Quanto ci costa l’inettitudine
Ne ho scritto di là, su L’Espresso.
Ne ho scritto di là, su L’Espresso.
A tutti noi è capitato di stare in Aula Magna ad ascoltare Il Grande Autore. Poi, quando si cresce, il rischio di diventare Il Grande Autore anche nelle piccole cose è talmente reale che conviene vaccinarsi quotidianamente leggendo Utili Post, come questo di Galatea:
Il Grande Autore, quando entra nella sala, ha il sorriso condiscendente di un Dio in visita, che s’è materializzato per sfizio e ora osserva con bonomia quello strano, divertente caos che sono in grado di fare i mortali. L’Aula Magna è strapiena di ragazzini, seduti dove capita, perché le Aule magne sono state fatte negli anni in cui le classi tenevano sì e no venti alunni, e adesso ce ne sono quasi trenta per ognuna, moltiplicati per lo stesso numero di classi e anche di più: per cui i posti a sedere sono pochi, ci si litiga le sedie, e le insegnanti, in piedi, devono fare da vigili urbani, smistando qui e là i fanciullini, facendoli accoccolare per terra, e controllando nel frattempo la disposizione, per evitare accrocchi di bulli o di ochette.
Sono stremate, le insegnanti, perché è da due settimane che a scuola non si parla d’altro di questo incontro con Lui, che, a dir la verità, nessuna di loro voleva, perché i suoi romanzi, saggi e raccolti sono indigeribili persino per gli adulti, figuriamoci se possono essere fatti leggere ai ragazzi: ma c’è sempre un genitore che conosce un grande autore e si offre di invitarlo, e se gli si dice di no è capace di fare fuoco e fiamme, sbraitando che la scuola perde occasioni meravigliose, i docenti sono citrulli, il Preside insensibile.
Pur sentendo l’importanza della memoria di Falcone perché oggi ho letto molte testimonianze belle, sentite e vere. E perché l’aria che si respira tra troppi profeti, troppi professori è questa. Se volete rovinarvi la giornata leggete l’articolo di Repubblica qui.
Comunque la si pensi vale la pena leggere le riflessioni di Guido Viale su Il Manifesto:
Come per De Magistris, Zedda e Doria anche il sindaco Pisapia era stato eletto sull’onda di una mobilitazione straordinaria per partecipazione, entusiasmo, creatività. Pisapia doveva porre fine alle malefatte di Letizia Moratti. E tra quelle tante malefatte la peggiore è senz’altro l’Expò: un “Grande evento” fatto di “Grandi Opere” che non hanno alcuna giustificazione se non distribuire commesse, incassare tangenti e tenere in piedi un comitato di affari impregnato di corruzione e di mafia che aveva già devastato la città per anni. Si badi bene: le tangenti sono una conseguenza e non la causa.
Se ci fossero solo le tangenti, il territorio non ne riceverebbe danni irreparabili. Il vero danno sono le Grandi opere, la devastazione del territorio e delle relazioni sociali; e il modello di business di cui sono frutto, fondato sull’indifferenza per le esigenze delle comunità locali, sullo strapotere di banche e finanza, sul subappalto del subappalto, che apre le porte alle mafie, sul precariato (e ora anche sul lavoro gratuito) che hanno fatto dell’Expò il laboratorio dell’Italia di Renzi; e, ovviamente, anche sulla corruzione.Avendo ereditato l’Expò dalla Moratti, Pisapia si era impegnato a renderla comunque meno pesante possibile. Ma ha tradito quel mandato. Non è in discussione la sua onestà, né la sua buona fede; lo sono le sue scelte. Appena insediato è stato trascinato a Parigi da Formigoni per sottoscrivere gli impegni con l’Ufficio Internazionale dell’Expò. Da allora l’Expò ha preso il posto dei progetti presentati in campagna elettorale, alcuni dei quali sanciti dalla vittoria di sei referendum cittadini (senza seguito). E con l’Expò ha cominciato a dissolversi quell’ondata di entusiasmo e di speranze che aveva portato Pisapia in Comune.
La sensazione è che non si sia riusciti ad andare oltre alla “buonista” narrazione di un Expo diverso da quello che si temeva e poi alla fine è diventato. Certo Pisapia è rimasto incastrato tra Formigoni prima e Maroni poi ma di una netta posizione di dissenso non se n’è mai sentito il profumo. E oggi vale la pena riconsiderare addirittura gli allarmi di Boeri. Questo EXPO così com’è non era nella testa di chi ha votato la giunta milanese e questo è un fatto politico.
La notizia del pentimento del boss dei casalesi Antonio Iovine potrebbe cambiare la geografia della nostra conoscenza su camorra e casalesi. Antonio Iovine non è un soldato o un colletto bianco qualsiasi: Iovine sta ai casalesi come un Riina sta a Cosa Nostra.
Attendiamo, impazienti. Intanto vale la pena leggere anche cosa ne scrive Roberto qui.
L’attacco a Giuliana Sgrena propone un tema che sta diventando un classico: i neofascisti sono bagnanti da social network che non hanno nemmeno la faccia di esistere dal vivo. Il parafascismo diventa una moda sconsolata di figurine da bar mentre ci costringiamo a sopportare questa ignoranza colpevole sul tema della democrazia.
Roba da canzonette, da sagre e salamella, da archeologia dell’idiozia. Basta sopportare le commemorazioni colpevoli, i modi riciclati e le citazione per propaganda. Chi è parafascista anche solo per guadagno e per pochi minuti è feccia.
Si può dire?
Vale la pena spendere quattro minuti per ascoltare la telefonata di Claudio Scajola alla moglie. Una telefonata strana nella motivazioni ma paradigmatica nei contenuti.
Primo: Scajola sapeva sicuramente di essere intercettato e quindi è molto probabile che quella telefonata sia rivolta più a qualcun altro piuttosto che alla moglie che incontrerà dopo qualche ora. Lei stessa cerca di parlare il meno possibile mentre l’ex Ministro si avventura in nomi e cognomi dando anche la propria disponibilità (e sarebbe bello sapere chi aveva in mente) per un’eventuale collaborazione.
Secondo: le carriere politiche (ancora oggi e forse oggi ancora di più) sono nutrite dalla potenza ricattatoria. Si diventa classe dirigente se si deve un piacere a qualcuno più in alto: così la meritocrazia si misura nell’obbligo alla servitù.
Jacopo Tondelli analizza l’ebook di David Bidussa “I purissimi” riprendendo un’analisi che torna utile per la lettura di un momento storico:
Perché non è certo nuovo il racconto – anzi: l’autonarrazione – fondato su un «linguaggio antisistema», sulla «esaltazione del giovanilismo come categoria attiva e risolutiva della politica» e forte de «la sensazione di avere il vento della storia in poppa». Non è nuova, «soprattutto l’idea di essere qualcosa di diverso da “quelli lì”, da quelli del “Palazzo”», spiega con grande precisione Bidussa. È ancora più chiaro, nelle radici antiche da cui fiorisce, è quando spiega che quel dna culturale porta con sé «il solito pret-à-porter del complottismo», ossia «un’interpretazione paranoica della realtà (….) indicativo di un’intera impalcatura mentale» che genera la condizione bipolare (o schizofrenica) in cui convivono «angoscia e sollievo». Angoscia perché saremmo prigionieri di forze oscure, sollievo perché nulla è incomprensibile, e tutto ha una spiegazione tragica nella volontà del potere di pochi, che ovviamente sono altri da noi.
Bidussa torna così sui passi, importantissimi, che da studioso muoveva ormai una quindicina di anni fa, quando nel Mito del bravo italiano scopriva la tendenza lunga che il nostro popolo coltiva con costanza che meriterebbe miglior causa: la tendenza, cioè, ad autoassolversi, e anzi a commiserarsi pensandosi sempre come vittime e mai come carnefici, anche se messi di fronte a prove schiaccianti. Quella tendenza, per smettere con la filosofia e tornare alla storia, che prima portò un popolo a invocare il fascismo contro una élite misteriosa che complottava contro di lui, e poi a considerarsi vittima di una dittatura sanguinaria che aveva evidentemente complottato per sé, e contro quel “povero” popolo.
Quella stessa tendenza che, tanti anni dopo, portò un paese (quasi) al completo ad applaudire chi lanciava monetine alla politica, per poi trovarsi vent’anni dopo a trovarsi invecchiato mentre scopriva che chi si era promesso nuovo, giovane, diverso, non era altro che simile, già vecchio ed uguale, e in fondo lo era sempre stato. Maledetti questi approfittatori senza scrupoli, o questo popolo credulone e privo di coscienza critica, di cultura, di memoria? Entrambi, sicuramente, ma – chiosando Bidussa, ed anzi rilanciando la palla nel campo del nostro maestro – non solo loro. Perché nel prezioso lavoro di Bidussa, in questo viaggio tra “i purissimi” che ci lascia senza scampo e con l’amaro in bocca a sentire il nostro sapore, manca forse qualcuno sul banco degli imputati. Mancano le élite italiane, quelle dei Padroni del Vapore di Ernesto Rossi, non il popolino che credette a questo o a quell’imbroglione, ma gli intellettuali, i banchieri, gli imprenditori e le loro associazioni, pronti ad alzare il sopracciglio fino a un minuto prima, e poi ad abbassarlo mezz’ora dopo le assortite marce su Roma, per sedersi a trattare il meglio per sé, in cambio di tutto quel che serviva.
L’assessore di Regione Lombardia Mario Mantovani si scusa per le sue schifose parole riprese in video (ne ho scritto proprio oggi qui).
Come si scusa?
In serata Mantovani ha fatto arrivare le sue scuse “se qualcuno ha inteso le mie parole come una raccomandazione”. Ma ha sostenuto che quelle dichiarazioni sono state solo un “incitamento” ai giovani.
Così Mantovani si conferma un’offesa all’intelligenza, oltre che all’etica.