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del centro di Modica e Pozzallo
Il centro di Pozzallo (Ansa).

I rimpatri respinti dai tribunali di Catania e Palermo

L’apertura nell’estate 2023 era stata accompagnata dalla promessa di «rimpatri in pochi giorni» per cittadini di Tunisia, Egitto e altri Paesi inseriti nella lista ministeriale dei “sicuri”. In realtà, i primi decreti di trattenimento sono stati stoppati. Il Tribunale di Catania, già nel settembre dello stesso anno, aveva respinto le richieste per mancanza di traduzioni adeguate, difesa effettiva e tempi non compatibili con le direttive europee. I decreti, spesso redatti con formule standard, sono stati bollati come privi di motivazione individuale. A Palermo, nell’agosto 2024, un giudice ha rifiutato la convalida di un trattenimento disposto dal questore di Agrigento per un cittadino tunisino transitato a Porto Empedocle. Anche in questo caso, i rilievi hanno riguardato la trasmissione tardiva al giudice e la violazione dei termini previsti dal diritto europeo. Ancora nel gennaio 2025, la sezione immigrazione del Tribunale di Catania ha ribadito che la procedura non regge al vaglio giuridico: traduzioni inesistenti o sommarie, assistenza legale fittizia, sproporzione delle misure rispetto alle garanzie fissate dalle direttive 2013/32 e 2013/33 dell’Unione europea.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del Cpr di Modica e Pozzallo
Il centro di Modica-Pozzallo (da youtube).

I ricorsi contro i decreti che hanno esteso la lista dei Paesi “sicuri”

Il quadro si è aggravato con i ricorsi contro i decreti ministeriali che hanno esteso la lista dei Paesi sicuri. La Tunisia, considerata “sicura” dal Viminale, è stata indicata dalla dottrina giuridica e da più organismi indipendenti come caso limite, in cui i diritti fondamentali non sono affatto garantiti. Il Tar del Lazio è stato investito dei ricorsi, mentre la Cassazione ha rimesso questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia Ue per chiarire la compatibilità della procedura con i trattati. Il Partito democratico ha acceso i riflettori sul fallimento. Il segretario siciliano Anthony Barbagallo ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di chiarire «quali iniziative intenda assumere davanti a un centro costato milioni e rimasto inutilizzato». Nello Dipasquale, deputato regionale, ha chiamato in causa il governatore Renato Schifani, invitandolo a rompere «il silenzio su un costoso fallimento che impegna forze dell’ordine senza necessità reale». Sul piano locale, la vicenda è percepita come l’ennesima “cattedrale nel deserto”: la struttura sorge nell’area industriale di Modica, composta da container blindati, con una capacità ufficiale di 83 posti, affidata in gestione a un raggruppamento di imprese sociali. Oggi non ospita nessuno, ma resta sorvegliata, con spese di manutenzione e vigilanza che continuano a gravare sulle casse pubbliche.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del centro di Modica e Pozzallo
Anthony Barbagallo (Imagoeconomica).

A differenza dell’Albania, in Sicilia è calato il silenzio

La parabola di Modica–Pozzallo è diversa da quella di Gjader, in Albania, dove il governo ha mantenuto alta la visibilità politica dell’accordo bilaterale nonostante i numeri esigui. In Sicilia, al contrario, è calato il silenzio su un modello che si è inceppato subito. I report di ActionAid e AIDA/ECRE documentano che nessun rimpatrio effettivo è passato da qui, e che la quasi totalità dei trattenimenti è stata dichiarata illegittima. Il problema, osservano i giuristi, non è nella gestione logistica ma nell’architettura stessa delle procedure accelerate a cui si aggiunge il ricorso eccessivo alla detenzione amministrativa. Lo scenario resta aperto. Chiusura e riconversione sono le ipotesi più verosimili se il governo non riuscirà a rafforzare le garanzie legali. In alternativa, servirebbe un rilancio con standard procedurali più solidi: traduzioni garantite, assistenza legale reale, motivazioni individuali, liste di Paesi sicuri conformi agli standard europei. Per ora, però, il centro rimane vuoto ma vigilato, simbolo di una politica dei rimpatri annunciata senza basi giuridiche né operative adeguate. Il fallimento di Modica-Pozzallo racconta meglio di qualsiasi dichiarazione l’impossibilità di piegare le garanzie costituzionali ed europee a logiche di propaganda. Nel frattempo, il costo economico e politico continua a crescere.

Milioni spesi, nessun rimpatrio: il flop del Cpr di Modica e Pozzallo
Il Centro migranti Gjader a Shengjin in Albania (Ansa).

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/centro-rimpatri-modica-pozzallo-sicilia-diritto-europeo/

Renzi punta su Silvia Salis: il piano dell’ex premier per rientrare nell’orbita Pd

Il laboratorio di Genova non è passato inosservato. La vittoria di Silvia Salis, con il 51,5% al primo turno e una coalizione che ha tenuto insieme Pd, M5S, Avs e la civica “Riformiamo Genova” composta da esponenti di Italia Viva, Azione, +Europa e DemoS, ha dato un precedente che i riformisti e Matteo Renzi vogliono trasformare in schema nazionale. La sindaca, ex atleta e dirigente sportiva, si è ritrovata in pochi mesi spinta sullo scenario nazionale come “icona” di un possibile riequilibrio del centrosinistra.

L’operazione ha un nome già scritto nei retroscena: la “quarta gamba riformista”, un progetto che Renzi e una parte del Pd di area Franceschini accarezzano da mesi. L’idea è creare una componente autonoma, civica e liberal, capace di garantire quei tre o quattro punti che spesso decidono le elezioni. A Genova ha funzionato: il Pd non ha perso centralità e ha beneficiato della forza trainante di un profilo civico-riformista. Ora la domanda è se quel modello sia replicabile e, soprattutto, se non nasconda l’ennesimo tentativo di Renzi di rientrare nel gioco interno al Pd con una faccia nuova.

L’investitura morbida di Renzi a Salis

Renzi, infatti, da settimane segnala Salis come “volto buono per la politica nazionale”. Non un’investitura ufficiale, ma un’investitura morbida, costruita sui media amici che raccontano la sindaca come “nuova energia” e “profilo moderno”. Un’operazione di costruzione dell’immagine che ricorda altri lanci, consumati però in poco tempo. La differenza, questa volta, è che Salis governa una città simbolo e può vantare un capitale politico fresco.

L’interessata, per ora, si schermisce: ripete di voler fare la sindaca e di non volersi mettere in contrapposizione con Schlein. Ma la sua coalizione è già di fatto il prototipo di quello che Renzi e i riformisti immaginano per il 2027. La “tenda fuori dal Pd” di cui parlava Goffredo Bettini è diventata il contenitore in cui Renzi e Franceschini si disputano la leadership di un’area che va dai liberali ai cattolici democratici, passando per amministratori come Gaetano Manfredi a Napoli e Alessandro Onorato a Roma.

I segnali sono chiari: la prossima Leopolda sarà il luogo in cui misurare il peso di questo progetto, con la presenza annunciata di amministratori e parlamentari che già orbitano nell’operazione. L’obiettivo non è dichiarato apertamente ma è evidente: costruire un’offerta riformista che possa imporsi nel campo largo come co-leadership, se non come alternativa, alla segreteria di Schlein.

Il rischio di un cavallo di Troia

Il rischio di frattura, però, è inscritto nell’operazione. Da un lato il Pd non può ignorare che i riformisti interni reclamano rappresentanza e temono di restare schiacciati da una linea considerata troppo identitaria. Dall’altro, i Cinque Stelle guardano con sospetto a un rafforzamento centrista che potrebbe sottrarre consensi nella fascia moderata. Lo schema Genova, nato come compromesso locale, rischia così di diventare un cavallo di Troia nazionale.

Il contesto elettorale fa il resto. Con il Rosatellum vigente, il leader della coalizione non compare sulla scheda e a decidere resta il partito maggiore. In uno scenario di primarie di coalizione o di riforma che preveda l’indicazione del premier, il nome di Salis potrebbe diventare competitivo. È il motivo per cui il cantiere resta in movimento: consolidare il profilo amministrativo oggi per non bruciare la carta nazionale troppo presto.

Il nodo, dunque, è politico e strategico. Se Salis diventerà davvero la bandiera dei riformisti e di Renzi, si aprirà una partita che mette in discussione la stessa tenuta del campo largo. Perché un conto è presentare un modello inclusivo che aiuta a vincere, un altro è utilizzare una sindaca appena eletta come strumento per ridefinire gli equilibri interni e riportare Renzi in posizione di influenza.

Al momento Salis si tiene lontana dalle polemiche. Ma la sua immagine corre più veloce delle sue parole. E il rischio, in un centrosinistra che spesso consuma i leader prima che diventino tali, è che anche lei finisca travolta da un’operazione che guarda più a Roma che a Genova.

L’articolo Renzi punta su Silvia Salis: il piano dell’ex premier per rientrare nell’orbita Pd sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Riconoscere lo Stato di Palestina, l’Italia isolata tra i grandi Ue

Emmanuel Macron ha scelto la tv israeliana Channel 12 per spiegare la mossa che segnerà i prossimi mesi di diplomazia europea: la Francia è pronta a riconoscere uno Stato di Palestina all’Onu. «Le stragi di civili stanno distruggendo l’immagine e la credibilità di Israele», ha detto il presidente, chiarendo che non si tratta di un premio a Hamas, che «vuole uno Stato islamista e distruggere Israele». Per Macron, la prospettiva dei due Stati resta «il modo migliore per isolarlo». Un messaggio diretto a Benjamin Netanyahu, con cui pure ha detto di voler continuare a lavorare.

A Gerusalemme la reazione non si è fatta attendere: tra le opzioni allo studio ci sono la chiusura del consolato francese nella Città Vecchia e un’accelerazione delle annessioni in Cisgiordania. Una ritorsione simbolica e concreta allo stesso tempo, che trasformerebbe lo scontro con Parigi nel banco di prova dei rapporti tra Israele e l’Unione europea.

Stato di Palestina: Berlino al bivio, Madrid spinge

Sul fronte comunitario, la partita si gioca tra tariffe e sanzioni. La Commissione ha proposto il ripristino dei dazi su circa 5,8 miliardi di export israeliano e un pacchetto di misure restrittive mirate contro ministri e coloni responsabili di violenze. Qui la tecnica conta: le tariffe rientrano nella politica commerciale comune e possono passare a maggioranza qualificata, le sanzioni invece richiedono l’unanimità dei Ventisette. La differenza è cruciale.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha annunciato che scioglierà la riserva a ottobre, in vista dell’informale dei leader a Copenaghen. Dopo lo stop alle esportazioni di armi verso Israele deciso in agosto, Berlino è ora osservata speciale. Se decidesse di sostenere le tariffe, l’ago della bilancia in Consiglio si sposterebbe sensibilmente, rompendo l’equilibrio che finora ha permesso a Netanyahu di contare su una sorta di scudo europeo. La formula di Merz è chiara: «siamo con Israele», ma questo «non significa avallare ogni decisione del governo israeliano».

Intanto Madrid porta avanti la linea più dura. Pedro Sánchez chiede coerenza: condannare chi viola il diritto internazionale «a Kyiv come a Gaza». Ha consolidato l’embargo spagnolo sulle armi a Israele, attivo dall’ottobre 2023, e ha imposto divieti di transito per i carichi militari diretti a Tel Aviv. Per il premier socialista, il fronte internazionale coincide anche con il fronte interno: la fermezza contro Israele diventa ossigeno politico, utile a rinsaldare la base di sinistra e a marcare le distanze dall’opposizione.

E Roma

L’Italia rimane ferma su una linea di prudenza che, nei fatti, si traduce in immobilismo. Il governo Meloni non ha preso posizione sulle ipotesi di tariffe né sulle sanzioni, limitandosi a ribadire il «diritto di Israele a difendersi». Una postura che lascia Palazzo Chigi defilato nel dibattito europeo, mentre gli altri grandi partner muovono pedine decisive. Roma si affida così a un equilibrio fragile: da un lato l’alleanza con Washington e Tel Aviv, dall’altro la necessità di non restare esclusa da eventuali convergenze europee guidate da Parigi, Berlino o Madrid. Una scelta che rischia di tradursi in marginalità politica, proprio mentre la partita mediorientale ridisegna gli equilibri dell’Unione.

La faglia europea

Il quadro che emerge è quello di un’Europa divisa. La Francia punta a dare un segnale politico globale, sfruttando la cornice dell’Assemblea generale dell’Onu. La Spagna spinge per misure dure e immediate, anche a costo di scontentare gli alleati più prudenti. La Germania resta l’attore decisivo, sospesa tra l’alleanza storica con Israele e la crescente pressione interna ed europea per reagire alle violazioni a Gaza.

La faglia tra gli Stati membri è ormai evidente: da una parte chi ritiene che l’Europa debba usare gli strumenti coercitivi di cui dispone, dall’altra chi preferisce affidarsi alla diplomazia classica. La partita delle prossime settimane, a Bruxelles e a New York, dirà se l’Unione riuscirà a compiere un salto politico o resterà prigioniera della sua frattura.

L’articolo Riconoscere lo Stato di Palestina, l’Italia isolata tra i grandi Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Delegittimazione preventiva contro la Sumud Flotilla

La Global Sumud Flotilla è salpata. Nelle acque di Portopalo erano arrivate le 24 barche provenienti dalla Tunisia, tra cui la Familia Medeira e la Alma, riparate dopo l’attacco dei droni. La flotta, che comprende 18 barche italiane, si ricongiungerà con sei barche che si trovano in Grecia per poi proseguire la navigazione verso Gaza. Israele intanto ha scelto la delegittimazione preventiva, bollando i passeggeri come «un manipolo di terroristi travestiti da pacifisti». Un messaggio che prepara l’opinione pubblica a un eventuale intervento muscolare.

È qui che la ciurma di terra diventa decisiva. Ogni missione navale è esposta alle onde del mare e alle manovre dei governi, ma quella di oggi si regge soprattutto sulla pressione che cittadini e movimenti sapranno esercitare. Lunedì scatterà il primo banco di prova: lo sciopero proclamato dai sindacati di base. Non è solo una giornata di mobilitazione, è il tentativo di costringere gli Stati a dire l’indicibile, a chiamare per nome lo sterminio in corso.

Le provocazioni non mancheranno. L’odore degli editoriali già scritti – quelli che assoceranno le piazze alla violenza, quelli che tenteranno di ribaltare il senso di una protesta – è nell’aria. È un copione noto. Da Gaza intanto arrivano notizie drammatiche: oltre ottanta morti in poche ore, bombardamenti attorno agli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che le strutture sanitarie sono sull’orlo del collasso. È da queste macerie che parte il viaggio della Flotilla. Il mare non è mai stato così politico: le vele portano medicine e solidarietà, ma soprattutto la prova che esiste ancora chi rifiuta di voltarsi dall’altra parte.

L’articolo Delegittimazione preventiva contro la Sumud Flotilla sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Giustizia, l’indipendenza dei magistrati come ostacolo: l’Europa vuole giudici più allineati per facilitare le espulsioni dei migranti

Il 10 agosto 2025 Marc Bossuyt, ex presidente della Corte costituzionale belga, ha consegnato all’ufficio del premier Bart De Wever un parere che invita a orientare le nomine giudiziarie verso profili più conservatori e a rivedere le regole dell’asilo per facilitare i respingimenti. La notizia, rivelata da Euractiv, non ha ricevuto commenti ufficiali dal governo di Bruxelles, ma ha il peso di un documento che rende esplicito ciò che finora era rimasto sottinteso: l’idea che per ridisegnare le politiche migratorie serva anche intervenire sul sistema giudiziario.

Il caso-Belgio e il memo che svela la strategia

Non si tratta di un episodio isolato. La Commissione europea, nel Rule of Law Report 2025, ha denunciato pressioni crescenti sui giudici nei procedimenti riguardanti l’immigrazione, sottolineando come la politicizzazione del tema stia mettendo a rischio indipendenza e imparzialità. Lo stesso ha segnalato l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) nel Fundamental Rights Report 2025, avvertendo che la trasformazione della migrazione in una bandiera elettorale porta inevitabilmente a comprimere i rimedi effettivi per i richiedenti asilo.

Il quadro viene confermato anche dalla International Commission of Jurists, che nel rapporto pubblicato a gennaio 2025 con il titolo eloquente Justice Under Pressure descrive un’Europa in cui le corti sono sottoposte a tentativi di condizionamento attraverso la leva delle nomine e della disciplina. Secondo lo studio, i governi che faticano a trovare strumenti legislativi compatibili con il diritto europeo finiscono per spostare il conflitto sulle regole interne della magistratura.

La ricerca accademica ha già mostrato le conseguenze. L’analisi comparata di Natascha Zaun, pubblicata fra il 2023 e il 2024, evidenzia che nei Paesi dove l’indipendenza dei giudici è più fragile, i tassi di riconoscimento dell’asilo calano sensibilmente. Non un dettaglio statistico, ma un legame diretto tra assetti istituzionali e diritti fondamentali.

La giustizia come terreno di scontro sui diritti

Sul piano giurisprudenziale, l’estate 2025 ha segnato un passaggio cruciale. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ribadito che l’uso delle liste di “Paesi sicuri” e delle procedure accelerate resta sottoposto a pieno controllo del giudice, imponendo un limite chiaro alla discrezionalità degli esecutivi. Nello stesso periodo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riaffermato la validità delle misure provvisorie previste dalla Rule 39, strumento che obbliga gli Stati a sospendere espulsioni o trasferimenti quando esiste un rischio immediato di danno irreparabile. Anche in questo caso, però, diversi governi hanno chiesto di ridurne la portata, segno che il fronte politico non rinuncia a mettere in discussione il ruolo delle corti.

Il memo Bossuyt ha il merito di togliere il velo. Scrive ciò che altri governi praticano implicitamente: la strategia di influire sulle nomine giudiziarie e riscrivere le regole dell’asilo per garantire un’applicazione più allineata alla linea politica. Una linea che rischia di trasformare la giustizia da argine di legalità a strumento di governo dei flussi.

In Italia il dibattito non è meno acceso. Le sentenze che hanno imposto correzioni all’accordo con l’Albania o limitato l’uso dei “Paesi sicuri” hanno suscitato reazioni politiche dure, con accuse di «ingerenza» rivolte alla magistratura. Eppure proprio i giudici, chiamati a valutare ricorsi contro trattenimenti e respingimenti accelerati, restano l’ultimo presidio per verificare il rispetto delle norme europee. Il rapporto Aida/Ecre 2025 documenta come l’estensione delle procedure di frontiera abbia moltiplicato i contenziosi, segno che l’efficienza amministrativa non può prescindere dal controllo giurisdizionale.

La pressione politica sulla giustizia, dunque, non è un’anomalia periferica, ma uno snodo centrale per il destino dei diritti dei migranti in Europa. Dai documenti ufficiali ai rapporti indipendenti, dagli studi accademici alle sentenze, emerge lo stesso dato: l’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario si gioca oggi sul terreno dell’asilo. Ed è proprio in quella tensione che si decide se i diritti resteranno effettivi o diventeranno solo un principio astratto.

L’articolo Giustizia, l’indipendenza dei magistrati come ostacolo: l’Europa vuole giudici più allineati per facilitare le espulsioni dei migranti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Trump, metastasi del nostro tempo

Trump è il cancro di questo tempo. Sì, certo, Netanyahu è un assassino. Sì, certo, Putin sta solleticando la voglia della peggiore classe dirigente che l’Unione europea abbia mai avuto. Dietro, alle spalle, ci sono i servi: i signorotti delle armi che si cibano del sangue, soprattutto degli innocenti. Quelli che lucrano sulle crisi, come avvoltoi che si nutrono di interiora. Ma Trump è il sigillo dell’epoca buia. E noi italiani qui, asserviti a una comparsa.

Donald Trump non è un capo di Stato da prendere con leggerezza o da misurare solo con critiche partitiche: è la manifestazione plastica di decadenza morale, politica, intellettuale. Non è l’errore che possiamo tappare con una firma, è il sintomo profondo di un sistema che celebra l’egoismo, la divisione, il rancore. È lui che sbandiera la “grandezza” mentre distrugge le istituzioni. È lui che invoca la pace ma arma la guerra con la propria retorica. È lui che crea muri, non solo tra nazioni, ma fra persone. Fra chi deve lottare per sopravvivere e chi si arrocca in privilegi e citazioni viralizzate.

Netanyahu, sì, ha ucciso, continua a perseguitare, è il cocchiere del genocidio. La responsabilità dei governi è quella di proteggere, non di massacrare. Però non basta indignarsi per Netanyahu: bisogna nominarlo, chiamarlo con il suo nome, ma sapere che le sue azioni sono il riflesso più estremo di ciò che gli Stati che si reputano civili già accettano in silenzio. E Putin, con il suo impero di menzogne e violenza, ha nutrito la fame di guerra della peggior classe dirigente europea — quella che con la bava alla bocca perché non vede l’ora di fare alla guerra. 

Gli affari delle armi, dei mercati geopolitici, del petrolio, del gas, del denaro che cambia mani mentre la gente muore, eccoli i mandanti invisibili. I signori delle crisi sanno benissimo che senza guerra non vendono armi, non strappano contratti, non gonfiano profitti. Sono i parassiti che prosperano quando la democrazia vacilla, quando la giustizia è piegata, quando la pietà morale diventa una finzione.

Ma Trump? Trump è il sigillo. È il marchio che sancisce che abbiamo superato il punto di non ritorno: l’arroganza istituzionalizzata, la demagogia che non serve a risvegliare coscienze, ma a soffocarne la speranza. È lui che trasforma la leadership in spettacolo, che fa della folla il suo specchio, che spegne la luce nelle stanze dove una generazione avrebbe potuto costruire altrove una speranza diversa.

Buon venerdì.

 

Foto di Rod Long su Unsplash

L’articolo proviene da Left.it qui

Global Sumud Flotilla, diario di bordo #18

Le notizie che arrivano da Gaza oggi parlano di una carneficina senza tregua. Dall’alba gli attacchi israeliani hanno colpito persino nei pressi degli ospedali: almeno 83 morti in poche ore. Donne costrette a partorire per strada, operatori umanitari uccisi, ospedali sull’orlo del collasso, blackout totale di internet da due giorni.
E mentre la Striscia viene rasa al suolo, i falchi di governo israeliani e i loro partner americani già si spartiscono il bottino. Il ministro ultrà Bezalel Smotrich definisce Gaza «una miniera d’oro immobiliare» e annuncia: «La demolizione è fatta, ora dobbiamo soltanto costruire». Un banchetto sulle macerie, dove si preparano a gettarsi famelici, senza pudore e senza vergogna, trasformando il genocidio in opportunità edilizia e speculativa.

In Europa, intanto, i governi arrancano tra dichiarazioni contraddittorie e mezze condanne. Tajani definisce Gaza «una carneficina» e si dice contrario ai trasferimenti forzati. Parole, appunto. Perché mentre parla, il governo italiano continua a mantenere rapporti politici, commerciali e militari con Israele, continuando a lavarsi le mani di fronte all’evidenza di un massacro.

Eppure la storia non finisce qui. La Global Sumud Flotilla continua il suo viaggio in acque internazionali, carica di coraggio e disobbedienza civile. E a terra la ciurma non è meno decisiva. Le mobilitazioni crescono, gli scioperi si moltiplicano. Ma non basta. Bisogna unire le forze, fermare il Paese se serve, senza più disperdere l’energia. Più date fanno rumore, ma più insieme può cambiare davvero il corso delle cose. Gaza oggi non ha tempo da perdere.

L’articolo Global Sumud Flotilla, diario di bordo #18 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’Italia tra i Paesi più sicuri d’Europa: i numeri smontano ancora la propaganda delle destre

Il nuovo report curato da Lorenzo Ruffino su base Eurostat, consegna una fotografia ostinata: l’Italia è tra i Paesi più sicuri del continente. La media 2021–2023 degli omicidi volontari si ferma a 0,54 ogni 100mila abitanti, seconda soltanto alla Svizzera, con una percezione di problemi di criminalità nel proprio quartiere pari al 6,4% contro il 10% dell’Unione. Numeri comparati e metodo trasparente delineano una tendenza decennale alla stabilità. È da qui che bisogna partire per giudicare proclami e ricette.

Macchina della paura

La destra di governo ha trasformato l’eccezione in regola. Ogni episodio ad alto impatto emotivo diventa un grimaldello per occupare l’agenda e «rimodellare» il codice penale. È accaduto con il decreto Caivano nel 2023 e con le strette successive: si evocano «baby gang» e «città sotto assedio», poi si annuncia l’ennesima tolleranza zero.

Nel frattempo il Viminale certifica che tra gennaio e luglio 2025 i reati complessivi sono calati di circa il 9% rispetto al 2024, con flessioni per furti, rapine e violenze sessuali. Solo gli omicidi segnano un lieve aumento nei volumi assoluti, da 178 a 184 casi, un dato usato come grimaldello per tenere alta la sirena d’allarme e oscurare il quadro generale.

Il capro espiatorio perfetto resta l’immigrazione. Matteo Salvini lo ripete da anni: «Meno immigrazione clandestina, più sicurezza». Eppure le stime della Fondazione Ismu indicano 5,76 milioni di cittadini stranieri presenti al 1° gennaio 2024, con l’area dell’irregolarità in flessione; nello stesso arco i reati calano. La correlazione invocata nella propaganda non si ritrova nei dataset pubblici. Funziona però sul piano simbolico: sposta il discorso dall’efficacia delle politiche a un Noi contro Loro che consola, polarizza e garantisce rendimenti elettorali.

Emergenza come metodo

L’altro pilastro è la normazione-simbolo. Si moltiplicano “zone rosse”, nuove fattispecie e inasprimenti di pena presentati come soluzioni totali. Il messaggio è performativo: si deve vedere l’azione, subito, anche quando la necessità non è supportata dagli indicatori. I confronti europei smentiscono la drammatizzazione: il lavoro di Ruffino ricolloca l’Italia nella parte alta per sicurezza oggettiva e nella parte bassa per insicurezza percepita. Se appena il 6,4% degli italiani segnala problemi di criminalità nel quartiere, mentre la media Ue è vicina al 10%, la narrazione dell’assedio regge solo sul volume dell’amplificazione.

C’è poi la selezione interessata delle serie temporali. Un trimestre in controtendenza diventa la prova regina; dieci anni di stabilità finiscono in nota a piè di pagina. L’eco dei talk show sostituisce i grafici dei report, la narrazione prende il posto dell’evidenza. Così la “sicurezza” diventa un rituale comunicativo: allarme, telecamere, strette annunciate. Si legifera molto e si valuta poco. Intanto l’Italia resta un outlier positivo per omicidi e per insicurezza dichiarata, la propaganda sposta attenzione su misure scenografiche, lasciando prevenzione, prossimità, mediazione dei conflitti, assistenza alle vittime.

Il punto politico è semplice. La paura è una moneta che rende: produce consenso, compatta le file, deresponsabilizza su inflazione, salari, sanità. Ma quella moneta si sbriciola accanto ai numeri. Oggi i numeri, messi in fila con rigore – Ruffino, Viminale, Eurostat – dicono che l’Italia è uno dei Paesi più sicuri d’Europa e che la percezione collettiva può essere manipolata. La scelta è tutta qui: credere alle evidenze e costruire politiche sulla realtà, oppure continuare a fabbricare emergenze per politiche che inseguono l’onda. La sicurezza esiste e si misura; il rumore, per definizione, dura un attimo. È doveroso dirlo, nero su bianco.

L’articolo L’Italia tra i Paesi più sicuri d’Europa: i numeri smontano ancora la propaganda delle destre sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui