Vai al contenuto

Dalla destra Usa a quella italiana: querelare i giornalisti, disturbatori della democrazia

Donald Trump ha depositato una causa da 15 miliardi di dollari contro il New York Times e alcuni suoi reporter, accusandoli di «diffamazione con malizia» per articoli e un libro usciti prima del voto 2024. È l’ultimo capitolo di una campagna giudiziaria contro la stampa che l’ex presidente Usa porta avanti come simbolo e bersaglio, nel solco delle azioni già condotte contro altri media. La cifra, sproporzionata, è un messaggio: intimidire, scoraggiare, drenare risorse. Non a caso il ricorso lega perfino l’andamento in Borsa della sua società mediatica ai “danni” della critica.

La normalizzazione che non placa la ferocia

La storia recente mostra che una parte dell’informazione statunitense ha tentato di normalizzare Trump, offrendogli una visibilità senza precedenti: miliardi in “earned media” nel 2016, comizi trasmessi in diretta, la corsa al click come criterio editoriale. Perfino il numero uno di CBS ammise che quella stagione «non era buona per l’America, ma dannatamente buona per noi». La saturazione non ha attenuato l’aggressività: ha alimentato un ecosistema dove la critica è delegittimata come “fake news” e l’avversario è descritto come nemico interno. Le rettifiche arrivate dopo, i report accademici sulla copertura sbilanciata e povera di contenuti di policy, sono serviti a poco: la macchina della denigrazione era già diventata narrativa politica.

Italia, la stessa musica (con meno garbo)

Da questa parte dell’Atlantico, la maggioranza di governo ha trasformato la querela in strumento ordinario di pressione. Il caso Saviano – condannato in primo grado dopo la denuncia di Giorgia Meloni – è diventato un precedente simbolico. La premier ha poi ritirato la querela contro il quotidiano “Domani”, ma il segnale resta: l’uso del penale e del civile per “gestire” la critica. E non è solo Palazzo Chigi: il sottosegretario Fazzolari ha querelato lo stesso giornale, mentre altri esponenti hanno brandito azioni legali o iniziative di polizia contro redazioni. Nel frattempo l’azienda pubblica è terreno di scontro: scioperi dei giornalisti Rai per “ingerenze politiche” e casi di monologhi cassati alimentano il clima.

I numeri danno contesto: secondo la coalizione europea CASE, nel 2023 l’Italia è il Paese con più SLAPP mappate (26) su 166 totali in 41 Stati, mentre Reporter senza frontiere registra un deterioramento del quadro e segnala allarmi su querele intimidatorie e interferenze. Le cosiddette SLAPP, Strategic Lawsuits Against Public Participation, sono cause temerarie intentate da politici o grandi aziende non tanto per vincere, quanto per intimidire e fiaccare economicamente chi scrive. Non è solo statistica: significa redazioni che spendono in legali invece che in inchieste, freelance che rinunciano a pubblicare, editori che preferiscono non rischiare. È una tassa occulta sulla verità.

A Bruxelles il tema è esplicito: l’Unione europea ha varato l’European Media Freedom Act e la direttiva anti-SLAPP; nel dibattito europeo l’Italia viene citata per possibili violazioni dei principi di pluralismo e indipendenza. Anche sul fronte sicurezza, le denunce sull’uso di spyware contro cronisti hanno portato esposti e interrogazioni. È il contesto in cui la querela smette di essere un rimedio e diventa metodo.

Trump e la destra italiana condividono la stessa chiave: i giornalisti non come mediatori scomodi, ma come disturbatori della democrazia. Da punire in tribunale o delegittimare in piazza digitale. La fotografia è identica: l’uomo forte invoca risarcimenti astronomici o multe esemplari, spiega che la stampa “mente”, pretende titoli compiacenti, accusa di faziosità chiunque verifichi i fatti. E se le testate si allineano per convenienza, non basta: la ferocia chiede sempre un nemico nuovo, un colpevole diverso, un altro silenzio.

La lezione americana è già scritta: l’inseguimento dell’audience ha contribuito alla torsione dell’opinione pubblica senza ottenere la tregua. La lezione italiana è in corso: record di SLAPP, indici internazionali in calo, servizio pubblico in apnea, cause “esemplari” come scorciatoia politica. È qui che si misura il valore della stampa indipendente: non nella neutralità finta, ma nella documentazione accurata; non nella reverenza, ma nel controllo del potere; non nel titolo accomodante, ma nei conti che tornano, nelle carte messe in fila, nelle responsabilità attribuite con nome e data.

Se c’è un antidoto all’erosione democratica non è la prudenza complice. È investire in redazioni libere, norme anti-SLAPP efficaci, trasparenza nei media pubblici, editori che preferiscano perdere una causa che perdere la schiena. La democrazia regge solo se qualcuno continua a fare domande. E continua a farle anche quando chi governa – a Washington come a Roma – minaccia di presentar loro il conto.

L’articolo Dalla destra Usa a quella italiana: querelare i giornalisti, disturbatori della democrazia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Italia regina dei visti Schengen: il governo predica fermezza contro Mosca, ma tiene aperte le porte ai turisti (e ai rubli) russi

L’Unione europea si ritrova ancora spaccata sulla questione dei visti turistici ai cittadini russi. Da un lato Polonia, Stati baltici e Finlandia invocano un divieto pressoché totale per motivi di sicurezza; dall’altro Italia, Francia e Spagna difendono l’apertura controllata, appellandosi all’impatto economico del turismo e alla necessità di distinguere la società civile russa dal Cremlino. In questa contraddizione, l’Italia si conferma il Paese più permissivo: nel 2024 ha concesso 152.254 visti Schengen a cittadini russi, più della Francia (123.890) e della Spagna (111.187), con un tasso di approvazione superiore al 94%.

La frattura europea

La sospensione dell’accordo di facilitazione sui visti, decisa dal Consiglio Ue il 9 settembre 2022, ha reso la procedura più onerosa e lunga per i cittadini russi. Tuttavia, le conseguenze non sono state uniformi. I Paesi dell’Est hanno stretto le maglie fino a chiudere le frontiere, come nel caso della Finlandia che dal 2022 non rilascia più visti turistici, mentre la Polonia nel 2024 ha respinto il 65% delle richieste.

Al contrario, gli Stati del Sud e dell’Ovest hanno mantenuto canali preferenziali. Roma guida questo fronte, sostenendo formalmente le sanzioni contro Mosca ma rifiutando un divieto totale. La posizione ufficiale del governo è quella di applicare controlli più rigorosi senza chiudere del tutto la porta. Una linea che si traduce in numeri concreti: nel 2024 quasi tre quarti dei visti italiani concessi a russi erano a ingressi multipli, agevolando viaggi ripetuti nello spazio Schengen.

Contraddizione italiana

La contraddizione italiana emerge con chiarezza. Da un lato, il nostro governo dichiara di sostenere la coerenza delle sanzioni e denuncia l’aggressione russa; dall’altro mantiene l’Italia come principale porta d’ingresso per i viaggiatori russi in Europa. L’indotto economico spiega la scelta: prima della guerra il turismo russo valeva fino a 2 miliardi di euro l’anno, con una spesa pro capite giornaliera di 145 euro e una forte incidenza sul settore del lusso, dalle boutique di Milano alle località balneari come Forte dei Marmi e la Costa Smeralda.

Questa politica ha però effetti collaterali. I Paesi dell’Est, che vedono nella Russia una minaccia diretta, denunciano il rischio che i flussi turistici vengano sfruttati per attività di intelligence o spionaggio. Il ministro degli Esteri ceco Jan Lipavský ha ricordato che i servizi russi hanno storicamente usato i viaggiatori per mappare infrastrutture critiche. La conseguenza è una crisi di fiducia interna: i divieti unilaterali introdotti da Polonia e Baltici equivalgono a dichiarare che non si fidano dei controlli italiani e francesi, minando il principio stesso di Schengen. Il risultato è che, mentre Varsavia e Tallinn blindano le frontiere, Roma diventa il corridoio privilegiato per i russi che vogliono entrare in Europa.

Il compromesso danese

La presidenza danese del Consiglio Ue, in carica fino a dicembre 2025, sta lavorando a un compromesso. Sul tavolo ci sono quote per Paese, limitazioni ai visti multipli e criteri più severi per verificare la finalità del viaggio e le capacità economiche dei richiedenti. Rimane però improbabile un divieto assoluto: la Commissione europea ha chiarito che il diritto Ue non permette di introdurre un bando generalizzato basato sulla sola nazionalità.

In questo quadro, l’Italia continua a tenere una posizione ambivalente: sostiene le misure di Bruxelles ma resta il Paese che più di tutti garantisce l’accesso ai turisti russi. Una scelta che mette in evidenza l’incoerenza della linea del nostro esecutivo, divisa tra la retorica della fermezza e la difesa dei flussi economici che i rubli portano nelle casse del settore turistico nazionale. Un gioco a doppio binario che logora la credibilità internazionale di Roma e rivela, dietro la propaganda della fermezza, il peso di un calcolo economico che vale più della coerenza politica.

L’articolo Italia regina dei visti Schengen: il governo predica fermezza contro Mosca, ma tiene aperte le porte ai turisti (e ai rubli) russi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Global Sumud Flotilla, diario di bordo #16

La Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha accusato Israele di genocidio a Gaza, un atto che porta con sé il peso della storia e la forza della parola più estrema che l’umanità si sia data per descrivere l’annientamento di un popolo. Ma non sono le parole a contare: sono i corpi, le vite, le famiglie cancellate. Nella notte più lunga a Gaza City i bombardamenti hanno colpito senza tregua. Fonti locali parlano di almeno 45 morti dall’alba, tra cui bambini e donne. L’Idf ha confermato di controllare già il 40% della città, dopo avere colpito 850 obiettivi in una settimana. La Commissione Onu avverte che 640mila persone sono a rischio carestia entro fine mese.

Le voci da Gaza parlano di un inferno senza tregua: raid aerei, blindati telecomandati fatti esplodere nelle strade, ospedali ridotti al silenzio dai blackout, interi quartieri spazzati via. È la distruzione di una città e, con essa, la distruzione di chi la abitava.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scelto di reagire accusando l’atto dell’Onu: «scorretto e grave». È il solito governo che protegge le relazioni con Israele più che le vite civili palestinesi. Una posizione che riduce la denuncia internazionale a un’offesa da respingere, mentre sotto le macerie di Gaza si consuma il crimine di cui parla l’Onu.

Intanto, la Global Sumud Flotilla ha superato le acque territoriali ed è entrata in acque internazionali. Le barche continuano la rotta con a bordo viveri e medicinali, cittadini comuni che hanno deciso di rompere l’assedio e di portare la loro presenza come denuncia.

Davvero c’è ancora qualcuno che si domanda perché serva la Global Sumud Flotilla

L’articolo Global Sumud Flotilla, diario di bordo #16 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il genocidio e le molte mani sporche di sangue

C’è sempre qualcuno, nei palazzi del potere, pronto a scandalizzarsi se gli si ricorda che ha le mani sporche di sangue. Ministri, premier, presidenti: tutti indignati, tutti pronti a dire che “non è vero”, che loro chiedono pace, che loro non c’entrano. Ma Gaza City oggi è invasa dai carri armati israeliani, i quartieri vengono sbriciolati, e migliaia di famiglie fuggono a piedi con il cielo arancione di bombe sopra la testa. Le mani sporche non sono un’opinione: sono un fatto scolpito nelle macerie.

A Doha, i Paesi arabi e musulmani riuniti in vertice straordinario accusano Israele di crimini di guerra e sabotaggio dei negoziati. Il Qatar chiede sanzioni e misure concrete, l’Egitto e la Turchia spingono per una linea dura. È la prima risposta coordinata, ma intanto i bombardamenti continuano. E in Occidente? Si ricorre alla solita formula: “moderazione”. Una parola che pesa come una pietra, perché tradotta significa complicità.

In Israele, le famiglie degli ostaggi parlano di “710ª notte”, forse l’ultima. Accusano Netanyahu di sacrificare i loro figli per calcoli politici, mentre l’esercito intensifica l’operazione proprio nelle aree dove potrebbero trovarsi. La politica usa i vivi e i morti come pedine, e lo fa senza pudore.

E poi ci sono i governi occidentali, quelli che si offendono quando li accusi di complicità. Parlano di diritti umani nei salotti, ma intanto firmano contratti miliardari con le stesse industrie che armano l’assedio. Fingono neutralità mentre scelgono sempre da che parte stare: dalla parte del business. Gaza brucia, i bambini muoiono, i palazzi si sbriciolano. E loro, con la faccia pulita davanti alle telecamere, si fingono innocenti. La verità è che complici lo sono davvero. Ogni loro lacrima è finta, ogni condoglianza è veleno, ogni parola di “preoccupazione” è benzina gettata sul fuoco. Gaza oggi è il loro specchio: e il riflesso è quello di un mondo marcio.

Buon martedì.

 

Foto WP

L’articolo proviene da Left.it qui

Stop trade with settlements, la campagna che chiede di fermare gli affari con le colonie illegali israeliane

A un anno esatto dal voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedeva a Israele di ritirarsi dai Territori Occupati Palestinesi entro il settembre 2025, Oxfam e decine di organizzazioni italiane e internazionali lanciano la campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”. Al centro c’è un rapporto che documenta l’impatto devastante dell’occupazione israeliana sulla vita e sull’economia palestinese, aggravato dai flussi commerciali e finanziari che continuano a legittimare l’espansione delle colonie.

Secondo i dati raccolti, oltre il 42% della Cisgiordania è occupato da insediamenti israeliani. Negli ultimi cinque anni le nuove costruzioni sono cresciute del 180%, con 30.682 unità abitative autorizzate solo nel 2023. Oggi più di 700.000 coloni vivono in centinaia di insediamenti collegati da infrastrutture dedicate, mentre ai palestinesi restano restrizioni crescenti: 900 checkpoint, aree interdette e tempi di spostamento che costano ai lavoratori 764.600 dollari al giorno in salari persi.

Povertà, acqua e ulivi

Il quadro economico fotografato dal rapporto è netto. La povertà in Cisgiordania è passata dal 12% al 28% in due anni, con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 35% a inizio 2025, secondo il Palestine Economic Policy Research Institute. L’annessione di fatto porta con sé espropri, demolizioni, sfollamenti forzati. Le donne palestinesi pagano il prezzo più alto: circa 6.500 lavorano negli insediamenti israeliani in condizioni precarie, senza contratti né tutele, con salari che raramente superano i 20 dollari al giorno.

Dal 1967 le forze israeliane hanno sradicato oltre 800.000 ulivi, privando le comunità di una coltura che rappresenta il 14% dell’economia palestinese. Solo nel 2023 sono stati distrutti o vandalizzati più di 10.000 alberi. Sul fronte idrico la disparità è abissale: i coloni consumano in media 247 litri d’acqua al giorno, contro gli 82 dei palestinesi. Per chi non è allacciato alla rete idrica, la disponibilità crolla a 26 litri, ben al di sotto dei 100 litri raccomandati dall’Oms. La Banca Mondiale stima che la carenza d’acqua per l’irrigazione comporti perdite pari al 10% del Pil palestinese e oltre 110.000 posti di lavoro.

Ue, Italia e il commercio che alimenta l’occupazione

L’Unione europea resta il principale partner commerciale di Israele, con il 32% del totale degli scambi. Nel 2024 l’import-export ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro; l’Italia da sola ha scambiato merci e servizi per oltre 4 miliardi, di cui 1 miliardo di importazioni. Nonostante la sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue del 2019, che vieta l’etichetta “Made in Israel” sui prodotti provenienti dalle colonie, sugli scaffali europei circolano ancora merci degli insediamenti con marchi fuorvianti.

Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 ha stabilito che gli Stati hanno l’obbligo giuridico di «astenersi dall’intrattenere relazioni economiche o commerciali» che consolidino la presenza illegale di Israele nei Territori Occupati. Ma le aziende internazionali continuano a operare negli insediamenti.

Le organizzazioni promotrici chiedono quindi a Italia e Ue di andare oltre le etichette e adottare leggi che vietino esplicitamente commercio, investimenti e servizi legati agli insediamenti, trasferendo l’onere della prova sull’origine dei prodotti agli esportatori israeliani. In assenza di un bando, denunciano, governi e imprese europee continueranno a essere parte attiva nel mantenimento di un sistema illegale che priva i palestinesi di terra, acqua, reddito e futuro.

L’articolo Stop trade with settlements, la campagna che chiede di fermare gli affari con le colonie illegali israeliane sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Missione Salute Pnrr, speso solo il 34% dei fondi: allarme a nove mesi dalla scadenza

Nove mesi alla fine del Pnrr e la Missione 6 dedicata alla sanità resta bloccata. I numeri, elaborati dalla Cgil sui dati ufficiali ReGiS del Mef aggiornati al 30 giugno 2025, parlano chiaro: su 19,3 miliardi complessivi ne sono stati spesi 6,6, il 34,4%. I progetti completati sono 3.863, il 38,2% del totale. Nonostante gli annunci, i cantieri arrancano e la riforma dell’assistenza territoriale, cardine del Piano, rischia di rimanere incompiuta.

Pnrr, case e ospedali di comunità in ritardo

Le criticità più gravi riguardano le strutture simbolo della riorganizzazione territoriale. Le Case della Comunità, finanziate con 2,8 miliardi, hanno assorbito pagamenti per appena 486 milioni: il 17,1% delle risorse. A oggi ne risultano completate 50 su 1.415, appena il 3,5%. A dicembre 2024 la spesa era al 9,2%, salita al 12,4% a marzo: il ritmo è troppo lento, serviranno almeno cinque anni per terminare i lavori.

Situazione simile per gli Ospedali di Comunità: su 428 progetti finanziati per 1,3 miliardi di euro, le strutture completate sono 14, pari al 3,3%. I pagamenti si fermano a 190 milioni, il 15,1% dei fondi disponibili. Nel Molise la spesa è ferma all’1,7%, in Sardegna al 6,2%, in Calabria all’1,2%. Solo la Valle d’Aosta, con l’80,9%, e la Provincia di Bolzano superano la metà dei finanziamenti. In quasi tutte le altre regioni i lavori restano indietro, con intere aree prive di nuove strutture a fronte di un fabbisogno crescente.

Fondi, personale e rischio fallimento

A preoccupare è anche il personale. Il DM 77 del 2022 ha definito standard precisi per rendere operative le nuove strutture: servono almeno 35 mila nuove unità tra infermieri, operatori sociosanitari e assistenti sociali, senza contare i medici. Secondo le elaborazioni della Cgil, con 1.415 Case e 428 Ospedali di Comunità serviranno tra 12 e 19 mila infermieri e fino a 14 mila operatori sociosanitari. Eppure, a oggi, non risulta alcuna intesa tra Ministero della Salute ed Economia per garantire le coperture economiche necessarie.

Il quadro non migliora guardando agli altri investimenti della Missione. L’ammodernamento tecnologico e digitale registra un completamento del 40,7%, la telemedicina si ferma al 37,5%, la ricerca biomedica all’11,4%. Lo sviluppo delle competenze professionali del personale è quasi inesistente: appena il 2,1% della spesa effettuata. Gli stessi dati dimostrano che, rispetto a dicembre 2024, i progressi sono minimi: 19,5% dei fondi spesi allora, 21,3% a marzo, 34,4% oggi. Una crescita che non basta a colmare i ritardi.

La segretaria confederale della Cgil, Daniela Barbaresi, ha definito «vergognosa» la situazione, denunciando un rischio concreto di perdita delle risorse europee e accusando il governo Meloni di «boicottare nei fatti la riforma per incentivare il mercato privato della salute». «Siamo all’ultima chiamata», ha aggiunto, chiedendo uno scatto straordinario per difendere il Servizio sanitario nazionale.

Dietro i numeri si misura l’impatto sulla vita delle persone: la mancata apertura delle Case della Comunità significa rinunciare a strutture pensate per ridurre le liste d’attesa, garantire la presa in carico e alleggerire i pronto soccorso. Gli Ospedali di Comunità avrebbero dovuto offrire cure intermedie e continuità assistenziale, evitando ricoveri inappropriati e degenze più lunghe del necessario. La loro assenza lascia i cittadini soli di fronte a un sistema che non riesce a rispondere ai bisogni.

In questo scenario, la propaganda di governo e regioni che parlano di obiettivi raggiunti viene smentita dai dati ufficiali. Restano cantieri fermi, spese insufficienti e nessuna programmazione sul personale. Con appena un terzo delle opere realizzate e due terzi ancora da completare, la Missione Salute rischia di diventare il simbolo di un’occasione storica sprecata.

L’articolo Missione Salute Pnrr, speso solo il 34% dei fondi: allarme a nove mesi dalla scadenza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Global Sumud Flotilla, diario di bordo #15

Global Sumud Flotilla, giorno 15. Edificio dopo edificio, Gaza sta svanendo. Ad aprile l’Onu stimava che il 92% delle abitazioni fosse stato distrutto o danneggiato. Oggi la percentuale è ancora più alta.

Trenta minuti. Questo è il tempo concesso per lasciare la casa in cui hai vissuto tutta la vita. Trenta minuti per raccogliere ciò che puoi, per fuggire e sperare di non morire. Trenta minuti per voltarti un’ultima volta verso il luogo che custodiva i tuoi ricordi.

L’esercito israeliano continua a spingersi oltre ogni limite di crudeltà, forte del silenzio complice che accompagna decenni di occupazione, pulizia etnica e – negli ultimi due anni – genocidio. A Gaza non esiste un posto sicuro. Eppure la popolazione resiste: rimane nella propria città, difende ciò che resta, rifiuta di arrendersi.

Le agenzie raccontano l’ennesima notte di sangue: almeno 25 palestinesi uccisi dall’alba, tra loro bambini di sei anni. L’Unrwa denuncia dieci dei propri edifici bombardati in quattro giorni. Israele rivendica l’evacuazione forzata di oltre 320 mila persone da Gaza City. Nelle chiese, i canti vengono interrotti dal fragore delle esplosioni. Dall’esterno giungono solo vertici e dichiarazioni, mentre dentro la Striscia si consuma l’irreparabile. Perfino il presidente Mattarella riferisce di “disumana, ostinata condizione di Gaza” parlando di “un peso di inciviltà insostenibile per la comunità internazionale”. 

Il tempo per fermare tutto questo è adesso. E in mare le vele della Global Sumud Flotilla sono cinquanta imbarcazioni che si muovono verso un punto d’incontro, per mirare a Gaza insieme. Una rotta collettiva per dire no, non in nostro nome.

L’articolo Global Sumud Flotilla, diario di bordo #15 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Dalla bugia all’indecenza: Meloni fa campagna sull’omicidio Kirk

Per giorni giornali e commentatori si sono lanciati in ricostruzioni isteriche: “antifascisti”, “scontro politico”, “odio di sinistra”. Niente di tutto questo era provato, e infatti i fatti hanno smentito le fantasie. Ma chi si aspettava un minimo di pudore, un passo indietro, un’ammissione di responsabilità, ha sbagliato indirizzo. La destra italiana non conosce vergogna: preferisce usare un cadavere come megafono.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha colto l’occasione per esibirsi alla kermesse di Vox, in Spagna, e trasformare l’omicidio di Charlie Kirk in uno spot politico. «Il suo sacrificio ci ricorda da che lato sta la violenza e l’intolleranza», ha scandito, accreditando la solita sinistra-mostro, utile come spauracchio a ogni stagione. Un’esibizione che non ha nulla a che vedere con la prudenza istituzionale, e molto con la propaganda da comizio, pronunciata tra gli applausi di un partito che dell’odio fa identità.

Poco importano le indagini, poco importano le contraddizioni: il copione è sempre lo stesso, agitare lo spettro dell’odio per presentarsi vittime e custodi della libertà. Il risultato è una caricatura della realtà, utile solo a blindare il consenso interno.

Lo schema funziona perché trova eco in una stampa già pronta a rilanciare generalizzazioni e bugie. Si cancella la realtà, si fabbrica il nemico, si recita indignazione a comando. È un gioco sporco che sporca tutto: la memoria della vittima, la qualità del dibattito pubblico, la tenuta democratica. Non è solo strumentalizzazione, è necrofilia politica.

Meloni non ha parlato di Kirk, ha parlato di sé: e per farlo ha usato un cadavere come specchio.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Scuola, stipendi fermi: chi guadagna e chi resta indietro

Gli insegnanti italiani restano indietro. I dati dell’ultimo rapporto Education at a Glance dell’Ocse collocano la loro retribuzione ben al di sotto della media internazionale: un docente di scuola superiore con 15 anni di carriera percepisce circa 44mila dollari a parità di potere d’acquisto, contro i 50–55mila dei colleghi medi Ocse. In Germania e Paesi Bassi la soglia arriva a 65mila. Nel complesso, i professori italiani guadagnano il 16% in meno dei pari livello negli altri Paesi avanzati.

Il divario è ancora più evidente se confrontato con i laureati. In Italia lo stipendio dei docenti si ferma sotto i tre quarti del salario medio di un lavoratore con titolo universitario, mentre la media Ocse sfiora il 95%. La conseguenza è che insegnare continua a essere percepito come un ripiego, un impiego stabile ma scarsamente riconosciuto.

Il vertice guadagna, le aule no

Il quadro si ribalta osservando le retribuzioni dei dirigenti scolastici. In Italia guadagnano in media il 72% in più rispetto a un laureato medio, contro un differenziale del 45% nei Paesi Ocse. La forbice fra chi sta in cattedra e chi occupa degli uffici di presidenza è diventata il tratto strutturale del sistema. Secondo dati Indire ed Eurydice, lo stipendio di un dirigente può superare di oltre il doppio quello di un docente con 15 anni di servizio.

Si tratta di una dinamica che premia la funzione amministrativa e lascia in secondo piano quella didattica. La scuola italiana riconosce economicamente la gestione, non l’insegnamento. Una scelta che produce effetti sulla qualità complessiva: il corpo docente è demotivato, il turnover resta alto, le carriere si spostano altrove.

Le differenze nascoste: umanisti e scienziati

Dietro la media nazionale si celano però differenze profonde. Un’analisi di Tortuga sui microdati Istat 2021 mostra che gli insegnanti di materie umanistiche, letterarie e linguistiche guadagnano leggermente meglio dei laureati dello stesso settore che lavorano altrove, salendo di mezzo o un intero decile nella distribuzione dei redditi. Il quadro si capovolge per gli insegnanti di discipline scientifiche: chi ha una formazione STEM e sceglie la scuola scende di un decile rispetto ai coetanei impiegati nel privato, dove stipendi d’ingresso e progressioni restano sensibilmente più alti.

È la fotografia di una scuola che non solo retribuisce poco in media, ma soprattutto penalizza i profili scientifici. Proprio quelli di cui l’Italia ha maggiore bisogno per colmare ritardi cronici su matematica, tecnologia e competenze digitali.

Le implicazioni di policy sono chiare. Gli studi internazionali mostrano come stipendi più competitivi riducano l’abbandono della professione e migliorino i risultati degli studenti. Continuare con aumenti indistinti a pioggia rischia di lasciare intatto il problema: un sistema che trattiene soprattutto i laureati umanistici e perde i profili più richiesti dal mercato.

Secondo l’Ocse, per invertire la rotta serve un doppio binario: recupero generale delle retribuzioni e incentivi mirati alle discipline in maggiore scarsità, in particolare quelle scientifiche. Le analisi di Tortuga insistono sulla necessità di differenziali retributivi legati a formazione e responsabilità, per rendere l’insegnamento una scelta competitiva anche per chi proviene dalle facoltà STEM. I sindacati di categoria chiedono inoltre di rafforzare le carriere orizzontali che riconoscano il valore della professionalità didattica, mentre associazioni di presidi e ricercatori propongono maggiore trasparenza nei criteri di retribuzione dei dirigenti scolastici.

L’articolo Scuola, stipendi fermi: chi guadagna e chi resta indietro sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cpr in Albania, la Cassazione chiama la Consulta: la norma sul trattenimento è a rischio

La Corte di Cassazione ha fermato il meccanismo che il governo aveva introdotto per blindare i trasferimenti nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), compresi quelli allestiti in Albania. Con l’ordinanza n. 30297 del 4 settembre, la Prima sezione penale ha rimesso alla Corte costituzionale la norma che consente, dopo una mancata convalida del trattenimento da parte del giudice, che il richiedente asilo già rinchiuso resti comunque nel centro fino a quando non arriva la decisione su un nuovo decreto del questore. Per la Cassazione è un trattenimento “ex lege”, cioè senza titolo valido, in contrasto con l’articolo 13 della Costituzione che tutela la libertà personale.

Il caso riguarda un cittadino senegalese trasferito il 9 maggio nel Cpr di Gjadër, in Albania, struttura al centro dell’intesa tra Roma e Tirana. L’uomo aveva chiesto asilo il 14 giugno, domanda respinta due settimane dopo. Il 4 luglio la Corte d’appello di Roma non aveva convalidato il trattenimento. Il giorno successivo, però, il questore di Bari aveva firmato un nuovo decreto di trattenimento per “pericolosità sociale” e disposto il trasferimento nel Cpr di Bari-Palese, misura poi convalidata dalla Corte barese. La difesa ha contestato la legittimità della permanenza “forzata” nel centro albanese nelle ore tra la non convalida e il nuovo provvedimento.

La norma delle 48 ore

Il punto contestato è l’articolo 6, comma 2-bis, del decreto legislativo 142/2015, introdotto dal decreto legge 37 di quest’anno. Stabilisce che, quando un trattenimento non viene convalidato, il richiedente non sia liberato subito se il questore emette entro 48 ore un nuovo decreto. In quel lasso di tempo la persona rimane nel centro, anche senza un titolo già convalidato dal giudice.

La Cassazione ha sottolineato che questa disciplina genera una compressione automatica della libertà personale, senza provvedimento individuale valido, solo perché la persona si trova già in un Cpr. Un cittadino straniero in libertà non subirebbe la stessa sorte: di fronte a un nuovo decreto del questore, attenderebbe la convalida del giudice da libero. È qui che la Suprema Corte ravvisa una disparità di trattamento e un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione.

Il rinvio alla Consulta chiama in causa anche il rispetto degli obblighi internazionali: l’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani, l’articolo 9 del Patto Onu sui diritti civili e politici e l’articolo 6 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tutti fissano un principio chiaro: la privazione della libertà dev’essere sempre sorretta da un provvedimento legittimo e immediatamente controllabile da un giudice.

Il modello Albania alla prova

La questione giuridica si inserisce in un contesto politico delicato. L’accordo con l’Albania, firmato nel 2023 e operativo dal 2024, è stato presentato dal governo Meloni come un “modello” capace di alleggerire la pressione migratoria e accelerare i rimpatri. Le strutture di Gjadër, però, hanno funzionato a singhiozzo: su 144 posti disponibili per i trattenimenti e altri 880 per le procedure accelerate, le presenze effettive sono rimaste basse, mentre le organizzazioni indipendenti hanno segnalato costi elevati e difficoltà nell’accesso alla difesa e ai servizi sanitari.

È in questo quadro che il legislatore ha inserito la clausola delle 48 ore, per evitare liberazioni immediate dopo le non convalide. Ma se la Consulta dovesse dichiararla incostituzionale, ogni rigetto da parte di un giudice comporterebbe la liberazione immediata dello straniero. Sarebbe un colpo al cuore del modello Albania e, più in generale, alla logica dei Cpr come strumento di gestione dei flussi migratori.

Non è la prima volta che i centri finiscono davanti alla Corte costituzionale. Nel 2025 la sentenza n. 39 ha già richiamato la necessità di rafforzare le garanzie difensive nei procedimenti di trattenimento. Ora la domanda è più radicale: può una legge consentire che la privazione della libertà prosegua anche dopo che un giudice l’ha appena dichiarata illegittima La risposta arriverà nei prossimi mesi e avrà conseguenze non solo per le persone rinchiuse a Gjadër, ma per tutto il sistema dei Cpr in Italia.

L’articolo Cpr in Albania, la Cassazione chiama la Consulta: la norma sul trattenimento è a rischio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui