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Il Centro è mobile, le alleanze a geometria variabile per le Regionali lo dimostrano. E il partito di Calenda è la variabile impazzita

Alle regionali d’autunno, il cosiddetto Terzo Polo, ormai diventata galassia, conferma la sua natura sfuggente: un’orbita che non riesce a stabilizzarsi, fatta di coalizioni mutevoli, veti incrociati e alleanze a geometria variabile. Nessun baricentro, solo traiettorie provvisorie che cambiano da confine a confine, e che consegnano agli elettori un mosaico incoerente.

Marche, Calabria, Toscana: tre laboratori di instabilità

Nelle Marche, dove si voterà il 28 e 29 settembre, Italia Viva e Più Europa si schierano senza esitazioni con Matteo Ricci, candidato del Partito democratico ed ex sindaco di Pesaro. Azione invece ha scelto di restare fuori, con Carlo Calenda che ha bollato Ricci come privo dello «spessore politico e della tempra morale» per guidare la Regione, accusandolo di inseguire «le banderuole di Verdi e M5S».

In Calabria, la frattura è ancora più evidente. Il campo largo ha deciso di puntare su Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps ed eurodeputato M5S. Italia Viva lo sostiene attraverso la lista “Casa riformista”, Più Europa lo accompagna nello stesso fronte, mentre Azione si tira indietro a livello nazionale. Solo alcuni dirigenti locali hanno scelto di candidarsi comunque al fianco della coalizione, rinunciando al simbolo. Per Renzi, che fino a ieri criticava Tridico come padre del reddito di cittadinanza, il candidato è oggi «una figura indiscutibile e super partes».

La Toscana offre un copione simile. Eugenio Giani si ricandida con l’appoggio di PD e M5S. Italia Viva e Più Europa sono della partita. Azione invece si defila dopo l’accordo tra democratici e pentastellati, che Calenda ha bollato come «assurdo», provocando le dimissioni del segretario regionale Marco Remaschi. Giani, intervistato dalla stampa locale, ha liquidato la vicenda come un’operazione di «visibilità nazionale» del leader di Azione.

Veneto, Campania, Puglia: i giochi aperti

In Veneto, la data del voto non è ancora ufficiale ma arriverà entro novembre. Il centrosinistra si è schierato con Giovanni Manildo, ex sindaco di Treviso, sostenuto già da PD, AVS, M5S e Più Europa. Italia Viva e Azione restano indecise, prigioniere di calcoli che oscillano tra l’opportunità di rafforzare il fronte progressista e la paura di trovarsi in un’alleanza troppo larga.

In Campania, la coalizione ha scelto Roberto Fico, ex presidente della Camera e volto M5S. Italia Viva lo sostiene, Più Europa si dice pronta a fare altrettanto, ma Azione alza barricate: per Calenda, Fico rappresenta «quasi tutto il male di questo Paese». Non è un dettaglio secondario: dietro il veto c’è anche il termovalorizzatore di Acerra, che Fico vorrebbe chiudere. Calenda, in un crescendo polemico, non esclude nemmeno di appoggiare un candidato moderato di centrodestra.

In Puglia, invece, il “centro” si ricompone miracolosamente. Antonio Decaro, ex sindaco di Bari, è il candidato di unità del centrosinistra. Italia Viva lo definisce «il più bravo», Azione lo considera «moderato e riformista», Più Europa lo appoggia senza riserve. Qui, almeno per una volta, il centro sembra trovare una gravità comune, seppur per convenienza.

Valle d’Aosta: la frantumazione permanente

La Valle d’Aosta, laboratorio per definizione di micro-alleanze, conferma la regola. La Renaissance Valdôtaine ha rotto con il centro e si è spostata nel perimetro del centrodestra, mentre gli “Autonomisti di Centro” restano orfani di un candidato. Persino Azione si divide: alcuni dirigenti locali hanno aderito a Forza Italia, altri si sono presentati in solitaria. Nessun collante, se non la necessità di sopravvivere.

Un campo che si accende e si spegne

Il quadro che emerge è il solito: il cosiddetto “centro” è un assembramento privo di vincoli, di progetto e di un’agenda comune. Italia Viva e Più Europa scelgono quasi ovunque il campo progressista, pur tra capriole e ricuciture improvvise. Azione resta la variabile impazzita: un giorno corteggia il centrosinistra, il giorno dopo lo abbandona, talvolta strizza l’occhio al centrodestra. Ogni regione è un caso a sé, ogni candidato un’occasione per riallinearsi o sganciarsi.

In realtà, più che un’area politica, i cosiddetti liberali italiani sono un campo magnetico intermittente: si accende su dossier specifici, come i termovalorizzatori o i rapporti con i 5 Stelle, e si spegne quando il calcolo nazionale prevale sulla coerenza locale. A mancare è la “gravità permanente” di cui forse avrebbe bisogno per diventare credibile. Oppure semplicemente l’ex Terzo polo rivendica il diritto di scegliere di volta in volta quale politica dei due forni, di andreottiana memoria, voler usare. Resta quindi un dubbio: ci sono le basi per un eventuale “campo largo” nazionale da presentare alle prossime elezioni?

E l’elettore? Per ora si ritrova davanti a un’etichetta “riformista” che cambia latitudine e senso a seconda della regione. Una bussola che indica nord e sud nello stesso momento, costringendo chi osserva a chiedersi se si tratti ancora di politica o solo di navigazione a vista.

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Il bivio del centrosinistra passa da Gaza: chi tace tradisce i diritti

Gaza è la linea di frattura che decide il destino del centrosinistra. Qui crolla la comfort zone delle formule prudenti: o si riconosce che a Gaza è in corso un genocidio, con deportazioni e un disegno criminale che travolge il diritto internazionale oppure si rinuncia alla pretesa di rappresentare i diritti.
Le ultime uscite di Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno reso evidente il bivio. Il primo insiste sulla “difesa di Israele” e sulla lotta all’antisemitismo eppure scansa la parola che pesa come un macigno. Il secondo ripete la liturgia del “due popoli, due Stati” e del cessate il fuoco, mentre evita di chiamare per nome la distruzione sistematica di un popolo.
Nel Partito Democratico, la segretaria spinge per sanzioni e riconoscimento della Palestina ma intanto a Roma il gruppo consiliare si impantana su una mozione simbolica e fotografa la vertigine tra principi e convenienze. Il risultato è un messaggio ambiguo: si condanna, ci si commuove, si rinvia. La realtà non rinvia nessuno.
Qui la questione è il primo diritto, quello alla vita. Non serve sfoggiare numerologia di piani industriali o ricette fiscali. Serve stabilire se un alleato possibile sia disposto a dire “genocidio” guardando la strage e la deportazione, senza contorsioni lessicali. Se manca questo, ogni promessa sui salari, sulla sanità, sull’ambiente resta una scenografia.
La coalizione che ambisce a governare deve scegliere adesso oggi. Questo non è un tema identitario per militanti. È prova di credibilità davanti all’elettorato che chiede coerenza con i valori proclamati. Un campo largo che scivola sul nome delle cose è un campo fragile, pronto a rompersi alla prima emergenza.
Gaza è il varco della storia. Dire che lì si consuma un genocidio non è un vezzo radicale: è il minimo etico. Chi pensa di aggirare questo passaggio costruendo alleanze tecniche prepara un palazzo senza fondamenta. La politica che difende i diritti comincia dalla difesa della vita. Il resto viene dopo.
Chi teme la chiarezza ricordi che l’ambiguità non salva voti: li disperde. La leadership si misura quando si decide. Qui e ora: chiamare le cose con il loro nome e costruire alleanze di conseguenza. Il resto è rumore.

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Quando il governo bussa in procura per alleggerire i giganti

Quando il governo entra nei corridoi della giustizia non per riferire ma per “cortesia istituzionale”, la democrazia trema. Il Manifesto racconta la visita del viceministro dell’Economia Maurizio Leo e del direttore dell’Agenzia delle Entrate Carbone ai magistrati di Milano che indagano su Amazon. Un’inchiesta che vale cifre gigantesche: la Guardia di finanza stima 3 miliardi di euro tra imposte, interessi e sanzioni; l’Agenzia propone di chiudere con circa la metà, sei­cento milioni subito e il resto dilazionato. Un ribasso che alleggerirebbe anche i profili penali, a partire dalla dichiarazione fraudolenta contestata a tre manager.

Il punto non è solo la contabilità. È la linea sottile che separa la fiscalità dalla politica. Perché se lo Stato diventa negoziatore con il soggetto indagato, se accetta che il gigante digitale si sieda al tavolo con lo sconto già servito, il principio di uguaglianza tributaria rischia di essere archiviato.

Il paradosso è che mentre in Europa si discute di tassazione delle Big Tech e Trump agita i dazi accusando Bruxelles di voler colpire le imprese americane, l’Italia sembra preferire la via della “mediazione”, quasi a garantire al colosso un salvacondotto. È la fotografia che Il Manifesto consegna: uno Stato che appare più incline ad accomodare che a pretendere giustizia fiscale.

Se la legge vale solo per i piccoli, non è più legge. È un privilegio.

Buon giovedì. 

 

Foto di ANIRUDH su Unsplash

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Pnrr a termine nei tribunali: contratto verso la scadenza per i 12mila addetti che hanno reso il Piano più veloce

Davanti ai tribunali di mezza Italia sfilano i cartelli rossi dell’Fp-Cgil: ieri gli addetti dell’Ufficio per il processo (Upp) hanno incrociato le braccia. Sono dodicimila, assunti a tempo determinato tra il 2022 e il 2024 con fondi europei per centrare gli obiettivi del Pnrr. A loro è stato chiesto di smaltire arretrati, velocizzare la minutazione dei provvedimenti, sistematizzare la ricerca giurisprudenziale, tenere in ordine i flussi informatici e sostenere le cancellerie nelle pratiche quotidiane. Hanno fatto esattamente questo. Ora però c’è una data che incombe: 1° luglio 2026, fine dei finanziamenti europei e rischio di licenziamento per la maggioranza della platea.

La fotografia è lineare. Dove gli Upp sono stati impiegati con continuità, gli indicatori ministeriali registrano meno pendenze e tempi più brevi. Gli uffici hanno cambiato metodo: bozze e ricerche pronte prima dell’udienza, fascicoli digitali aggiornati, calendario dello smaltimento dell’arretrato “storico” con priorità definite. Quella che era nata come stampella temporanea è diventata il perno della macchina. Ed è qui il paradosso: si chiede di scendere proprio a chi l’ha rimessa in moto.

La scadenza e i numeri

Il governo rivendica un primo passo: tremila stabilizzazioni coperte in legge di bilancio e, sulla carta, un impegno politico su altre tremila. Il conto però lascia fuori circa novemila persone. La formula è la solita: «Vedremo nella prossima manovra», con la promessa di un tavolo tecnico. Nel frattempo gli uffici continuano a reggersi su squadre miste in cui i funzionari Upp redigono bozze per giudici e presidenti di sezione, preparano minute, curano la ricerca giurisprudenziale, affiancano le cancellerie nel front-office e nel back-office, gestiscono i flussi digitali e gli adempimenti che sostengono l’udienza.

A chi chiede «perché stabilizzare?», i lavoratori rispondono coi numeri e con la cronaca. Nei distretti più in sofferenza gli arretrati civili e tributari si sono ridotti sensibilmente; nel penale la lavorazione di supporto ha alleggerito le cancellerie, accelerando iscrizioni a ruolo, comunicazioni e depositi. «Siamo entrati dove la macchina si inceppava», raccontano in piazza. A Brescia spiegano che senza di loro «si rompono le squadre costruite in due anni»; ad Arezzo ricordano «migliaia di fascicoli lavorati e invisibilità nei diritti»; a Venezia sintetizzano: «Stesse responsabilità, zero tutele». Le sigle sono compatte sull’obiettivo: stabilizzazione. Cambiano solo i toni sullo strumento, ma non la richiesta.

Che cosa dicono tribunali e magistrati

La magistratura associata non usa giri di parole: «Con questo organico precario non si regge», ribadisce l’Anm, definendo il contributo degli addetti Upp «indispensabile» e chiedendo un percorso strutturale. I capi degli uffici segnalano il rischio operativo immediato: senza quel personale torneranno le code in cancelleria, aumenterà il tempo di stesura dei provvedimenti, si perderà il know-how costruito a caro prezzo. I dirigenti amministrativi confermano che standardizzazione dei flussi, lavorazioni digitali e presidio dei registri hanno beneficiato in modo decisivo del lavoro Upp.

Nel giorno dello sciopero diverse strutture territoriali denunciano perfino minacce di precettazione. Per i sindacati è una conferma indiretta dell’indispensabilità di questi profili: «Se bastassero gli organici di ruolo, nessuno si affannerebbe a richiamarci mentre protestiamo». La Uilpa chiede un tavolo immediato e criteri chiari; la Cisl definisce «insufficiente» il perimetro del piano; la Fp-Cgil parla di scelta politica: «O si finanzia il passaggio a tempo indeterminato o si vanificano gli obiettivi del Pnrr». Intanto le storie personali raccontano il resto: contratti che scadono a ridosso dell’estate 2026, mutui e affitti appesi, competenze costruite e da ricominciare altrove.

La posta in gioco nella manovra

Non è una vertenza corporativa. Senza stabilizzazione, l’effetto boomerang è scritto: l’arretrato può tornare a salire, i tempi rischiano di allungarsi, i target del Pnrr diventano lettera morta proprio sul traguardo. C’è un punto che la politica evita: sostituire dodicimila persone già formate richiede anni, concorsi, tutoraggi, una curva di apprendimento che la giustizia non può più permettersi. La soluzione indicata da Anm e sindacati è chiara: profilo professionale riconosciuto, contratti a tempo indeterminato, risorse certe e calendarizzate, valorizzazione dell’esperienza maturata per evitare contenziosi e discontinuità.

Da Palazzo Chigi filtrano rassicurazioni: «Il percorso è avviato». Vero a metà. Tremila stabilizzazioni non fanno una riforma, e un «impegno» senza coperture non paga le buste paga né tiene in piedi un servizio essenziale. Senza risposte nella legge di bilancio d’autunno o in un decreto in conversione, il 1° luglio 2026 diventa un muro. Per chi compila registri, prepara bozze, aggiorna flussi e banche dati il conto alla rovescia è già iniziato. Ed è un conto che riguarda tutti: una giustizia che torna a rallentare perde credibilità, fiducia, economia.

La domanda finale non è retorica: abbiamo investito per riavviare la macchina, ora intendiamo pagare il pieno per farla andare o vogliamo spegnerla al casello?

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Genocidio a Gaza, la denuncia contro Meloni & C. sul tavolo della Corte penale internazionale a ottobre

A inizio ottobre arriverà alla Corte penale internazionale una denuncia che chiama in causa il governo italiano per complicità nel genocidio a Gaza. A presentarla sarà Fabio Marcelli, direttore dell’Istituto di Studi Giuridici sul Mediterraneo del Cnr, che individua nella premier Giorgia Meloni, nei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e nell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani i responsabili di condotte penalmente rilevanti. L’accusa è di avere fornito sostegno materiale e politico allo Stato israeliano anche dopo che la Corte internazionale di giustizia, il 26 gennaio 2024, ha riconosciuto «plausibile» la fattispecie di genocidio, ordinando a Israele misure immediate per prevenirlo.

I dati sulle forniture e i precedenti

Secondo le statistiche ufficiali Coeweb-Istat, nel 2024 l’Italia ha esportato verso Israele oltre 5,8 milioni di euro in armi, munizioni e accessori. Nei primi mesi del 2025 i flussi non si sono interrotti. Una parte rilevante riguarda la manutenzione e la fornitura di pezzi di ricambio dei velivoli M-346, addestratori avanzati in uso alle forze aeree israeliane dal 2014. L’azienda a controllo pubblico (il Ministero dell’Economia ne possiede circa il 30%) ha confermato la continuità delle attività di supporto tecnico, che si inseriscono in un accordo di cooperazione industriale firmato oltre dieci anni fa e tuttora operativo.

La denuncia richiama gli articoli 25 e 27 dello Statuto di Roma che sanciscono la responsabilità individuale per «aiuto o assistenza» a crimini internazionali e la non rilevanza delle immunità politiche. A supporto del quadro accusatorio ci sono anche i precedenti: la Corte penale internazionale ha già emesso mandati d’arresto per il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, riconoscendo la possibilità di perseguire condotte legate al conflitto a Gaza. Sul versante interno, la legge 185 del 1990 vieta l’export di armamenti verso Paesi impegnati in conflitti che violano i principi della Carta delle Nazioni Unite o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Una cornice che avrebbe dovuto indurre a sospendere ogni trasferimento.

Un’Italia isolata nel confronto europeo

Se altri Stati europei hanno scelto di bloccare i rapporti militari con Israele, Roma è rimasta ferma a metà. La Spagna ha cancellato nel 2025 due maxi contratti per sistemi d’artiglieria e missili Spike, avviando un decreto-legge che istituzionalizza l’embargo totale. In Belgio la Vallonia ha sospeso le licenze già nel 2024, mentre nei Paesi Bassi la Corte d’appello dell’Aja ha imposto lo stop all’export di componenti per gli F-35 destinati a Israele. In Italia, invece, le dichiarazioni ufficiali hanno oscillato tra le «azioni inaccettabili», riferite alla condotta israeliana a Gaza, e la negazione della parola genocidio, come avvenuto nell’agosto 2025 per bocca del ministro degli Esteri Tajani.

La credibilità del nostro Paese davanti alla Corte dell’Aja è ulteriormente indebolita dal caso di Osama Elmasry Njeem, cittadino libico su cui la stessa Corte ha contestato all’Italia la mancata cooperazione nella consegna. Il procuratore Karim Khan ha chiesto che Roma venga deferita all’Assemblea degli Stati Parte per inadempienza. Un precedente che rischia di pesare anche sulla valutazione della denuncia di Marcelli.

L’atto che arriverà all’Aja non è quindi un gesto isolato. È il tentativo di rendere giuridicamente responsabile un governo che, di fronte a un conflitto qualificato come plausibile genocidio dall’Onu e dalla Corte internazionale di giustizia, ha mantenuto rapporti economici, industriali e politici con lo Stato aggressore. La parola passerà ora ai giudici dell’Aja, ma la documentazione raccolta rende difficile archiviare il tutto come semplice propaganda.

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Salvini e l’abbraccio all’ambasciatore russo che brucia: la passione mai sopita per Mosca che imbarazza Meloni

L’immagine è circolata veloce: Matteo Salvini che stringe con affetto l’ambasciatore russo Alexei Paramonov al ricevimento organizzato dall’ambasciata cinese a Roma. Era la celebrazione del 76° anniversario della Repubblica Popolare Cinese e del 55° delle relazioni con l’Italia, ma la festa diplomatica si è trasformata nell’ennesimo caso politico. Un vicepremier che si fa fotografare sorridente con il rappresentante di Mosca, nel giorno in cui Putin supervisionava manovre militari con centomila uomini, non poteva passare inosservato.

Salvini ha risposto a modo suo: «Preferisco una stretta di mano a uno sguardo rabbioso», ha detto a Telelombardia, rivendicando la normalità del gesto. Ha raccontato di aver salutato «decine di ambasciatori», compresi quelli di Spagna e Italia, e di non capire lo scandalo. «Se vuoi avere buone relazioni e dialogo, saluti. È questione di educazione». Poi il solito ritornello: i militari, spiega, andrebbero usati «sui treni, sugli autobus, davanti alle scuole, non mandati a combattere in Russia».

Dal ricevimento cinese allo scandalo italiano

Le reazioni non si sono fatte attendere. Francesco Boccia, presidente dei senatori Pd, ha definito l’atteggiamento di Salvini «deferente e affettuoso» verso chi «ha attaccato duramente il nostro Paese», chiedendo a Giorgia Meloni di chiarire se sia contenta di un vicepremier che «danneggia la credibilità italiana». La senatrice Sandra Zampa ha parlato di «sconcertante abbraccio» e ha ricordato come Mosca abbia insultato il presidente Mattarella solo pochi mesi fa. Simona Malpezzi ha alzato ulteriormente i toni: «Salvini è la quinta colonna di Putin in Europa».

Riccardo Magi di +Europa ha posto la questione in termini di sicurezza nazionale: «Il problema dell’Italia non è scegliere tra il fronte est o il Mediterraneo, ma avere un vicepresidente del Consiglio che tifa apertamente per Putin». Dalla maggioranza, nessuna nota ufficiale. Silenzio di Palazzo Chigi, mentre Crosetto insiste sulla necessità di rafforzare la difesa e Tajani prova a tenere il passo con le cancellerie europee.

Le reazioni

Intanto Salvini non arretra. Continua a ripetere che «gli italiani non vanno a letto con la paura dell’invasione russa, ma dei clandestini». Una linea che mescola la sicurezza interna con la politica estera, utile per parlare al proprio elettorato più che a Bruxelles.

Eppure l’imbarazzo resta. «Il problema non è tanto la stretta di mano – ha scritto Marco Lombardo di Azione – ma il fatto che da anni Salvini vada a braccetto con la Russia di Putin mettendo in imbarazzo la sua maggioranza e il nostro Paese». I precedenti, del resto, non mancano: dai selfie con la maglietta di Putin in Piazza Rossa alle intese politiche coltivate quando la Lega sognava un’alleanza con Russia Unita.

Scivoloni e passi falsi

Non è ovviamente la prima volta che Salvini inciampa pubblicamente sulle relazioni con la Russia. Nel 2014 guidò una delegazione della Lega a Mosca e in Crimea chiedendo la revoca delle sanzioni contro il Cremlino, sostenendo che danneggiavano l’Italia e l’Europa. Nello stesso anno fece tappa a Simferopoli, incontrando autorità locali insediate da Mosca e parlando della necessità di attenuare le misure punitive occidentali. Più tardi, il caso Metropol finito al centro di un giallo internazionale e di roventi polemiche in Italia. E anche dopo l’invasione dell’Ucraina, Salvini non ha mai nascosto di ritenere “assurde” le sanzioni, arrivando persino a difendere indirettamente alcune scelte del Cremlino.

Ora, nell’Italia di Giorgia Meloni, la premier che ha scommesso sulla vittoria dell’Ucraina, quell’abbraccio è molto più di un gesto di cortesia diplomatica. È il simbolo di un fascino mai nascosto, di un amore per la Russia che nessuna guerra, nessuna invasione e nessuna strage civile sembra poter scalfire. Salvini rivendica la stretta di mano come gesto di pace. Gli alleati guardano altrove. E il Paese paga in credibilità internazionale.

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Sanità in trincea, l’Italia prepara gli ospedali alla guerra. Mentre restano le carenze di medici e fondi

L’Italia si prepara ad attrezzare i propri ospedali a scenari di conflitto, seguendo l’esempio di Francia e Germania. Da aprile è operativo un tavolo tecnico interministeriale – con Salute, Difesa e Infrastrutture – istituito dal decreto legislativo 134/2024, che recepisce la direttiva europea 2022/2557 sulla resilienza delle infrastrutture critiche.

L’obiettivo è delineare un piano che definisca ruoli, responsabilità e protocolli in caso di grandi emergenze, comprese le minacce Cbrn (chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari) e persino l’attivazione degli articoli 3 e 5 del Trattato Nato.

Le linee di lavoro discusse riguardano l’integrazione tra sanità civile e militare, la creazione di una catena di comando chiara, lo svolgimento di esercitazioni congiunte e l’introduzione di percorsi di formazione specifica. Tra le competenze richieste: la gestione dei traumi da esplosione, le amputazioni, le maxi-evacuazioni e la capacità di interfacciarsi con ospedali da campo o strutture esterne.

Il modello operativo è suddiviso in tre fasi: accoglienza e triage avanzato dei feriti, gestione durante la crisi con espansione delle capacità interne e infine supporto a missioni o rientri. Alcuni grandi policlinici universitari e hub traumatologici sono stati indicati in via informale come possibili centri di riferimento, ma al momento manca una lista ufficiale.

Il modello europeo e il ritardo italiano

Il confronto europeo non è irrilevante. In Francia, il “Plan Blanc” viene attivato ogni volta che un’emergenza sanitaria supera le capacità ordinarie: prevede la rapida riconversione di spazi, la sospensione delle attività differibili e il richiamo straordinario di personale.

In Germania, la pianificazione del Zivilschutz si è ampliata fino a contemplare scenari di guerra, con un ruolo diretto degli ospedali militari e dei grandi centri urbani. In Italia, al contrario, il dibattito si concentra ancora sulla cornice istituzionale e sull’organizzazione di esercitazioni, senza aver definito né i criteri tecnici per l’adeguamento degli ospedali né la dotazione finanziaria necessaria.

Fondi, personale e comando: i nodi irrisolti

I nodi restano numerosi. Anzitutto la scelta degli ospedali destinati a fungere da hub: non è stato chiarito se saranno uno per regione o se si privilegeranno i centri metropolitani. Poi la questione dei fondi: il decreto di recepimento della direttiva europea ha istituito organi di governance ma non ha previsto stanziamenti dedicati.

Restano da sciogliere anche i dubbi sulla catena di comando: chi avrà la responsabilità di coordinare, tra Ministeri, Regioni, Protezione civile e Difesa? Senza una regia unitaria il rischio è la sovrapposizione di competenze.

Sul piano operativo, la sfida più delicata è quella del personale. La sanità pubblica italiana affronta da anni carenze croniche di medici, infermieri e tecnici, aggravate da bilanci regionali sempre più tesi. In questo contesto, l’idea di formare specialisti per scenari bellici rischia di restare un esercizio teorico se non accompagnata da nuove assunzioni e risorse.

Le stesse esercitazioni congiunte, previste come momento di addestramento, hanno senso solo se gli ospedali dispongono di strutture dedicate: reparti schermati, presidi Cbrn, percorsi di decontaminazione e capacità di espansione rapida dei posti letto.

Il paradosso

Il paradosso è evidente: si chiede al sistema sanitario di prepararsi a un livello massimo di emergenza dopo anni di tagli e sottofinanziamenti che hanno messo in difficoltà la gestione dell’ordinario. Lo stesso tavolo tecnico lavora con l’obiettivo di allineare l’Italia agli standard europei sulla protezione delle infrastrutture critiche, ma finché non verranno resi pubblici gli standard minimi e garantite coperture certe, il rischio è di limitarsi a un piano sulla carta.

In altre parole, la sfida non è solo organizzativa o militare, ma soprattutto politica: senza risorse stabili e senza una governance trasparente, gli ospedali “a prova di guerra” restano uno slogan che rischia di scaricare sull’eccezione le carenze strutturali dell’ordinario.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #17

A Gaza City, all’alba, altri 33 morti sotto le macerie. La rete telefonica e internet sono collassate dopo i raid, gli ospedali denunciano il blocco dei rifornimenti di carburante, mentre le organizzazioni umanitarie avvertono che «l’offensiva a Gaza City è estensione della guerra genocida». È l’immagine quotidiana di un massacro che la Commissione ONU ha ormai definito genocidio. Eppure le bombe non si fermano: i quartieri si svuotano, le famiglie restano intrappolate ma le cancellerie guardano altrove.

Il 22 settembre la Cgil ha indetto lo sciopero generale per la Palestina. Un segnale forte, ma resta la domanda più amara: Gaza City ci sarà ancora quel giorno? Le piazze italiane si preparano a scendere in strada mentre i raid cancellano interi isolati. La distanza tra chi manifesta e chi muore sotto i bombardamenti è vertiginosa, ma necessaria per spezzare il silenzio.

La Global Sumud Flotilla continua a navigare. Le barche partite dalla Tunisia avanzano verso la Striscia. A bordo c’è la consapevolezza che rompere l’assedio significa riaffermare il diritto universale alla vita, come recita la Carta dei Valori della missione: «scegliamo di non restare in silenzio davanti a un genocidio in corso, perché la neutralità equivale alla complicità». La Flotilla ribadisce che le azioni sono «pacifiche, disarmate e trasparenti», ispirate alla disobbedienza civile nonviolenta, che nella storia «ha abbattuto muri e regimi di oppressione».

La Flotilla non porta solo cibo e medicine. Porta un messaggio: la solidarietà può essere più forte dei muri, e la nonviolenza, anche oggi, è la risposta etica a chi vorrebbe condannare Gaza al silenzio.

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Italia complice fino all’ultimo: un sì tardivo che non lava il sangue di Gaza

L’Italia oggi voterà sì alle sanzioni contro Smotrich e Ben-Gvir. Ma è la foglia di fico di un Paese che per mesi ha fatto scudo a Israele insieme alla Germania, bloccando perfino il congelamento di Horizon, i fondi che possono finire a sostenere anche l’industria bellica. Roma si concede il lusso di colpire due ministri estremisti già bollati dalla comunità internazionale: un atto minimo, utile solo a salvare la faccia.

Meloni lo presenterà come svolta, ma nessuno potrà dimenticare il silenzio sugli ospedali bombardati, sui campi profughi spianati, sul genocidio certificato dall’Onu che il governo continua a fingere di non vedere. Il paragone con l’Ucraina è imbarazzante: allora l’Europa, Italia compresa, aprì le porte a centinaia di migliaia di rifugiati; per Gaza non si concede neppure lo status di protezione temporanea.

Il voto di oggi è la scelta di chi vuole restare nel gruppo, non la presa di coscienza di una responsabilità. Roma continua a proteggere i contratti militari e i legami strategici, sacrificando ogni coerenza sui diritti umani. Le parole «mai più» pronunciate a ogni commemorazione diventano carta straccia quando servirebbe il coraggio di interrompere rapporti con chi bombarda e affama una popolazione.

L’Italia arriva al voto trascinata, non convinta. E questo è il segno più grave: non è la giustizia a guidarla, ma la paura dell’isolamento. La verità è che Roma non sceglie i diritti, ma i bilanci; non difende la pace, ma le forniture. Con questo voto timido, l’Italia non lava le proprie mani: le lascia sporche di complicità.

Buon mercoledì. 

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Netanyahu, i massacri di Gaza come scudo giudiziario: il premier israeliano ancora in fuga dal processo

Il processo a Benjamin Netanyahu non è una parentesi secondaria della sua carriera politica: è l’asse su cui ruota la sua strategia di sopravvivenza. In Israele, da maggio 2020, il Tribunale distrettuale di Gerusalemme lo giudica per tre distinti capi di accusa. Il cosiddetto Caso 1000 riguarda i regali ricevuti da uomini d’affari — sigari, champagne, gioielli — in cambio di favori. Il Caso 2000 si concentra sugli accordi tentati con l’editore Arnon Mozes per ottenere articoli favorevoli in cambio di una legge contro i concorrenti. Ma il fascicolo più grave è il Caso 4000: l’accusa di avere favorito la compagnia di telecomunicazioni Bezeq, controllante del sito Walla, attraverso decisioni regolatorie, in cambio di copertura mediatica compiacente. Le imputazioni sono di frode, abuso di fiducia e corruzione, con pene che potrebbero portarlo in carcere.

Rinviato tra guerre e “urgenze diplomatiche”

Il processo procede a singhiozzo, ma non per ragioni tecniche. A più riprese Netanyahu ha chiesto rinvii, esenzioni, cancellazioni. A dicembre 2024 i suoi avvocati hanno chiesto di ridurre le giornate di testimonianza a causa di «impegni governativi straordinari», ma la corte ha respinto. A gennaio 2025 la difesa ha invocato motivi medici dopo un’operazione, ottenendo un rinvio di settimane, salvo poi vederlo uscire dall’ospedale per un voto alla Knesset. A giugno, ancora, i legali hanno chiesto due settimane di sospensione per «questioni diplomatiche di primo ordine»; anche in questo caso la corte ha negato, salvo poi cancellare alcune udienze dopo che i capi del Mossad e dell’intelligence militare avevano parlato di «motivi di sicurezza classificati».

Il copione è sempre lo stesso: emergenze politiche e militari invocate come scudo processuale. È accaduto anche all’inizio di luglio, quando Netanyahu è stato autorizzato a saltare due giornate di deposizione per recarsi negli Stati Uniti. Ed è accaduto a settembre, quando un attacco a Gerusalemme è stato sufficiente per ottenere lo slittamento di un’udienza. Il paradosso è che lo stesso premier che rivendica di essere l’unico in grado di difendere Israele dai nemici esterni, usa quei nemici come leva per sottrarsi ai giudici interni.

Il leader che trasforma la guerra in scudo giudiziario

Netanyahu accompagna ogni richiesta con la retorica dell’assedio. Le accuse sarebbero un «colpo di stato giudiziario» contro il leader della destra israeliana, un «complotto politico-mediatico» orchestrato per abbatterlo. È lo stesso linguaggio con cui ha difeso la riforma giudiziaria del 2023, che limitava i poteri della Corte suprema: smantellare il controllo dei giudici è parte della stessa logica che spinge a trasformare ogni rinvio in un atto di governo.

Il risultato è un processo che, a cinque anni dall’apertura, non è ancora arrivato al cuore delle imputazioni. La giustizia procede a velocità ridotta, mentre Netanyahu usa la scena internazionale per tenere in ostaggio il calendario giudiziario. È il cortocircuito di uno Stato che si definisce democrazia ma consente al suo premier imputato di sfruttare le urgenze di guerra per guadagnare tempo.

La cronaca di queste settimane è emblematica. L’offensiva notturna su Gaza ha coinciso con una nuova giornata in tribunale. Netanyahu era lì, ma l’eco dell’operazione militare ha avvolto la sua deposizione come uno scudo mediatico. È l’immagine plastica del suo metodo: trasformare il conflitto in un paravento, piegare la sicurezza nazionale a copertura delle proprie responsabilità penali.

Dietro la facciata del “difensore della patria”, resta un imputato che scappa dal processo. E un Paese che accetta che la guerra diventi la scusa permanente per sospendere la giustizia.

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